Davide Amato: una storia di bisessualità, visibilità e non binarismo

Davide Amato è un attivista bisessuale e non binario, che promuove la visibilità e il coming out, parlando del, troppo spesso sottovalutato, problema della bifobia.
In quest’intervista proviamo a conoscere la sua storia, a capire come è cambiata la situazione delle persone bisessuali e cosa sarebbe opportuno fare per migliorare ancora la situazione.

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Ciao Davide: tramite quali realtà fai attivismo sul tema della B?

Ciao, Nathan, attualmente faccio attivismo tramite il Circolo Culturale TBGL Harvey Milk di Milano in cui ricopro felicemente il ruolo di responsabile del Progetto Bisessualità e di coordinatore del prossimo gruppo operativo di visibilità bisessuale.

Poi, faccio attivismo tramite una collaborazione con il Gruppo Donna Arcigay di Milano, l’associazione Lieviti del Milk di Verona e, in ultima istanza, con il nascente gruppo di coordinamento di più associazioni sotto il nome di Mondo Bisex. Di quest’ultimo fanno parte arche il gruppo Bit, o Bisessuali in Toscana, e il gruppo Bproud di Bologna.

Se ti va…parlaci di come ti sei scoperto bisessuale

Molto volentieri! Il tutto avvenne tre anni fa, durante uno dei tanti corsi sul bullismo omo-bi-transfobico organizzati dall’associazione Arcigay EOS di Cosenza, in collaborazione con il Cassero di Bologna. All’epoca, già militavo da tempo all’interno del comitato Arcigay I due Mari di Reggio Calabria, spazio in cui entrai da attivista etero LGBT-friendly.

Comunque, per dirla brevemente, si crearono alcune condizioni favorevoli che fecero esplodere improvvisamente, in me, emozioni del tutto nuove e impreviste. In sostanza, la vicenda si svolse tutta durante il trascorrere di quel corso, nel giro di pochissimo tempo, e fu la base di partenza del mio coming out.

Quindi, mi dichiarai bisessuale prima con mio comitato e poi in famiglia, durante il periodo natalizio. Infatti proprio per la mia improvvisa riscoperta, penso di essere un caso unico, speciale e atipico.

Parlaci dell’esperienza di attivista B in Calabria

Su questo punto, purtroppo, ho poco da riportare: subito dopo i due miei coming out, dovetti trasferirmi a Milano per questioni di crescita personale, lavorative e di studio. Infatti, frequento un corso professionalizzante per la qualifica di Massaggiatore Capo Bagnino degli Stabilimenti Idroterapici, o Massaggiatore Masso-Idroterapista. Ovvero, la strada più concreta e pertinente al mio percorso, già intrapreso dal 2010.

Da attivista ex-etero LGBTfriendly, vado più che fiero di aver portato avanti battaglie culturali per tre anni, insieme a persone indimenticabili e dentro un contesto territoriale già abbastanza complicato. Il tutto fino ad arrivare alla realizzazione del primo Pride calabrese della storia, una delle esperienze più grandiose di tutta la mia vita.

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Ti va di parlarci della tua esperienza al Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano?

Certamente. Parto dal dire, con molto piacere, che si sta rivelando sempre di più un’esperienza straordinaria in ogni senso. Da quando ho cominciato a farne parte (più di un anno fa, immediatamente dopo il mio trasferimento) al suo interno ho notato da subito persone fantastiche, molto determinate, abbastanza volenterose e con una voglia, fuori dal comune, di perseguire le linee un attivismo TBGLQIA* all’avanguardia. Soprattutto penso che sia davvero una realtà che fa dell’anti-binarismo di genere il suo principale punto di riferimento.

Frequento due dei tanti gruppi attivi al suo interno, Ama relazioni affettive e Ama Identità di genere, che si stanno rivelando occasioni imperdibili, strumenti indispensabili per il miglioramento della qualità della vita e momenti in cui poter conoscere persone indimenticabili

Oggi, posso serenamente riferirmi al Milk come alla mia seconda famiglia

Preferisci Bisessuale, Biaffettivo, Bisex o altri termini? Nel blog cerco di usare sempre orientamento eroticoaffettivo rispetto al “sessuale” …

Preferisco il termine Bisessuale non binario

Perché preferisci Bi a Pan (nel descrivere te stesso)

Per mirate questioni di opportunità personale e per lasciarmi il dovuto tempo di esplorarmi tramite l’esperienza. Dal punto di vista erotico/affettivo, mi rendo conto di non perseguire uno schema preciso. Su questo sto scoprendo di essere sempre più vicino alla pansessualità.

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Bisessualità e Pansessualità, orientamento binari, non binari, transincludenti, transescludenti, ce ne parli?

Certo. Dunque… partiamo dalla prima, ovvero la Bisessualità. In origine, è stata vista e interpretata come “canonica”, in quanto riferibile alle persone che si sentivano erotico-affettivamente attratte solo da uomini e donne bio e cis-gender.

Essa, prima degli anni 90′, venne studiata e affrontata dallo scienziato Alfred Kinsey (a cui si deve la “scala Kinsey”) solo da un punto di vista “comportamentale”.

Questo, in ambito scientifico, ovviamente in quel contesto storico, fu il primo lavoro documentato condotto sulla fluidità dell’orientamento sessuale.

Kinsey concluse che l’orientamento non è rigidamente dicotomico, bensì si estende lungo un contiuum di variazioni.

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Più recentemente, lo psichiatra Fritz Klein (1990), insieme ai suoi collaboratori, ha sviluppato una griglia per la valutazione dell’orientamento sessuale, nota come Klein Sexual Orientation Grid (KSOG). Nella sua griglia, Klein ha aumentato il numero di variabili da prendere in considerazione, rispetto a quelle presentate da Kinsey. In particolare ha aggiunto: l’attrazione sessuale, il comportamento sessuale, le fantasie sessuali, le preferenze emozionali, le preferenze sociali, lo stile di vita, l’autodefinizione del proprio orientamento.

Questi due personaggi furono tra i primi precursori della visione di una sessualità non binaria. Ultimamente in Italia, se pur con molta lentezza rispetto agli altri Paesi, si assiste al coming out, soprattutto nelle nuove generazioni, di persone bisessuali, bisessuali non binarie, omoflessibili, eteroflessibili, e pansessuali. E pure in forte crescita.

Per quanto riguarda gli orientamenti definiti come binari, e trans-escludenti, in alcuni casi non necessariamente riconducibili alla rigida cultura del binarismo, in questi rientrano le persone dichiaratamente solo bisessuali, etero e omosessuali.

Invece, negli orientamenti definiti come “non binari”, e trans-includenti, sono comprese persone dichiaratamente omoflessibili, eteroflessibili, bisessuali non binarie e pansessuali.

Oggi, finalmente, la bisessualità, al pari del termine trans*, viene definita come termine “ombrello”, proprio per evidenziare il fatto che, al suo interno, vengono incluse tutti i casi in cui l’orientamento, in passato o nel presente, ha assunto, assume, o può assumere una caratterista mutevole, fluida e includente.

