Gay sta a bisessuale come trans sta a … ? (è il momento di autodefinirci)

E’ il momento di dare una definizione per i percorsi non canonici trans. Senza usare il “non”

Quando iniziai a percorrere la mia strada di consapevolezza e di attivismo dovetti aspettare alcuni anni prima di trovare una persona che sentissi a me vicina.
Un giorno su un portale allora chiamato GayRomeo conobbi un ragazzo che ai tempi si definiva gay, e a cui dissi di essere attivista.

Col tempo la nostra relazione finì, ma la nostra amicizia no, e, confrontandosi con una persona di genere non conforme, lui riuscì ad ammettere a se stesso e agli altri di non essere completamente omosessuale, di provare attrazione per uomini androgini e donne androgine, quasi di preferirli, ma  a quel punto iniziò a riflettere su come entrare nel mondo gay aveva censurato questa sua identità ed istanza schiacciandolo nell’identità politica gay, facendogli credere che la sua presenza nel movimento era dovuta non alla sua bisessualità e alla rivendicazione di essa, ma alla sua “parte omosessuale” e alla difesa dei diritti omosessuali. A causa dello stigma da parte del mondo etero, ma soprattutto da parte del mondo omosessuale, e alla convenienza che questo mondo aveva a tenerlo tra le sue file di attivisti, era diventato uno dei tanti militanti contro l’omofobia e per i matrimoni gay.

Oggi Leonardo è un attivista per la pansessualità e la bisessualità, insiste che nelle scuole, nella sanità e sui posti di lavoro si parli di bisessualità e pansessualità, nonchè di bifobia e panfobia, e milita contro il binarismo.
Fare attivismo con lui mi piaceva perché, anche se in condizioni diverse, condividevamo l’essere sospesi tra il mondo dei cis/etero e quello dei gay e trans, che ci accettava ma con riserva, col permesso di soggiorno, solo se “accettavamo” di definirci come loro. Ciò per lui comportava l’atto semplice (ma non banale) di definirsi gay. Per quanto riguarda me, il pegno da pagare era l’essere transessuale, fare la mia bella transizione medicalizzata e canonica, raccontare le mie trans narratives sulla mia infanzia binaria nel corpo sbagliato, mettere la mia bella cravatta, tatuarmi il simbolo trans, fare palestra, e guardare sotto le gonnelle.

La mia istanza veniva sempre schiacciata. C’era sempre un ombrello che doveva comprendermi, e quasi mi faceva il “piacere” e l’onore di comprendermi, cancellando poi le mie istanze, mostrandosi contrario, o paternalisticamente dicendo che ci sarebbe stato tempo, in futuro, per le mie istanze, in un mondo migliore, quando noi saremo tutti morti. nel frattempo le mie braccia (rubate all’architettura?) erano pronte a portare i loro picchetti, per migliorare le loro condizioni di vita.
Io, orfano di una comunità che mi accogliesse e mi includesse, per anni mi sono nascosto nella T come chi, essendo bisessuale, si è nascosto nella G.

Tutti erano fieri di noi, noi coraggiosi che facevamo dei coming out (con parole che non ci definivano e non sentivamo nostre), perchè non rimanevamo nascosti come chi, nella mia situazione, viveva da cis, o come chi, essendo bi, viveva da etero.
C’era chi non riusciva a comprendere la nostra coppia, perché non voleva credere alla sua bisessualità (per loro era gay) nè alla mia non conformità di genere (per loro ero donna). Queste due affermazioni, se affermate inseme, creavano un paradosso, secondo il quale noi non potevamo essere, o essere stati, coppia, ma ne eravamo divertiti, perché era l’ennesima conferma del non rientrare nei loro schemi binari, in cui se qualcuno è fuori da cis, trans, omo, etero, non esiste o si sta definendo in modo sbagliato, per confusione o mancanza di coraggio.

Non c’è ancora un termine per “i bisessuali” dell’identità di genere, o meglio, ce ne sono troppi (ma sono stati coniati da altri).
Puzzano di teoria queer, oppure sottolineano un “passaggio” che molti come me non sentono proprio.

Se trans fosse recepito come speculare di cis, si parlerebbe di essere al di là o al di quà dei confini del genere. Purtroppo però nella percezione comune “trans” sottolinea un passaggio e un cambiamento, spesso fisico, o anche di ruolo di genere, che magari ha senso se si parla di trans medicalizzati, ma ha meno senso se si parla di tutte le altre variabili di genere, che più che sottolineare, nel definirsi, il “cambiamento” (quel “to” di FtoM e di MtoF), sottolineano la differenza, una differenza, una non conformità, che c’è da sempre e non si riduce ad una metamorfosi.

Se oggi bi e pansessuale sono termini abbastanza chiari per definire l’universo di orientamenti eroticoaffettivi tra omo ed etero, non c’è ancora un termine per descrivere la condizione delle persone tra cisgender e transessuale.
Quando i primi bisessuali alzarono la testa per fare attivismo, subito gay e lesbiche misero sulle loro spalle il peso degli errori e della viltà di chi, in passato, essendo bisessuale o gay velato, aveva vissuto nell’ombra, nascondendosi in matrimoni etero e nella rassicurante vita sociale da “normale“.

Anche con noi lo fanno. Ci paragonano ai travestiti del sabato sera, i top manager con moglie e figli. Alle signorine che sono maschietti su facebook ma poi sono, nella vita reale, solo ragazze con smalti metallizzati e capelli verdi. A chi cambia definizione e polarità di genere una volta a settimana, in una nevrotica e instancabile creazione e disattivazione di profili facebook e twitter, e ci dicono che siamo pochi, picareschi, incapaci di metterci nome, cognome e faccia, incapaci di formalizzare le nostre istanze.

Ma quando alcuni di noi (non troppi), riusciranno a produrre un documento con istanze chiare, come hanno fatto le famose 49 lesbiche, e quando chiederemo al gay, lesbiche, transessuali, pensatori queer, intersessuali, bisessuali, asessuali, di sottoscriverle?
Quando chiederemo di essere compresi in una legge “contro la transfobia” che non comprenda solo periziati e ormonati, così come i bisessuali hanno chiesto di essere compresi in una legge “contro l’omofobia” che tuteli tutti gli orientamenti e non solo quello omo, quando chiederemo il riconoscimento delle persone non binarie e non medicalizzate, loro firmerano con noi o polemizzeranno?
Penseranno che estendere i diritti a noi tolga qualcosa a loro?

