Stress da Minoranza

Ricordo alle medie quando io e altri 4 disgraziati entravamo a scuola il giorno del ponte e la professoressa isterica ci rompeva gli zebedei al posto di prendersela coloro che non erano entrati.

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Lo stesso stress da minoranza l’ho vissuto quando ero l’unico che difendeva i bisessuali e dovevo sorbirmi le accuse del fatto che “la maggior parte sono velati…”.
Lo stesso stress l’ho subito quando ero l’unico ad affermare che dovevamo citare l’identità di genere nei comunicati stampa accanto e alla pari dell’orientamento sessuale e mi sono dovuto sorbire il pippone sul fatto che non ci sono associazioni trans…
.Per finire,  lo stesso stress quando i transessuali mi tritano le sfere sul fatto che chi non è in transizione medicalizzata (secondo loro) cambierebbe ogni giorno nome e identità sociale….”non si definisce, non si espone”…

Mi chiedo…se quei pochi che si esporranno (bisessuali, trans non med, etc etc) dovranno pagare il “peso” di essere i primi e gli unici, allora è un circolo vizioso: nessuno si esporrà mai…o forse sono io masochismo o appassionato di polemiche a perseverare nonostante le avversità.

Pensateci…

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3 pensieri su “Stress da Minoranza

  1. Essere minoranza è una situazione comune a molti, anche in altri campi che non riguardino la sessualità.
    Il senso di frustrazione e di solitudine è il medesimo.
    Personalmente l’ho provato quando facevo militanza politica, 38 anni fa… iscritto al partito, ero uno dei pochi che andava ad attaccare i manifesti, ciclostilava volantini fino a notte fonda, con inchiostro rosso che schizzava ogni dove, li distribuiva il giorno successivo davanti la fabbrica, partecipava ai picchetti, andava alle riunioni di sezione, servizio d’ordine alle manifestazioni, diffusione della stampa in mezzo al traffico, la lettura dei gornali e riviste di partito, le collette per l’autofinanziamento… mentre gli altri erano davanti alla TV, a guardare il “Rischiatutto” di Mike Bongiorno.
    Come ne sono uscito?
    Andandomene!
    E a tutti non è fregato nulla lo stesso.

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  2. Nath descrive il suo stress nell’essere minoranza interna ad una minoranza, fatto curioso appunto perchè come dice una canzone anarchica, Addio Lugano bella, “la pace tra gli oppressi la guerra all’oppressor”, dovrebbe insegnare dhe l’esperienza comune della discriminazione dovrebbe unire contro i discriminatori invece alcuni esponenti della maggioranza interna alla categoria. Ma il problema è che una categoria di oppressi, trasversale a tutte quante è invece maggioranza schiacciante, sono gli schemi sociali che ci frammentano, divide et impera.
    Giovanni
    analizziamo attentamente il messaggio.
    Giovanni evidentemente cerca usando un espediente linguistico di ridimensionare non solo la situazione di Nath ma tutti i problemi legati all’essere una minoranza con annessa discriminazione e disprezzo, ma non posso credere che sia in cattiva fede, perchè sarebbe troppo ingenuo accostare a questo la sua esperienza politica il suo essere minoranza che si impegnava rispetto ad una maggioranza scazzata. Se da una parte non posso credere che lui pensi che ce la beviamo come similitudine credibile dall’altra ho ancora più difficoltà a credere che lui possa credere davvero che categorie come “minoranza impegnata in un club di scazzati” e minoranza di orientamento sessuale discriminata all’interno di un fronte che dovrebbe essere unito proprio contro simili criteri di discriminazione siano la stessa cosa. Per poi liquidare tutto dicendo che lui se ne è andato, cosa non applicabile a quel “club” che innanzitutto non è un club è un movimento teoricamente composto anche da etero che sono contro la lgbt fobia dove a qualcuno dei l-g non piace la b. Uscire significherebbe smettere si essere Bi, cosa impossibile, perchè non è un club.

    Forse Giovanni vuole dire (ultima concessione alla sua buona fede) tipo “trovati una associazione LGBT di gente meglio” molto banalmente “e” (classico dei classici dell’accusa di vittimismo ;)) “non lamentarti”. Ma è proprio il non lamentarsi che non ha senso, non è solo questione di uscire e trovare altri, ma anche di denunciare questa chiusura assurda tra persone vittime di chiusura. Insomma un ebreo come Moni Ovadia l’ho ha capito e ha ricordato quanti zingari e gay oltre agli ebrei siano finiti nei campi, ma ha anche ricordato che non si può ripetere l’errore coi palestinesi facendo pulizia etnica, proprio in memoria di chi l’ha subita.

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