Invece “pansessualità” è un termine che, a seconda dei casi, indica un orientamento erotico-affettivo definitosi e sviluppatosi indipendentemente dagli altri, oppure l’ultima evoluzione della bisessualità non binaria

Qui, è doveroso precisare  che termini quali etero, omo, omoflessibile, eteroflessibile, bisessuale, bisessuale non binario, pansessuale, si riferiscono solo e esclusivamente alla descrizione dell’orientamento sessuale, in alcuni periodi della vita, e non all’identità di genere.

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La Bifobia negli attivisti storici (uomini e donne)…

A questa domanda cercherò di rispondervi evitando, il più possibile, di urtare la sensibilità di persone che, in fin dei conti, non conosco direttamente.

Quindi senza voler fare riferimenti specifici, mi preme sottolineare come la situazione di oggi, in merito alle persone bisessuali e pansessuali, sia la diretta conseguenza di larga parte di un vetero attivismo Italiano formato da persone dichiaratamente Lesbiche, Gay, Transessuali, di fatto impreparato e fin troppo distratto rispetto ai tempi. E, soprattutto, ancora poco attento alla radicale, oggettiva e inesorabile trasformazione del mondo e della società in cui viviamo. Oltre, ovviamente ad essersi dimostrato privo di adeguati strumenti culturali, scientifici, politici per affrontare e includere fondamentali questioni come bisessualità e non binarismo di orientamento sessuale.

Solo da pochi anni, a questa parte, e grazie a poche associazioni (come Lieviti di Verona , Bproud di Bologna, Circolo Culturale TBGL Harvey Milk di Milano, gruppo donna Arcigay di Milano) sembra che finalmente si inizino a intravedere cambiamenti concreti.

Adesso, penso proprio sia arrivato il momento di riprendere in mano la situazione per affrontarla con la massima serietà e la dovuta determinazione
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Chi è maggiormente vittima della Bifobia da parte del mondo etero? L’uomo bio? La donna bio? Le persone transgender?

Come già accennato nelle precedenti risposte, fortunatamente il 2017 sembra essere un anno di svolta per le nuove generazioni e, in alcuni casi, pure per quelle dai 25 o 30 anni di età in avanti. Sempre più ragazz*, nonostante le forti difficoltà, soprattutto in contesti prevalentemente etero, iniziano a dichiararsi apertamente bisessuali e pansessuali, oltre ovviamente a palesare la loro netta volontà di lottare contro il binarismo e le sue cause. A questo si aggiunge un aumento del numero di persone che si identificano come queer, genderfluid e bigender, come me, per intraprendere così una rottura con tutti i clichè, con il vecchio attivismo e gli stereotipi legati al binarismo di genere.
Comunque, bisogna purtroppo compiere ancora un grosso lavoro di tipo culturale su larga scala. Attualmente la bifobia attacca molto di più, in modo “diretto”, la donna in generale: ciò per una lunga serie di motivi di discriminazione, fortemente legati al genere e alla cultura del binarismo.

Infatti nella visione binaria del maschilismo, la “donna”, quasi sempre bio/cis-gender, può definirsi B o P solo se tutte le sue attrazioni sono finalizzate esclusivamente al soddisfacimento della virilità del maschio e alla costruzione dell’immaginario erotico del classico maschio alfa.

Mentre, se parliamo di persone T MtF e T MtF non binarie, dichiaratamente B, o percepitesi come tali, queste vengono prima incasellate, “a priori”, dentro il classico listino della prostituzione e, dopo, nello spettro degli ormai noti pregiudizi riguardo le persone bisessuali.

Quanto alla bisessualità maschile, questa rimane ancora coperto dal velo dell’invisibilità sociale. Perciò in questi casi la bifobia si riceve in modo “indiretto”, ci si vede esclusi, progressivamente, da alcuni ambiti sociali, senza spiegazioni sensate; oppure si viene rifiutati dal(la) partner dopo una prima (apparente) comprensione del proprio coming out da bisessuali. Addirittura, le persone T FtM e T FtM non binarie, oltre a venire considerate come “mezzi uomini”, o “scherzi della natura”, e dunque investiti dalla transfobia da parte di uomini e donne etero, si ritrovano a dover affrontare una bifobia ancora più pesante.

Bisogna anche evidenziare quanto la bifobia “interiorizzata” giochi un ruolo cruciale, nell’esplorazione della propria sessualità, molto più di quanto lo faccia nel mondo femminile.

Questo determina, da un lato, la forte presenza di uomini sposati, dentro il modello stereotipato di famiglia della pubblicità del mulino bianco, che vedono il proprio orientamento, quindi la loro bisessualità, solo come un vizio, o un motivo per concedersi relazioni clandestinedoppie vite. Dall’altro, esistono invece persone di sesso maschile, che, pur dichiarandosi, si sentono sempre più isolate, abbandonate dalla maggior parte dei conoscenti, escluse dalla propria famiglia e lasciate completamente sole, in balia della sopravvivenza.

Non è un caso che, per via del retaggio di binarismo di orientamento sessuale e maschilismo culturale, negli uomini si impari più facilmente a odiare, o (peggio) a temere irrazionalmente i propri sentimenti, le proprie pulsioni, l’evoluzione del proprio orientamento sessuale, la messa in discussione della propria idea di identità di genere e della propria espressione di genere.

Vi è ancora una gravissima mancanza di consapevolezza socio-culturale della bifobia: questione completamente diversa rispetto all’omofobia verso le persone dichiaratamente gay o lesbiche bio/cis-gender.

In ogni caso, i coming out femminili sono in aumento esponenziale rispetto a quelli maschili.

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Credi che la donna bi/pan subisca una discriminazione più strisciante e morbosa?

Purtroppo si.

Coming out: è più facile dichiararsi bi/pan se sei donna o uomo? Quali le reazioni?

Per entrambi, dipende molto dai contesti culturali, religiosi, sociali, familiari di provenienza e dalla propria collocazione territoriale. Comunque, al momento, sembra essere decisamente più facile se sei donna bio/cisgender.

Quanto alle reazioni, anche queste variano in base a modalità, situazioni svariate, preparazione culturale e clima familiare. Per la mia e altrui esperienza, generalmente, le più comuni sono rappresentate dall’accoglienza o dallo stupore iniziale, non necessariamente poi sfocianti in ostilità. Mentre, in molti altri casi, come già descritto, si subiscono rifiuti o addirittura violenze di ogni tipo.

Bisessualità nel mondo antico: l’uomo era sempre l’attivo bisessuale, il “maschio” della coppia, mentre il “gay” era il passivo. Quanto ci siamo staccati da questa visione?

Per via di persistenti retaggi socio-culturali, e per il nostro rigido provincialismo culturale, siamo ancora ancorati al modello patriarcale, machista, maschilista e binario del mondo antico. Purtroppo, l’antica Grecia, nelle concezioni comuni, viene stereotipatamente considerata un’epoca in cui il comportamento omosessuale e la bisessualità, non solo non venivano condannate, ma al contrario considerate come espressione di elevati valori morali, sociali e spirituali.

Senza dubbio, vi sono ampie prove che il comportamento omosessuale, oppure bisessuale, fra uomini e donne era allora comune e, entro chiari limiti convenzionali, approvato. E’ altrettanto chiaro che esso diveniva oggetto di seria preoccupazione se le persone coinvolte in esso, soprattutto se di alto rango sociale, rompevano talune regole sessuali e sociali e minacciavano le idee tradizionali di genere.