Come gli etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio?
Questi sono interrogativi che avranno risposta solo quando ci faremo sentire.
Nel frattempo i bisessuali sono arrivati alla loro quarta giornata della visibilità bisessuale, e coinvolgono sempre più persone, hanno introdotto la parola “Bifobia, che ormai sentiamo usare anche da parlamentari.
E’ il momento che i “non-” dell’identità di genere si facciano sentire.

Se sei uno/a/* di noi, scrivici.
progettogenderqueer@gmail.com

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Una donna XY veramente speciale

Il libro della dott.ssa Monica Romano, “Trans – Storie di ragazze XY” , è un manifesto per la libertà di identità di genere, di orientamento sessuale e di modificare e gestire la propria immagine come, quando e quanto lo si desidera.
Monica, tramite il racconto romanzato della sua vita, attraverso il personaggio di Ilenia, ci conduce, tramite il suo romanzo di formazione, attraverso le sue esperienze ed emozioni, guidandoci anche a comprendere i suoi ideali e ciò da cui sono scaturiti.

Il romanzo ha vari piani di lettura. 
Ilenia non si racconta mai al maschile (al massimo sono gli altri che la fraintendono rivolgendosi a lei al maschile), né rivela il suo nome anagrafico, in quanto del tutto irrilevante, e di utilità solo del lettore o della lettrice pruriginosi.
La ragazza parla sempre di se al femminile e in prima persona, in modo che chi legge possa percepirla fin dall’inizio come chi è realmente, indipendentemente dall’immagine esteriore.

Molte sono state le donne, anche eterosessuali, che si sono immedesimate in Ilenia, nella sua apparente fragilità, che cela una prorompente forza d’animo.
Ilenia è una vincente. Nata da una famiglia umile, riesce a migliorare la sua condizione economico/sociale, portando a termine un percorso di studi, laureandosi a pieni voti e accedendo al mondo delle professioni, rivestendo posizioni prestigiose (come una presidenza), trovando l’equilibrio in una relazione stabile con una compagna.
La storia di Ilenia sarebbe quella di una vincente anche fosse stata una cisgender, e sapere che non lo è ci fa capire che persona straordinaria sia Ilenia, e quindi Monica.

E’ un romanzo in cui non solo le donne possono immedesimarsi e da cui non solo il mondo eterosessuale (maschile e femminile) ha da imparare. Ilenia parla a tutti coloro che, in un corpo XY, sono portatori, o portatrici, di una femminilità che il mondo binario non accetta. Molti uomini, non solo omo e bisessuali, ricordando la propria infanzia ed adolescenza, possono riconoscersi in quella giovanissima figura androgina e delicata che diventa oggetto di bullismo solo in quanto non conforme ai canoni binari, quando l’unica “colpa”, se così si puo’ dire, di Ilenia, era quella di essere se stessa.
Il romanzo riflette ,e fa riflettere chi legge, sul fatto che le persone, trans e non, sono semplicemente loro stesse, ed è la società a collocarle, decidendo poi il loro grado di accettabilità sociale, e deve essere la persona stessa a rivendicare il diritto all’autodeterminazione.

Sicuramente molte persone transgender avranno rivisto sè stesse nel bullismo subìto in gioventù, e molto spesso, purtroppo, non solo in gioventù, e non intendo solo persone transgender xy:
questo libro, vero manifesto di libertà dei generi, può dare tanto alle persone transgender xx, che, dopo un’infanzia e un’adolescenza che li ha costretti ad essere socializzati al femminile, in un mondo maschilistae  machista, compiono un viaggio di scoperta e di espressione del proprio maschile.

Tramite il personaggio di Sam, che è un personaggio realmente esistito, ma con assonanze fortissime con la protagonista, questo libro sarà amato da tutte le persone portatrici di un’identità non binaria o di una visione della vita e dei ruoli assolutamente antibinaria e a favore di una massima libertà dagli stereotipi.

Il romanzo di Monica è quindi davvero un libro notevole, scritto con grandi capacità narrative, che non stanca mai, che riesce a presentare contenuti politici al di fuori delle ideologie, accompagnando chi legge in un percorso di consapevolezza e di emancipazione.
Ilenia/Monica, in poche parole, fa transizionare con se anche chi legge (sia essa una persona transgender o cisgender), in una transizione che non riguarda una metamorfosi fisica, ma un cammino introspettivo e auto-analitico atto a elaborare e riscoprire la propria identità al di la dei generi.
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Vi aspettiamo il 5 Marzo alle 17.00 in Via Soperga 36, alla presentazione del libro organizzato da Il Guado e Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano

 

Ecco a voi l’intervista fatta all’autrice. Le domande sono adatte ai lettori e alle lettrici di questo blog: pansessuali, transgender non medicalizzati, portatori di identità non binarie, attivisti contro il binarismo di genere. Temevo che l’autrice, che è tra l’altro un’amica e una preziosa collaboratrice, si sarebbe sentita “stuzzicata”, e invece pare aver gradito le mie “oltraggiose” domande 😀

 

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Monica, spesso le persone T hanno un atteggiamento remissivo e un senso di inferiorità verso il mondo “normalizzato“. Tu invece nel libro riporti chiaramente la tua fierezza, e in vari punti (come quando parli dei napoletani alla soglia dell’analfabetismo) ti manifesti cosciente di essere intellettivamente e culturalmente superiore alla media. Te lo fa pesare la transfoba e binaria professoressa di liceo.
Pensi che persone T abbiano bisogno di un po’ di sano snobismo verso un mondo mediocre che non le comprende e, per ignoranza, le disprezza?
Essere persone trans* in un mondo binario è molto difficile, quindi benvenga anche un po’ di sano snobismo se può essere d’aiuto.
In fin dei conti viviamo in un sistema che è costantemente svalutante e stigmatizzante rispetto a corpi, identità e modalità espressive non conformi alla dualità “maschio-femmina=uomo-donna”.
Dobbiamo fronteggiare un sistema culturale e di significati che non solo non ci prevede, ma che apertamente ci osteggia.
Qualcuno, durante la prima presentazione milanese del mio libro, ha definito “eroiche” le nostre vite, i nostri cammini…
Se ci è d’aiuto quindi, io direi (so con la tua approvazione) che possiamo anche, e legittimamente, tirarcela un po’. Male certo non ci fa.
L’orgoglio, così come la cultura, sono potenti antidoti alla transfobia interiorizzata e alle brutture di un sistema spesso violento nel normarci e imporci una dualità che non ci appartiene e non ci rappresenta.

