Alla ricerca del Nord per la bussola Bisessuale, intervista ad Andrea Pennasilico

Già in passato questo blog ha intervistato attivisti ed attiviste bisessuali. Oggi intervistiamo Andrea Pennasilico, psicologo e attivista per la visibilità bisessuale. Con lui parleremo della presenza delle persone bisessuali nell’immaginario collettivo e dell’esigenza di creare una subcultura B.
Ho fatto molte domande scomode…allacciatevi le cinture…

Andrea Pennasilico Bisessuale

Andrea Pennasilico, ragazzo bisessuale dichiarato

Ciao Andrea, parlaci un po’ di te…

Ciao! Mi chiamo Andrea Pennasilico, ho 25 anni, sono uno psicologo e mi sto formando come psicoterapeuta sistemico-relazionale. Mi interesso al mondo LGBTQIA+ da diversi anni, oltre a mille altre cose come ad esempio la passione per film, serie tv e cartoni animati, che integro molto nel mio studio della rappresentazione nei media.

 

Che definizione dai al tuo orientamento erotico-affettivo? E perché hai scelto proprio questa definizione?

La definizione che ho scelto è bisessuale. Ci sono moltissime altre definizioni che potrebbero descrivere il mio orientamento più nello specifico, ma ho deciso di scegliere un termine ad ampio respiro e con una lunga storia alle spalle, dato che si sposa meglio col mio modo di vedere la comunità

 

Ti definisci un attivista bisessuale?

Ho uno strano rapporto col termine “attivista”: a volte mi appartiene, quando mi occupo di sensibilizzare e informare su temi centrali della comunità LGBTQIA+, altre volte la sento come una definizione più estranea, soprattutto misurandomi ad alcuni dei miei più cari amici attivisti che devolvono alla comunità un contributo molto più concreto e impegnato di quello che mi sento di fornire.

 

Quali le tue attività di attivismo online? e quali sul territorio?

Il mio attivismo online e sul territorio si rispecchiano molto. Entrambi si occupano soprattutto di informare e sensibilizzare le persone su temi troppo poco discussi, cercando al contempo di alleggerire il peso delle nostre battaglie più importanti con contenuti più leggeri e divertenti. Sul web lo facciamo attraverso la pagina Orgoglio Bisessuale, che condivide un misto di post di sensibilizzazione e di intrattenimento, mentre sul territorio stiamo organizzando incontri informativi su bifobia e poliamore (argomento molto sconosciuto e troppo spesso associato erroneamente alla bisessualità) in diverse associazioni LGBT in modo da combattere le discriminazioni interne alla comunità.

 

Logo orgoglio bi

Logo del gruppo Orgoglio Bisessuale

 

Perché c’è così tanto velatismo nel mondo delle persone sotto l’ombrello “bi” (alcune si dichiarano etero e alcune omo, oppure si dichiarano omo con gli omo ed etero con gli etero)? E da cosa dipende?

Il problema principale delle persone bisessuali è la mancanza di una comunità a cui fare affidamento. Alcuni studi che ho spulciato per scrivere la mia tesi di laurea riportavano che la percentuale di persone bisessuali nella popolazione (equivalente o superiore a quella di persone omosessuali) calava drasticamente se si andava a misurare all’interno delle associazioni LGBT: questo vuol dire che negli spazi che dovrebbero essere dedicati anche a loro le persone bisessuali non si sentono a proprio agio, principalmente a causa della bifobia interna alla comunità. Alcune decidono di adattarsi nascondendo la propria bisessualità mentre altre decidono di rimanere fuori dalle associazioni, ed entrambe le cose possono avere effetti negativi sulla salute mentale delle persone bisessuali, oltre a farne percepire poco la presenza nella comunità.

Un altro aspetto che spinge le persone bisessuali a rimanere “in the closet” è la mononormatività presente nella società, ovvero la presupposizione che chiunque si trovi davanti a noi sia necessariamente etero o gay. Spesso il coming out omosessuale viene dalla visibilità del proprio rapporto col partner, mentre il coming out da bisessuale non si può evincere da altro se non dalla presa di posizione della persona che ne rivendica il termine, altrimenti si verrà sempre considerati eterosessuali o al massimo omosessuali nel caso della presenza di un partner dello stesso genere.

 

Soffri maggiormente la bifobia da parte del mondo etero o da parte del mondo omosessuale?

Decisamente da parte delle persone omosessuali, perché solitamente la comunità eterosessuale tende a ignorarci direttamente, a dimenticarsi della nostra esistenza. Questo succede spesso anche nella comunità LGBT, ma almeno lì hanno una “B” nel nome che ogni tanto gli ricorda che ci siamo anche noi e per certi versi essere discriminati è preferibile all’essere invisibilizzati, perché almeno per discriminare qualcuno devi riconoscerne l’esistenza.

Secondo te qual è la radice della bifobia da parte del mondo dell’attivismo gay e lesbico?

Le teorie sono molte, ma quella che trovo più convincente è quella del Prof. Yoshino sul contratto epistemico della cancellazione bisessuale, in cui tra i vari motivi che spingono le persone monosessuali (ovvero etero e omo) a cancellare la bisessualità c’è la necessità di rimanere il più possibile separati tra loro. Essere accostati agli omosessuali è un pericolo per i moralismi del mondo etero ed essere accostati agli eterosessuali è un pericolo per le ideologie del mondo omo, la bisessualità ha la sfortuna di rappresentare un ponte tra le “due sponde” dove invece si desidera ci fosse un muro, dunque la scelta più comoda è di ignorare quel ponte e fingere tutti che il muro ci sia, che se un ragazzo bacia un ragazzo sarà inequivocabilmente gay, mentre se bacia una ragazza sarà inequivocabilmente etero senza spazio per ambiguità, incertezze o scale di grigi.

Secondo te è vero che l’uomo bi è maggiormente discriminato (o comunque in modo diverso)? e, se sì, perché?

L’uomo bisessuale è certamente più invisibilizzato rispetto alla donna bisessuale, che ha da un lato la fortuna di essere più rappresentata e dall’altro la sfortuna di essere pesantemente sessualizzata, specialmente dall’uomo etero. La donna bisessuale smette di essere invisibile quando la sua bisessualità diventa un motivo di eccitazione per l’uomo etero (rimanendo però sempre una “bisessualità performativa” finalizzata al soddisfare le fantasie sessuali maschili, mai una concreta e complessa attrazione verso più generi), mentre l’uomo bisessuale, non avendo alcuno scopo nella soddisfazione delle fantasie maschili (che in una società cis-etero-patriarcale come la nostra sono le uniche a cui viene attribuita importanza), semplicemente sparisce.

Chi sono i e le bisessuali iconiche tra i personaggi famosi e quali i principali riferimenti nell’attivismo storico e presente? Qualche nome italiano? E i personaggi storici?

Tra i principali riferimenti nell’attivismo storico non può che venirmi in mente Brenda Howard, considerata la “madre” del Pride per aver organizzato la parata di New York in occasione del primo anniversario dei moti di Stonewall, che si è poi evoluta nel Pride annuale che conosciamo oggi, mentre per l’attivismo presente di sicuro i personaggi che palesano maggiormente la propria bisessualità sono quelli che ci aiutano a contrastare di più l’invisibilità, mi vengono in mente personaggi della musica e dello spettacolo come Lady Gaga, Janelle Monae, Tessa Thompson, Alan Cumming. Nel contesto italiano i personaggi famosi dichiaratamente bisessuali si contano davvero sulle dita di una mano, spesso si preferisce evitare di etichettare la propria sessualità piuttosto che affrontare lo stigma legato alla bisessualità.

Per quanto riguarda i personaggi storici sembrerebbe quasi scontato elencare ogni singolo personaggio dell’antica Grecia e moltissimi dei personaggi Latini. Inoltre molti dei personaggi che sono diventati col tempo simboli della comunità omosessuale erano bisessuali, come Saffo, Walt Whitman, Eleanor Roosevelt e ovviamente Freddie Mercury.

A proposito di Freddie, recentemente c’è stata una polemica su Mercury: nel film lui stesso si definisce bisessuale in un episodio ricostruito storicamente e realmente accaduto, ma questo ha generato polemiche nell’attivismo gay: tu cosa ne pensi?

Per quanto io non approvi il modo in cui alcune persone della comunità gay si stiano scagliando in difesa dell’omosessualità di Freddie non posso dire che non lo capisca: per decenni i media hanno fatto bi-cancellazione e hanno creato l’illusione nel pubblico che Freddie fosse gay, rendendolo anche un simbolo importante della comunità. Dopo che l’immagine di Mercury come ambasciatore gay si è sedimentata posso immaginare che sia difficile accettare che si trattasse di un’imprecisione, specialmente se la cosa porta acqua al mulino di un orientamento che si ha difficoltà a riconoscere come legittimo e “meritevole” di una tale icona.

Quale o quali persone B sono i tuoi punti di riferimento?

Provo rispetto e ammirazione per qualunque persona che nel momento in cui si trovava sotto i riflettori ha avuto il coraggio di dire la temutissima parola con la B e non ha assecondato un mondo che ci vorrebbe nascosti o cancellati. In particolare rispetto immensamente Janelle Monae come artista e ritengo che il suo lavoro sia importantissimo nell’aiutarci a superare i ruoli di genere e i rigidi confini della sessualità, oltre ad essere deliziosamente intersezionale (occupandosi di etnia, genere, transgenderismi, orientamento e tanto altro).

Perché l’attivismo B fa fatica a svilupparsi sul territorio?

Alla bussola bisessuale manca un nord. Le associazioni LGBT ci ignorano o nei casi peggiori ci cacciano creando un ambiente per noi ostile, l’invisibilità sociale ci fa sentire come se fossimo aghi in un pagliaio (molti non sanno che le persone bisessuali sono il singolo gruppo più numeroso della comunità LGBT) e le associazioni B sono troppo poche e troppo poco conosciute.

I “finti B” quanto e come danneggiano il movimento B? parlo sia degli etero curiosi infiltrati che molestano le donne B nei gruppi protetti, ma anche tutte le persone che di fatto sono gay e lesbiche e preferiscono dire B.

Il concetto “finto B” danneggia estremamente il movimento bisessuale, ma a dir la verità ritengo che sia molto più una figura mitologica, uno spauracchio creato per rendere facile l’invalidazione di una persona nel momento in cui si dichiara bisessuale.

Gli uomini etero curiosi infiltrati che molestano le donne B non si fanno troppi problemi a dichiararsi eterosessuali nella mia esperienza che però è abbastanza limitata in proposito, mentre per quanto riguarda gay e lesbiche che preferiscono dire B non ritengo siano così comuni come si pensi: perché qualcuno dovrebbe preferire un’etichetta più invisibilizzata e più bistrattata? Al massimo penso che più che nascondere la propria omosessualità attraverso l’etichetta bi può succedere che qualcuno nel processo di scoprire la propria omosessualità creda davvero per un periodo di essere bisessuale per difficoltà di abbandonare l’eteronormatività che la società ci impone, ma anche lì penso che i casi siano molto minori rispetto a quanto si percepisce, specialmente visto che il concetto di “essere una fase” è uno degli stereotipi che ci colpisce di più.