Dunque, il comportamento omosessuale e bisessuale (maschile) non erano problematici in sé, almeno fin quando questi rimanevano segno di virilità, attiva e controllata. Ma tali condotte potevano venire condannate, in alcuni casi: quando diventavano esclusive (in questo caso veniva condannato anche l’attivo), ma soprattutto allorché potevano essere considerate manifestazioni di effeminatezza.

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Bisex sulle app: “insospettabili”, “discreti”, “maschili”… e tante altre parole che dimostrano quanto queste persone siano cariche di binarismo e omofobia interiorizzata. A causa di questi “sposati velati” in cerca di trasgressione in app, saune e cruising, gli attivisti uomini gay a volte odiano i bisessuali, facendoli coincidere con quest’immaginario. Ci spieghi meglio cosa non funziona in questa “equazione”?

Dopo la precedente domanda, passiamo dall’antichità ai giorni nostri e, più precisamente, alle persone bisex sulle app!

Qui, bisogna compiere una doverosa distinzione che sfugge a molti attivisti gay accecati dall’odio. Ovvero, quella tra i bisex dichiarati e i bisex velati.

Quindi, partendo dal presupposto che le generalizzazioni sono sempre sinonimo di pregiudizio e di profonda ignoranza, bisogna fare chiarezza dentro il caos delle interpretazioni.

Ci sono persone apertamente dichiarate come bisessuali, oppure omoflessibili, che al pari di altrettante persone dichiaratamente gay, frequentano le app pure per sole, condivise e consensuali, esperienze di tipo sessuale.

In questo senso, non è detto che si stia sempre parlando di persone adulte velate o legate dal vincolo del matrimonio. Vi sono comprese anche svariate fasce di età fra l’adolescenza e il periodo pre o post universitario. Qui, nonostante l’essersi dichiarati B, si verificano i casi più frequenti di bifobia e diffidenza: si viene tacciati di “potenziale infedeltà”, dal momento in cui iniziano a instaurarsi dei legami di tipo affettivo più profondi. Il tutto dimenticandosi che l’infedeltà è purtroppo un costume trasversale, uniforme, frutto di ipocrisia e tacita accettazione sociale, appartenente pure ai vasti mondi gay e etero.

Invece, nei casi in cui si parla di persone bisessuali velate e sposate, inclini alla ricerca della trasgressione, comprendo perfettamente le reazioni di persone gay attiviste all’interno delle app. Pure a me e altre persone sono capitati casi in cui venivano avanzate proposte da bisex che, sentendosi molto attratte dal sesso opposto, cercavano massima discrezione e luoghi nascosti per spassose avventure al chiaro di luna. Esattamente così come ho ricevuto inviti indecenti da parte di persone gay velate, dichiaratesi virilmente “attive”, e fallocentriche all’inverosimile.

In ogni caso, confondere le proprie esperienze personali, o le vicende dei social, con la propria ideologia verso la presunta natura di persone bisessuali in quanto tali, non è assolutamente prova di onestà intellettuale. Tanto più se il ritenere tutte le persone bisessuali come infedeli, perennemente indecise, o promiscue, proviene proprio da attivisti gay del mondo LGBT.

Oggi, bisogna assolutamente prendere coscienza dell’esistenza della bifobia, occuparci tutti insieme delle sue origini e dotarci dei mezzi necessari per contrastarla in ogni sua forma.

Solo così facendo, possiamo pensare di definirci veri attivisti. Tutto il resto è solo retorica da salotto.

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Sono maggiormente accettate persone bi e pan che sono transgender. Come se si pensasse: “Ok, questi si sono “sputtanati”, non hanno vantaggi a mentire”. Mentre, quando si dichiara bi o pan una persona cis, allora subito si pensa che siano, in realtà, omo…Ce ne parli meglio?

In questo caso, più che affrontare discorsi sull’accettazione, penso sia più produttivo parlare di “confusione”. Infatti, in questo caso, si tende ancora a confondere l’orientamento sessuale con l’identità di genere, come se l’identificarsi persone transgender comportasse un automatico coming out della definizione delle proprie attrazioni. Poi, si nota una certa morbosità irrispettosa nel voler stabilire, a prescindere, l’orientamento sessuale altrui e nel decidere quali tipi di ipotetici vantaggi dovrebbe avere, o meno, una persona visibile e apertamente dichiarata secondo il falso immaginario collettivo.

Inutile dire che ci troviamo di fronte a pura ignoranza di fondo e a una riprova della cultura binaria. Infatti una persona può dichiararsi transgender e, contrariamente alla presunta accettazione come bisex, compiere invece il proprio coming out come gay. Esattamente così come una persona bio/cis-gender può e deve poter compiere liberamente il proprio coming-out da bisessuale, o pansessuale, nonostante gli altri pensino di poterla sminuire attraverso il paranoico sospetto che, in realtà, sia per forza omosessuale e debba effettuare a tutti i costi una sorta di scelta.

Insomma, l’autodefinizione del proprio io e dei propri desideri erotici, affettivi e sentimentali è un diritto inviolabile che appartiene unicamente alle singole persone. Non può essere assolutamente visto come oggetto di pseudo interpretazioni in base alle convenienze del proprio pregiudizio.

Spesso il partner di una persona transgender viene considerato, di default, bisessuale. Questa è una considerazione un po’ transfobica…Che ne pensi?

Penso ci sia il serio bisogno di rivedere le grosse lacune nella nostra mancanza di educazione e di considerare le persone per come, di fatto, si descrivono e auto-determinano. Ancor prima di compiere questa operazione, è imperativo rispettare la libertà altrui e il grado di confidenza che instauriamo con il prossimo.

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Quando un uomo bi cerca una compagna, ma vuole continuare a fare attivismo e a dichiararsi bi, a quali pregiudizi va incontro? C’è differenza rispetto alla donna bi?

Spesso, fra i tanti comunque presenti, si va incontro al pregiudizio per cui si viene considerato come il classico gay nascosto, confuso, o l’elemento di disturbo e “non degno” di portare avanti le istanze della causa LGBT. E, quindi, all’immagine di persona che, per non ammettere di essere in realtà omosessuale, o di sentirsi percepita come tale, preferisce utilizzare la “scorciatoia” della ricerca di una relazione etero di copertura. Dunque, si viene profondamente umiliati, isolati e fatti oggetto di scherno fin dentro gli affetti e la propria dignità. Mentre, per la donna, è diverso, se militante in ambienti di attivismo LGBT aperti, eterogenei, o friendly.

Il discorso cambia dentro parte del vetero attivismo binario, o lesbico e femminista, dove si viene ancora identificate come “le traditrici”, o come “quelle passate dalla parte dei nemici maschi”, oppure come persone che in realtà non accettano il fatto di essere lesbiche che soffrono di omofobia interiorizzata.

Comunque, anche riguardo a questo, si assiste a un lento cambiamento di clima, molto più confortevole, dentro le nuove generazioni e, in minima parte, anche nelle generazioni passate.

Perché ancora molti legano bisessualità e infedeltà?

