Colonizzati dall’attivismo d’oltreoceano: le pericolose conseguenze dell’aver smesso di ragionare

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L’attivismo T “made in Italy” e il suo valore aggiunto

Nei miei 10 anni di attivismo ho avuto due riferimenti politico/culturali: quello nazionale, rispetto alla mia attività di blogger, e scrittore/vignettista satirico per Simposio e quello territoriale, come presidente del Circolo Culturale TBIGL Harvey Milk, oggi Rizzo Lari, e come attivista del Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia.

Gli Stati Uniti, l’Inghilterra, erano solo riferimenti lontani. Alcuni termini che arrivavano dall’America li ho trovati già negli scritti di autrici T italiane, come Monica Romano, Diana Nardacchione e altre saggiste.

Poi, questo linguaggio fatto di alcune parole assorbite dai pensatori precedenti, è stato arricchito e rivisitato dalla mia generazione. Alcuni pensatori T italiani, contemporanei, hanno scritto, su blog e carta stampata, e si sono influenzati tra loro, si sono citati nei reciproci scritti (ad esempio io sono davvero onorato di essere citato su Gender Revolution della cara Monica Romano), hanno riflettuto sulla terminologia, hanno rivisto termini e significati, e ne hanno introdotti di nuovi per concetti prima non messi a fuoco.

Potrei sembrare un pallone gonfiato nel dire che l’Italia, forse l’Europa, o il Mediterraneo, ha un’antica tradizione di “pensiero“: siamo un popolo storicamente abituato a ragionare.

E’ per questo che mi permetto di dire che su alcune cose siamo, come profondità di pensiero, più evoluti degli e delle influencer anglosassoni, divenuti santi laici negli ultimi due anni, a causa della battaglia tra femminismi transincludenti e transescludentitrapiantata in Italia visto che, nel “post-Cirinnà“, non avevamo più giocattolini ideologici a cui dedicarci ed è venuta l’idea di abbattere tutto ciò che era stato fatto in precedenza. Ed è stato quello il momento in cui il mondo dell’attivismo T italiano ha abbassato la guardia, dando alcuni concetti come ormai assodati (ad esempio il fatto che l’identità di genere esista, che cis significa “non trans”, che uomo/donna indichino i generi e maschio/femmina i sessi, ect etc).

L’importanzione obbligatoria di nuovi termini e metodi

E’ stato così che sono stati importati concetti nuovi, prima presentati come “opportunità”, infine diventati “obbligatori” se vuoi definirti attivista in Italia.
Ad esempio l’approccio “intersezionale” doveva essere un’opzione, ma oggi chi dichiara di non volersi occupare di migranti sex workers diventa automaticamente un insensibile stronzo.
Penso anche alla terminologia che fa riferimento alla genetica, xx ed xy, ripresa da Monica Romano nell’autobiografia “Storie di ragazze xy” e da me nella collana di vignette per la rivista il Simposio, “Storie di ragazzi xx“: adesso il delirio “intersezionale”, che vuole mettere in relazione per forza “trans” e “intersex” ha deciso che i termini AFAB e AMAB (Assigned Female/Male At Birth) che hanno sicuramente senso se usati su persone intersessuali (l’assegnazione effetivamente avviene, visto che vi è la compresenza di elementi fisici maschili e femminili), vengono estesi anche alle persone transgender. Se per anni si è fatto un gran lavoro per rendere universalmente condivisi nell’attivismo LGBT termini come maschio/femmina/xx/xy per parlare del sesso, e genere/uomo/donna per parlare del genere, ora una nuova generazione di transgender stranieri, spinti dall’ideologia o dalla disforia, vuole impedire ad altri transgender più risolti di dire “sono biologicamente maschio/femmina” o “sono xy/xx”.
Viene preferito un fumoso AFAB o AMAB, che mette in dubbio la possibilità che la persona sia cromosomicamente davvero xx o xy, “a meno che non faccia l’esame del cariotipo“. Sappiamo benissimo, però, che tra non intersessuali, e persino per una parte di intersessuali, il “binarismo” genetico xx/xy esiste ed è anche un modo poco invasivo per parlare dei corpi senza concentrarsi sulla genitalità, “depotenziandone” il valore sociale, riducendo tutto a una differenza genetica.
Tutto questo mi ricorda i tanti giovani (e non giovani) che arrivavano ai gruppi di autoaiuto e, per non prendersi la “responsabilità” di essere transgender, entravano i percolosi deliri biologici, sospettando intersessualità totalmente millantate che avrebbero “spiegato” il loro sentire, ipotizzando rilasci ormonali durante la gravidanza, o altro, per non ammettere, semplicemente, di essere transgender: uomini xx e donne xy.