Nel libro appare il personaggio di Sam. Viene presentato come ftm ma poi chiarisce di aver capito che più che una persona di identità di genere maschile, è una persona oppressa dagli stereotipi femminili. Questo personaggio sicuramente troverà la simpatia del tuo pubblico, costituito prevalentemente di lettrici donne esterne al mondo LGBT, ma non rischia di creare un equivoco già presente nel mondo extra-trans, secondo cui una donna mtf è legittimamente di genere femminile, mentre nel percorso opposto si tratta non di ftm ma di donne insofferenti al ruolo femminile imposto da millenni di maschilismo?
No, questo rischio non lo vedo.
Ilenia, la nostra protagonista, è una donna transgender che affronta un percorso di autodeterminazione che riguarda anche il suo corpo e la sua esteriorità.
Sam, nella sua ricerca di una definizione che vada oltre lo schema binario parte, anche grazie al confronto con la protagonista, identificando ciò che non è: un uomo transgender.
La differenziazione dalle persone transgender è il primo passo di Sam verso la sua consapevolezza e il suo cammino, che non è quello della protagonista, nè degli amici transgender della protagonista (anche uomini transgender con cui Ilenia, ad un certo punto della narrazione, inizia a collaborare nell’ambito dell’associazionismo trans*).
Qual è il percorso di Sam? Dove l* porterà?
Anticipiamo che il nome del tuo blog mio caro Nathan, potrebbe suggerire la risposta…
che i tuoi lettori potranno scoprire  solo acquistando il mio libro e leggendo la storia 😉

Nel tuo romanzo sono pochissimi, forse assenti, i personaggi maschili positivi. Forse giusto Ottavio, amico gay d’infanzia di tua madre, e la coppia di ftm gay.
Perché hai scelto di dedicare un romanzo interamente alle donne?
Esistono attualmente nella tua vita dei personaggi positivi maschili? Se si, si tratta di uomini LGBT o anche di etero cisgender?
Il mio è un libro (trans*) femminista. A partire dal titolo.Questo per ragioni politiche, ma anche di elaborazione culturale (della nostra subcultura): io mi rivolgo in primis alle altre donne transgender raccontando la storia di Ilenia, con la dichiarata intenzione di inviare loro un messaggio.
Certo anche la mia storia personale ha determinato questa impostazione: le figure importanti e determinanti della mia vita fino ad oggi, sono state figure femminili. E credo che questo, lo dico apertamente, non sia stato casuale.
So che l’accusa di misandrìa, che viene mossa d’ufficio a tutte le femministe, mi aspetta dietro l’angolo, ma la cosa non mi spaventa granchè.
Detto questo, ovviamente nella mia vita gli uomini esistono.
Ho dei cari amici, certo selezionatissimi (non dimentichiamo di essere snob ;D) e molto importanti per me.
Nel romanzo la protagonista si scopre lesbica gradualmente, scoprendo inizialmente il corpo femminile da una persona T non medicalizzata, per poi passare all’esigenza di una persona accanto, di identità di genere femminile.
Una lettrice outsider potrebbe pensare che questo “scoprirsi lesbica” sia arrivato un po’ per caso, quando invece sappiamo che non è così.
Non darei questa lettura.
Ilenia è prima di tutto una donna che ama oltre le caratteristiche meramente sessuali della persona, quindi una pansessuale. Che si ritrova definita “lesbica”, ad un certo punto della storia, dal contesto.
Non è lei a “scoprirsi”, è il mondo attorno che la definisce così.
E lei accetta di buon grado e fa sua questa definizione.
Il libro, destinato a un pubblico eterosessuale, si concentra sul bullismo subito dagli etero: donne insensibili e forse un po’ invidiose, uomini machisti o pruriginosi.
Nella tua esperienza di attivista hai subito bullismo anche da persone LGBT?
Lesbiche che hanno cercato di ricondurti al tuo non essere “nata femmina“, uomini gay benaltristi che hanno minimizzato le tue battaglie, o altre trans in percorsi maggiormente canonici rispetto al tuo?
Certo che sì!
Ne ho parlato recentemente anche in un’intervista per il blog “Io sono minoranza”.
Anche all’interno del movimento esiste la transfobia, eccome.
Ho avuto a che fare con attivisti gay che mi hanno trattato con sufficienza per il solo fatto che sono una donna transgender. Troppo spesso noi donne T* veniamo considerate aprioristicamente stupide e frivole, quasi delle minus habens. E’ terribile!
Poi c’è chi ritiene che le persone transgender dovrebbero stare fuori dal movimento LGBTI, e che il movimento dovrebbe tornare ad essere solo gay (qualcuno ha anche promosso una petizione su Change.org a questo scopo). Trovo simili posizioni di retroguardia e, oltre che inaccettabili, pericolose.
Ci sono poi veterofemministe che si permettono di delegittimarci affermando che non possiamo sposare il femminismo perché non siamo biologicamente femmine, come se fosse l’ovulazione a determinare una posizione politica e non, magari, le pesanti discriminazioni che le donne transgender subiscono perché considerate “traditrici del patriarcato” in un sistema maschilista e fallocentrico.
O ancora attiviste lesbiche sconvolte (sic!) all’idea che una donna transgender possa essere lesbica a sua volta, che tentano di mettere in piedi ridicole barricate.
Ricordo ad esempio come anni fa (non so se oggi sia ancora così) il regolamento di Lista Lesbica Italiana prevedesse la non ammissione delle donne transgender “rettificate o meno” (era scritto proprio così).
 Non fraintendermi: la mia non vuole, ovviamente, essere una generalizzazione.
I casi che ho citato sono certamente minoritari, e lo sono fortunatamente sempre di più.

Le cose cambiano, stanno cambiando, grazie soprattutto al ricambio generazionale. Senza dimenticare che contribuire a cambiare le cose anche all’interno del movimento LGBT è comunque una forma di attivismo.

 Gli attivisti vecchio stampo ci tengono a precisare che, come i sessi genetici, anche i generi sono due.
Nel libro apri uno spiraglio quando parli di una T al posto della M o della F sul codice fiscale.
I generi sono realmente due, o infiniti? Oppure, semplicemente, essere donna T è diverso da essere donna genetica, per il bagaglio di esperienze che dei vissuti diversi comportano?