Perché dànno ancora viziatamente credito a false credenze per cui le persone bisessuali sono, in quanto tali, incapaci di sapersi impegnare, o di rimanere stabili, in una relazione di coppia monogama. Si pensa, infatti, che la bisessualità sia realizzata nella continua e costante ricerca di una controparte affettiva mancante dentro una relazione di coppia. Dunque, si compie il seguente ragionamento dato dal pregiudizio:

Se pure volessi accanto a me una persona bisessuale, per quanto possa piacermi, non riuscirei a starci in coppia. E non penserei di poterci costruire una relazione, per il fatto che, la persona bisessuale, per la sua natura, per sentirsi completa e pur dicendo di essere follemente innamorata di me, vorrà sempre e comunque andare a cercarsi una terza persona di sesso opposto al mio. Quindi, è molto più facile che possa tradirmi, o lasciarmi, per questi suoi continui desideri”.

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La visibilità è un’arma che può zittire molte persone che accusano i bisex di essere velati e confusi. Come fare per incoraggiare il coming out?

Innanzitutto, consigliando di divenire i principali protagonisti del cambiamento che si vorrebbe dentro la propria vita e nei luoghi in cui viviamo. Ciò è anche un modo per interrogarsi su quali valori fondiamo le nostre amicizie e quanto amore diamo a noi stessi, per darci così la possibilità di esplorarci liberamente e non vivere come gli altri ci vorrebbero in base ai loro pregiudizi.

Secondariamente, spiegando che l’essere persone visibili aiuta a distruggere e prevenire il pregiudizio, soprattutto verso se stessi.

Inoltre, la possibilità di dichiararsi apertamente mette in migliori condizioni per potersi mostrare con verità e dignità verso il prossimo. Aiuta nel migliorare la propria autostima, la propria qualità di vita e fortifica nel contrastare la bifobia delle persone che vorrebbero calpestare il nostro diritto a esistere, all’essere riconosciuti come al pari di tutti, alla nostra libertà di amare e al vivere per ciò che siamo realmente.

Bisessualità e poliamore: differenze e punti di contatto. Esiste l’una senza l’altro e viceversa?

Si, certamente. Ciò per il semplice fatto che la bisessualità riguarda, solo e esclusivamente, il proprio orientamento sessuale. Invece, il poliamore si riferisce alla pluralità dei tipi di relazione affettiva che si intendono instaurare.

Ci sono molte persone bisessuali e monogame, esattamente così come ci sono persone dichiaratamente bisex e poliamorose. Giusto per portare un altro esempio, vi sono molte persone etero, o gay e lesbiche che, al tempo stesso, si dichiarano poliamorose.

L’importante è sapere che stiamo parlando di argomenti diversi e non necessariamente collegati fra loro.

Quindi, il poliamore riguarda solo le modalità in cui una persona vive le proprie relazioni, indipendentemente dal proprio orientamento, e non per forza il modo in cui esprime il proprio essere bisessuali

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L’allarme “morti di figa” in spazi creati per bi, pan, poliamoristi, bdsm, etc etc: come monitorare questo rischio? Il pregiudizio che vede la donna bi/pan/poly come promiscua è ancora molto presente, e molti uomini etero ne approfittano…

In questi casi, il modo migliore è consultarsi in gruppo e parlare costantemente di tale evenienza: poi, cercare di munirsi di strumenti e filtri necessari per prevenire incontri sgradevoli. Si potrebbe anche incaricare un team di persone scelte, come molti gruppi già fanno, con il compito di verificare i reali intenti di eventuali nuovi arrivi, ritenuti poco convincenti, e provvedere così al richiamo di questi o alla diretta espulsione, in base alla gravità del danno commesso. Queste prime operazioni possono risultare molto efficaci e un’occasione cruciale per proteggere i gruppi da interferenze decisamente poco raccomandabili

Gay sta a bisessuale come trans sta a … ? (è il momento di autodefinirci)

E’ il momento di dare una definizione per i percorsi non canonici trans. Senza usare il “non”

Quando iniziai a percorrere la mia strada di consapevolezza e di attivismo dovetti aspettare alcuni anni prima di trovare una persona che sentissi a me vicina.
Un giorno su un portale allora chiamato GayRomeo conobbi un ragazzo che ai tempi si definiva gay, e a cui dissi di essere attivista.

Col tempo la nostra relazione finì, ma la nostra amicizia no, e, confrontandosi con una persona di genere non conforme, lui riuscì ad ammettere a se stesso e agli altri di non essere completamente omosessuale, di provare attrazione per uomini androgini e donne androgine, quasi di preferirli, ma  a quel punto iniziò a riflettere su come entrare nel mondo gay aveva censurato questa sua identità ed istanza schiacciandolo nell’identità politica gay, facendogli credere che la sua presenza nel movimento era dovuta non alla sua bisessualità e alla rivendicazione di essa, ma alla sua “parte omosessuale” e alla difesa dei diritti omosessuali. A causa dello stigma da parte del mondo etero, ma soprattutto da parte del mondo omosessuale, e alla convenienza che questo mondo aveva a tenerlo tra le sue file di attivisti, era diventato uno dei tanti militanti contro l’omofobia e per i matrimoni gay.

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Oggi Leonardo è un attivista per la pansessualità e la bisessualità, insiste che nelle scuole, nella sanità e sui posti di lavoro si parli di bisessualità e pansessualità, nonchè di bifobia e panfobia, e milita contro il binarismo.
Fare attivismo con lui mi piaceva perché, anche se in condizioni diverse, condividevamo l’essere sospesi tra il mondo dei cis/etero e quello dei gay e trans, che ci accettava ma con riserva, col permesso di soggiorno, solo se “accettavamo” di definirci come loro. Ciò per lui comportava l’atto semplice (ma non banale) di definirsi gay. Per quanto riguarda me, il pegno da pagare era l’essere transessuale, fare la mia bella transizione medicalizzata e canonica, raccontare le mie trans narratives sulla mia infanzia binaria nel corpo sbagliato, mettere la mia bella cravatta, tatuarmi il simbolo trans, fare palestra, e guardare sotto le gonnelle.

La mia istanza veniva sempre schiacciata. C’era sempre un ombrello che doveva comprendermi, e quasi mi faceva il “piacere” e l’onore di comprendermi, cancellando poi le mie istanze, mostrandosi contrario, o paternalisticamente dicendo che ci sarebbe stato tempo, in futuro, per le mie istanze, in un mondo migliore, quando noi saremo tutti morti. nel frattempo le mie braccia (rubate all’architettura?) erano pronte a portare i loro picchetti, per migliorare le loro condizioni di vita.
Io, orfano di una comunità che mi accogliesse e mi includesse, per anni mi sono nascosto nella T come chi, essendo bisessuale, si è nascosto nella G.

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Tutti erano fieri di noi, noi coraggiosi che facevamo dei coming out (con parole che non ci definivano e non sentivamo nostre), perchè non rimanevamo nascosti come chi, nella mia situazione, viveva da cis, o come chi, essendo bi, viveva da etero.
C’era chi non riusciva a comprendere la nostra coppia, perché non voleva credere alla sua bisessualità (per loro era gay) nè alla mia non conformità di genere (per loro ero donna). Queste due affermazioni, se affermate inseme, creavano un paradosso, secondo il quale noi non potevamo essere, o essere stati, coppia, ma ne eravamo divertiti, perché era l’ennesima conferma del non rientrare nei loro schemi binari, in cui se qualcuno è fuori da cis, trans, omo, etero, non esiste o si sta definendo in modo sbagliato, per confusione o mancanza di coraggio.