 

Bi, pan, omoflex, eteroflex, puoi fare chiarezza su questi termini e anche sulle critiche che ricevono nel dibattito interno all’attivismo b?

Cercherò di essere chiaro e conciso, perché alcuni di questi termini creano dibattiti virtualmente infiniti:

Bisessualità
Essere attratti a persone di due o più generi. Alcuni non conoscendo questa definizione, che è la più diffusa e condivisa nella comunità, insinuano ingiustamente le persone bisessuali siano attratte solo dai generi binari o addirittura solo dalle persone cis, cosa assolutamente falsa.

Pansessualità
Essere attratti a persone di tutti i generi. La pansessualità ha una forte sovrapposizione con la bisessualità e per questo motivo alcuni la accusano di essere inutile o ridondante e di rinforzare cancellazioni e disinformazioni sulla bisessualità. La mia posizione sul tema è che la scelta delle proprie etichette è estremamente soggettiva e non è mai bello invalidare le definizioni altrui, questo a patto che per spiegare la pansessualità non si facciano paragoni errati con la bisessualità (ad esempio dire che le persone pan sono attratte anche da persone non binarie e trans, implicando che non sia così anche per le persone bisessuali).

Omoflessibilità ed Eteroflessibilità
Essere attratti quasi esclusivamente al proprio genere/ad un altro genere. Questi termini descrivono un tipo di attrazione in cui si rivedono molte persone e cadono comunque sotto l’ombrello Bi+ (non importa il tuo livello di attrazione ad un genere rispetto ad un altro, se sei attratt* da più di un genere puoi definirti bi), ma hanno dei grossi problemi nella semantica, dato che contribuiscono alla cancellazione bisessuale e rinforzano l’idea che la persona bisessuale sia in una certa percentuale etero e in una certa percentuale omo, concezione estremamente bifobica e mononormativa.

Parlaci della Scala Kinsey e del suo ideatore

Scala per misurare l’orientamento sessuale introdotta da uno dei più rivoluzionari studiosi della sessualità umana: Alfred Kinsey;  la scala va da 0 (esclusivamente eterosessuale) a 6 (esclusivamente omosessuale). Essa è il primo esempio di disposizione della sessualità su uno spettro piuttosto che su un binario ed ha un valore storico fondamentale. Tuttavia essa è superata, dal momento che è ancora intrisa in un binarismo di genere e tende a calcolare la sessualità in base alle esperienze piuttosto che in base alle attrazioni. Una delle mie aspirazioni è aggiornare la Scala Kinsey in modo da riferire alla dimensione del desiderio e includere le attrazioni ai generi non binari.

Come c’è una “subcultura” gay, una lesbica e una trans, esiste una subcultura B? e se non c’è, vale la pena crearla? E perché?

C’è una subcultura bi, con le sue piccole caratteristiche e i suoi simpatici luoghi comuni, come l’essere incapaci di decidersi su qualunque cosa, l’essere completamente catturati da ogni tipo di bellezza, l’essere incapaci di sedersi in modo “normale”, l’essere sempre imbarazzati e socialmente impediti ricorrendo spesso a gesti di circostanza come il pollice in su, il simbolo della pace o le pistole con le dita. Purtroppo al di là di queste piccole caratteristiche, non c’è ancora un’identità definita della cultura bi, soprattutto perché ci manca un’idea archetipica (che non afferisca a stereotipi bifobici) di bisessuale, anche grazie alla mancanza di rappresentazione mediatica e culturale. Ritengo che la formazione di una subcultura sia fondamentale per la costruzione di una comunità coesa.

L’attivismo B all’estero è maggiormente sviluppato oppure subisce gli stessi problemi dell’italia? Differenze tra Nord e Sud Italia?

All’estero le cose si stanno muovendo in una direzione positiva, grandi associazioni Bi stanno nascendo, viene fatta pressione politica e sociale per una maggiore inclusione e i risultati si iniziano a vedere. In Italia siamo in altissimo mare, ma ci stiamo impegnando per migliorare la situazione, insieme ad associazioni come BIT, BProud e Fuori dai Binari. Non saprei delineare sostanziali differenze tra nord e sud.

 

Cosa consigli ad una persona giovane che si scopre bisessuale?

Fai parte di una comunità molto più grande di quanto vogliano farti credere. Trovarci non è facilissimo, ma una volta che ci riesci rimarrai stupit* dalla bellezza e positività di questo grande insieme. Se hai difficoltà a trovare il tuo posto nel mondo scrivici a Orgoglio Bisessuale e faremo sempre il possibile per offrirti i consigli e il sostegno di cui hai bisogno.

 

Link di approfondimento

Pagine e associazioni B italiane:

Bibliografia:

(San Francisco Human Rights Commission) Bisexual invisibility: impacts and recommendations

(Kenji Yoshino) The epistemic contract of bisexual erasure

(Andrea Pennasilico) Gli Invisi li: bifobia, cancellazione e invisibilità bisessuale e il loro impatto sulla salute mentale

 

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Poliamore: la parola a Laura Daniele, poliamoros*, genderfluid e bisex

Quando scrissi di Poliamore su questo blog, non c’erano (o non li trovaii io all’epoca) punti di riferimento in Italia. Alcune delle mie idee derivavano dalla visione che la comunità LGBT aveva del tema, non priva di pregiudizi.
Nel voler scrivere di nuovo in merito, dopo l’evento a tema proposto dalla mia associazione, ho preferito far parlare a chi questa realtà la vive, e far confrontare questa persona con tutti i miei dubbi, domande, e curiosità, in modo da smontare i pregiudizi involontari che io potrei avere sul tema, ma anche i lettori.
Laura Daniele è una persona bisessuale, poliamorosa e genderfluid, che ha deciso di rispondere ai miei/nostri dubbi. Ecco le sue risposte….

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⦁ Innanzitutto dicci qualcosa di te. Età, provenienza, sesso, genere, orientamento affettivo e sessuale, professione/percorso di studi, passioni e hobbies

Ho 30 anni, sono originari* del Vicentino, genere gender-fluid (cioè con un’identità di genere parzialmente maschile e parzialmente femminile) ed orientamento affettivo bisessuale.
Ho studiato al liceo fino ad ottenere la maturità scientifico-tecnologica ed attualmente sono impiegato programmatore.
Tra le mie passioni posso annoverare la lettura, la musica (ascoltarla e suonarla), giochi da tavolo, giochi di ruolo(da tavolo e dal vivo).

⦁ Quando hai capito di essere poly? Chi sa di te? (lavoro famiglia, etc etc) Fai anche attivismo in merito? Se si, come?

Ci tengo a far presente che durante l’adolescenza, quando ho iniziato a capire meglio il mio orientamento sessuale e le mie preferenze affettive/relazionali, nonché il mio genere, parole come “poliamore” ancora non c’erano(o quantomeno non erano giunte al mio orecchio).
Persino l’esistenza della bisessualità mi era ancora sconosciuta, per non parlare della fluidità di genere (maschile-femminile).
Di conseguenza è stato piuttosto difficile per me comprendere e accettare la mia indole poliamorosa, mi vergognavo dei miei desideri e dei miei pensieri, ero certa nessuno mi avrebbe mai potuto accettare per come ero e, peggio di tutto, pensavo di essere solo io ad essere così.
Ciò che principalmente desideravo era un rapporto di affetto e amore con più di una persona, in un rapporto dove i partner fossero consci e d’accordo con questo tipo di relazione. La connotazione fisica era secondaria, in quanto ho spesso dato più importanza alla parte emotiva della relazione.

Sul posto di lavoro ovviamente tengo tutte queste cose per me, principalmente perchè preferisco essere giudicato per i miei risultati lavorativi piuttosto che per la mia vita personale e privata.
La mia famiglia lo sa perchè ho fatto coming out anni fa, la questione genderfluid non gli è stata chiara e per la maggiore viene, diciamo, “ignorata” così come la bisessualità che è stata piuttosto osteggiata inizialmente ed ora viene ignorata con decisione.

Nello specifico riguardo al poliamore la mia famiglia accetta con riserva la cosa considerandola una situazione temporanea e senza futuro, purtroppo.
Col passare del tempo, conoscendo persone nuove e vivendo a Padova ho avuto la possibilità di ampliare di molto le mie conoscenze su queste realtà e darmi la possibilità di viverle con maggiore libertà.
Faccio attivismo riguardo al poliamore parlandone con le persone che conosco e rispondendo alle loro domande e ai loro dubbi sulla questione, partecipando ad incontri liberi che avvengono a Padova dove chiunque può partecipare, esporre i propri dubbi e ascoltare le esperienze mie e di altre persone poliamorose per farsi un’idea di che cosa siano le relazioni affettive comprese nella definizione di “poliamore” o “non-monogamie etiche”.
Ci tengo a sottolineare che non si tratta di “proselitismo”, ma semplicemente di informazione rivolta a chi vuole porre delle domande sull’argomento.
(Quel tipo di informazione che avrei fermamente voluto avere io in più giovane età e non ho mai avuto la possibilità di chiedere. )

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⦁ Quali sono state le reazioni al tuo coming out come poly? Quali gli ambienti più ostili e quali quelli più favorevoli?

Le reazioni al mio coming out poli solitamente vanno dalla curiosità alla perplessità, reazioni ostili non ne ho fortunatamente ricevute. L’ambiente meno favorevole che ho trovato al mio coming out poli è stato nella mia famiglia, ma mi considero comunque una persona più fortunata rispetto ad altre perché sia i miei genitori che mio fratello maggiore mi hanno comunque rassicurato sul loro affetto nonostante quelle che definiscono le mie “stranezze” (pressoché incomprensibili ai miei genitori).

Quando ti sei scopert* poliamoros*?  Si dice poliamoros* o poliamorista?

Principalmente dalla prima adolescenza dove mi sono res* conto di desiderare un rapporto affettivo con più persone (a prescindere dalla componente sessuale), ho accettato la cosa a 25 anni, quando ho conosciuto le prime persone poliamorose.

Riguardo alla questione “poliamoroso” o “poliamorista” devo ammettere che non mi tocca molto, di conseguenza non sono molto informato a riguardo.
Per rispondere a questa tua domanda preferisco rimandare ad un sito dove viene spiegato da persone più competenti di me in materia.

Quando viene coniato il termine poliamore?

