Lettera aperta a Marina Terragni, su trans, transmedicalisti e transcult

Al posto di commenti a status facebook, che si disperderebbero nei flames che ahimè dominano i social, ho pensato di rispondere a Marina, che ha tradotto un Manifesto di un gruppo di transmedicalisti inglesi, con una lettera aperta, che vuole solo mostrarle un altro punto di vista, e non attaccare il suo.

inglesi

Cara Marina,

all’interno del movimento LGBT sono uno dei meno critici verso il tuo pensiero, nonostante su molte cose il nostro pensiero diverga.
Mi hai citato (come appartenente al Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia) nel tuo libro “Gli uomini ci rubano tutto” e anche in un vecchio articolo per Avvenire, e, sempre del Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia avevi condiviso sui tuoi social il Comunicato Stampa di giugno.
Ecco, io condivido il tuo pensiero su molte cose: la condizione della donna nel mondo musulmano, ma anche di quella in Italia, oppressa dalle pretese dell’uomo etero, e anche su quella spinosa questione d’attualità di questa estate, sul bordello di bambole a Torino, e ti ringrazio anche per aver affiancato, negli anni Settanta e primi Ottanta le donne transgender nella loro battaglia per il riconoscimento legale del proprio genere d’elezione.

Tuttavia, a volte, mi dispiace leggerti quando scrivi di transgender relativamente al dibattito in corso attualmente.
Mi è capitato sottomano il tuo pezzo, “Essere transessuali contro il Transcult”, e vorrei darti il mio punto di vista di transgender ftm sul Manifesto dei transmedicalisti inglesi che citi, condividendone i contenuti.

Gli autori ed autrici del manifesto rivendicano per se stessi il termine “transessuali” (ormai deprecato dall’attivismo, per la sua origine psichiatrica e per il fatto che il “sesso”, oggettivamente, non si “cambia”), per indicare esclusivamente le persone in percorsi medicalizzati, prendendo le distanze dalle altre.

Portando avanti questo intento, queste persone si raccontano con un approccio patologizzante, con quella visione della propria condizione esistenziale che, nei gruppi di autocoscienza, molto simili a quelli che voi donne avete fatto decenni fa, proviamo a decostruire, passando da “ho una disforia” a “sono una persona trans”.

Nel loro manifesto, queste persone “transessuali” raccontano la loro storia dicendo del “bisogno” che hanno avuto dei medici per “essere esaminati” su “ciò che non andava”.
Parlano della via della medicalizzazione come l’unica legittima, l’unica che una persona sceglierebbe se fosse “veramente” trans, e sottintendono che sia giusto che, infondo, il mondo accetti una persona trans solo dopo che il suo aspetto sia tornato ad essere conforme a quanto socialmente atteso.
Solo così si possono avere vite “felici e produttive” e “contribuire alla società”.

Nel loro documento chiariscono che per i trans (medicalizzati) ormai tutti i diritti sono stati raggiunti e chiederne altri comprometterebbe il loro privilegio rispetto ai transgender “non med”, quindi non hanno voglia che alla società civile siano chiesti nuovi compromessi.

Inoltre bollano a “genuinamente” confusi (con un sano paternalismo) coloro che percorrono percorsi trans meno canonici e dicono che l’unica disforia possibile sia quella che comporta il desiderio del “cambio di sesso”, relagando tutto il resto ad un “disagio coi ruoli di genere”.

Immagino che come femministe vi sarete più volte trovate ad affrontare il problema di “essere il primo nemico di voi stesse” (come donne): quante donne avete aiutato ad emanciparsi dall’essere conniventi con l’immaginario “patriarcale” e dal proporre solo un unico modello dell’essere donna?
Quanto avete lavorato, insieme, col confronto, per decostruire questo pericoloso atteggiamento?

Ogni comunità deve fare critica interna. I gay devono combattere l’omofobia interiorizzata dei gay velati, magari di quelli che, nascondendosi nella Chiesa, propongono idee omofobe. Le donne, invece, devono lottare contro quelle donne che si sentono “più accettabili” di altre. So che questi sono discorsi “pericolosi”, perché il nemico principale rimane quello al di fuori delle nostre cerchie protette, ma questo non deve portarci a riflettere sui retaggi tossici che ci portiamo dietro, e che si portano dietro anche queste persone “transessuali” che, scrivendo questo documento, magari in buona fede, chiariscono che il loro sia l’unico modo legittimo di essere trans.
Quindi, proprio alla luce del lavoro che voi donne avete fatto su voi stesse, per “diventare” femministe, puoi capire la mia indignazione verso il pensiero di questo gruppo, e la mia preoccupazione verso il fatto che attivisti politici italiani riprendano questo pensiero, considerandolo giusto, onesto, sacrosanto, dimenticando quanto questo pensiero possa essere lesivo per chi transgender lo è, ma sta percorrendo un percorso diverso dal loro e non va delegittimato.

