Cari lettori,

non so se sto per farvi leggere un saggio o una pagina di diario.
Sono un attivista di tradizione fortemente transgender: il vissuto prima di tutto, e dal vissuto, sempre dal vissuto, le riflessioni sociologiche.
Forse sarete abituati a saggisti, sociologi, antropologi di professione, ma quando questo blog è nato, alcuni temi non erano ancora arrivati in Italia, o forse non erano ancora stati “metabolizzati” in generale, e si è dovuto “inventare” un modo di parlarne.

Romeos1

I miei primi contatti con la comunità LGBT sono stati, non ha senso negarlo, virtuali.
Vivevo in un paese in provincia, in un’Isola, ma provenivo da una delle prime famiglie “illuminate” che aveva internet, e io ero negli anni più importanti della mia adolescenza.

Non cercai siti transgender, forse non ce n’erano neanche. La mia consapevolezza al maschile non aveva “trans” nel suo bagaglio di parole. Le trans le avevo viste solo nei film di Almodòvar, al cinema (Tutto su mia madre). Mi ero sorpreso di come queste donne trans potessero essere anche “lesbiche”, così come mi ero sorpreso di un ragazzo ftm, assolutamente eterosessuale, che in modo sfuggente aveva partecipato ad un programma di Alda De Usanio, si chiamava Antonio, per poi sparire nell’oscurità senza che internet ne portasse traccia. Ero stato censurato nel tentativo di parlare di questi due spunti dati dai media per leggere me stesso, e così li avevo accantonati, forse immortalati in una pagina del mio diario virtuale di allora, per passare ad altro.

Era l’esperienza gay maschile quella che sentivo più vicina a ciò che provavo io. Ricordo un professore, un omosessuale velato, la cui omosessualità era il segreto di pulcinella, e a cui piacevano (anche se non credo sia andato mai “oltre“) i giovani corpi dei miei compagni del triennio del liceo. Esaltava, nel suo insegnamento di letteratura latina, gli amori fugaci tra uomini senior e ragazzi dai lineamenti gentili, e io fantasticavo immaginando di essere un Antinoo.
In quegli anni forse ho provato un’attrazione più sana che quella, penso del tutto mentale, per questo strano professore in là con gli anni: un mio compagno di scuola, non della mia classe, effeminato. Ci scrivevamo su MSN, inizialmente gli avevo fatto uno “scherzo” con un account al maschile, per cui si era preso una cotta (ai tempi pensavo che fosse uno “scherzo”, ma in realtà quei momenti erano gli unici in cui mi sentivo davvero me stesso). Ci vedevamo di rado, e c’è stato anche qualcosa tra noi. Qualche bacio, lui che mi accarezzava i capelli della nuca mentre “facevo finta di dormire” appoggiando la testa su un tavolo. Eravamo entrambi privi di esperienze sessuali e a volte mi chiedo se quelle esperienze maldestre e mai “genitali” che avevamo fatto fossero state solo un modo di entrare in contatto io con la mia disforia e lui con la sua omosessualità, allora ancora latente.

Nel 2002, a cavallo tra il mio diploma e il mio trasferimento a Milano, nacque Gay.tv. Ero già stato in chat luixlui, quelle instabili chat java di fine anni 90-inizio 2000, e anche in tutte quelle mailing list di yahoo in cui i ragazzi gay si conoscevano e si sfogavano sulle loro vite disastrate e represse.
Tutto questo, però, e dobbiamo essere onesti a rivelarlo, faceva parte della mia vita in modo incostante. Passavano settimane in cui prendevano il sopravvento i problemi di salute, o familiari, oppure la fretta di dare gli esami in tempo, o l’amore per un bel ragazzo androgino dai lunghi capelli, come lo sono tanti, anche eterosessuali, in quell’età, e il cercare un modo per piacergli senza tra dire me stesso.

