Dimostrazione dell’esistenza di un attivista parte 2

di Ethan Libano

Riprendo ora il mio precedente articolo (Dimostrazione dell’esistenza di un attivista parte 1) illustrando brevemente le premesse alla mia critica politica e morale di quella parte di movimento LGBT che accetta argomenti di natura essenzialista, tanto cari ai nostri oppositori. L’essenzialismo di genere ha la sua radice nella convinzione che uomini e donne siano intrinsecamente diversi e che tale differenza sia dovuta al genere, usato come sinonimo di sesso. La convinzione base che vi siano solo due possibilità, XY maschio e XX femmina, fornisce materiale a molte “argomentazioni” transfobiche. 

A questo proposito possiamo affermare che la costruzione del sesso basata sui cromosomi è stata pressoché demolita dagli esperti nel settore.

Sarah S. Richardson, professoressa di scienze sociali ad Harvard, nel suo libro “Sex Itself: The Search for Male and Female in the Human Genome” dimostra come l’attribuzione impropria delle caratteristiche femminili e maschili ai cromosomi x e y sia divenuta il pilastro di un particolare modo di trattare e pensare il sesso biologico come un codice genetico binario e inalterabile. La Richardson spiega come, nel corso del XX secolo, i concetti di X e Y come cromosomi che influenzano il “femminile” e il “maschile” abbiano influenzato la comprensione delle differenze sessuali in biologia e medicina.

C’è una parola chiave: normale. La percezione di ciò che è normale e la convinzione , basata sul buonsenso ma non sulla scienza, che la divisione binaria proposta dal modello xx-y spieghi il dimorfismo, ha giocato un ruolo decisivo non solo per quello che pensiamo siano e facciano i cromosomi x e y, ma per la loro stessa esistenza di cromosomi “sessuali”. Per la Richardson l’invenzione dei cromosomi sessuali ha portato ad una cattiva scienza e a moltissimi dei pregiudizi esistenti sul sesso e sul genere.

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– Claire Ainsworth , ricercatrice di Cambrige, ha pubblicato un interessante articolo su Nature, intitolato Sex redefined, in cui mostra come il sesso sia uno spettro di variazione e il binarismo una costruzione.

Azzardiamo ancora di più, il cromosoma y ha un’influenza minima nel determinare il sesso maschile come minima è l’influenza del cromosoma x nel determinare il sesso femminile. La costruzione del genere e del sesso basata sui cromosomi sessuali ha influenzato i modelli, le domande e le risposte che la scienza si è posta assumendo un concetto tassonomico come reale.

Recenti studi pubblicati su Science con il titolo The brains of men and women aren’t really that different, study finds, hanno dimostrato che non esistono cerveli maschili e femminili ma che vi sono conformazioni diverse dovute alle diverse attività che convenzionalmente attribuiamo a maschi e femmine.              La maggior parte dei cervelli è “un mosaico di parti femminili e maschili” e solo lo 0,1% dei soggetti hanno comportamenti corrispondenti agli stereotipi di maschio e femmina. E’ probabilmente tempo di rivedere i test cui vengono sottoposte le persone transgender.

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Concludendo la demolizione dell’argomento base dei fruitori dell’essenzialismo possiamo dire che la costruzione del sesso mediante i cromosomi x e y si basa sulla convinzione di partenza di alcuni scienziati che nel corpo umano ci dovesse essere per forza qualcosa che fosse essa stessa “sessuale” (Per ulteriori argomentazioni si cerchino anche gli articoli accademici di Anne Fausto-Sterling, docente di biologia e studi di genere alla Brown University).

Cosa succede politicamente quando accettiamo il sistema sopra descritto?

