Dimostrazione dell’esistenza di un attivista parte 1

Lo scopo di un’educazione liberale è quello di trasmettere il senso del valore delle cose che non fanno parte delle forme di dominio, contribuire a creare dei cittadini equilibrati di una comunità libera, e attraverso la combinazione di questa appartenenza alla comunità con la creatività individuale mettere gli uomini in condizione di conferire alla vita umana quello splendore che, come un numero limitato di persone hanno dimostrato, la vita può raggiungere”. (B. Russel)

 

Ho peccato. Confesso che ho peccato nel farmi trascinare nel mondo dei frammenti, dei pettegolezzi, delle malignità. Sono stato ingenuo.                                       Però colgo questa divertente sfida: la dimostrazione della mia esistenza come attivista (quella fisica e indipendente dai miei compagni di attivismo sembra, almeno per alcuni, non essere più in discussione).
Fig. 1 incredulità san tommaso

Attivismo

Essere attivi significa dare espressione alle proprie facoltà e capacità, alla molteplicità di doti che ogni essere umano possiede. […] L’attività consiste in un comportamento socialmente riconosciuto e volto a uno scopo, che si manifesta in corrispettive trasformazioni socialmente utili. (E. Fromm)

Se ci sono doti che possiedo sono quelle del pensiero e dell’analisi. E se c’è un’attività che posso fare (compatibilmente alla mia situazione attuale) è quella di documentarmi, capire e informare.

L’informazione corretta:

  1. Cambia lo stato delle persone, le fa uscire dall’isolamento, rende loro possibile l’azione.
  2. Può eliminare pregiudizi che creano danno alle persone.
  3. Permette di scegliere veramente ciò che è meglio per se stessi.

Questa mia principale (ma non unica) attività ha causato reazioni scomposte in un piccolo gruppo di persone. Non decet. Non dovevo compiere l’indecenza di voler mostrare le cose come sono. Così, non potendo attaccare le idee, hanno attaccato la persona. E la mia risposta sarà non sulle persone ma sulle idee.                      Suddividerò le mie osservazioni in tre parti: ideologiche/teoriche, politiche e morali. Se queste mie osservazioni avranno effetto, allora sarà dimostrato che esisto in quanto attivista. Se avranno un buon effetto, allora sarà dimostrato che sono un buon attivista.

Osservazioni ideologiche/teoriche

Le basi su cui poi si costruirà tutto il pensiero e l’azione, non solo come attivisti, ma come persone che si riconoscono in un genere e in una comunità, influiscono sulla scelta del lessico, sul modo di esprimersi e formulare idee, proposte e soluzioni, finanche a influire sull’immaginare sé stessi e il proprio futuro. Sulle premesse che si accettano si baserà l’azione politica e la possibilità di fare rivendicazioni e con queste si influisce, se non si sceglie direttamente, il futuro di chi viene dopo di noi e il nostro.

Arrivo quindi a porre l’attenzione sulla prima importante osservazione:             si è scelto, per motivi contingenti o per mancanza di lungimiranza, di accettare la logica inclusione/esclusione dalla società. Fino al DSMIV abbiamo accettato la narrativa di chi ci voleva “fuori norma”, non pensando che la norma è una convenzione e che può essere discussa.

La società è la sintesi di una norma” è la frase che mi sono sentito dire da certi attivisti per confutare l’esistenza e la legittimità di categorie di persone nonconforming. Questa frase riporta al concetto, per fortuna superato, di malattia mentale. Malato è tutto ciò che non risponde o non è organico alla società, alla maggioranza, e pone le persone transgender e nonconforming sotto il perenne ricatto della possibilità di “essere riparate” (questa è ancora una grande paura di alcuni attivisti storici gay). E’ l’argomento utilizzato dai ProVita, Manif Pour Tous, Family day, intellettuali sul libro paga del Vaticano. E’ sempre stato retaggio di una mentalità conservatrice e autoritaria che ha le sue radici culturali tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 e che tanto danno ha fatto.