Poi c’erano le sperimentazioni. Quella volta ad un concerto metal in cui, anche se avevo i capelli fino alle spalle, una maglietta nera con una stampa heavy metal aveva più o meno mascherato il petto, ridotto grazie alla mia magrezza di allora, e per poche ore avevo provato un’inattesa esperienza di “passing”, e mi ero fatto dei film su come sarebbe diverso vivere da ragazzo. Ma quell’esperienza non la chiamai “trans“, perché per me quelle cose che sentivo dire, raramente e sempre in modo grottesco, sui media, sul “cambio di sesso“, non mi appartenevano.

E poi la chat, la chat gay, dove puoi essere Juri, o Gabriele, o anche un banalissimo Marco, nomi sempre diversi in modo da non potermi affezionare a quel “me”, esserlo solo per qualche ora, sentendo il desiderio del ragazzo che c’è dall’altra parte. Riesci a sedurlo con le tue parole, che percorrono un corpo, quello del giovane uomo, che conosci benissimo, che desideri tantissimo, che desideri avere, ma desideri anche possedere.
E poi c’erano di disegni. Colori a cera, ad olio, matite, pennarelli, rapidograph: tutto per scolpire una spalla, una schiena, anche una semplice mano maschile, e tante foto rubate, in viaggio, sui mezzi, per strada, a quei ragazzi dai lunghi capelli, dai volti timidi, che mi apparivano così dolci, gentili, sensibili, tanto da poter apparire innocui ai miei occhi di giovane persona che voleva sfuggire dai ruoli dicotomici, dall’essere in coppia con un maschile forte, che avrebbe richiesto un femminile prorompente, che non desideravo e di cui non ero, nè volevo essere, capace.

Sono passati anni, anni che ho passato in una relazione con uno di questi ragazzi “gentili“, che aveva avuto già una ragazzaccia tomboy, e per cui il mio aspetto, il mio “piglio“, la mia personalità non era un problema, ma un valore aggiunto, sempre che poi, socialmente, la mia identità, che era stata da me tratteggiata e disegnata sempre meglio e sempre maggiormente, non fosse esplicitata, per non “umiliare” il suo ruolo di parte maschile della coppia, unica parte maschile.

La nostra relazione finì quando l’impulso di fare attivismo, una volta laureato, un pò di fretta e in anticipo (solo l’indipendenza economica mi avrebbe tolto dalla clandestinità identitaria), divenne prepotente. Legavo all’attivismo il desiderio di potermi vivere come ragazzo gay.

Sarà stata la giovane età, che, una volta tagliati i folti capelli castani, che arrivavano oltre le spalle, mi consentiva una discreta androginia, ma trovai un luogo dove come ragazzo gay, in mezzo ad altri ragazzi gay, tra cui Stefano Aresi, allora presidente, potessi esistere.
Non mi addentrai al di fuori: c’erano persone anziane, regine del movimento gay e, soprattutto, lesbico, per cui io dovevo essere solo e soltanto una ragazzina etero, e non dovevo permettermi di invadere il loro mondo.
In quegli anni non c’era un’associazione trans. Ma fu un ragazzo gay, un attivista gay, non lo dimenticherò mai, a dirmi “Tu sei trans, sei un ragazzo, un ragazzo come me”.

Seguirono mesi di euforia di genere, nello sperimentarmi al maschile. La mia iscrizione su gayromeo come ragazzo, i tanti ragazzi che mi contattavano, il mio primo fidanzato gay, un attivista. Non sapeva nulla di trans, e i suoi riferimenti culturali erano proprio quegli attivisti storici che non avrebbero mai capito una situazione come la mia.
Non ero ancora molto maschile, ma lui sapeva vedermi uomo, e mi tenne la mano quando andammo alla mia prima proiezione di un documentario trans, dove vidi per la prima volta delle persone trans (si trattava di Antonia Monopoli, Porpora Marcasciano e Mirella Izzo). Mi tenne la mano, e, mentre si parlava di fidanzate di ftm, fece una domanda sui fidanzati degli ftm. Mi commosse tanto, e anche se la nostra storia durò solo quattro mesi, lo ricordo come il mio primo amore gay.