Per questa domanda tecnica ammetto di aver preferito ricercare la definizione corretta su Wikipedia, essendo ben spiegata mi permetto di citarla:

“Il termine è stato coniato indipendentemente da più persone, tra cui Morning Glory Zell-Ravenheart che introdusse il termine «relazione poliamorosa» nel suo articolo A Bouquet of Lovers nel 1990, e Jennifer Wesp che creò su Usenet il newsgroup alt.polyamory nel 1992.[2] Tuttavia occorrenze del termine sono state reperite già a partire dagli anni sessanta, e le relazioni poliamorose sono ovviamente esistite da ben prima che il termine venisse creato. Molto probabilmente il termine è da far risalire all’opera di Charles Fourier che nel suo Il nuovo mondo amoroso descrive in maniera dettagliata questo genere di rapporti. Non è un caso che la sua opera sia stata pubblicata proprio nei primi anni 60 influenzando massicciamente il dibattito del tempo.”

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Qualcuno parla di due modalità poliamorose: lone wolf, ovvero la persona che ha più relazioni, tutti/e sanno delle altre relazioni, ma non sono amici/partner tra loro, e “tribal”, in cui tutte le persone sono tra loro intrecciate da amore/amicizia. Puoi spiegarci la differenza tra queste due modalità, tra altre ulteriori oltre a queste, e tutte le sfumature e vie di mezzo? Potresti poi dirci quali sono invece quelle o quella che tu preferisci?

Questa domanda è molto complessa, poliamore è un termine ombrello che comprende diversi tipi di relazioni affettive diverse da quella culturalmente più diffusa e promulgata della coppia monogama uomo-donna.
Le due caratteristiche principali del poliamore sono la non-monogamia e la consensualità di tutte le parti coinvolte.
Di conseguenza c’è chi per il suo percorso di vita e le sue preferenze si trova in relazione con più partner che non hanno un rapporto di amicizia o affettivo tra di loro (magari per differenti orientamenti sessuali o semplicemente perché non si trovano così interessanti l’un l’altr*), in altri casi invece anche tra i partner di una persona si formano legami più forti, dall’amicizia fino a veri e propri rapporti amorosi.
In quest’ultimo caso si vengono a formare dei gruppi, a seconda del numero di persone coinvolte si possono definire come un trio, un quartetto o più.
Dopodiché qualunque variante tra uno e l’altro tipo di relazione possiate immaginare sicuramente sta già venendo vissuto da qualcuno, e magari ha anche già ricevuto una denominazione (in caso vi servisse un termine per definirvi parlando con qualcuno).

Amicizie tra ex…sono più frequenti nel mondo poly? Che ne pensi tu, in prima persona?

L’unico motivo per cui immagino (ma premetto che non ho dati statistici a riguardo perciò esprimo solo un mio personale parere) che le amicizie con ex possano essere più frequenti in ambito poli potrebbe essere il maggior lavoro su se stessi e sulla comunicazione nel rapporto poliamoroso che possono aiutare ad evitare rotture brusche che lasciano l’amaro in bocca e guastano i rapporti.
Credo che nel permanere di un’amicizia con un ex incidano il modo in cui si è chiuso il rapporto e l’intensità dello stesso.
Allo stesso tempo il non ricorrere a “schemi prestabiliti” potrebbe aiutare a superare la più comune mancanza di contatti dopo la chiusura del rapporto affettivo.
Mi spiego meglio: pensando soprattutto ai più giovani (ma non solo!) l’inizio di una relazione con un/una partner si basa sul semplice accordo dell’esistenza di una relazione affettiva tra i due (ad esempio: “Stiamo assieme” o “Siamo una coppia”) che in sé comprende una serie di regole comuni il più delle volte non esplicitate (ad esempio il fatto che la relazione sia monogama o che l’altra persona rinunci ad uscire con gli amici per stare con il partner, per citare alcuni esempi comuni).
Spesso, per imbarazzo o semplicemente perché non si contempla la possibilità di parlarne chiaramente, queste regole difficilmente vengono discusse dalla coppia, soprattutto inizialmente.
Ma ogni coppia, così come ogni rapporto poliamoroso, sono formati da persone diverse le une dalle altre, e non tutti hanno gli stessi desideri o gli stessi bisogni. Cucire” la relazione su misura in base alle persone coinvolte permette ai partner di comunicare profondamente e chiaramente i propri bisogni, le proprie possibilità ed i propri limiti in maniera che l’altr* partner possa esserne consapevole, decidere di accettarli e capire come comportarsi.
Dal momento in cui per i rapporti multipli questo insieme di regole non scritte non esiste, il lavoro di “cucitura” della relazione è d’obbligo per creare delle fondamenta solide.
Questo potrebbe di conseguenza anche permettere più facilmente la possibilità di mantenere contatti con ex-partner, anche di buona amicizia. (Cosa che tranquillamente avviene anche dopo il termine di rapporti monogami, ovviamente)

In prima persona posso dire che con alcuni dei miei ex è rimasta una buona amicizia mentre con altri una volta interrotto il rapporto non ci sono stati ulteriori contatti perchè comunque, nonostante il lavoro su se stessi(che non a tutti dà risultati negli stessi tempi) anche nelle relazioni poliamorose così come in quelle monogame le rotture definitive (e anche dolorose) dei rapporti esistono.

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Cosa sono le monogamie etiche? E che si intende per monogamia etica?

Per monogamia (o poligamia o poliandria) etica si intende un tipo di relazione basato sull’onestà e la trasparenza tra i partner.

Come chiamate i “monoamoristi”?

Non posso parlare a nome dell’intera comunità poliamorosa ovviamente, ma se devo parlare di una persona con preferenze monogame la definisco così o semplicemente monogama.

Differenza tra poliamore, coppia aperta, battitori liberi (chi è single non deve essere fedele a nessuno), e fedifraghi/adulteri

Ci tengo particolarmente a parlare della differenza tra poliamore e fedifraghi/adulteri, proprio perché come già dicevo una delle principali e più importanti caratteristiche del poliamore è la consensualità. Questo significa che tutte le parti coinvolte devono essere a conoscenza dell’esistenza degli altri partner e soprattutto essere d’accordo.
Una relazione affettiva di qualunque tipo cresce sana su regole stabilite esplicitamente tra le parti, nel caso della coppia monogama una delle regole è che non ci siano altri partner oltre alle due persone coinvolte, nel poliamore invece sono diverse a seconda di ciascuna situazione specifica.
Di conseguenza andiamo dalla coppia aperta che si basa sulla regola di avere rapporti sessuali con altre persone senza coinvolgimento affettivo(da molti non considerata come poliamore in quanto non comprende il coinvolgimento affettivo di più partner ma solo fisico) al singolo che preferisce non coltivare una relazione con una persona sola ma con più partner con la stessa intensità, e con ciascuno di essi si accorda sulla regola di non unicità del rapporto affettivo.
Ci sono poi diversi altri casi di cui vi invito ad approfondire nei link che indicherò successivamente per chi può essere curioso o interessato.

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Il poliamore è fare sesso con più persone, amandole tutte quante, oppure si possono avere anche partner di solo sesso/amicizia?

Come spiegato precedentemente, la seconda opzione.
Anche se per molti non viene considerato poliamore nel momento in cui non vi sono relazioni affettive tra più di due partner.

Alcuni parlano di relazioni tutte alla pari, altre di una relazione principale ed altre secondarie. Spiegaci meglio…

Semplicemente nelle relazioni con più di una persona si può vivere un’intensità uguale o simile per tutti i rapporti affettivi in cui si è coinvolti ed in quel caso si definiscono relazioni alla pari, nel caso in cui l’intensità del rapporto sia differente da partner a partner (per le più svariate motivazioni) si può definire una relazione primaria rispetto ad un’altra, di conseguenza secondaria.

Poli…amore: ma cosa si intende esattamente per “amore”?

Che cos’è l’amore nel poliamore? Direi semplicemente l’amore che una persona può provare nei confronti di un’altra, solo che anziché accadere con una persona sola alla volta, avviene con più di una persona nello stesso tempo.

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Alcuni poly non tendono forse ad essere giudicanti verso i mono? Danno per scontata la loro infedeltà, minor trasparenza…

È difficile rapportarsi con una realtà che troppo spesso risulta giudicante nei tuoi confronti e a volte alcune persone tendono a comportarsi allo stesso modo con la controparte.
È un atteggiamento che esiste in alcuni individui di entrambe le posizioni ideologiche e purtroppo non solo non è costruttivo, ma anche nocivo per la pacifica comprensione e convivenza.

Gelosia: è un argomento di forte riflessione nel mondo poly, ma a volte viene giudicata tout court. Non pensi che ci possano essere forme “sane” di gelosia, magari all’esterno del poliamore?

A dir la verità ritengo la gelosia un sentimento poco piacevole da provare, di conseguenza fatico a trovargli una connotazione particolarmente positiva.
Del resto è un sentimento che possiamo provare e non ci fa bene stigmatizzarlo e negarlo. Ci aiuta di più accettare la sua presenza dentro di noi per poterlo elaborare.

Credo che il più delle volte la gelosia nasca da una forma di insicurezza, in sé stessi o nel rapporto.
Come la maggior parte delle persone anch’io l’ho provata e mi sono confrontato sull’argomento con amic* o conoscenti, le componenti più diffuse che ho trovato sono finora:
– la preoccupazione di perdere il/la partner e/o le sue attenzioni,
– la paura che il partner dedichi ad altr* le attenzioni che invece si vorrebbero in esclusiva,
– la preoccupazione di “perdere” nel confronto con gli altri e scoprire che il partner preferisce loro a noi.

Ho avuto modo di riflettere personalmente su questi aspetti e devo dire che non è stato facile!
Ho compreso che non è sano per me avere “bisogno” del partner, come se tutto il mondo girasse intorno a lui/lei. Sembra ovvio per alcuni, ma non per altri l’importanza di mantenere la propria individualità all’interno del rapporto pur ragionando nell’ottica del mantenimento del benessere di entrambi.
Ho quindi imparato a considerare la relazione affettiva come un bel valore aggiunto al nostro percorso di vita, ma non qualcosa di fondamentale per completarci.
Nel momento in cui io sto bene con me stess* iniziare una relazione affettiva con una o più persone mi richiede di sacrificare del tempo e delle energie che potrei dedicare a me, ma mi dà anche una serie di aspetti positivi che credo valgano il sacrificio.

Poi è importante ricordarsi che se noi e il nostro partner ci siamo scelti in base a quanto dicevo prima è perché stiamo bene l’un* con l’altr*, di conseguenza nessuno dei due interromperà facilmente il rapporto senza motivazioni più che valide.
Nel rapporto poliamoroso, per esempio, non è necessario che una nuova relazione richieda la cessazione della relazione già esistente, ma sicuramente richiede di stabilire delle regole perché tutti si sentano a proprio agio nella situazione.

Il fatto che al/alla nostr* partner interessi un’altra persona non significa che noi non gli/le risultiamo più interessanti, ma semplicemente che anche un’altra persona incontra il suo interesse.
Nella nostra cultura veniamo cresciuti con l’idea che per noi esista solo un’anima gemella, ma è una credenza che al confronto poi con la realtà ci crea delle aspettative che facilmente possono venire deluse.