Il genere sessuale non è altro che un’idea, una categoria interpretativa della realtà.
La realtà è molto più complessa, ricca e piena di sfumature delle categorie che tentano di interpretarla.
La visione binaria, l’idea che i generi siano soltanto due è una semplificazione che sempre meno sa spiegare la realtà. E come tutte le idee ormai inadatte ad interpretare il reale, verrà sostituita da altre idee, altre visioni più corrispondenti e funzionali.
Le battaglie per la libertà di genere nelle democrazie occidentali vanno  e andranno avanti, raggiungendo obiettivi impensabili fino a qualche decennio fa (si pensi alla battaglia per la despichiatrizzazione della condizione transgender, che prima poi porterà al depennamento della nostra condizione dai vari DSM e ICD).
Questo, se saremo fortunati, porterà il graduale affermarsi di una visione non duale e binaria dei generi, l’arcobaleno che spesso richiamo anche nel mio libro.

Nel libro parli dei tuoi dubbi in quegli anni nel far aderire la tua biologia a quella di una nata femmina. Approfondisci il tema del passing, del conformismo, del fare la transizione per se stessi o per gli altri. Questo è un argomento tabù nel mondo trans. Sembra quasi non si possa dire che in percorsi meno ragionati del tuo qualcuno non abbia fatto qualcosa solo per il passing o solo per il cambio documento. E’ l’ora di fare una seria riflessione interna al mondo T su questo argomento?

Andrebbe fatta una seria riflessione sul bisogno di omologazione di molte persone trans*, sul problema della transfobia interiorizzata che, non dimentichiamolo, ci riguarda tutt*.
Su quanto troppo spesso il “canto delle sirene” che si accompagna all’idea della “nuova vita” ci spinga a dimenticare e rinnegare quello che siamo, quell’esperienza che può invece essere reinterpretata come un bellissimo bagaglio, un dono.
Questa riflessione andrebbe fatta assolutamente fuori da Facebook, in luoghi reali, guardandoci negli occhi.
Ricominciamo a incontrarci, a organizzare convegni, conferenze, riunioni, semplici pizzate!

Ormai hai i documenti rettificati da molto tempo, e sei bona (so che mi permetterai di dirlo solo perchè sono ftm e gay). Perché destini così tanto tempo ai diritti delle persone T?

Il complimento di un uomo gay è sempre apprezzatissimo 😉

Per l’esattezza ho documenti rettificati dal 2007.
Non sono sparita, né intendo sparire in futuro, cedendo al canto delle sirene.
Non voglio dimenticare chi sono, ho ancora bisogno di stare con altre persone trans*.
E ho capito che ne avrò bisogno per il resto della mia vita, perché la transizione non finisce mai, come mi diceva Deborah Lambillotte, attivista di Arcitrans, alla fine degli anni ’90.
Più vado avanti, più capisco che questa frase è vera.
Il nostro cammino non finisce mai, e questo è bellissimo.
Quando capisci che nell’essere trans* non c’è nulla di brutto, ma che le brutture stanno nel contesto, non certo in noi e nei nostri percorsi, sei liber*.
Mi dedico alla battaglia per la libertà di genere da 15 anni, e davvero spero di averne davanti almeno altri 15 come quelli che mi sono lasciata alle spalle.

Prima di salutarci, un’ultima domanda…Sappiamo che adesso sei attivista in un’associazione mista e non solo rivolta a persone T (“sappiamo” è ironico, chi intervista è presidente del circolo 😀). Il libro descrive invece una parte precedente della tua vita. C’è continuità tra queste due esperienze? 

Da ormai tre anni lavoro al Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano ed è una bella esperienza, anche perché differente rispetto alle precedenti.
Io sono nata come militante nell’attivismo trans* puro, e ci sono rimasta per molti anni, prima in Arcitrans e poi in Crisalide Azione Trans, che erano associazioni gestite da persone transgender per persone transgender.
Il nostro era un attivismo che aveva connotati (non statutariamente, ma nella prassi sì) anche separatisti, perché allora avvertivamo l’esigenza di stare fra noi per confrontarci, crescere anche culturalmente e politicamente, elaborare nuove visioni e linguaggi.
Un’esperienza importantissima, e secondo me ancora necessaria in Italia.
Il Milk è invece un contesto misto e plurale, realmente TBGL (non solo nello statuto), nel senso che al suo interno ci sono attivisti bisessuali, transgender, etero, lesbiche, gay.
C’è sicuramente un filo rosso che lega le due esperienze, perché all’interno del Milk ho potuto traghettare il mio bagaglio esperienziale in un contesto molto plurale e arricchente, un grande laboratorio di idee e visioni.
E così è nato il progetto dedicato all’identità di genere, rivolto a persone transgender o di genere non conforme, e in generale a chiunque cerchi un confronto sul tema dell’identità di genere, che oggi può vantare uno sportello dedicato, un gruppo di auto mutuo aiuto ed eventi culturali ad hoc.

Link alla Pagina Facebook del Romanzo

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Intervista di Nathan Bonnì

Variazioni sul tema dell’identità di genere, con Nathan e Sabrina (27 gennaio)

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PARLIAMONE. Variazioni sul tema dell’identità di genere, con Nathan  e Sabrina (serata del 27 gennaio)
https://www.facebook.com/events/1067435383329695/

PETER PAN GUARDA SOTTO LE GONNE
dal 26 al 31 gennaio 2016
Campo Teatrale
da mart a ven ore 21 – domenica ore 18:30
via Cambiasi 10, Milano
Metro MM2 Udine-Lambrate
Linee di superficie 55-62

di Liv Ferracchiati
con Linda Caridi, Luciano Ariel Lanza, Chiara Leoncini, Alice Raffaelli
regia Livia Ferracchiati
drammaturgia Greta Cappelletti e Livia Ferracchiati
movimenti scenici Laura Dondi
scene Lucia Menegazzo
costumi Laura Dondi
luci di Giacomo Marettelli Priorelli
promozione Andrea Campanella
compagnia The Baby Walk

Per i soci milk il biglietto costerà 10 euro e non 20.