Il DSMV ha, per fortuna, ridefinito i termini di malattia mentale anche alla luce di molteplici studi i quali dimostrano come, in culture non normalizzate che accettano soggetti non conformi, questi non soffrano di nessun disturbo. Questo significa che vi è un grande peso dovuto alla cultura, costumi e mentalità di una società. Questo significa che alcuni tipi di disagio, interpretati come disturbi, possono variare in una scala che dipende dal “differenziale” culturale.

E’ per questo che si è passati a parlare di disforia ,e non più di DIG, e che vi è una scala di disforia (http://dare.ubvu.vu.nl/bitstream/handle/1871/40250/?sequence=8) e diversi tipi di disforia. 

 

Figura 2 grafico utrecht

Cosa comporta quindi l’accettazione della logica imposta da vaticanisti e gruppi omofobi e transfobici?

In prima istanza costringe a giustificare la propria natura mediante argomenti pseudo-oggettivi o oggettivi ma utilizzati in maniera strumentale.

La prima costruzione pseudo-logica è l’equivalenza transgender=disforia=transizione.

Esaminiamo i vari fattori:

Transgender indica un’identità di genere, quindi una percezione di sé complessa che coinvolge il modo di essere, di percepire il mondo e di rapportarsi agli altri. Ho osservato come, cambiando semplicemente il modo di parlare di sé (mediante i pronomi adeguati al genere e la scelta di un nome) le persone cambino atteggiamento, è come se si animassero, i loro gesti diventano propri. Questi sono i primi segni che si é trovata la propria identità.

Transgender è una definizione ombrello che ospita una parte dello spettro di variazione di genere che coinvolge le persone il cui genere non corrisponde al sesso biologico.

Gli stessi studi che hanno portato a ridefinire il concetto di malattia mentale mettono in evidenza che vi sono culture nelle quali le persone transgender non soffrono di disforia o ne soffrono minimamente (What can the Samoan “Fa’afafine” teach us about the Western concept of gender identity disorder in childhood?). Questo perché la cultura e gli ambienti in cui si trovano li socializzano per quello che sono.

Da qui cade il concetto di condizione necessaria e sufficiente di sperimentare disforia per avere un’identità transgender.

Anzi, possiamo dire che la disforia non fa parte dell’identità transgender ma può essere una conseguenza dovuta alla cultura cui si appartiene

Non solo, occorre puntualizzare che l’identità è la base e che la disforia, e un eventuale transizione medica e chirurgica, possono essere una conseguenza e non una legittimazione. Invertire l’ordine di queste categorie è legittimare una logica di violenza che vuole che sia l’esterno a definire l’individuo mediante prove  dolorose e, a volte, inutili.

Le persone T* che impongono questo modo di pensare esercitano un comportamento violento e discriminatorio dovuto al timore che un concetto plurale e complesso dell’identità di genere transgender ponga l’attenzione sul fatto che l’intensità della disforia dipenda dal cambiamento (naturale e continuo) dei costumi e della cultura di una società e non da una malattia immutabile e che questo avvantaggi le argomentazioni dei gruppi intolleranti nel nostro paese.

Sostanzialmente, accettando la narrativa della parte “nemica”, si è in uno stato ricattabile con l’argomentazione del “capriccio” o della scelta.

La colpa degli attivisti che accettano e promuovono questa mentalità è di lasciare così a fattori esterni la determinazione di chi sono e ciò succede solo per le persone lgbtqia+ e non per chi aderisce al modello eterosessuale. Quindi, per alcuni esseri umani l’identità di genere è un dato di fatto mentre altri devono dimostrarla.

Tutto questo non significa affatto che non esistano persone che soffrono di disforia a livelli importanti e debilitanti e che abbiano diritto all’accesso alle terapie ma significa che non vi è un unico modello di transizione, un unico modo di esprimersi, un’unica narrativa.

Disforia

Dal DSMV la disforia di genere è una condizione persistente per la quale un individuo percepisce una marcata differenza tra la percezione/espressione di sé e la percezione che la società ha di lui/lei/loro. Questa situazione crea effetti invalidanti quali disagio, ansia, stress e si ripercuote sulla sfera sociale e lavorativa della persona. Il manuale continua affermando che la disforia può essere vissuta in varie maniere, incluso il forte desiderio di essere socializzati come il genere opposto, di essere liberi da alcune caratteristiche di un genere, o la forte convinzione di sentire e reagire come il sesso opposto.

