“La piccola principe” alla Scighera – video dell’evento

Per chi se lo fosse perso, e per chi volesse farsi un’idea su questo pacato e interessante confronto sul tema degli adolescenti questioning sull’identità di genere.
Il confronto ha coinvolto me, la ginecologa Marina Cortese, e l’autrice del libro Daniela Danna

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Piccola Principe alla Scighera, un’occasione di confronto con Daniela Danna

Domenica 16 dicembre, alle ore 21.00, la Scighera, circolo Arci in zona Bovisa (Milano), presenta il libro “La Piccola Pricipe – lettera aperta alle giovanissime su pubertà e transizione“, con l’autrice, Daniela Danna, e con due ospiti.
Oltre a me (contattato dal circolo per la mia recensione, considerata interessante per i toni e i contenuti), l’altra ospite è Marina Cortese, ginecologa e femminista intersezionale, con esperienza clinica con persone T.
Vi aspettiamo numerosi/e/*, essendo un’ottima occasione per discutere pacatamente sulle nostre posizioni sui e sulle giovani “questioning” rispetto all’identità di genere.

www.mondadoristore.it

Articolo di “mente locale”
Sito della Scighera
Sito di Daniela Danna
Evento facebook con indicazioni sull’evento

Il locale è a 900 metri dalla fermata Dergano, ma per chi volesse arrivare coi mezzi appena sotto al locale, alla fermata MM Maciachini si può prendere la linea 82 per 7 fermate e scendere alla fermata “Via Candiani – Via Don Minzoni”

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A proposito di genitorialità ftm, simbolico materno e GPA

Perché l’ftm genitore è diventata la pietra dello scandalo? Perché la sola esistenza di ftm che siano stati genitori biologici preoccupa coloro che sono coinvolti nel dibattito sulla GPA? Perché la genitorialità trans è strumentalizzata da omosessuali, lesbiche e femministe?

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Noi tutti, attivisti transgender, ricordiamo con amarezza “l’estate nera”. Si tratta dell’estate del 2017, nella quale un post sulla pagina di Arcilesbica Nazionale, che narrava la richiesta di una donna vittima di stupro (da parte di un uomo biologicamente maschio) di escludere le donne trans dagli spazi rivolti alle donne (soprattutto quelle non operate, in quanto le ricordavano il suo stupratore, con cui avevano in comune la genitalità).

Quel post, e le polemiche sottostanti, spesso strumentalizzate da uomini gay a favore della GPA, causarono un proliferarsi virale nelle bacheche di attiviste di Arcilesbica e provenienti dal Femminismo Radicale e dal Femminismo della Differenza, rivolti alle persone trans sia di origine biologica femminile, sia di origine biologica maschile, medicalizzate e non, e di identità di genere “binary” e “non binary”.

Una di queste polemiche riguardava un ftm gay statunitense. Il ragazzo aveva conosciuto un bear in un portale di incontri “lui x lui”, e ad un certo punto aveva scoperto di essere incinto. La coppia aveva deciso di tenere il bambino viste anche le pochissime probabilità di diventare genitori in altri modi.
Il ragazzo ftm avrebbe quindi portato a termine la gravidanza, contribuendo geneticamente e biologicamente come “madre”, ma relazionalmente e socialmente sarebbe stato padre.
Il bambino, quindi, sarebbe cresciuto in una famiglia in cui i genitori erano due uomini: un uomo gay biologicamente maschio e un uomo trans ftm.
La coppia poteva quindi essere considerata una coppia gay, con l’eccezione della particolarità biologica della coppia, o meglio di uno dei due componenti, che ha permesso che la coppia potesse generare un figlio geneticamente di entrambi.
A livello sociale, e di ruoli genitoriali, il bambino non avrebbe quindi avuto una figura materna, esattamente come avviene nelle coppie gay, composte da due uomini biologicamente maschi, che, ad esempio, adottano un bambino.

La polemica, che ha generato una serie di insulti al corpo del ragazzo ftm, misgendering verso lo stesso, deadnaming, e considerazioni transfobiche, si basava sul fatto che gli uomini ftm non debbano diventare genitori, perché se lo diventano automaticamente perdono il diritto ad essere considerati uomini, di essere chiamati col nome d’elezione, e declinati col genere d’elezione.
Questa richiesta, perentoria e violenta verso l’identità dell’uomo trans, era motivata dal fatto che il semplice avvenimento che un ftm sia diventato genitore genera un “paradosso” rispetto alle teorie sul simbolico materno elaborate dai femminismi.
In pratica, l’unica genitorialità “accettabile” che riguarda un ftm è quella che avviene quando un ftm è etero ed ha una compagna, donna biologica, ed è lei a partorire il figlio tramite inseminazione artificiale. In tutti gli altri casi (un ftm single che volesse diventare genitore in modo “naturale”, o un ftm che volesse diventare genitore con una compagna trans, un compagno trans, o con un compagno uomo biologicamente maschio), si genererebbe il paradosso di un figlio “senza madre o “con una madre che in realtà è padre” o “con un padre che in realtà è madre”, tutte opzioni che intaccano il mito del “simbolico materno”.

Non mi dilungo sui toni con cui questa polemica era stata portata avanti da entrambe le parti, con feroci prese di posizioni che risultavano censorie verso le persone trans, la loro autodeterminazione, il rispetto del loro genere d’elezione e persino del loro diritto a diventare genitori senza impegnare nessuna persona che da quella genitorialità risultasse coinvolta anche relazionalmente (infondo si parlava di due genitori biologici che hanno poi accolto con amore il bimbo nelle loro vite).
Credo che sui toni ci si possa capire, tra persone realmente interessate a parlare del tema.

Quello su cui vorrei invece dilungarmi è il rischio di strumentalizzazione della genitorialità trans ad opera dei sostenitori della GPA e degli oppositori della stessa.
Del resto la genitorialità ftm, anche genetica/biologica, è un tema molto antico: basti pensare a tutti coloro che sono diventati genitori prima della transizione, e anche della stessa consapevolezza o piena accettazione della propria identità di genere, e che i figli chiamano “papà”, nonostante il loro contributo genetico/biologico a quella nascita sia quello di “madre”.
Perché quindi tanta avversione verso gli ftm genitori?