So quanto le femministe, molte di esse, abbiano a cuore la salute dei bambini questioning, e ci tengano che non si intervenga con la medicalizzazione prematuramente o in bambini che in realtà non sono transgender.
Se davvero il vostro punto di vista è questo, se siete così preoccupate degli effetti dei farmaci su queste persone, non dovreste essere le prime sostenitrici del percorso “non med” e del suo riconoscimento?

Premetto che anche se la medicalizzazione non è la mia strada, ho un enorme rispetto di coloro che hanno sentito di volerla fare per raggiungere la propria immagine di sé, ma se è sincera questa vostra preoccupazione sulle conseguenze della medicalizzazione, perché non sostenete i diritti di noi transgender non medicalizzati?
Se è vero che molte persone accedono alla medicalizzazione per un proprio sincero bisogno, altre ne farebbero a meno se una legge per il cambio documento le includesse senza chiedere il “pegno” di una cura ormonale di cui in alcuni casi non si sente il bisogno.

Se il problema è il “distinguere” tra “veri” e “falsi” trans prima di cambiare un documento, allora basterebbe far affiancare la persona, in questo percorso di cambiamento, da una figura opportunamente formata sui temi di identità di genere (e attualmente, a parte le grandi città, in Italia non è così, e molti professionisti o sono totalmente impreparati sul tema, oppure addirittura hanno approcci ideologicamente “riparativi”), in modo da assicurarsi (soprattutto per il bene della persona), che la scelta del cambio nome sia quella adatta alle sue esigenze.
Non sono d’accordo ad un approccio “patologizzante”, ovvero atto ad appurare se la persona “soffre o no di qualcosa”: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha depatologizzato la condizione transgender ed è questa la direzione verso la quale si sta andando.

Concludendo, se davvero la paura delle femministe è che l’autocertificazione possa, in pochi minuti, far si che un uomo etero maiale possa farsi rilasciare un documento al femminile per infilarsi negli spogliatoi femminili e fare il porco, io credo che ci siano molti strumenti giuridici per far si che questo non accada, per “bloccare all’ingresso” personaggi del genere (anche se mi chiedo davvero se un guardone arriverebbe a cambiare i documenti, cosa che comunque influirebbe sulla sua professione e sulla sua vita sociale, per infilarsi in uno spogliatoio e stare in mezzo alle donne nude, ma ormai da anni ho capito che alcuni uomini etero sono davvero capaci di tutto per essere molesti! basti pensare a tutti gli uomini etero che si reinventano queer, eteroflessibili e bisex solo per provarci con gli ftm non medicalizzati ed accedere alle loro forme fisiche femminili…).
Penso quindi che, se si lavorasse insieme, LGBT e femministe,  alle clausole da proporre in modo da evitare questi paradossi, potrebbe essere pensata anche in Italia una legge che permetta alle persone di cambiare i documenti senza l’obbligo di assumere ormoni, cosa che potrebbe rendere vivibili le vite di noi persone transgender non med e potrebbe permettere anche a chi volesse fare un percorso med di farlo con la serenità di aver già sui documenti il nome d’elezione.
Una legge di questo tipo, voluta anche da molti/e attivisti/e transgender medicalizzati/e italiani/e, come la nota attivista e scrittrice Monica Romano o l’avvocato ftm Gianmarco Negri, sarebbe una legge di civiltà anche per chi ha fatto percorsi canonici, poiché il riconoscimento delle nostre identità non dipenderebbe più da cambiamenti che “ci impegniamo a fare”, ma dall’identità personale di cui siamo portatori e portatrici.

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Dialogo con gli/le gender critical: si, ma entro i limiti del rispetto

La corrente di attivismo britannico che, col suo essere “gender critical”, pratica il negazionismo dell’identità di genere, merita spazio nel dibattito o rischia solo di toglierci energie?
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Un pensatore gay italiano, da circa un anno, mi ha invitato a seguire il dibattito britannico riguardante il profondo contrasto che vede a destra femministe radicali, attiviste lesbiche, gay tradizionalisti e persone T transmedicaliste (quelle che accettano i percorsi trans solo se medicalizzati), e, a sinistra, femministe intersezionali, persone pansessuali, non binary, queer e transgender .