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Giovani persone XX “questioning”: rischi e strumentalizzazioni

A delirare, però, nella “letteratura” (direi blogging) anglosassone, però, non sono solo queer e intersezionali: abbiamo anche tutta la barricata di femminismo del determinismo biologico, che se un tempo aveva un certo scetticismo ad accogliere persino le “sorelle” lesbiche, oggi si schiera in modo compatto contro il mondo transgender.
L’attacco è duplice: se le donne trans vengono attaccate per la loro richiesta di inclusione negli spazi politici riservati alle donne (ho scritto molto sul tema, evito di affrontare qui la questione), gli uomini trans vengono attaccati come “traditrici della causa” e considerati uno spauracchio, un triste e pericoloso destino destino da cui salvare giovinette biologicamente xx, che per loro sono “indubbiamente” butch (lesbiche) o tomboy (etero) che “potrebbero essere convinte, dalla società maschilista e dal culto trans, di essere ftm“.

C’è verità in questa paura, ed è vero che in alcune famiglie o contesti sociali una persona xx in età evolutiva comprende che è meglio definirsi qualsiasi cosa (e da qui i numerosi coming out “non binari” che vengono argomentati con riferimenti ai ruoli e non all’identità di genere, e sono quindi ovviamente dei “falsi positivi”) piuttosto che definirsi “donna”, per via dell’immagine svalutante e delle aspettative deprimenti trasmesse persino dagli altri componenti di sesso femminile di famiglia, scuole e società, ed è anche vero che il mondo trans italiano, da sempre impegnato contro il binarismo dei ruoli, oggi fa fatica a porre l’accento su questo problema, per via della strumentalizzazione che il mondo lesbico anglosassone (e recentemente anche italiano) sta facendo del problema, per attaccare, con la scusa della medicalizzazione dei minori (su cui non tutte le persone T hanno la stessa posizione), le persone transgender.

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Dal sito della mamma di una persona questioning, che oggi vive da butch lesbian

Non binary: liberi dalle identità o liberi dai ruoli?

In Italia, in cui per anni sono stati presenti, nella letteratura trans, termini come ftm, mtf e genderqueer (comprendeva tutte le persone T, xx ed xy, in percorsi non canonici), e in cui per anni si è parlato di “antibinarismo” come battaglia sociale contro i ruoli di genere tradizionali e obbligatori, si affaccia questo nuovo termine, “non binary”, applicato all’identità di genere e non al ruolo, ma che, vista l’ambiguità semantica, attrae una serie di persone che lo usano su se stesse per manifestare una presa di distanza dai generi come socialmente concepiti. Qualcuno dice che queste persone, un tempo, si sarebbero definite “checche” o “butch“, ma “non binary” è un termine universale, che può includere maschi e femmine, omo, etero o bi, ed è per questo che alla mia generazione piace.

Non sono qui a dire che non si può essere “non binary”, o che si dovrebbe tornare ai vecchi termini, perché sono Millennial quanto loro, e l’idea di un termine “unico” per parlare di persone portatrici di ruoli non conformi non mi dispiace. L’unica obiezione che faccio a chi si fa portatore di questa definizione è di fare chiarezza e capire se ciò che la spinge a definirsi “non binary” sia una tematica di ruoli o di identità, perché questo chiarimento li aiuterà nel percorso verso la scoperta ed accettazione di se stessi per ciò che sono realmente.

