L’Architetta e il rigurgito machista e misogino

Il caso di attualità delle tre professioniste che hanno ottenuto Architetta nel timbro ha scatenato un rigurgito di machismo, che ha coinvolto architetti e ingegneri maschi populisti e misogini, ma anche commenti di donne professioniste che, al di là dell’opinione sulla questione grammaticale, hanno dimostrato di avere poca coscienza di genere.

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Ho un account che uso per la professione, e in cui, a parte alcuni amici intimi (LGBT e non), quasi tutte sono persone che partecipano alla vita “social” legata agli ambienti dell’architettura, dell’ingegneria e del design.

Le due bacheche (dei miei due account) propongono due panorami totalmente diversi: se in quello pensato per l’attivismo a volte mi indispone la monomania del gender, il “sinistrismo” esasperato, l’odio per chi mangia la carne, il politically correct estremo, nell’altro siamo ai livelli di “e i Marò?”
Ebbene si: l’architetto/ingegnere medio, almeno quello dei social, è un tizio che legge Il Giornale, che dà la colpa di tutto agli stranieri, etc etc.
Mi sono tappato il naso per molto tempo, perché infondo con questa gente interagisco rispetto al mio blog professionale, e speravo che fosse “irrilevante” l’avere una posizione politica diversa (del resto io ho una posizione politica diversa anche da chi è mio amico nell’altro account), ma chi è attivista matura, per forza di cose, una visione delle cose maggiormente profonda sul tema delle istanze e dei diritti civili, della cultura sulla diversità e sulle minoranze, e non riesce mai realmente ad occultare il suo pensiero in merito.

Tutto è nato quando mio contatto, un becero machista qualunquista, ha postato un articolo che parlava di 3 arch. donne che avevano ottenuto “Architetta” nel timbro.
Ovviamente il “gentil signore” vomitava su queste tre professioniste un sacco di stereotipi e preoccupazioni“, tra cui che si “rischiasse” che le donne non pagassero più InArCassa e che fossero “favorite” nel lavoro.
A questo si aggiungevano link a giornali populisti che avevano dato la notizia in modo becero, insulti alla Boldrini, provocazioni grammaticali prive di senso logico (InarcassO, entO, autistO), e misoginia sfrenata.

Ho provato a scrivere in merito sul mio blog di architettura, ma il risultato è stato pietoso: l’analfabetismo funzionale dei miei arch-amici facebook era molto più elevato rispetto al FB destinato all’attivismo: tutti hanno commentato l’articolo senza leggerlo.

Nessuno, neanche le lettrici professioniste donne, sembravano essersi accorte del punto dell’articolo: non tanto l’introduzione della parola architettA (per cui l’articolo dichiarava la mia preoccupazione per l’imposizione del femminile come unica opzione), ma il rigurgito becero, che rappresenta una cartina tornasole di quanto questo machismo sia presente nel mondo dei professionisti e delle professioniste dell’edilizia, e di quanto le donne se ne siano abituate, tanto da non riconoscerlo durante episodi come questo.

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Mi ha sorpreso l’esigenza dei colleghi maschi di “perculare” per far sì che nessuno, nella discussione, potesse prendere sul serio il tema. L’architetto maschio, che ha risposto, ha quindi cercato in tutti i modi di sminuire il problema facendo sì che i lettori percepissero il tutto come qualcosa di inutile e frivolo.
Benaltrismo alle stelle: l’importante era chiudere l’argomento, essendo risentiti persino che sia stato preso, talvolta ricordando altri problemi” delle donne (di cui però chi è intervenuto non si occupa, nè intende occuparsene), o addirittura “i problemi del professionista”, cancellando la tematica femminile e lasciando intendere, o proprio dichiarando, che la donna non è affatto danneggiata, ma sarebbe addirittura avvantaggiata.
Poi ci sono stati quelli che, per non rischiare di apparire maschilisti, hanno chiarito che la loro compagna ha le palle e lotta ogni giorno (…).
Poi sono arrivati quelli (e quelle: anche le donne), che hanno cominciato con la storia che quando si tratta di un “ruolo”, il neutro maschile va bene. Chissà come mai invece “operaio/a” e “impiegato/a” non è un “ruolo”: il femminile disturba solo quando si tratta di posizioni di punta?
Infine (e avrei voluto risparmiarveli, ma ci sono anche loro), quelli che hanno iniziato a fare battute sulle tette.

