Euforia…disforia…perché usiamo queste parole in relazione all’identità di genere?


Disforia di genere è un termine che nasce in ambito sanitario e direi psichiatrico, ma viene talvolta usato anche da persone della comunità transgender e non binary per indicare quello stato di disagio che riguarda il non essere riconosciuti come appartenenti al proprio genere d’elezione, ma essere ricondotti al sesso di nascita (disforia sociale) o non riconoscere se stessi per ragioni estetiche (disforia fisica o body dysphoria).

Euforia di genere


L’euforia di genere, invece, è quello stato di entusiasmo e pace che la persona raggiunge quando è socialmente riconosciuta per il suo genere (euforia sociale), e/o ha un’immagine coerente con la sua immagine di sé (euforia fisica)

La disforia sociale deve essere sempre associata alla disforia fisica?

Per molte persone esiste solo una disforia sociale, ovvero il profondo stato di sofferenza che si prova quando una persona “misgendera”, ovvero si rivolge alla persona usando il genere grammaticale relativo al suo sesso di nascita.
Le persone che provano solo disforia sociale, e non fisica, non hanno particolare disagio col proprio corpo, o hanno fatto un compromesso, considerando le difficoltà mediche attuali per modificare il corpo garantendo l’indistinguibilità con una persona che in quel sesso c’è nata, sia a livello estetico che funzionale (si pensi, ad esempio, alle ricostruzioni genitali ftm, ancora molto indietro).
Sono persone che, tutto sommato, anche senza intraprendere percorsi ormonali e senza fare interventi, starebbero bene se le persone si rivolgessero correttamente a loro, valorizzando il loro genere, e non usando i pronomi coerenti col sesso di nascita.
Le persone con disforia sociale spesso intraprendono percorsi di visibilità transgender senza medicalizzazione.

Il bellissimo monologo di Agrado (Tutto su mia madre) sull’essere autentici

Le persone con disforia sociale e non fisica sono considerate “meno autentiche”?

I movimenti delle destre conservatrici, degli ultracattolici, e del femminismo gender critical, ma anche la frangia più binaria delle persone trans (i “transmedicalisti”), prendono le distanze dalle persone con disforia solo sociale e/o “non med”.
Addirittura, non considerando la “disforia sociale” come una vera disforia, dicono che sono persone “non disforiche” che “si spacciano” per trans senza esserlo, ed è per questo che rivendicano l’uso del desueto “transessuale” per descrivere se stesse, opponendo termini come “non binary”, “queer” e “transgender” per descrivere le persone con disforia sociale, termini che di per sé non sono negativi (anche se una persona “non med” non è per forza queer o non binary), ma sono loro a dare a queste persone e alla loro condizione un’accezione negativa per ritenerle “esterne” o “intruse” rispetto alla comunità T.

Come lavorare sulla propria disforia sociale?

Il miglior modo è fare autocoscienza con altre persone transgender in percorsi non canonici, e che non hanno il cosiddetto “passing, o che, non essendo in percorsi “med”, magari non lo avranno mai, o addirittura non lo vogliono, rivendicando comunque la loro cittadinanza nel mondo e l’inclusione per il proprio genere d’elezione.
L’autoironia, il sapere che non si è soli, possono aiutare tanto, perché solo una comunità può dare strumenti per affrontare la quotidiana sofferenza dell’essere stranieri in patria, appartenenti ad una subcultura sconosciuta e invisibile. Di certo, potrebbe aiutare anche una buona psicoterapia, ma è pur vero che pochi, pochissimi, sono i professionisti formati sui percorsi transgender non canonici e non medicalizzati, e si rischia di pagare per formare il professionista, o intraprendere bracci di ferro infiniti con chi non ha strumenti per alleviare il proprio dolore.