Desister? Disaster! Sovrapposizione tra piani diversi e poche idee, ma confuse.

Se in una società anglosassone, dove la sanità è privata, i giovanissimi “questioning” sull’identità di genere non vengono tanto interrogate sul “se” la loro tematica sia di ruoli o di identità (ammettiamolo, è un problema che riguarda soprattutto persone “native” del sesso femminile), in Italia ciò viene preso molto sul serio da attivisti T e operatori della transizione e infatti i casi di “desister” sono rarissimi e limitati ad alcune persone che avevano preso ormoni col “fai da te ed ad alcune persone adolescenti di biologia xx che si sperimentano come genderfluid sui social per periodi limitati. Questa differenza dovrebbe portare le femministe biologiste italiane a cercare di fare politica e cultura tenendo conto di questeimportanti differenze politiche, sociali, culturali, e di dialogare di più con gli attivisti T italiani, cosa che non avviene, secondo me, anche un po’ per cattiva fede.
Mi fa paura la lettura che le femministe anglosassoni, i genitori dei cosiddetti desister, e i desister stessi fanno del loro percorso di “rivisitazione” della definizione del sè rispetto all’identità di genere.
Il mantra è sempre questo: “Volevo fare cose che la società considera da maschio, e credevo che questo mi rendesse un uomo trans, invece ci vuole molto più coraggio a fare queste cose presentandosi come donna tomboy“. Vignette, meme, e status portano avanti questo concetto, con mamme felici che la loro figlia sia “solo” lesbica (il male minore, ai loro occhi), e che possono fare colazione con la figlia adolescente e la sua amata fidanzatina avendo “scampato” il terribile rischio di avere un figlio trans (e le lesbiche, quasi incapaci di capire di essere considerate “un male minore”, esaltano queste madri).
Quello che si capisce benissimo (se vieni dalla “scuola italiana” di attivismo transgender), dalla narrazione di questi percorsi “desister” che riguardano persone di biologia xx, è che queste persone non erano in grado di capire la differenza tra identità di genere e ruoli di generenè sono state sollecitate, dall’attivismo e dalla sanità, a riflettere su questo (come invece avviene in Italia). Inoltre, in queste persone, vi era spesso una grande lesbofobia (oltre alla misoginia) interiorizzata, che faceva rendere ai loro occhi più accettabile l’essere un ftm etero o una persona non binary attratta dalle donne piuttosto che essere semplicemente una donna lesbica e butch.

In altri casi, però, altre persone xx desister raccontano il loro percorso di vita dicendo che hanno “desistito” per ragioni che riguardano il percorso medicalizzato: temevano effetti collaterali, non volevano perdere i capelli, non desideravano la peluria, o dipendere da un farmaco a vita, o si sono arrese all’idea che “non è possibile ricostruire un pene funzionante”.

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L’autocoscienza trans in Italia: identità di genere, esposizione sociale, desiderio di cambiamento fisico

Io provengo da una scuola d’attivismo che ha sempre affrontato le varie tematiche pertinenti alla vita di una persona T separatamente, anche nella lunga esperienza “clinica” nei gruppi di auto mutuo aiuto con le tante persone questioning che da essi sono passate: prima si parlava dell’intimo sentire della persona, quindi della sua reale identità di genere, poi dell’esposizione sociale che questa persona desiderava dare in quel momento a quest’identità, e infine delle modifiche “medicalizzate” che desiderava o meno, o dell’importanza che dava al passing (non sempre legato alla medicalizzazione, soprattutto in direzione mtf). Ad esempio, su un riconoscimento sociale che non passasse necessariamente dal “passing”abbiamo sempre lavorato molto. Quando la tua identità di genere è dichiarata, puoi costruire con altri strumenti, e non solo con il passing, una rispettabilità sociale, che ti permette di essere riconosciuto/a socialmente come appartenente al gruppo di coloro che hanno il tuo genere d’elezione: lo abbiamo imparato dalla generazione di trans precedente alla nostra, come Deborah Lambillotte, talmente autorevole che chiunque la considerava donna nonostante il suo corpo non proprio esile.