Tutto ruota attorno al “simbolico materno”, un concetto chiave dei femminismi, a me oscuro fino al periodo post-Cirinnà, che ha visto LGBT e femministe “costretti” a dialogare, separati in casa, in una casa molto stretta, coinvolti da non pochi litigi, incidenti diplomatici e profonde incomprensioni concettuali.
Il “simbolico materno” è uno strumento molto potente che femministe, etero e lesbiche, hanno contro la GPA usata da coppie gay. Non può esistere una nascita “senza una madre”, e quindi un figlio non può essere di due uomini.
Un figlio nato da un uomo biologico, gay o bisessuale (o perché no? un marito o compagno eterosessuale con cui un ftm ha fatto un figlio quando viveva come donna), insieme a un uomo ftm, è figlio di due persone di sesso opposto (una biologicamente maschio, una biologicamente femmina) ma dello stesso genere (due uomini), e questo crea un paradosso: quel bambino è figlio di due uomini.
Se accettiamo la convenzione per cui “maschio e femmina” descrivono i corpi, e “uomo e donna” le identità di genere, quel bambino è letteralmente il figlio di due uomini.
Poco importa che questa genitorialità “gay” sia “ecologica”, e non abbia impegnato nessuna donatrice di ovuli, o gestante a pagamento, perché non vi è “ecologia” rispetto ad un “simbolo” dell’identificazione femminile e femminista.
Per alcuni femminismi, “l’esclusiva” della maternità è importante, ed è il fondamento di un pensiero. Senza quel fondamento (un tempo dato per scontato, prima che venissero fuori le storie dei trans “secondari” e delle persone trans-omosessuali), molti assunti teorici del femminismo cadono, come un castello di carte.
Tempo fa in un forum transumanista si parlava della possibilità di un’incubatrice che si occupasse della gestazione dall’inizio alla fine, permettendo a molte coppie (anche etero) di diventare genitori: nonostante non ci fossero sfruttamenti di gestanti umane, alcune femministe contestarono persino quella notizia.

E’ per questo che, prima del tam tam mediatico sulla GPA, le storie degli ftm genitori passavano inosservate. Esiste anche un documentario molto carino su una coppia di transgender (lui ftm, lei mtf), che li osserva giorno per giorno durante i mesi di gravidanza e la successiva nascita, osservando anche le reazioni delle famiglie e dei soggetti coinvolti.
Ora però i trans genitori sono un bersaglio di alcuni femminismi.
Alcuni trans reagiscono con un muro di gomma: non potete toglierci il diritto di “farci” i figli in modo naturale. E in effetti è vero: ci possono essere leggi che impediscono la GPA, altre che rendono impossibile l’adozione, o semplicemente puoi respingere una domanda di adozione o affido di un transgender (o di una coppia con uno o due transgender), ma tecnicamente non ci sono modi per impedire ad una persona transgender o non binary di non diventare genitore in modo naturale, in coppia o da single. E per fortuna!

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Per una trattazione onesta del problema, dovremmo fare riferimento anche alla strumentalizzazione che alcuni gay pro Gpa e alcune femministe intersezionali fanno degli ftm gay che diventano genitori insieme ai loro compagni. Il pretesto è: “avete visto che due uomini possono diventare genitori?”.
Queste affermazioni, però, portano ad un rigurgito, al chiarimento, da parte delle femministe “biologiste”, che non si tratta di “due uomini”, ma che c’è “una donna”, e che l’unica a poter partorire è “una donna”, e che “quella donna” dovrebbe “smettere di dire di essere un uomo”.
L’ftm viene dunque visto come qualcuno che fa “perdere punti” nella battaglia contro la Gpa.

In realtà la GPA è un tema che riguarda maggiormente coppie eterosessuali (formate da un maschio e da una femmina biologicamente tali) o omosessuali (formate da due uomini biologici), ma in rari casi ha riguardato coppie con la presenza di partners transgender (uomo biologicamente maschio ed ftm, oppure uomo biologicamente maschio ed mtf).
Legare il tema trans alla GPA è disonesto, sia da parte dei sostenitori della GPA, sia da parte di chi la avversa.

Credo che queste strumentalizzazioni derivino dal fatto che la persona trans viene sempre vista come un “oggetto” di un dibattito, e ma come “soggetto”. Femministe radicali, intersezionali, della differenza, uomini gay, persone queer, sono tutte lì a “definire” da fuori la genitorialità di un uomo ftm, a “decidere” se era “legittimo” farlo o meno, a “decidere” se nel farlo ha provato o meno disforia, se era “veramente” una persona trans o no, se è ancora un obbligo rispettare il suo genere d’elezione o no.

A nessuno importa il fatto che in molti Paesi un ftm single o un ftm gay non ha davvero altri modi per diventare genitore.
L’unica “pressione” è sottolineare il fatto che l’ftm è una “madre”, quando la parola madre, in relazione a quella genitorialità, ha un senso solo se strettamente associato alla dinamica del concepimento (geneticamente l’ftm ha fornito l’ovulo) e della gestazione (l’ftm ha portato a termine la gravidanza), ma a livello relazionale (e anche quello, nella genitorialità, ha un valore, e non banale…basti pensare ai genitori adottivi), quel genitore è un padre.

Forse la burocrazia potrebbe risolvere il problema introducendo la dicitura “genitore trans”, salvando capre e cavoli, e non sottoponendo l’ftm alla disforia di essere considerato una “madre”, senza il falso ideologico/paradosso del registrare un figlio, al livello sanitario, come frutto dei geni di due “padri” biologici.
A tal proposito, vi saluto segnalandovi questo interessante caso, proprio di questi giorni, che riguarda la burocrazia francese.

I teorici trans vogliono davvero rinunciare a “cisgender”?

Alcune correnti di femminismo vorrebbero “rottamare” la parola “cisgender” parola chiave dell’impianto teorico degli intellettuali transgender, poiché usata in modo denigratorio da alcuni autori queer. E’ giusto censurare il linguaggio elaborato da una subcultura?

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La prima cosa che ho esperito, e che ho teorizzato un decennio fa, quando ho aperto questo blog, è stata questa:

“una subcultura inizia ad esistere quando definisce l’altro da sè

Di conseguenza, secondo il mio ragionamento, “i gay” avevano iniziato ad esistere come gruppo sociale, consapevole di sè, nel momento in cui “i normali” erano diventati “gli etero”.
Omosessuale, eterosessuale, due realtà definite da parole simmetriche, con la stessa radice semantica, due condizioni “paritarie”, “paritetiche”.