  1. L’azione politica riduce drasticamente le sue proporzioni e diventa mero mestiere per far includere una categoria individuata e costruita sulle basi di un sistema escludente senza però elaborare una visione alternativa poiché incapace di immaginarla.
  2. Si individua la categoria da rappresentare come soggetto giuridico in base ad una pura astrazione. Si costruisce la categoria giuridica selezionando solo coloro che rispondono ad una visione binaria e presentabile. Statisticamente si lascia fuori la maggioranza di popolazione che richiede di essere riconosciuta.
  3. La costruzione di una categoria e la selezione arbitraria (ignorando le definizioni riconosciute a livello internazionale) delle caratteristiche dei suoi componenti, nella fattispecie parliamo della lettera T dell’acronimo lgbtqia, costringe i non-conforming a “migrare” sotto altre categorie. L’adozione di assunti abituali basati sulla differenza maschio/femmina rendono impensabili le pratiche di genere minoritarie (chi scrive non è convinto che siano così minoritarie). Gli argomenti utilizzati in maniera impropria e generica sono: l’egoismo, l’egocentrismo e il neoliberismo (usato senza cognizione di causa come argomento jolly). L’affermazione standard è che si tratti di una moda.
  4. Si usano gli argomenti essenzialisti per delegittimare le differenze o si sostiene che le differenze siano insensate proponendo un’inclusione illusoria che non è accettazione ma tentativo di far dissolvere gruppi che mettono in discussione la monoliticità della categoria.
  5. La scelta della presentabilità porta a creare la divisione tra moderati e radicali in base alla scelta di adesione o no al modello sociale mainstream.                    L’ala moderata ha un miglior dialogo con le istituzioni poiché non mette in discussione lo statu quo escludente. Questo porta a due conseguenze:          a) le concessioni saranno limitate b) l’ala “moderata” non lavora per la popolazione lgbtqia (al massimo solo per una parte) ma per il sistema vigente. L’ala “radicale”, d’altro canto, avrà serie difficoltà nel rapportarsi con le istituzioni ma porterà avanti istanze molto più aderenti alla realtà e la possibilità di porre in essere una vera politica di cambiamento.
  6. Quest’ultima osservazione non deriva da quanto scritto sopra ma ha carattere di pura critica politica:                                                                        Continua ad essere sostenuta la convinzione per cui se non ci si organizza in partiti e non si individuano categorie e istanze precise e circoscritte non si ottengono risultati (la prevedibilità di un sistema è estremamente rassicurante). A queste persone devono essere sfuggite un paio di cose: a) il fallimento del sistema dei partiti b) le più grandi conquiste degli ultimi anni (ma anche quelle storiche) sono state ottenute da movimenti intersezionali. Sono i grandi movimenti di persone di differente natura ma convergenti in una visione della società comune a creare pressione sul sistema politico e sociale. I cambiamenti nella politica economica delle multinazionali, così come le conquiste dei diritti ambientali, sono avvenuti non per la politica (che ora rischia di far passare un accordo che renderà schiave le persone e che pone le multinazionali al di sopra degli Stati) ma per l’opera reale di una moltitudine che riconosce gli stessi valori. La struttura politica è sostenuta da quei figli del ’68 che hanno amato molto di più la struttura del potere che la rivoluzione e che forse vi hanno aderito non per vitalità ma per conformismo.

Osservazioni morali

Dirette conseguenze dell’accettazione del binarismo e dell’essenzialismo sono:

  1. Transfobia interiorizzata : è la convinzione di valere meno di una persona cis. Questo porta a volere/dovere giustificare la propria esistenza, a rifugiarsi in argomenti deterministici e pseudo-scientifici e a valorizzarsi attraverso l’esaltazione del dolore. A quanto pare, per molte persone trans* il valore e l’autenticità del genere sono misurati mediante gli interventi cui ci si sottopone e al grado di disagio che si prova. L’esaltazione dell’esperienza del dolore è speculare al disprezzo che i sostenitori dell’essenzialismo tentano di riversare sulle persone T*. 
  2. Transnormatività : è il tentativo di imporre un modello accettabile che ricalca quello cis/eteronormativo. Per cui verrà ritenuta rispettabile e legittima la persona transgender che si adatterà o esprimerà l’aspettativa del ruolo di genere della società. Le donne trans* dovranno rispondere alla costruzione del femminile e gli uomini trans* alla costruzione del maschile.
  3. Misgendering : l’atteggiamento violento di porre in discussione l’identità di genere di una persona. Questa pratica è diffusa anche tra le persone T* che non sanno riconoscere un transgender se non dal suo aderire a stereotipi.Frasi esemplificative di misgendering sono:– Ho appena finito di lavare i piatti e “mi sento” una “lavastoviglie” e voglio essere riconosciuta come tale. – Dentro mi sento un gatto e ogni tanto miagolo. Ma che discorsi del bip! – Così ti puoi anche sentire Napoleone.                                                                                                                                                                             – Così ridicolizzi il mio percorso!                                                                                                                                                                                       – Non puoi impormi il tuo genere, al massimo uso il pronome che vuoi per cortesia. 

    Queste sono le tipiche frasi di chi non sa cosa sia l’identità di genere e impone la legittimazione solo a posteriori danneggiando esistenzialmente le persone transgender. Queste persone promuovono la cultura della violenza e sono responsabili del disagio sofferto da chi è nella loro stessa condizione e che può giungere anche a conseguenze estreme. Queste non sono opinioni ma transfobia.

  4. Body shaming : attuato da persone T* nei confronti di altre persone transgender è una strategia di misgendering che punta a enfatizzare e ridicolizzare le caratteristiche femminili negli FtM e maschili nelle MtF.Una frase tipica è: sembri decisamente una femminuccia. 
  5. Sessismo : l’accettazione di modelli stereotipati porta ad adottare tutti i comportamenti che si attribuiscono ai due sessi. Facciamo dell’aspettativa del ruolo di genere la nostra identità.Abbiamo per gli FtM il cosiddetto Manning up (Fai l’uomo!) consistente in tutti quei comportamenti che negano la sensibilità e la fragilità, l’esaltazione della mentalità sessuale predatoria dell’uomo, del paternalismo che lo vuole protettore del gentil sesso e via dicendo di tutti i luoghi comuni del modello del macho.Per le MtF si ha l’adozione del modello della “femmina” con ciò che ne consegue : modello fisico del “femminone”, modello della “bimba” : vulnerabilità, sensibilità portata al paradosso, mito del principe azzurro etc. o modello “ape regina”.                                                                                                                                                                                                
  6. Bullismo : la necessità di difendere la legittimità basata su fragili convinzioni porta a dinamiche di gruppo che isolano coloro che non la pensano e non vivono allo stesso modo. Si arriva a veri e propri linciaggi di gruppo in cui il singolo si sente forte perché vede ripetuta dal gruppo la sua convinzione a discapito di un altro. Questo avviene in quei gruppi dove c’è uno/a pseudo-leader e dei gregari. In certi gruppi ci sono assurde regole per le quali non si potrebbe assumere il nome d’elezione e usare i pronomi del proprio genere prima di aver iniziato la transizione o comunque se non ci si è adoperati per adattare la propria immagine all’aspettativa di genere.
  7. L’accettazione di tutti i luoghi comuni di cui abbiamo parlato porta ad azioni che tutelano gli interessi solo di alcune persone T* a discapito di tutti gli altri non-conforming trasformando un’azione politica in una personalistica.

Conclusioni

Alla luce di tutto quello che è stato discusso possiamo giungere alle seguenti conclusioni:

  1. Occorre riconsiderare il rapporto con gli specialisti ed elaborare un linguaggio e dei modelli che descrivano realmente le persone transgender e non le obblighino entro costruzioni fittizie per poter accedere alle terapie necessarie. Si deve anche tenere ben presente che non tutte le persone transgender desiderano transizionare al sesso opposto. I termini FtoM e MtoF indicano una direzione verso la quale ci si muove ma non indicano obbligatoriamente l’arrivare al sesso opposto.
  2. Considerare e perseguire la depsichiatrizzazione della condizione transgender in quanto non si tratta di un disturbo ma di una condizione legittima nello spettro della variabilità dell’identità di genere.
  3. Riconsiderare la narrativa per descrivere e raccontare la condizione transgender riducendo la narrativa del dolore e descrivendo la complessità del fenomeno. Fornire maggiori e più precise informazioni sia alle persone transgender, al fine di permettere una scelta consapevole delle terapie di cui si necessita, sia a coloro che si avvicinano con interesse a questa realtà. Occorre rimodellare l’immagine mainstream che forniamo ai media e che i media ci rimandano in un meccanismo chiuso e falsato.
  4. Contrasto più consapevole e preparato alla transfobia portando alla luce i meccanismi a monte della violenza che risiedono nel linguaggio e nelle convinzioni sessiste ed essenzialiste. L’insulto (o forme di violenza peggiori) è una forma di transfobia evidente ma scaturisce da costruzioni mentali acquisite.
  5. Promuovere i movimenti intersezionali in quanto permettono un’azione concreta sui meccanismi, che sono reali, e non sulle categorie, che sono costruzioni. L’intersezionalità permette un’analisi completa di un problema e non è un’alleanza di convenienza ma il riconoscimento di una visione comune del futuro, quello che rende un’azione politica produttiva e creativa e non normativa.

Dimostrazione dell’esistenza di un attivista parte 1

Lo scopo di un’educazione liberale è quello di trasmettere il senso del valore delle cose che non fanno parte delle forme di dominio, contribuire a creare dei cittadini equilibrati di una comunità libera, e attraverso la combinazione di questa appartenenza alla comunità con la creatività individuale mettere gli uomini in condizione di conferire alla vita umana quello splendore che, come un numero limitato di persone hanno dimostrato, la vita può raggiungere”. (B. Russel)

 

Ho peccato. Confesso che ho peccato nel farmi trascinare nel mondo dei frammenti, dei pettegolezzi, delle malignità. Sono stato ingenuo.                                       Però colgo questa divertente sfida: la dimostrazione della mia esistenza come attivista (quella fisica e indipendente dai miei compagni di attivismo sembra, almeno per alcuni, non essere più in discussione).
Fig. 1 incredulità san tommaso

Attivismo

Essere attivi significa dare espressione alle proprie facoltà e capacità, alla molteplicità di doti che ogni essere umano possiede. […] L’attività consiste in un comportamento socialmente riconosciuto e volto a uno scopo, che si manifesta in corrispettive trasformazioni socialmente utili. (E. Fromm)

Se ci sono doti che possiedo sono quelle del pensiero e dell’analisi. E se c’è un’attività che posso fare (compatibilmente alla mia situazione attuale) è quella di documentarmi, capire e informare.

L’informazione corretta:

  1. Cambia lo stato delle persone, le fa uscire dall’isolamento, rende loro possibile l’azione.
  2. Può eliminare pregiudizi che creano danno alle persone.
  3. Permette di scegliere veramente ciò che è meglio per se stessi.

Questa mia principale (ma non unica) attività ha causato reazioni scomposte in un piccolo gruppo di persone. Non decet. Non dovevo compiere l’indecenza di voler mostrare le cose come sono. Così, non potendo attaccare le idee, hanno attaccato la persona. E la mia risposta sarà non sulle persone ma sulle idee.                      Suddividerò le mie osservazioni in tre parti: ideologiche/teoriche, politiche e morali. Se queste mie osservazioni avranno effetto, allora sarà dimostrato che esisto in quanto attivista. Se avranno un buon effetto, allora sarà dimostrato che sono un buon attivista.

Osservazioni ideologiche/teoriche

Le basi su cui poi si costruirà tutto il pensiero e l’azione, non solo come attivisti, ma come persone che si riconoscono in un genere e in una comunità, influiscono sulla scelta del lessico, sul modo di esprimersi e formulare idee, proposte e soluzioni, finanche a influire sull’immaginare sé stessi e il proprio futuro. Sulle premesse che si accettano si baserà l’azione politica e la possibilità di fare rivendicazioni e con queste si influisce, se non si sceglie direttamente, il futuro di chi viene dopo di noi e il nostro.