Insomma, per evitare di dilungarsi ulteriormente sull’argomento (sul quale si potrebbe tranquillamente discutere per ore essendo piuttosto vasto!) posso dire che può succedere di provare interesse per qualcun altro nonostante si sia in una relazione (dopo la fase iniziale di innamoramento è importante che il mondo al di fuori della coppia torni ad esistere per i partner ), partendo sempre dalle regole stabilite tra le parti anche l’autostima ed il rispetto verso l’altr* partner permettono di gestire la situazione e soprattutto la questione gelosia al meglio.

Credo che la gelosia sia un sentimento che esiste nella maggior parte di noi (e in quanto tale vada accettato) e su cui lavorare assieme al/ai partner, senza vergogna o accuse (per questo ritengo sia importante parlarne prima che la gelosia faccia male innescando reazioni impulsive).

Certo non è semplice parlare apertamente delle proprie emozioni con la persona che amiamo e che, quindi, con una reazione negativa può farci soffrire più di altre, ma riuscire a farlo con la dovuta delicatezza è una buona dimostrazione di fiducia che aiuta i partner a capirsi meglio, a rassicurarsi l’un l’altro e a discutere le regole della relazione per permettere alle parti la giusta serenità nella relazione.
Un’altra importante componente da ricordare è trovare il giusto equilibrio tra la protezione di noi stess*, come delle nostre necessità, e l’interesse per il benessere della persona amata.
Nessuno può dire che sia facile, né per le coppie monogame né per quelle non-monogame!

C’è chi è di indole più o meno tendente alla gelosia, interrogarsi su che pensieri ricorrono nella nostra testa quando proviamo questo sentimento “scomodo” ci può aiutare a capire le cause prime che lo scatenano e aiutarci a lavorarci sopra.
Posso solo consigliare(come mi disse una psicologa con cui mi confrontai tempo fa) un buon lavoro su se stessi, moltissima comunicazione chiara e trasparente tra i partner e fiducia nel rapporto.

Solo un’ultima cosa mi permetto di dire: ho sentito spesso affermare che la gelosia dimostra che i nostri partner ci tengono veramente a noi… Devo ammettere che questa definizione non mi piace per nulla, un/una partner può tranquillamente dimostrare di tenere a noi con mille attenzioni positive differenti in modo più sereno che soffrire e limitare la nostra libertà per paura, insicurezza o senso di possesso.

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Poliamore e tradimento: quando una persona aggiunge una relazione al di fuori di quelle dichiarate e condivise, non è comunque un tradimento?

Il tradimento esiste anche nel poliamore in quanto tradimento delle regole decise assieme alle parti coinvolte.
La trasgressione di queste regole si può definire tradimento a prescindere che esse siano di monogamía o di altro genere.
Per portare un esempio tra i molti, nel caso di una relazione comprendente 3-4 persone in cui si è deciso di comune accordo di non iniziare altre relazioni al di fuori del trio/quartetto aggiungere una relazione senza averne prima parlato con gli altri è un tradimento delle regole condivise, così come potrebbe esserlo in una coppia(monogama) con le stesse regole.

⦁ Rapporti tra un poly e un non poly: come gestirli?

Credo sia un compromesso difficile da raggiungere nel momento in cui sono presenti altri partner, ammetto che personalmente non saprei bene come gestirla, soprattutto nel momento in cui dalla parte poli sono già presenti altri partner o si presentano nel corso della relazione.

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⦁Genitorialtà condivisa: cosa ne pensate? Se un gruppo di poly volesse progettare una genitorialità? E’ un tema dibattuto?

Posso dire che so dell’esistenza di famiglie poligenitoriali e personalmente le considero alla pari delle famiglie numerose che erano frequenti in Italia e negli anni passati dove nella stessa famiglia convivevano diverse generazioni e i bambini avevano più figure adulte a cui fare riferimento.
Da ciò che ho potuto leggere e discutere nei gruppi di discussione ritengo si tratti comunque di un tema dibattuto all’interno della comunità poli, soprattutto per l’ampia gamma di differenti tipi di relazioni non monogame esistenti, ciascuno con le sue caratteristiche e necessità.

⦁ “Scorporare” il matrimonio. Se io desiderassi un progetto di genitorialità con una persona, un amore romantico con un’altra, la sfera sessuale con un’altra ancora, la dimensione patrimoniale con un’altra ancora, come potrei tutelare legalmente queste mie esigenze? Sono temi dibattuti nel mondo poli?

Sono temi dibattuti, esistenti ma difficili da gestire nel momento in cui non esistono ancora leggi che permettano questo senza possibili difficoltà nel momento in cui si abbia necessità di tutelare legalmente tutti i propri affetti.

⦁ Poliamore e bisessualità: due temi spesso confusi, possiamo a fare chiarezza?

Non si tratta di nulla di complicato in realtà, ma è difficile fare chiarezza senza ricevere informazioni chiare e corrette.
Il poliamore è uno stile relazionale (come lo è la monogamia) mentre la bisessualità è un orientamento sessuale e affettivo (come l’eterosessualità, l’omosessualità o l’asessualità).
Possono esistere una coppia gay, lesbica o etero così come possono esistere un trio o un quartetto (o più) con all’interno persone con lo stesso o con diversi orientamenti sessuali.

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⦁ [Inserisco questa domanda su suggerimento dell’intervistat*, perché è una “domanda latente” ed è molto importante fare informazione in merito]
Avere rapporti fisici con più partner aumenta il rischio di contrarre MTS (Malattie sessualmente trasmissibili)?

In realtà no, soprattutto se non si dà per scontata la propria o altrui buona salute come fin troppo spesso accade!
E importante preoccuparsi di questo aspetto, a prescindere che ci si trovi in una relazione monogama, poli o nel momento in cui siamo single e cerchiamo rapporti occasionali.
Con preoccuparsi intendo innanzitutto proteggersi durante i rapporti (ci sono ormai una vasta gamma di prodotti pensati per la protezione della nostra salute: dai profilattici specifici per i diversi tipi di utilizzi, ai preservativi femminili, al dental dam per alcuni tipi di rapporti orali). Non siate timidi/e e chiedete in farmacia o fate una semplice ricerca di questi termini su google!
Altra pratica importante è fare periodici controlli tramite test e analisi.
Molti non lo sanno ma in diversi ospedali è possibile fare le analisi per HIV ed epatite gratuitamente e anonimamente, così come alcuni consultori mettono a disposizione un servizio ginecologico per minori e/o persone meno abbienti.
E’ buona norma fare le analisi del sangue almeno una volta all’anno anche se non si è cambiato partner negli ultimi mesi o anni, e non dimenticare che alcune di queste malattie non si trasmettono solo tramite rapporto penetrativo.

La scelta di non utilizzare protezioni in un rapporto, che sia con una o più persone, deve essere una scelta consapevole e condivisa da parte di tutti, preceduta da dei controlli medici che accertino la perfetta salute di tutti i partner coinvolti.
Può sembrare ovvio per alcuni, ma meno per altri: controllarsi tramite test, visite ed analisi non è una cosa di cui vergognarsi, ma un buon comportamento igienico che ci permette di proteggere e conservare al meglio la nostra preziosa salute e anche quella del/dei partner.

Probabilmente si nota (vista la prolissità della risposta), ma questo è un aspetto che mi sta molto a cuore perché purtroppo non ho avuto occasione di ricevere una corretta educazione sessuale durante la mia crescita e ho conosciuto le buone pratiche per la corretta prevenzione dalle MTS oltre i 25 anni, quando nel mio primo rapporto poliamoroso uno dei ragazzi con cui ero in relazione si è preso il tempo (e la pazienza) di spiegarmi tutto (per mia fortuna è uno studente di medicina che ha frequentato diversi corsi di specializzazione sull’argomento).
Sapersi proteggere e saper proteggere i nostri partner invece è un argomento importante che trovo fondamentale affrontare fin dall’adolescenza!

⦁Come proteggere i luoghi di incontro poly dallo sguardo o la curiosità pruriginosa di chi poli non è, ma cerca incontro facile?

Credo la cosa migliore sia organizzare incontri o eventi poli di cui sia a conoscenza principalmente la comunità poli (attraverso gruppi facebook o forum nei siti di riferimento), comunque rimane l’esistenza di luoghi di incontro dove persone poliamorose e persone semplicemente curiose possono conoscersi e discutere in un ambiente tranquillo, spero aiutino a far capire a chi si avvicina con la speranza di un incontro facile che questa realtà probabilmente non è ciò che cerca.

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Davide Amato: una storia di bisessualità, visibilità e non binarismo

Davide Amato è un attivista bisessuale e non binario, che promuove la visibilità e il coming out, parlando del, troppo spesso sottovalutato, problema della bifobia.
In quest’intervista proviamo a conoscere la sua storia, a capire come è cambiata la situazione delle persone bisessuali e cosa sarebbe opportuno fare per migliorare ancora la situazione.

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Ciao Davide: tramite quali realtà fai attivismo sul tema della B?

Ciao, Nathan, attualmente faccio attivismo tramite il Circolo Culturale TBGL Harvey Milk di Milano in cui ricopro felicemente il ruolo di responsabile del Progetto Bisessualità e di coordinatore del prossimo gruppo operativo di visibilità bisessuale.

Poi, faccio attivismo tramite una collaborazione con il Gruppo Donna Arcigay di Milano, l’associazione Lieviti del Milk di Verona e, in ultima istanza, con il nascente gruppo di coordinamento di più associazioni sotto il nome di Mondo Bisex. Di quest’ultimo fanno parte arche il gruppo Bit, o Bisessuali in Toscana, e il gruppo Bproud di Bologna.

Se ti va…parlaci di come ti sei scoperto bisessuale

Molto volentieri! Il tutto avvenne tre anni fa, durante uno dei tanti corsi sul bullismo omo-bi-transfobico organizzati dall’associazione Arcigay EOS di Cosenza, in collaborazione con il Cassero di Bologna. All’epoca, già militavo da tempo all’interno del comitato Arcigay I due Mari di Reggio Calabria, spazio in cui entrai da attivista etero LGBT-friendly.

Comunque, per dirla brevemente, si crearono alcune condizioni favorevoli che fecero esplodere improvvisamente, in me, emozioni del tutto nuove e impreviste. In sostanza, la vicenda si svolse tutta durante il trascorrere di quel corso, nel giro di pochissimo tempo, e fu la base di partenza del mio coming out.

Quindi, mi dichiarai bisessuale prima con mio comitato e poi in famiglia, durante il periodo natalizio. Infatti proprio per la mia improvvisa riscoperta, penso di essere un caso unico, speciale e atipico.