Se si studia la storia di alcune subculture, etniche ed identitarie, si scopre che spesso definiscono l’altro da sé in modi poco comuni e spesso ignoti agli esterno, privi di senso se usati in altri contesti semantici:
i “gentili” per definire i non ebrei, i “profani” per definire i non massoni, i “gagé” per definire chi non è “zingaro”, “vanilla” per definire chi non ama il BDSM, e persino i “babbani” per definire chi non è mago…
Ci definiamo “europei” se si sta parlando di noi in relazione agli statunitensi, “occidentali” se ci stiamo confrontando con l’Oriente, col Medioriente, con l’Africa, mentre altre volte siamo semplicemente “italiani”: ogni appartenenza viene nominata solo quando serve in relazione al paragone, al parallelismo o al contesto di dibattito.

E fu così che i teorici trans, molto prima della diffusione del pensiero queer, dei femminismi intersezionali, dei transfemminismi, e della “commistione” tra attivismo LGBT e femminista, coniarono il termine “cisgender”.
Questo termine significava semplicemente “non transgender”. Come nel caso di “omo” ed etero” associato al suffisso -sessuale, cis e trans definivano solo se una persona aveva o meno una tematica di identità di genere.
La persona “trans-gender” era quindi quella che rivendicava un’appartenenza di genere diversa da quella prevista per il suo sesso biologico, mentre la persona “cis-gender” rivendicava (a volte anche dal punto di vista politico, come nel caso delle donne femministe) l’identità di genere attesa dal suo sesso biologico.

Cis e trans, quindi, non davano informazione alcuna riguardo all’accettazione passiva o meno ai ruoli e agli stereotipi di genere, perchè il suffisso -gender, nella parola cisgender e transgender, si riferivano squisitamente all’identità di genere.
A nessuno sarebbe venuto in mente di chiamare “trans” una donna femminista o lesbica che rivendicava di poter diventare una campionessa di calcio, o di portare i capelli rasati con sfumature alte, o di primeggiare nella fisica teorica.

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Il mondo trans ha avuto, ed ha, i suoi teorici. Essi hanno costruito, mattone per mattone, un linguaggio, creando spesso neologismi, concordandole con intellettuali a loro contemporanei, compensando alle carenze di una lingua che non aveva previsto alcune condizioni o concetti.
Oggi, però, ci chiede di spazzare via una parola chiave della nostra subcultura, su cui abbiamo costruito il nostro impianto teorico, che abbiamo usato nei nostri saggi, che usiamo per la didattica coi più giovani.
Il motivo? Il termine, usato da persone esterne alla nostra subcultura, che non vivono la condizione trans, avrebbe “cambiato significato”, diventando offensivo.

La maggior parte di persone che ce lo chiedono non appartengono alla corrente “negazionista dell’identità di genere” (perché ormai, ahimè, ci tocca sentire anche questo: quelli che credono che l’identità di genere non esista e ci riconducono semplicemente alla realtà del corpo, costringendoci a definirci socialmente solo in base a quella).
Tuttavia, alcuni degli attivisti che chiedono alle persone trans di smettere di usare cis non sono per forza in cattiva fede. A queste persone posso proporre altri termini sostitutivi di, ad esempio, “uomo cis”: uomo biologicamente maschio, uomo nato maschio, uomo geneticamente maschio, uomo xy (di conseguenza per la donna cis si userebbe donna biologicamente femmina, donna nata femmina, donna geneticamente femmina, donna xx).
Il problema si pone quando la donna femminista insiste sul doversi definire “donna e basta”, chiedendo addirittura che la donna trans si definisca semplicemente come “trans” senza neanche associare il sostantivo “donna” alla parola trans.
Il problema, quindi, per molte femministe, non è la parola “cis”, ma che “cis” e “trans” creano una “simmetria” tra due modi di essere donna, e loro questa simmetria lo la gradiscono.
Non gradirebbero neanche che si parlasse di “donne xx” e “donne xy”, o che si precisasse con “biologicamente femmine” quando si parla di loro, legittimando il fatto che ci siano anche donne “non biologicamente femmine”.

Immaginiamo, in un’universo parallelo, che siano state le femministe etero a sentirsi offese e sminuite per l’uso su di loro della parola “etero”. Immaginiamo che sia diventata l’espressione “donna etero” (e non “donna cis”) come negativamente connotata, come sinonimo di “donna supina ai ruoli” o di “donna sottomessa all’uomo”.
Immaginiamo che in quell’universo i queer e le transfemministe abbiano usato “etero” con quest’accezione, tanto da convincere le donne etero a voler essere chiamate “donne e basta”.
Immaginiamo anche, così come qualcuno chiede alle trans di non definirsi “donne trans” (donna sostantivo, trans aggettivo), ma solo ”trans”, che qualcuno chieda alle donne lesbiche di definirsi “lesbiche” e non “donne lesbiche”, rendendo “donna” un sinonimo di “donna etero”, come se fosse l’unico modo di essere “donna”.
Cosa farebbero a quel punto le donne lesbiche? Cederebbero al cambio di linguaggio, solo perché “i queer e le transfemministe hanno causato un cambio di significato?”.
Si piegherebbero davvero da dei dettami provenienti dal di fuori della loro subcultura?

Anni fa un teorico eterosessuale e femminista mi chiese di non usare “misandria[avversione verso l’uomo] all’interno dei miei saggi (e di conseguenza di non usare “transmisandria [avversione verso l’uomo trans, ad esempio operata da alcune femministe]), ma io ho insistito a volerlo usare, perché nel sub-linguaggio della mia sub-cultura ha senso parlare di questi fenomeni: se nel mondo etero può avere poco senso parlare di misandria, in quanto il problema principale è la misoginia, nell’ambito trans può avere senso porre i riflessioni sull’avversione anche per il genere maschile, oppure per il genere maschile “non nativo (di una persona trans). Ho vissuto quella richiesta come una censura, un’azione di cis-planning, di colonialismo culturale, e l’ho rifiuitata.

Concludendo, prima di cestinare “cis”, ormai presente in molta della nostra letteratura e saggistica, ormai divulgato, veicolato, frutto della nostra didattica, indicizzato sui nostri siti e blog, chiediamoci se ha senso farlo.
E’ capitato, in passato, che alcuni termini andassero in disuso, a volte per motivazioni politiche, a volte perché nell’immaginario erano termini che si erano connotati negativamente. In altri casi, alcuni termini sono stati “ripescati”, rivendicati: hanno assunto una connotazione positiva.
Non è quindi impossibile sostituire un termine, ma lo si deve fare per il motivo giusto.

