Gentili readers,

come sapete ho “trasgredito” il mio ritiro dall’associazionismo con l’evento a tema “Non med”, appartentente al calendario di Alessandro Rizzo, e in programma da ancor prima della fine del mio mandato “presidenziale”.
Riflettere sul tema “non med” e confrontarmi con altri ed altre “non med” ha messo a fuoco alcuni aspetti relativi alla vita da persona T non medicalizzata ma con l’ambizione di rendere visibile e dichiarata la sua identità di genere.
Premetto che, per quanto mi riguarda, è una sfida che inseguo da anni, seppur con immense difficoltà.

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Immagine carinissima tratta da https://www.youtube.com/watch?v=VpomQ-Mkcc0

Senza un cambiamento biologico evidente, i nostri coming out vengono recepiti come annacquati, e qualcuno (magari gli LGB, magari i trans med) ci dirà che ciò dipende da noi, dal non essere abbastanza assertivi, ma non è così.
Spesso diventa difficile anche solo dirsi T, quando l’altra persona, presumibilmente etero e cisgender, ha davanti quello che ai suoi occhi appare come comunissimo “esemplare” di donna biologica o uomo biologico, magari persino eterosessuale.
E così in noi nasce la vergogna, la paura di essere presi per pazzi o per “patetici”, per il fatto di non corrispondere, agli occhi di chi deve accogliere o meno il nostro coming out o istanza, al suo immaginario di persona trans.

Premetto che per molti “trans” corrisponde inequivocabilmente ad una persona di sesso maschile, vestita da donna, che può aver subito della chirurgia, magari al viso o al seno, attratta dagli uomini, presumibilmente straniera e ovviamente sex worker.
Anche chi, sensibilizzato dai Dossier di Sabrina Ferilli, dovesse aver capito che ci sono anche trans non sex worker e che ci sono trans in entrambe le direzioni, si aspetta la persona trans “nata nel corpo sbagliato”, che desidera più che altro il cambiamento fisico, e che solo secondariamente intende chiedere il rispetto del genere d’elezione e del nome d’elezione, dato su cui queste trasmissioni televisive non si soffermano mai (anzi a volte insistono sul nome anagrafico d’origine).

Chi di noi è maggiormente sgamato, coraggioso e creativo, cerca di chiedere compromessi a datori di lavoro, capi, colleghi, amministratori di condominio, oppure ai fornitori ed i clienti, che entrano in contatto col nome anagrafico (magari per questioni retributive o burocratiche) e, una volta saputolo, tendono ad usarlo.
C’è chi trova compromessi riuscendo a non dire di essere trans, informazione che spesso peggiora la situazione, creando pettegolezzo, o invogliando quasi queste persone ad usare ancor di più il nome anagrafico, quando non a compatire la persona.
Magari qualcuno chiede semplicemente che sia usato un nome al posto di un altro, non dando chiare spiegazioni sul motivo, soprattutto quando il nuovo nome risulta unisex o un’abbrevazione di qualcosa che può declinarsi al maschile o al femminile. Queste soluzioni spesso, in mancanza di passing, riscontrano un maggiore successo, perché turbano di meno il sentire della persona comune, riportando la persona “gender non conforming” e “senza passing” in una dimensione di persona “alternativa” e non di persona “trans”.

Per simili motivi, spesso, alcuni trans non med, con identità binariamente maschile o femminile, decidono però di presentarsi come genderqueer/genderfluid/non binary (dett* anche enby), per evitare definizioni pesanti e “con una brutta reputazione”, come transessuale e trans, che sarebbero immediatamente ricondotte, dalla persona media, al disagio mentale o alla prostituzione, e usando definizioni più leggere e fresche, riconducibili, per chi è ignorante, ad una ribellione ai ruoli e agli stereotipi, più che ad una collocazione identitaria e legata ad una disforia (che però spesso è presente).
Premetto che non sto dicendo che le persone realmente genderqueer e non binary non esistano, così come esistono le persone bisessuali e pansessuali, ma è vero che queste definizioni spesso vengono usate per esporsi parzialmente in ambienti “ruvidi”, dove altri coming out verrebbero accolti molto peggio.
Io stesso mi sono reso conto, monitorando parole come “transgender” e  “transessuale” con Google Alert, allo scopo di farmi inviare tutti gli articoli che escono in Italia su questi temi, che il primo termine è quasi sempre associato ad articoli di attivismo, il secondo a risse, prostituzione, criminalità. Vogliamo davvero criticare chi sceglie bene ogni parola quando fa coming out col capo o coi vicini di casa?

Il problema di questi coming out e successive richieste, come far sparire il nome anagrafico da mail, buoni pasto, badge, oppure da verbali di condominio, o dall’elenco dei condòmini custodito dalla portinaia, reggono per periodi anche medio-lunghi (per mesi o per anni), ma poi quando un evento “turba” l’equilibrio, si ripiomba nel deadnaming.
Basta che esca una nuova legge sulla privacy, come il GDPR, e magari i datori di lavoro ti dicono che sono costretti a mettere in chiaro i tuoi dati anagrafici, che magari da anni non usava o conosceva nessuno escluso il tizio che ti prepara la busta paga, per una questione di trasparenza coi clienti, oppure basta che cambi la tua portinaia, e quella nuova magari non capisca che il nome anagrafico non lo deve rivelare, anche se hai provato a spiegarglielo, e magari lei lo pronunci per salutarti proprio davanti ad un tuo cliente, o magari ad un tuo fidanzato/a.