Non c’è ancora un termine per “i bisessuali” dell’identità di genere, o meglio, ce ne sono troppi (ma sono stati coniati da altri).
Puzzano di teoria queer, oppure sottolineano un “passaggio” che molti come me non sentono proprio.

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Se trans fosse recepito come speculare di cis, si parlerebbe di essere al di là o al di quà dei confini del genere. Purtroppo però nella percezione comune “trans” sottolinea un passaggio e un cambiamento, spesso fisico, o anche di ruolo di genere, che magari ha senso se si parla di trans medicalizzati, ma ha meno senso se si parla di tutte le altre variabili di genere, che più che sottolineare, nel definirsi, il “cambiamento” (quel “to” di FtoM e di MtoF), sottolineano la differenza, una differenza, una non conformità, che c’è da sempre e non si riduce ad una metamorfosi.

Se oggi bi e pansessuale sono termini abbastanza chiari per definire l’universo di orientamenti eroticoaffettivi tra omo ed etero, non c’è ancora un termine per descrivere la condizione delle persone tra cisgender e transessuale.
Quando i primi bisessuali alzarono la testa per fare attivismo, subito gay e lesbiche misero sulle loro spalle il peso degli errori e della viltà di chi, in passato, essendo bisessuale o gay velato, aveva vissuto nell’ombra, nascondendosi in matrimoni etero e nella rassicurante vita sociale da “normale“.

Anche con noi lo fanno. Ci paragonano ai travestiti del sabato sera, i top manager con moglie e figli. Alle signorine che sono maschietti su facebook ma poi sono, nella vita reale, solo ragazze con smalti metallizzati e capelli verdi. A chi cambia definizione e polarità di genere una volta a settimana, in una nevrotica e instancabile creazione e disattivazione di profili facebook e twitter, e ci dicono che siamo pochi, picareschi, incapaci di metterci nome, cognome e faccia, incapaci di formalizzare le nostre istanze.

Ma quando alcuni di noi (non troppi), riusciranno a produrre un documento con istanze chiare, come hanno fatto le famose 49 lesbiche, e quando chiederemo al gay, lesbiche, transessuali, pensatori queer, intersessuali, bisessuali, asessuali, di sottoscriverle?
Quando chiederemo di essere compresi in una legge “contro la transfobia” che non comprenda solo periziati e ormonati, così come i bisessuali hanno chiesto di essere compresi in una legge “contro l’omofobia” che tuteli tutti gli orientamenti e non solo quello omo, quando chiederemo il riconoscimento delle persone non binarie e non medicalizzate, loro firmerano con noi o polemizzeranno?
Penseranno che estendere i diritti a noi tolga qualcosa a loro?

Come gli etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio?
Questi sono interrogativi che avranno risposta solo quando ci faremo sentire.
Nel frattempo i bisessuali sono arrivati alla loro quarta giornata della visibilità bisessuale, e coinvolgono sempre più persone, hanno introdotto la parola “Bifobia, che ormai sentiamo usare anche da parlamentari.
E’ il momento che i “non-” dell’identità di genere si facciano sentire.

Se sei uno/a/* di noi, scrivici.
progettogenderqueer@gmail.com

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Pansessuali e panfobia

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Usare la definizione “pansessuale”, in ambienti di attivismo “omosessuale”, crea una reazione diversa rispetto a quando si usa il termine”bisessuale“.
Se la prima causa ira, ferite aperte, confusione con i concetti di velato, confuso, opportunista, la seconda crea addirittura scherno e derisione.

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Parte della derisione per il pansessualismo è legato all’equivoco che nasce dall’etimologia della parola pan-sessuale.
E’ vero che, dal greco, “pan” significa “tutto“, in contrasto con “bi“, che significa, binariamente, “sia l’uno che l’altra“. Il prefisso bi contiene, inequivocabilmente ed inevitabilmente, un rigido dualismo.
Molti bisessuali non binari (ma non tutti) preferiscono quindi l’uso dell’autodefinizione “pansessuale”.

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Anche molte persone di orientamento prevalentemente omo o prevalente etero (omoflessibili, eteroflessibili, persone che potremmo dire al livello 1 o 5 della scala kinsey), che però non escludono partner gender non conforming, si sentono maggiormente rappresentati dalla parola “pansessuale” che dalla parola “bisessuale”, che creerebbe l’equivoco di inquadrarli come persone indifferentemente attratte “a parimerito” dal femminile e dal maschile.

Inoltre c’è una differenza concettuale: se la persona bisessuale mediamente ama definire il suo orientamento dicendo che può amare “sia uomini, sia donne”, la persona pansessuale preferisce dirsi capace di amare una persona qualsiasi sia il suo sesso e/o genere.
Quindi essere “pan” non significa amare “tutti” (come vorrebbero farci credere le persone pan-fobiche) ma, potenzialmente, poter amare qualsiasi persona, indipendentemente dal suo sesso o genere.

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Chi di solito è “affetto” da “pan-fobia“?
Sicuramente può provarla chi prova bifobia (uomini omosessuali, donne lesbiche, etero molto chiusi e chiuse), magari rincarando la dose verso il o la pansessuale, “addirittura” attratto/a da persone trans (quindi la panfobia si lega alla transfobia).
Ad essere vittime di pan-fobia ci sono anche persone che, provenendo da un passato mono-sessuale (una persona omo o etero), ad un certo punto entrano in relazione con una persona trans* o genderfluid. Lo scetticismo della precedente comunità di riferimento (omo o etero) potrebbe essere vista come panfobia o come “transfobia” proiettata sui partner. Sarebbe da definire se l’ostilità più verso questa persona o verso il o la partner.

Articoli come questo dànno fastidio, ed è per questo che non lo divulgherò se non in spazi virtuali per persone antibinarie.
Forse fanno bene, infondo, quei pansessuali de factu che preferiscono usare la definizione “bisessuale” solo per non ereditare ulteriori malintesi ed ulteriore ostilità

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Perché veterani e giovani attivisti hanno un’idea così diversa sui bisessuali?

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Giovani attivisti antibinari e attivisti veterani gay e lesbiche si scontrano spesso sulla tematica delle persone bisessuali.

Per anni mi sono chiesto se fossimo noi ad avere ragione, senza se e senza ma, e fossero loro ad avere pregiudizi espressi tramite slogan vecchi e stereotipati.

Mi sono infine reso conto che quando noi parliamo di “bisessuali” non intendiamo ciò che quel tipo di attivista veterano/a intende per bisessuale.

Noi siamo abituati a bisessuali di solito sotto i 40 anni, dichiarati sia nelle associazioni LGBT, sia nella loro vita privata e relazioni eterosessuali, attivisti, con relazioni socialmente visibili con persone di entrambi i generi, e di solito con una visione del mondo non binaria.
Non tutti, ma questi bisessuali spesso hanno una spontanea attrazione non legata alla variabile m/f, ovvero, pur avendo specifici gusti (chi ama gli androgini, chi cerca il maschile in donne e uomini, chi il femminile, chi quasi predilige le persone trans), non sente come discrimine il sesso fisico del suo oggetto di desiderio.
Per un giovane attivista transgender, o un giovane attivista gay o lesbica cresciuti in queste moderne associazioni miste, è questo che significa “bisessuale”. Ed è per questo che quando i veterani parlano di bisessuali con altra accezione, il giovane attivista antibinario è spesso basito, confuso, anche urtato.