Lettera a Daniela Danna, cosa ho apprezzato e non apprezzato della “Piccola Principe”

Sono stato uno dei primi a leggere il libro di Daniela Danna (La Piccola Principe), dopo la sua uscita nelle librerie. Ho fatto molta fatica a reperirlo, essendo piena estate, e alla fine ho dovuto usare Amazon.
Ho pensato che la cosa più sensata da fare, prima di scrivere una recensione, fosse mandare le mie impressioni a Daniela stessa, perché sono totalmente disinteressato al clima di contrapposizione e di opposizione creatosi negli ultimi due anni tra mondo lesbico/femminista e mondo trans, e che secondo me deriva, in buona parte, dal non riuscire ad avere un linguaggio condiviso.

Premetto che il mio è un punto di vista particolare, essendo io un uomo transgender ftm, ma anche un uomo gay e anche un sostenitore del percorso non medicalizzato come una delle opzioni possibili. Le mie impressioni, leggendo il libro, sono fortemente influenzate dal mio percorso personale e politico.

Vorrei mantenere la forma del testo che ho scritto “di getto”, dopo la lettura a caldo, direttamente a Daniela.

Daniela Danna

 

Cara Daniela,
come promesso, ti scrivo cosa mi è piaciuto, non mi è piaciuto, o mi risulta poco chiaro del tuo testo. Vado in ordine cronologico, e appunto considerazioni pagina per pagina.

 

Inizio dalle persone a cui ti rivolgi, ragazzine che pensano di avere una tematica di identità di genere (identificandosi come “altro da donna”) al femminile, immagino perché finora sono state “socializzate” come tali: dal tuo punto di vista ciò ha senso, ma se fossi io il giovane ftm in questione, preferirei che mi si rivolgesse il più possibile al neutro, proprio in quanto persona “questioning”, ma temo vada contro le intenzioni filosofiche del libro. Non dico questo in quanto sostenitore ideologico del linguaggio genderless, ma penso sia meglio lasciare la persona questioning “in campo neutro”, per venire incontro alla sua sensibilità.
So che non è la tua politica, ma volevo condividere il mio approccio con te.

 

Voglio pensare che questo libro non sia rivolto ai giovani transgender ftm, ad esempio a quel “me giovane”, che, in anni in cui non si parlava di t (figuriamoci di ftm, e figuriamoci di ftm gay) si è sentito “cancellato e frainteso”, ma che si rivolga piuttosto a chi “pensa a torto” di essere ftm, a chi, per i pochi strumenti che ha, a causa anche dell’età, confonde identità di genere, ruolo di genere, e orientamento sessuale, e quindi non si rende conto di avere una tematica di “lesbismo” o di “ruoli”, e di non essere, quindi, transgender.

 

Il problema che sollevi esiste, e io in dieci anni di “sedicenti ftm” ne ho conosciuti diversi, soprattutto sui social, ma non solo: era evidente, in alcuni di questi casi, che la tematica fosse chiaramente di “ruolo” di genere, e che la persona avesse un’insofferenza al binarismo sociale dei ruoli.
Queste persone, però, che hanno fatto il percorso in Italia, sono state bloccate alle prime sedute del percorso psicologico. I pochi casi italiani di de-transizionati riguardano persone che hanno fatto il “fai da te”, spesso senza approdare alle associazioni transgender.
Segnali, comunque, un tema che sto cercando di portare all’interno dell’attivismo transgender, e su cui il gruppo di attivisti trans con cui mi confronto (il Progetto Identità di Genere dei Circolo Rizzo Lari, ex Milk), ovvero l’esistenza dei “de-trans, e il pericoloso rischio, nel caso di persone di nascita xx, che la tematica sia squisitamente di ruoli di genere o di omosessualità non accettata.

 

Quando parli di esperienze relative alla scoperta di sè come ragazzina lesbica, non posso dare molti elementi di critica: non è la mia storia. Tuttavia penso che non sia diverso per chi, con un passato da “ragazzina maschile”, guardava i ragazzi (a me interessavano quelli delicati, quelli bullizzati perché effeminati, o perché rifiutavano di aggregarsi al gruppo dei bulletti): ci si sentiva, comunque, “satelliti” in un mondo in cui tutto ruota attorno al maschile virile ed eterosessuale. Qui colpisci nel segno, e ti faccio i miei complimenti.

Devo farti un appunto, probabilmente sgradevole: l’uso di uomo e maschio. Sicuramente conosci, forse la rifiuti, la convenzione che usa maschio e femmina per parlare di corpi e uomo e donna per parlare di “menti”. In tal logica, credo sia un errore dire che i transgender vogliano “diventare maschi”. I transgender (ftm) vogliono essere inclusi nel gruppo sociale degli altri uomini, ed alcuni di questi, se hanno una disforia fisica, vogliono anche adattare il loro corpo in modo che “somigli” a quello dei nati maschi. Questo lo spieghi anche tu, ma non avrei usato “diventare”. Sono termini che, come comunità di attivisti transgender, abbiamo “deprecato”: suonano riduttivi riguardo al nostro percorso, alla nostra capacità di analisi, introspezione e “contatto con la realtà”.

 

Sulla parte dei casi storici di “passing women” non dico nulla: nessuno sa i motivi che hanno spinto queste persone a vivere al maschile. Scrissi un saggio dieci anni fa, inoltre c’è una digressione interessante in questo testo, che ti consiglio. Sicuramente a volte era una questione di ruolo, altre di orientamento, altre di entrambe, e altre ancora di transgenderismo.

 

Poi parli di una sorta di “disforia giovanile”, che non ho ben chiaro se riguardi il genere (sentire di appartenere al gruppo sociale dei ragazzi) o il sesso (avere un fastidio per alcune parti del corpo, magari appunto per ciò che rappresentano), nelle ragazze lesbiche. Questo, come sai, non mi appartiene, e non ne ho esperienza. Penso che possa essere indotto da una svalutazione sia del femminile (e riguarda ragazzine con qualsivoglia orientamento), sia della messa in discussione della stessa possibilità che si possa essere donne attratte da donne (in una coppia deve esserci sempre un uomo tra i piedi, e se non c’è, allora…sei tu), in un mondo eteronormato ed eterosessista.
Credo fortemente che l’unica “disforia” non sia quella delle persone trans, ed è interessante che il mondo lesbico indaghi le “disforie giovanili” delle giovani questioning, che poi si scopriranno lesbiche, ma attenzione a non farne un discorso generale: una disforia che potrebbe sembrare simile, osservandone gli effetti, ha radici completamente diverse in una giovane persona Ftm (non riguarda il ruolo di genere, e non riguarda l’orientamento sessuale). Avrei sottolineato maggiormente questo punto.