Non chiamiamoli/e “TERF”

La corrente “a destra” viene chiamata “T.E.R.F” (Trans Exclusionary Radical Feminist), ma io non sono d’accordo con la scelta di questo termine, che comunque comprende altre individualità oltre a delle femministe radicali oltre a non comprendere tutte le femministe radicali. E’ più corretto dire gender critical (rispettando come loro, con un eufemismo, si definiscono) o negazionisti/e dell’identità di genere.
“Trans-escludente” allude all’esclusione da precisi spazi di elaborazione culturale e incontro, interni al femminismo o rivolti al femminile.
Quello che questa corrente fa è invece molto oltre: non si limita alla pretesa, che potremmo discutere pacatamente, di non far accedere le donne T a determinati luoghi, fisici e non, ma “l’esclusione” è diventata universale: tramite il negazionismo dell’identità di genere, anche la condizione T viene cancellata, o ridotta ad una patologia o dismorfofobia, se non ad una “banale” insofferenza agli stereotipi di genere.

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“Sei una donna con un problema di transgenderismo”

Ricordate la terminologia che usava sulle persone omosessuali lo psichiatra Joseph Nicolosi? Le persone omosessuali (in particolare gli uomini) erano da loro considerate degli “eterosessuali con un problema di omosessualità”, quindi una condizione identitaria, che non riguarda solo i comportamenti eroticoaffettivi ma tutti gli ambiti della vita e della partecipazione politica, veniva ridimensionata a “problema”.
Ai tempi a fare queste considerazioni erano gli esponenti delle teorie riparative, e di una visione della vita influenzata da un integralismo religioso. Tutta la comunità LGBT era compatta a contrastare questa visione e a difendere l’identità omosessuale.

Oggi, le femministe inglesi e il loro strascico di persone LGT aderenti a quella visione binaria e trans-avversa, hanno inventato dei modi per chiamare le donne e gli uomini trans.
Già alcune femministe nostrane, per non usare “donna trans”, dove trans è aggettivo e donna è sostantivo, hanno introdotto termini composti come “transwoman”, dove l’esistenza di un’unica parola permette loro di non “dover” chiamare “woman” le donne trans.
Allo stesso modo, termini come donna T, donna mtf, sono stati sostituiti, da queste femministe britanniche, con perifrasi come “uomini che si identificano come transgender, dove, a parte il fastidioso e vergognoso “si identifica” (quindi è opinabile e  reversibile) al posto di “è”, fa sparire la parola “donna” dalla definizione di donna transgender.

Allo stesso modo, gli uomini T diventano “young woman” (viene sottolineato il fatto che sono giovani per sottolineare cosa, poverinE, stanno sprecando) che si identificano come transgender, che ovviamente, dal loro punto di vista, si identificano così in quanto incapaci di affermarsi come donne in società, oppresse dallo sguardo maschile eterosessuale (attorno al quale, secondo alcune correnti femministi, tutto ruota).

negazionista identità genere

Tutto gira attorno allo sguardo dell’uomo etero: ma non le nostre identità di genere

Mi è stato girato recentemente questo tweet, in cui pare che alcuni ftm (che loro si ostinano a chiamare giovani donne che si identificano come transgender), immaginando 24 ore senza persone cisgender (ovvero persone non transgender) tra i piedi, avrebbero voluto sperimentare come donne.
Riportare i risultati di questo “studio”, proverebbe che la loro autodefinizione di transgender dipenda dallo sguardo dell’uomo etero, sempre presente, a loro detta, nelle “scelte” (scelte?) delle persone xx, talvolta spinte a definirsi e vestirsi per “attirare” questo sguardo, talvolta spinte a rifuggerlo, ma mettendono comunque sempre al centro di ogni autodefinizione di sé.
Tante cose potrebbero essere dette su questo meme, sul che parole usa per definire “ftm”, sul campione di persone che avrebbero risposto in questo modo (si tratta di persone risolte o questioning?), ma la domanda è: questo materiale va esaminato? Gli si deve dare una risposta? E’ degno delle nostre attenzioni o del nostro tempo?
A mio parere, il discorso è impostato così male, ad iniziare dalle parole che scelgono per definire gli ftm, che non vale la pena di dare spazio a questi punti di vista, sia agli/alle “influencer” che li sostengono all’estero, sia a tutti/e coloro, italiani/e, che hanno scelto di sostenerli e divulgarli qui in Italia.
Dialogo sì, ma coi requisiti minimi di rispetto.

 

Role-Variant e Desister: perché offendono i percorsi trans?