Gli attivisti e le attiviste veterani non entravano in contatto coi bisessuali all’interno delle associazioni, ma all’interno di spazi di incontro finalizzato all’erotismo, che un tempo, purtroppo, erano anche gli unici luoghi di socializzazione per le persone LGBT.

Per molte lesbiche, la bisessuale è una donna sposata o fidanzata che ha deciso di dare spazio alle sue fantasie con donne tramite un portale o un locale glamour, in cui di solito cerca una donna visibilmente lesbica, e quindi, nella sua testa piena di pregiudizi, disponibile.
Questa “lesbica”, alle prime luci dell’alba, tornerà ad essere la dolce moglie o fidanzata di qualcuno, considerando di serie B tutte le relazioni occasionali e non, nate nel mondo lesbico.
Questa donna, che si definisce spesso etero o bisessuale, potrebbe benissimo essere una lesbica asservita al binarismo sociale, che la vede tutelata solo se accanto ad un uomo, madre e moglie.

Il bisessuale uomo (o etero curioso, insospettabile, solo attivo quindi etero, solo attivo e quindi “maschio” e un sacco di altre parole sgradevoli…) è ancora peggiore. E’ un padre di famiglia che, mosso dall’ “istinto animale” , deve soddisfare le sue voglie omosessuali, che considera trasgressive e vive in modo pruriginoso, tramite luoghi di battuage, portali “squallidi”, saune, cruising e porcilai, in cui usa gli uomini che incontra, omosessuali che considera a lui “inferiori”, per proporsi come attivo, e quindi “maschio alfa“, o lasciarsi andare come passivo (spesso definendosi femmina e troia, a prova della grande misoginia interiorizzata che questi soggetti hanno), per poi l’indomani tornare dall’amorevole moglie e meravigliosi biondissimi figli.

Queste figure hanno spezzato molti cuori di persone dichiaratamente gay o lesbiche, che , nonostante le proprie armi di difesa culturali, si sono lasciati/e illudere da questi personaggi, magari per qualcuno affascinanti (esistono lesbiche mascoline che amano la sfida di strappare una etero femminile al marito, o uomini gay che amano fare sesso con uomini etero e quindi, per lo stereotipo, più virili e con un maggiore riconoscimento come virili da parte della società).

Puntualmente pero’ questi e queste “bisessuali” (ovvero questi omosessuali e bisessuali socialmente etero) scelgono la famiglia, la normalità, scelgono di parlare delle loro splendide e rassicuranti relazioni etero e dei loro figli ai colleghi di lavoro, ai genitori anziani, ai pranzi di natale.
E i partner di una notte, gay e lesbiche, i compagni e le compagne di avventure fugaci di una notte, vengono cancellati, considerati, sotto sotto, inferiori, oggetti da contattare solo per saziare cio’ che questi “velati” vivono come un prurito, un vizietto, una parte di se da sfogare di nascosto per poi tornare al focolare domestico.

Spesso io stesso, che, in quanto persona transgender ftm, non ho accesso a “saune e porcilai only for man” (in realtà non ho mai provato ad andarci, ma un mio amico trans pre T di bologna ha la faccia come il culo, ci va e lo fanno pure entrare!), nè mi interessano gli spazi “only for girl“, quindi con questi bisessuali pruriginosi e velati non ci entro mai in contatto (li conosco dal web o per interposte persone) ed è per questo che fatico a pensare a “bisessuale” con questa accezione.

A questo punto è legittima la rabbia (e l’orgoglio?) delle persone bisessuali dichiarate, che vengono puntualmente sovraccaricate delle colpe di persone velate che usano il mondo LGBT come una fornitura di corpi per saziare appetiti (da loro considerati) torbidi, ma è in qualche modo legittima l’indignazione di persone gay, lesbiche, e a volte anche transgender, che nell’odio e nel discredito delle persone (che loro considerano) bisessuali mettono tanto di personale (ma del resto è davvero possibile separare personale e politico?).

E’ anche per questo che gli attivisti storici “tollerano” la bisessualità di persone transgender, viste come “innocue”, in quanto non sovrapponibili alla figura del o della bisessuale velata che poi torna ad una vita “socialmente accettata”.

E’ difficile, per una persona bisessuale dichiarata, far capire alla vecchia guardia che è solo un problema di definizioni, che disprezza anche lei quel tipo di persona velata e carica di omofobia interiorizzata.
Negli anni le parole cambiano significato, ma mi chiedo se non sia ancora troppo presto per far si che tutti intendano per “bisessuale” il virtuoso (o virtuosa) attivista dichiarato e senza scheletri nell’armadio.

Sono forse troppo pochi, e poche, ancora, gli attivisti bisessuali visibili.
Ancora molte persone bisessuali dichiarate fanno attivismo come omosessuali, magari spariscono quando e se hanno relazioni etero, e non perchè vogliano aderire ad una vita “normale”, ma perchè temono il giudizio di ex compagni e compagne di militanza.
Non voglio essere buonista. Magari tra loro invece c’è chi nasconde il suo passato e in coppia etero indossa la maschera di chi è “diventato” etero o lo è sempre stato. Ma non sempre va così.

Forse l’unica cosa da sperare è che i bisessuali inizino a farsi sentire, presentandosi come tali, anche vincendo il pregiudizio che gli arriva dagli stessi militanti LGBT.
In un mondo giusto non si dovrebbe chiedere alle persone bisessuali di dover “dimostrare qualcosa” o “fare numero” per conquistare la credibilità che gli attivisti veterani non concedono loro, ma dopo anni di tentativi di dialogo falliti, con le buone o con le cattive, ho capito che solo quando i bisessuali faranno massa critica, e avranno come obiettivo (interno ed esterno alla comunità LGBT) quello di fare informazione e sensibilizzazione sulla propria particolare realtà, si potrà cominciare a “sovrascrivere” la vecchia accezione di bisessualità. 

Identità politiche nette VS vissuti “sfumati”

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Sono note a tutti le polemiche che hanno seguito la scelta milanese di passare da LGBT Pride a Human Pride.
Soprattutto i gay tradizionalisti hanno paura che ogni nuova identità, condizione, e vissuto che entra nel mondo delle istanze LGBT (a loro già LGBT sta scomodo, preferirebbero gay), dà fastidio e pensano che distolga dall’unica grande battaglia: i matrimoni gay.

Il problema è che se le istanze politiche devono usare parole semplici e “raccontare” solo le condizioni più facili da comprendere (omosessuale maschio, omosessuale femmina, transessuale che prende ormoni ma non vuole operarsi), la comunità LGBT contiene un’infinità di vissuti e quindi di istanze da esse scaturite.

Ad esempio è facile dire che “il bisessuale” non ha istanze, in quanto le sue coincidono completamente con quelle degli omosessuali, ma non è del tutto vero: la bifobia ha una sua autonomia come discriminazione, e ne sono affette anche delle persone omosessuali.

Le istanze di un transgender non medicalizzato sono molto diverse da quelle del trans medicalizzato sopracitato che vuole che sia tolta “solo” l’imposizione dell’intervento (ma non quella della tos, terapia ormonale sostitutiva).