 

Una delle parti che disapprovo maggiormente del saggio è quella in cui parli delle persone transgender. Usi “transessuale”, forse è una scelta, ma la comunità ha deprecato da tempo questa parola per passare a “transgender” (o, semplicemente, trans), proprio perché, come dici tu stessa, il sesso non si cambia.
Ad un certo punto, vuoi spiegare qual è il vero spartiacque tra le “tomboy questioning” e i “veri trans ftm”, e per farlo accenni all’ “odio/non accettazione per il/del corpo”.

Nei gruppi di autocoscienza ho conosciuto centinaia di persone, e nessuna, neanche i transgender medicalizzati, descriverebbero la loro esperienza usando questo come punto focale. E’ una lettura pericolosa, che porta a una visione “dismorfofobica” del percorso transgender, non mettendo al centro il vero punto focale: l’identità di genere e la richiesta che essa venga rispettata.

Anche quando parli del percorso medicalizzato, ribadisco il fatto che sarebbe meglio evitare il “vogliono diventare” (uomini/donne), perché una persona transgender ftm, come identità di genere, è già (a prescindere dalla medicalizzazione) uomo, e la medicalizzazione, semmai, avvicina la sua immagine fisica a quella dell’uomo nato maschio biologico, per favorire il suo benessere psicofisico e anche il riconoscimento sociale come appartenente al genere d’elezione.

Mi soffermo adesso sul punto in cui parli di persone che, prima dell’adolescenza, non hanno dato segnali dell’essere transgender. Forse questo dato può generare sorpresa in chi non fa parte della subcultura trans, ma da decenni noi T, per distinguere i nostri percorsi e le loro peculiarità, abbiamo rispolverato “transgenerità primaria” e “transgenerità secondaria” (termini ormai deprecati, e che suonavano sgradevoli quando qualcuno li usava per decidere le nostre sorti), per poter confrontare i vissuti diversi di chi si è scoperto o dichiarato transgender molto giovane e di chi, magari, ha portato fuori questa parte di sé in tarda età. Nessuno dei due percorsi, naturalmente, è più “autentico”, ma spesso l’aver sperimentato socializzazioni di genere diverse in età diverse porta utili elementi al confronto, così come avviene tra omosessuali o lesbiche che si scoprono o si accettano da giovani oppure, magari, dopo una vita tra matrimonio e figli.

Vengo al punto in cui citi l’autismo. Legare autismo e transgenerità è una nuova moda teorica che noi, che ci siamo battuti un’intera vita per la depsichiatrizzazione della condizione trans, non vediamo di buon occhio e non consideriamo scientificamente autorevole.
La ragazzina del tuo caso studio, che legava la sua apparente “freddezza” caratteriale, a quanto pare tipica del cervello neurodiverso, alla “virilità”, e quindi si identificava come ftm, commetteva il solito errore di confusione tra identità di genere e stereotipi di genere (in questo caso, uno dei peggiori). Mi chiedo come queste persone, in sistemi dove prevale la sanità privata, siano seguite dal punto di vista psicologico. I falsi positivi trans, che tu denunci, non fanno bene nè alle persone che ci incappano, né alla comunità trans.

 

Nel passo in cui si parla delle trans degli anni settanta/ottanta, ho colto, e spero di sbagliarmi, una maggiore “simpatia” verso chi, facendo il percorso mtf, non può cadere nel tranello dei ruoli: mentre è facile pensare che una ragazzina si possa “immaginare ragazzo” per liberarsi di una serie di catene dell’educazione riservata alle femmine, di una giovane persona in direzione mtf, quindi “verso il peggioramento sociale”, si immagina che il percorso sia maggiormente autentico (se vuoi vivere da donna, o sei masochista, o lo sei per davvero). Forse è per questa ragione che gli Ftm, storicamente, sono stati maggiormente nel mirino delle pensatrici lesbiche. Su questo mi piacerebbe confrontarci, amichevolmente.

Arriviamo al vero punto di incomunicabilità tra mondo femminista e mondo trans: il fatto che il femminismo usa “genere” come termine omnicomprensivo di “identità di genere” e “ruolo di genere”, termini che, per narrare l’esperienza trans, è necessario scorporare.
A pagina 24 usi “genere” non facendo questa distinzione, e fai considerazioni molto vere, con tutte le conseguenze drammatiche e sessiste che indichi, ma se attribuite a “ruolo di genere”. Questa parte mi ha molto colpito e invitato a riflettere, perché noi trans non ci interroghiamo e confrontiamo solo sul nostro tema specifico (l’identità di genere), ma anche su ruoli e stereotipi di genere (tema esteso anche a chi non è trans e su cui, storicamente, ci siamo sempre confrontati, ad esempio, con omosessuali e lesbiche).
Ogni persona trans deve confrontarsi sia con i ruoli relativi al sesso biologico, sia a quelli del genere d’elezione, e l’esperienza di passaggio, di “cambiamento di socializzazione di genere”, ci mette in un osservatorio privilegiato, rispetto alle diseguaglianze sia di sesso, che di genere.

 

Un’altra obiezione che sento di fare è sul fatto che la trattazione non tiene conto dei percorsi non medicalizzati.
Vi è una contrapposizione dicotomica tra il percorso butch/tomboy, o quello di “Big Pharma”.
E’ vero che gli attivisti transgender non med, in Italia, sono pochi, poiché il grave stigma riservato ai trans “senza passing” causa un elevato tasso di “velatismo”, però all’estero è una condizione sdoganata, e mi stupisco che, dove questo dibattito è nato, la condizione “non med” sia stata volutamente ignorata, forse perché pone ennesimi interrogativi e spunti che minerebbero i corollari delle due barricate.
Visto che contrasto il “vassallaggio” rispetto ad un dibattito nato in un luogo che vanta profonde differenze socio-culturali, perché non introdurre questi nuovi temi e punti di vista nel dibattito italiano? Il dibattito, qui, non ha ancora raggiunto i livelli di tossicità delle bacheche twitter anglosassoni, perché non provare?

