L’Architetta e il rigurgito machista e misogino

Il caso di attualità delle tre professioniste che hanno ottenuto Architetta nel timbro ha scatenato un rigurgito di machismo, che ha coinvolto architetti e ingegneri maschi populisti e misogini, ma anche commenti di donne professioniste che, al di là dell’opinione sulla questione grammaticale, hanno dimostrato di avere poca coscienza di genere.

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Ho un account che uso per la professione, e in cui, a parte alcuni amici intimi (LGBT e non), quasi tutte sono persone che partecipano alla vita “social” legata agli ambienti dell’architettura, dell’ingegneria e del design.

Le due bacheche (dei miei due account) propongono due panorami totalmente diversi: se in quello pensato per l’attivismo a volte mi indispone la monomania del gender, il “sinistrismo” esasperato, l’odio per chi mangia la carne, il politically correct estremo, nell’altro siamo ai livelli di “e i Marò?”
Ebbene si: l’architetto/ingegnere medio, almeno quello dei social, è un tizio che legge Il Giornale, che dà la colpa di tutto agli stranieri, etc etc.
Mi sono tappato il naso per molto tempo, perché infondo con questa gente interagisco rispetto al mio blog professionale, e speravo che fosse “irrilevante” l’avere una posizione politica diversa (del resto io ho una posizione politica diversa anche da chi è mio amico nell’altro account), ma chi è attivista matura, per forza di cose, una visione delle cose maggiormente profonda sul tema delle istanze e dei diritti civili, della cultura sulla diversità e sulle minoranze, e non riesce mai realmente ad occultare il suo pensiero in merito.

Tutto è nato quando mio contatto, un becero machista qualunquista, ha postato un articolo che parlava di 3 arch. donne che avevano ottenuto “Architetta” nel timbro.
Ovviamente il “gentil signore” vomitava su queste tre professioniste un sacco di stereotipi e preoccupazioni“, tra cui che si “rischiasse” che le donne non pagassero più InArCassa e che fossero “favorite” nel lavoro.
A questo si aggiungevano link a giornali populisti che avevano dato la notizia in modo becero, insulti alla Boldrini, provocazioni grammaticali prive di senso logico (InarcassO, entO, autistO), e misoginia sfrenata.

Ho provato a scrivere in merito sul mio blog di architettura, ma il risultato è stato pietoso: l’analfabetismo funzionale dei miei arch-amici facebook era molto più elevato rispetto al FB destinato all’attivismo: tutti hanno commentato l’articolo senza leggerlo.

Nessuno, neanche le lettrici professioniste donne, sembravano essersi accorte del punto dell’articolo: non tanto l’introduzione della parola architettA (per cui l’articolo dichiarava la mia preoccupazione per l’imposizione del femminile come unica opzione), ma il rigurgito becero, che rappresenta una cartina tornasole di quanto questo machismo sia presente nel mondo dei professionisti e delle professioniste dell’edilizia, e di quanto le donne se ne siano abituate, tanto da non riconoscerlo durante episodi come questo.

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Mi ha sorpreso l’esigenza dei colleghi maschi di “perculare” per far sì che nessuno, nella discussione, potesse prendere sul serio il tema. L’architetto maschio, che ha risposto, ha quindi cercato in tutti i modi di sminuire il problema facendo sì che i lettori percepissero il tutto come qualcosa di inutile e frivolo.
Benaltrismo alle stelle: l’importante era chiudere l’argomento, essendo risentiti persino che sia stato preso, talvolta ricordando altri problemi” delle donne (di cui però chi è intervenuto non si occupa, nè intende occuparsene), o addirittura “i problemi del professionista”, cancellando la tematica femminile e lasciando intendere, o proprio dichiarando, che la donna non è affatto danneggiata, ma sarebbe addirittura avvantaggiata.
Poi ci sono stati quelli che, per non rischiare di apparire maschilisti, hanno chiarito che la loro compagna ha le palle e lotta ogni giorno (…).
Poi sono arrivati quelli (e quelle: anche le donne), che hanno cominciato con la storia che quando si tratta di un “ruolo”, il neutro maschile va bene. Chissà come mai invece “operaio/a” e “impiegato/a” non è un “ruolo”: il femminile disturba solo quando si tratta di posizioni di punta?
Infine (e avrei voluto risparmiarveli, ma ci sono anche loro), quelli che hanno iniziato a fare battute sulle tette.

Poi sono arrivate le donne. Prima le ingegnere che hanno dovuto ribadire l’infantile contrasto Ing VS Arch dicendo che solo gli architetti possono masturbarsi su questi temi frivoli (una forma di machismo che al posto di avere xy che vessa xx, stavolta avrebbe il duro ingegnere, maschio o femmina che sia, che sfotte il leggiadro ed eccentrico architetto).
Poi sono arrivate quelle che si sono vantate della “cavalleria” dei colleghi maschi, oppure che si sono vantate di “avere le palle” ed essere capaci di farsi rispettare, e che “se una ha le palle non servono battaglie e non serve piangersi addosso (in pratica la disparità va bene, devono essere i singoli ad avere più palle della classe dominante?).
Credo che ci fosse, in queste donne, un bisogno estremo di dimostrare appoggio all’uomo, e distanza dalle tre “femministe, ribadendo quello che avevano detto loro: ovvero che si trattava di un tema frivolo, e che le tre professioniste erano tre pazze, ridicole, e ideologizzate.
Infine, quelle che, colpevolizzando la donna, dicevano che devono essere le donne ad evitare termini che possano scatenare machismo (parole che finiscono con tetta e tette), come se il problema non fosse il machismo dei colleghi. Insomma, siamo ai livelli della donna che viene violentata perché esce con la gonna. E queste sono signore laureate, e non certo in scienze del passeggio.
Nessuna sembrava indignata dal fatto che il 90% dei commenti era di uomini che credevano di avere il diritto di decidere come è giusto che la professionista donna venga chiamata o gradisca essere chiamata.

Infine abbiamo avuto il rigurgito di alcune femministe, “indignate” non tanto del rigurgito machista dei morti di figa architetti, nè della debolezza delle professioniste coinvolte, ma dalla mia precisazione che, a tutela delle persone gender non conforming, genderqueer, non binarie e non amanti del dualismo verbale esasperato, avrebbero continuato a preferire architetto. Nell’articolo dicevo anche che sarebbe interessante sforzarsi di trovare nuove forme, magari neutre, ma questo mi ha causato l’accusa di Hitler, perché ovviamente, secondo loro, è “Hitler” chi vuole garantire la scelta, e non chi invece vuole imporre una desinenza non gradita da tutti (e mi sembra maternalistico dire che chi preferisce architetto è per forza vittima del machismo interiorizzato).