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Desister: siamo sicuri che nessuno di loro è transgender?

Queste “desister” fanno politica confondendo i piani, e vengono riempite di like di donne femministe, lesbiche e mamme palpitanti. Se interrogate sulla loro “autentica” identità di genere, spostano il tema sul “coraggio” che si ha a vivere socialmente come donna tomboy o come uomo ftm medicalizzato, oppure ti parlano di presunti effetti collaterali della tos e scelte “non invasive“.
Inoltre parlano delle persone trans come stereotipi viventi, donne oche aderenti ai più beceri stereotipi femminili ed ftm bulletti insensibili ai drammi del vivere al femminile in una società misogina: immaginare il mondo trans così, ovviamente, conferma la loro “coraggiosa” scelta di vivere da tomboy, e la “fortuna” di essersi salvate da un mondo che “sposta le persone da una gabbia all’altra“.
Quello che sto “insinuando”, dopo due chiacchiere con alcuni di loro, è che queste persone non sempre sono persone “cis che credevano di essere trans. Tante di loro sono persone T a cui il “vestito” della transizione canonica non stava a pennello.
Del resto, però, l’opzione “transgender non med” sembra esista ed abbia identità politica, anche se faticosamente, solo in Italia. All’estero, anche quando si parla di minori, sembra che le alternative siano sempre “accettarsi come giovane donna femminista” o “medicalizzarsi in fretta e furia per vivere un’adolescenza al maschile“. Non si parla mai di identità di genere, del come esprimerla, sperimentarla, anche da giovanissimi, ma tutto viene ricondotto ai corpi.
Del resto, questo tipo di attivismo femminista radicale, “critico verso i trans”, l’esistenza dell’identità di genere la nega e riconduce tutto ai corpi e ai ruoli, ed è per questo che diventa irrilevante “cosa” sia il desister (se la sua identità di genere sia maschile o femminile), ma lui/lei è semplicemente come si sta vivendo, quindi se vive da donna in un corpo da donna (non importa se per motivi sociali o di salute), “è” una donna.

Sgombrare il campo dall’esistenza dell’identità di genere permette di non farsi domande: chi torna a vivere al femminile è donna, lo era prima, lo è sempre stata, ed era stata semplicemente “plagiata” dal culto trans.

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Conclusione: quanto l’attivismo T italiano deve orientare un occhio all’Oltreoceano?

Concludo dicendo che per anni, finchè ho potuto, ho ignorato i blogger anglosassoni anche se lo sguardo delle femministe biologiste italiane e dei queer era rivolto lì (ma in quegli anni il dialogo era chiuso, sia coi queer che con le “biologiste”). Rivendicavo il lavoro che io, e i miei contemporanei “colleghi” attivisti T italiani, ma anche i nostri “padri” (o meglio: madri) italiani avevamo fatto con le loro opere saggistiche. Oggi, però i pochi dibattiti pubblici tra esponenti del mondo gaylesbico e del mondo trans dimostrano che i primi/le prime arrivano iper-informati/e sul dibattito d’oltreoceano, i secondi cadono dalle nuvole (giustamente: noi ci occupiamo di vissuti e di supporto ai giovani T, per sopperire alla carenza delle Istituzioni) e si radicalizzano sull’idea che si debba parlare dell’attivismo transgender di casa nostra. E’ questo, a parer mio, che non ha funzionato nel dibattito tenutosi un anno fa al Guado, con come relatori Enzo Cucco, Cristina Gramolini e Monica Romano.
Se in parte gli attivisti trans (non queer) italiani hanno ragione a pretendere che gli attivisti omosessuali/lesbiche evitino di ignorarli preferendo come “antagonisti” i queer italiani oppure i trans d’oltreoceano, forse l’unico modo per salvare capre e cavoli è sforzarci di seguire questo “twitterdibattito” e far si che il nostro background culturale, quello faticosamente costruito e che rischia di andare perduto, sia una solida baseper contestare le idee deliranti dell’una e dell’altra barricata, nessuna delle due realmente “amica” dei diritti trans, e in particolare dei diritti “trans non med”. Quindi, armiamoci di vocabolario, di corsi intensivi di inglese, e del traduttore di google, e cerchiamo di capirci qualcosa di questo assurdo ginepraio, prima che queste idee malsane arrivino qui e minaccino la roccaforte del nostro pensiero.