In alcuni punti del tuo testo vedo una svalutazione del percorso medicalizzato, che non è il mio ma quello di tanti amici ed amiche. Si sottolineano gli “effetti collaterali”, come la calvizie, e, anche se la trattazione allude al fatto di fare questi trattamenti su minori (anche se in alcuni punti è poco chiaro se si stia parlando di testosterone o inibitori), la svalutazione poi colpisce i trans medicalizzati adulti, e secondo me si poteva evitare, perché “collaterale” al tuo messaggio principale. Immedesimandomi nei miei amici trans medicalizzati (adulti), mi sentirei svalutato se si parlasse così del mio corpo, e dei cambiamenti da me tanto attesi, che mi hanno così tanto reso felice (magari anche quello della stempiatura, se la persona la includeva nell’immagine di sé). Penso che la parte peggiore di questo pezzo sia quella dove si parla dei trans, mi perdonerai la parafrasi, come “esperimenti della teoria queer”. I ragazzi trans medicalizzati sono semplicemente transgender che, oltre alla disforia sociale, avevano anche una disforia fisica, e mi fa male sentirne parlare così. Spero che un giorno si possa fare un confronto aperto tra donne e uomini ftm portatori di percorsi diversi (med o non med) in modo da narrare le nostre storie in prima persona.

Sempre rimanendo sul tema della medicalizzazione, io posso comprendere lo scetticismo e la paura per la medicalizzazione dei minori, soprattutto se “questioning”, ma non condivido invece la critica alla sperimentazione sociale in quello che si crede sia il proprio genere d’elezione. Al netto delle posizioni ideologiche (che tutti noi abbiamo, sia femministe che trans, ed è inutile negarlo), cosa c’è di male nel far sperimentare nella socializzazione di genere un giovane questioning, salvo poi tornare indietro se il “vestito indossato” risultasse troppo largo o stretto?

Altro punto debole a mio avviso è l’aver trattato solo i casi “desister” la cui ragione era il “non essere trans”. Eppure vi sono casi in cui il dietrofront sociale è causato da paure sociali o dal fatto che il percorso medicalizzato non era quello più indicato o portava risultati modesti rispetto alle aspettative (soprattutto, ad esempio, riguardo alla ricostruzione dei genitali maschili).
Alcuni tuoi casi studio si descrivono al passato come “ragazze che odiavano se stesse”: se questa narrazione può essere reale per loro, ci sono “de-trans” che continuano a identificarsi come ragazzi, magari solo in una ristretta cerchia di persone fidate, ma hanno rinunciato al percorso med o a dare visibilità sociale alla loro identità di genere.

 

Condivido molto il tuo pensiero che  la pubertà la si debba sperimentare senza interferenze medicalizzate, ma voglio capire cosa intendi quando dici che i “bambini trans” non esistono. Penso che noi persone LGBT adulte lo siamo stati anche da piccoli. Un ragazzino è gay anche se in quegli anni non prova attrazione erotica, o non pratica del sesso omosessuale, e anche un ragazzino trans lo è anche senza medicalizzazione e coming out. Che poi i ragazzini sedicenti T (ma forse in generale LGBT) siano molti di più di coloro che useranno questa descrizione di sé una volta diventati adulti, è un fatto (un fatto su cui dovremo interrogarci, anche io stesso entrai nel panico negli anni dell’ingresso nel mondo del lavoro e “degli adulti”, e valutai di mettere nel cassetto me stesso).
Tuttavia, penso sia un po’ violento dire che “i bambini trans non esistano”, per chi di noi, lettore del tuo libro, bambino trans lo è stato. E io, guardando indietro, non penso a me come un bambino “non trans”, ma come una persona che, nell’epoca dei dinosauri, provava a raccontare cosa sentiva, ma senza ascolto, o con reindirizzamenti indesiderati verso “altro” (appunto il femminismo, o addirittura il lesbismo, nonostante io abbia sempre affermato il mio interesse verso partner ragazzi).

 

Vengo al termine “cis/cisgender”, che nella subcultura transgender usiamo da decenni per descrivere “l’altro da noi”, come i gay e le lesbiche usano “etero”. In un’ottica in cui la differenza tra ruolo e identità è assodata, cis è un termine innocuo e riguarda chi non ha una disforia di genere. Da quando è nata questa nuova visione che ingloba i due concetti, cis è stato letto come “persona supina ai ruoli” e in questo caso come “donna conforme ai ruoli”, ma ci sono donne cis estremamente emancipate e libere, come ci sono donne trans “oche”, ma esistono ad esempio anche donne trans emancipate e persino “mascoline”, perché, come dici tu, in ogni uomo o donna (trans o cis che sia) esistono sfumature di ruolo maschili e femminili, perché i ruoli non sono naturali, ma decisi a tavolino per “fare ordine”, e farlo dal punto di vista della convenienza maschile cis, ma poi ognuno di noi ha le sue predisposizioni ed evoluzioni riguardo ai ruoli. Cis non riguarda l’emancipazione dai ruoli. Se però nelle guerre femministe (intersezionali VS tradizionaliste), “cis” ha cambiato significato, questo è un grosso problema comunicativo per tutti noi che, prima  di queste guerre, abbiamo costruito un linguaggio e ora lo dobbiamo cambiare.

 

Andando avanti nella lettura, arrivo alle testimonianze delle ragazze intervistate, e leggo nelle loro parole tanta confusione e disagio. Mi dispiace che queste storie siano diventate l’emblema di una condizione. Io stesso quando mi contattano persone così a chiedere aiuto, le “provoco” e le stimolo a capire se la T è davvero la loro strada, anche se io posso solo dare un contributo di pensiero, e mai sovradeterminare gli altri.

 

Vedo che ad un certo punto viene introdotto il tema “nati nel corpo sbagliato”: io non mi sono mai sentito “nato nel corpo sbagliato”, e combatto questa retorica.
Esistono gli uomini xx, anche se sono pochi rispetto alle donne xx.
Esistono nella variabilità della “natura”, non è un’anomalia, un disturbo, ma una variante, e gli uomini xx hanno un corpo diverso dagli uomini xy.
Sono uomini diversi, per storia e per fisiologia/fisionomia, ma sono diversi anche dalle nate xx che hanno un’identità di genere femminile. Sono altro.
Politicamente chiederemo che il nostro nome e genere sia riconosciuto allo stesso modo di quello degli uomini xy, ovviamente, ma questo non significa negare di essere uomini xx.
Concludo sul tema “butch/tomboy VS ftm”. Se esiste un “sé misogino” che può portare una butch/tomboy a pensarsi come un ftm, esiste anche un “sè transfobico” che fa pensare il contrario a chi magari preferisce una vita da butch/tomboy ad una da trans ftm, cosa che, almeno in Italia (e qui sottolineo il bisogno di riportare il dibattito alla nostra realtà locale), è ancora uno stigma. Non credere sia facile dire, oggigiorno, “io sono trans”.

