Buon compleanno, Progetto Genderqueer…storia ed evoluzioni di un progetto, che diventa 2.0

8 anni di blog, di scelte linguistiche, di evoluzioni, raccontate da colui che ha iniziato quando era ragazzo, e che adesso guarda quegli anni con un sorriso. Le motivazioni della scelta, all’epoca, di un nome di rottura, la marginalizzazione subita come transgender non canonico, e l’approdo al 2.0, come approdo a nuove visioni ed interpretazioni.

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Ricordo l’apertura di questo blog come fosse oggi.
Avviene in un’epoca storica in cui internet è già ben radicato come strumento e agevola contatti e conoscenze, ma viene visto ancora come un mezzo per approdare poi ad una frequentazione o uno scambio di idee dal vivo o “migrato” in strumenti diversi (anche solo chiamate skype, con cui mi sono confrontato, in quei primi anni, con attivisti come Paolo Valerio o Mirella Izzo, che non erano spesso di passaggio a Milano).

L’idea di Progetto Genderqueer non è nata da un giorno all’altro: anni prima, quando Facebook permetteva che gli account fossero dedicato a un progetto e non “nominali” (nome+cognome), ho mosso i miei primi passi nel mondo dell’attivismo tramite quell’account facebook, l’account twitter (Alessandro Martini mi aveva convinto che il futuro sarebbe stato twitter) e la mail ad esso collegata, con cui ero iscritto su Yahoo Answers, e in una serie di mailing list (strumento importante di condivisione di pensiero, in quegli anni) a tematica squisitamente trans (disforia, androidi generici, ftm italia) o LGBT (spazio queer, e via dicendo).

I miei contatti col mondo dell’attivismo erano stati molto precedenti all’apertura del blog: escludendo il virtuale, direi il Milano Pride 2008, il Genova Pride Nazionale 2009, la militanza al Milk come responsabile del progetto blog e Ufficio Stampa del Treviglio Pride.

Non sapevo cosa sarebbe arrivato di lì a poco: l’entrata nel direttivo del Milk e poi la presidenza, la grande Fiaccolata contro l’Omotransfobia organizzata proprio sotto il cappello di questo blog, e così via.

Era il 5 agosto, il mio secondo giorno di ferie, “ferie” non pagate, del mio lavoro precario di allora, come modellatore e renderista di un architetto anziano che si è “sorbito” la mia metamorfosi estetica e a cui non dissi mai di me esplicitamente, ma spesso usava il maschile per parlarmi, poi… correggendosi. Non sarei mai più tornato a lavorare da lui, perché dopo quelle ferie avrei trovato un posto di lavoro stabile nell’azienda in cui lavoro tuttora.
Era il 5 agosto, in una Milano vuota e accaldata, e volevo fare qualcosa per ritagliarmi uno spazio dove potermi esprimere in modo “slow”, discorsivo, e non negli status e nei tweet, che, oltre a richiedere sintesi (che non è il mio miglior pregio), si perdono ben presto in un mare magno di informazioni più recenti che il social mette a disposizione.

Così, aprii il blog. Penso meriti uno spazio una discussione sulla scelta del nome. Io ero già militante Milk noto come Nathan, anche grazie agli incoraggiamenti di Stefano Aresi, allora presidente, e parlavo di me come ftm e non come di “altro”. La mia identità di genere percepita e dichiarata era maschile. Mi identificavo anche come ftm gay, o meglio “omoflessibile” o kinsey5, anche se l’eventuale attrazione da “altro” rispetto all’uomo era del tutto astratta e, diciamo “politica”.
Perché quindi usare “Genderqueer” nel nome?

Ai tempi, “genderqueer” era la parola che indicava tutti i percorsi “non cisgender” che non fossero di “transessualità medicalizzata e canonica”.
Erano periodi oscuri, in cui chi non era nel percorso standard, al di fuori di nicchie protette, come appunto il Milk di allora, non poteva così agevolmente dirsi trans o “ftm” (o “mtf”), perché le persone trans dei social di quegli anni ci tenevano a chiarire che chi era in un percorso come il mio non doveva assolutamente definirsi trans, o usare acronimi, come mtf ed ftm, che indicassero una “direzione” (che non essendoci una medicalizzazione a loro detta non esisteva), e quindi dovevano ripiegare sul ventaglio di termini, di sapore queer, che potevano alludere al fatto che la persona in questione avesse una disforia di genere, oppure un’identificazione da un genere non “previsto” per il suo sesso, ma non dovevano assolutamente “impadronirsi” dei termini trans, di “proprietà” di chi era in percorsi canonici e medicalizzati.
Era stato dimenticato, insomma, che le persone transgender esistevano anche prima dei percorsi ormonali, e che le prime attiviste trans erano quasi tutte non medicalizzate.

Ero giovane, erano tempi diversi, e ho pensato che GenderQueer (scritto con la Q anch’essa maiuscola) poteva essere un buon termine ombrello per indicare tutto l’universo di percorsi che non avevano cittadinanza nel mondo LGBT, e in quello T.

