Attivisti si, ma in modo intersezionale. Ce ne parla Davide Bombini

Ho conosciuto Davide Bombini ad una conferenza alla Libreria Antigone, ma “nerdisticamente parlando”, mesi prima avevo scoperto, tramite le statistiche del blog, che mi aveva linkato in un articolo relativamente a definizioni sulla gender non conformity
Davide è un attivista LGBTQIA… e non solo, e propone un approccio intersezionale.
A lui la parola…

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Ciao Davide. Attivista di Arcigay e giornalista su temi LGBT: che altro ci racconti di te?

Ciao Nathan! Beh, sì, essere consigliere nazionale Arcigay e segretario del comitato di Piacenza, oltre che scrivere per Gay.it, potrebbe far di me un attivista h24, e invece sono un educatore professionale e al momento lavoro in una comunità per persone con dipendenze e provengo da una precedente comunità per minori stranieri non accompagnati.
Diciamo che i miei interessi, sia a lavoro che nell’attivismo, sono i diritti delle persone. Con Arcigay (e i Sentinelli di Milano, anche) lotto per l’affermazione dei diritti delle persone, a lavoro attuo pratiche per fornire gli strumenti alle persone per raggiungere i propri diritti, nonostante possano avere delle barriere.

Un tempo le grandi associazioni erano carenti sui temi relativi alla B, alla T, al binarismo di genere e ad altre tematiche legate ad orientamento, identità e ruolo di genere. Cosa è cambiato negli ultimi anni? Quale vicenda ha dato seguito a questo cambiamento? E quanto ancora può essere migliorato?

Su quale vicenda non saprei rispondere, ho la sensazione che si siano affermati discorsi collettivi attorno a queste tematiche sia sulla spinta della filosofia che su fenomeni che stanno tra il costume e l’identità individuale. Negli ambienti dell’associazionismo che frequento le tematiche B e T e quelle relative alla gender nonconformity (per riassumere) sono ancora poco conosciute. Spesso mi ritrovo a dover fare un pippone di ore sulle variabili. Anche se credo, in ultima essenza, che l’individuo sia unico nella propria diversità rispetto a gruppi definiti (sempre, in ogni campo e in ogni epoca). Ma sto andando fuori tema.

Su come “migliorare” l’approccio alle tematiche dell’identità e del ruolo di genere e dell’orientamento, sinceramente, non saprei dare una definizione precisa. Credo che si debba tendere, prima di ogni cosa, a far convergere le lotte. Si parla di intersezione: tematiche LGBTQI+, femminismo, migranti, lavoro, disabilità, infanzia, grandi marginalità, e altro ancora. Se si lavora tutt* insieme per il raggiungimento dei diritti, per la libertà (quella piena, non le piccole concessioni dei governi odierni) si crea un terreno sicuro per le persone per poter vivere il proprio orientamento o la propria identità senza angoscie.

Un sogno utopista, ne sono consapevole. Ma gli utopisti servono!

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Nel blog parli spesso di veterofemminismo e di come questo fenomeno sta attaccando le realtà LGBT, soprattutto colpendo l’uomo omosessuale e le realtà gender non conforming. Secondo te c’è un fil rouge in queste discriminazioni? E’ la misandria?

Non parlerei di misandira, poiché è un termine utilizzato un po’ a caso. In questi mesi ho avuto modo di confrontarmi (in modo accesso, a volte ricevendo qualche insulto) con molte femministe che, appunto, definisco “vetero“, inteso come di un’altra epoca. Dalle loro posizioni si evince che non odino gli uomini in quanto tali, o che non riconoscano altri generi per chissà quale convinzione: semplicemente, hanno paura di ciò che non conoscono. Sono cresciute (seppur alcune di lor abbiano 20 anni) nella convinzione che l’uomo sia tale poiché etero, e che sia sempre violento e irrispettoso. Sono cresciute con l’idea che i generi siano due e due soltanto: uomo e donna. Ma l’antropologia ci ricorda che i generi non sono legati ai genitali, ma che siano un prodotto della cultura. Quindi, variabili.