 

Tutti quelli che ho scritto vogliono essere spunti per un confronto. Forse possono fare chiarezza sul perché alcuni contenuti siano arrivati come uno schiaffo alle persone trans. Non è il mio obiettivo correggere con una penna rossa. Probabilmente alcune delle mie prospettive sui tuoi contenuti sono per te nuove.
Se, da un lato, il mondo lesbico non ha cercato interlocutori ftm, io stesso come ftm gay mi sono tenuto alla larga dalle lesbiche, sia per i precedenti “riparativi” risalenti a vecchi contatti, sia perché ovviamente preferisco la compagnia maschile e maschile gay, per ovvie ragioni identitarie. Oggi, visti questi strappi, penso sia stato un errore, quindi ci provo, provo a dire la mia.

Spero di non essere apparso supponente o sgradevole e che io possa pensare ad un dialogo con te e con la tua subcultura.

Con Stima
Nathan

 

www.mondadoristore.it

Robot sessuali: emancipazione o catalizzatori di sessimo?

La serie TV “WestWorld – dove tutto è concesso” ha creato uno scenario fantascientifico in cui viziati (e viziate) altoborghesi possono vivere vacanze all’insegna della violenza e del sesso in un parco “Western”, avendo piena libertà, di vita o di morte, di abusi sessuali, sui robot “residenti”, di fatto intelligenti quanto gli umani.
Sembrava una metafora distante, e invece …

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Da tempo mi interrogo sul sessismo della robotica.
Il film di qualche anno fa Ex Machina rappresenta bene questa problematica, dovuta forse al fatto che i principali autori di narrativa e filmografia fantascientifica sono uomini eterosessuali.

Già di qualche mese fa la notizia della creazione di Robot (uomini e donne) estremamente realistici pensati per la sessualità di persone (uomini, donne, etero e non) con disabilità mentale, argomento controverso e non privo di spunti di riflessione.

Di pochi giorni fa, invece, la notizia dell’apertura della prima “casa chiusa” con robot sessuali a Torino. Inizialmente ho postato con solerzia la notizia sulla mia pagina facebook, sperando di potermi velocemente confrontare con altri attivisti LGBT e sul tema dell’antibinarismo dei ruoli di genere.

La prima ad intervenire è stata Marina Terragni, che ha poi repostato la notizia e ha scritto un articolo che, seppur io non condivida la mistica della maternità, nè creda che i comportamenti sessuali dei peggiori uomini eterosessuali siano “nella loro natura” (virgolette che comunque mette la stessa Terragni), contiene interessanti punti di vista (premetto che io e Marina abbiamo visioni molto diverse sul tema transgender, ma non ho problemi a trovare convergenze su temi come questo, e ho visto varie persone LGBT scrivere che questa volta erano d’accordo con lei).

Sia l’uomo, sia la donna, sembrano stati scolpiti e pensati in base al desiderio maschile. La donna ha misure dei seni e delle forme estremamente stereotipate, e anche l’uomo ha un’espressione del viso che ricorda la classica giovane marchetta omosessuale.

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Premetto che il “bordello” dovrebbe essere aperto a uomini e donne, etero e non etero, ma sappiamo benissimo che di fatto il cliente standard dovrebbe essere, tanto per cambiare, un certo tipo di uomo eterosessuale.

Dunque, vi sono due scuole di pensiero, nell’attivismo, riguardo alle sexy robot:
la prima, che considera innato e inevitabile un certo tipo di desiderio maschile etero, incontenibile, violento, senza freni, senza la ricerca del consenso, e quindi considera conveniente che ci sia un modo di sfogarlo su pezzi di plastica, con cui il cliente può fare anche delle pratiche di sadismo spunto, di fetish, e di “dominazione”, anche, come dice l’autrice, con la bambola incinta.

L’altra scuola di pensiero, invece, si concentra sull’immaginario che queste robot, disegnate sui desideri più stereotipati e degradanti, stimolano e incoraggiano, risultando degradanti per la donna, creando un ambiente “circoscritto” in cui le più atroci violenze misogine sono lecite, seppur sulla plastica.
Mi viene in mente la serie di film di fantapolitica denominata “La notte del giudizio (The Purge)” e i suoi vari sequel e prequel, in cui, per una sola notte all’anno sono concessi tutti i crimini, permettendo di tornare, alle luci dell’alba, ad una realtà a bassissimo tasso di criminalità.
Possono essere quindi, le sexy dolls, uno “sfogo“?

La domanda rimane aperta e il confronto coi voi readers è fondamentale.
Come avete accolto la notizia e cosa ne pensate?

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Per un ftm ha senso dialogare col femminismo?

Mi chiedo se abbia senso questo dialogo tra femminismo binario e persone transgender, e in particolare se abbia senso che un uomo ftm attivista si confronti con questo tipo di femminismo, o se si tratta solo di un enorme spreco di tempo e di energie.

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Nell’ultimo anno il cambio di clima culturale mi ha “costretto” a confrontarmi col femminismo. In tante le femminisme ad avermi aggiunto tra gli amici facebook a mo’ di collezione per poi porsi, spesso e volentieri, in modo autoritario e maternalista nei miei confronti e nei confronti del mio attivismo, e in generale dell’attivismo LGBT o transgender.

Mi chiedo se questo dialogo possa avere senso, funzionare, ed essere conveniente dal lato delle persone transgender.

Spesso trovo un atteggiamento, soprattutto dalle appartenenti al femminismo binario, che mi ricorda quello dei Conquistadores, che, senza provare minimamente a capire la spiritualità animistica e sciamanica dei nativi americani, hanno “deciso” che erano dei “senza dio“, e hanno imposto loro il cristianesimo.

Vedo un approccio simile in queste femministe che pensano di poter insegnare alle persone trans le modalità di attivismo, le priorità, le alleanze vincenti, senza nessuno sforzo di leggere la nostra letteratura, di studiare la storia della nostra autocoscienza, senza sapere interpretare il valore politico dei nostri vissuti.