Parlaci dell’esperienza di attivista B in Calabria

Su questo punto, purtroppo, ho poco da riportare: subito dopo i due miei coming out, dovetti trasferirmi a Milano per questioni di crescita personale, lavorative e di studio. Infatti, frequento un corso professionalizzante per la qualifica di Massaggiatore Capo Bagnino degli Stabilimenti Idroterapici, o Massaggiatore Masso-Idroterapista. Ovvero, la strada più concreta e pertinente al mio percorso, già intrapreso dal 2010.

Da attivista ex-etero LGBTfriendly, vado più che fiero di aver portato avanti battaglie culturali per tre anni, insieme a persone indimenticabili e dentro un contesto territoriale già abbastanza complicato. Il tutto fino ad arrivare alla realizzazione del primo Pride calabrese della storia, una delle esperienze più grandiose di tutta la mia vita.

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Ti va di parlarci della tua esperienza al Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano?

Certamente. Parto dal dire, con molto piacere, che si sta rivelando sempre di più un’esperienza straordinaria in ogni senso. Da quando ho cominciato a farne parte (più di un anno fa, immediatamente dopo il mio trasferimento) al suo interno ho notato da subito persone fantastiche, molto determinate, abbastanza volenterose e con una voglia, fuori dal comune, di perseguire le linee un attivismo TBGLQIA* all’avanguardia. Soprattutto penso che sia davvero una realtà che fa dell’anti-binarismo di genere il suo principale punto di riferimento.

Frequento due dei tanti gruppi attivi al suo interno, Ama relazioni affettive e Ama Identità di genere, che si stanno rivelando occasioni imperdibili, strumenti indispensabili per il miglioramento della qualità della vita e momenti in cui poter conoscere persone indimenticabili

Oggi, posso serenamente riferirmi al Milk come alla mia seconda famiglia

Preferisci Bisessuale, Biaffettivo, Bisex o altri termini? Nel blog cerco di usare sempre orientamento eroticoaffettivo rispetto al “sessuale” …

Preferisco il termine Bisessuale non binario

Perché preferisci Bi a Pan (nel descrivere te stesso)

Per mirate questioni di opportunità personale e per lasciarmi il dovuto tempo di esplorarmi tramite l’esperienza. Dal punto di vista erotico/affettivo, mi rendo conto di non perseguire uno schema preciso. Su questo sto scoprendo di essere sempre più vicino alla pansessualità.

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Bisessualità e Pansessualità, orientamento binari, non binari, transincludenti, transescludenti, ce ne parli?

Certo. Dunque… partiamo dalla prima, ovvero la Bisessualità. In origine, è stata vista e interpretata come “canonica”, in quanto riferibile alle persone che si sentivano erotico-affettivamente attratte solo da uomini e donne bio e cis-gender.

Essa, prima degli anni 90′, venne studiata e affrontata dallo scienziato Alfred Kinsey (a cui si deve la “scala Kinsey”) solo da un punto di vista “comportamentale”.

Questo, in ambito scientifico, ovviamente in quel contesto storico, fu il primo lavoro documentato condotto sulla fluidità dell’orientamento sessuale.

Kinsey concluse che l’orientamento non è rigidamente dicotomico, bensì si estende lungo un contiuum di variazioni.

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Più recentemente, lo psichiatra Fritz Klein (1990), insieme ai suoi collaboratori, ha sviluppato una griglia per la valutazione dell’orientamento sessuale, nota come Klein Sexual Orientation Grid (KSOG). Nella sua griglia, Klein ha aumentato il numero di variabili da prendere in considerazione, rispetto a quelle presentate da Kinsey. In particolare ha aggiunto: l’attrazione sessuale, il comportamento sessuale, le fantasie sessuali, le preferenze emozionali, le preferenze sociali, lo stile di vita, l’autodefinizione del proprio orientamento.

Questi due personaggi furono tra i primi precursori della visione di una sessualità non binaria. Ultimamente in Italia, se pur con molta lentezza rispetto agli altri Paesi, si assiste al coming out, soprattutto nelle nuove generazioni, di persone bisessuali, bisessuali non binarie, omoflessibili, eteroflessibili, e pansessuali. E pure in forte crescita.

Per quanto riguarda gli orientamenti definiti come binari, e trans-escludenti, in alcuni casi non necessariamente riconducibili alla rigida cultura del binarismo, in questi rientrano le persone dichiaratamente solo bisessuali, etero e omosessuali.

Invece, negli orientamenti definiti come “non binari”, e trans-includenti, sono comprese persone dichiaratamente omoflessibili, eteroflessibili, bisessuali non binarie e pansessuali.

Oggi, finalmente, la bisessualità, al pari del termine trans*, viene definita come termine “ombrello”, proprio per evidenziare il fatto che, al suo interno, vengono incluse tutti i casi in cui l’orientamento, in passato o nel presente, ha assunto, assume, o può assumere una caratterista mutevole, fluida e includente.

Invece “pansessualità” è un termine che, a seconda dei casi, indica un orientamento erotico-affettivo definitosi e sviluppatosi indipendentemente dagli altri, oppure l’ultima evoluzione della bisessualità non binaria

Qui, è doveroso precisare  che termini quali etero, omo, omoflessibile, eteroflessibile, bisessuale, bisessuale non binario, pansessuale, si riferiscono solo e esclusivamente alla descrizione dell’orientamento sessuale, in alcuni periodi della vita, e non all’identità di genere.

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La Bifobia negli attivisti storici (uomini e donne)…

A questa domanda cercherò di rispondervi evitando, il più possibile, di urtare la sensibilità di persone che, in fin dei conti, non conosco direttamente.

Quindi senza voler fare riferimenti specifici, mi preme sottolineare come la situazione di oggi, in merito alle persone bisessuali e pansessuali, sia la diretta conseguenza di larga parte di un vetero attivismo Italiano formato da persone dichiaratamente Lesbiche, Gay, Transessuali, di fatto impreparato e fin troppo distratto rispetto ai tempi. E, soprattutto, ancora poco attento alla radicale, oggettiva e inesorabile trasformazione del mondo e della società in cui viviamo. Oltre, ovviamente ad essersi dimostrato privo di adeguati strumenti culturali, scientifici, politici per affrontare e includere fondamentali questioni come bisessualità e non binarismo di orientamento sessuale.

Solo da pochi anni, a questa parte, e grazie a poche associazioni (come Lieviti di Verona , Bproud di Bologna, Circolo Culturale TBGL Harvey Milk di Milano, gruppo donna Arcigay di Milano) sembra che finalmente si inizino a intravedere cambiamenti concreti.

Adesso, penso proprio sia arrivato il momento di riprendere in mano la situazione per affrontarla con la massima serietà e la dovuta determinazione
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Chi è maggiormente vittima della Bifobia da parte del mondo etero? L’uomo bio? La donna bio? Le persone transgender?

Come già accennato nelle precedenti risposte, fortunatamente il 2017 sembra essere un anno di svolta per le nuove generazioni e, in alcuni casi, pure per quelle dai 25 o 30 anni di età in avanti. Sempre più ragazz*, nonostante le forti difficoltà, soprattutto in contesti prevalentemente etero, iniziano a dichiararsi apertamente bisessuali e pansessuali, oltre ovviamente a palesare la loro netta volontà di lottare contro il binarismo e le sue cause. A questo si aggiunge un aumento del numero di persone che si identificano come queer, genderfluid e bigender, come me, per intraprendere così una rottura con tutti i clichè, con il vecchio attivismo e gli stereotipi legati al binarismo di genere.
Comunque, bisogna purtroppo compiere ancora un grosso lavoro di tipo culturale su larga scala. Attualmente la bifobia attacca molto di più, in modo “diretto”, la donna in generale: ciò per una lunga serie di motivi di discriminazione, fortemente legati al genere e alla cultura del binarismo.

Infatti nella visione binaria del maschilismo, la “donna”, quasi sempre bio/cis-gender, può definirsi B o P solo se tutte le sue attrazioni sono finalizzate esclusivamente al soddisfacimento della virilità del maschio e alla costruzione dell’immaginario erotico del classico maschio alfa.

Mentre, se parliamo di persone T MtF e T MtF non binarie, dichiaratamente B, o percepitesi come tali, queste vengono prima incasellate, “a priori”, dentro il classico listino della prostituzione e, dopo, nello spettro degli ormai noti pregiudizi riguardo le persone bisessuali.

Quanto alla bisessualità maschile, questa rimane ancora coperto dal velo dell’invisibilità sociale. Perciò in questi casi la bifobia si riceve in modo “indiretto”, ci si vede esclusi, progressivamente, da alcuni ambiti sociali, senza spiegazioni sensate; oppure si viene rifiutati dal(la) partner dopo una prima (apparente) comprensione del proprio coming out da bisessuali. Addirittura, le persone T FtM e T FtM non binarie, oltre a venire considerate come “mezzi uomini”, o “scherzi della natura”, e dunque investiti dalla transfobia da parte di uomini e donne etero, si ritrovano a dover affrontare una bifobia ancora più pesante.

Bisogna anche evidenziare quanto la bifobia “interiorizzata” giochi un ruolo cruciale, nell’esplorazione della propria sessualità, molto più di quanto lo faccia nel mondo femminile.

Questo determina, da un lato, la forte presenza di uomini sposati, dentro il modello stereotipato di famiglia della pubblicità del mulino bianco, che vedono il proprio orientamento, quindi la loro bisessualità, solo come un vizio, o un motivo per concedersi relazioni clandestinedoppie vite. Dall’altro, esistono invece persone di sesso maschile, che, pur dichiarandosi, si sentono sempre più isolate, abbandonate dalla maggior parte dei conoscenti, escluse dalla propria famiglia e lasciate completamente sole, in balia della sopravvivenza.

Non è un caso che, per via del retaggio di binarismo di orientamento sessuale e maschilismo culturale, negli uomini si impari più facilmente a odiare, o (peggio) a temere irrazionalmente i propri sentimenti, le proprie pulsioni, l’evoluzione del proprio orientamento sessuale, la messa in discussione della propria idea di identità di genere e della propria espressione di genere.

Vi è ancora una gravissima mancanza di consapevolezza socio-culturale della bifobia: questione completamente diversa rispetto all’omofobia verso le persone dichiaratamente gay o lesbiche bio/cis-gender.

In ogni caso, i coming out femminili sono in aumento esponenziale rispetto a quelli maschili.

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Credi che la donna bi/pan subisca una discriminazione più strisciante e morbosa?

Purtroppo si.

Coming out: è più facile dichiararsi bi/pan se sei donna o uomo? Quali le reazioni?

Per entrambi, dipende molto dai contesti culturali, religiosi, sociali, familiari di provenienza e dalla propria collocazione territoriale. Comunque, al momento, sembra essere decisamente più facile se sei donna bio/cisgender.