In buona sostanza, le nostre veterofemministe combattono una battaglia giusta ma con gli strumenti e riferimenti di 50 anni fa. Potrebbe sembrare riduttivo spiegare il fenomeno come una mancanza d’aggiornamento, eppure è un elemento comune a tutte le veterofemministe che ho incontrato. Di solito, per tentare di far fare a loro un piccolo “click mentale”, quando mi definiscono “maschio” o “uomo”, rispondo che questo è tutto da verificare, proprio per tentare di rompere i loro paradigmi, appunto, vetero!

Perché le persone LGBT dovrebbero fare fronte comune col nuovo femminismo? Ha più senso chiamarlo femminismo?

Come accennavo sopra, per arrivare a una vera libertà nel pieno dell’affermazione dei diritti, bisogna lavorare insieme, condividere e sviluppare buone pratiche, sostenere tutte le lotte. Le persone LGBTI dovrebbero, naturalmente, frequentare i luoghi della lotta femminista, che chiamerei ancora così. Giusto recentemente ho avuto un confronto con una amica sicuramente femminista, ma che non sopporta l’uso di questa parola. Per quanto capisca le sue motivazioni, credo che per il momento storico in cui viviamo, sia ancora necessario racchiudere alcuni percorsi sotto sigle e nomi specifici. Operazione che serve da “calamita” per le persone che si avvicinano all’attivismo per soddisfare, in prima istanza, dei propri bisogni. Ma, proprio come nell’educazione, auspico che le etichette spariscano. Citavo proprio l’educazione poiché, attualmente, esistono servizi dedicati a specifiche “utenze” che suddividono l’assistenza sociale in micro-gruppetti: tossico e alcoldipendenti, senza fissa dimora, migranti, minori, persone con disabilità (frammentati a loro volta secondo la diagnosi), e così via. Ecco, la “rossa primavera” dell’educazione è creare servizi rivolti alla persona in quanto tale, dove queste caratteristiche siano variabili da considerare. Allo stesso modo, nella lotta, la condizione che determina uno svantaggio in relazione alla società deve divenire una variabile, per riconoscersi non più come gay, lesbiche, donne o trans, ma come esseri umani liberi, difensori dei diritti.

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Qual è il ruolo dei social in queste nuove connessioni tra militanti di cause diverse ma legate tra loro?

Non sono un particolare esperto di social network, ma posso parlare per esperienza diretta. Alcuni strument sono fondamentali per coordinare azioni e attivare passaparola quasi istantanei. Ma questo non deve bastare. Per creare pratiche e fare discorsi collettivi e partecipati, che tengano conto di ogni ragionamento, bisogna incontrarsi di persona.

Inoltre, i social network non riescono a sfuggire ad una pratica terribile: la dittatura degli attivi. Battute a parte sul chi prende e chi dà (inutile fare i santarellini, lo so che c’avete pensato tutti, dai), significa che chi passa più tempo sui social automaticamente diventa più autorevole degli altri, nonostante ciò che dica o faccia. Inoltre, quello che accade spesso, tipicamente nei forum o nei gruppi facebook, è che si costituisca in modo naturale un gruppetto “dirigente” che tende ad escludere chi è dissonante. Insomma: bene i social, ma vedetevi di persona!

Sentinelle in piedi, popolo della famiglia, ideologia gender. Da dove ha preso le mosse questo nuovo filone per i ruoli tradizionali e contro le persone LGBT?

Dall’ignoranza e dalla paura. Chi ha creato questa accozzaglia di sigle e strampalate teorie ha sfruttato la non conoscenza di tematiche LGBTQI+ di alcune persone, che, unita alla atavica paura di ciò che è diverso, ha alimentato questo turbinio di odio. La tradizione, naturalmente, non c’entra nulla. Per arginare questi fenomeni bisognerebbe riformare la scuola, attuare politiche per l’educazione e la formazione permanente, promulgare e sostenere campagne organiche per abbattere i pregiudizi. Ma scusami, sto ancora fantasticando utopisticamente!

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