Seguirà una chiacchierata post-spettacolo con:
Nathan , Presidente del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano, autore di Progetto GenderQueer , autore e fondatore della rivista Il Simposio

Ing. Andrea Sabrina , attivista del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano

Roberta Ursino
Promozione Campo Teatrale
via Cambiasi 10, Milano
tel 02 26113133
mob 320 0799908
roberta@campoteatrale.it
www.campoteatrale.it

Evento ufficiale, relativo a tutte le date dello spettacolo
https://www.facebook.com/events/1660371244229080/

Transfobia delle persone LGBT

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In occasione del Tdor di Milano del 2015 mi è stato chiesto di preparare un intervento sulla TransFobia, che sarà il terzo tra tre interventi: uno dell’avvocato Gianmarco Negri, sulla transfobia interiorizzata, e uno della dott.ssa Laura Caruso, sugli ordinari momenti di transfobia quotidiana, da parte di colleghi, vecchi amici, parenti…

Le vittime di transfobia sono spesso delle ragazze trans morte in modo efferato.
Ma quante persone invece si suicidano perchè sole o maltollerate da chi li circonda?
E quante, invece, per i sovracitati motivi, decidono di tornare indietro col percorso (che sia medicalizzato, o che sia solo una scoperta di sè)?

Sicuramente Laura e Gianmarco hanno parlato dell’odio che abbiamo verso di noi e proveniente dalla società, ma questo puo’ essere superato se c’è una comunità di riferimento forte e solida, che ci accompagna nella scoperta di noi stessi.
Ma quando le paure, l’intolleranza, il biasimo, arrivano anche dalla stessa comunità di riferimento?

Se una persona portatrice di un percorso canonico, alla fine puo’ sentirsi una “pari” in una comunità di riferimento, cosa succede invece a chi è diverso anche li? E’ già complesso essere compresi come trans nelle associazioni composte prevalentemente da uomini e donne omosessuali, ma pensate a chi, anche tra trans, è portatore di un percorso o di un’identità non canonica.
Se le persone LGBT canoniche, tra le mille difficoltà lavorative, familiari, relazionali, possono vantare la presenza di una forte comunità alle spalle, chi è “non conforming” dovrà dare spiegazioni anche a quella che dovrebbe essere la sua stessa comunità.

Delle difficoltà che ha  una persona trans canonica vi parleranno tanti blog, tanti attivisti, ma nessuno parla dei diversi tra i diversi:
– di chi è trans, ma omosessuale o bisessuale
– di chi è trans ma fa un percorso diverso da quello degli altri
– di chi ha un’identità di genere non binaria
– di tante altre persone trans che in qualche modo si discostano dallo stereotipo che le persone omosessuali (e a volte anche quelle transessuali) vorrebbero per tutti, per rassicurare i “normali“.

Illustriamo due tipologie di transfobia

Pregiudizi delle persone omosessuali VS le persone transessuali

E’ la transfobia delle persone cisgender omosessuali e , in rari casi, bisessuali.
Non ho precisato a caso che i casi di transfobia da parte di bisessuali sono rari, perchè la transfobia è molto più presente in persone di orientamento sessuale binario, che sono sempre più turbate o morbose verso le persone transessuali e transgender, rispetto a chi, essendo bisessuali, non ha limiti nell’essere attratto/a da corpi ed anime polarizzati in modo diverso.
La persona omosessuale spesso si sente minacciata dalla persona trans per cio’ che la persona T muove nella persona omosessuale stessa.

Potrebbe trattarsi di femministe lesbiche, che pensano che gli ftm siano delle povere donne vittime del maschilismo, che, incapaci di emanciparsi come donne (lesbiche o etero non importa), travestono il proprio corpo per essere accettate come appartenenti al sesso dominante, o che pensano che le mtf siano uomini che non capiranno mai cosa significhi essere donna davvero.

Potrebbe trattarsi invece di uomini omosessuali, che non considerano gli ftm come veri uomini, se non operati, o in alcuni casi neanche in quel caso, che fanno battutacce sul ciclo mestruale in loro presenza, oppure che continuano a considerare “maschietti” le mtf, che hanno conosciuto magari prima della transizione e della loro consapevolezza come donne.

Abbiamo anche omosessuali (uomini e donne) che, con la scusa che le battaglie sono diverse anche se non completamente, vorrebbero proprio l’espulsione della T dall’acronimo (è curioso appurare che sono le stesse che vogliono anche l’espulsione della B…a prova che il problema è il binarismo oltre che la transfobia).
Vedi Link

Abbiamo poi omosessuali (uomini e donne) che condividono foto di omosessuali e lesbiche pestate, ma non di trans,
o magari che immaginano le persone T solo nel mondo del sex working, e che infondo pensano che se una persona T non lavora o viene picchiata, alla fine è colpa sua,
persone che quando dialogano con attivisti T per progetti comuni, sono adorabili se tutto va bene, ma se c’è una divergenza, si ricordano che l’interlocutore è T, e partono assurde e non casuali frecciatine, ad esempio sul fatto che la persona T sarebbe fuori di testa perché prende ormoni, oppure si inizia magicamente a sbagliare il suo genere.

Esempi di frasi transfobiche e/o morbose di persone omosessuali (uomini e donne) verso persone T:
– ma perchè ti arrabbi tanto? mica è grave sbagliare genere! mi è scappato! Quanta permalosità!
– la vera battaglia importante è quella per i matrimoni gay, non perdiamo tempo in cose inutili!
– ma davvero sei laureata? non pensavo che ci fossero trans laureate!
– non capisco perchè ti arrabbi tanto! ti ho solo chiesto se sei operata!
– non capisco perché ti arrabbi tanto! ti ho solo chiesto come ti chiamavi prima!
– ma perchè si arrabbia tanto per queste domande così innocue? avrà molti traumi, mi fa un po’ pena…

Transessuali canonici versus transgender non canonici


La persona transessuale è spesso scettica verso chi si trova in una situazione simile alla sua, ma non uguale.

Esempi di domande che una persona T conforme si pone sulle persone T non conformi:

pregiudizi verso i T non medicalizzati
Perchè mai una persona T dovrebbe non volere prendere gli ormoni?
Ma perchè se non prende ormoni dice di essere una trans? è un travestito!
Secondo me non fa la transizione perchè infondo è confusa! Oppure vuole i vantaggi di tutti e due i sessi!
Quelli sono agli inizi, mica come noi che siamo diventate donne!
Ma che ti definisci a fare uomo, se hai ancora il ciclo?

pregiudizi verso chi non “passa”
Tanto non passa, perchè ha cambiato i documenti? non lo vede che, diversamente da me, è un armadio con la gonna?
Noi dobbiamo avere i documenti, mica voi, tanto non passate!
Perchè potrebbe mai essere disinteressata, o poco interessata, al passing?
Tesoro, si vede a cento chilometri che sei donna, sembri una lesbica, non ce l’hai lo specchio a casa?