Poi venne un ragazzo di gayromeo, spregiudicato e libertino. Con lui tante peripezie, mentre io mi vivevo da attivista intransigente, figlio di una visione “in giacca e cravatta”, assorbita in quegli anni da chi mi fu padre in tema d’attivismo, e lui così libertino. Mi sembrava di vivere quella vita, anche se più che altro la vivevo ascoltando le sue narrazioni: una vita fatta di incontri fugaci, poliamore, chat sessuali, fatti davvero assurdi che fa a chi vive alla giornata tra un incontro e l’altro, e di cui rimanevo sopreso, però trattenendomi (perché la sorpresa mi riportava alla mia educazione xx, da cui mi ero faticosamente staccato).

Poi è arrivata la fiaccolata. La grande fiaccolata per una legge contro l’omotransfobia. Eravamo in quattro, inesperti e spiantati. Qualche vecchio attivista ci aiutò guidandoci coi contatti stampa, indicandoci quali permessi chiedere. Fu lì che conobi Deborah Lambillotte, quella donna trans di cui avevo sempre sentito parlare da Alessandro Martini, e grazie alla quale aveva compreso la mia definizione di ftm gay, ma i nostri sguardi si incrociarono per pochi minuti, perché la reincontrai molti anni dopo su facebook, non facendo in tempo a rivederla, vista la sua prematura scomparsa.

E poi ci furono gli anni di Pier Pour Hom, libreria gay sotto la guida di un imprenditore omosessuale, libreria che guardavo con occhioni spalancati da ragazzino curioso, piena di icone di una virilità prorompente. Timidamente avevo già mosso i miei primi passi all’interno di quella libreria, nella sua vecchia sede, accompagnato dal mio primo amore gay. Avevo soggezione per l’esuberante proprietario, un uomo gay di mezza età. Per me essere in quel luogo del maschile gay era un’emozione, un’emozione che, ora che tutte le librerie sono “intersezionali”, un po’ mi manca, anche se, in effetti, se Pier fosse stato un po’ meno intersezionale, io stesso non avrei potuto avere accesso.
Ora però, vi ero tornato da presidente milk, a fare da “padrone di casa” a Patrioli, a Paterlini e a tutti i miei miti giovanili, di un’adolescenza gay non vissuta a pieno.
E poi le corse fino alla metropolitana per cercare di parlare con Giovanni Dall’Orto, di cui da giovane avevo letto i libri, identificandomi con uno di quei timidi ragazzini “diversi” pronti a fare difficili coming out in famiglie di provincia. Ai tempi non avrei mai potuto immaginare che ne sarei diventato interlocutore, nemico politico.

Poi gli anni della presidenza, di cui in questo blog ho tanto parlato. Ma anche gli anni dei grandi amori, delle grandi convivenze, della quotidianità gay. Un compagno gay con cui convivere, avere altri amici gay, altre coppie gay con cui parlare di banalità, come la gestione della convivenza. Gli anni in cui il milk si trasformava in un’associazione Transgender e Bisessuale, e in cui la stabilità sentimentale e il cambio politico mi ha allontanato da quel mondo gay di cui sono diventato “figlio” prima di diventarlo del mondo trans, ma di cui mi sono sempre sentito un figlio illegittimo, un figlio indesiderato, un ammesso col permesso di soggiorno, revocabile in qualsiasi momento.

Quando sono diventato attivista, non esisteva una cultura “ftm gay”. Quasi tutti gli ftm gay erano bisessuali. Quasi tutti desideravano il corpo maschile, ma alla fine preferivano il contatto con quello femminile perché quello maschile dava loro disforia.
Ho provato qualcosa di simile con un mio ex fidanzato di Bolzano, molto androgino, piccolo, delicato, le cui mie manone ingombravano la sua intera schiena nell’abbraccio, facendomi sentire (come percezione fisica) molto grosso e molto uomo. Tuttavia, quando lo baciai, mi sembrò quasi di baciare qualcos’altro dall’uomo, e per me che non ho esperienze con le donne, narrare questo è difficoltoso. Per quanto un esile corpo molto femminile mi faccia sentire uomo, molto uomo, grazie alle fantasie accese dagli stereotipi, continuo a provare attrazione verso altri tipi di uomo gay e bisex.

