L’asterisco e l’ingerenza femminista verso i gender non conforming

Una riflessione che parte dall’inclusione grammaticale delle persone gender non conforming per arrivare ai limiti dell’intersezionalità, al cis-sessismo e al colonialismo culturale.

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In questi giorni mi sono imbattuto in un articolo scritto da una femminista, penso della differenza, che condannava l’uso dell’asterisco, ribadendo che siamo “uomini e donne” e che “diversamente dall’etnia, questa differenza si manifesta prestissimo“: un cumulo di binarismo, innatismo, e “gender non conforming – fobia”.
Non mi interessa la guerra tra femminismi binari e femminismi anarcoqueer: mi sento distante da entrambe le correnti, e non ho vantaggi a prendere parte a una guerra che, essendo femmin-ista, non mi riguarda.
Se posso dire qualcosa a tutta la riflessione femminista, è il fatto di escludere i vissuti. Cattedre della differenza contro cattedre queer: persone cisgender che parlano di identità di genere…cancellando o ignorando i vissuti.
Si decide” a tavolino, in una guerra tra cattedre, se i generi sono due, tre o 24, ignorando il fatto che solo i vissuti contano.
Non si può teorizzare che i generi sono due quando di fatto ci sono persone di genere non conforme al maschile o al femminile. Una teoria non puo’ cancellare degli esseri umani: sarebbe come dire che le persone sono solo caucasiche o nere come la pece e che “non esistono” persone con colori della pelle diversi dal bianco e dal nero.
Forse si dovrebbe ascoltare ed osservare realmente la realtà.
Veniamo alla grammatica: le persone gender non conforming o le persone transgender (anche portatrici di identità binaria, ma con documenti e/o aspetto dissonanti), hanno imparato ad usare un linguaggio non connotato di genere quando parlano di sè: spesso l’interlocutore neanche se ne accorge, perché non è vero che la lingua italiana non permette di comporre frasi o di usare parole o perifrasi che non identificano il sesso di chi sta parlando: è solo questione di esercizio (per la persona) e di volontà (per gli altri).
Le associazioni LGBT, spesso, per indicare gruppi di genere misto, non usano il “maschile plurale” (discretamente comodo se sei ftm, ma un po’ urtante se sei mtf), ma non usano neanche la perifrasi binaria “uomini e donne”, che ribadisce il binarismo e cancella le persone gender non conforming.
Alcuni usano l’asterisco, altre forme omnigenere (con l’uso di “persona” al posto di uomo e donna), altri usano maschile, femminile E neutro (ex: benvenuti a tutti gli uomini, le donne e le persone di altri generi).
Questo a molte femministe non sta bene: chiamano, erroneamente, “neutro” cio’ che riguarda le persone “di altri generi (essere viola non significa essere bianco), dicono che nominare uomini, donne e “altro” sarebbe “lungo (quello che dicevano gli uomini quando loro volevano dire “uomini e donne) e dicono che il femminile (e di conseguenza il maschile) va rimarcato, proponendo una soluzione “binaria” che è offensiva e che cancella (non le donne, ma le persone gender non conforming).
E’ tutta una questione di pigrizia (“non è un problema mio, quindi me ne frego”). E’ vero che le lingue neolatine sono “binarie”, ma l’impegno può tutto, e cercare formule inclusive non è difficile.
L’unico ostacolo è che taluni (e talune), non poche persone, non hanno interesse a farlo.
Molte femministe, anche queer, trattano le persone non conforming con maternalismo e pietismo. L’atteggiamento “patriarcale” che rinfacciano all’uomo nei loro confronti, lo ripropongono verso le persone T, peccando di “colonialismo culturale” e “cis sessismo
Non è raro vedere, nei forum femministi, donne che “decidono” se una giovane adolescente trans ha il “diritto” di ricalcare gli stereotipi col trucco e parrucco che ha scelto, o se un ftm che ha partorito, pretendendo di essere padre e genitore e non “madre”, sta offendendo le donne: persone in cattedra che disquisiscono sui nostri vissuti.
Addirittura delle femministe mi hanno “corretto”, dicendo che quando si parla di discriminazione subita da una persona non conformi “non devo” usare binarismo o transfobia ma “patriarcato”, perché “se avessi letto i loro libri” (scritti da persone cis) “saprei” che tutto deriva dal patriarcato, e affermando ciò cancellano tutta la riflessione trans e le sue elaborazioni culturali.
Addirittura un ftm non è “autorizzato” a parlare di transmisandria quando le donne lesbiche o femministe lo respingono i insultano.

Alla luce di questo, col tempo, sono diventato un po’ “separatista“. Le grandi intersezioni tendono a mettere in primo piano i temi “nazionalpopolari” e oscurare i piccoli temi e i loro autori, facendo si’ che chiunque, anche chi non è formato e non vive una condizione, pensi di avere voce in capitolo su un tema, e cosi’ possiamo vedere femministe che “decidono” se qualcuno è o no trans, uomini etero poliamorosi che dicono che il binarismo non esiste, etc etc.
Non dico che il separatismo sia la strada corretta, ma è necessario l’ascolto: ascolto di chi, in prima persona, vive dei temi e delle problematiche sociali. E poi ci vuole tanta umilità, soprattutto dai militanti e dalle militanti (e da* militant*!) di lungo corso.

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L’Architetta e il rigurgito machista e misogino

Il caso di attualità delle tre professioniste che hanno ottenuto Architetta nel timbro ha scatenato un rigurgito di machismo, che ha coinvolto architetti e ingegneri maschi populisti e misogini, ma anche commenti di donne professioniste che, al di là dell’opinione sulla questione grammaticale, hanno dimostrato di avere poca coscienza di genere.

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Ho un account che uso per la professione, e in cui, a parte alcuni amici intimi (LGBT e non), quasi tutte sono persone che partecipano alla vita “social” legata agli ambienti dell’architettura, dell’ingegneria e del design.

Le due bacheche (dei miei due account) propongono due panorami totalmente diversi: se in quello pensato per l’attivismo a volte mi indispone la monomania del gender, il “sinistrismo” esasperato, l’odio per chi mangia la carne, il politically correct estremo, nell’altro siamo ai livelli di “e i Marò?”
Ebbene si: l’architetto/ingegnere medio, almeno quello dei social, è un tizio che legge Il Giornale, che dà la colpa di tutto agli stranieri, etc etc.
Mi sono tappato il naso per molto tempo, perché infondo con questa gente interagisco rispetto al mio blog professionale, e speravo che fosse “irrilevante” l’avere una posizione politica diversa (del resto io ho una posizione politica diversa anche da chi è mio amico nell’altro account), ma chi è attivista matura, per forza di cose, una visione delle cose maggiormente profonda sul tema delle istanze e dei diritti civili, della cultura sulla diversità e sulle minoranze, e non riesce mai realmente ad occultare il suo pensiero in merito.

Tutto è nato quando mio contatto, un becero machista qualunquista, ha postato un articolo che parlava di 3 arch. donne che avevano ottenuto “Architetta” nel timbro.
Ovviamente il “gentil signore” vomitava su queste tre professioniste un sacco di stereotipi e preoccupazioni“, tra cui che si “rischiasse” che le donne non pagassero più InArCassa e che fossero “favorite” nel lavoro.
A questo si aggiungevano link a giornali populisti che avevano dato la notizia in modo becero, insulti alla Boldrini, provocazioni grammaticali prive di senso logico (InarcassO, entO, autistO), e misoginia sfrenata.

Ho provato a scrivere in merito sul mio blog di architettura, ma il risultato è stato pietoso: l’analfabetismo funzionale dei miei arch-amici facebook era molto più elevato rispetto al FB destinato all’attivismo: tutti hanno commentato l’articolo senza leggerlo.