pregiudizi verso gli ftm gay e le translesbiche
Ma la ragazza di quella Mtf sarà veramente lesbica? infondo lei ha ancora il pene!
Ma se si sente uomo, perchè va ancora con gli uomini?
Ma a quella trans piacciono le donne? vuoi vedere che sotto sotto il maschio è rimasto?

pregiudizi verso i trans non binari
Ma perchè porta i capelli corti, che cavolo l’ha fatta a fare la transizione Mtf?
Quell’ftm usa la vagina…mah!

pregiudizi verso chi sta ancora col partner di quando viveva da cisgender
Ma come fa a stare ancora con la moglie?

pregiudizi verso le persone trans genitori
Ma se si sentiva uomo, come ha fatto a sopportare il parto?
Ma se si sente uomo, perchè vuole dei figli?
Ma hai visto che si fa chiamare mamma dal figlio? non è veramente ftm!

pregiudizi verso chi non è ateo, anarchico, e di sinistra
Mi chiedo come faccia a definirsi cristiano, se Dio esistesse non ci avrebbe fatto nascere nel corpo sbagliato!
Non capisco, noi trans dobbiamo essere di sinistra, è ovvio!
Ma perchè cerca un lavoro in banca! I trans devono vivere fuori dalla società! Essere trans è FAVOLOSO!

pregiudizi verso persone con identità di genere fluida o non binaria
Come fa una persona a dirsi di entrambi i generi o di nessuno?
Genderfluid? è solo una lesbica/un gay che vuole attirare l’attenzione!
Questi bigender sono solo esibizionisti, usano i trans, ma noi siamo trans veramente!

pregiudizi verso chi non ha completato la transizione canonica
Se non ti operi sei ancora un uomo!
Hai fatto l’orchiectomia? allora non sei donna, sei un cantante castrato del settecento!

pregiudizi verso chi non è dichiarato in tutti gli ambiti
Se avesse davvero la disforia, non lavorerebbe come uomo! Te lo dico io, quella non è una vera Mtf!

pregiudizi verso i crossdresser
Che c’entriamo noi coi travestiti? Per loro è solo perversione!

Si potrebbero aggiungere mille frasi a queste, e dire che queste frasi non sono come una pallottola che ti arriva nel petto, ma che fanno comunque male al cuore, che ti fanno sentire ancora più solo/a, privo/a di una comunità di riferimento che ti supporti e ti sostenga in un mondo che già è ostile.

Pubblicherò questo articolo così, ma chiederò ai miei lettori di segnalarmi delle frasi, quindi questo articolo cambierà, e ne saremo tutti autori, perchè la lotta alla transfobia (anche delle persone GLBT) non è mia, ma è di tutti noi.

Revisione annuncio: ecco le frasi morbose e transfobiche che ha ricevuto Diego da Milano

“Ma quindi ora cos’hai tra le gambe?”
“E le tette che fine fanno?”
“Come ti chiamavi prima?”
“Ma con le donne come fai?”

Essere attivisti ma anche emancipati sentimentalmente e professionalmente

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In un precedente articolo parlo di come spesso gli attivisti LGBT, che lottano per l’emancipazione professionale e per quella sentimentale (ovvero per l’arrivo di normative che tutelino e legittimino questi aspetti della vita delle persone LGBT), poi sono quelli ad averne, sul piano personale, meno bisogno, in quanto sono un po’ dei monaci guerrieri, votati alla causa, e con vite professionali e sentimentali disastrate.
Perchè ciò avviene? e chi è dentro queste dinamiche è felice?

Quando è stato approvato il registro delle unioni civili, anche same sex, le coppie che si sono registrate erano quasi tutte coppie di persone GLB non legate all’attivismo. Coppie omosessuali che vivevano apertamente la propria relazione, ma che non avevano mai fatto militanza nell’associazionismo.
Queste coppie, molte delle quali sono state da me intercettate per interviste od altro, erano composte da persone affermate anche professionalmente, e cosi’ mi sono venuti in mente tutti i conferenzieri che parlano di LGBT e diritti a lavoro, ma che paradossalmente il lavoro loro per primi non lo hanno, o hanno scelto lavori part time o poco impegnativi (e quindi con poco margine di crescita) per potersi permettere di essere attivisti.
Sarebbe troppo semplice dire che fanno bene i LGBT “integrati” che non “perdono tempo” nella rivendicazione dei diritti e sono loro per primi delle prove viventi virtuose, ma essi vivono anche di rendita grazie al sacrificio che i monaci guerrieri LGBT fanno per loro.

Molti motivi portano un attivista ad essere, ad esempio, meno incline alla coppia. Pochi partner accettano la militanza, e poi vi è un fattore intrinseco: la persona LGBT attivista ha fatto tanto, e perso tanto, per essere sè stessa, tanto che diventa poco paziente anche nel coltivare la relazione sacrificando parte di se stessa, una parte che, per portare avanti, ha fatto si che lei perdesse tanto (magari famiglia d’origine, lavoro, tanti amici, relazioni precedenti o comunque buoni rapporti con partner precedenti…).
A questo si aggiungono altri fattori, che sono più generali per le le persone LGBT (anche non attiviste): mancanza di modelli, mancanza dell’incoraggiamento di parenti, amici e colleghi, mancanza di leganti come matrimoni e figli, ma spesso anche di sistemi meno invasivi (convivenze con spostamento residenza, beni comuni comprati insieme…spesso nelle coppie LGBT manca anche, semplicemente, questo, e si va per anni avanti in via informale, senza che la coppia abbia tracce burocratiche alle spalle, persino quelle attualmente consentite).

Per quanto riguarda invece la carriera, sono favoriti sicuramente gli LGBT velati, ma anche quelli dichiarati, ma non esposti politicamente.
Ho parlato molto con gli attivisti LGBT per testare il loro desiderio di carriera e crescita professionale, e spesso è venuto fuori che in molti casi non si trattava di persone ambiziose che pero’ avevano dovuto rinunciare per l’attivismo, ma più che altro di persone che usavano l’attivismo come paravento per un disinteresse di crescita professionale, o per lo meno della loro (poi magari facevano attivismo per i diritti a lavoro delle persone LGBT “in generale”).

Di contro gli attivisti LGBT rimproverano i velati, o comunque coloro che vivono la loro realtà LGBT apertamente ma senza dedicare tempo alle rivendicazioni, di omotransfobia interiorizzata, di non volersi mescolare agli attivisti, o di sentirsi superiori.
Ho spesso notato che spesso più che omotransfobia è una questione di classe sociale.
La persona LGBT in carriera e che viene guardata alla pari dai colleghi etero e cisgender, non sente di avere qualcosa da condividere in tavolate di persone con cui condivide lo status LGBT, ma nient’altro.