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Come Architetto, come antibinario, non posso tacere davanti al machismo del mio ambiente. Nè su questo assurdo rigurgito di intolleranza e misoginia.
Sono, pero’, sia transgender, sia antibinario, e a cuore mi stanno soprattutto le persone gender non conforming, quelle non rettificate, e quelle di identità non allineata ai due poli (maschile e femminile), che preferirebbero forme neutre e che in un mondo dove la grammatica non è così connotata da A, O, peni e vagine, ci stanno meglio.
Imporre differenze grammaticali di genere (sto dicendo imporre, come unica possibilità) significa mettere a disagio persone non conforming xx ed xy che, in un mondo in cui le professioni esistono solo con quella differenza grammaticale, sentirebbero imposta la vocale sbagliata nei loro timbri.
E per quanto mi rendo conto che per le femministe sia un problema secondario, e che riguarda poche persone, per me è IL problema (ad ognuno il suo, no?).
Se rimanesse la scelta tra Architetto e Architetta, o se (ancora meglio!) si aggiungesse la possibilità di usare forme neutre (progettista, architect), molte persone potrebbero stare meglio, ma questo non sembra importare a molte “femministe”.

A questo punto, dopo aver visto atteggiamenti beceri da uomini machisti, da donne poco consapevoli, da donne ideologizzate, etc etc, mi chiedo davvero se io non abbia fatto bene a scegliere una carriera aziendale, circondato da donne che si sposano, partoriscono, supportate da un contratto a tempo indeterminato, perché non sono soggette ai ricatti della vita al femminile come finte partite iva, in un mondo basato sul binarismo di genere, quello dove a regnare è chi è “forte” socialmente, quindi il solito maschio etero che legge Il Giornale.

 

Definizioni condivise, per un confronto consapevole sui generi

Quando questo blog ha aperto, non c’era materiale in italiano sugli argomenti trattati nel blog.
C’erano solo le associazioni, quasi tutte pensate per persone gay, lesbiche, e trans in percorsi canonici.
Oggi c’è addirittura troppo materiale. Molte persone che aprono blog e pagine facebook non hanno l’adeguata preparazione (o sono ancora in una fase questioning), e non provengono da un percorso di associazionismo e formazione in associazione, o mediante i testi di autori transgender.

Inoltre i tentativi di dialogo tra mondo LGBT e femminismi, mediati spesso dalla realtà virtuale e non dal dialogo vis a vis, ha creato molti equivoci, dovuti al fatto che si usano linguaggi differenti, o gli stessi termini per descrivere cose diverse.

Ho pensato di scrivere due righe ribadendo le definizioni. Ovviamente questo vuole essere un post “dialettico” e gli spunti di altre persone LGBT saranno utili a delineare meglio i significati in modo che siano maggiormente condivisi.
Binarismo 
Il binarismo è la tendenza a considerare legittime solo le espressioni identitarie “polarizzate” e “duali”.
Anche se il “binarismo” potrebbe essere applicato a qualsiasi visione “manicheista” della vita (alla politica, alla spiritualità, a qualsiasi tendenza a concepire le situazioni vedendo solo il bianco e nero), mi limiterei al suo significato nell’ambito LGBT.
Si parla di binarismo in relazione agli orientamenti sessuali/affettivi, alle biologie dei corpi, alle identità di genere, ai ruoli/espressioni di genere.
Quindi, la visione binaria comprende solo le dicotomie omo/etero, maschio/femmina, uomo/donna, maschile femminile.
Inoltre nella visione binaria, i percorsi di transizione devono essere sempre canonici e condurre una persona da una polarità all’altra.

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Identità di genere: Per convenzione, diversamente da quello che avviene nei femminismi, l’elaborazione culturale transgender ha chiarito che maschio e femmina si riferiscono ai sessi genetici (xy, xx, corpo maschile, corpo femminile) mentre uomo e donna al genere (che non riguarda aspetti fisici ma identitari) . Quindi una persona transgender è una persona che è maschio ma non è uomo, o è femmina ma non è donna.

Ruolo di genere, stereotipo di genere, espressione di genere.
Il concetto di “identità di genere” come qualcosa di radicalmente diverso da ruoli, espressioni e identità è presente nell’elaborazione culturale transgender ma poco al di fuori di essa.
Ruoli ed espressioni di genere sono considerati maschili, femminili o neutri solo in base a convenzioni sociali, variabili a seconda dei tempi e dei luoghi.
Sono sempre più le persone che vivono liberamente la propria espressione di genere, non aderendo a “ruoli” prestabiliti, ad aspettative sociali, o a stereotipi.
Sia le persone transgender che le persone cisgender possono avere espressioni di genere “divergenti” rispetto alle aspettative sociali: un uomo trans o un uomo cis potrebbero essere appassionati di uncinetto, o magari una donna trans o una donna cis potrebbero essere appassionate di arrampicate.
Avere espressioni di genere divergenti dalle aspettative sociali stereotipati non rende persone transgender.
Il non binarismo relativo ai ruoli di genere non rende una persona transgender, anche se ovviamente anche le persone transgender possono avere ruoli di genere non aderenti al binarismo.

 

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Antibinarismo
E’ la posizione politica che contrasta la visione “binaria”, che impone il “binarismo” come obbligatorio, ed è l’unica espressione personale accettata e incoraggiata.
L’antibinarismo non vuole cancellare le persone portatrici di orientamenti, corpi, identitò di genere, ruoli/espressioni di genere “binarie”, o percorsi di transizione canonici: semplicemente insiste affinché queste non siano le uniche condizioni lecite.

Binario/Non binario.
Come detto prima, alcune persone sono portatrici di orientamenti, corpi, identità di genere e ruoli/espressioni di genere binarie (e questo non è un problema, finché viene rispettato il fatto che altri potrebbero avere vissuti ed esigenze differenti), mentre alcune persone presentano una condizione di “non binarismo” riguardante il proprio orientamento (pansessualità, eteroflessibilità, omoflessibilità, bisessualità non transescludente), il proprio corpo (intersessualità), la propria identità di genere (genderqueer, genderfluid, agender, bigender, genderneutral…), i propri ruoli/espressioni di genere (tutte le persone non aderenti agli stereotipi maschili e femminili), il proprio percorso di transizione, nel caso di persone T (quindi percorsi non medicalizzati, percorsi androginizzanti, percorsi “strafottenti” rispetto al passing, percorsi che prevedono alcune modifiche medicalizzate e non altre).
Alcune persone si definiscono “non binarie”, ma è meglio chiarire sotto quale aspetto esse si definiscono “non binarie”. Spesso lo si è sotto più d’uno degli aspetti elencati.
Negli Usa “non binary” viene usato spesso come sinonimo di “persona con identità di genere non binaria”.

