Intervista a Mauro Muscio, “la libraia” del movimento LGBT milanese

Ho conosciuto Mauro Muscio durante la sua esperienza politica col Collettivo tabù, che ha portato una visione giovane e fresca nel Coordinamento Arcobaleno di Milano. Ci siamo persi negli anni in cui era all’estero (in realtà mi capitava di incrociarlo quando era di passaggio in Italia, perché siamo dello stesso quartiere), ma sicuramente l’ho conosciuto meglio quando ha aperto la Libreria Antigone, restituendo alla città ciò che mancava da anni. Mauro, però, non è solo questo: è anche un attivista politico e un pensatore LGBT.
Lasciamo però la parola a lui… 

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Ciao Mauro: raccontaci di te: età, provenienza, studi, passioni, professione…

Ciao. Sono Mauro, ho 26 anni (27 il 12 giugno), nato e cresciuto a Milano da genitori con origini del Sud.
Ho studiato al liceo classico Carducci (roccaforte di CL) per poi laurearmi alla triennale di Lettere Moderne all’Università Statale di Milano. Dopo un periodo di circa un anno ad Amsterdam ho svolto qualche lavoretto per poi buttarmi nel progetto della Libreria Antigone dove oggi occupo il ruolo di tuttofare.
La grande passione è sempre stata la lettura, all’inizio soprattutto legata alla letteratura canonica per poi concentrarmi in saggistica e letteratura contemporanea. Altra passione, che di certo ha determinato la mia crescita e la mia ricerca di identità, è la politica, la passione cioè di poter immagine una realtà diversa a partire dallo smascheramento delle contraddizioni del sistema.
Ho militato in Lotta Comunista, abbandonata dopo due anni per dissonanze politiche e personali, per poi rimanere slegato da organizzazioni politiche gli ultimi anni di liceo; successivamente ho iniziato la militanza sia nel mondo lgbt milanese sia in un’organizzazione politica oggi disciolta (Sinistra Critica) i cui militanti e militanti hanno preso diverse strade, tra le quali il progetto di CommuniaNet di cui faccio parte, che a Milano raccoglie le esperienze di RiMake, spazio occupato (ecco il link alla pagina facebook) , RiMaflow, fabbrica recuperata a Trezzano sul Naviglio e RiParco a Magenta.
Come hai scoperto di essere una persona LGBT?

Ho scoperto di essere gay anni innamorandomi follemente di un ragazzo a scuola con il quale ho inaugurato la stagione degli amori impossibili con gli eterosessuali. Da lì è iniziata la ricerca dell’identità sessuale accompagnata da una ricerca molto forte dell’identità di genere.
Mi andava molto stretto il mondo gay classico che conoscevo; discoteche e locali che non rispondevano alle mie esigenze, dove notavo una forte imposizioni di ruoli e schemi. Ho scoperto successivamente che esistono modi diversi di essere gay, anzi, di essere frocia.

Come hai iniziato il tuo percorso di attivismo?

Il vero attivismo lgbt è iniziato per l’incontro (fortunato e che ricordo con particolare affetto) con alcun* compagn* di Sinistra Critica con i quali/ le quali fondammo il collettivo Tabù. Fu un’esperienza indimenticabile; un collettivo misto che ha conosciuto periodi molto intensi dove la ricerca del desiderio e delle identità era pratica collettiva e strumento di lotta. Con loro ho iniziato “la fase” drag, il travestitismo teatrale e goliardico che però rappresentava per me qualcosa di più inteso, una messa in discussione dei canoni i genere , delle relazioni di potere e della sessualità; e sempre lì iniziò la sperimentazione sessuale sotto vari punti di vista.

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Quali sono stati i tuoi pensatori e movimenti di riferimento?