Sempre di questi giorni, la pagina di un “uomo non conforme”, che ama avere un’espressione di genere femminile e vive in questo modo, continuando a definirsi uomo.
Sarebbe un’opzione interessante, una persona da ammirare, se ovviamente alla sua posizione e condizione non corrispondesse anche una tendenza a “decidere” che invece le persone con un “aspetto” simile al suo, che però hanno una tematica di identità di genere e non di ruolo, per lui devono smettere di chiedere il rispetto della propria identità di genere e devono “accontentarsi” della sua opzione.
Mi ricorda molto una persona, che io conobbi come donna T, e che ora è tornata a vivere al maschile. L’avevamo accolto come amico anche nelle nuove vesti, ma poi lui ha iniziato a misgenderarci e ad invitarci ad “accogliere Gesù” tramite la sua chiesa neoprotestante, e ovviamente a sforzarci di vivere da cis.
Sbaglio a dire che, se ci fosse serenità nelle loro modalità, non attaccherebbero tutti noi?

men in pink uomo gender non conforming

Censurare le “opinioni” transfobiche: un boomerang?

Poi ci sono i vari casi di negazionisti dell’identità di genere tacitati sui social e negli spazi fisici di dialogo: posso capire un discorso sul tema della “censura”, discorso molto in voga anche nell’epoca storica delle Sentinelle In Piedi, degli “sposati e sii sottomessa” e di tutti quei contesti in cui delle persone, tra cui anche docenti universitari, rivendicavano la libertà di poter pensare e dire che donne e neri sono per loro “inferiori” e così via anche per le persone LGBT.
Io posso davvero tendere un orecchio agli anziani attivisti che ci invitano a non proporre metodi di censura, per l’effetto boomerang che avrebbero sulla nostra stessa libertà di esprimere il nostro pensiero, ma solo se siamo tutti d’accordo che quanto sostengono sia orribile.

Conclusioni

Se un tempo noi persone LGBT eravamo compatte nel combattere un certo tipo di pensiero binario ed eterosessista, oggi non è più così. Alleanze trasversali hanno spaccato il movimento rainbow: parte di esso si è alleato ad un femminismo, parte all’altro (e in entrambi i casi a comandare solo le donne cis femministe e non “i nostri”).
Ho pensato per molto tempo che fosse possibile non schierarsi, portare avanti un punto di vista originale senza farsi sovrascrivere dagli anglofoni e dai loro pacchetti preconfezionati (si basti pensare che nella loro letteratura i “non med” non esistono e coincidono con i non binary, quando sappiamo benissimo che la prima è una distinzione che si basa sul rapporto col proprio corpo, la seconda riguarda invece l’identità, e così come una persona può essere entrambe le cose, potrebbe essere solo una delle due cose) e cercando il dialogo con pensatori portatori di visioni divergenti.
Oggi penso che schierarsi sia necessario: si devono mettere dei paletti oltre i quali il dialogo diventa uno spreco di energie perché i presupposti non sono validi.
I nostri attivisti omosessuali e le nostre attiviste lesbiche, italiani/e, devono schierarsi, e decidere quali sono i presupposti oltre ai quali non è il caso di sostenere una posizione, in quanto eccessivamente offensiva verso il vissuto dei fratelli e delle sorelle transgender.

trans ridimensionanti

Discriminazioni per sesso e per genere percepito: il valore di un punto di vista transgender

Le persone transgender subiscono discriminazioni e vivono esperienze che talvolta riguardano il sesso d’appartenenza, talvolta il loro genere, talvolta i ruoli sociali che incarnano. E hanno tanto da dire, lo hanno sempre fatto…prima della “censura” ricevuta da parte da alcune correnti di femminismo.

Hands Up

Libertà di pensiero transgender: si stava meglio quando si stava peggio

Negli ultimi giorni ho riflettuto su come e in che modo è cambiato il mio modo di scrivere e di fare attivismo negli anni, anche in relazione al cambiamento dello scenario dell’attivismo italiano, a sua volta cambiato a causa dello scenario internazionale.
In anni come il 2008, il 2009, il mio contributo era narrare ciò che accadeva ad una persona di biologia xx e di identità e ruolo genere non conforme al sesso biologico, e corredare queste narrazioni personali con le riflessioni politiche che ne scaturivano, nella speranza di dare sostegno e costruire un immaginario per chi, in quegli anni privi di riferimenti, quella condizione la viveva.
Discriminazioni e disavventure che subivo e vivevo erano legate a molti elementi: al mio sesso biologico (se veniva percepito e ad esso si legavano presunzioni sulla mia identità di genere ad aspettative sui miei ruoli), al mio genere (tutte quelle aspettative che vengono trasposte in chi è uomo perché biologicamente maschio ma anche in chi rivendica questa identità di genere) e al mio ruolo (a volte in quanto difforme al mio sesso e quindi al genere percepito relativamente ad esso, a volte in quanto difforme a ciò che “dovevo” essere in quanto uomo).

Cambia lo scenario: il sodalizio tra movimento LGBT e femminismi e il pericolo di colonialismi e maternalismi

Negli anni tra il 2008 e l’inizio del 2016, io ho sentito grande libertà di espressione, sia nella mia esperienza di Blogger e fondatore del movimento transgender “non med”, sia nella mia esperienza di saggista e vignettista per la rivista Il Simposio e per altre testate, sia in quella di presidente del Circolo Milk (oggi Rizzo Lari) di Milano.