Poi ci sono le persone genderqueer (che non si identificano completamente con M e F, o si definiscono di un terzo genere, di entrambi i generi, o di nessuno) e quelle genderfluid (che hanno fasi altalenanti di polarità di genere).
Queste persone sono spesso schifate dalla comunità LGBT, vengono viste come talloni d’Achille viventi, e chi le discrimina pensa che a causa della loro condizione, che sarebbe vista come ridicola ad eterolandia, i gay e le lesbiche (e i transessuali “tradizionali”) rischierebbero di avere meno diritti e di perdere credibilità.

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Quindi gli attivisti storici cercano di contrastare “l’ideologia” genderqueer e genderfluid, senza capire che non si tratta di ideologia, ma di semplici vissuti.
Cosa dovrebbe fare un genderfluid? tacere la sua condizione? vivere da transessuale per rassicurare gli altri, aderendo a una diversità più conosciuta ed accettabile?
Si può reprimere un’ideologia, ma un vissuto?
Inoltre a che titolo un omosessuale tradizionale “reprime” una persona con un vissuto statisticamente meno frequente?
Ma soprattutto, è verisimile il fatto che un genderfluid danneggi un omosessuale o al limite un transessuale?
Un omosessuale che mette a tacere un genderfluid definendo ideologia la sua condizione, è identico ad un reazionario o integralista religioso che pensa che omosessualità sia ideologia.

Recentemente ho lettoL’Apartheid del Sesso“, di Martine Rothblat, libro visionario per l’epoca (anni novanta). Confrontandomi con  molti attivisti anziani gay è venuto fuori che aveva dato fastidio una parte, del tutto secondaria del libro, in cui si annunciava un futuro in cui gli orientamenti sessuali tradizionali avrebbero perso senso. Il gay si sentiva “delegittimato” se un suo pronipote gay fosse privato della possibilità di definirsi gay, banalmente, “perchè gli piace il pene“.
Eppure quella parte del libro era del tutto secondaria e appena accennata, visto che il libro parlava più che altro di ruoli e stereotipi di genere, e solo marginalmente di orientamenti sessuali.

p.s.
Di certo queste sono considerazioni che faccio come critiche interne alla comunità. So che ultimamente il blog è frequentato anche di integralisti cattolici che usano i miei articolo per screditare la comunità LGBT per le discriminazioni interne, come se loro non fossero divisi tra movimenti integralisti VS fondamentalisti interni alle varie chiese e sette…

Il pericolo bisessista in ambienti antibinari

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Frequento davvero poco i gruppi a tematica transessuale. Non avrei molto da dire. Si parla moltissimo di interventi, ormoni, di come comunicare “la transizione” nel posto di lavoro, e quindi non saprei cosa condividere, e questo mi ha portato a frequentare maggiormente ambienti dove un ftm non medicalizzato poteva avere spazio, ma, proprio poiché erano ambienti aperti a tutti, si trattava di ambienti pieni di pansessuali, bigender, genderfluid ed esponenti queer.

Probabilmente la mia battaglia antibinaria sui ruoli di genere e il mio non prendere ormoni (quindi concentrarmi sull’identità di genere per definire una persona, e non sul suo apparire tramite la transizione del sesso desiderato), mi collocano, dal punto di vista di un anziano attivista gay, o lesbica, o transessuale, simile all’universo pangender, e magari in parte ho alcune posizioni politiche vicine alle loro (ad esempio contro l’innatismo dei ruoli di genere).
Tuttavia mi sento spesso a disagio quando noto involontari episodi di bisessismo.

Essi si manifestano nell’insistenza della posizione che “tutti siamo bisessuali”, che l’orientamento sessuale sia totalmente condizionato dalla società, e l’identità di genere pure (io considero condizionati socialmente i ruoli di genere, soprattutto nel mondo etero, ma questa è cosa ben diversa).
Ora, per carità, io sono uno di quelli che crede che ci siano più bisessuali di quanti sembra che ce ne siano, poiché molte persone vivono da etero non essendolo (che si tratti proprio di gay repressi, o si tratti semplicemente di una bisessualità 1 della scala kinsey), e magari molti, dopo aver scoperto attrazioni omosessuali, anche a causa della bifobia dell’ambiente gaylesbico, si rifiutano di chiedersi se sono totalmente omo o magari bisessuali (fosse anche un caso di bisessualità 5 kinsey).
Tuttavia, noi non possiamo sapere quale sarebbe la percentuale di bisessuali/pansessuali in una società totalmente antibinaria e scevra di qualsiasi omo/trans/bifobia, e dire che tutti sarebbero bisessuali è un azzardo, è politicamente scorretto, ma anche scientificamente scorretto (ma è chiaro che chi si occupa di presunte ricerche LGBT in Italia non è laureato in nulla, o in tutt’altro, e non ha le conoscenze minime che lo porterebbero verso un metodo scientifico, o comunque attinente ai metodi delle scienze sociali).

La grande masturbazione mentale sull’ “omosessuali si nasce o si diventa” (che puzza di medicalizzazione), porta alla fine queste “derive a sinistra” a pensare che un anziano attivista omosessuale che giura che giammai si interesserebbe a qualcosa di diverso da un portatore del binomio “uomo e maschio” (o un’attivista lesbica che non si interesserebbe se non a una donna e femmina) in realtà sarebbe bisessuale, o che lo sarebbe in una dimensione parallela, ed affermandolo non fa altro che irritare persone che semplicementesono” omosessuali (e quel tipo di omosessuale che è spontaneamente attratto da persone di sesso e genere uguale al suo).

Poi è legittimo per una persona transgender o genderfluid, o per una persona cisgender ma bisessuale o pansessuale, desiderare un o una partner di orientamento fluido, pechè le esigenze della coppia nelle sue dinamiche sociali, affettive, ma anche erotiche, vengono prima della politica, e ovviamente è legittimo selezionare i o le partner in base alle esigenze.
Mi sembra abbastanza comprensibile se non scontato che un ragazzo ftm preferisca un o una partner che non sia e/o non si definisca attratto/a solo da donne durante la relazione con lui, ovvero che preferisca magari una persona bisessuale o pansessuale, o attratta solo da uomini (un ragazzo gay, o una ragazza etero), o magari che in passato ha sperimentato solo l’attrazione per le donne, ma adesso si è ritrovata in una relazione con un uomo, e ne è felice.
Sarebbe ben diverso se la persona polemizzasse pretendendo che TUTTE le donne etero e TUTTI gli uomini gay debbano per forza essere attratti/e da un uomo transgender, fosse esso una persona con un buon o con un cattivo passing, operata o non operata, ormonata o non ormonata (lo stesso se la polemica nascesse da una donna mtf verso le lesbiche e gli uomini etero non attratti da lei o dalle donne non biologiche in generale).
Il sacrosanto diritto a dei canoni precisi nella ricerca di un partner non devono essere lesi dalla “baraonda queer”. C’è chi non ha attrazione per appartenenti a una o più etnie. Chi non vorrebbe relazioni con partner di religione mussulmana, o atei, o testimoni di geova, o vegani, o fumatori, o di un determinato sesso fisico, o di un genere mentale. O persone tendenti a un ruolo di genere (non so, una lesbica mascolina, un gay effeminato…), oppure a un ruolo sessuale.
Questo non può essere contestato, perché ai gusti” non si comanda, fossero essi determinati dall’istinto di attrazione erotica, fossero essi determinati da ragionamenti sulla sensatezza della relazione, se ostacolata da contraddizioni o limiti iniziali. Ad esempio non è il massimo che un partner di una persona di colore dica di non essere attratta dalle persone di colore avendone una accanto, o che una partner di un ftm dica che giammai andrebbe con un uomo (ricordo che uomo è l’identità di genere, maschio è il sesso fisico) avendone uno accanto, a meno che non dica che “finora” non si era sentita attratta da un uomo, anche se lì la cosa è soggettiva: alcuni ftm possono sentirsi a proprio agio con accanto chi dice che mai andrebbe con un “maschio biologico”. Io ad esempio preferisco gay e bisessuali perchè preferisco non solo una persona già “risolta” (onestamente quelli che scoprono il mondo GLBT tramite me ci sono stati, ma a 31 anni sono stanco di essere la nave scuola!), ma anche “rodata” in relazioni con uomini, e che quindi sanno gestire l’omoaffettività.