Nessuno, neanche le lettrici professioniste donne, sembravano essersi accorte del punto dell’articolo: non tanto l’introduzione della parola architettA (per cui l’articolo dichiarava la mia preoccupazione per l’imposizione del femminile come unica opzione), ma il rigurgito becero, che rappresenta una cartina tornasole di quanto questo machismo sia presente nel mondo dei professionisti e delle professioniste dell’edilizia, e di quanto le donne se ne siano abituate, tanto da non riconoscerlo durante episodi come questo.

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Mi ha sorpreso l’esigenza dei colleghi maschi di “perculare” per far sì che nessuno, nella discussione, potesse prendere sul serio il tema. L’architetto maschio, che ha risposto, ha quindi cercato in tutti i modi di sminuire il problema facendo sì che i lettori percepissero il tutto come qualcosa di inutile e frivolo.
Benaltrismo alle stelle: l’importante era chiudere l’argomento, essendo risentiti persino che sia stato preso, talvolta ricordando altri problemi” delle donne (di cui però chi è intervenuto non si occupa, nè intende occuparsene), o addirittura “i problemi del professionista”, cancellando la tematica femminile e lasciando intendere, o proprio dichiarando, che la donna non è affatto danneggiata, ma sarebbe addirittura avvantaggiata.
Poi ci sono stati quelli che, per non rischiare di apparire maschilisti, hanno chiarito che la loro compagna ha le palle e lotta ogni giorno (…).
Poi sono arrivati quelli (e quelle: anche le donne), che hanno cominciato con la storia che quando si tratta di un “ruolo”, il neutro maschile va bene. Chissà come mai invece “operaio/a” e “impiegato/a” non è un “ruolo”: il femminile disturba solo quando si tratta di posizioni di punta?
Infine (e avrei voluto risparmiarveli, ma ci sono anche loro), quelli che hanno iniziato a fare battute sulle tette.

Poi sono arrivate le donne. Prima le ingegnere che hanno dovuto ribadire l’infantile contrasto Ing VS Arch dicendo che solo gli architetti possono masturbarsi su questi temi frivoli (una forma di machismo che al posto di avere xy che vessa xx, stavolta avrebbe il duro ingegnere, maschio o femmina che sia, che sfotte il leggiadro ed eccentrico architetto).
Poi sono arrivate quelle che si sono vantate della “cavalleria” dei colleghi maschi, oppure che si sono vantate di “avere le palle” ed essere capaci di farsi rispettare, e che “se una ha le palle non servono battaglie e non serve piangersi addosso (in pratica la disparità va bene, devono essere i singoli ad avere più palle della classe dominante?).
Credo che ci fosse, in queste donne, un bisogno estremo di dimostrare appoggio all’uomo, e distanza dalle tre “femministe, ribadendo quello che avevano detto loro: ovvero che si trattava di un tema frivolo, e che le tre professioniste erano tre pazze, ridicole, e ideologizzate.
Infine, quelle che, colpevolizzando la donna, dicevano che devono essere le donne ad evitare termini che possano scatenare machismo (parole che finiscono con tetta e tette), come se il problema non fosse il machismo dei colleghi. Insomma, siamo ai livelli della donna che viene violentata perché esce con la gonna. E queste sono signore laureate, e non certo in scienze del passeggio.
Nessuna sembrava indignata dal fatto che il 90% dei commenti era di uomini che credevano di avere il diritto di decidere come è giusto che la professionista donna venga chiamata o gradisca essere chiamata.

Infine abbiamo avuto il rigurgito di alcune femministe, “indignate” non tanto del rigurgito machista dei morti di figa architetti, nè della debolezza delle professioniste coinvolte, ma dalla mia precisazione che, a tutela delle persone gender non conforming, genderqueer, non binarie e non amanti del dualismo verbale esasperato, avrebbero continuato a preferire architetto. Nell’articolo dicevo anche che sarebbe interessante sforzarsi di trovare nuove forme, magari neutre, ma questo mi ha causato l’accusa di Hitler, perché ovviamente, secondo loro, è “Hitler” chi vuole garantire la scelta, e non chi invece vuole imporre una desinenza non gradita da tutti (e mi sembra maternalistico dire che chi preferisce architetto è per forza vittima del machismo interiorizzato).

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Come Architetto, come antibinario, non posso tacere davanti al machismo del mio ambiente. Nè su questo assurdo rigurgito di intolleranza e misoginia.
Sono, pero’, sia transgender, sia antibinario, e a cuore mi stanno soprattutto le persone gender non conforming, quelle non rettificate, e quelle di identità non allineata ai due poli (maschile e femminile), che preferirebbero forme neutre e che in un mondo dove la grammatica non è così connotata da A, O, peni e vagine, ci stanno meglio.
Imporre differenze grammaticali di genere (sto dicendo imporre, come unica possibilità) significa mettere a disagio persone non conforming xx ed xy che, in un mondo in cui le professioni esistono solo con quella differenza grammaticale, sentirebbero imposta la vocale sbagliata nei loro timbri.
E per quanto mi rendo conto che per le femministe sia un problema secondario, e che riguarda poche persone, per me è IL problema (ad ognuno il suo, no?).
Se rimanesse la scelta tra Architetto e Architetta, o se (ancora meglio!) si aggiungesse la possibilità di usare forme neutre (progettista, architect), molte persone potrebbero stare meglio, ma questo non sembra importare a molte “femministe”.

A questo punto, dopo aver visto atteggiamenti beceri da uomini machisti, da donne poco consapevoli, da donne ideologizzate, etc etc, mi chiedo davvero se io non abbia fatto bene a scegliere una carriera aziendale, circondato da donne che si sposano, partoriscono, supportate da un contratto a tempo indeterminato, perché non sono soggette ai ricatti della vita al femminile come finte partite iva, in un mondo basato sul binarismo di genere, quello dove a regnare è chi è “forte” socialmente, quindi il solito maschio etero che legge Il Giornale.

 

Uomini e donne dal professionista dell’eros: ce ne parla Luca Borromeo

Quando si parla di professionisti del sesso si immagina sempre una lei a disposizione di un lui o di un lui, anche in quel caso, a disposizione di un lui. Eppure anche le donne possono rivolgersi e si rivolgono ai professionisti del sesso. Quanto è diverso l’approccio di un uomo e quello di una donna quando si parla di queste sperimentazioni? Lo chiediamo a Luca Borromeo, professionista bisessuale.

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Ciao Luca, raccontati ai nostri lettori.
Chi sei, quanti anni hai, che formazione hai, quali sono i tuoi interessi culturali e quali i tuoi hobbies?

Io sono nato a Milano 39 anni fa dove ho quasi sempre vissuto.
Sono diplomato e ho studiato Filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ma senza laurearmi. Nel frattempo lavoravo nell’ambito commerciale.
I miei interessi culturali sono molteplici: mi piace l’arte, in particolare quella contemporanea, il cinema d’autore, la musica classica e quella jazz. I miei hobbies sono legati ai miei interessi ai quali io aggiungo quello della pratica sportiva (body building e corsa).
Chi ne volesse sapere di più, può leggere il mio sito www.lucaborromeo.it.

 

Amare il proprio lavoro è importante: come ti poni verso la sessualità, e verso il viverla con uomini e con donne? Sei innamorato dell’amore?

Io non vivo la sessualità con uomini e con donne solo per profitto; sono sempre stato bisessuale per cui lavorativamente ho solo reso ciò che è legato alla sfera delle mie fantasie e ai gusti personali un’attività fruibile da chi vuole incontrarmi.
Sono innamorato dell’amore perché l’amore è una condizione per cui, quando esso non è morboso, ma indirizzato verso la persona giusta, permette di tirare fuori il meglio di sé.