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E’ più facile essere mascoline etero o femminili lesbiche?

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Recentemente ho postato la foto di una vera e propria venere androgina, e subito mi hanno detto che è la lesbica di un film.
Al che, con molta amarezza, ho preso atto che lo stereotipo trionfa.

Mi hanno precisato che ci sono prove viventi del contrario, e mi aspettavo esempi di donne etero androgine, mentre sono arrivati esempi di donne lesbiche femme.

Non mi stupisce affatto che ci siano donne lesbiche femme.
Non mi riesce difficile immaginare che ci siano donne gender conforming attratte da donne, che siano tante.
La vera battaglia è invece sulla possibilità che delle donne non conformi di genere femminile siano sia eterosessuali, sia biologiche cisgender (cisgender sono le persone non transgender).

Sono davvero poche le donne così, e secondo me il motivo è socioculturale.
C’è una pari percentuale di donne etero e di donne lesbiche che sono, per natura, gender non conforming.
Sono donne biologiche e cisgender, MA non sono interessate ad un’espressione di genere femminile come da canone sociale.

Il problema è che se esse sono lesbiche, il desiderio di viversi non conforming diventa realtà, perchè c’è un mercato e anche dei modelli sociali (butch, virago, tomboy…), se sono etero, la paura di rimanere ai margini della società in un mondo in cui l’uomo etero ha delle pretese, e anche il datore di lavoro, supera la voglia di viversi come ci si percepisce realmente.
E così spesso non si riesce ad andare oltre al taglio di capelli sbarazzino, ma socialmente accettato e diffuso dalla moda, ma a volte neanche quello.

Di contro anche le lesbiche femminile si lamentano del fatto che in un mondo fallocentrico la loro voglia di viversi come conformi al genere femminile sia scambiata per il desiderio verso l’uomo eterosessuale.
Pesa loro la loro scarsa “leggibilità” come lesbiche, e questo le porta ad assumere un’estetica anche solo leggermente androgina o mascolina per potersi emancipare dall’immaginario eterosessista.

Concludendo, la visione fallocentrica fa si che la femminilità classica venga fatta coincidere con un “vestito” che una donna porta non per se stessa, ma come richiamo erotico all’uomo etero, e quindi chi ne è priva viene vista come fuori mercato, e scartata dall’uomo, chi ne è portatrice invece viene vista immancabilmente come preda consenziente dell’uomo, e questo mette in difficoltà sia la donna etero mascolina, che la donna lesbica femminile.

Ma dove è finito l’orgoglio butch?

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Non sono mai stato un trans medicalizzato e ho visto molte persone avere i miei stessi problemi prima della tos o a tos appena iniziata, ma poi avere esigenze, priorità e problemi molto diversi.

Dalle chiacchiere da bar di colleghi binari, è venuto fuori che tra me, una ragazza butch (lesbica maschile), e una lesbica femminile, le estetiche più contestate e quindi soggette a bullismo e tentativo di guarigione sono la mia e quella della butch, mentre una donna lesbica, ma esteticamente rassicurante per quanto riguarda la conformità di genere, subisce una pressione molto inferiore (al massimo qualche provolone, che “la pretende” come potrebbe “pretendere” una donna etero un po’ ritrosa).