 

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Cisgender:
Le persone cisgender sono quelle non transgender. Cis è il contrario di trans (come cisalpino e transalpino). Si è “al di là” o “al di qua” di qualcosa, e la linea di confine è ciò che separa chi è trans da chi non lo è.
Chi non ha una tematica di identità di genere è cis.
Chi ha “solo” (il “solo” non è svalutativo) una tematica di ruoli, espressioni, lotta agli stereotipi di genere è cis.
Essere cis non determina l’adesione “supina” agli stereotipi di genere. Essere cis significa semplicemente non essere una persona transgender (o genderqueer, o genderfluid o di identità di genere non binaria).
Molte persone confondono cis con etero: come cis è chi non è trans, etero è relativo a chi non è omo/bi/pansessuale.
Una persona cis puo’ non essere etero, una persona etero puo’ non essere cis.
Nonostante alcuni blogger aggressivi disprezzino le persone cis (come altri blog aggressivi disprezzano gli etero), cis non è affatto un termine dispregiativo, e il “viverlo” come tale sta spingendo tante persone in un percorso di emancipazione dai ruoli e dagli stereotipi di genere a definirsi “transgender” (secondo un ombrello molto ampio proposto più dalla letteratura queer che dagli autori transgender)
Le logiche secondo cui “siamo tutti transgender” o “siamo tutti pansessuali” non funzionano quando vi sono delle istanze legali e sociali ben precise, di cui la persona T ha bisogno e la persona cis emancipata dai ruoli stereotipati no (il riconoscimento della propria identità di genere, del nome scelto, della richiesta che ci si rivolga a quella persona in modo corretto dal punto di vista grammaticale, e che la si tuteli rispetto alla transfobia e al mobbing).
Ci sono delle istanze relative alle persone cis che vivono un percorso di emancipazione dai ruoli, ma sono diverse da quelle transgender, anche se sicuramente la discriminazione che colpisce una persona transgender e una persona cis emancipata dagli stereotipi ha una matrice simile.

Attivisti si, ma in modo intersezionale. Ce ne parla Davide Bombini

Ho conosciuto Davide Bombini ad una conferenza alla Libreria Antigone, ma “nerdisticamente parlando”, mesi prima avevo scoperto, tramite le statistiche del blog, che mi aveva linkato in un articolo relativamente a definizioni sulla gender non conformity
Davide è un attivista LGBTQIA… e non solo, e propone un approccio intersezionale.
A lui la parola…

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Ciao Davide. Attivista di Arcigay e giornalista su temi LGBT: che altro ci racconti di te?

Ciao Nathan! Beh, sì, essere consigliere nazionale Arcigay e segretario del comitato di Piacenza, oltre che scrivere per Gay.it, potrebbe far di me un attivista h24, e invece sono un educatore professionale e al momento lavoro in una comunità per persone con dipendenze e provengo da una precedente comunità per minori stranieri non accompagnati.
Diciamo che i miei interessi, sia a lavoro che nell’attivismo, sono i diritti delle persone. Con Arcigay (e i Sentinelli di Milano, anche) lotto per l’affermazione dei diritti delle persone, a lavoro attuo pratiche per fornire gli strumenti alle persone per raggiungere i propri diritti, nonostante possano avere delle barriere.

Un tempo le grandi associazioni erano carenti sui temi relativi alla B, alla T, al binarismo di genere e ad altre tematiche legate ad orientamento, identità e ruolo di genere. Cosa è cambiato negli ultimi anni? Quale vicenda ha dato seguito a questo cambiamento? E quanto ancora può essere migliorato?

Su quale vicenda non saprei rispondere, ho la sensazione che si siano affermati discorsi collettivi attorno a queste tematiche sia sulla spinta della filosofia che su fenomeni che stanno tra il costume e l’identità individuale. Negli ambienti dell’associazionismo che frequento le tematiche B e T e quelle relative alla gender nonconformity (per riassumere) sono ancora poco conosciute. Spesso mi ritrovo a dover fare un pippone di ore sulle variabili. Anche se credo, in ultima essenza, che l’individuo sia unico nella propria diversità rispetto a gruppi definiti (sempre, in ogni campo e in ogni epoca). Ma sto andando fuori tema.

Su come “migliorare” l’approccio alle tematiche dell’identità e del ruolo di genere e dell’orientamento, sinceramente, non saprei dare una definizione precisa. Credo che si debba tendere, prima di ogni cosa, a far convergere le lotte. Si parla di intersezione: tematiche LGBTQI+, femminismo, migranti, lavoro, disabilità, infanzia, grandi marginalità, e altro ancora. Se si lavora tutt* insieme per il raggiungimento dei diritti, per la libertà (quella piena, non le piccole concessioni dei governi odierni) si crea un terreno sicuro per le persone per poter vivere il proprio orientamento o la propria identità senza angoscie.

Un sogno utopista, ne sono consapevole. Ma gli utopisti servono!

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Nel blog parli spesso di veterofemminismo e di come questo fenomeno sta attaccando le realtà LGBT, soprattutto colpendo l’uomo omosessuale e le realtà gender non conforming. Secondo te c’è un fil rouge in queste discriminazioni? E’ la misandria?

Non parlerei di misandira, poiché è un termine utilizzato un po’ a caso. In questi mesi ho avuto modo di confrontarmi (in modo accesso, a volte ricevendo qualche insulto) con molte femministe che, appunto, definisco “vetero“, inteso come di un’altra epoca. Dalle loro posizioni si evince che non odino gli uomini in quanto tali, o che non riconoscano altri generi per chissà quale convinzione: semplicemente, hanno paura di ciò che non conoscono. Sono cresciute (seppur alcune di lor abbiano 20 anni) nella convinzione che l’uomo sia tale poiché etero, e che sia sempre violento e irrispettoso. Sono cresciute con l’idea che i generi siano due e due soltanto: uomo e donna. Ma l’antropologia ci ricorda che i generi non sono legati ai genitali, ma che siano un prodotto della cultura. Quindi, variabili.

In buona sostanza, le nostre veterofemministe combattono una battaglia giusta ma con gli strumenti e riferimenti di 50 anni fa. Potrebbe sembrare riduttivo spiegare il fenomeno come una mancanza d’aggiornamento, eppure è un elemento comune a tutte le veterofemministe che ho incontrato. Di solito, per tentare di far fare a loro un piccolo “click mentale”, quando mi definiscono “maschio” o “uomo”, rispondo che questo è tutto da verificare, proprio per tentare di rompere i loro paradigmi, appunto, vetero!

Perché le persone LGBT dovrebbero fare fronte comune col nuovo femminismo? Ha più senso chiamarlo femminismo?