Quanto alle reazioni, anche queste variano in base a modalità, situazioni svariate, preparazione culturale e clima familiare. Per la mia e altrui esperienza, generalmente, le più comuni sono rappresentate dall’accoglienza o dallo stupore iniziale, non necessariamente poi sfocianti in ostilità. Mentre, in molti altri casi, come già descritto, si subiscono rifiuti o addirittura violenze di ogni tipo.

Bisessualità nel mondo antico: l’uomo era sempre l’attivo bisessuale, il “maschio” della coppia, mentre il “gay” era il passivo. Quanto ci siamo staccati da questa visione?

Per via di persistenti retaggi socio-culturali, e per il nostro rigido provincialismo culturale, siamo ancora ancorati al modello patriarcale, machista, maschilista e binario del mondo antico. Purtroppo, l’antica Grecia, nelle concezioni comuni, viene stereotipatamente considerata un’epoca in cui il comportamento omosessuale e la bisessualità, non solo non venivano condannate, ma al contrario considerate come espressione di elevati valori morali, sociali e spirituali.

Senza dubbio, vi sono ampie prove che il comportamento omosessuale, oppure bisessuale, fra uomini e donne era allora comune e, entro chiari limiti convenzionali, approvato. E’ altrettanto chiaro che esso diveniva oggetto di seria preoccupazione se le persone coinvolte in esso, soprattutto se di alto rango sociale, rompevano talune regole sessuali e sociali e minacciavano le idee tradizionali di genere.

Dunque, il comportamento omosessuale e bisessuale (maschile) non erano problematici in sé, almeno fin quando questi rimanevano segno di virilità, attiva e controllata. Ma tali condotte potevano venire condannate, in alcuni casi: quando diventavano esclusive (in questo caso veniva condannato anche l’attivo), ma soprattutto allorché potevano essere considerate manifestazioni di effeminatezza.

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Bisex sulle app: “insospettabili”, “discreti”, “maschili”… e tante altre parole che dimostrano quanto queste persone siano cariche di binarismo e omofobia interiorizzata. A causa di questi “sposati velati” in cerca di trasgressione in app, saune e cruising, gli attivisti uomini gay a volte odiano i bisessuali, facendoli coincidere con quest’immaginario. Ci spieghi meglio cosa non funziona in questa “equazione”?

Dopo la precedente domanda, passiamo dall’antichità ai giorni nostri e, più precisamente, alle persone bisex sulle app!

Qui, bisogna compiere una doverosa distinzione che sfugge a molti attivisti gay accecati dall’odio. Ovvero, quella tra i bisex dichiarati e i bisex velati.

Quindi, partendo dal presupposto che le generalizzazioni sono sempre sinonimo di pregiudizio e di profonda ignoranza, bisogna fare chiarezza dentro il caos delle interpretazioni.

Ci sono persone apertamente dichiarate come bisessuali, oppure omoflessibili, che al pari di altrettante persone dichiaratamente gay, frequentano le app pure per sole, condivise e consensuali, esperienze di tipo sessuale.

In questo senso, non è detto che si stia sempre parlando di persone adulte velate o legate dal vincolo del matrimonio. Vi sono comprese anche svariate fasce di età fra l’adolescenza e il periodo pre o post universitario. Qui, nonostante l’essersi dichiarati B, si verificano i casi più frequenti di bifobia e diffidenza: si viene tacciati di “potenziale infedeltà”, dal momento in cui iniziano a instaurarsi dei legami di tipo affettivo più profondi. Il tutto dimenticandosi che l’infedeltà è purtroppo un costume trasversale, uniforme, frutto di ipocrisia e tacita accettazione sociale, appartenente pure ai vasti mondi gay e etero.

Invece, nei casi in cui si parla di persone bisessuali velate e sposate, inclini alla ricerca della trasgressione, comprendo perfettamente le reazioni di persone gay attiviste all’interno delle app. Pure a me e altre persone sono capitati casi in cui venivano avanzate proposte da bisex che, sentendosi molto attratte dal sesso opposto, cercavano massima discrezione e luoghi nascosti per spassose avventure al chiaro di luna. Esattamente così come ho ricevuto inviti indecenti da parte di persone gay velate, dichiaratesi virilmente “attive”, e fallocentriche all’inverosimile.

In ogni caso, confondere le proprie esperienze personali, o le vicende dei social, con la propria ideologia verso la presunta natura di persone bisessuali in quanto tali, non è assolutamente prova di onestà intellettuale. Tanto più se il ritenere tutte le persone bisessuali come infedeli, perennemente indecise, o promiscue, proviene proprio da attivisti gay del mondo LGBT.

Oggi, bisogna assolutamente prendere coscienza dell’esistenza della bifobia, occuparci tutti insieme delle sue origini e dotarci dei mezzi necessari per contrastarla in ogni sua forma.

Solo così facendo, possiamo pensare di definirci veri attivisti. Tutto il resto è solo retorica da salotto.

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Sono maggiormente accettate persone bi e pan che sono transgender. Come se si pensasse: “Ok, questi si sono “sputtanati”, non hanno vantaggi a mentire”. Mentre, quando si dichiara bi o pan una persona cis, allora subito si pensa che siano, in realtà, omo…Ce ne parli meglio?

In questo caso, più che affrontare discorsi sull’accettazione, penso sia più produttivo parlare di “confusione”. Infatti, in questo caso, si tende ancora a confondere l’orientamento sessuale con l’identità di genere, come se l’identificarsi persone transgender comportasse un automatico coming out della definizione delle proprie attrazioni. Poi, si nota una certa morbosità irrispettosa nel voler stabilire, a prescindere, l’orientamento sessuale altrui e nel decidere quali tipi di ipotetici vantaggi dovrebbe avere, o meno, una persona visibile e apertamente dichiarata secondo il falso immaginario collettivo.

Inutile dire che ci troviamo di fronte a pura ignoranza di fondo e a una riprova della cultura binaria. Infatti una persona può dichiararsi transgender e, contrariamente alla presunta accettazione come bisex, compiere invece il proprio coming out come gay. Esattamente così come una persona bio/cis-gender può e deve poter compiere liberamente il proprio coming-out da bisessuale, o pansessuale, nonostante gli altri pensino di poterla sminuire attraverso il paranoico sospetto che, in realtà, sia per forza omosessuale e debba effettuare a tutti i costi una sorta di scelta.

Insomma, l’autodefinizione del proprio io e dei propri desideri erotici, affettivi e sentimentali è un diritto inviolabile che appartiene unicamente alle singole persone. Non può essere assolutamente visto come oggetto di pseudo interpretazioni in base alle convenienze del proprio pregiudizio.

Spesso il partner di una persona transgender viene considerato, di default, bisessuale. Questa è una considerazione un po’ transfobica…Che ne pensi?

Penso ci sia il serio bisogno di rivedere le grosse lacune nella nostra mancanza di educazione e di considerare le persone per come, di fatto, si descrivono e auto-determinano. Ancor prima di compiere questa operazione, è imperativo rispettare la libertà altrui e il grado di confidenza che instauriamo con il prossimo.

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Quando un uomo bi cerca una compagna, ma vuole continuare a fare attivismo e a dichiararsi bi, a quali pregiudizi va incontro? C’è differenza rispetto alla donna bi?

Spesso, fra i tanti comunque presenti, si va incontro al pregiudizio per cui si viene considerato come il classico gay nascosto, confuso, o l’elemento di disturbo e “non degno” di portare avanti le istanze della causa LGBT. E, quindi, all’immagine di persona che, per non ammettere di essere in realtà omosessuale, o di sentirsi percepita come tale, preferisce utilizzare la “scorciatoia” della ricerca di una relazione etero di copertura. Dunque, si viene profondamente umiliati, isolati e fatti oggetto di scherno fin dentro gli affetti e la propria dignità. Mentre, per la donna, è diverso, se militante in ambienti di attivismo LGBT aperti, eterogenei, o friendly.

Il discorso cambia dentro parte del vetero attivismo binario, o lesbico e femminista, dove si viene ancora identificate come “le traditrici”, o come “quelle passate dalla parte dei nemici maschi”, oppure come persone che in realtà non accettano il fatto di essere lesbiche che soffrono di omofobia interiorizzata.

Comunque, anche riguardo a questo, si assiste a un lento cambiamento di clima, molto più confortevole, dentro le nuove generazioni e, in minima parte, anche nelle generazioni passate.

Perché ancora molti legano bisessualità e infedeltà?

Perché dànno ancora viziatamente credito a false credenze per cui le persone bisessuali sono, in quanto tali, incapaci di sapersi impegnare, o di rimanere stabili, in una relazione di coppia monogama. Si pensa, infatti, che la bisessualità sia realizzata nella continua e costante ricerca di una controparte affettiva mancante dentro una relazione di coppia. Dunque, si compie il seguente ragionamento dato dal pregiudizio:

Se pure volessi accanto a me una persona bisessuale, per quanto possa piacermi, non riuscirei a starci in coppia. E non penserei di poterci costruire una relazione, per il fatto che, la persona bisessuale, per la sua natura, per sentirsi completa e pur dicendo di essere follemente innamorata di me, vorrà sempre e comunque andare a cercarsi una terza persona di sesso opposto al mio. Quindi, è molto più facile che possa tradirmi, o lasciarmi, per questi suoi continui desideri”.

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La visibilità è un’arma che può zittire molte persone che accusano i bisex di essere velati e confusi. Come fare per incoraggiare il coming out?

Innanzitutto, consigliando di divenire i principali protagonisti del cambiamento che si vorrebbe dentro la propria vita e nei luoghi in cui viviamo. Ciò è anche un modo per interrogarsi su quali valori fondiamo le nostre amicizie e quanto amore diamo a noi stessi, per darci così la possibilità di esplorarci liberamente e non vivere come gli altri ci vorrebbero in base ai loro pregiudizi.

Secondariamente, spiegando che l’essere persone visibili aiuta a distruggere e prevenire il pregiudizio, soprattutto verso se stessi.

Inoltre, la possibilità di dichiararsi apertamente mette in migliori condizioni per potersi mostrare con verità e dignità verso il prossimo. Aiuta nel migliorare la propria autostima, la propria qualità di vita e fortifica nel contrastare la bifobia delle persone che vorrebbero calpestare il nostro diritto a esistere, all’essere riconosciuti come al pari di tutti, alla nostra libertà di amare e al vivere per ciò che siamo realmente.

Bisessualità e poliamore: differenze e punti di contatto. Esiste l’una senza l’altro e viceversa?

Si, certamente. Ciò per il semplice fatto che la bisessualità riguarda, solo e esclusivamente, il proprio orientamento sessuale. Invece, il poliamore si riferisce alla pluralità dei tipi di relazione affettiva che si intendono instaurare.

Ci sono molte persone bisessuali e monogame, esattamente così come ci sono persone dichiaratamente bisex e poliamorose. Giusto per portare un altro esempio, vi sono molte persone etero, o gay e lesbiche che, al tempo stesso, si dichiarano poliamorose.