 

Quanto è importante che, in un’epoca di frustrazione sessuale, ci possa essere qualcuno, un professionista, a cui poter confidare i propri desideri più reconditi senza paura di giudizio?

Molto perché si tratta di assecondare un desiderio che viene percepito come necessario da chi mi contatta, chiedendomi di realizzare le sue fantasie, condividendole e non giudicando.

 

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Emancipazione sessuale: c’è ancora molta differenza tra uomini e donne o entrambi stanno cominciando a vivere liberamente la sfera erotica? Quale differenze hai trovato in chi ti cerca?

Sì, c’è ancora molta differenza perché forse le donne, qui in Italia, sono meno inclini alla trasgressione a causa del timore di essere mal giudicate. C’è una maggiore tendenza a vivere liberamente la sessualità più da parte degli uomini che delle donne.
Io svolgo questo lavoro da 10 anni e penso che, in questi anni, la differenza sia diminuita ma resta un fondo di repressione.
Le differenze si notano soprattutto al primo contatto: un uomo generalmente è più sbrigativo nello stabilire i dettagli del nostro incontro, il lato economico, il dove e il quando; invece una donna spesso vuole prima entrare in maggiore sintonia con me e non fissa un appuntamento fino a quando lei non sente che abbiamo trovato la giusta lunghezza d’onda.

 

Come arriva a te un uomo e come arriva a te una donna? Passaparola? Siti web?

Il passaparola si è verificato solo in pochi casi. I canali principali restano i siti web attraverso cui io pubblicizzo la mia attività; i social network e il mio sito personale su cui ho pubblicato i miei servizi fotografici, i miei video e tanti altri contenuti e che io mantengo sempre aggiornato.

 

Il primo contatto? mail? telefono?

Il primo contatto, nella maggior parte dei casi, avviene al telefono. Una buona parte comunque arriva anche via email, perché online fornisco anche il mio indirizzo di posta elettronica.
Invece dall’estero la richieste mi giungono per lo più via email e, a contatto stabilito, via telefono.
Tendo invece a non considerare serie le richieste che mi arrivano direttamente via WhatsApp o da recapiti telefonici non visibili.

 

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Chi ci mette di più ad arrivare al sodo? C’è una parte di clientela che ti contatta anche per curiosità ma poi non ce la fa? O ci sono dei tempi fisiologici tra il primo contatto e quello decisivo?

In genere gli uomini sono più diretti mentre le donne vogliono la sicurezza che la loro sia una scelta oculata ma una volta decise vanno al sodo anche loro.
In Italia gli uomini che mi contattano dalle regioni meridionali invece tendono a essere meno diretti di quelli del Nord e a pormi una serie di domande anche per avere la garanzia che io sia una persona affidabile, professionale e capace di discrezione.
Certo, ci sono pure alcuni curiosi ma è successo addirittura che certe persone mosse solo da curiosità, una volta dopo aver dialogato con me, abbiano poi deciso di incontrarmi perché l’interesse si era trasformato in desiderio!
Il tempo fisiologico è quello dovuto alla necessità di organizzare l’agenda e a fattori logistici.

 

Fedi al dito. Uomini, donne, quanti mariti e quante mogli ci sono tra te e loro?

Credi che sia sano “esorcizzare” con un professionista quella parte che il partner non può darti, per migliorare, magari, una relazione che su altri aspetti funziona bene?
Mi sento di rispondere con assoluta convinzione affermativamente. Io di fedi al dito a uomini e donne che vengono a letto con me ne vedo molte. Incontrandomi, tali persone potrebbero anche togliersi la fede, allo scopo di non svelarmi un dettaglio tanto importante della loro vita privata. Tuttavia essi la tengono in quanto, ai loro occhi, io sono considerato un completamento del loro ménage coniugale. Sono cioè quell’extra che permette loro di completare la sessualità di chi mi contatta, un’integrazione insomma della vita intima, se non spesso affettiva di costoro.
Stiamo comunque parlando di persone di livello economico elevato, perché chi ha problemi ad arrivare a fine mese, per esempio, ha ben altre priorità che completarsi a livello sessuale!

 

Fasce di età dei clienti e delle clienti. Differenze: e se sì, perché?

Nel caso degli uomini si va da ragazzi di 20 anni a uomini in età piuttosto avanzata. Nel caso delle donne si va dai 20 ai 55 anni.

 

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Insicurezza: quanto è presente in chi contatta un professionista?

Più che di insicurezza, parlerei della voglia di esplorare il proprio corpo e la propria sessualità.
A volte mi capita di dover spiegare agli uomini che vogliono provare il rapporto anale da passivi come ci si prepara a tale pratica in modo da affrontare l’atto in tutta sicurezza e traendone il massimo piacere.
Per quanto riguarda le donne invece, a volte non si trovano più a proprio agio con il loro partner e non riescono più a raggiungere l’orgasmo. Io servo loro a superare tale blocco.

Qualcuno/a si è innamorato/a di te? come hai gestito la cosa? È capitato più con uomini o con donne?

Capita abbastanza spesso che si innamorino di me. Ho gestito la cosa sempre in maniera professionale, senza mai trasformare i nostri incontri in una relazione che comporterebbe degli obblighi di tipo completamente differente da quelli che intercorrono tra chi paga e chi viene pagato.
Essere professionale in tali situazioni significa non manifestare quelli che sono i miei sentimenti, anche a costo di soffrirne.

Quanto le fantasie di uomini e donne sono intrise ancora di machismo e binarismo di ruoli?

Ci possono essere, tra i miei clienti, degli uomini che vogliono vivere il ruolo del macho o quello della troietta, oppure la donna che vuole vivere la fantasia della predatrice o quella della preda, ma sono casi minoritari e rari. Questo perché chi si rivolge a me vuole stabilire un rapporto basato sulla complicità e non solo a livello sessuale, perché spesso l’incontro non è solo a letto ma in un contesto che comprende anche una vita pubblica.
Io credo che le fantasie intrise di machismo e binarismo vengano assolte da una fascia di professionisti di un livello più basso rispetto al mio.

 

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Professionisti del sesso come “terapia”: pensi che certe persone si siano “liberate” da frustrazioni potendo vivere la sessualità con una persona a servizio dei loro desideri?
Sì, certo! Liberati da certe frustrazioni, si sentono più sicuri di se stessi anche al cospetto degli altri e questo è terapeutico.

 

Una donna può avere del sesso facilmente. Ma è un sesso di qualità? Molti uomini si propongono a donne magari poco belle o poco giovani (più difficilmente accade il contrario), ma quanto poi sono sensibili al desiderio e al di lei piacere?
E quante risolvono il problema con un professionista?

Sinceramente le donne con le quali io ho a che fare come clienti, spogliate sono mediamente più belle di alcune mie colleghe e a letto sono molto più eccitanti e disinibite di certe professioniste del sesso e del cosiddetto “adult entertainment”. Tuttavia costoro, fuori dal letto (mio o loro), non hanno la necessità di sedurre gli uomini attraverso atteggiamenti o abbigliamenti comunemente ritenuti provocanti. Vogliono essere loro a scegliere piuttosto e non essere l’oggetto del desiderio. Vogliono cioè realizzare le loro libidini e non quelle degli uomini, per cui cercano il professionista capace da fare da sfondo bianco sul quale proiettare il film delle loro fantasie.

 

Falsi miti: le giovani donne e le belle donne contattano i professionisti?

Sì spesso e volentieri perché pagare qualcuno è spesso più eccitante che farsi corteggiare. Pagare per il gusto di pagare.

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Uomini e velati: quanti dei tuoi clienti si dicono eterosessuali? C’è bisessualità consapevole in loro?