Avevo letto molto Marx e Lenin, avevo studiato i loro testi ma avevo poco problematizzato alcune questioni. Successivamente scoprì Trotsky, Angela Davis, Malcom X, Mario Mieli, Porpora Marcasciano, Judith Butler, Halberstam, Bensaid, Fucault, Peter Drucker e tramite loro ed altri/e mi feci un’idea più completa del mondo. Iniziai a capire il significato dei movimento sociali, il rapporto con il politico, iniziai a interpretare il mondo non solo tramite il marxismo ma anche attraverso gli occhiali dei rapporti di genere, sessuali, coloniali, ecc… Iniziai cioè a vivere il femminismo, il queer, l’internazionalismo che avevo solo letto sui libri, e iniziai a viverli declinandoli a partire da me, dalle mie condizioni e dal mio/con il mio corpo.

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Cosa ci racconti della tua esperienza all’estero?

L’esperienza all’estero è stato un momento importante sicuramente. Sono stato ad Amsterdam, città che conoscevo e dove avevo trascorso diverse settimane in estati passate ma dove mai avevo potuto vivere. Ho vissuto lì con un caro compagno, io alla prima esperienza di vita fuori casa, lui sicuramente più rodato di me. Lì ho fatto uno stage presso un centro studi legato alla Quarta Internazionale (con la quale il mio percorso politico si è sempre relazionato) ho conosciuto compagni e compagne di tutto il mondo, ho assistito a formazioni politiche importanti e soprattutto dove ho iniziato a sentirmi parte di una storia politica lontana che oggi ancora vive perché capace di pensare, di superare la tradizione e di competere con le difficoltà del presente. Ad Amsterdam ho conosciuto il movimento queer olandese, ho studiato meglio l’inglese, ho tagliato i capelli (che non tagliavo da 6/7 anni e che rappresentavano una parte della femminilità di me) ho approfondito sul mio corpo vari sperimenti di prostituzione che avevo già fatto in Italia e mi sono preso il tempo di pensare a cosa avessi voluto fare nella vita.

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Il ritorno a Milano e la decisione di aprire la libreria…

Tornato a Milano ho continuato a vivere fuori casa con un’esperienza fantastica nel palazzo di via Bligny 42 in compagnia di amic* e compagn* e intanto mi ero iscritto all’Università di Pavia per la magistrale. Pensavo di poter buttarmi nell’insegnamento ma così non è stato. Mi era passata la voglia di studiare per i “titoli” soprattutto mi era passata la voglia di studiare per dei titoli sempre più svuotati di significato.
E’ stato un anno difficile, dove ho messo in discussione molto di me stesso, soprattutto dopo la perdita del mio migliore amico e dove ho deciso che valeva la pena fare quello che volevo e non quello che alcuni si aspettavano da me.
Il progetto della libreria nasce in quella fase; inizialmente come progetto teorica, idea confusa che mischiava immagini di libreria lgbt viste all’estero, la Babele di Milano, librerie in spazi occupati e desideri di far vivere la cultura lgbt che tanto avevo studiato. Un anno dopo ho aperto la libreria, grazie all’aiuto dei miei genitori (non solo in termini economici) che non mi dovevano nulla e che mi hanno dato tutto e grazie all’aiuto di Veronica, amica e compagna, il cui ruolo è stato fondamentale.

Libreria LGBT, queer e femminista: come mai hai scelto di dare queste identità alla tua libreria?

La caratteristica della libreria era chiara nella mia mente. Non poteva trattarsi di cultura omosessuale e basta, ma doveva rappresentare i percorsi migliori della cultura lgbt, di quella femminista e di quella queer. Elementi e pezzi di un presente che per me non possono essere letti, appunto, separatamente ma che si relazionano tra loro in dialettica e che avanzano (o regrediscono) in base alla relazione.

Una libreria è un bene prezioso per un quartiere: come ti rapporti alla tua zona, e che servizio offri?