La baraonda bisessista vorrebbe però tutti pansessuali, tutti a professare frasi carine e politicamente corrette del tipo “io mi innamoro della persona, il resto non importa”, quando invece importa eccome, e, per la cronaca, persino i pansessuali poi hanno magari dei canoni precisi (come quelli attratti solo dalle persone androgine, o dalle persone spiccatamente aderenti all’estetica maschile e femminile).

E così iniziano assurde polemiche in cui dei semplici portatori di vissuti diversi
L’ftm in un precedente matrimonio etero con un uomo etero che ha deciso di rimanere col padre dei suoi figli, il quale è capace di amare la persona nonostante i suoi cambi fisici e comportamentali,
o l’ftm che preferisce uomini bisessuali o gay non binari,
o ancora l’ftm androgino che, se vede un bell’uomo in discoteca, presumibilmente etero, e questo è accettabile, magari immaginandolo donna androgina e da esse sentendosi attratto, e se lo fa lo stesso, come del resto farebbe un gay cisgender se si trovasse in quella occasione,
o ancora l’ftm che decide di lasciare il suo ex etero che in lui cerca ancora la sua amata fidanzata con le bionde trecce e che fa con lui sesso in ruolo passivo.

E ci puo’ essere un ftm che magari è seriamente infastidito dal fatto che la sua fidanzata si continui a dire lesbica e che non si farebbe un uomo neanche a pagamento, quando accanto ha un ragazzo col pizzetto che a tutti apparirebbe come biologico se lei non avesse l’insistenza di precisare che “però è lesbica e continua ad esserlo”.
Ma magari c’è anche quell’ftm che accanto a questa donna lesbica si sente a suo agio, che si sente amato “come persona”, che considera “le definizioni inutili (basta che lo siano solo per lui e che non inizi a censurare invece altre persone GLBT come me che sono ben felici di definirsi).

Cosi come ci potrebbero essere persone bisessuali che trovano ideale un o una partner anch’essa bisessuale, semplicemente perchè si sentono maggiormente a proprio agio, ma ci sarà sempre qualcuno che dirà che chi prima di valutare “la persona” fa i conti su tutte queste condizioni “non è abbastanza fluido”, è chiuso di mente, è ignorante, si sta perdendo tante possibilità, etc etc.
Il vero problema rimane comunque la proiezione che ognuno fa su un vissuto completamente diverso di un altro, giudica, decide cosa è normale (persino nella condizione a-normale che è quella LGBT), che pensa che la propria identità di genere o il proprio orientamento sessuale possano essere influenzati dalla lettura di un libro o dall’immissione in una certa subcultura, quando non è così e , per fortuna, mai lo sarà.

E così chi è bisessuale o pansessuale , incapace di comprendere stati diversi, dirà arrogantemente che tutti lo sono, come chi è gay o lesbica dirà che i bisessuali non esistono per la stessa ragione, e infine chi è etero definirà deviato o malato tutto ciò che differisce da se stesso.
Ed è per questo che, nonostante il bisessismo sia una minaccia statisticamente irrilevante, non è meno violenta e prevaricatrice del monosessismo (che esclude orientamenti intermedi rispetto ad omo ed etero) o al già noto eterosessismo.

Intolleranza verso i bisessuali, ma non se sono transgender o partner di transgender!

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Molte persone transgender elaborano il genere a tal punto che diventa per loro irrilevante la conformazione genitale del proprio o della propria partner.

Anche se esiste una certa timidezza, da parte di alcune persone trans, a definirsi bisessuali, dopo aver fatto la grande fatica di dichiararsi trans, devo dire che il loro coming out riguardante l’orientamento sessuale è accolto dalla comunità LGT con un’ostilità inferiore rispetto a quella di un cisgender (un non trans).

Questo è possibile perché spesso si accusa persona bisessuale di parziale velatismo o di ipocrisia, e quindi non si “crede” alla sua condizione di bisessuale e la si immagina fittizia, come una variante soft di coming out omosessuale, mentre la persona trans viene vista come “socialmente sputtanata” dal coming out trans, quindi ormai compromessa a tal punto di non avere necessità di mentire rispetto al suo orientamento sessuale, e quindi si ipotizza la sua bisessualità come reale .

Un altro tipico soggetto di cui si tollera la bisessualità è il (o la) “partner della persona trans“.
Se un o una bisessuale attivista viene sempre associata/o, come orientamento sessuale, alla sua relazione attuale (quindi se una donna bisessuale sta con una donna allora ADESSO è lesbica, o, peggio “finalmente si è scoperta lesbica”), è più difficile, soprattutto in un ambiente arretrato come la comunità gaylesbica, dove l’orientamento sessuale si associa ancora ai corpi e non ai generi, definire omo o etero il/la partner di una persona T, e quindi, se nella loro ignoranza vedono questa persona come “partner della via di mezzo”, sarà più semplice accettarla come bisessuale, senza rendersi conto che ciò diventa discriminatorio verso la persona trans, poichè la bisessualità di colui o colei che sta insieme a una persona trans non è affatto scontata, e nel caso sia cosi’, quella persona non sta con la persona trans “solo perchè è” bisessuale.

Sarebbe come dire che una persona di un orientamento definito ha per forza bisogno di un partner che incarni, sia mentalmente, sia fisicamente, sia genitalmente, il genere da cui è attratta.
Di conseguenza una persona transgender, soprattutto non medicalizzata, o medicalizzata in parte, o non “operata”, non potrebbe realmente piacere, secondo questi bigotti, ad una persona attratta solo da un sesso/genere.

Anni fa un mio ex sfilò con un cartello in cui si dichiarava bisessuali. Molti nel corteo del pride insistettero col chiedergli se aveva veramente avuto storie con persone di entrambi i sessi, e quando erano durate, e se le relazioni etero erano solamente giovanili, nonchè con chi stesse adesso. Da tutta questa indagine, avrebbero capito se era gay o etero, ovviamente ignorando completamente la sua visibilità di bisessuale.
Ebbero pace solo quando scoprirono che stava con me, quindi nella loro testa, con una persona che “non era nè una donna nè un uomo”.

Cosa volevo dimostrare con questo articolo? che la maggior tolleranza verso la bisessualità delle persone T e dei loro partner nasconde una malcelata transfobia o quantomeno ignoranza sulla tematica.