Arrivo quindi a porre l’attenzione sulla prima importante osservazione:             si è scelto, per motivi contingenti o per mancanza di lungimiranza, di accettare la logica inclusione/esclusione dalla società. Fino al DSMIV abbiamo accettato la narrativa di chi ci voleva “fuori norma”, non pensando che la norma è una convenzione e che può essere discussa.

La società è la sintesi di una norma” è la frase che mi sono sentito dire da certi attivisti per confutare l’esistenza e la legittimità di categorie di persone nonconforming. Questa frase riporta al concetto, per fortuna superato, di malattia mentale. Malato è tutto ciò che non risponde o non è organico alla società, alla maggioranza, e pone le persone transgender e nonconforming sotto il perenne ricatto della possibilità di “essere riparate” (questa è ancora una grande paura di alcuni attivisti storici gay). E’ l’argomento utilizzato dai ProVita, Manif Pour Tous, Family day, intellettuali sul libro paga del Vaticano. E’ sempre stato retaggio di una mentalità conservatrice e autoritaria che ha le sue radici culturali tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 e che tanto danno ha fatto.

Il DSMV ha, per fortuna, ridefinito i termini di malattia mentale anche alla luce di molteplici studi i quali dimostrano come, in culture non normalizzate che accettano soggetti non conformi, questi non soffrano di nessun disturbo. Questo significa che vi è un grande peso dovuto alla cultura, costumi e mentalità di una società. Questo significa che alcuni tipi di disagio, interpretati come disturbi, possono variare in una scala che dipende dal “differenziale” culturale.

E’ per questo che si è passati a parlare di disforia ,e non più di DIG, e che vi è una scala di disforia (http://dare.ubvu.vu.nl/bitstream/handle/1871/40250/?sequence=8) e diversi tipi di disforia. 

 

Figura 2 grafico utrecht

Cosa comporta quindi l’accettazione della logica imposta da vaticanisti e gruppi omofobi e transfobici?

In prima istanza costringe a giustificare la propria natura mediante argomenti pseudo-oggettivi o oggettivi ma utilizzati in maniera strumentale.

La prima costruzione pseudo-logica è l’equivalenza transgender=disforia=transizione.

Esaminiamo i vari fattori:

Transgender indica un’identità di genere, quindi una percezione di sé complessa che coinvolge il modo di essere, di percepire il mondo e di rapportarsi agli altri. Ho osservato come, cambiando semplicemente il modo di parlare di sé (mediante i pronomi adeguati al genere e la scelta di un nome) le persone cambino atteggiamento, è come se si animassero, i loro gesti diventano propri. Questi sono i primi segni che si é trovata la propria identità.

Transgender è una definizione ombrello che ospita una parte dello spettro di variazione di genere che coinvolge le persone il cui genere non corrisponde al sesso biologico.

Gli stessi studi che hanno portato a ridefinire il concetto di malattia mentale mettono in evidenza che vi sono culture nelle quali le persone transgender non soffrono di disforia o ne soffrono minimamente (What can the Samoan “Fa’afafine” teach us about the Western concept of gender identity disorder in childhood?). Questo perché la cultura e gli ambienti in cui si trovano li socializzano per quello che sono.

Da qui cade il concetto di condizione necessaria e sufficiente di sperimentare disforia per avere un’identità transgender.

Anzi, possiamo dire che la disforia non fa parte dell’identità transgender ma può essere una conseguenza dovuta alla cultura cui si appartiene

Non solo, occorre puntualizzare che l’identità è la base e che la disforia, e un eventuale transizione medica e chirurgica, possono essere una conseguenza e non una legittimazione. Invertire l’ordine di queste categorie è legittimare una logica di violenza che vuole che sia l’esterno a definire l’individuo mediante prove  dolorose e, a volte, inutili.