La libreria è stata accolta in quartiere in maniera tutto sommato positiva. La zona di via Kramer è una zona ricca, dove vivono personaggi politici e televisivi famosi e dove tutt* si sentono più ricchi di altri. Ricchezza economica che significa anche ricchezza culturale nella maggior parte dei casi e dove comunque significa perbenismo (più o meno di facciata). All’inizio non entrava nessuno della zona in negozio, ma curiosavano da fuori. Oggi prenotiamo anche libri di scuola per i figli e le figlie delle famiglie della zona.
Quali sono gli eventi culturali che proponi, e quale il fil rouge che li conduce?

Il servizio maggiore che offriamo è l’attenzione ai titoli offerti, l’eterogeneità e la specificità dei prodotti. Solo libri e titoli che difficilmente sono esposti in altre librerie, solo titoli italiani e stranieri che trattano genere, sessualità, lgbtq e femminismi sotto diversi punti di vista. Il resto non lo abbiamo e non vogliamo averlo perché si trova in altre librerie. E questo vale anche per le iniziative che abbiamo fatto. Libri a tematica lgbtq e femminista raccontati ed esposti al pubblico da autori/autrici più o meno famosi con l’attenzione nel ricreare un luogo sicuro, protetto, accogliente e sereno. Allo stesso tempo ci siamo messi in ascolto delle associazioni e delle realtà lgbtq e femministe della città collaborando a diverse iniziative, dentro e fuori la libreria e costruendo relazioni importanti. Il fil rouge è dare spazio (fisico, culturale, politico…) alle culture che caratterizzano la libreria. Indipendentemente dal genere quello che facciamo vivere e riproduciamo e un laboratorio costante di narrazioni e pensieri lgbt, queer e femministi.

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Cosa pensi del movimento LGBT di oggi in italia?

Sul movimento lgbt in Italia non ho un’idea compiuta al 100%. Penso che la vittoria della legge Cirinnà sia quello che molti sapevano; un indebolimento del movimento. L’associazionismo è cambiato, il suo ruolo è cambiato. Servirebbe molto tempo per capire lo stato del movimento però mi sento di dire sicuramente che da una parte la lotta per i diritti come focus centrale e forte ha determinato molto in negativo il movimento. Si è smesso di pensare, di produrre idee e immaginari, si è scelto di avere dei referenti politici o dei rappresentanti lgbt nella politica a cui delegare troppo (anche inconsciamente). Il risultato è forse quello che ci meritiamo. Una mezza legge ottenuta a suon di umiliazioni in Parlamento. Nei giorni della discussione parlamentare sulle unioni civili ci hanno insultati, hanno insultato i figli/le figlie delle coppie omogenitoriali, hanno citato la Bibbia…e noi dove eravamo? Intendo, dov’era il movimento? Nelle piazze…ma nelle piazze lontane nel tempo e nello spazio dal Parlamento. Non siamo stati in grado di fare pressione e molti hanno detto “meglio questo che nulla”. Questo è il movimento?
Le associazioni oggi fanno dei lavori importanti e lavorano davvero con le mani in pasta (sportelli di mutuo soccorso, gruppi di ricerca, sportelli legali, ecc….) ma non vedo più la forza politica lì.
Quello che noto è che in generale una parte di movimento ha per troppi anni associato la parola diritti alla parola normalità, con narrazioni normalizzanti e quindi escludenti.
La retorica del “anche noi amiamo”, “siamo cittadini che paghiamo le tasse” “siamo uguali” ha prodotti immaginari a mio giudizi pericolosi. Ho sempre pensato che i diritti vadano ottenuti al potere con battaglie che conquistano spazi di libertà e di potere, spazi sottratti al potere istituzionalizzato. Se il terreno di partenza della battaglia non si pone questo allora la battaglia è in parte vuota. Ho visto Pride con sindaci in prima fila, gli stessi che appartengono a partiti politici che hanno legalizzato il lavoro precario o sfruttato; sponsor di marche che sfruttano popolazioni e che non rispettano i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Rappresentanti di consolati di paesi imperialisti che hanno insegnato quante bombe servono per importare la democrazia liberale in altri paesi. Insomma. Abbiamo voluto i diritti, abbiamo lottato per i diritti e alcuni hanno voluto farlo alleandosi con chiunque, leggendo la propria identità solo come identità sessuale. Oggi possiamo unirci civilmente ed è importante, perché è stata un vittoria contro il potere reazionario e omofobo di questo paese. Però poi la Cirinnà ci dovrà spiegare come il suo partito pensa che possano sposarsi o unirsi civilmente due ragazz* precari. Sui diritti lgbt si è giocata una battaglia di civilità per alcuni, battaglia che oggi vede il nostro paese più civile. Non riesco a pensare all’Italia come un paese civile, soprattutto se quella civiltà è stata ottenuta grazie a chi ha introdotto la legge Minniti Orlando, o a chi ha stretto patti economici con la Russia, a chi respinge migranti in nome del decoro. Non riesco proprio.