  1. Ricordiamo che il DSM è un manuale di diagnosi e non indica terapie che vanno decise a seconda dei casi dopo un attento esame e non meccanicamente. E’ inoltre da far notare che il National Istitute of Mental Care sta prendendo le distanze dall’uso del DSM.
  2. Il DSM non afferma in nessun caso l’equazione transgender=disforia ma afferma solamente che può esserci disforia di genere.              Inoltre occorre porre la questione della dipendenza della disforia di genere (richiamando la sua definizione) dalla struttura della società e dall’intorno sociale dell’individuo. Persone con identità transgender possono sperimentare diversi tipi di disforia (fisica, sociale) a diversi gradi. Facciamo un esempio molto stereotipato: se cresco in un ambiente molto binario in cui i ruoli e le espressioni di genere sono rigidissime è chiaro che soffrirò di più. Non sono da escludere neppure i fattori dell’età e della fragilità strutturale della personalità degli individui. Ho notato che persone che iniziano il percorso in età più matura hanno una maggiore serenità. Questo può dipendere dal fattore di attività sessuale (il periodo in cui il corpo è più attivo, probabilmente, rende la differenza percepita maggiore) e dal rafforzamento della personalità che avviene negli anni. Il DSMV e gli studi svolti in proposito sembrano confermare questa ipotesi trattando in maniera differente i bambini e gli adolescenti transgender.
  3. Il DSM non afferma da nessuna parte che se si ha un’identità di genere transgender è necessario sottoporsi a trattamenti ormonali e/o chirurgici.     Ma afferma solamente che tali trattamenti rimuovono o diminuiscono, con buona probabilità, situazioni di disagio.

Date queste premesse viene a cadere l’equivalenza costruita ad arte transgender=disforia=transizione.                                                                   Decade quindi l’affermazione, già logicamente scorretta, per cui l’identità deve essere confermata dall’esterno e, in maniera specifica, dal provare disforia.

Abbiamo quindi usato argomenti logici per far cadere argomentazioni basate solo su impressioni e paure personali.

Purtroppo queste argomentazioni assolutamente illogiche, come per la teoria del Gender e la distorsione grossier operata sugli studi Queer, portano a conseguenze molto pesanti e vanno ad influire sulla libera scelta e sulla qualità di vita di molte persone.

  1. Una conseguenza è la creazione e imposizione di un modello unico di transgender, spesso identificato con la persona transessuale, che vuole la persona con questa identità di genere obbligata a dimostrare la sua autenticità adottando comportamenti stereotipati. Non solo, una delle conseguenze più dannose, per il presente e per il futuro, é continuare a fornire lo stesso dato ai professionisti, ovvero a confermare una visione stereotipata ed esagerata, pur di avere accesso senza problemi alle terapie. La soluzione sarebbe combattere per ottenere maggiore trasparenza e accessibilità e non quella di “falsare” un dato su cui poi si baseranno teorie, studi, terapie. Questo comportamento equivale a turbare la misura di un dato e la conseguenza è che il dato diventa insignificante.
  2. Transnormatività e “presentabilità” : accettare la logica dei detrattori della comunità LGBT significa importare e rielaborare il concetto che, per avere una vita sociale ed essere inseriti, occorre adottare i costumi e i modi di pensare della società. Si tende quindi a presentare un’immagine che ci “mimetizzi” perdendo l’identità di genere per ritrovarci inclusi nella categoria di maschio o femmina. Sostanzialmente si opera una menomazione dell’identità. Non tutti i transgender (anzi, una prospettiva statistica e non normativa suggerirebbe che le situazioni limite sono le meno frequenti) rientrano nelle definizioni maschio/femmina. La presentabilità è un’altro meccanismo di forte castrazione della personalità e del genere. Rafforza l’idea di dover mendicare la legittimità ad essere ed esistere e rafforza un sistema normativo.              E’ assolutamente lecito assumere un modo di vivere binario e convenzionale purché questo sia nella natura della persona ma non è lecito imporlo. Non è lecito presentare solo aspetti censurati spacciandoli per rappresentativi con la motivazione di ottenere diritti per tutti.Vi sono due paradossi in questa mentalità:a) si rinuncia alla libertà personale e ad essere se stessi per essere inclusi in società.                                                                                                    b) ci poniamo contro noi stessi appoggiando ed agendo secondo un sistema correttivo.
  3. Linguaggio unico: l’accettazione della visione ristretta che costringe a giustificarsi e provare la propria identità e la costruzione completamente artificiale dell’equazione transgender=disforia=transizione porta a eliminare la magnifica complessità e narrazione di questa identità di genere. Riducendola a diagnosi e terapie si forma un vocabolario fatto di parole negative e alla descrizione di stati di sofferenza, aumentando il disagio delle persone e non fornendo la possibilità di pensarsi diversamente e quindi di concepire azioni alternative possibili. Questo linguaggio negativo aumenta gli stati di depressione e ansia. Riducendosi ad una identità stereotipata si porta ad un linguaggio che perpetua il sessismo e fornisce un quadro falsato per gli studi di genere e per i terapisti. Il linguaggio è fondamentale non solo per esprimersi e comunicare ma anche per pensarsi e quindi si va a danneggiare su più livelli , compreso quello psicologico, la persona.
  4. Le ripercussioni sul mondo del lavoro sono pesanti se si continua con la logica della malattia. Per quanto possiamo essere competenti ed equilibrati dovremmo sempre dimostrare, se ci viene permesso, il nostro valore, mentre, per il resto dell’umanità  viene data per buona la competenza fino a che non si fallisce. Questo, spesso, preclude l’accesso a professioni qualificate e condanna le persone T* a lavori umili e poco retribuiti.
  5. Transfobia interiorizzata: l’accettazione della logica della giustificazione della condizione T* porta a reiterare le stesse dinamiche che si subiscono contro i transgender che non rispondono alla norma.                                   Su questo tornerò nella seconda parte dell’articolo.Ethan Bonali
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13 pensieri su “Dimostrazione dell’esistenza di un attivista parte 1