Siccome con me si gioca a carte scoperte, nessuno mi ha mai detto “Sono eterosessuale e vado solo con le donne”. Può esserci stato, invece, qualche eterosessuale che ha voluto togliersi una curiosità.
Chi viene da me, anche quando ha la ragazza o è sposato, lo fa perché preferisce vivere la propria bisessualità con una persona in grado di garantire quella riservatezza e competenza che gli permetta di lasciarsi andare con spontaneità e assoluta sicurezza.

 

A volte è una moglie a non dare a un uomo ciò che possono chiedere a te. Ma quando invece è il compagno di un uomo gay che non lo soddisfa, e quindi non è una questione “di genere” ma di “come” si fa l’amore?

Può capitare ma non spesso come si pensa.

Quante volte il problema non è il/la partner ma la vergogna a chiedere certe pratiche?

Alcuni di coloro che mi contattano lo fanno proprio perché vogliono vivere delle fantasie che si vergognano a chiedere al partner. In base perciò a quanto precedentemente detto parlando d’integrazione si fa riferimento anche a quelle fantasie che prevedono giochi di ruolo o feticismo.
Uomini e passività. Un capitolone… a te la parola
Devo dire che quando ero agli inizi della mia attività, forse in ragione del mio aspetto giovanile, mi veniva richiesto abbastanza spesso di assumere un ruolo passivo da parte di uomini più grandi di me. Oggi che sono alla soglia dei 40 e ho l’aspetto di un uomo maturo, chi mi contatta mi chiede di svolgere il ruolo di attivo o, al massimo, di essere versatile.

 

Purtroppo si immagina sempre la persona T come sex worker e mai come potenziale cliente. Eppure anche noi abbiamo dei desideri e a volte è meglio spiegarli dettagliatamente a tavolino che trovarsi a letto con persone che potrebbero fraintenderci o soddisfare le loro fantasie e non le nostre.
Ti sono mai capitati clienti transgender in entrambe le direzioni?

Ho avuto esperienze per lo più con persone T MtF che sono sex worker (quindi colleghe) e che mi contattano e mi pagano per avere degli incontri con me.
Con le persone T è stato necessario che le richieste mi fossero spiegate in maniera esplicita. In questi casi ascolto con attenzione le richieste e valuto se io sono in grado di soddisfarle.

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Attivisti si, ma in modo intersezionale. Ce ne parla Davide Bombini

Ho conosciuto Davide Bombini ad una conferenza alla Libreria Antigone, ma “nerdisticamente parlando”, mesi prima avevo scoperto, tramite le statistiche del blog, che mi aveva linkato in un articolo relativamente a definizioni sulla gender non conformity
Davide è un attivista LGBTQIA… e non solo, e propone un approccio intersezionale.
A lui la parola…

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Ciao Davide. Attivista di Arcigay e giornalista su temi LGBT: che altro ci racconti di te?

Ciao Nathan! Beh, sì, essere consigliere nazionale Arcigay e segretario del comitato di Piacenza, oltre che scrivere per Gay.it, potrebbe far di me un attivista h24, e invece sono un educatore professionale e al momento lavoro in una comunità per persone con dipendenze e provengo da una precedente comunità per minori stranieri non accompagnati.
Diciamo che i miei interessi, sia a lavoro che nell’attivismo, sono i diritti delle persone. Con Arcigay (e i Sentinelli di Milano, anche) lotto per l’affermazione dei diritti delle persone, a lavoro attuo pratiche per fornire gli strumenti alle persone per raggiungere i propri diritti, nonostante possano avere delle barriere.

Un tempo le grandi associazioni erano carenti sui temi relativi alla B, alla T, al binarismo di genere e ad altre tematiche legate ad orientamento, identità e ruolo di genere. Cosa è cambiato negli ultimi anni? Quale vicenda ha dato seguito a questo cambiamento? E quanto ancora può essere migliorato?

Su quale vicenda non saprei rispondere, ho la sensazione che si siano affermati discorsi collettivi attorno a queste tematiche sia sulla spinta della filosofia che su fenomeni che stanno tra il costume e l’identità individuale. Negli ambienti dell’associazionismo che frequento le tematiche B e T e quelle relative alla gender nonconformity (per riassumere) sono ancora poco conosciute. Spesso mi ritrovo a dover fare un pippone di ore sulle variabili. Anche se credo, in ultima essenza, che l’individuo sia unico nella propria diversità rispetto a gruppi definiti (sempre, in ogni campo e in ogni epoca). Ma sto andando fuori tema.

Su come “migliorare” l’approccio alle tematiche dell’identità e del ruolo di genere e dell’orientamento, sinceramente, non saprei dare una definizione precisa. Credo che si debba tendere, prima di ogni cosa, a far convergere le lotte. Si parla di intersezione: tematiche LGBTQI+, femminismo, migranti, lavoro, disabilità, infanzia, grandi marginalità, e altro ancora. Se si lavora tutt* insieme per il raggiungimento dei diritti, per la libertà (quella piena, non le piccole concessioni dei governi odierni) si crea un terreno sicuro per le persone per poter vivere il proprio orientamento o la propria identità senza angoscie.

Un sogno utopista, ne sono consapevole. Ma gli utopisti servono!

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Nel blog parli spesso di veterofemminismo e di come questo fenomeno sta attaccando le realtà LGBT, soprattutto colpendo l’uomo omosessuale e le realtà gender non conforming. Secondo te c’è un fil rouge in queste discriminazioni? E’ la misandria?

Non parlerei di misandira, poiché è un termine utilizzato un po’ a caso. In questi mesi ho avuto modo di confrontarmi (in modo accesso, a volte ricevendo qualche insulto) con molte femministe che, appunto, definisco “vetero“, inteso come di un’altra epoca. Dalle loro posizioni si evince che non odino gli uomini in quanto tali, o che non riconoscano altri generi per chissà quale convinzione: semplicemente, hanno paura di ciò che non conoscono. Sono cresciute (seppur alcune di lor abbiano 20 anni) nella convinzione che l’uomo sia tale poiché etero, e che sia sempre violento e irrispettoso. Sono cresciute con l’idea che i generi siano due e due soltanto: uomo e donna. Ma l’antropologia ci ricorda che i generi non sono legati ai genitali, ma che siano un prodotto della cultura. Quindi, variabili.

In buona sostanza, le nostre veterofemministe combattono una battaglia giusta ma con gli strumenti e riferimenti di 50 anni fa. Potrebbe sembrare riduttivo spiegare il fenomeno come una mancanza d’aggiornamento, eppure è un elemento comune a tutte le veterofemministe che ho incontrato. Di solito, per tentare di far fare a loro un piccolo “click mentale”, quando mi definiscono “maschio” o “uomo”, rispondo che questo è tutto da verificare, proprio per tentare di rompere i loro paradigmi, appunto, vetero!

Perché le persone LGBT dovrebbero fare fronte comune col nuovo femminismo? Ha più senso chiamarlo femminismo?

Come accennavo sopra, per arrivare a una vera libertà nel pieno dell’affermazione dei diritti, bisogna lavorare insieme, condividere e sviluppare buone pratiche, sostenere tutte le lotte. Le persone LGBTI dovrebbero, naturalmente, frequentare i luoghi della lotta femminista, che chiamerei ancora così. Giusto recentemente ho avuto un confronto con una amica sicuramente femminista, ma che non sopporta l’uso di questa parola. Per quanto capisca le sue motivazioni, credo che per il momento storico in cui viviamo, sia ancora necessario racchiudere alcuni percorsi sotto sigle e nomi specifici. Operazione che serve da “calamita” per le persone che si avvicinano all’attivismo per soddisfare, in prima istanza, dei propri bisogni. Ma, proprio come nell’educazione, auspico che le etichette spariscano. Citavo proprio l’educazione poiché, attualmente, esistono servizi dedicati a specifiche “utenze” che suddividono l’assistenza sociale in micro-gruppetti: tossico e alcoldipendenti, senza fissa dimora, migranti, minori, persone con disabilità (frammentati a loro volta secondo la diagnosi), e così via. Ecco, la “rossa primavera” dell’educazione è creare servizi rivolti alla persona in quanto tale, dove queste caratteristiche siano variabili da considerare. Allo stesso modo, nella lotta, la condizione che determina uno svantaggio in relazione alla società deve divenire una variabile, per riconoscersi non più come gay, lesbiche, donne o trans, ma come esseri umani liberi, difensori dei diritti.