A questo punto ho immaginato che un certo mondo relativo al transgenderismo non medicalizzato in direzione ftm, ma anche le persone gendervariant di nascita xx (genderqueer, genderfluid, agender, nogender, bigender, o comunque in uno stato di non conformità di genere col femminile) potrebbero avere molto da condividere col mondo delle lesbiche butch, non tanto per quanto riguarda l’orientamento sessuale (la partner di una butch è una lesbica o una bisessuale, mentre il partner di un ftm potrebbe essere un uomo gay o bisessuale, o una donna etero o bisessuale), ma soprattutto per quanto riguarda sia l’orgoglio della non conformità di genere, sia la discriminazione che essa comporta in una società binaria (orgoglio e pregiudizio, come qualcuno direbbe).

Ho cercato per alcuni mesi, su forum, blog, gruppi, pagine, butch italiane da intercettare per un confronto intellettuale ed esperienziale. Ho fatto fatica a trovare sia donne che si definissero orgogliosamente butch, sia persone che avessero delle rivendicazioni politiche a riguardo (che non sfociassero in rivendicazioni più genericamente lesbiche e/o femministe).

Ho trovato anche un certo disprezzo delle donne lesbiche verso le persone di nascita femminile ma portatrici di identità di genere maschili o non binarie, o semplicemente di espressioni di genere maschili o non binarie.

Come detto in un precedente post, essere lgbt non rende automaticamente non binari, e non essere lgbt non rende automaticamente binari.
Per il resto la mia ricerca di butch fiere della propria non conformità continua.

Spero che non siano come quelle che si vedono nei pochi film a tema, con carriere modeste, acume e cultura modesta, e subordinate alla donna femminile.
Vi farò sapere quando avrò materiale a riguardo.

Crossdressing e Travestitismo F to M : perché non esiste?

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Da anni frequento, per affetto e simpatia, un forum di trav e crossdresser.
Non mi ritengo nella loro condizione, perché la mia è una tematica di identità di genere, e soprattutto che si manifesta “full time”, ma qualche tempo fa riguardavo vecchie foto di me ragazzin* che, con parrucche “coi capelli corti”, mi vestivo in giacca e cravatta e mi facevo le foto.

In quegli anni avrei voluto confrontarmi col mondo crossdresser, e l’ho anche fatto, ma ho trovato solo persone in direzione Mtf, inserite spesso in forum e “comunità di supporto“, che mi hanno sì accolto, ma come “mascotte” (quindi rappresentavo comunque un diverso da loro).

Molte di loro ora sono amiche accettatesi come transgender, altre sono amiche rimaste crossdresser e a cui voglio un gran bene…ma rimane in me violento l’interrogativo: perché non esiste un travestitismo/crossplayng in direzione ftm?

Forse dipende dal fatto che travestirsi “da donna” rimane ancora facile e inequivocabile (anche per un uomo calvo di un metro e novanta), quando tacco, trucco e parrucca rappresentano ancora simboli femminili, e per quanto la trav non passi, è chiaro che sia “vestit* da donna“.

Se invece una persona di biologia femminile si veste “da uomo”, passa inosservata, visto che ormai quasi tutti gli abiti sono unisex, e anche quando si veste in cravatta, viene scambiata per una goliarda, o per una lesbica.

Quando parlo di fenomeni trav e crossdressing parlo proprio di travestitismo fetish o crossdressing organizzato in gruppo di amici, tutti cross, che fanno cose insieme, tipo giocare a canasta in una villa in campagna, con gilet, sigaro e cappello da gangster, usando nomi maschili…cose del genere.

Il “travestitismo” ftm può sopravvivere al massimo (ma non lo considero speculare al fenomeno trav e cross mtf) come forma di “arte” nel fenomeno drag (drag king in questo caso), come laboratorio e metamorfosi, ma non esiste un fenomeno vero e proprio di travestitismo, nè fetish, nè più legato al crossdressing.