E così, dopo essere stato questioning, aver dovuto trovare strumenti e compromessi per esistere, dopo essere diventato prima un attivista gay, poi un attivista ftm, dopo aver cercato di colmare un vuoto, che mi logorava, in una cultura ftm, politica e saggistica, che mancava, ed averlo fatto coi miei scarsi strumenti (del resto ho studiato altro), ho infine desiderato di porre fine alla mia solitudine come uomo ftm e gay, senza riuscirci.

Molte volte, sempre meno negli anni, gli uomini gay, taluni, non giovani, hanno cercato di marginalizzarmi e colpirmi. Offesi dal fatto che un ftm si possa dire uomo, e anche uomo gay, in quanto attratto dagli uomini, sono scaduti in insulti personali, definendo me, e gli altri ftm gay, come “donne etero“, dicendo che noi “usurpavamo” la definizione gay.
Eppure io avrei voluto degli ftm gay con cui confrontarmi.
Sono diverso sia dai gay cisgender, sia dagli ftm etero.
L’orientamento sessuale non è qualcosa che influisce solo su chi ti porti a letto o chi ami: cambia completamente le tue relazioni e il tuo modo di relazionarti.
Dopo anni in gruppi di autoaiuto, negli anni in cui, tranne poche amicizie, tra cui Alessandro Rizzo, le mie amicizie erano più che altro T, ho capito che il confronto con gli ftm etero non mi completerà mai abbastanza, così come non mi completa quello con le donne trans, che paradossalmente (soprattutto se mtf lesbiche, come Monica Romano e Laura Caruso), sento più vicine a me rispetto agli ftm etero.
Spesso sento in loro un modello, quello del maschio eterosessuale cis, che io sento lontano, da cui da giovane mi sono sentito oppresso. So che un gay può essere misogino a modo suo, forse anche di più, e ne sono stato vittima, bersaglio di chi come uomo T non mi ha mai voluto accettare, ma comunque ho sempre sentito una mia forte appartenenza all’universo maschile, e in particolare a quello maschile gay.

Questa nuova tendenza dell’attivismo LGBT a mettere al centro le tematiche femministe, inerenti al corpo delle donne, e non più le battaglie come la legge contro l’omotransfobia e la rettifica per i transgender non canonici, non mi interessa e mi genera disforia. Ho sempre sentito un forte bisogno di confronto col maschile, col maschile trans, col maschile gay.
Avrei voluto che si facesse “subcultura” come ftm gay, per l’esperienza che ci accomuna sia di trans (e so bene che è importante, prepotentemente importante), sia di gay (e non si creda che questa identità sia per noi meno influente di quanto lo è per i gay cis).

Penso ad alcune battute sentite in luoghi di lavoro del mio passato, dove il mio essere “veramente” uomo era sotto indagine, o si chiedevano come usassi la protesi con gli uomini, se fossi attivo o passivo, e quanto fossi disposto a pagare per fare provare esperienze passive a questi machi etero da strapazzo. Oppure l’insistenza nel farmi provare sessualmente la donna, per essere messo un po’ meglio nella scala della diversità. Battute simili venivano rivolte ai gay cisgender di quegli studi professionali: non alle donne, non alle trans, non alle lesbiche. Venivo coinvolto nella gara a chi ce l’aveva più grosso, più lungo. Erano luoghi dove avevo deciso di non nascondere nè il mio essere trans ftm, nè il mio essere gay, anche se sarebbe stato comodo presentarmi nella condizione standard di persona che fa un determinato percorso per poter raggiungere l’amore eterosessuale per la donna, un pacchetto semplice da capire e confezionale, ma che avrebbe offeso il mio complesso e profondo modo di identificarmi col maschile senza avere bisogno che la donna completi, con la sua presenza accanto a me, la mia virilità. Non è forse una riflessione che, magari un po’ diversamente, fa un ragazzo gay nell’accettarsi come uomo anche se non etero?
Spacciarmi per etero avrebbe ridotto, ai loro occhi ipovedenti, la mia identità maschile a una performance per attrarre di più la donna, o le donne in generale, lettura ingannevole e offensiva per i tanti ftm eterosessuali che non si identificano certo come uomini per fare manbassa di fanciulle.