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Qual è il ruolo dei social in queste nuove connessioni tra militanti di cause diverse ma legate tra loro?

Non sono un particolare esperto di social network, ma posso parlare per esperienza diretta. Alcuni strument sono fondamentali per coordinare azioni e attivare passaparola quasi istantanei. Ma questo non deve bastare. Per creare pratiche e fare discorsi collettivi e partecipati, che tengano conto di ogni ragionamento, bisogna incontrarsi di persona.

Inoltre, i social network non riescono a sfuggire ad una pratica terribile: la dittatura degli attivi. Battute a parte sul chi prende e chi dà (inutile fare i santarellini, lo so che c’avete pensato tutti, dai), significa che chi passa più tempo sui social automaticamente diventa più autorevole degli altri, nonostante ciò che dica o faccia. Inoltre, quello che accade spesso, tipicamente nei forum o nei gruppi facebook, è che si costituisca in modo naturale un gruppetto “dirigente” che tende ad escludere chi è dissonante. Insomma: bene i social, ma vedetevi di persona!

Sentinelle in piedi, popolo della famiglia, ideologia gender. Da dove ha preso le mosse questo nuovo filone per i ruoli tradizionali e contro le persone LGBT?

Dall’ignoranza e dalla paura. Chi ha creato questa accozzaglia di sigle e strampalate teorie ha sfruttato la non conoscenza di tematiche LGBTQI+ di alcune persone, che, unita alla atavica paura di ciò che è diverso, ha alimentato questo turbinio di odio. La tradizione, naturalmente, non c’entra nulla. Per arginare questi fenomeni bisognerebbe riformare la scuola, attuare politiche per l’educazione e la formazione permanente, promulgare e sostenere campagne organiche per abbattere i pregiudizi. Ma scusami, sto ancora fantasticando utopisticamente!

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Lorenzo Gasparrini, filosofo, eterosessuale, e…antisessista

Ho conosciuto Lorenzo Gasparrini per caso, ad una presentazione del suo libro, Diventare uomini – Relazioni maschili senza oppressioni , alla libreria Antigone.
L’attivismo antisessista da parte di uomini cisgender, in particolare eterosessuali, ha suscitato in me grande interesse da sempre, ma per ragioni legate agli “ambienti” diversi che si frequentano, ho avuto finora pochi contatti con questa realtà, e questo spiega anche i molti stereotipi che nell’intevista Lorenzo confuta.

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Ciao Lorenzo. Raccontaci di te. La tua formazione, le tue passioni, e come mai hai a cuore la tematica antisessista dal punto vi vista maschile

La mia formazione non ha molto di particolare, sono un filosofo che ha cominciato a studiare Estetica molti anni fa seguendo un classico percorso accademico. Poi la riforma universitaria mi ha, di fatto, tolto i finanziamenti ai vari contratti e incarichi che avevo, e ho dovuto lasciare il lavoro universitario. Ritornando a fare politica, cosa che avevo lasciato perché ero sommerso dall’attività didattica, ho capito che molte delle cose che avevo studiato potevano essere utili a tanti in senso politico. Più mi addentravo nella pratica antisessista più capivo quanto i femminismi fossero stati ostracizzati dall’accademia italiana – e anche dagli altri ordini dell’istruzione. Di qui il mio impegno politico e civile: per me è fare filosofia, la cosa che ho sempre fatto.

Quali le peculiarità dell’antisessismo quando il punto di vista viene da una persona nata maschio, di identità di genere maschile e magari anche eterosessuale?

Posso provare a riassumere le peculiarità di un maschio cisgender antisessista con una sola parola: paradosso. Hai il corpo e l’aspetto dell’oppressore di genere, e invece scopri le diverse e particolari oppressioni alle quali sei sottoposto anche tu, quindi intraprendi un percorso di uscita (“diserzione“) dal patriarcato e provi a costruire una identità di genere diversa da quella nella quale sei stato educato dalla nascita.

L’antibinarismo, diversamente dai veterofemminismi, non individua vittime donne e carnefici uomini, ma considera vittime le persone, e “carnefice” il sistema con i suoi stereotipi di genere. Sotto questa prospettiva, anche un uomo può dire la sua: sei d’accordo?

Sì, sempre però ricordandoci che non possiamo dimenticare che la “persona” è un’astrazione: il sistema opprime tutti e tutte a seconda del corpo, del genere, dell’orientamento e del contesto sociale, quindi poi ciascuno “dice la sua” ma tenendo ben presenti le inevitabili differenze e caratteristiche.

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Quali le principali prigioni mentali che attanagliano l’uomo che ambisce ad essere “alfa” nella società?

Principalmente una: l’agonismo insegnato in ogni relazione. La continua ricerca del primato distrugge qualsiasi possibilità di relazioni solide e profonde, col risultato di trasformare il mondo in una continua frustrante corsa all’affermazione di sé tramite l’esercizio di un potere – potere che in realtà non si possiede mai, ma del quale si diventa strumento.

Perché ancora così pochi uomini sentono il bisogno di “emanciparsi” dai ruoli di genere?

Perché non hanno capito quanto siano nocivi alla loro vita, alla loro felicità, alla possibilità di costruirsi relazioni appaganti ed efficaci.

Discriminazione verso il maschile, è forse più strisciante? C’è? in cosa consiste?

Non credo che esista in realtà. Ogni volta che qualcuno se ne esce lamentando una discriminazione verso il maschile, si scopre che o è una forma patriarcale recitata a ruoli invertiti – e allora è sempre la solita discriminazione – oppure si scambia la causa con l’effetto. In un sistema che privilegia, in ogni situazione sociale, il maschi etero, quella che può apparire come discriminazione è in realtà un’affermazione di potere. E allora il paradigma è sempre quello patriarcale, anche se in qualche rara occasione la vittima è un maschio.

Misandria: una parola poco nota ma che descrive un atteggiamento, presente in alcuni correnti veterofemministe, verso l’uomo. Ce ne parli?

No. La parola “misandria” è stata usata soprattutto da maschilisti più o meno organizzati per i loro giochetti retorici, che scambiano continuamente la simmetria con la parità. I veterofemminismi vanno giudicati calati nei loro contesti sociali e storici; in quegli anni le espressioni violente che giudicavano gli uomini come un blocco unico di soggetti tutti uguali e da disprezzare erano motivate appunto da circostanze politiche che oggi possiamo appena immaginare, se non si studiano approfonditamente. Leggere con la sensibilità del 2017 alcuni femminismi degli anni ’60, per fare un esempio, e trovarli “misandrici“, penso che sia del tutto scorretto – e anche inutile. Esattamente come praticare nel 2017 i femminismi degli anni ’60 così com’erano.

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Ansia da prestazione ed eiaculazione precoce: sono molto più diffuse nell’uomo etero che in quello non etero: quanto, visto questo dato, è psicologico e dovuto al binarismo?

Quanto sia psicologico non ho le competenze per valutarlo. Quanto sia dovuto a un binarismo (aggiungo: competitivo) insegnato fin da bambini, per me lo è del tutto. Aggiungendoci che quello stesso binarismo comprende anche un voluto silenzio sul reale funzionamento del corpo maschile soprattutto per quanto riguarda la sua sessualità.