Poi, qualcosa è cambiato. Tutto è successo a cavallo tra la proposta di legge sulle unioni civili e la discussione sulla stepchild adoption, e la successiva approvazione della legge “ritoccata”.
In quel momento sono successe due cose, in parallelo: la perdita di identità del movimento LGBT e l’entrata nel nostro movimento dei femminismi in varie forme (radicale, intersezionale, della differenza), col “cavallo di Troia” del tema “Gpa”.

Ad essere contesa tra i due movimenti, LGBT (che personalmente sento come “mio” Movimento) e femminista è soprattutto la lettera T, che viene vista come a cavallo tra due mondi: quello “rainbow” e quello dei “gender studies”.
Queste ingerenze sulle tematiche T ha provocato quello che oggi, con una parola “rubata e riadattata dal femminismo”, che però rende bene, ovvero il “cisplaining”.
Se prima gli autori T erano liberi di esprimersi sui loro temi, oggi sembrano oggetto di un maniacale controllo esterno da parte di esponenti dei vari femminismi.

Un altro grosso problema è stato l’imposizione del linguaggio femminista: nel giro di due anni abbiamo dovuto “imparare” i grandi nomi dei femminismi, le viventi e le non viventi, ma anche un sacco di parole chiave e concetti che non facevano parte della nostra subcultura: partire da sé, autocoscienza, mansplaining, indisponibilità, e via dicendo.
Forse, erroneamente, abbiamo provato ad adattare questi loro termini alla nostra elaborazione, a farli nostri, adottarli, senza renderci conto di come in realtà stavamo solo facendo la parte dei nativi americani nella colonizzazione, in un meccanismo condito di maternalismo e gerarchia di subculture.

La censura: ” se vuoi essere trattato da uomo, smetti di parlare della discriminazione che subisci per il tuo corpo xx”

La cosa peggiore, però, è stata la censura: se un tempo potevo sentirmi libero di raccontare cosa avevo provato di fronte all’insistenza di un uomo arabo, o ad essere buttato fuori dal bagno degli uomini e anche da quello delle donne, oppure potevo condividere le mie analisi di ingegneria sociale ottenute grazie ad iscrizioni come uomo, donna, “altro”, nei portali di dating, per ricavarne articoli sul tema del binarismo dei ruoli nel mondo etero (uno dei temi centrali del mio blog, anche se non l’unico), oggi mi viene “gentilmente” chiesto di tacere su tutto ciò che non sia maschile o transgender.
Oggi mi si dice che, se parlo delle disavventure che avvengono nella mia vita a causa del mio corpo xx, e delle aspettative che crea in quanto visibilmente tale (cosa tipica dei transgender non med e delle persone non binary “afab”), io sovrascriverei le donne.
Loro mi “invitano” a parlare “da uomo”, con frasi (involontariamente trans-avverse) come “se vuoi essere riconosciuto come uomo, limitati a fare l’uomo!”.
Quello che non capiscono, nella loro visione binaria in cui, nella partita a Risiko della vita, puoi essere solo il carrarmatino rosa o quello celeste, è che una persona T appare tante cose diverse, e molte di queste sono la fonte della multiforme discriminazione che subisce.
Se la persona T non “apparisse” altro rispetto a ciò che, identitariamente, è, sarebbe una persona cis (ah già, ora non si può usare più neanche questo termine!), e quindi non avrebbe nessuna discriminazione (relativa all’essere transgender) da “narrare” (ma potrebbe averne altre, relative all’etnia, al sesso biologico, all’orientamento sessuale o ad altro ancora, ma questo è off topic rispetto al mio articolo).
Quindi a che titolo viene chiesto alle persone trans di limitarsi a parlare solo come appartenenti al proprio genere e non relativamente al proprio sesso biologico? (o il contrario).
Il binarismo tipico di altre subculture non si applica alle nostre vite, alla nostra politica, al nostro approccio.

Essere ed essere percepiti: due modi di sperimentare la discriminazione

Una volta un mio amico etero mi disse che era stato percepito come gay e bullizzato per questo, e quell’esperienza lo aveva sensibilizzato sul tema dell’omofobia del nostro Paese.
Allo stesso modo, il mio amico di colore, adottato da neonato, ogni volta che gli danno del “tu”, e presumono (non si dice “assumono”! piccola frecciatina ai millennials che si formano su siti anglofoni) che sia un migrante, prova qualcosa di simile a quello che proverebbero loro.
Questi contributi sono preziosi, sia perché possono illuminare una persona sulla discriminazione che colpisce chi è a lui vicino, ma anche perché, da queste narrazioni, un individuo esterno può imparare tanto.