Le persone T* che impongono questo modo di pensare esercitano un comportamento violento e discriminatorio dovuto al timore che un concetto plurale e complesso dell’identità di genere transgender ponga l’attenzione sul fatto che l’intensità della disforia dipenda dal cambiamento (naturale e continuo) dei costumi e della cultura di una società e non da una malattia immutabile e che questo avvantaggi le argomentazioni dei gruppi intolleranti nel nostro paese.

Sostanzialmente, accettando la narrativa della parte “nemica”, si è in uno stato ricattabile con l’argomentazione del “capriccio” o della scelta.

La colpa degli attivisti che accettano e promuovono questa mentalità è di lasciare così a fattori esterni la determinazione di chi sono e ciò succede solo per le persone lgbtqia+ e non per chi aderisce al modello eterosessuale. Quindi, per alcuni esseri umani l’identità di genere è un dato di fatto mentre altri devono dimostrarla.

Tutto questo non significa affatto che non esistano persone che soffrono di disforia a livelli importanti e debilitanti e che abbiano diritto all’accesso alle terapie ma significa che non vi è un unico modello di transizione, un unico modo di esprimersi, un’unica narrativa.

Disforia

Dal DSMV la disforia di genere è una condizione persistente per la quale un individuo percepisce una marcata differenza tra la percezione/espressione di sé e la percezione che la società ha di lui/lei/loro. Questa situazione crea effetti invalidanti quali disagio, ansia, stress e si ripercuote sulla sfera sociale e lavorativa della persona. Il manuale continua affermando che la disforia può essere vissuta in varie maniere, incluso il forte desiderio di essere socializzati come il genere opposto, di essere liberi da alcune caratteristiche di un genere, o la forte convinzione di sentire e reagire come il sesso opposto.

  1. Ricordiamo che il DSM è un manuale di diagnosi e non indica terapie che vanno decise a seconda dei casi dopo un attento esame e non meccanicamente. E’ inoltre da far notare che il National Istitute of Mental Care sta prendendo le distanze dall’uso del DSM.
  2. Il DSM non afferma in nessun caso l’equazione transgender=disforia ma afferma solamente che può esserci disforia di genere.              Inoltre occorre porre la questione della dipendenza della disforia di genere (richiamando la sua definizione) dalla struttura della società e dall’intorno sociale dell’individuo. Persone con identità transgender possono sperimentare diversi tipi di disforia (fisica, sociale) a diversi gradi. Facciamo un esempio molto stereotipato: se cresco in un ambiente molto binario in cui i ruoli e le espressioni di genere sono rigidissime è chiaro che soffrirò di più. Non sono da escludere neppure i fattori dell’età e della fragilità strutturale della personalità degli individui. Ho notato che persone che iniziano il percorso in età più matura hanno una maggiore serenità. Questo può dipendere dal fattore di attività sessuale (il periodo in cui il corpo è più attivo, probabilmente, rende la differenza percepita maggiore) e dal rafforzamento della personalità che avviene negli anni. Il DSMV e gli studi svolti in proposito sembrano confermare questa ipotesi trattando in maniera differente i bambini e gli adolescenti transgender.
  3. Il DSM non afferma da nessuna parte che se si ha un’identità di genere transgender è necessario sottoporsi a trattamenti ormonali e/o chirurgici.     Ma afferma solamente che tali trattamenti rimuovono o diminuiscono, con buona probabilità, situazioni di disagio.

Date queste premesse viene a cadere l’equivalenza costruita ad arte transgender=disforia=transizione.                                                                   Decade quindi l’affermazione, già logicamente scorretta, per cui l’identità deve essere confermata dall’esterno e, in maniera specifica, dal provare disforia.

Abbiamo quindi usato argomenti logici per far cadere argomentazioni basate solo su impressioni e paure personali.