Per concludere, io sono un attivista, ma ho sempre cercato di non perdere di vista carriera e famiglia, di non far si che l’attivismo mi facesse perdere di vista queste che, per me, sono importanti mete.
Ho perso tanto in questi anni, sia a livello di affettività, sia di carriera, ma l’attivismo mi ha dato tanto e mi ha reso la persona che sono adesso, quella che si rende conto che vuole riprendere in mano carriera e famiglia.
Rimango in attesa delle vostre opinioni sull’annosa questione.

Diverso da cosa? inclusione e non giudizio nei gruppi di AutoMutuoAiuto

Diverso da cosa?

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Fuori dai nostri ambienti di attivismo vediamo usare spesso la parola Normale per nulla “politically correct”. Spesso viene usata in buona fede, ma cosa significa? Aderente alla norma statistica.
E così, è normale essere eterossessuali, e anche “eterosessuali” è un termine che chi differisce dalla norma usa per definire l’altro, come gli ebrei chiamano gentile chi non lo è e i rom chiamano gagè chi non è rom.

Se è poco “normale” essere omo o bisessuale, è ancora meno “normale” essere transgender, ovvero avere una variabile che riguarda l’identità di genere, e di conseguenza sarà meno comprensibile a chi è “normale” sotto questo parametro il fatto che sarà chiamato cisgender.
Quando però fai parte di una variabile statisticamente rilevante, come l’essere omosessuale, hai più possibilità di raccontarti agli altri, hai una relativamente grossa comunità di riferimento, gli eterosessuali hanno maggiore possibilità di avere un omosessuale in famiglia, di conoscere, capire, o di arrivare alla conclusione che sono “contrari” a te, ma almeno hanno capito in che modo sei “diverso”.

Per le persone transgender l’appartenere a una comunità apparentemente statisticamente irrilevante diventa un ostacolo a trovare persone simili ed uguali con cui confrontarsi.
Un ulteriore ostacolo è che anche tra diversi si ritrovano condizioni di “normalità relativa, sempre relativamente alla norma statistica, e quindi, nell’enorme panorama delle variabilità, potresti ritrovarti ad essere una persona trans credente, o una persona trans omosessuale, o una persona trans che non fa un percorso canonico, o trans che hanno un passato da marito, moglie, genitore, trans che decidono di esprimere il loro genere solo in alcuni contesti protetti, persone con identità di genere fluida, che si riconoscono in entrambi i generi, in nessun genere, in entrambi, o che rifiutano completamente l’impostazione stessa dei generi.

Quando mi sono autodefinito transgender, non c’erano né spazi pronti ad includere una diversità come la mia, né riuscii a fare dei felici incontri di singole persone, tranne eccezioni come Massimo D’Aquino e pochi altri, che potessero rappresentare per me un elemento di confronto, senza che ad una confidenza non seguisse un giudizio, un biasimo, una frase paternalista, un “si, ma…”, un tentativo di accorparmi ad un’identità preesistente, di “normalizzarmi relativamente”.
E quando è difficile per te stesso capire cosa sei, sono lì tutti a chiederti una definizione e a pretendere che sia tra quelle a loro già note, affinchè tu, che vorresti essere rassicurato da loro, possa invece rassicurarli, e la tua ricerca deve durare il meno possibile, perché loro hanno fretta che tu dica a loro, prima che a tè stesso, “cosa sei”. Passa invece in secondo piano il “chi” sei.

Alle persone trans che conobbi allora, non andava bene che io mi identificassi completamente nel genere maschile, senza essere interessato al percorso ormonale. Dovevo definirmi per forza in altro modo, senza usare il prefisso trans-, perchè c’era un solo modo “normale” per essere transgender.
Le persone omosessuali di entrambi i generi avevano invece perplessità sul fatto che mi interessassero gli uomini, essendo per loro “normale” essere etero se si è trans, anzi che si “diventasse trans” per “diventare etero”, ovvero per legittimare un’attrazione, per correggere sé stessi per correggere automaticamente il proprio amore.

Alla luce di questo, trovai un piccolo spiraglio nel Milk di allora, costituito soprattutto da gay ed etero friendly, e quando ne divenni presidente incoraggiai ad avvicinarsi tutti coloro che nella comunità GLBT non erano “normali”, ed in particolare le persone bisessuali, le persone crossdresser, le persone trans-omosessuali, le persone transgender non binarie, tutti coloro che erano in percorsi non canonici di riattribuzione di genere.

Nel tempo il Milk è cambiato, e ha cambiato anche nome.
Da Circolo di Cultura Omosessuale Harvey Milk a Circolo Culturale TBGL Harvey Milk, e sono arrivate persone nuove, Monica e Daniele, che hanno portato il loro percorso e le loro evoluzioni, e hanno contribuito proponendo quello che adesso è il gruppo AMA Identità di Genere del Milk.
E’ molto importante che il gruppo si chiami “identità di genere” e non “trans”, perché è un gruppo che parte da ciò che vuoi condividere e non da ciò che tu sei.
Altri gruppi simili hanno come conditio sine qua non per partecipare l’essere in un percorso medicalizzato, e il tema principale è la condivisione degli step di quel percorso.
Abbiamo voluto estendere la possibilità di riflettere sul proprio genere e rielaborarlo a tutte le persone, non solo in percorsi T non canonici, ma anche cisgender, ed è per questo che tra gli utenti vi sono persone cisgender omo, etero e bisessuali, che spesso portano contributi e punti di vista innovativi ed interessanti.
Come l’associazione stessa, anche il gruppo AMA Milk è portatore di due grandi valori:
il rispetto e l’inclusione della diversità e il non giudizio.