Poi si creano problemi complessi. Ad esempio, puoi di certo ordinare i pacchi su Amazon e su Ebay mettendo il semplice cognome, decorato da un simpatico Dr. se ci va, e tutto va bene finché a riceverli siamo noi, o una custode, e finché quel Dr. Cognome appare anche sul campanello. Peccato che poi capiti sempre che un pc ordinato su Amazon arrivi proprio quando tu e la custode non ci siete, e che vada ritirato alle poste di Vergate Sul Membro, dove non riconoscono che sia proprio “tu” la persona a cui dare quel pc. E poi abbiamo le bollette che arrivano col nome anagrafico, MA anche i romanzi del tale ftm di Domodossola che ha scritto sul suo doloroso coming out e ovviamente vuole regalare le copie all’attivista che lo ha ispirato, e te le invia col nome con cui ti ha conosciuto. A quel punto la custode, che ti vede vivere da solo, e avere pure un aspetto strano, cosa fa? Mette in giro strane voci sul fatto che ti travesti, hai un doppio nome, e una doppia vita, e tempo tre giorni tutti ti salutano col nome anagrafico quando passi mano nella mano col tuo nuovo fidanzato.

Quello che voglio farvi capire, con questi simpatici aneddoti, è che quando sei “non med”, misgendering e deadnaming sono all’ordine del giorno, e questo accade perché tu non riesci ad essere “forte” nella tua richiesta. Non dipende ovviamente da te, dalla tua forza interiore. Il problema è proprio che le condizioni non ti danno l’autorevolezza che la società, con le sue attuali convenzioni, richiederebbe.
Loro potrebbero capire se tu parlassi del tuo corpo che man mano comincerà a cambiare, sembrando sempre di più quello di coloro che loro chiamano uomini (o, nel caso della direzione opposta, donne). Loro capirebbero di più anche se tu “psichiatrizzassi” il tuo coming out, dicendo che sei “nato nel corpo sbagliato”, soffri di disforia di genere” (non parlerei mai così della disforia in un coming out), che “ti senti” uomo (o donna) o che vuoi “diventare” uomo (o donna). Sentirebbero le stesse parole che hanno sentito nel programma Rai della Ferilli. Forse potrebbero addirittura, anche in una stagione politica così aspra, provare tenerezza per te.

Poi però ci siamo noi: i transgender non medicalizzati. Certo possiamo “transizionare” anche tramite accorgimenti, tramite diete, tramite palestra, tramite il vestiario e il taglio di capelli, ma tutto ciò richiede uno sforzo continuo, perché il nostro corpo e la sua natura ci porta nella direzione opposta. Nel caso di noi ftm, i risultati della palestra dureranno poco se non siamo costanti, e comunque richiederanno un lavoro doppio rispetto ai “cugini” xy, se ingrassiamo perché siamo un po’ depressi, il grasso ci si depositerà sui fianchi o “sul balcone”, o ci verrà un facciottino tondo che eliminerà ogni rude e virile spigolosità del volto, e dovremmo abusare dei parrucchieri vista la velocità con cui i nostri ormoni fanno crescere i capelli, rivivendo continuamente il trauma di un barbiere che non ci fa accedere o di un parrucchiere gay che non capisce un cacchio e vuole farci fiorire nella “nostra femminilità”.

Poi ci sono gli amici, gli amici cis oppure trans medicalizzati, che ci dicono che “dobbiamo impegnarci”, e se da un lato sappiamo che a livello pratico hanno ragione (se mi pettino come Shakira ho poca possibilità di passare come uomo, ma anche come ftm postulante genere grammaticale maschile), ma che in qualche modo avallano qualcosa che noi da sempre vogliamo combattere: gli stereotipi di genere. E’ forse meno maschio un motociclista coi capelli lunghi e ingellati? No, ma se sei ftm, e perdipiù non med, i capelli te li devi tagliare ogni mese. E’ un fatto.
Non è tanto una questione di “passing”: un ftm non med è raro che “passi” (anche se certe lesbiche butch vengono scambiate in continuazione per uomini e buttate fuori dai bagni delle donne), ma è un altro tipo di passing che inseguiamo: quello dell’apparire “almeno” trans, in modo da poter essere credibili come “nati nel corpo sbagliato. Insomma, dobbiamo “impegnarci” a sembrare perlomeno convinti nell’intento di apparire il più possibile maschili (se in direzione ftm) e femminili (se in direzione mtf), salvo poi subire dalle femministe e dagli attivisti gay storici un fiume di critiche perché “agli stereotipi di genere ormai ci crediamo solo noi trans”, quando in realtà è solo un modo per sfruttare il tanto odiato binarismo per convincere vicini di casa, baristi e colleghi di lavoro che “trans” lo siamo davvero.