Il ruolo delle religioni e dei monoteismi storici nel binarismo del ruoli: tu lavorerai col sudore della fronte e tu partorirai con gran dolore …ci siamo realmente evoluti da ciò?

Non molto. A dispetto di tante e tanti che danno il patriarcato per morto, io lo vedo ancora capace di trasformarsi in tanti modi, che proseguono quella divisione di ruoli biblica che hai citato. Trasformazioni che passano di costruzione culturale in costruzione culturale: religioni, ideologie, “visioni del mondo“…

I veterofemminismi spesso hanno atteggiamenti ostili verso le persone T. Noi uomini xx saremmo delle povere donne che non accolgono l’essere donna, inseguendo il privilegio sociale. Le donne xy invece vengono viste come uomini che vogliono infilarsi negli ambienti delle donne “senza esserlo”. Quanto in realtà, più che transfobia, si tratta di misandria (quindi odio per il maschile biologico delle donne trans e per il maschile psicologico degli uomini trans)?

Della misandria ho già detto. Credo che questa che hai descritto sia, da parte di alcuni veterofemminismi, una transfobia per loro “necessaria“: l’esistenza stessa della transessualità distrugge l‘essenzialismo sul quale si fondano, quindi non potranno mai accettarla come una realtà a tutti gli effetti. Di qui quelle fantasiose – ma violente e discriminanti – spiegazioni.

MRA: movimenti di “orgoglio” maschile. Si spacciano per uomini antisessisti ma in realtà si tratta di maschilismo vero e proprio. Come “smascherarli” e non confonderli con ciò che invece, ad esempio, fai tu, come altri uomini antisessisti?

Basta farli parlare. Il loro atteggiamento passivo-aggressivo, la loro logica assurda e del tutto antistorica, la loro incapacità organizzativa e pratica vengono fuori quasi immediatamente con esiti esilaranti, anche se ovviamente sanno essere anche molto offensivi.

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Ci parli di Maschile Plurale? Della tua esperienza con loro e di come questo gruppo dialoga con realtà LGBT e femministe? Quali le difficoltà?

E’ indubbiamente una rete molto importante perché, oltre ad avere meriti “storici” significativi, oggi unisce e rende visibili molte realtà interessanti e vive sul territorio italiano. Mi è capitato però di vedere nei fatti una organizzazione poco chiara quando si tratta di prendere decisioni, e una certa soggezione a determinati femminismi che nei fatti ne rende nullo il dialogo con altri. I motivi non li conosco, ma se la tua domanda è “quali le difficoltà“, evidentemente non sono il solo ad averle notate, in questo senso.

Che tipo di utenza attrae il progetto “Maschile Plurale“? e come è cambiato negli anni?

Non saprei, non ho avuto una così lunga esperienza in MP da poter avere elementi per rispondere.

Il “morto di figa“, un personaggio odiato negli ambienti bisessuali, poliamoristi, transgender, dove questi personaggi arrivano in cerca di trasgressione, di donne libertine, e trovano invece un muro. Eppure anche il “morto di figa” deriva da queste dinamiche sessiste fatte di maschi alfa, beta e gamma. Da filosofo, senza usare termini così pecorecci (di cui mi scuso coi lettori) come quelli usati da me, riusciamo a spiegare questo fenomeno tentando un approccio “non giudicante“?

Beh, sinceramente non lo trovo necessariamente da spiegare, nel senso che il “morto di figa” è il prototipo dell’uomo etero come lo vuole, sessualmente, il patriarcato. Un ebete disposto a qualunque cosa per eiaculare più volte possibile nel corpo (o sul corpo) di più donne possibile. Se questo nei fatti è un giudizio, non posso farci niente, perché corrisponde alla condotta di moltissimi uomini etero che sono stati educati a comportarsi in questo modo.

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Il G7 di Taormina ha come sua immagine un ragazzo che guarda con machismo una ragazza siciliana col velo. Ci sono state molte polemiche delle associazioni LGBT e femministe Siciliane, che non vogliono che la Sicilia sia sempre rappresentata con binarismo e machismo. Eppure molti etero hanno risposto che non va attaccata “l’eterosessualità“. Credo che l’utente medio non sappia la differenza tra eterosessualità, eterosessismo, ed eteronormatività. Noi attivisti siamo abbastanza bravi a far passare i concetti di “non binarismo” al mondo etero? in cosa possiamo migliorare?

Si può spiegare in tanti modi, e con molti linguaggi, che quello che viene criticata non è l’eterosessualità ma il suo uso come potere discriminante verso altri e altre. In questa comunicazione si può sempre migliorare, ma per quanto “bravi“, dall’altra parte ci dev’essere chi è disposto al dialogo e non ad arroccarsi nei suoi privilegi o nella sua ignoranza.

Educastrazione: quando colpisce il nato maschio fin dalla sua infanzia?

Da quando si appende un fiocco celeste alla porta, è ovvio che sta incominciando una coercitiva educazione all’eterosessualità normalizzante. Non credo, come Mieli, a un “ermafroditismo originario“, ma certo l’attuale educazione del maschio è parecchio castrante, in tanti sensi.

Nelle scuole vengono maggiormente bullizzati gli adolescenti “effeminati” rispetto a quelli “gay“. Per dirlo in altro modo, dà più fastidio un ragazzino effeminato, magari eterosessuale, che un ragazzino gay virile. Quanto, quindi, è una questione più di “espressione di genere” che di orientamento?

Considerando quanto è importante, in quell’età, l’espressione e il segno esteriore di appartenenza a una maschilità “normale“, in quel senso è solo una questione di genere. Anche se – ricordo la ricerca di Giuseppe Burgio in proposito – anche l’orientamento dev’essere ben nascosto, se si vuole evitare di essere ostracizzati e poi anche bullizzati.

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Uomo etero e passività: molti uomini etero stanno apportando una rivoluzione nella sessualità. Molti dicono apertamente che le loro compagne, talvolta, hanno un ruolo attivo e che a loro piace. Ce n’è voluto, e siamo ancora molto indietro. Tu cosa ne pensi?

Credo sinceramente che la strada del piacere sia ben più diretta e convincente di quella delle parole, anche se poi queste devono seguire quella o non si avrà alcun risultato politico. Se però questo può servire a cominciare un ripensamento delle caratteristiche della “normale” eterosessualità maschile, ben venga.

L’uomo transgender ftm è un interlocutore all’interno del dialogo tra uomini antisessisti?

Per me è un interlocutore necessario. Senza un dialogo tra maschilità “diverse“, non si va da nessuna parte, né personalmente né politicamente.

Quali i prossimi passi del movimento degli uomini antisessisti?

Per quello che ne posso dire io che certo non lo rappresento, direi: aumentare di numero, rendersi autonomi il più possibile nelle decisioni politiche, costruire luoghi e strumenti per informare e diffondere (sul)la propria attività, praticare una maschilità che non si basi su nessuna discriminazione o violenza: più felice, piacevole e appagante.

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Lorenzo Gasparrini. È dottore di ricerca in Estetica. Blogger e attivista antisessista, è fondatore dei blog «Questo uomo no» e «La #filosofi#a maschia». Tra le pubblicazioni accademiche, «La costruzione di una possibilità: disertare il patriarcato», in «La questione maschile. Archetipi, transizioni, metamorfosi» (a cura di Saveria Chemotti, Il Poligrafo).