  1. maschio e femmina sono i sessi biologici, poi ci sono le identità di genere. Una donna transgender è una donna nata biologicamente maschio a prescindere dal fatto che si operi ai genitali o no; idem per un uomo transgender. In ogni caso una persona transgender vorrà avere un aspetto esteriore conforme alla sua identità di genere, un aspetto in cui si può riconoscere e non solo essere riconosciuto dagli altri (cosa che ha la sua importanza dato che siamo animali sociali ma non è tutto), questo non centra col “binarismo”

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  2. Non so se Russel e Fromm, vivi, sarebbero stati d’accordo all’uso delle loro dichiarazioni in questo contesto.
    Il DSM (derivato da: Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, a partire dal 1952, l’ultimo è il DSM 5 del 2013) non ha più alcun valore scientifico, dal momento che l’APA (American Psychiatric Association) dal 1972 ha scelto di concedere, su esplicite e ripetute richieste ricevute, al movimento omosessuale mondiale (e tutti i derivati successivi sopra citati da Ethan), assai potente anche all’interno della stessa categoria degli psichiatri/psicologi, di escludere quelle patologie, non dichiarandole più tali.
    Hanno dato uno schiaffo alla scienza, ma questa non se la prende. Chi sputa in cielo, in faccia gli ricade.
    Una malattia esiste o no indipendentemente dall’essere stata riconosciuta. Se per legge la si dichiara non più malattia, essa continua ad esistere e ad operare danni.
    Non è l’uomo che decide cosa sia normale o no, ma la natura, unico nostro riferimento valido.
    Se non dovessimo riconoscerci in essa, presto o tardi, saranno guai.