Inoltre, vorrei parlare della questione ftm: noto, da parte di un certo femminismo binario, un progresso: hanno finalmente capito che le “donne” trans sono le Mtf e non noi, e quindi adesso riescono a mettere in primo piano il genere e non il sesso.
Rimangono però “sessiste”, o sarebbe meglio dire “genderiste”, perché nel passo avanti che hanno fatto volendo dialogare con le trans (seppure con quell’insopportabile maternalismo), hanno “deciso” che noi siamo “uomini” (o peggio: vogliamo esserlo) e che quindi non possiamo parlare di generi, ruoli di genere, e binarismo, poichè saremmo portatori di maschilismo, machismo, e privilegi sociali.
A loro non importa se noi ftm lo facciamo da sempre, se lo storytelling dei nostri vissuti può dare tanto alla battaglia antibinaria, per la discriminazione che subiamo per ciò che siamo, e a volte anche per ciò che “sembriamo”: nel loro binarismo, se vuoi essere considerato uomo, a quel punto la tua voce in capitolo diventa pari a quella di un uomo cisgender eterosessuale, che può parlare poco, e se prende parola, deve osannare i contenuti della femminista di turno.
Non so se questa errata lettura degli ftm e del nostro ruolo all’interno del dibattito antibinario sia in cattiva o in buona fede, ma non deve essere “nostro” lo sforzo di spiegare il nostro diritto alla presa di parola.
E’ stato il femminismo ad avere interesse sul tema T, e a mostrarsi ingerente verso il nostro mondo, quindi devono essere loro, se vogliono prendere parola sui nostri temi (rimamendo comunque secondarie a noi quando parlano di noi, come i loro uomini sono secondarie a loro quando parlano di donne), a informarsi da noi, a imparare da noi, e non noi ad elemosinare la loro attenzione (che politicamente non ha una grande utilità), e a dover demolire i loro pregiudizi, la loro confusione tra identità di genere e ruolo di genere, e il loro pensare che un ftm sia una povera derelitta che “considera fico” essere uomo e “disprezza” l’essere donna.
Nel disprezzare l’ftm vi è quindi sia genderismo (considerare superiore il genere femminile, e quindi mettere a tacere quello maschile), sia transfobia (si nega all’ftm il suo particolare vissuto di persona trans).
Inoltre, si pone un problema personale: come posso dialogare con qualcuno che mi considera un interlocutore meno di valore a causa del mio genere? un nero dialogherebbe con un giallo che lo considera inferiore a causa della sua pelle? Se proprio devo dialogare col diverso, preferisco a questo punto gli etero al di fuori di ogni attivismo: almeno non partono prevenuti e ideologicamente granitici.
Comunque rimane divertente il fatto che un ftm con scarso passing venga considerato inferiore sia come uomo, sia come donna, da persone diverse. E’ divertente l’idea di tornare a casa dopo aver ricevuto molto maschilismo a causa dell’aspetto da persona XX (tra l’altro un femminile non piegato al desiderio dell’uomo etero), e poi connettersi a facebook per vedersi “discriminato” e considerato inferiore come uomo!
Che senso ha parlare con chi non ha capito che è giusto considerare un ftm come un uomo sotto ogni aspetto dal punto di vista giuridico, ma che non ha senso considerarlo portatore di un vissuto di privilegi maschili?

Temo inoltre che l’imperialismo culturale delle femministe su di noi stia in qualche modo funzionando: alcune donne trans potrebbero cadere nell’errore di sentirsi lusingate delle attenzioni che le femministe destinano a loro disprezzando noi “uomini” del transgenderismo, e potrebbero anche assecondare quel maternalismo che suggerisce loro i linguaggi e i metodi politici del femminismo, con quelle lunghe citazioni astratte da testi americani, completamente disconnesse dall’esperienza. Non sobbiamo lasciarci condizionare dalle loro penne rosse sui nostri tesi, o  dal tormentone dello “studia!”, quando è riferito sempre e solo alle loro autrici, e non viene mai preso in considerazione di studiare la nostra letteratura. Non dobbiamo cadere nella trappola, a causa di una nostra inferiorità culturale interiorizzata che non ha modo di esistere, di dialogare usando la loro lingua e le loro modalità, in un territorio in cui siamo stranieri, inesperti e goffi, quando noi abbiamo da sempre avuto forme politiche e comunicative non meno nobili ma diverse, e molto legate ai nostri vissuti, alla concretezza, e a tutte le riflessioni sociologiche e politiche che essi ci hanno portato a fare, in un confronto tra noi che non è stato mai binario, ma sempre bilaterale, proprio perché uomini e donne trans hanno molto da condividere, perché l’esperienza dell’uno nel passato è l’esperienza dell’altra nel futuro e viceversa. Il tentativo di proporre spazi binari di discussione, tema molto caro ad un certo femminismo, già non funziona nel mondo cis, ma non è per nulla applicabile al mondo trans. Noi abbiamo sempre tratto beneficio da spazi di confronto comuni tra persone trans in “viaggio” tra i generi in ogni diversa direzione. La persona trans, di certo, ha problemi squisitamente legati all’essere trans, e con la donna condivide altre problematiche e discriminazioni, e questo riguarda sia chi appare donna senza esserlo (un ftm senza un buon passing, o un ftm che ricorda il suo vissuto prima della transizione), sia chi lo è senza magari apparirlo, sia chi lo e lo appare, e vive come donna anche anagraficamente da anni.

Ho sempre pensato che le subculture potessero comunicare su un piano di temi comuni: su alcuni problemi ha senso che io mi confronti con le persone trans, su altri io potrei vivere, per ragioni estetiche, problematiche simili a quelle che vive, non so, una donna eterosessuale.
Io potrei avere tanto da dire, nel confronto con le donne che si occupano di femminile, su questo piano, che poi è il piano che porta un sacco di persone ad essere discriminate perché portatrici di un femminile “non conforme”, apparente o identitario (un gay effeminato bullizzato per questo, una lesbica butch, una femminista che non vuole piegarsi all’estetica dettata dall’uomo etero, una trans con scarso passing e che quindi “disturba”).
Se però il femminismo ci vuole “soldati” delle loro battaglie (GPA, prostituzione, stupri) e ci dà il permesso di soggiorno solo alla condizione che ci sia convergenza di posizioni su temi che non sono del mondo trans, e che necessariamente non devono vederci tutti uniti (ci saranno persone pro, contro, e molte totalmente disinteressate al tema), allora un dialogo non è possibile, ed è anche nocivo, perché ci toglie energie che devono essere destinate alle nostre battaglie storiche: l’antibinarismo e la transfobia, il tema transgender e professione, etc etc.

Abbiamo davvero bisogno di un dialogo che si propone come una “sfida a singolar tenzone”?