E su quello femminista?

Il movimento femminista conosce oggi una fase interessante. E’ un movimento che ha conosciuto ondate, vittorie, intersezioni con altri settori di movimento ma soprattutto un movimento che non ha mai smesso di elaborare (al contrario di quello LGBT mainstream). Nel Novecento è stato quel movimento che come il movimento operaio ha avuto un raggio di azione mondiale. E’ un movimento molto ampio ed eterogeneo. In Italia il femminismo della differenza ha avuto un’egemonia culturale molto forte producendo secondo me molti danni. Oggi assistiamo però a qualcosa di importante. Non Una di Meno è una forza internazionale che mobilita donne in tutto il mondo , produce confronti e rivitalizza i femminismi. Il femminismo insegna una pratica con cui vivere, una messa in discussione costante dei nostri atteggiamenti, pensieri, linguaggi, scopate. Una parte di femminismi ha praticato prima di teorizzare l’intersezionalità di cui oggi si parla molto e questo è un altro contributo enorme.

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Parlaci del rimake…

Rimake è uno spazio sociale che ha compiuto quest’anno tre anni di occupazione. Fa parte, come dicevo precedentemente, alla rete CommuniaNet una rete nazionale anticapitalista, fortemente incentrata sulla ricerca di nuove pratiche e linguaggi all’altezza della complessità della realtà, che pone al centro il mutuo soccorso conflittuale, la solidarietà, l’autorganizzazione dei soggetti oppressi e la difesa dell’ambiente e della dignità delle vite contro speculazioni, oppressioni, discriminazioni, precarietà razzismo e ingiustizie.
RiMake si trova ad Affori e lì cerca di costruire relazioni con il territorio quotidianamente, ospitando al suo interno una Serigrafia, progetto di coworking e di fotografia e una sala prove autogestiti. Lo spazio politicamente si concentra su tre aspetti quest’anno: le questioni di genere, grazie anche alla presenza del neocollettivo femminista Gramigna e grazie alla presenza di comapagn* che da anni lavorano su questi temi in Italia sul piano dell’attivismo e della produzione teorica, la questione della sovranità alimentare in relazione al progetto nazionale di Fuori Mercato , che organizza l’appuntamento del pranzo popolare ogni domenica del mercatino dei produttori agricoli ogni seconda domenica del mese, e il progetto con i migranti del centro di Bresso con i quali si costruisce un progetto di autoreddito a partire dalle necessità e volontà dei soggetti con i quali si portano avanti anche battaglie sul tema dei diritti e delle singole richieste fatte tramite uno sportello legale ad hoc dentro lo spazio. Oltre a questo ovviamente organizziamo presentazioni di libri, cineforum, dibattiti pubblici su temi generali, con particolare attenzione sulla situazione siriana, feste e momenti ludici, intesi sempre come momenti politici di sperimentazione per altre forme di relazioni e socialità. Non dimentichiamo la tradizione delle feste queer, le più riuscite e le più attese che con onore ci hanno fatto identificare spesso come il centro sociale delle froce di Milano.
Ci relazioni con diversi interlocutori e abbiamo costruito diversi momenti politici della città senza mai però perdere l’obiettivo: costruire strumenti per l’autorganizzazione dei soggetti in termini intersezionali. Oggi Rimake rischia di essere in pericolo perché la speculazione cerca di riprendersi ciò che per anni aveva abbandonato, a noi tutt* spetta difendere un bene comune come si è mostrato essere RiMake in questi anni.