Alla luce di questo, perché io dovrei limitarmi a parlare solo di alcuni aneddoti della mia vita, e non di altri?
Recentemente, un ragazzo gay che stavo frequentando, dal portale luixlui PlanetRomeo, si è tirato indietro dalla prospettiva di un’eventuale relazione a causa della mia visibilità di attivista gay (si, gay, non trans) in quanto la sua famiglia non lo accetta e al lavoro non sanno di lui.
Ecco, questa è un’esperienza da me vissuta che sarebbe potuta accadere ad un altro gay qualsiasi (anche biologicamente maschio), esattamente come quando, da giovane, io e il mio ex fummo aggrediti e spintonati da un gruppo di bulletti che ci rivolgevano frasi omofobe.
Poi però è anche capitato che in treno una ragazza e il suo compagno si convincessero che io stessi guardando lei “con concupiscenza” (avevo lo sguardo perso nei cavoli miei) e mi aggredissero presumendo che io fossi donna e lesbica, e anche questo mi insegnò molto su quello che potrebbe provare una ragazza lesbica, o magari mascolina (considerata lesbica in quanto tutto ciò che non si esprime in modo consono in relazione al desiderio dell’uomo etero viene considerato tale) che vive questa situazione, e anche su come le persone etero credono di essere automaticamente l’oggetto del desiderio delle persone omosessuali.
Qualcuno mi potrebbe dire che quello che prova un ftm offeso come lesbica è completamente diverso da quello che prova una lesbica offesa come lesbica, e che anche una donna butch scambiata per uomo ftm e pertanto offesa proverà qualcosa di completamente diverso da un ftm a cui accade, ma questo significa che le nostre esperienze non sono significative e che non abbiano un valore?

Altre volte, tante volte, io vengo visto dagli estranei, percepito erroneamente, come giovane donna che non si comporta e veste in modo adeguato, soprattutto se sanno o capiscono che mi interessano gli uomini, e quindi per loro il mio essere/agire è incomprensibile, e anche sbagliato.
Perché io non dovrei poter dire la mia in merito?
E’ ovvio che io, in quanto uomo T, vorrei essere percepito e trattato come l’uomo che sono, ma è anche vero che, visto che nella realtà “materiale” io spesso appaio all’osservatore/trice come una persona xx “e quindi donna”, questi aneddoti quotidiani non possono lasciarmi indifferente verso le aspettative di ruolo riversate sulle donne, e su quel tipo particolare di misoginia che colpisce la donna di ruolo di genere non conforme.
Io non voglio definirmi femminista e non lo sono, ma l’apparire talvolta ragazzo gay, talvolta donna lesbica, talvolta donna etero stramba, talvolta giovane maschietto che deve comportarsi “da maschio” come gli altri, pena l’esclusione, mi ha cambiato: ha modificato la mia sensibilità personale e politica, e allora perché dovrei essere censurato nel divulgare tali punti di vista?

Essere discriminati per il corpo, poterne parlare, ma essere rispettati per la propria identità di genere

Io non sovrascrivo nessuna persona o identità politica: io sarò sempre un uomo T che vive certe situazioni in quanto “percepito” altro, ma le cose che mi accadono in quanto percepito altro da “uomo xx gay” hanno arricchito il mio punto di vista, e creano potenziali scambi di idee con chi “è” una di tutte quelle cose che io potrei essere o sono stato percepito (donna etero di ruolo non conforme, donna lesbica, ragazzo gay biologicamente maschio, ragazzino presumibilmente etero).
E’ sbagliato limitare le persone ad un preciso ambito di pensiero: semplicemente, basta capire che è il “punto di vista” che sarà diverso, e questo non può che essere un contributo positivo nello scambio di idee.

Io pretendo di potermi esprimere su tutto ciò che mi accade, portando il mio punto di vista, e pretendo che nessun movimento esterno al mio mi censuri.

Tornare alla “presa di parola transgender”

Sono molto giudicato per il mio “scetticismo” verso il “connubio” tra movimento LGBT e movimento femminista.
Tutti sanno che, probabilmente, nessuno più di me ha cercato dialogo, e lo dimostrano le amicizie in Libreria Delle Donne, o il confronto con Daniela Danna, ma è giusto riconoscere che questo sodalizio tra mondi rischia di limitare e compromettere la nostra libertà di pensiero e d’espressione.
Dalla penna rossa per l’uso di una “parolaccia” per esprimere un concetto o raccontare un episodio, alla vera e propria censura per l’uso di alcune parole chiave del mio pensiero (cisgender, cis-sessismo, transmisandria, misandria), sono molti i contesti in cui la nostra libertà di attivismo è stata “ridimensionata”, e mai come in questo momento sento l’esigenza di ribadire la necessità di una decisa e indipendente “presa di parola transgender”.