L’importante è sapere che stiamo parlando di argomenti diversi e non necessariamente collegati fra loro.

Quindi, il poliamore riguarda solo le modalità in cui una persona vive le proprie relazioni, indipendentemente dal proprio orientamento, e non per forza il modo in cui esprime il proprio essere bisessuali

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L’allarme “morti di figa” in spazi creati per bi, pan, poliamoristi, bdsm, etc etc: come monitorare questo rischio? Il pregiudizio che vede la donna bi/pan/poly come promiscua è ancora molto presente, e molti uomini etero ne approfittano…

In questi casi, il modo migliore è consultarsi in gruppo e parlare costantemente di tale evenienza: poi, cercare di munirsi di strumenti e filtri necessari per prevenire incontri sgradevoli. Si potrebbe anche incaricare un team di persone scelte, come molti gruppi già fanno, con il compito di verificare i reali intenti di eventuali nuovi arrivi, ritenuti poco convincenti, e provvedere così al richiamo di questi o alla diretta espulsione, in base alla gravità del danno commesso. Queste prime operazioni possono risultare molto efficaci e un’occasione cruciale per proteggere i gruppi da interferenze decisamente poco raccomandabili

Gay sta a bisessuale come trans sta a … ? (è il momento di autodefinirci)

E’ il momento di dare una definizione per i percorsi non canonici trans. Senza usare il “non”

Quando iniziai a percorrere la mia strada di consapevolezza e di attivismo dovetti aspettare alcuni anni prima di trovare una persona che sentissi a me vicina.
Un giorno su un portale allora chiamato GayRomeo conobbi un ragazzo che ai tempi si definiva gay, e a cui dissi di essere attivista.

Col tempo la nostra relazione finì, ma la nostra amicizia no, e, confrontandosi con una persona di genere non conforme, lui riuscì ad ammettere a se stesso e agli altri di non essere completamente omosessuale, di provare attrazione per uomini androgini e donne androgine, quasi di preferirli, ma  a quel punto iniziò a riflettere su come entrare nel mondo gay aveva censurato questa sua identità ed istanza schiacciandolo nell’identità politica gay, facendogli credere che la sua presenza nel movimento era dovuta non alla sua bisessualità e alla rivendicazione di essa, ma alla sua “parte omosessuale” e alla difesa dei diritti omosessuali. A causa dello stigma da parte del mondo etero, ma soprattutto da parte del mondo omosessuale, e alla convenienza che questo mondo aveva a tenerlo tra le sue file di attivisti, era diventato uno dei tanti militanti contro l’omofobia e per i matrimoni gay.

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Oggi Leonardo è un attivista per la pansessualità e la bisessualità, insiste che nelle scuole, nella sanità e sui posti di lavoro si parli di bisessualità e pansessualità, nonchè di bifobia e panfobia, e milita contro il binarismo.
Fare attivismo con lui mi piaceva perché, anche se in condizioni diverse, condividevamo l’essere sospesi tra il mondo dei cis/etero e quello dei gay e trans, che ci accettava ma con riserva, col permesso di soggiorno, solo se “accettavamo” di definirci come loro. Ciò per lui comportava l’atto semplice (ma non banale) di definirsi gay. Per quanto riguarda me, il pegno da pagare era l’essere transessuale, fare la mia bella transizione medicalizzata e canonica, raccontare le mie trans narratives sulla mia infanzia binaria nel corpo sbagliato, mettere la mia bella cravatta, tatuarmi il simbolo trans, fare palestra, e guardare sotto le gonnelle.

La mia istanza veniva sempre schiacciata. C’era sempre un ombrello che doveva comprendermi, e quasi mi faceva il “piacere” e l’onore di comprendermi, cancellando poi le mie istanze, mostrandosi contrario, o paternalisticamente dicendo che ci sarebbe stato tempo, in futuro, per le mie istanze, in un mondo migliore, quando noi saremo tutti morti. nel frattempo le mie braccia (rubate all’architettura?) erano pronte a portare i loro picchetti, per migliorare le loro condizioni di vita.
Io, orfano di una comunità che mi accogliesse e mi includesse, per anni mi sono nascosto nella T come chi, essendo bisessuale, si è nascosto nella G.

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Tutti erano fieri di noi, noi coraggiosi che facevamo dei coming out (con parole che non ci definivano e non sentivamo nostre), perchè non rimanevamo nascosti come chi, nella mia situazione, viveva da cis, o come chi, essendo bi, viveva da etero.
C’era chi non riusciva a comprendere la nostra coppia, perché non voleva credere alla sua bisessualità (per loro era gay) nè alla mia non conformità di genere (per loro ero donna). Queste due affermazioni, se affermate inseme, creavano un paradosso, secondo il quale noi non potevamo essere, o essere stati, coppia, ma ne eravamo divertiti, perché era l’ennesima conferma del non rientrare nei loro schemi binari, in cui se qualcuno è fuori da cis, trans, omo, etero, non esiste o si sta definendo in modo sbagliato, per confusione o mancanza di coraggio.

Non c’è ancora un termine per “i bisessuali” dell’identità di genere, o meglio, ce ne sono troppi (ma sono stati coniati da altri).
Puzzano di teoria queer, oppure sottolineano un “passaggio” che molti come me non sentono proprio.

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Se trans fosse recepito come speculare di cis, si parlerebbe di essere al di là o al di quà dei confini del genere. Purtroppo però nella percezione comune “trans” sottolinea un passaggio e un cambiamento, spesso fisico, o anche di ruolo di genere, che magari ha senso se si parla di trans medicalizzati, ma ha meno senso se si parla di tutte le altre variabili di genere, che più che sottolineare, nel definirsi, il “cambiamento” (quel “to” di FtoM e di MtoF), sottolineano la differenza, una differenza, una non conformità, che c’è da sempre e non si riduce ad una metamorfosi.

Se oggi bi e pansessuale sono termini abbastanza chiari per definire l’universo di orientamenti eroticoaffettivi tra omo ed etero, non c’è ancora un termine per descrivere la condizione delle persone tra cisgender e transessuale.
Quando i primi bisessuali alzarono la testa per fare attivismo, subito gay e lesbiche misero sulle loro spalle il peso degli errori e della viltà di chi, in passato, essendo bisessuale o gay velato, aveva vissuto nell’ombra, nascondendosi in matrimoni etero e nella rassicurante vita sociale da “normale“.

Anche con noi lo fanno. Ci paragonano ai travestiti del sabato sera, i top manager con moglie e figli. Alle signorine che sono maschietti su facebook ma poi sono, nella vita reale, solo ragazze con smalti metallizzati e capelli verdi. A chi cambia definizione e polarità di genere una volta a settimana, in una nevrotica e instancabile creazione e disattivazione di profili facebook e twitter, e ci dicono che siamo pochi, picareschi, incapaci di metterci nome, cognome e faccia, incapaci di formalizzare le nostre istanze.

Ma quando alcuni di noi (non troppi), riusciranno a produrre un documento con istanze chiare, come hanno fatto le famose 49 lesbiche, e quando chiederemo al gay, lesbiche, transessuali, pensatori queer, intersessuali, bisessuali, asessuali, di sottoscriverle?
Quando chiederemo di essere compresi in una legge “contro la transfobia” che non comprenda solo periziati e ormonati, così come i bisessuali hanno chiesto di essere compresi in una legge “contro l’omofobia” che tuteli tutti gli orientamenti e non solo quello omo, quando chiederemo il riconoscimento delle persone non binarie e non medicalizzate, loro firmerano con noi o polemizzeranno?
Penseranno che estendere i diritti a noi tolga qualcosa a loro?

Come gli etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio?
Questi sono interrogativi che avranno risposta solo quando ci faremo sentire.
Nel frattempo i bisessuali sono arrivati alla loro quarta giornata della visibilità bisessuale, e coinvolgono sempre più persone, hanno introdotto la parola “Bifobia, che ormai sentiamo usare anche da parlamentari.
E’ il momento che i “non-” dell’identità di genere si facciano sentire.

Se sei uno/a/* di noi, scrivici.
progettogenderqueer@gmail.com

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Pansessuali e panfobia

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Usare la definizione “pansessuale”, in ambienti di attivismo “omosessuale”, crea una reazione diversa rispetto a quando si usa il termine”bisessuale“.
Se la prima causa ira, ferite aperte, confusione con i concetti di velato, confuso, opportunista, la seconda crea addirittura scherno e derisione.

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Parte della derisione per il pansessualismo è legato all’equivoco che nasce dall’etimologia della parola pan-sessuale.
E’ vero che, dal greco, “pan” significa “tutto“, in contrasto con “bi“, che significa, binariamente, “sia l’uno che l’altra“. Il prefisso bi contiene, inequivocabilmente ed inevitabilmente, un rigido dualismo.
Molti bisessuali non binari (ma non tutti) preferiscono quindi l’uso dell’autodefinizione “pansessuale”.

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Anche molte persone di orientamento prevalentemente omo o prevalente etero (omoflessibili, eteroflessibili, persone che potremmo dire al livello 1 o 5 della scala kinsey), che però non escludono partner gender non conforming, si sentono maggiormente rappresentati dalla parola “pansessuale” che dalla parola “bisessuale”, che creerebbe l’equivoco di inquadrarli come persone indifferentemente attratte “a parimerito” dal femminile e dal maschile.

Inoltre c’è una differenza concettuale: se la persona bisessuale mediamente ama definire il suo orientamento dicendo che può amare “sia uomini, sia donne”, la persona pansessuale preferisce dirsi capace di amare una persona qualsiasi sia il suo sesso e/o genere.
Quindi essere “pan” non significa amare “tutti” (come vorrebbero farci credere le persone pan-fobiche) ma, potenzialmente, poter amare qualsiasi persona, indipendentemente dal suo sesso o genere.

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Chi di solito è “affetto” da “pan-fobia“?
Sicuramente può provarla chi prova bifobia (uomini omosessuali, donne lesbiche, etero molto chiusi e chiuse), magari rincarando la dose verso il o la pansessuale, “addirittura” attratto/a da persone trans (quindi la panfobia si lega alla transfobia).
Ad essere vittime di pan-fobia ci sono anche persone che, provenendo da un passato mono-sessuale (una persona omo o etero), ad un certo punto entrano in relazione con una persona trans* o genderfluid. Lo scetticismo della precedente comunità di riferimento (omo o etero) potrebbe essere vista come panfobia o come “transfobia” proiettata sui partner. Sarebbe da definire se l’ostilità più verso questa persona o verso il o la partner.

Articoli come questo dànno fastidio, ed è per questo che non lo divulgherò se non in spazi virtuali per persone antibinarie.
Forse fanno bene, infondo, quei pansessuali de factu che preferiscono usare la definizione “bisessuale” solo per non ereditare ulteriori malintesi ed ulteriore ostilità

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Perché veterani e giovani attivisti hanno un’idea così diversa sui bisessuali?