Poi sono arrivate le donne. Prima le ingegnere che hanno dovuto ribadire l’infantile contrasto Ing VS Arch dicendo che solo gli architetti possono masturbarsi su questi temi frivoli (una forma di machismo che al posto di avere xy che vessa xx, stavolta avrebbe il duro ingegnere, maschio o femmina che sia, che sfotte il leggiadro ed eccentrico architetto).
Poi sono arrivate quelle che si sono vantate della “cavalleria” dei colleghi maschi, oppure che si sono vantate di “avere le palle” ed essere capaci di farsi rispettare, e che “se una ha le palle non servono battaglie e non serve piangersi addosso (in pratica la disparità va bene, devono essere i singoli ad avere più palle della classe dominante?).
Credo che ci fosse, in queste donne, un bisogno estremo di dimostrare appoggio all’uomo, e distanza dalle tre “femministe, ribadendo quello che avevano detto loro: ovvero che si trattava di un tema frivolo, e che le tre professioniste erano tre pazze, ridicole, e ideologizzate.
Infine, quelle che, colpevolizzando la donna, dicevano che devono essere le donne ad evitare termini che possano scatenare machismo (parole che finiscono con tetta e tette), come se il problema non fosse il machismo dei colleghi. Insomma, siamo ai livelli della donna che viene violentata perché esce con la gonna. E queste sono signore laureate, e non certo in scienze del passeggio.
Nessuna sembrava indignata dal fatto che il 90% dei commenti era di uomini che credevano di avere il diritto di decidere come è giusto che la professionista donna venga chiamata o gradisca essere chiamata.

Infine abbiamo avuto il rigurgito di alcune femministe, “indignate” non tanto del rigurgito machista dei morti di figa architetti, nè della debolezza delle professioniste coinvolte, ma dalla mia precisazione che, a tutela delle persone gender non conforming, genderqueer, non binarie e non amanti del dualismo verbale esasperato, avrebbero continuato a preferire architetto. Nell’articolo dicevo anche che sarebbe interessante sforzarsi di trovare nuove forme, magari neutre, ma questo mi ha causato l’accusa di Hitler, perché ovviamente, secondo loro, è “Hitler” chi vuole garantire la scelta, e non chi invece vuole imporre una desinenza non gradita da tutti (e mi sembra maternalistico dire che chi preferisce architetto è per forza vittima del machismo interiorizzato).

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Come Architetto, come antibinario, non posso tacere davanti al machismo del mio ambiente. Nè su questo assurdo rigurgito di intolleranza e misoginia.
Sono, pero’, sia transgender, sia antibinario, e a cuore mi stanno soprattutto le persone gender non conforming, quelle non rettificate, e quelle di identità non allineata ai due poli (maschile e femminile), che preferirebbero forme neutre e che in un mondo dove la grammatica non è così connotata da A, O, peni e vagine, ci stanno meglio.
Imporre differenze grammaticali di genere (sto dicendo imporre, come unica possibilità) significa mettere a disagio persone non conforming xx ed xy che, in un mondo in cui le professioni esistono solo con quella differenza grammaticale, sentirebbero imposta la vocale sbagliata nei loro timbri.
E per quanto mi rendo conto che per le femministe sia un problema secondario, e che riguarda poche persone, per me è IL problema (ad ognuno il suo, no?).
Se rimanesse la scelta tra Architetto e Architetta, o se (ancora meglio!) si aggiungesse la possibilità di usare forme neutre (progettista, architect), molte persone potrebbero stare meglio, ma questo non sembra importare a molte “femministe”.

A questo punto, dopo aver visto atteggiamenti beceri da uomini machisti, da donne poco consapevoli, da donne ideologizzate, etc etc, mi chiedo davvero se io non abbia fatto bene a scegliere una carriera aziendale, circondato da donne che si sposano, partoriscono, supportate da un contratto a tempo indeterminato, perché non sono soggette ai ricatti della vita al femminile come finte partite iva, in un mondo basato sul binarismo di genere, quello dove a regnare è chi è “forte” socialmente, quindi il solito maschio etero che legge Il Giornale.