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Come ti rapporti, invece, alla realtà pansessuale/bisessuale?

Non conosco molto bene la realtà dell’attivismo pansessuale né quella bisessuale; ho letto diversi testi al riguardo e negli ultimi due anni ho rivisto le mie posizioni sulla bisessualità. Ho molti dubbi sull’idea che esista un oppressione specifica per i/le bisessuali; non nego ovviamente che subiscano delle discriminazioni forti e che quindi sia giusto una percorso di autodeterminazione e liberazione dei soggetti bisessuali che parta da loro e dalle loro esigenze e di colleghi ovviamente con le battaglie del movimento omosessuale lesbico e trans*. Solo che mi interrogo sulla relazione tra questa discriminazione e l’oppressione più generale dell’eteronormatività, e qualcosa non mi torna. Non ho una posizione quindi aspetto volentieri di trovare luoghi di confronto. Intendo dire, l’oppressione specifica si riscontra laddove ci siano comportamenti, linguaggi, simboli, individuali o di coppia che socialmente riconducano questi fuori dalla norma eterosessuale ed etero normativa e fuori dal binarismo di genere.
Il gay è socialmente riconosciuto come tale se ha un comportamento o un atteggiamento di un certo modo ( fuori dai canoni maschili, in intimità con un altro corpo maschile, ecc….) e così la lesbica e la/il trans*. Esistono ovviamente le discriminazioni specifiche che i/le bisessuali subiscono in quanto tali, stigmatizzati perché non vedono riconosciuti l’identità di orientamento sessuale che si rivendicano. . I miei interrogativi sono su un piano teorico più ampio. Esiste un oppressione bisex? O la discriminazione subita è riconducibile all’omosessualità o al lesbismo? In parole povere, a livello sociale e pubblico un/una bisessuale è riconoscibile in quanto tale o viene individuat*, e quindi nel caso discriminat*, come etero o omosessuale/bisessuale? È chiaro che è un ’identità sessuale non eterosessuale, che esce dal canone etero, ma la discriminazione avviene laddove trasgredisce la norma socialmente, e quindi laddove la persona viene riconosciuta come omosessuale o lesbica.
La pansessualità invece mi piace molto, la trovo interessante. Perché porta in sé la rivendicazione sociale della decostruzione del binarismo di genere. Non si tratta di essere bi, cioè di essere attratt* da uomini e donne ( rafforzando implicitamente il binarismo appunto) ma di potersi concedere la libertà di essere attratt* sotto vari punti di vista da persone con corpi e identità di genere vari. In tutti i casi credo che chi si definisce pansessuale ha quasi sempre un percorso politico e culturale alle spalle importante, perché è un termine non comune e abbastanza elitario per il livello di contenuti che porta con sé. Diffondere questa visione delle sessualità e delle identità è sicuramente importante perché crea avanzamenti contro il binarismo e l’eteronormatività.

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E a quella transgender?