Come accennavo sopra, per arrivare a una vera libertà nel pieno dell’affermazione dei diritti, bisogna lavorare insieme, condividere e sviluppare buone pratiche, sostenere tutte le lotte. Le persone LGBTI dovrebbero, naturalmente, frequentare i luoghi della lotta femminista, che chiamerei ancora così. Giusto recentemente ho avuto un confronto con una amica sicuramente femminista, ma che non sopporta l’uso di questa parola. Per quanto capisca le sue motivazioni, credo che per il momento storico in cui viviamo, sia ancora necessario racchiudere alcuni percorsi sotto sigle e nomi specifici. Operazione che serve da “calamita” per le persone che si avvicinano all’attivismo per soddisfare, in prima istanza, dei propri bisogni. Ma, proprio come nell’educazione, auspico che le etichette spariscano. Citavo proprio l’educazione poiché, attualmente, esistono servizi dedicati a specifiche “utenze” che suddividono l’assistenza sociale in micro-gruppetti: tossico e alcoldipendenti, senza fissa dimora, migranti, minori, persone con disabilità (frammentati a loro volta secondo la diagnosi), e così via. Ecco, la “rossa primavera” dell’educazione è creare servizi rivolti alla persona in quanto tale, dove queste caratteristiche siano variabili da considerare. Allo stesso modo, nella lotta, la condizione che determina uno svantaggio in relazione alla società deve divenire una variabile, per riconoscersi non più come gay, lesbiche, donne o trans, ma come esseri umani liberi, difensori dei diritti.

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Qual è il ruolo dei social in queste nuove connessioni tra militanti di cause diverse ma legate tra loro?

Non sono un particolare esperto di social network, ma posso parlare per esperienza diretta. Alcuni strument sono fondamentali per coordinare azioni e attivare passaparola quasi istantanei. Ma questo non deve bastare. Per creare pratiche e fare discorsi collettivi e partecipati, che tengano conto di ogni ragionamento, bisogna incontrarsi di persona.

Inoltre, i social network non riescono a sfuggire ad una pratica terribile: la dittatura degli attivi. Battute a parte sul chi prende e chi dà (inutile fare i santarellini, lo so che c’avete pensato tutti, dai), significa che chi passa più tempo sui social automaticamente diventa più autorevole degli altri, nonostante ciò che dica o faccia. Inoltre, quello che accade spesso, tipicamente nei forum o nei gruppi facebook, è che si costituisca in modo naturale un gruppetto “dirigente” che tende ad escludere chi è dissonante. Insomma: bene i social, ma vedetevi di persona!

Sentinelle in piedi, popolo della famiglia, ideologia gender. Da dove ha preso le mosse questo nuovo filone per i ruoli tradizionali e contro le persone LGBT?

Dall’ignoranza e dalla paura. Chi ha creato questa accozzaglia di sigle e strampalate teorie ha sfruttato la non conoscenza di tematiche LGBTQI+ di alcune persone, che, unita alla atavica paura di ciò che è diverso, ha alimentato questo turbinio di odio. La tradizione, naturalmente, non c’entra nulla. Per arginare questi fenomeni bisognerebbe riformare la scuola, attuare politiche per l’educazione e la formazione permanente, promulgare e sostenere campagne organiche per abbattere i pregiudizi. Ma scusami, sto ancora fantasticando utopisticamente!

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Lorenzo Gasparrini, filosofo, eterosessuale, e…antisessista

Ho conosciuto Lorenzo Gasparrini per caso, ad una presentazione del suo libro, Diventare uomini – Relazioni maschili senza oppressioni , alla libreria Antigone.
L’attivismo antisessista da parte di uomini cisgender, in particolare eterosessuali, ha suscitato in me grande interesse da sempre, ma per ragioni legate agli “ambienti” diversi che si frequentano, ho avuto finora pochi contatti con questa realtà, e questo spiega anche i molti stereotipi che nell’intevista Lorenzo confuta.

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Ciao Lorenzo. Raccontaci di te. La tua formazione, le tue passioni, e come mai hai a cuore la tematica antisessista dal punto vi vista maschile

La mia formazione non ha molto di particolare, sono un filosofo che ha cominciato a studiare Estetica molti anni fa seguendo un classico percorso accademico. Poi la riforma universitaria mi ha, di fatto, tolto i finanziamenti ai vari contratti e incarichi che avevo, e ho dovuto lasciare il lavoro universitario. Ritornando a fare politica, cosa che avevo lasciato perché ero sommerso dall’attività didattica, ho capito che molte delle cose che avevo studiato potevano essere utili a tanti in senso politico. Più mi addentravo nella pratica antisessista più capivo quanto i femminismi fossero stati ostracizzati dall’accademia italiana – e anche dagli altri ordini dell’istruzione. Di qui il mio impegno politico e civile: per me è fare filosofia, la cosa che ho sempre fatto.

Quali le peculiarità dell’antisessismo quando il punto di vista viene da una persona nata maschio, di identità di genere maschile e magari anche eterosessuale?

Posso provare a riassumere le peculiarità di un maschio cisgender antisessista con una sola parola: paradosso. Hai il corpo e l’aspetto dell’oppressore di genere, e invece scopri le diverse e particolari oppressioni alle quali sei sottoposto anche tu, quindi intraprendi un percorso di uscita (“diserzione“) dal patriarcato e provi a costruire una identità di genere diversa da quella nella quale sei stato educato dalla nascita.

L’antibinarismo, diversamente dai veterofemminismi, non individua vittime donne e carnefici uomini, ma considera vittime le persone, e “carnefice” il sistema con i suoi stereotipi di genere. Sotto questa prospettiva, anche un uomo può dire la sua: sei d’accordo?

Sì, sempre però ricordandoci che non possiamo dimenticare che la “persona” è un’astrazione: il sistema opprime tutti e tutte a seconda del corpo, del genere, dell’orientamento e del contesto sociale, quindi poi ciascuno “dice la sua” ma tenendo ben presenti le inevitabili differenze e caratteristiche.

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Quali le principali prigioni mentali che attanagliano l’uomo che ambisce ad essere “alfa” nella società?

Principalmente una: l’agonismo insegnato in ogni relazione. La continua ricerca del primato distrugge qualsiasi possibilità di relazioni solide e profonde, col risultato di trasformare il mondo in una continua frustrante corsa all’affermazione di sé tramite l’esercizio di un potere – potere che in realtà non si possiede mai, ma del quale si diventa strumento.

Perché ancora così pochi uomini sentono il bisogno di “emanciparsi” dai ruoli di genere?

Perché non hanno capito quanto siano nocivi alla loro vita, alla loro felicità, alla possibilità di costruirsi relazioni appaganti ed efficaci.

Discriminazione verso il maschile, è forse più strisciante? C’è? in cosa consiste?

Non credo che esista in realtà. Ogni volta che qualcuno se ne esce lamentando una discriminazione verso il maschile, si scopre che o è una forma patriarcale recitata a ruoli invertiti – e allora è sempre la solita discriminazione – oppure si scambia la causa con l’effetto. In un sistema che privilegia, in ogni situazione sociale, il maschi etero, quella che può apparire come discriminazione è in realtà un’affermazione di potere. E allora il paradigma è sempre quello patriarcale, anche se in qualche rara occasione la vittima è un maschio.