 

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3 pensieri su “L’Architetta e il rigurgito machista e misogino

  1. il mondo è popolato (e lo è sempre stato) in grande maggioranza da uomini e donne, è un fatto, e questo tipo di dibattiti ne è la prova. Per me una donna che fa l’architetto è un’architetta e ha tutto il diritto di essere chiamata così, è giusto che la differenza di genere possa trovare cittadinanza anche nelle definizioni professionali per chi la desidera. tutti coloro di ogni genere,tanti o pochissimi, che per vari motivi vogliono usare la desinenza al maschile devono però continuare a farlo, senza imposizioni. Tu Nath sei un uomo transgender quindi sei un architetto

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  2. Questo tema delle professioni al maschile o femminile è vecchio di oltre un secolo.
    Credo sia iniziato agli albori del femminismo, fine secolo XIX (1801-1900) e risolto -sembrava- con le recenti polemiche boldriniane, di dare la desinenza al femminile per titoli e professioni.
    Se si fosse acquisita questa regola, per tutti (forse occorre un disegno di legge) non staremmo ancora a discutere su questo tema.
    Vale quindi, per le donne, architetta, ingegnera, dottoressa, avvocata, muratora, postina, carpentiera, falegnama, minatrice, soldatessa, becchina, controllora, chirurga, rettora, pubblica ministera, giudichessa, boiessa, papessa, macellaia, pilotessa, tornitora, aggiustora, fresatora (fresatrice è la macchina), parroca, pastora, barbiera, pizzardona, vigilessa,… solo la povertà di fantasia può porre dei limiti.
    Ci sono professioni che ancora devono trovare un nome soddisfacente per le donne.
    Es., ora vanno alla grande gli chef che, per importanza, sono la quarta carica dello stato:
    1- Presidente della Repubblica,
    2- Presidente del Senato,
    3- Presidente della Camera e, appunto,
    4- Antonino Cannavacciuolo, rappresentante di tutti gli chef, attualmente impegnato con lo spot pasta Voiello, quando non di Unieuro o di Ferrarelle.
    Ora, leggendo su Internet, trovo l’espressione “chef donna”.
    Non ci siamo, genere umano, e neanche ci accontenteremo di “cuoca” che suona piccolina, rispetto a “chef”.
    Propongo quindi Cheffa, sembra poco estetico questo nome, ma ci abituiremo.
    In fondo:
    “i nomi sono, dei puri, purissimi accidenti” (A.Manzoni, introduzione ai Promessi Sposi, prima edizione):
    “Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto agl’huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocché, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti…”
    Ecco, quindi il Manzoni ci invita a tener conto della sostanza.
    Noi possiamo aggiungere che, più che mai, oggi:
    NULLA E’ CIO’ CHE SEMBRA
    Se vediamo in strada qualcuno che sembra essere una donna, non è detto che lo sia; dobbiamo avvicinarci e chiedere, se la cosa ci interessa veramente, perchè c’è rischio di prenderci un ceffone.
    Così, se uno ti dice che è architetto o architetta che sia… ma voi credete di dovergli/le dargli/le retta?
    Se non volete affidare un lavoro in cui potreste rischiare di rimanerci sepolto sotto, non dovete accontentarvi di un biglietto da visita ma accertarvi, tramite un’agenzia specializzata, se colui o colei, sia veramente il/la professionista che cerchiate.
    Sono dei costi in più, ma ben spesi, per la vostra tranquillità.
    Leggete questo interessante brano di blog:
    http://mondodelbelli.blogspot.it/2010/09/papa-uomo-o-donna-una-sedia-forata.html
    Dove si parla di una sedia in Vaticano, con al centro un buco, per verificare, una volta eletto il papa, che effettivamente abbia i testicoli, perchè sembra sia stata eletta una papessa (Giovanna 850-855 d.c. col nome di Giovanni VIII), creduta maschio,
    Da cui il detto:
    “Puoi avere una gran testa, ma se non hai i testicoli, non sarai mai Papa”
    “In data odierna”, direbbe Totò, dobbiamo sempre “toccare con mano” e possibilmente tastare per benino, se non vogliamo rimanere fregati dalle apparenze.
    La lotta LGBT potrà dichiararsi conclusa, solo quando quella sedia sparirà e il Papa potrà essere Papessa, con le sembianze che riterrà più opportune.
    Solo così saremo più vicini a Dio, che, come noto, è incorporeo, quindi senza sesso; anche per questo si avvalse dell'”Immacola Concezione”, per ingravidare Maria Vergine, messaggero “L’Arcangelo Gabriele” che in ebraico significa “la forza di Dio”.

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