Sono un trans o sono una persona?

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Premetto che ormai vivo al maschile da anni e non mi interessa più ficcarmi dentro questi gruppi pieni di nomi farlocchi e di persone che celano la loro personalità mettendo in luce solo l’essere (o pensare di essere) trans.
Quando una persona mi aggiunge solo con l’account “trans” e mi tiene separato dalla sua “vera” vita (fatta di ambizioni, passioni…) io mi sento offeso, perché, come lui vuole mostrarmi solo la sua componente “trans”, vuole relazionarsi solo alla mia componente “trans e snobbare la mia persona. Quella non è un’amicizia.

La stessa cosa si verifica quando io conosco informaticamente una persona e , finché questa non sa che sono trans (potrebbe anche sapere che sono gay magari), si relaziona parlando delle passioni comuni, ma appena viene a sapere che sono trans, parte lo stereotipo, che cade addosso a me irrimediabilmente, come un’investitura.

Improvvisamente io “devo” essere ateo (perché il trans odia la religione in quanto lo tratta come scherzo della natura e abominio),”devo” essere di sinistra (perché le destre lo trattano come abominio), poco scolarizzato, non interessato alla carriera, e uno di quelli che parla solo di gender.

Lo stesso quando “oso” dire che sono presidente di un’associazione, che viene immediatamente ricondotta ai vecchi circoli arci di sinistra (o magari ai kollettivi), poco accoglienti, e in cui ogni povero disgraziato è stato e si è trovato male, e quindi sente l’esigenza di dirmi che è contrario all’attivismo, ai picchetti (avessimo mai fatto un picchetto al milk), alla “militanza” (e appare questa scena di noi a sfilare sul piede di guerra, anche questo mai avvenuto…e io per questo odio la parola “militanza”), e all’ “attivismo” (e appare quest’altra immagine di noi petulanti e polemici a contestare non so cosa).

E io, prigioniero di questi stereotipi, vorrei vivere apertamente il mio essere T, presidente del Milk, ma anche tanto altro, senza essere schiacciato dalle statistiche, che mi vorrebbero come gli altri T, come gli altri attivisti, o magari per forza teologicamente seguace della teoria queer, dell’anarchia, del rifiuto acritico di “tutte” le regole sociali.

Insomma, le persone che mi incontrano, per rassicurarsi, devono ricondurmi ad uno stereotipo già da loro incontrato (il rompiscatole relativista queer, il trans nato nel corpo sbagliato, l’attivista ateo e di sinistra picchettatore), ed è per questo che devono per forza, per relazionarsi a me, cancellare tutto ciò che fa parte di me ma non hanno mai visto in un attivista t antibinario.

Questo genera in me una “disforia“, che non è inferiore a quando sbagliano il genere con cui rivolgersi a me, perché, anche se viene cancellato qualcosa di diverso dal mio genere, non per questo viene cancellato qualcosa di a me meno caro del mio genere.
Non siamo solo il nostro genere, ma di questo, spesso, ci si accorge dopo tanti anni che il proprio genere lo si vive e lo si assapora.

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