Quante persone non med fanno coming out negli uffici, rivelando anche il nome con cui desiderano essere chiamati, ma dopo quella rivelazione, a volte fatta e rifatta molte volte, non cambia nulla? A volte addirittura le cose peggiorano, e i colleghi, completamente incapaci di comprendere la disforia, quel nome iniziano ad usarlo apposta giusto per essere divertenti o dispettosi. E’ successo a diverse mie amiche trans, di cui alcune anche medicalizzate, ma il cui passing era ostacolato dall’altezza e dalla voce.
Ma se non è neanche la medicalizzazione la “prova d’amore” che chi ci circonda pretende per prenderci sul serio, se è, banalmente, una questione di passing, chi non ce l’ha che cosa può fare? Deve arrendersi a una vita di deadnaming e di misgendering?

Eviterei gli approcci da “inqueersizione” secondo cui “gli etero sono tutti dei bastardi che non ci capiscono”, così come eviterei l’approccio secondo il quale la colpa è sempre nostra, siamo sempre troppo fragili, non ci sforziamo abbastanza, o non ci imbellettiamo abbastanza.
La verità sta nel mezzo. Le persone (la custode pettegola, il collega dispettoso, l’impiegata delle poste che il pacco non te lo vuole consegnare) non sono informate sui temi transgender e non riescono davvero a capire quanto la disforia distrugga una persona trans (anzi potrebbero vivere tutto come qualcosa di frivolo, un capriccio), ed è quindi importante pensare ad una strategia “ragionevole” per convincere queste persone del fatto che non essere chiamati in un certo modo è per noi importante. Come fare? I gruppi di autocoscienza T esistono anche per confrontare esperienze e poter mettere in atto le strategie vincenti più rodate, sempre che ce ne siano.
Se accettare che la persona media non è “bastarda” ma solo disinformata ci fa rimanere attaccati alla realtà in un’epoca in cui spesso delle narrazioni disforiche, miste a culto queer, ci portano alla negazione dell’evidenza, è anche vero che dobbiamo accettare che, in parte, la riluttanza ad accettare le nostre richieste, il non apparire abbastanza “credibile” per queste persone nella loro “scelta” di accettarci o meno come appartenenti al genere d’elezione, è legata ad una forma, consapevole o non consapevole, di “transfobia” (anche se forse si dovrebbe trovare un’altra parola, visto che la sfumatura che volevo dare non è ben rappresentata da “transfobia”).

Se fosse possibile per le persone T anche solo cambiare nome, se non genere, molti di questi imbarazzi (perlomeno quelli sul deadnaming, se non anche qualcuno sul misgendering) sarebbero evitati. Si tratterebbe di una versione 2.0 della “Piccola Soluzione, estesa ai non med, e ai non binary che non si sentono a proprio agio col loro nome anagrafico, e ne preferiscono uno unisex oppure coerente col genere d’elezione.

Di certo, avere un riconoscimento legale, ed avere il nome d’elezione su carta, spingerebbe le persone non med ad osare maggiormente con l’aspetto fisico, non dovendo più sottostare a funambolismi legati al vecchio nome anagrafico, e a gestire situazioni di velatismo in cui, sentendosi legalmente deboli, alcuni di noi vivono ancora magari per quanto riguarda relazioni umane o professionali molto occasionali (il dentista, l’ottico) in cui è presente il dover esibire il documento (fatture, ricevute) ma non vogliamo sconvolgere troppo col nostro aspetto (quindi ci facciamo la barba, se ftm, o andiamo in pantaloni se mtf).
Un riconoscimento legale, anche del semplice nome, ci farebbe sentire a nostro agio in tante situazioni della nostra vita, dal nome sul bancomat al ritiro di una raccomandata in posta.
Mi rendo conto che il movimento intersezionale ha portato tante nuove istanze, e che da due anni non si parli altro che di alcuni temi, ma le persone non med (binary e non binary) vivono ogni giorno situazioni di disforia, che invalidano la loro vita quotidiana (ad esempio anche il semplice gesto di mandare in giro il curriculum vitae o fare colloqui di lavoro senza provare vergogna e disforia).

So che molte persone trans med non sentono come propria questa battaglia, poichè quei cambiamenti li desideravano davvero e non li hanno di certo fatti per gli altri.
Però non si può sottovalutare il fatto che, anche se non avessero voluto farli, avrebbero dovuto, perché un giudice li imponeva affinché il loro aspetto fosse “rassicurante per la società”, e quindi non per il loro stesso benessere.
Sono convinto che i trans med, perlomeno gli attivisti, dovrebbero affiancare i non med in questa battaglia, anche se non ne sono burocraticamente toccati, per una questione politica e culturale: i nostri percorsi devono essere modellati in base ai nostri desideri e bisogni, e non a richieste esterne.
Il riconoscimento della condizione trans non med è quindi una battaglia di civiltà, che, oltre a dare dignità ai nostri percorsi, la restituisce a tutti i vissuti trans, rendendo il diritto di essere riconosciuti nel nostro genere d’elezione indipendente da ogni trattamento che ognuno di noi fa, o non fa, solo ed esclusivamente per il suo personale benessere.