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Negli anni seguenti è successa una cosa che non attendevo e che mi ha reso onorato e sorpreso: il mio era l’unico blog italiano che usava certi termini (crossdresser, tranny chaser, transomosessualità, translesbismo, misgendering, cisplanning, cis-sessismo, transmisandria, ftm gay) e, forse grazie alla sua presenza costante sul web, con aggiornamenti più o meno regolari, google ha cominciato a considerarlo un sito autorevole, e a farlo apparire nelle prime posizioni quando qualcuno cercava termini, come transgender, minori transgender, crossdresser, bisessuale, per cui prima, ahimè, non usciva nulla in lingua italiana, oppure, e questo è ancora peggiore, uscivano solo ricerche morbose, legate a siti con finalità sessuali o di escortaggio.

E’ stato grazie a questa inaspettata indicizzazione su google, in anni in cui ero meno esperto con la SEO, e l’indicizzazione era tutta “naturale”, organica, che molte persone mi hanno raggiunto digitando su google delle “queery” che esprimevano “domande latenti” (sulla propria identità, o orientamento) a cui il blog rispondeva.

Ho ricevuto centinaia, migliaia, di mail, negli anni, di persone che mi ringraziavano per aver dato “dignità” ai percorsi alternativi, altre che mi ringraziavano per aver dato loro un termine per definirsi ed iniziare, tramite questo primo passo, un percorso di consapevolezza. Molte di queste persone sono poi sparite, forse perché dopo la consapevolezza e il coming out non avevano più bisogno del blog, forse non hanno mai fatto coming out, forse non ne ho mai conosciuto i dati veri, non ho mai visto delle foto vere dei loro volti, ma sono stato, fortuitamente, un tassello della loro ricerca: settimane fa una donna trans di Taranto è venuta a Milano con moglie e figlio (il figlio adorabile: correggeva la madre nei misgendering che rivolgeva a me e alla mia amica trans, di cui è moglie!) perché ci teneva a farle conoscere una delle persone che aveva dato avvio al suo percorso.

Qualcuno di voi, a questo punto del post, dirà “ecco Nathan in campagna elettorale, che si vanta di quanto è stato utile con questo blog“. In realtà oggi il blog fa il compleanno, perché non riconoscergli il suo ruolo?
Non è stato di certo questo blog il mio strumento principale di attivismo: io sono stato presidente del Circolo Culturale TBIGL Harvey Milk per anni, e questo mi ha consentito confronti sia interni all’associazione (con altri attivisti, o con volontari, o con semplici soci ed utenti), sia esterni, con altri attivisti e pensatori, per fare insieme attivismo territoriale, ma questo blog, un progetto autonomo su cui l’associazione mai mi ha posto censure, ha “contenuto” tutte le riflessioni scaturite da ciò che mi accadeva nella vita da attivista e non (incontri nell’attivismo, flame war sul web, bullismo lavorativo, e tanto altro).

Non sono un umanista, quindi non ho mai avuto un taglio totalmente saggistico, nè mi sono mai liberato della modalità “scuola trans“, che mette al centro il vissuto, la condivisione di fatti anche personali affinché possano trasmettere o condividere dei messaggi, ma, di conseguenza, questo blog non è mai stato totalmente un diario personale.

Poi, è arrivata una fase totalmente disorientante per me. Mi sono aperto ad avere un co-autore, un giovane allievo, ma in un momento in cui l’attivismo e le sue dinamiche stavano cambiando, appena dopo l’approvazione della Legge Cirinnà.
Giorno dopo giorno ho capito che la nuova veste dell’attivismo, la nuova dicotomia tra intersezionali e non, mi stesse stretta, io che “intersezionale” lo ero stato da sempre, ma quel termine stava cambiando significato, e descrivendo sempre di più un tipo di attivismo che non sentivo mio. Ho desiderato di essere di nuovo autore unico del mio blog, di potermi sentire libero di dire cose impopolari, e di scrivere se e quando volevo.
Erano anni in cui stavo rivoluzionando la mia vita lavorativa, aprendo una serie di social paralleli per curare un progetto culturale e lavorativo in cui riprendevo i temi delle discipline che come Architetto ho studiato. Era l’anno in cui volevo lasciare la presidenza Milk ad Alessandro Rizzo, caro amico e compagno di mille avventure, tra cui la fondazione della rivista LGBT Il Simposio, ma quando la sua morte improvvisa mi ha colpito, ho dovuto tenere il timone, tra mille burrasche, almeno fino a quando non ho terminato il suo calendario culturale, come lui avrebbe voluto.
In quell’anno questo blog è esistito, ma ero stanco di parlare e di ripetere sempre le stesse idee: mi sono messo in ascolto, intervistando personaggi che avevano, sotto il profilo LGBT, qualcosa da dire.