Il BDSM raccontato da Danilo Ruocco, attivista LGBT

BDSM, LGBT e binarismo di genere:
ce ne parla Danilo Ruocco, attivista LGBT e Master BDSM…

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Il blog ha in passato trattato il tema del BDSM in relazione alle tematiche LGBT e al binarismo di genere. Oggi Danilo Ruocco, giornalista e attivista LGBT, che nel BDSM ha il ruolo del Master (quindi un ruolo Top o Dom, ricordiamo invece, per rendere più fruibile l’intervista, che i termini legati al ruolo opposto sono Slave, Bottom e Sub) risponde alle nostre curiosità in merito.

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Buongiorno Danilo. Raccontaci, se ti va, di come ti sei scoperto LGBT e di come definisci e consideri il tuo orientamento sessuale e affettivo.

Non credo ci sia stato un evento particolare che mi abbia “rivelato” a me stesso. Penso, invece, di essere sempre stato consapevole di ciò che sono: una persona sessualmente attratta da donne e uomini.

Orientamento sessuale e BDSM, quale è entrato prima nella tua vita e come li hai scoperti?

Ho scoperto abbastanza tardivamente il mio essere un Master: ero già all’Università e sono stato coinvolto da una coppia in un gioco erotico a base di sculacciate e bondage. Mi si è aperto un mondo.

IL BDSM è binario? ci sono sostanziali differenze quando top e bottom sono una coppia omo e quando sono una coppia etero? e perché?

Credo che le differenze ci siano. La netta separazione dei ruoli tra Top e Bottom spinge a comportamenti che, a volte, confermano il binarismo e a volte lo stravolgono.

In genere, una Mistress viene spesso percepita dal proprio slave come una virago, ovvero una donna fortemente mascolina o mascolinizzata, in quanto il dominio viene ascritto alla sfera del maschile. Parallelamente, una slave è spesso vista come una bambolina passiva in balia del volere del suo Master.

In un rapporto top/bottom di natura omosessuale maschile, ciò spesso non accade, specie se il bottom si presenta come “virile”. In tal caso lo slave si sottomette a un Master che percepisce più maschio di lui, senza necessariamente percepirsi come femmina.

 

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BDSM e poliamore, sono legati? e come?

Non so se si possa parlare di poliamorismo. Sicuramente il rapporto tra un Top e un bottom non è monogamico. Sarebbe assurdo chiedere a un Top di non condividere il proprio bottom con un altro Top se ne ha voglia o di avere più di uno slave contemporaneamente! Sarebbe come chiedere a un Top di non imporre la propria volontà!

Essere dichiarati come LGBT e come BDSM, ci sono differenze e imbarazzi diversi? E per quanto riguarda i BDSMers etero?

Spesso il BDSM viene percepito come qualcosa di estremo e deviante che lascia molte persone, anche GLBT, diffidenti.

A volte i feticismi o i desideri BDSM coinvolgono parterns del genere opposto a quelli da cui si è generalmente attratti/e. Quindi persone tendenzialmente omo che possono avere fantasie bdsm etero e viceversa. Come mai questo accade? Rende queste persone bi/pansessuali oppure è solo una questione “kinky”?

Penso sia più una questione di dominio/dominazione che di orientamento o identità sessuali. Come ho scritto in “Se la Mistress lo imponehttp://www.paroleglbt.info/2014/12/se-la-mistress-lo-impone.html sono convinto che anche quando un eterosessuale maschio viene penetrato analmente da un uomo non cambi la percezione di sé come eterosessuale, ma “subisca” la penetrazione come un atto, appunto, di sottomissione alla propria Mistress.

Machismo, sessismo, binarismo e slave/master: quando influiscono i nostri retaggi binari nelle nostre fantasie?

Tantissimo. Direi che, quasi sempre, le alimentano.

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La donna, anche quando domina, è comunque oggettificata?

Credo dipenda molto dal livello sociale dello slave: più è alto e più tende a vedere nella Mistress un oggetto.

Passività etero: molti uomini etero amano subire la penetrazione da donne, ma ciò è per loro accettabile solo se la vivono come desiderio BDSM. Quanto machismo interiorizzato esiste ancora?

Purtroppo molti maschi eterosessuali sono sessualmente assai inibiti e pensano che il piacere “lecito” sia solo quello che passa attraverso l’uso del fallo. Quando scoprono che la pratica anale li soddisfa pienamente, spesso finiscono per associarla a pratiche di sottomissione, forse proprio a causa del machismo che vorrebbe sempre il maschio penetratore e mai penetrato.

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Il fenomeno delle “sissy“: molti uomini sognano di essere umiliati da master o mistress. Si vestono da donna e spesso ne replicano gli stereotipi machisti, definendosi “cagne” o anche peggio: pensi che derivi dal machismo interiorizzato di questi praticanti, o pensi che sotto sotto ci sia una tematica di identità di genere?

Entrambe le cose. Ci sono crossdresser che indossano biancheria intima femminile solo quando hanno rapporti con altri uomini, probabilmente in quanto associano la sottomissione sessuale a un Master alla femminilizzazione.

Per altri, invece, il crossdressing è legato a tematiche di identità di genere.

Nei portali gay siamo abituati ad annunci contenenti “no effeminati” o “io…insospettabile” o ancora “io…discreto“. Quanta omofobia interiorizzata e binarismo c’è in chi mette questi annunci? Succede anche con gli annunci BDSM? e quali sono gli stereotipi più diffusi?

Il livello di omofobia interiorizzata in chi si definisce “insospettabile” è assai elevato.

Invece chi ricerca “maschili” o “non effeminati” sta solo dando precise indicazioni di gusto estetico.

I “discreti”, infine, sono coloro che o sono sposati o sono fidanzati e, quindi, cercano la scappatella senza conseguenze.

Negli annunci BDSM, in genere, si è molto precisi: si indicano ruoli, pratiche e limiti.

I praticanti BDSM etero sono open minded rispetto alle tematiche LGBT?

In genere no.

La bisessualità consapevole è diffusa in questi ambienti?

No. Vi sono pratiche bisessuali, ma non consapevolezza.

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BDSM e Fetish, come sono connessi? Quali i fetish maggiormente richiesti nel mondo omo?

Sì spesso non vi sono confini netti tra i due mondi.

Sicuramente molto richiesto è il fetish legato ai piedi e alle scarpe.

Altro fetish richiestissimo è quello strettamente legato agli odori, specie a quelli dei genitali del Master, alle sue ascelle, ai piedi e alle sue deiezioni.

Puoi spiegarci l’acronimo BDSM?

L’acronimo si riferisce a tutte quelle pratiche sessuali nelle quali vi sono giochi di ruolo che richiedono sottomissione o dominazione. Giochi sadomasochistici.

Il BDSM è ancora uno stigma? Sarebbe utile fare cultura in merito?

Lo è sicuramente. In realtà sono convinto che sarebbe utile fare cultura che parli di ogni aspetto della sessualità e non solo del BDSM.
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Cuckold: di cosa si tratta? Vi sono rapporti bisessuali oppure si tratta comunque di rapporti etero in cui la terza persona guarda?

Il cuckold si eccita a guardare il proprio partner mentre è impegnato in attività sessuali con un terzo. Ovviamente, a seconda dei desideri di ogni partecipante, il cuckold può anche non limitarsi a guardare, ma può prendere parte sessualmente all’azione. In tal caso, può avere rapporti solo con il proprio partner abituale, oppure può averne anche con il terzo.

Menage a trois: i partecipanti hanno solo rapporti etero oppure può capitare che i due uomini o le due donne facciano sesso tra loro?

Dipende molto dalle persone che sono coinvolte nell’azione, dai loro desideri e dal loro livello di inibizione. Non è detto, ad esempio, che un uomo bisessuale gradisca essere visto dalla propria partner mentre si fa penetrare da un altro uomo o lo penetri.

Master e compenso: alcuni master ed alcune mistress chiedono dei pagamenti solo per umiliare la persona dominata: si puo’ parlare di sex working?