Che poi esistano donne che fanno “crossdressing” tutti i giorni, passando come donne trasandate, lesbiche, o sbarazzine, questo è palese, ma non passano come trav, sono comunque donne vestite da “donne“, anche se sono vestite da “un altro tipo di donna“.

Ma rifletterei sul perché le persone nate femmina non sentano l’esigenza di crossdressing. O forse non hanno spazi per vivere quest’esigenza.
E’ anche vero che io crossdresser, in qualche esperimento giovanile, lo sono anche stato, ma io sono transgender, quindi sono una persona di mente maschile, mentre io non riesco a capire perché non esistano crossdresser xx, femmine e donne, ma col “vizio” del vestirsi da uomo e fare uscite con altri amici cross in cui vengono trattati come tali.

Il Vigorismo e le donne culturiste, immagini antibinarie di femminilità?

Inizio postando questo video

https://www.youtube.com/watch?v=Z7syJwKmctI

Mi fu passato da una persona nata femmina, attratta dagli uomini, ma che donna non si reputa, ma neanche transessuale o transgender.
Questa persona mi ha aperto un mondo, e ho fatto tante ricerche sul mondo del culturismo femminile.
La prima cosa che mi è balzata all’occhio è stato il fatto che molte culturiste vogliano diventare “vigorose” ma sono legate all’essere donne e volere apparire come donne.

Esse combattono gli effetti virilizzanti delle sostanze che prendono con plastiche al seno, parrucche, depilazioni laser, e soffrono se diventano sterili per colpa di esse. Fanno quasi un percorso simile a quello delle Mtf per combattere gli effetti del testosterone.

Ho scoperto che l’essere culturista viene associato a una dismorfofobia (pari alla bulimia o all’anoressia) chiamata “vigorismo“, in cui, mentre nel caso dell’anoressia vi è un bisogno di vedere il corpo sempre più magro, nel caso del vigorismo si ha l’esigenza di vederlo sempre più muscoloso e vigoroso.

Mi stupisce che questo desiderio, da parte di donne etero, superi i pregiudizi del binarismo, che vogliono “la donna etero” in tutt’altro modo.
Mi chiedo anche come mai chi “bolla” le culturiste come affette da “dismorfofobia” non bolli nello stesso modo le persone transgender (anche quelle non in transizione), ma alla fine questo è solo un bene (già abbiamo troppi problemi da parte di chi definisce le persone T come malati/e di mente..)

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Il potere educativo dell’androginia

Avete mai notato che diciamo “un bell’uomo” o “una bella donna“, o bel ragazzo, o bella ragazza, per parlare di estetica?
Ma se diciamo “una bella persona“, stiamo parlando della sua intelligenza o bontà
Il desiderio è sempre solo binario e sessuato…

Eppure ultimamente spopolano i modelli e le modelle androgine, spesso impegnate a sfilare per l’altro sesso.
Sicuramente il loro successo è dovuto alla loro unicità e trasgressione dal modello binario…ma la loro presenza educa, perché comunque se fossero maggiormente diffuse cadrebbero a poco a poco gli stilemi binari del look maschile e femminile.

Non dico che dovremmo diventare un mondo di androgini oppure che tutte le donne dovrebbero abbracciare il ruolo maschile e le gli uomini quello femminile….
Sto solo dicendo che se uomini e donne si sentissero liberi di abbracciare anche solo qualche tratto da stereotipo riservato all’altro genere (estetico o comportamentale), ci sarebbe più inclusione, verso ogni variante dell’essere donna, uomo, o anche altro
.