La “presunta” fluidità XX e la manipolazione sociale sessista

L’abbondanza di persone di biologia xx (donne, uomini ftm, non binary di origine biologica xx) che si definiscono sapiosessuali, demisessuali, pansessuali, attratte da persone più anziane, invita a riflettere: questa “flessibilità” è indotta dalla cultura sessista?

sapiosessuali

Quante volte noi persone di biologia xx ci siamo sentiti dire che la nostra maturità eroticoaffettiva era “superiore” a quella dei maschi biologici?

Fin da piccoli, le nostre zie, maestre, ci hanno detto che “la donna” ha un approccio più maturo rispetto all’uomo.

Ci sta che tu ti metta con un ragazzo più grande, la donna matura prima e i suoi coetanei sono infantili
La donna, diversamente dall’uomo, non scopa, fa l’amore
Noi donne amiamo l’anima, possiamo amare anche un uomo esteticamente brutto, perché andiamo oltre e ci concentriamo sull’intelligenza, la cultura, il carisma, il savoir faire
La donna è per natura più fluida e bisessuale, si sa, quasi tutte le donne lo sono”.

Quante volte noi persone xx, soprattutto negli anni in cui credevamo essere del genere atteso (atteso rispetto al nostro corpo), o anche quando gli altri ci percepivano di genere femminile, coinvolgendoci in vari “pour parler”, ci siamo sentiti dire queste frasi?
Quante volte abbiamo anche creduto che potessero essere in parte vere o scientificamente fondate, per motivi biologici e culturali?

Vi siete mai interrogati/e sul fatto che dire che “il cervello xx sa fare due cose contemporaneamente” sia un modo per giustificare la pressione che viene messa alla donna che deve essere madre, moglie, serva e professionista e che “può” farlo a causa del suo corpo, mentre l’uomo, “poverino”, deve limitarsi alle attività che lo valorizzano e lo divertono?

Proviamo a decostruire questi stereotipi uno per uno:

La presunta sapiosessualità

Hanno convinto le persone xx di saper “andare oltre” l’aspetto fisico del partner, di poter provare eccitazione anche insieme ad un corpo brutto e sgradevole, se l’attrazione avesse preso altre strade, cosa vera per alcune persone (sapiosessuali), ma non dipendentemente dal sesso e/o dal genere.
A cosa porta questo? Ad una retrolettura per cui la donna, “ancestralmente”, dovesse cercare il partner affidabile per far mantenere se stessa e la prole.
Sempre secondo questa lettura “da caverna”, l’uomo invece non sarebbe stato abituato, nei secoli, a cercare la partner intelligente, colta e capace di indipendenza economica, ma appunto quella “bella”.
Quindi in che senso, in una società diversa, uomini e donne dovrebbero rientrare ancora in questi schemi?  Stiamo tornando alle teorie evolutive di Lamarck (sosteneva che le caratteristiche acquisite si trasmettessero alla prole) o forse la società di oggi è rimasta un po’ come quella delle caverne?
A Milano, anche in ambienti femministi e di sinistra, quante donne si auto-mantengono economicamente?

 

La presunta demisessualità

Ci hanno fatto credere che la persona xx sia “per natura” demisessuale, ovvero atta ad interessarsi sessualmente solo in presenza di un legame forte, emotivo o di relazione.
Come già detto per la sapiosessualità, la demisessualità esiste e riguarda persone di ogni sesso e genere, ma capiamo perché la vogliono “appioppare” alle persone biologicamente femmine:

  • la donna, ancestralmente, cerca il padre dei suoi figli, e non “si concede” se non in un progetto di coppia e famiglia: torniamo ad approcci da Lamarck già descritti per il punto precedente.
  • la donna deve tutelarsi da gravidanze indesiderate e quindi “seleziona”: ok, ma siamo nell’era dei contraccettivi…
  • la donna è demisessuale perché il sesso fine a se stesso non le piace: sarà perché quel sesso è spesso pensato a misura dell’uomo e non del piacere della donna?

La presunta demisessualità della donna è anche uno strumento atto a mortificare quelle donne che demisessuali, invece, non lo vogliono essere: infatti chi non è viene subito accusata di scopare “come un uomo” o di essere “troia”.

differenza età

La presunta attrazione per i più “vecchi”

Con la storia che la donna “matura prima” o comunque “rimane più matura”, sostenuta da questioni biologiste (il menarca precoce?) o Lamarckiane (la donna primitiva che diventava madre a 12 anni…), le giovani donne vengono intortate al fatto che in loro ci sarebbe una “naturale predisposizione” a finire con uomini più grandi o come minimo coetanei, e viene anche inculcata l’idea che stare con uno più giovane non sia “normale” o sia relegato a situazioni di sesso (nave scuola, toy boy) e quindi senza futuro e comunque opinabili.
Invece, sempre con lo stesso alibi, viene incoraggiato il maschio (sia omo che etero) attratto “naturalmente” dalla cosiddetta carne fresca.