Misandria: una parola poco nota ma che descrive un atteggiamento, presente in alcuni correnti veterofemministe, verso l’uomo. Ce ne parli?

No. La parola “misandria” è stata usata soprattutto da maschilisti più o meno organizzati per i loro giochetti retorici, che scambiano continuamente la simmetria con la parità. I veterofemminismi vanno giudicati calati nei loro contesti sociali e storici; in quegli anni le espressioni violente che giudicavano gli uomini come un blocco unico di soggetti tutti uguali e da disprezzare erano motivate appunto da circostanze politiche che oggi possiamo appena immaginare, se non si studiano approfonditamente. Leggere con la sensibilità del 2017 alcuni femminismi degli anni ’60, per fare un esempio, e trovarli “misandrici“, penso che sia del tutto scorretto – e anche inutile. Esattamente come praticare nel 2017 i femminismi degli anni ’60 così com’erano.

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Ansia da prestazione ed eiaculazione precoce: sono molto più diffuse nell’uomo etero che in quello non etero: quanto, visto questo dato, è psicologico e dovuto al binarismo?

Quanto sia psicologico non ho le competenze per valutarlo. Quanto sia dovuto a un binarismo (aggiungo: competitivo) insegnato fin da bambini, per me lo è del tutto. Aggiungendoci che quello stesso binarismo comprende anche un voluto silenzio sul reale funzionamento del corpo maschile soprattutto per quanto riguarda la sua sessualità.

Il ruolo delle religioni e dei monoteismi storici nel binarismo del ruoli: tu lavorerai col sudore della fronte e tu partorirai con gran dolore …ci siamo realmente evoluti da ciò?

Non molto. A dispetto di tante e tanti che danno il patriarcato per morto, io lo vedo ancora capace di trasformarsi in tanti modi, che proseguono quella divisione di ruoli biblica che hai citato. Trasformazioni che passano di costruzione culturale in costruzione culturale: religioni, ideologie, “visioni del mondo“…

I veterofemminismi spesso hanno atteggiamenti ostili verso le persone T. Noi uomini xx saremmo delle povere donne che non accolgono l’essere donna, inseguendo il privilegio sociale. Le donne xy invece vengono viste come uomini che vogliono infilarsi negli ambienti delle donne “senza esserlo”. Quanto in realtà, più che transfobia, si tratta di misandria (quindi odio per il maschile biologico delle donne trans e per il maschile psicologico degli uomini trans)?

Della misandria ho già detto. Credo che questa che hai descritto sia, da parte di alcuni veterofemminismi, una transfobia per loro “necessaria“: l’esistenza stessa della transessualità distrugge l‘essenzialismo sul quale si fondano, quindi non potranno mai accettarla come una realtà a tutti gli effetti. Di qui quelle fantasiose – ma violente e discriminanti – spiegazioni.

MRA: movimenti di “orgoglio” maschile. Si spacciano per uomini antisessisti ma in realtà si tratta di maschilismo vero e proprio. Come “smascherarli” e non confonderli con ciò che invece, ad esempio, fai tu, come altri uomini antisessisti?

Basta farli parlare. Il loro atteggiamento passivo-aggressivo, la loro logica assurda e del tutto antistorica, la loro incapacità organizzativa e pratica vengono fuori quasi immediatamente con esiti esilaranti, anche se ovviamente sanno essere anche molto offensivi.

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Ci parli di Maschile Plurale? Della tua esperienza con loro e di come questo gruppo dialoga con realtà LGBT e femministe? Quali le difficoltà?

E’ indubbiamente una rete molto importante perché, oltre ad avere meriti “storici” significativi, oggi unisce e rende visibili molte realtà interessanti e vive sul territorio italiano. Mi è capitato però di vedere nei fatti una organizzazione poco chiara quando si tratta di prendere decisioni, e una certa soggezione a determinati femminismi che nei fatti ne rende nullo il dialogo con altri. I motivi non li conosco, ma se la tua domanda è “quali le difficoltà“, evidentemente non sono il solo ad averle notate, in questo senso.

Che tipo di utenza attrae il progetto “Maschile Plurale“? e come è cambiato negli anni?

Non saprei, non ho avuto una così lunga esperienza in MP da poter avere elementi per rispondere.

Il “morto di figa“, un personaggio odiato negli ambienti bisessuali, poliamoristi, transgender, dove questi personaggi arrivano in cerca di trasgressione, di donne libertine, e trovano invece un muro. Eppure anche il “morto di figa” deriva da queste dinamiche sessiste fatte di maschi alfa, beta e gamma. Da filosofo, senza usare termini così pecorecci (di cui mi scuso coi lettori) come quelli usati da me, riusciamo a spiegare questo fenomeno tentando un approccio “non giudicante“?

Beh, sinceramente non lo trovo necessariamente da spiegare, nel senso che il “morto di figa” è il prototipo dell’uomo etero come lo vuole, sessualmente, il patriarcato. Un ebete disposto a qualunque cosa per eiaculare più volte possibile nel corpo (o sul corpo) di più donne possibile. Se questo nei fatti è un giudizio, non posso farci niente, perché corrisponde alla condotta di moltissimi uomini etero che sono stati educati a comportarsi in questo modo.

G7

Il G7 di Taormina ha come sua immagine un ragazzo che guarda con machismo una ragazza siciliana col velo. Ci sono state molte polemiche delle associazioni LGBT e femministe Siciliane, che non vogliono che la Sicilia sia sempre rappresentata con binarismo e machismo. Eppure molti etero hanno risposto che non va attaccata “l’eterosessualità“. Credo che l’utente medio non sappia la differenza tra eterosessualità, eterosessismo, ed eteronormatività. Noi attivisti siamo abbastanza bravi a far passare i concetti di “non binarismo” al mondo etero? in cosa possiamo migliorare?

Si può spiegare in tanti modi, e con molti linguaggi, che quello che viene criticata non è l’eterosessualità ma il suo uso come potere discriminante verso altri e altre. In questa comunicazione si può sempre migliorare, ma per quanto “bravi“, dall’altra parte ci dev’essere chi è disposto al dialogo e non ad arroccarsi nei suoi privilegi o nella sua ignoranza.

Educastrazione: quando colpisce il nato maschio fin dalla sua infanzia?

Da quando si appende un fiocco celeste alla porta, è ovvio che sta incominciando una coercitiva educazione all’eterosessualità normalizzante. Non credo, come Mieli, a un “ermafroditismo originario“, ma certo l’attuale educazione del maschio è parecchio castrante, in tanti sensi.