A questo punto mi sovviene il fatto che in alcune epoche la nobiltà (maschile) indossasse parrucche fatiscenti e tacchi dodici…eppure quello era il modello di virilità dell’epoca…quindi c’era binarismo anche allora, e forse ce ne sarà anche in questo mondo di donne valchirie con una tempia rasata e uomini iper depilati.
Guardare già come le butch dei reality show (Emma Marrone, Alessandra Amoroso, Laura Bono), hanno spinto giovani ragazze etero a rapare le tempie senza
sentirsi minimamente lesbiche o transgender.

Di certo sarebbe difficile oggi immaginare persone che non sono né transgender (che hanno motivi di identità) né omosessuali (che hanno motivi di ruolo), trasgredire cosi’ tanto l’estetica canonica maschile/femminile. C’è da dire che attualmente molte caratteristiche estetiche sono radicate in un richiamo a un genere o all’altro, quindi le persone “non LGBT”, di solito, provano una repulsione per queste “devianze“.

Non dico che un domani vedremo uomini e donne etero cisgender andare in giro come i personaggi  in foto qui sotto, ma ci sono infinite vie di mezzo.
C’è anche da dire che questo è un discorso solo estetico, ma l’estetica è lo specchio della cultura dei popoli, e fa da indicatore del cambiamento.

Che dire? ai posteri l’ardua sentenza…ecco la carrellata di androginia…

Harmony Boucher

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Casey Legler

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Simone Cucuzza

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Andrej Pejic

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Antonella Lo Coco, X Factor
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Nelle butch c’è una tematica di genere?

Come attivista e teorico, provengo dalla riflessione relativa a identità di genere e ruoli di genere.
Le estensioni di queste mie ricerche hanno toccato più che altro ruoli sessuali, varianti sessuali e altro.
Non sono mai stato interno al mondo “omosessuale cisgender“, ma soprattutto, per ovvie ragioni, mai interno al mondo lesbico.

Mi è sempre stata sempre abbastanza chiara la differenza tra ruoli e identità di genere.
Un uomo che, rispetto agli stereotipi sociali, consideriamo effeminato, rimane comunque un uomo se tale si definisce e se è in armonia col suo corpo.
Lo stesso per una donna che, secondo lo stereotipo, consideriamo mascolina, ma è ben felice di chiamarsi Carmela e usare la sua vagina, o guardare allo specchio il suo seno.

Questo dovrebbe essere valido sia per persone cisgender eterosessuali, che omosessuali, anche se vi è una maggiore trasgressione di ruolo negli ambienti omosessuali (maschili e femminili), per non avere doveri machisti di soddisfare il “desiderio etero”.

Le butch mi vengono descritte invece come persone in un certo senso “disforiche” (spesso cambiano il loro nome in qualcosa di neutro, e Stefania diventa Ste, Cristina diventa Cri e cosi’ via).

Se fosse solo un usare boxer, profumi da uomo, il crestino, allora direi che sarebbe comunque un’ “identità femminile alternativa“.
Invece sembra si leghi a una identità a parte: l’identità lesbica (concetto che attualmente fatico a comprendere…lesbica è un orientamento affettivo/sessuale, al massimo un’identità politica, come essere ateo o comunista).

Inoltre mi si dice di lesbiche butch per niente in armonia con la vagina e il seno.

A questo punto mi viene da pensare: non saranno comunque persone disforiche? e quindi transgender?
Se una persona odia il suo nome, e i suoi genitali, si puo’ parlare di solo ruolo?

Forse queste sono persone transgender che sono state “castrate dall’ambiente lesbico” nell’esprimere il loro maschile? Forse è l’unica definizione che hanno trovato di se, non arrivando, quindi, a comprendere la loro reale condizione?

Lo chiedo con umiltà e da ignorante, perché non frequento e non conosco il mondo lesbico.
Per me una lesbica dovrebbe essere una donna che ama le donne, magari che se ne frega degli stereotipi di genere, ma che comune è ben felice di chiamarsi Mariuccia e di avere la vagina (che poi la usi per farsi penetrare dalla compagna o no, cavoli suoi).

Comunque illuminatemi a riguardo, se potete.