In genere, il compenso è un modo per ribadire e sottolineare l’inferiorità a la sottomissione dello slave e il dominio e superiorità del Master.

Toys e BDSM, quali gli oggetti più richiesti?

Dildo, fruste, biancheria intima, manette, cinture di castità…

I nuovi social, Istagram, Twitter, Pinterest, possono servire a promuoversi anche come attivista LGBT?

Se usati correttamente sono uno strumento essenziale.
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Danilo è uno scrittore, giornalista e consulente per la comunicazione.

Si occupa di tematiche e diritti GLBT per il sito “Parole GLBT” paroleglbt.info ed è l’ideatore e il curatore de “Il Simposio” www.ilsimposio.tk

Ha, tra l’altro, scritto i romanzi “Lavapiubianco” lavapiubianco.tk e “Parla Egisto” parlaegisto.tk

 

Teen Gender: la parola alla Dott.ssa Roberta Ribali

Domenica 19 Febbraio il Milk Ospita l’evento “Progetto Teen Gender”, riguardante gli adolescenti e le tematiche di genere.
Interverranno la dottoressa Roberta Ribali (psichiatra), i dottori Valentina Guggiari e Stefano Ricotta (psicologi), Daniele Brattoli (assistente sociale), Andrea Pucci (aspetti legali).
Per preparare all’incontro abbiamo intervistato la Dott.ssa Ribali, medico specialista in Neurologia e Psichiatria, psicoanalista, consulente del Tribunale di Milano per le tematiche di identità di genere.

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Ciao Roberta e benvenuta sul blog. Sarai relatrice sei stata promotrice della serata Teen Gender…come mai ti sta a cuore questo tema?

Abbiamo tutti infinite sfumature di identità di genere. Ne ho anch’io,ovviamente…!

Cosa pensi dei bambini “gender non conforming”?
Sono modi d’essere che si ritrovano a volte nei cuccioli della specie Homo Sapiens Sapiens… 🙂

Secondo te è una tematica di ruoli di genere, di identità di genere o i due temi talvolta si intrecciano?
Nei bambini non si puo’ individuare chiaramente …. a volte è un gioco, a volte un intreccio complesso di ruoli esterni e di vissuti intimi e profondi.

Come pensi sia corretto per la famiglia approcciarsi a un bambino “gender not conforming”?
Documentarsi, rilassarsi e lasciarlo/a esprimersi con libertà.

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E la scuola che doveri ha verso i bambini con una tematica di genere?
Il primo dovere, verso ogni bambino, è il rispetto. La scuola può informare e formare insegnanti e genitori, perché a loro volta comprendano, accettino e passino ai piccoli messaggi di rispetto e tolleranza.

Come tutelarsi dal problema del bullismo?
Prevenendolo, con l’informazione e l’educazione dei bambini al rispetto e anche alla difesa attiva dei più deboli, se occorre.

Se una persona molto giovane manifestasse il desiderio di essere conosciuta e rispettata con un nome “non anagrafico”, come ci si dovrebbe comportare, nelle situazioni maggiormente burocratizzate, come la scuola?
Molte scuole hanno dirigenti e insegnanti aperti e psicologicamente preparati a trovare soluzioni creative e divertenti, accettabili dai bambini e dai genitori. i bambini percepiscono facilmente se un compagno si presenta e si comporta secondo modelli cross, e non fanno una piega, se sono stati educati correttamente. Usare un nome o un soprannome gradito al bambino in questione non mi pare un problema insormontabile.

Il tuo lavoro ti permette un osservatorio privilegiato: come sono gli adolescenti che segui? Decisi? Confusi? e com’è l’ambiente che li circonda?
Gli ambienti sono eterogenei, i contesti sociali italiani sono estremamente vari. Sono soprattutto le famiglie che impostano i ragazzini: poi la scuola e il gruppo che frequentano fanno il resto. Se hanno fortuna, cresceranno più sicuri e con meno ansie, altrimenti ….. saranno i nostri pazienti di domani. Oggi i ragazzi non temono di confrontarsi, se necessario, con professionisti della psiche, e questo è cosa positiva.

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Come sono cambiate le cose negli ultimi decenni?
Da noi, si può dire che gli ambienti più aperti accettano di passare da una visione binaria del genere a una visione più fluida. I media hanno aiutato a cambiare molto le cose, che rapidamente stanno muovendosi verso una maggiore tolleranza.

I professionisti del benessere mentale della persona che accortezze devono avere coi minori con tematiche di genere? e quali sono i rischi?
Molti psicologi e operatori hanno fatto sforzi per aprirsi e studiare nuove teorie e nuovi approcci, ma ancora esistono professionisti che sono rimasti ancorati a pregiudizi superati. Da evitare, semplicemente. Cambiare medico di base, psicoterapeuta o counselor non è difficile.

Qual è l’approccio migliore verso queste giovanissime persone? Quali le mosse da fare per essere maggiormente rispettosi e possibilisti?
Appunto, il rispetto è alla base di qualunque rapporto positivo, con qualunque giovanissimo, e soprattutto con i bambini. Attenzione anche a non strafare, però, con le migliori intenzioni: ai ragazzini che manifestano istanze gender fluid si deve sempre offrire la possibilità di modificare il loro percorso, o di trovarne altri, in direzioni diverse. Senza fretta.

Quali strumenti i professionisti possono dare a questi ragazzini in modo che possano sopravvivere?
Sopravvivere sopravvivono: il professionista deve aiutare a vivere bene! E quindi, deve impegnarsi, muovendosi anche nel sociale che circonda il ragazzino: famiglia, scuola, relazioni.

La tematica di genere puo’ portare un giovanissimo all’abbandono degli studi? cosa si può fare per evitare questo rischio?
E’ , secondo me, uno dei rischi più gravi, conseguenza di sintomi disforici che devono essere portati alla luce ed eliminati. Che genitori, insegnanti e psicologi non abbiano timore a fare domande, di fronte a sofferenze di origine poco chiara!

Ci sono maggiori avversità per i “gender non conforming” di biologia maschile o per quelli di biologia femminile?
Nella nostra cultura le persone M to F a volte sono svantaggiate.

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E’ presente una maggiore tendenza alla fluidità di genere nei giovanissimi? Se si, perché?
Il perché non lo so, so il come. All’epoca dello sviluppo, il percorso sociale appare chiaro, ma un ragazzo ha bisogno di sperimentare, di provare, e di non reprimere le sue fantasie, che sono spesso fluide e contraddittorie.

Le tematiche di genere sono poco studiate e valorizzare: come promuovere la formazione su questi temi?
Si sta già facendo molto, con buona letteratura e buon cinema e teatro. Anche i viaggi ci mettono a confronto con tante mentalità diverse e magari ci insegnano ad essere elastici , curiosi e comprensivi. Il costume sta cambiando, e si deve chiedere con decisione ai nostri politici di adeguare leggi e strumenti sociali e sanitari.

Quanta importanza ha la formazione nelle scuole? e perché i bigotti ne hanno tanta paura?
La formazione nelle scuole, fatta con serenità e misura, non dovrebbe far paura a nessuno: ma le religioni monoteiste sul Pianeta sono potenti e foriere di acriticità , dogmatismo e paura del nuovo… e tante persone danno retta ad aspetti superstiziosi e irrazionali, alla ricerca di sicurezza. Non ci si deve scoraggiare, anzi, il dialogocon tali persone è da cercare ad ogni costo.

Il blog è letto da tantissime persone giovanissime e con tematiche di genere: che augurio e che dritte darebbe ai miei giovani lettori?
Di imparare a rispettare l’altro, e di imparare anche a farsi rispettare sempre , con determinazione, intelligenza ,forza e tenacia.

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