Se il percorso classico della persona che arriva ai gruppi è approdare con il sogno binario di approdo a un corpo perfetto che riconosca il proprio genere mentale, per poi rielaborare il genere e il proprio binarismo interiorizzato, io ci sono arrivato da “diverso conclamato”, antibinario incompreso, ma per la prima volta sono riuscito a confrontarmi con persone provenienti dai percorsi più svariati, e , perché no, ho anche lavorato sui miei pregiudizi verso chi porta istanze più “normali” della mia.
Un tempo ero critico verso coloro che, senza abbracciare istanze politiche, magari biasimandole, avevano un semplice desiderio binario di passare nettamente da un sesso ad un altro ed rientrare nel circuito dei “normali, inseguendo un passing perfetto, o semplicemente decidevano di vivere la propria identità solo in ambienti protetti. Oggi ho imparato quanto pericoloso è spesso, per noi attivisti, il demonizzare la ricerca del quotidiano, e che ogni vissuto ha la sua dignità. Il benessere dell’individuo viene prima di tutto, prima anche delle istanze politiche, e, anche se la visibilità del singolo aiuta ognuno di noi ad essere compreso dalla società,ogni persona ha il diritto di esprimere (o non esprimere) la propria identità transgender quando e se vuole.

Se oggi ho potuto rivedere le mie idee in tal senso è stato perché ho imparato a mettermi in ascolto.
Troppe volte questa vita frenetica ci spinge a comunicare, e impiegare il tempo in cui sono gli altri a parlare ad elaborare ciò che vogliamo dire, che vogliamo che gli altri ascoltino. Per questo i gruppi di AutoMutuoAiuto hanno tanto da insegnarci.
Ascolto, Condivisione, Non Giudizio, Inclusione della Diversità:
credo che siano questi, in sostanza, i grandi e imprescindibili valori di un gruppo AMA, ricordando che, in un sistema statistico dove ogni minoranza crea a sua volta un gruppo, diverso” è relativo, e il gruppo deve essere pronto ad accogliere incondizionatamente ciò che è diverso, perché elemento di arricchimento e di ridefinizione per la Comunità di riferimento stessa.

Tratterò l’argomento all’evento della pride Week “Le persone trans* si raccontano”

giovedì 25 giugno 2015 alle 18.00 alla Casa dei Diritti di Milano

https://www.facebook.com/events/1583494558568669/

Il velatismo nel mondo T e il fenomeno dei CyberTrans

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Velati” è una parola nata in ambito omosessuale maschile per descrivere coloro che, omosessuali, volevano socialmente apparire come eterosessuali.
Oggi “velato/a” si usa anche nel mondo dell’omosessualità femminile, della bisessualità (spesso rivolta a quei bisessuali che vogliono apparire etero nei loro giri etero e gay nei loro giri gay), di varie forme di transgenderismo “part time“, ma anche per chi nasconde una condizione personale, come il crossdressing, il praticare bdsm e altro.

Qualcuno sostiene chevelato” sia un termine dispregiativo.
Qualcun altro sostiene che non si dia attenzione alla sofferenza dei velati.
Questo blog ha dato più volte spazio al tema del velatismo e dei problemi (diversi di chi è visibile) che questa scelta (di visibilità, o meglio, di NON visibilità) comporta.

C’è il represso (che non sa di essere LGBT o non lo accetta davvero), e c’è il velato (quello che sa benissimo di essere LGBT ed escogita dei modi di vivere sè stesso di nascosto).
Questo riguarda sia l’orientamento sessuale, che l’identità di genere.

Grazie ai progressi informatici, molti velati/e possono vivere sè stessi anche informaticamente grazie ad account con foto e cognome falso. Amo chiamare questi personaggi col nome di CyberTrans
Spesso le persone velate sono portatrici di omotransfobia interiorizzata.

Non è raro vedere una persona che vive il velatismo essere estremamente diffidente (e spesso denigratoria) verso gli attivisti, visti come deidogmatici” detentori di una “verità (ad esempio il rispetto delle minoranze) in un mondo che loro considerano “relativo“, esibizionisti e prime donne, li considerano petulanti, e giudicano come “insistenza” il loro essere intransigenti sul rispetto, anche grammaticale, delle persone transgender e in generale LGBT.

A volte se ne escono con frasi del tipo “e basta con sto politically correct! il negro lo abbiamo sempre chiamato negro!“.
Il velato prende spesso, anche informaticamente, le distanze dalla persona LGBT visibile. Ha paura che averlo come amico possa convincere gli altri che anche lui sia LGBT, quindi aggiunge l’attivista solo con l’account farlocco, e lo “usa” solo per parlare di argomenti LGBT e chiarire i suoi personali dubbi identitari.

Non è interessato alla vita delle persone LGBT che aggiunge su fb, ai loro hobby, ai loro contenuti, e interviene solo quando postano qualcosa di LGBT.
Non vuole realmente essere amico di altre persone LGBT, ma le usa per risolvere il suo “problema” (e l’uso della parola problema che fa la dice lunga sulla sua non consapevolezza), eliminandole (o eliminando l’account farlocco) quando avrà scelto di tornare alla sua vita “normale” (cisgender eterosessuale).

Spesso, non avendo una coscienza politica, con nonchalance dice alla persona GLBT visibile che ha un altro account “serio” in cui non lo includerà, non capendo quanto ovviamente l’attivista provi disprezzo e quasi compassione per il “candore” con cui il velato sputa contenuti di omotransfobia repressa come questo.

Magari l’attivista in questione ha, tra gli amici facebook, quintali di etero, professori universitari, politici, assolutamente fieri o comunque sereni di averlo come amico, cosa abbastanza normale visto che probabilmente usa il suo account come essere umano a trecentosessanta gradi,  ma una fobia di essere beccato con le mani nella marmellata spinge il velato a non voler assolutamente essere, col suo account “vero”, davanti a parenti, amici e colleghi, collegato a persone LGBT, ma soprattutto ricevere inviti Fb ad eventi LGBT.

Una volta dissi ad un velato che un sacco di eterosessuali vengono al Milk e sono fieri di essere tesserati, di comparire nelle foto, di lasciare la mail per la newsletter, quindi non si capisce cosa ci sarebbe di male se lui venisse al Milk, e perché dovrebbero pensare che lui sia gay.
La risposta fu brillante “anche molti atei vanno in chiesa, ma la gente penserà che sono credenti, perché non importa cosa sono, ma dove sono”.

Spesso il velato in questione fa fatica a definire sè stesso come persona LGBT.
Penso a tante persone appartenenti alla realtà crossdresser, che ostentano parole come “disturbo” e “diagnosi” (ormai fuori dal DSM V) per parlare di persone transgender, e prenderne le distanze in modo netto.
Si sentono più “forti” dei transgender perché non “hanno la disforia”, senza capire che è proprio la loro scelta on/off che li salvaguarda dalla “disforia”, perchè permette loro di tenere il “controllo” della loro visibilità e non lasciare agli altri il potere di disapprovarli.