Avrei davvero voluto potermi confrontare con altre persone ftm e gay, ma negli anni, a parte account di facebook spariti dopo pochi mesi, non ho avuto presente fisse e durature nella mia vita. Avrei voluto gestire con loro il difficile coming out, fatto da un me giovanissimo, con una famiglia che si è abituata al tuo timido, e innocuo, sguardo sul maschile, limitato a qualche poster degli efebici Take That, avrei voluto gestire col loro supporto i complicati coming out sui luoghi di lavoro, le mie prime relazioni coi ragazzi gay quando ancora non eravamo, noi ftm gay, una categoria “protetta” all’interno di gayromeo, dove chi ha gusti di nicchia può venire a pescarci, eppure sono stato solo, sono stato a mia insaputa “padre” di una cultura dopo averne tanto ricercato uno io, un padre politico che non è mai arrivato, nè gay, nè trans.

Apolide, figlio di nessuno, mi sono dovuto prendere uno spazio che non era mio, spingendo e spintonando, in un mondo dove chi ha il mio corpo viene zittito, silenziato, e deve alzare la voce per prendere la parola, che non ha mai la precedenza per passare.

Ora che mi sono ritirato mi chiedo se ho lasciato un segno, un solco, se la mia voce non molto profonda ha lasciato un’eco nel movimento, e in chi verrà dopo di me.

Vorrei immaginare nuove generazioni di ftm gay, non vagamente pansessuali, ma gay, prendere in mano la possibilità di fare cultura come ftm gay, e non farsi dire da nessuno che non sono abbastanza trans, o abbastanza gay, che non hanno il diritto di parlare come uomini, o come uomini che amano gli uomini.
Avrei voglia di vedere nuove generazioni di ftm liberarsi da quel triste retaggio dell’educazione sessuofobica che binariamente viene impartita alle nate femmine, che ci porta a non poter dire che un corpo ci piace in un certo modo, se ha determinate caratteristiche fisiche, esattamente come è concesso agli uomini biologici, etero o gay che siano, senza doversi nascondere negli inculcati “ma l’amore è cieco, quando ci piace l’anima“.
Vorrei che ci fossero ftm come me, fissati con la politica e poco inclini a saune e “porcilai” (adoro questa parola gergale, che uso assolutamente in modo neutro), ma che ci siano anche ftm con pc pieni di porno di Lucas Kazan e cellulari pieni di foto di manzi nudi. Vorrei che questi ftm gay trovassero un loro modo di scheccare e di fare genderfucking senza chiedere il permesso ai gay cisgender, e senza chiederle permesso agli ftm etero.

Vorrei che gli ftm gay producessero arte, racconti, letteratura, saggistica, e non quei disegni manga in stile terza media che vedo su Deviant Art. Vorrei vedere dei cognomi accanto a quei nomi, ahimè, strani ed esotici, di cui sono il primo portatore. Vorrei vedere fierezza. Vorrei che i ragazzi ftm gay uscissero fuori, e che non si lasciassero spaventare, che tirassero fuori le unghie (laccate?) e che tirassero forcine.
Vorrei che si facessero valere, in un momento in cui io, dopo la morte del mio vero amico gay, Alessandro Rizzo, mi sento stanco, demotivato.

Oggi è il primo San Valentino da single. Curioso che sia finito a scrivere questo papiro sull’amore omosessuale transgender.
Storyteller? Blogger? Saggista? Incapace di mettere una fine? Logorroico? Spero che qualcuno sia in ascolto, e che la mia storia, al di là delle sue valenze narrative e personali, possa aver acceso qualche ricordo in voi lettori, cis e trans.

Stanotte abbraccerò un orsetto di peluche come quando ero alle scuole elementari, e magari una magia lo trasformerà in un Teddy Bear, che potrebbe tenere compagnia ad un ftm gay “divorziato” per la notte.

P.s. Romeos, meraviglioso film del 2011 che narra la vita din un ftm gay