Nelle scuole vengono maggiormente bullizzati gli adolescenti “effeminati” rispetto a quelli “gay“. Per dirlo in altro modo, dà più fastidio un ragazzino effeminato, magari eterosessuale, che un ragazzino gay virile. Quanto, quindi, è una questione più di “espressione di genere” che di orientamento?

Considerando quanto è importante, in quell’età, l’espressione e il segno esteriore di appartenenza a una maschilità “normale“, in quel senso è solo una questione di genere. Anche se – ricordo la ricerca di Giuseppe Burgio in proposito – anche l’orientamento dev’essere ben nascosto, se si vuole evitare di essere ostracizzati e poi anche bullizzati.

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Uomo etero e passività: molti uomini etero stanno apportando una rivoluzione nella sessualità. Molti dicono apertamente che le loro compagne, talvolta, hanno un ruolo attivo e che a loro piace. Ce n’è voluto, e siamo ancora molto indietro. Tu cosa ne pensi?

Credo sinceramente che la strada del piacere sia ben più diretta e convincente di quella delle parole, anche se poi queste devono seguire quella o non si avrà alcun risultato politico. Se però questo può servire a cominciare un ripensamento delle caratteristiche della “normale” eterosessualità maschile, ben venga.

L’uomo transgender ftm è un interlocutore all’interno del dialogo tra uomini antisessisti?

Per me è un interlocutore necessario. Senza un dialogo tra maschilità “diverse“, non si va da nessuna parte, né personalmente né politicamente.

Quali i prossimi passi del movimento degli uomini antisessisti?

Per quello che ne posso dire io che certo non lo rappresento, direi: aumentare di numero, rendersi autonomi il più possibile nelle decisioni politiche, costruire luoghi e strumenti per informare e diffondere (sul)la propria attività, praticare una maschilità che non si basi su nessuna discriminazione o violenza: più felice, piacevole e appagante.

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Lorenzo Gasparrini. È dottore di ricerca in Estetica. Blogger e attivista antisessista, è fondatore dei blog «Questo uomo no» e «La #filosofi#a maschia». Tra le pubblicazioni accademiche, «La costruzione di una possibilità: disertare il patriarcato», in «La questione maschile. Archetipi, transizioni, metamorfosi» (a cura di Saveria Chemotti, Il Poligrafo).

Fertility day: perchè offende?

Un giorno mi sono visto in bacheca, da parte di ogni mio contatto “donna eterosessuale“, delle simpatiche vignette che chiedevano allo Stato di dare loro dei soldi e lavoro per rendere possibile il diventare madre.
Ho in seguito scoperto che questa indignazione era dovuta alla proclamazione del “fertility day“, campagna mirata non solo alla donna (l’uomo non è fertile? non ha il dovere di far figli?) ma che più che come donna la trattava come un utero, un utero che ha il dovere di sfornare figli italici e che soprattutto ha una data di scadenza.

 

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L’indignazione per il fatto che probabilmente non si fanno figli per motivi di soldi e di crisi economica ci sta, ma …perché non viene colto il vero problema?
Molte donne non fanno figli perché semplicemente non desiderano diventare madri. Altre, alcune di queste, non amano i bambini, cosa che è a quanto pare ancora un tabù, tanto che se una donna dice chiaramente di non amare i bambini viene guardata come cattiva e snaturata (ciò non accade se un uomo non ama i bambini).

 

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Mi rendo conto della critica politica di chi accusa uno Stato che chiede di fare figli non dando la possibilità di farli. Va ancora “di moda” firmare le dimissioni in bianco nel caso l’assunta donna rimanesse incinta…
Ma se dimenticassimo per un attimo tutto questo, e ci concentrassimo sul binarismo e sul sessismo che chiede alle donne di adempiere un “dovere” innato e naturale?

Tutto questo mi ricorda…

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Binarismo islamista, modernità musulmana

In quest’ultimo anno siamo diventati tutti esperti di islam. L’opinionista medio di facebook decide se tifare per il burqa o contro, e commenta.
Dichiaro di non essere assolutamente esperto di islam, ma di essere un discreto esperto di binarismo.

Alla luce di questo, vi invito alla presentazione del libro “Dio odia le donne“, di Giuliana Sgrena (clicca qui per il suo articolo sul burqini), lunedì 12 settembre dalle ore 21:00 alle ore 23:30, Villa Pallavicini, Milano (proposto dal Milk e da UAAR), in cui l’autrice ovviamente usa “dio” per indicare chi ha manipolato e deciso i dettami religiosi in modo che fossero svalutanti per il femminile.

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A volte mi chiedo come io possa perdere tempo a trovare sfumature binarie in un maestro di batteria che sottolinea che io sia bravo “per essere xx” a fare un paradiddle, quando poi su molte regioni del mondo stia calando un oscurantismo pericoloso che censura e mutila il femminile. Ho appena la forza di filosofeggiare in occidente per far notare i binarismi striscianti che pervadono le vite di uomini e donne italiani, al massimo cattolici, ma di solito abbastanza secolarizzati: come posso addentrarmi a parlare di una religione che non conosco, sebbene io, nel farmi un’idea, rimanga attaccato al postulato secondo il quale tutto ciò che è binario è oppressivo?

Non riesco a mettermi nell’ottica del pretendere molto di più dai generi in occidente, e guardare quel binarismo così estremo e violento con l‘occhio compassionevole del caucasico del “primo mondo, che non pretende di sollevare la donna non caucasica dal suo destino, perchè “tanto è di un’altra cultura, che non ho gli strumenti per giudicare“.
Il binarismo è il male: assegna un destino alle persone a seconda del loro corredo genetico. Se il binarismo è male in occidente, perchè va “rispettato” nelle culture islamiche?
Rimango molto perplesso osservando una sinistra confusa e senza identità che si limita ad esprimere idee opposte a quella che oggi è la controparte: l’unica destra rimasta, quella di Salvini e degli stronzi reazionari. Se questa gente, in malafede, attacca il maschilismo islamico non per amore e cura della donna nata nella cultura musulmana (poi si manifestano come sessisti con la donna occidentale, basti vedere come trattano Appendino, Raggi Kyenge e Boldrini), ma semplicemente per avere un appiglio in più per odiare gli stranieri (in grande percentuale musulmani), allora di contro la sinistra (anche quella femminista) pone l’accento sull’autodeterminazione della donna di mettere un velo integrale e tramite esso “autodeterminarsi, prendendo come esempio 4 intellettuali francesi di terza generazione, donne col velo (facendo confusione volutamente tra velo e burqa, tanto nel casino della polemica chi guarda queste differenze?), e facendo finta che invece non ci siano intere popolazioni di persone musulmane in cui le donne (ma a volte non solo loro) sono oppresse da dettami binari e teocratici, di cui il velo integrale è solo un simbolo riepilogativo. Non dànno qualche indizio le foto che si vedono di uomini e donne che felici tagliano barbe e bruciano veli?