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Giovani attivisti antibinari e attivisti veterani gay e lesbiche si scontrano spesso sulla tematica delle persone bisessuali.

Per anni mi sono chiesto se fossimo noi ad avere ragione, senza se e senza ma, e fossero loro ad avere pregiudizi espressi tramite slogan vecchi e stereotipati.

Mi sono infine reso conto che quando noi parliamo di “bisessuali” non intendiamo ciò che quel tipo di attivista veterano/a intende per bisessuale.

Noi siamo abituati a bisessuali di solito sotto i 40 anni, dichiarati sia nelle associazioni LGBT, sia nella loro vita privata e relazioni eterosessuali, attivisti, con relazioni socialmente visibili con persone di entrambi i generi, e di solito con una visione del mondo non binaria.
Non tutti, ma questi bisessuali spesso hanno una spontanea attrazione non legata alla variabile m/f, ovvero, pur avendo specifici gusti (chi ama gli androgini, chi cerca il maschile in donne e uomini, chi il femminile, chi quasi predilige le persone trans), non sente come discrimine il sesso fisico del suo oggetto di desiderio.
Per un giovane attivista transgender, o un giovane attivista gay o lesbica cresciuti in queste moderne associazioni miste, è questo che significa “bisessuale”. Ed è per questo che quando i veterani parlano di bisessuali con altra accezione, il giovane attivista antibinario è spesso basito, confuso, anche urtato.

Gli attivisti e le attiviste veterani non entravano in contatto coi bisessuali all’interno delle associazioni, ma all’interno di spazi di incontro finalizzato all’erotismo, che un tempo, purtroppo, erano anche gli unici luoghi di socializzazione per le persone LGBT.

Per molte lesbiche, la bisessuale è una donna sposata o fidanzata che ha deciso di dare spazio alle sue fantasie con donne tramite un portale o un locale glamour, in cui di solito cerca una donna visibilmente lesbica, e quindi, nella sua testa piena di pregiudizi, disponibile.
Questa “lesbica”, alle prime luci dell’alba, tornerà ad essere la dolce moglie o fidanzata di qualcuno, considerando di serie B tutte le relazioni occasionali e non, nate nel mondo lesbico.
Questa donna, che si definisce spesso etero o bisessuale, potrebbe benissimo essere una lesbica asservita al binarismo sociale, che la vede tutelata solo se accanto ad un uomo, madre e moglie.

Il bisessuale uomo (o etero curioso, insospettabile, solo attivo quindi etero, solo attivo e quindi “maschio” e un sacco di altre parole sgradevoli…) è ancora peggiore. E’ un padre di famiglia che, mosso dall’ “istinto animale” , deve soddisfare le sue voglie omosessuali, che considera trasgressive e vive in modo pruriginoso, tramite luoghi di battuage, portali “squallidi”, saune, cruising e porcilai, in cui usa gli uomini che incontra, omosessuali che considera a lui “inferiori”, per proporsi come attivo, e quindi “maschio alfa“, o lasciarsi andare come passivo (spesso definendosi femmina e troia, a prova della grande misoginia interiorizzata che questi soggetti hanno), per poi l’indomani tornare dall’amorevole moglie e meravigliosi biondissimi figli.

Queste figure hanno spezzato molti cuori di persone dichiaratamente gay o lesbiche, che , nonostante le proprie armi di difesa culturali, si sono lasciati/e illudere da questi personaggi, magari per qualcuno affascinanti (esistono lesbiche mascoline che amano la sfida di strappare una etero femminile al marito, o uomini gay che amano fare sesso con uomini etero e quindi, per lo stereotipo, più virili e con un maggiore riconoscimento come virili da parte della società).

Puntualmente pero’ questi e queste “bisessuali” (ovvero questi omosessuali e bisessuali socialmente etero) scelgono la famiglia, la normalità, scelgono di parlare delle loro splendide e rassicuranti relazioni etero e dei loro figli ai colleghi di lavoro, ai genitori anziani, ai pranzi di natale.
E i partner di una notte, gay e lesbiche, i compagni e le compagne di avventure fugaci di una notte, vengono cancellati, considerati, sotto sotto, inferiori, oggetti da contattare solo per saziare cio’ che questi “velati” vivono come un prurito, un vizietto, una parte di se da sfogare di nascosto per poi tornare al focolare domestico.

Spesso io stesso, che, in quanto persona transgender ftm, non ho accesso a “saune e porcilai only for man” (in realtà non ho mai provato ad andarci, ma un mio amico trans pre T di bologna ha la faccia come il culo, ci va e lo fanno pure entrare!), nè mi interessano gli spazi “only for girl“, quindi con questi bisessuali pruriginosi e velati non ci entro mai in contatto (li conosco dal web o per interposte persone) ed è per questo che fatico a pensare a “bisessuale” con questa accezione.

A questo punto è legittima la rabbia (e l’orgoglio?) delle persone bisessuali dichiarate, che vengono puntualmente sovraccaricate delle colpe di persone velate che usano il mondo LGBT come una fornitura di corpi per saziare appetiti (da loro considerati) torbidi, ma è in qualche modo legittima l’indignazione di persone gay, lesbiche, e a volte anche transgender, che nell’odio e nel discredito delle persone (che loro considerano) bisessuali mettono tanto di personale (ma del resto è davvero possibile separare personale e politico?).

E’ anche per questo che gli attivisti storici “tollerano” la bisessualità di persone transgender, viste come “innocue”, in quanto non sovrapponibili alla figura del o della bisessuale velata che poi torna ad una vita “socialmente accettata”.

E’ difficile, per una persona bisessuale dichiarata, far capire alla vecchia guardia che è solo un problema di definizioni, che disprezza anche lei quel tipo di persona velata e carica di omofobia interiorizzata.
Negli anni le parole cambiano significato, ma mi chiedo se non sia ancora troppo presto per far si che tutti intendano per “bisessuale” il virtuoso (o virtuosa) attivista dichiarato e senza scheletri nell’armadio.

Sono forse troppo pochi, e poche, ancora, gli attivisti bisessuali visibili.
Ancora molte persone bisessuali dichiarate fanno attivismo come omosessuali, magari spariscono quando e se hanno relazioni etero, e non perchè vogliano aderire ad una vita “normale”, ma perchè temono il giudizio di ex compagni e compagne di militanza.
Non voglio essere buonista. Magari tra loro invece c’è chi nasconde il suo passato e in coppia etero indossa la maschera di chi è “diventato” etero o lo è sempre stato. Ma non sempre va così.

Forse l’unica cosa da sperare è che i bisessuali inizino a farsi sentire, presentandosi come tali, anche vincendo il pregiudizio che gli arriva dagli stessi militanti LGBT.
In un mondo giusto non si dovrebbe chiedere alle persone bisessuali di dover “dimostrare qualcosa” o “fare numero” per conquistare la credibilità che gli attivisti veterani non concedono loro, ma dopo anni di tentativi di dialogo falliti, con le buone o con le cattive, ho capito che solo quando i bisessuali faranno massa critica, e avranno come obiettivo (interno ed esterno alla comunità LGBT) quello di fare informazione e sensibilizzazione sulla propria particolare realtà, si potrà cominciare a “sovrascrivere” la vecchia accezione di bisessualità. 

Identità politiche nette VS vissuti “sfumati”

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Sono note a tutti le polemiche che hanno seguito la scelta milanese di passare da LGBT Pride a Human Pride.
Soprattutto i gay tradizionalisti hanno paura che ogni nuova identità, condizione, e vissuto che entra nel mondo delle istanze LGBT (a loro già LGBT sta scomodo, preferirebbero gay), dà fastidio e pensano che distolga dall’unica grande battaglia: i matrimoni gay.

Il problema è che se le istanze politiche devono usare parole semplici e “raccontare” solo le condizioni più facili da comprendere (omosessuale maschio, omosessuale femmina, transessuale che prende ormoni ma non vuole operarsi), la comunità LGBT contiene un’infinità di vissuti e quindi di istanze da esse scaturite.

Ad esempio è facile dire che “il bisessuale” non ha istanze, in quanto le sue coincidono completamente con quelle degli omosessuali, ma non è del tutto vero: la bifobia ha una sua autonomia come discriminazione, e ne sono affette anche delle persone omosessuali.

Le istanze di un transgender non medicalizzato sono molto diverse da quelle del trans medicalizzato sopracitato che vuole che sia tolta “solo” l’imposizione dell’intervento (ma non quella della tos, terapia ormonale sostitutiva).

Poi ci sono le persone genderqueer (che non si identificano completamente con M e F, o si definiscono di un terzo genere, di entrambi i generi, o di nessuno) e quelle genderfluid (che hanno fasi altalenanti di polarità di genere).
Queste persone sono spesso schifate dalla comunità LGBT, vengono viste come talloni d’Achille viventi, e chi le discrimina pensa che a causa della loro condizione, che sarebbe vista come ridicola ad eterolandia, i gay e le lesbiche (e i transessuali “tradizionali”) rischierebbero di avere meno diritti e di perdere credibilità.

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Quindi gli attivisti storici cercano di contrastare “l’ideologia” genderqueer e genderfluid, senza capire che non si tratta di ideologia, ma di semplici vissuti.
Cosa dovrebbe fare un genderfluid? tacere la sua condizione? vivere da transessuale per rassicurare gli altri, aderendo a una diversità più conosciuta ed accettabile?
Si può reprimere un’ideologia, ma un vissuto?
Inoltre a che titolo un omosessuale tradizionale “reprime” una persona con un vissuto statisticamente meno frequente?
Ma soprattutto, è verisimile il fatto che un genderfluid danneggi un omosessuale o al limite un transessuale?
Un omosessuale che mette a tacere un genderfluid definendo ideologia la sua condizione, è identico ad un reazionario o integralista religioso che pensa che omosessualità sia ideologia.

Recentemente ho lettoL’Apartheid del Sesso“, di Martine Rothblat, libro visionario per l’epoca (anni novanta). Confrontandomi con  molti attivisti anziani gay è venuto fuori che aveva dato fastidio una parte, del tutto secondaria del libro, in cui si annunciava un futuro in cui gli orientamenti sessuali tradizionali avrebbero perso senso. Il gay si sentiva “delegittimato” se un suo pronipote gay fosse privato della possibilità di definirsi gay, banalmente, “perchè gli piace il pene“.
Eppure quella parte del libro era del tutto secondaria e appena accennata, visto che il libro parlava più che altro di ruoli e stereotipi di genere, e solo marginalmente di orientamenti sessuali.

p.s.
Di certo queste sono considerazioni che faccio come critiche interne alla comunità. So che ultimamente il blog è frequentato anche di integralisti cattolici che usano i miei articolo per screditare la comunità LGBT per le discriminazioni interne, come se loro non fossero divisi tra movimenti integralisti VS fondamentalisti interni alle varie chiese e sette…