Purtroppo queste argomentazioni assolutamente illogiche, come per la teoria del Gender e la distorsione grossier operata sugli studi Queer, portano a conseguenze molto pesanti e vanno ad influire sulla libera scelta e sulla qualità di vita di molte persone.

  1. Una conseguenza è la creazione e imposizione di un modello unico di transgender, spesso identificato con la persona transessuale, che vuole la persona con questa identità di genere obbligata a dimostrare la sua autenticità adottando comportamenti stereotipati. Non solo, una delle conseguenze più dannose, per il presente e per il futuro, é continuare a fornire lo stesso dato ai professionisti, ovvero a confermare una visione stereotipata ed esagerata, pur di avere accesso senza problemi alle terapie. La soluzione sarebbe combattere per ottenere maggiore trasparenza e accessibilità e non quella di “falsare” un dato su cui poi si baseranno teorie, studi, terapie. Questo comportamento equivale a turbare la misura di un dato e la conseguenza è che il dato diventa insignificante.
  2. Transnormatività e “presentabilità” : accettare la logica dei detrattori della comunità LGBT significa importare e rielaborare il concetto che, per avere una vita sociale ed essere inseriti, occorre adottare i costumi e i modi di pensare della società. Si tende quindi a presentare un’immagine che ci “mimetizzi” perdendo l’identità di genere per ritrovarci inclusi nella categoria di maschio o femmina. Sostanzialmente si opera una menomazione dell’identità. Non tutti i transgender (anzi, una prospettiva statistica e non normativa suggerirebbe che le situazioni limite sono le meno frequenti) rientrano nelle definizioni maschio/femmina. La presentabilità è un’altro meccanismo di forte castrazione della personalità e del genere. Rafforza l’idea di dover mendicare la legittimità ad essere ed esistere e rafforza un sistema normativo.              E’ assolutamente lecito assumere un modo di vivere binario e convenzionale purché questo sia nella natura della persona ma non è lecito imporlo. Non è lecito presentare solo aspetti censurati spacciandoli per rappresentativi con la motivazione di ottenere diritti per tutti.Vi sono due paradossi in questa mentalità:a) si rinuncia alla libertà personale e ad essere se stessi per essere inclusi in società.                                                                                                    b) ci poniamo contro noi stessi appoggiando ed agendo secondo un sistema correttivo.
  3. Linguaggio unico: l’accettazione della visione ristretta che costringe a giustificarsi e provare la propria identità e la costruzione completamente artificiale dell’equazione transgender=disforia=transizione porta a eliminare la magnifica complessità e narrazione di questa identità di genere. Riducendola a diagnosi e terapie si forma un vocabolario fatto di parole negative e alla descrizione di stati di sofferenza, aumentando il disagio delle persone e non fornendo la possibilità di pensarsi diversamente e quindi di concepire azioni alternative possibili. Questo linguaggio negativo aumenta gli stati di depressione e ansia. Riducendosi ad una identità stereotipata si porta ad un linguaggio che perpetua il sessismo e fornisce un quadro falsato per gli studi di genere e per i terapisti. Il linguaggio è fondamentale non solo per esprimersi e comunicare ma anche per pensarsi e quindi si va a danneggiare su più livelli , compreso quello psicologico, la persona.
  4. Le ripercussioni sul mondo del lavoro sono pesanti se si continua con la logica della malattia. Per quanto possiamo essere competenti ed equilibrati dovremmo sempre dimostrare, se ci viene permesso, il nostro valore, mentre, per il resto dell’umanità  viene data per buona la competenza fino a che non si fallisce. Questo, spesso, preclude l’accesso a professioni qualificate e condanna le persone T* a lavori umili e poco retribuiti.
  5. Transfobia interiorizzata: l’accettazione della logica della giustificazione della condizione T* porta a reiterare le stesse dinamiche che si subiscono contro i transgender che non rispondono alla norma.                                   Su questo tornerò nella seconda parte dell’articolo.Ethan Bonali