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O quando gli uomini indossano burqa e veli per solidarietà alle donne?

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Oppure la curiosa protesta di una ragazza iraniana rasata che non vuole indossare il velo

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Non credete che la nostra connivenza radical chic col sessismo dell’islam politico sia offensivo verso questi popoli che vorrebbero la nostra solidarietà?
Vi rendete conto che a subire il binarismo in questi popoli mediorientali “teocratici” è anche la donna lesbica, la persona trans, etc etc? E che il turista ftm non rettificato dovrebbe armarsi di velo per visitare quei paesi?
Se in un paese straniero occidentale non venissero riconosciute le persone trans, ci indigneremmo o saremmo sereni perchè “evidentemente fa parte della loro cultura“?
Magari anche bruciare le attiviste transfa parte della loro cultura?”

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Ma no, si preferisce usare autodeterminazione per parlare di donne col velo integrale. E definire sessista e maschilista, quando non razzista, il dire che il burqa è binario (se non lo fosse lo indosserebbero anche i mariti, no?).
Oggi per essere “di sinistra” devi essere inclusivo verso tutto. Anche verso il binarismo dei popoli “non occidentali. Accusarli di binarismo e di sessismo sarebbe “razzista” e “giudicante”.

Ricordo come era difficile vivere, ai miei tempi in Sicilia. Catechismi, scuola, etc etc, ti convincevano che la brava ragazza doveva arrivare vergine al matrimonio, e alla fine ci arrivava anche, e , se le chiedevi, ti diceva che era una “sua scelta“. Sarei stato inorridito se avessi saputo che, dal Nord Italia, che immaginavo progredito e moderno, qualcuno, atteggiandosi ad “antropologo“, avesse detto che quel binarismo era giusto poichè parte della cultura meridionale, e che quelle donne erano vergini fino al matrimonio “per scelta“.Probabilmente anche molte donne somale, convinte che se non ti fai infibulare sei una troia, sono convinte che quella mutilazione sia una “scelta, eppure noi condanniamo l’infibulazione, perchè è una mutilazione fisica, e non pensiamo a quanto “mutilante” sia una vita intera dietro un velo integrale

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Eppure io ricordo le olimpiadi negli anni 80 e 90. Le guardavo con papà e vedevo donne e uomini di tutte le etnie indossare gli abiti sportivi standard. Ai tempi si parlava ancora di primo e di terzo mondo, e il cosiddetto “terzo mondo” era inebriato dalla modernità e dal desiderio di modernizzarsi. C’era fierezza e voglia di modernità nell’indossare gli abiti dello “stile internazionale“. Non c’era ancora stato l’ 11 settembre e la modernità, lo stile contemporaneo, veniva visto da tutti come “progresso”, e non come “occidentalizzazione”. E di quel progresso hanno beneficiato tante persone e tanti popoli, anche musulmani. Da quando questo feroce dibattito monopolizza la sinistra, sono sparite tutte quelle foto che chi è  giovane come me non puo’ ricordare. Le foto degli anni 70, della Persia e del Maghreb, in cui le donne, con tagli di capelli occidentali (o meglio, allora si sarebbe detto “internazionali”), vivevano lo stesso progresso che vivevamo noi, e non c’erano oriente e occidente: c’era solo un passato medievale e un futuro più equo, meno sessista, meno razzista, in cui le differenze scemavano e tutti quanti, uomini e donne, a precindere da religioni e colori della pelle, beneficiavano dell’illuminismo e delle sue conquiste.
Oggi invece è tutto un Occidente vs Medio Oriente. Chi difende burqa e burqini dimentica che non stiamo difendendo antiche tradizioni immutabili. Dimentica che le madri e le nonne di chi oggi indossa il burqini come se ci fosse sempre stato, andavano in giro in jeans, coi capelli corti, fumavano, erano donne libere (la foto sottostante non è di una spiaggia del nord del Mediterraneo, ma del sud del Mediterraneo).

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E, per gli increduli, ecco una gallery sulle donne iraniane negli anni 70.

 

E’ più semplice e populista dimenticare tutto questo, o considerarlo un “vizio borgheseche noi perfidi bianchi avevamo esteso alle donne “del terzo mondo”.
Oggi “fa razzista” proporre la modernità come concetto globale. Si pensa, comodamente, che siamo noi con la pelle rosa a dover e poter usufruire delle conquiste illuministe, mentre paternalisticamente dobbiamo abbandonare gli altri al loro destino, che va sempre di più verso l’oscurantismo.

Di contro le destre amano immaginare i musulmani come coincidenti con “l’islam politico”.
E’ facile immaginare come “atee” le femministe musulmane, cancellare il loro tentativo di conciliare spiritualità e libertà. E’ facile dimenticare che essere musulmani e moderni si puo’. E’ facile dimenticarsi delle spiagge dei paesi a maggioranza o totalità musulmana, che fino a pochi anni fa erano pieni di bikini.

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E’ facile fare finta che i costumi integrali non siano apparsi timidamente, che le prime non siano state derise, ma che anno dopo anno non siano diventate la maggioranza e che non siano infine diventate “puttane” quelle poche che il bikini hanno deciso di tenerselo (finchè potranno, dove possono).
Sembra che all’opinionista occidentale convenga fare confusione non solo tra velo e burqa, ma anche tra musulmani e islamisti.

E’ facile, se si è radical chic e si vive in centro, anche provenendo da percorsi di femminismo anni settanta, rivendicare una moschea in un quartiere periferico, lontano dalla loro casa, dove si auspica che la “comunità musulmana” trovi un suo polo (ovvero, un ghetto). E’ facile e e fa chic dire che si vuole la moschea a Milano ma disinteressarsi completamente di come poter creare una coabitazione rispettosa ed inclusiva tra le persone LGBT (e le donne emancipate) che abitano la periferia (e sono tantissime) e l’immigrazione musulmana (che, se raccolta in un ghetto, non aiuterà di certo le donne ad usufruire dei progressi della modernità).

Con che coraggio consideriamo l’illuminismo una “nostra” conquista. L’illuminismo è bianco? è cristiano? è ateo?
Più la modernità (antibinarismo compreso) verrà considerata occidentale, più sarà facile pensare per noi che estenderla sia “razzista” e “irrispettoso”, e più il machista, bigotto e reazionario non occidentale potrà imporre oscurantismo rivendicandolo come qualcosa di etnicamente proprio.

La modernità e l’illumismo sono conquiste umane e noi occidentali (soprattutto illuminati e “di sinistra” non abbiamo alcun diritto di farne qualcosa di nostro e solo nostro).
La donna con la pelle scura non ha meno diritto di noi di vivere ed autodeterminarsi in un ambiente non binario.
Quanto siete davvero” di sinistra?