Ho avuti molti più rapporti con la realtà e le persone transgender. A livello più teorico l’incontro è obbligatorio laddove ci sia un interesse per gli studi di genere in generale. A livello personale ho conosciuto diverse persone trans*, per la maggior parte non attivist*; penso che una delle discriminazioni più forti che dobbiamo riconoscere derivi dalla parte omosessuale e lesbica del movimento. Il mondo trans* tra le altre cose è sempre stato quel mondo che più mi ha trattenuto sul piano della realtà; la transessualità per sua definizione è un rafforzamento del binarismo di genere e così viene anche spiegato in “buona fede”: un uomo che diventa donna, una donna che diventa un uomo. In effetti la transessualità in linea teorica rafforza il binarismo di genere perché a partire dal riconoscimento di alcuni feticci o caratteristiche fisiche di un genere x vuole cambiare e approdare all’altro (che lo si riconosce a partire dal riconoscimento di feticci e caratteristiche fisiche). Un ftm non metterebbe mai un rossetto rosso sulle labbra sul posto di lavoro. Perché il rossetto è da donna e la sua necessità è di rafforzare l’idea sociale e culturale di apparire uomo. Questo è quello che ho imparato con le persone trans* non attivist*, mi hanno fatto capire che quello che desiderano non è altro che la sacro santa normalità . Al tempo stesso considero la transessualità rivoluzionaria perché il passaggio, prevede la messa in discussione del corpo e dei rapporti, perché rappresenta la parte migliore dell’atto performativo di genere, perché passa attraverso l’intervento artificiale o ormonale che cambia e modifica quel corpo che la cultura cattolica ci ha insegnato a rispettare in quanto sacro. E’ rivoluzionario soprattutto perché prevede la ricostruzione di un genere su misura per se stessi, la maggior parte di volte ovviamente plasmato in base ai canoni sociali ovviamente, ma mantiene sempre una parte unica e nuova. Il limite forse è che è una parte probabilmente molto personale e individuale, che poco viene fatta diventare strumento collettivo per una messa in discussione sociale più ampia. Mentre una checca che si definisce tale e si rivendica il suo essere checca sbandiera socialmente (e giustamente) il suo appartenere al genere biologico maschile con comportamenti riconducibili ai canoni femminili conditi con un linguaggio sessualmente esplicito tanto da mettere in crisi tutti , etero gay preti e progressisti, il soggetto trans* la maggior parte delle volte ha una necessità molto forte di non far riconoscere socialmente il suo sesso biologico di nascita, nonostante abbia lavorato molto di più sul concetto di genere con se stess*. Questo non vale ovviamente per militanti trans* che invece, per scardinare l’idea binaria del genere, usano molto le loro storie personali per raccontare quello che non si sa, e il racconto in questo caso assumente caratteri politici forti, perché trasmette strumenti per leggere se stess* e la realtà.

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4 pensieri su “Intervista a Mauro Muscio, “la libraia” del movimento LGBT milanese

  1. però non capisco cosa c’è do sbagliato nella normalità e nel desiderio della stessa. Un uomo transgender che non mette il rossetto magari non lo mette perchè non ha voglia di metterlo e non “rafforza il binarismo”, è semplicemente un uomo transgender e così le donne transgender. E una persona bisessuale non “rafforza il binarismo”, è semplicemente una persona attratta da uomini e donne. Comunque nelle risposte leggo i difetti tipici di certa sinistra ultraradicale

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  2. e poi anche i pansessuali avranno delle preferenze estetiche, quindi avranno corpi che trovano più attraenti di altri, quello che non si comprende è che essere pansessuali o bisessuali non è una ideologia da contrapporre a un’altra, ma sono orientamenti sessuali statisticamente meno frequenti dell’eterosessualità ma ugualmente degni. Dire “la pansessualità è progressista, la bisessualità no perchè non lotta contro il binarismo” non ha senso, non stiamo parlando di dottrine o di ideologie ma semplicemente di attrazione sessuale e affettiva, i gay, gli etero e i bisex non sono più conservatori (o più progressisti) dei pansessuali, sono semplicemente persone con un altro orientamento sessuale.
    Una coppia gay che vuole sposarsi è eteronormata secondo lui? secondo me, no. L’eterosessualità non è normativa in sè; l’omo-trans-bifobia lo è, e va combattuta

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