    Si tratta di definizioni e di valutazioni di gruppi di medici e terapeuti, che ora hanno assunto un valore politico. Costoro, dovendo svolgere una professione, per lo più privatamente, non hanno alcun interesse a mettersi contro loro potenziali clienti. Sono banchisti, commessi, più che scienziati.
    Come dire, se hai un disturbo, nessuno ti proibisce di andare dal medico. Se questi dovesse ritenerti sano, l’ultima parola spetta sempre a te.
    Sei tu che devi stabilire se ti senti bene o no. D’altra parte il medico mangia se tu ti fai curare. Se vuoi che ti trovi una malattia che ti faccia star bene, te la troverà, a questo serve aver studiato tanti anni.
    La salute e l’equilibrio mentale ormai sono solo opinioni. Non c’è più nessuna certezza in nulla.
    Ora si va affermando l’idea che i cis-gender (una categoria in calo numerico contro tutte le altre) sono in realtà dei malati non consapevoli, affetti da una mancanza di disforie.
    Bisogna cercare, fin da bambini, nelle scuole, di mettere nel loro cervello l’idea che il loro sesso naturale può non essere quello giusto. Devono fare varie esperienze del sesso opposto al loro o intermedio, per capire che cosa sono veramente.
    Non rimane che aspettare, per vedere che fine farà tutta questa storia, ben lungi dall’aver raggiunto il suo top.
    “Dimostrazione dell’esistenza di un’attivista” contiene in se un’incertezza; si vuole dimostrare che chi scrive non è sicuro di essere, ha bisogno di una dimostrazione, attraverso il suo lavoro di attivista.
    Di lavoro ce n’è tantissimo da svolgere per dipanare una matassa che sembra ingabugliarsi sempre più.

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    • 1) hai travisato il titolo a scopo ideologico 2) la scienza dimostra esattamente il contrario di cui sei convinto per via di credenze pseudo-religiose e pseudo-scientifiche. Purtroppo ci sono dei personaggi alla guida di gruppi omofobi che si spacciano per esperti ma le cui pubblicazioni scientifiche inesistenti parlano da sole 🙂
      recensione debole e strumentale come il fanatismo religioso e la mentalità bigotta che l’ha redatta. Dieci ave Maria e un Padre Nostro per penitenza

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  3. eugenetics ha completamente travisato il titolo 😀 ed è chiara la sua appartenenza a un certo pensiero che riconosce l’esistenza della Teoria Gender. Ha scritto molte corbellerie (e cose addirittura false) dovute a convinzioni pseudo-religiose e pseudo-scientifiche. Consiglio di lasciare da parte le fantasie religiose e le paure catastrofiche. Per quanto riguarda Paolo ti rimando alla seconda parte per quanto riguarda maschile, femminile, binario e stereotipi.

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  4. Io sono ateo.
    Ho appena accennato, anche in altri post, che riguardo le definizioni, i termini usati, i concetti, siamo in uno stato di incomunicabilità. Ciascuno intende quel che gli sembra.
    Ma proprio ora mi accorgo di un altro granchio che ho preso: Ethan Bonali non è Nathanael, come pensavo (ho creduto che avesse di nuovo cambiato nome).
    Concordo con ProgettoImago di aver capito poco dell’articolo. Del resto Nathanael ha scritto diversi post proprio sulla terminologia. Per questo non leggerò la seconda parte.
    Occorre tener presente che quanto meno la collettività comprende di questi neolinguaggi ed espressioni, tipici del genderqueer, tanto più difficile sarà per i movimenti non cis affermarsi e farsi capire.
    La teoria Genderqueer, ma possiamo chiamarla anche in altro modo, è ormai consolidata ed entra nelle scuole, col proposito di indurre, nelle menti dei bimbi, dubbi sulla propria identità, nonostante ogni apparenza fisica. Non parliamo, poi, delle pratiche sessuali previste: un manicomio.
    I risultati saranno disastrosi e si manifesteranno fra pubertà e adolescenza.
    Comunque non ha importanza, la società occidentale è in rapido declino e, fra qualche decennio, si parlerà arabo, dialetti africani, cinesi, indiani.
    Noi siamo destinati a scomparire come civiltà, cultura ed etnia.

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  5. “Se ci sono doti che possiedo sono quelle del pensiero e dell’analisi. E se c’è un’attività che posso fare (compatibilmente alla mia situazione attuale) è quella di documentarmi, capire e informare. […]
    Questa mia principale (ma non unica) attività ha causato reazioni scomposte in un piccolo gruppo di persone.”
    Caro Ethan, da blogger e tirocinante giornalista, non posso che capirti. Sì, decisamente la buona informazione è sottovalutata, in questo Paese. E pure l’intelligenza. Non solo in un piccolo gruppo di persone…

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  6. Pingback: Dimostrazione dell’esistenza di un attivista parte 2 | Progetto GenderQueer

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