 

 

Veterofemminismo, GPA e persone transgender

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Quando ero al liceo, nell’anno 2000, parlavo a professori, genitori e compagni della GPA con entusiasmo. Ai tempi era una novità parlarne.
Non ero cosciente di essere T, ma ero cosciente di voler diventare genitore e non “madre, sia relativamente al mio ruolo come figura genitoriale, sia relativamente al non vivere l’esperienza della gestazione.
Già allora, come oggi, mi interessavano gli uomini, quindi pensai che era possibile avere un figlio geneticamente nostro tramite una volontaria che ci avrebbe potuto aiutare a diventare genitori.
Quando parlo di GPA non separo tanto quella che puo’ essere fatta da una coppia gay, un padre single, una coppia tra un uomo e una persona T, o una coppia etero: sono a favore di tutte le esperienze GPA che siano rispettose delle persone coinvolte.

Ma veniamo a noi: perché questo articolo, e perché oggi?

Sono iscritto al gruppo facebook “Libreria delle donne”.
Qualche giorno fa sulla mia home è apparso un post in cui una femminista citava con fierezza Busi, in una citazione piena di odio, misantropia, misandria e omofobia (interiorizzata). Non mi interessa perché Busi (come altri gay prima di lui) esprima contenuti omofobi, ma mi fa orrore vederlo citato dalle sedicenti femministe, sia in quanto lui storicamente misogino, sia in quanto non mi aspetterei una connivenza, o meglio, complicità attiva, delle femministe, con colui che usa tanta violenza verbale verso l’uomo padre.

“A me un uomo che si stringe al petto villoso un neonato come se fosse appena uscito dal suo di grembo di puerpero fa prima sgomento e poi mi fa venire una ridarella irrefrenabile.”

Sotto questo commento, una standing ovation di femministe a dire che è bravo, che è un grande, e che sottoscrivono ogni sillaba da lui detta.

In quel momento ho avuto un ricordo di mio nonno, d’estate, abbronzatissimo e a torso nudo, mentre portava in braccio il mio fratellino neonato, che “faceva il ruttino” e si addormentava solo con lui.
Quanto orrore nelle parole di Busi, e quanto svilimento delle figure maschili nella vita di un neonato.

Negli stessi giorni un mio caro amico mi ha portato all’attenzione un articolo della cara amica Monica Romano, riguardante la transfobia delle veterofemministe, soprattutto verso le donne trans.

http://transgenderfreedom.com/2015/06/12/il-veterofemminismo-allattacco-delle-donne-transgender/

Una volta la stessa Monica mi chiese come mai io, a differenza di lei, mi dico “antibinario” e non “femminista”, nonostante spesso le mie idee di indignazione per i comportamenti di molti uomini prevaricatori (non sempre biologici) verso il femminile coincidono con le sue, di donna transfemminista.
Eppure io continuo a ritenermi un antibinario, pronto a denunciare non solo la discriminazione verso la donna e “il femminile”, ma anche verso tutto cio’ che è gender not conforming, anche quando “maschile” o “ambiguo”.

Mi sono chiesto perché il veterofemminismo prenda queste posizioni violente, misandriche e transfobiche.

Forse dipende dal fatto (ma è una constatazione anacronistica e quindi priva di senso) che il loro movimento si chiami “femminismo” e non “donnismo” (anche se allora erano oscure le differenze tra il concetto di “femmina” e quello di “donna“). Loro non esaltano l’essere donna, quindi qualcosa di puramente psicologico, ma l’essere femmina, con tanto di esaltazione di utero, ovaie e vagina, una visione comunque svilente del femminile, anche nel caso si parlasse semplicemente di donne biologiche (il femminile, l’essere donna, è molto di più che qualche organo, che potrebbe esserci o non esserci).

Spesso vi è un legame anche con wicca, neopaganesimo, e altri culti new age che esaltano il femminile come mero dato fisico (mestruo, vagina, etc etc) e quindi anche loro evitano ad esempio la partecipazione alle loro cerimonie delle donne transgender (accettando invece, in un gesto privo di senso, gli uomini transgender, in quanto muniti degli accessori fisici che rendono “femmina”).

Alla luce di questo legame fortissimo tra “femmina” e “utero”, ecco le battaglie per il diritto (sacrosanto a mio parere) di abortire e quindi disporre liberamente dell’utero senza l’interferenza maschile (del padre del bambino, ad esempio), ed ecco la fortissima ostilità verso ogni forma di sex working femminile (la vagina è sacra, non puo’ essere “venduta” all’uomo, in una visione dove il sesso viene ricondotto ad una compravendita di vagine).

Da qui si passa all’ostilità per gli ftm, i quali “desidererebbero non avere la vagina, l’utero e le ovaie” e quindi sono dei traditori, degli ingrati. Hanno ricevuto il “dono” di accessori sacri come utero, vagina e ovaie, e desiderano sbarazzarsene.

La maternità viene vista non come qualcosa che riguarda il rapporto tra il bambino e la donna che compie il ruolo di madre, ma viene sopravvalutato e idealizzato il ruolo della gravidanza e, con condimento di new age misto pesce,  si parla di un legame indissolubile tra bambino e partoriente, che non puo’ essere in nessun caso interrotto (ma nel caso dell’aborto, misteriosamente, si!).

Questa visione svilisce una serie di soggetti coinvolti:
1) chi ha partorito per poi rompere il legame magico col bambino
– le ragazze vittime di gravidanze indesiderate, o che non possono permettersi di dare una vita dignitosa al figlio, che pur amano, e devono darlo in adozione
– le volontarie nella GPA, che hanno permesso a una coppia (etero o non etero) di avere un bambino
2) chi, pur essendo femmina, è diventata madre senza partorire
– le madri adottive in coppia eterosessuale, che non saranno mai viste come “vere” madri, perché il bambino si lega a loro quando è già nato.
– le madri impossibilitate ad usare il proprio utero (o madri donne trans) che sono diventate madri tramite la GPA
– la madre non biologica nelle coppie lesbiche, o entrambe se hanno adottato
– madri adottive e affidatarie, anche single
3) i padri
– i padri (anche quelli etero e anche quelli biologici), che non sono legati al figlio come lo è la madre biologica, e mai lo saranno
– le coppie di uomini gay che hanno un figlio, anche tramite adozione
– i padri single, adottivi e affidatari
– gli ftm che preferiscono usare la GPA, tramite madre surrogata (se in coppia con uomo biologico) o tramite la gravidanza della propria compagna (se in coppia con una donna biologica)

Le femministe, che in altri casi sono amiche delle battaglie LGBT (soprattutto battaglie lesbiche), nel caso della GPA stanno creando un fronte ostile e anche spesso grottesco contro le persone LGBT genitori o che vogliono diventarlo, usando argomentazioni degne delle sentinelle in piedi e Adinolfi.

 

Un ringraziamento a Monica Romano e Saverio Romani per essere parziali ispiratori di questo post