Poi, finalmente, ho potuto ritirarmi, quando, dopo un periodo di un anno, il calendario di Alessandro è finito, con l’evento sui “transgender non medicalizzati“, a cui tanto tenevo e che ha creato un vortice di attenzione su questo tema.
Finalmente le parole “inventate” da questo blog, proposte, inserite in un dibattito, sono state usate e sono diventate parte del linguaggio della comunità LGBT: finalmente le persone transgender non med potevano essere considerate trans, e non “altro”.
Penso che abbia influito, in questa concessione di un “passaporto” di trans, che mi è stato rilasciato finalmente nella Comunità LGBT, la mia costanza: agli inizi era facile (non dico legittimo) pensarmi come una persona confusa e in cerca d’autore, priva di “coraggio” nell’affrontare un percorso medicalizzato e standard.
Ho cercato per anni un padre politico, poi dei fratelli di percorso, e alla fine, ahimè, sono diventato io, mio malgrado, una specie “padre” delle persone non med.
Oggi, però, esistono altre persone non med visibili: basti pensare a Laura Caruso e Sam Meraviglia.

Credevo di volermi ritirare dall’attivismo, e invece ho scoperto che volevo ritirarmi dall’associazionismo. Ho lasciato con piacere la presidenza al mio figlio putativo politico, il bisessuale Leonardo Meda (se si vedesse descritto così, mi ucciderebbe), ma dopo mesi di successi professionali inaspettati, di recensioni lusinghiere, ho capito che senza il confronto con le altre persone LGBT mi sentivo incompleto, ed è per questo che ho ricominciato a frequentare il Milk come utente, senza obblighi, potendo frequentare i progetti che preferivo, da Presidente Onorario, come ero stato nominato.
Ho detto si ad una proposta, arrivata altre volte, di parlare sul palco del Pride. Ho deciso di non salirci da ex presidente, da padre di famiglia di una comunità di LGBT “non conforming“, di cui per anni, almeno sul web e a Milano, sono stato “padre”. Ho deciso di salirci da trans Ftm Non medicalizzato, da persona che deve portare una complessità: fare un coming out quando il tuo aspetto dice il contrario di quello che sei, parlare di un coming out che probabilmente dovrà essere ribadito millemilavolte affinché passi nella coscienza comune.

E oggi questo blog cosa è? Forse è lo strumento con cui un “vecchio” attivista, ritiratosi dall’associazionismo, può parlare. Cambiare nome? Non più GenderQueer? La q è diventata minuscola, visto che almeno dal 2012 sono critico verso la teoria queer, e soprattutto perché Genderqueer aveva tutto un altro significato nella mia scelta del nome. Però ho aggiunto 2.0. Non avrebbe senso aprire un altro blog con un nome diverso, creare simbolicamente una dis-continuità col vecchio me, quando questo cambiamento è stato così graduale.
E’ necessario, tuttavia, un segnale anche visivo e simbolico di un mio cambiamento, in continuità col passato ma comunque forte: il 2.0.
Non entro, invece, nel merito dei motivi per cui scelgo di rimanere in una piattaforma free, e del perché comunque rimango legato a un “brand” indicizzato e autorevole su google (che perderei in grossa parte, se cambiassi nome, o meglio dovrei investire del tempo e aspettare pazientemente, cose che non intendo fare in questa fase della mia vita così impegnata dagli impegni extra-attivismo, in cui voglio semplicemente dare, nel mondo LGBT, un contributo di pensiero, quando richiesto).

Riusciamo però a rafforzare simbolicamente la rivendicazione della scelta di mantenere il nome?
E’ vero: il tempo, la costanza, e i cambiamenti politici hanno fatto si che oggi una persona come me non debba più “ripiegare su genderqueer”, e che possa addirittura essere presa in considerazione se propone nuovi termini e linguaggi.
Tuttavia, mi rifaccio al significato originario di Queer. Ricordo, al liceo, quando, studiando Oscar Wilde, un personaggio con cui mi identificavo molto, venne chiamato “queer” dai suoi oppositori. Era la prima volta che sentivo quel termine, queer (non sapevo neanche cosa fosse la teoria queer, anche se in quegli anni, fine anni 90, già esisteva ed era diffusa tra gli attivisti), ma iniziai spontaneamente a farlo mio.
Quando anni dopo conobbi “genderqueer”, mi sembrò di poter rivendicare quel termine, che indicava qualcosa di bizzarro, negativo, strano, riportandolo all’ambito in cui io ero, agli occhi di tutti e anche degli altri trans, “strano”, ovvero l’ambito “gender”.
Volevo rivendicare la mia genderstranezza, come i gay avevano rivendicato la loro stranezza e i loro “stili di vita felicemente alternativi”.

I gay, ad un certo punto, hanno rivendicato la parola queer che tanto li aveva offesi, come io 10 anni fa ho rivendicato gender-queer, termine in cui gli altri trans volevano confinarmi, non considerando degno il mio percorso.
E oggi, oggi che sono un uomo trans per tutto il panorama di attivismo, o quasi, a quel gender-queer sono un po’ affezionato. Sono sicuramente una persona di identità di genere maschile, ma bizzarro lo sono sempre stato, a prescindere dal mio essere trans, quindi, che dire, buon compleanno, Progetto Genderqueer.

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