La presunta pansessualità/bisessualità

La bisessualità della donna, nella sua affermazione e sperimentazione, è incoraggiata, ma questo, apparentemente a suo favore, non lo è.
La retrolettura è che la donna, socialmente abituata a dover accettare ciò che arriva, magari in matrimoni combinati o essendo scelta per moglie senza poter dire di no, è quindi più “flessibile” nella sua attrazione.
Inoltre, basta vedere come sui portali di dating etero, usando il filtro bisessuale (sperando magari che qualche uomo si dica tale, ed effettivamente alcuni lo fanno), la maggior parte delle volte questa parola è presente nelle descrizioni degli uomini non tanto per dichiararsi tali, ma per dire che vorrebbero una partner che lo sia, ovviamente per poi finire in situazioni a tre dove farebbero i galli nel pollaio delle donne.
Inoltre c’è una censura verso tutte le donne che si impuntano a dire di essere rigidamente omo o etero, e, al di là delle questioni spiacevoli in atto nei dibattiti femministi, i corpi xx sono stati troppo violati da questa “richiesta” di flessibilità per non trovare ragionevole la richiesta di queste donne di NON essere flessibili se non sentono di volerlo essere.

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Conclusione

In questo mio post ho un approccio “biologista”: parlo di persone xx, quindi di donne e anche di ragazzi ftm e non binary. Perché?
Perché la pressione in tal senso ha riguardato soprattutto coloro che sono stati “educati” da donna, subendo tutto il retaggio sessista e sessuofobo riservato a chi come noi viene educato nel genere “atteso” femminile.
E l’abbondanza di ragazzi ftm e di non binary di origine biologica xx che sono sapiosessuali, demisessuali, pansessuali è oggettivamente sospetta.
Poi, per carità, potremmo dire che il problema è opposto: che i nati e le nate maschio sono invece scoraggiati verso questi approcci e sperimentazioni, che qualcuno potrebbe considerare maggiormente evoluti ed aperti (non io, che non do giudizi di valore in merito).
Concludo chiarendo però che questo articolo riguarda anche tutte le persone di genere percepito femminile, quindi anche le donne T che come tali vivono, nelle loro interazioni in cui come tali sono percepite e considerate.

“Adotta un ragazzo” è un’app di incontri basata davvero sull’inversione dei ruoli di genere?

Continua la mia avventura nel recensire i portali di dating, per (at)testare il loro binarismo.
Ecco il turno di AdottaUnRagazzo, app che “promette” l’inversione dei ruoli tra uomo e donna. Manterrà le promesse? Ecco le mie considerazioni in merito.
adottaunragazzo
Chi mi segue da anni sa che il mio impegno “contro il binarismo dei ruoli di genere” mi ha portato ad addentrarmi nei meandri di molti universi (come ad esempio quello dei portali di dating) per attestare la tossicità delle dinamiche binarie, sessiste, ìmpari, che si creano puntualmente quando due soggetti di sesso opposto, presumibilmente eterosessuali o bisessuali, si incontrano per capire se c’è una sufficiente compatibilità per intraprendere una relazione d’amore o di sesso o un semplice incontro una tantum.

Nel panorama delle applicazione di dating, più volte sono comparsi dei nomi interessanti, come quello di Gleeden, portale principalmente rivolto a “donne mature e sposate con voglia di trasgressione extraconiugale. Avevo poi verificato che le logiche del portale erano tutt’altro che antibinarie o incentrate sulla scelta della donna.

Quando sono apparse, sui principali canali, le pubblicità di “Adotta un ragazzo”, nonostante da anni avessi interrotto i test sui portali di dating rivolti all’incontro luixlei, non ho potuto sottrarmi alla ricerca, spinto dal sottotitolo del portale/app: l’inversione dei ruoli.

Ho provato quindi ad iscrivermi per testare il portale, appurando che, come sempre, sebbene l’accesso sia gratuito sia se ti iscrivi come ragazzo che se ti iscrivi come ragazza, ai ragazzi è chiesto comunque un pagamento se vuoi interagire al di fuori dalle logiche del portale.

Veniamo quindi a queste logiche, che “à la carte” dovrebbero essere “a ruoli invertiti”.

La donna si iscrive, e può cercare i ragazzi tramite alcuni hashtag, basati su caratteristiche fisiche (androgino, capelli biondi, barba) o di lifestyle (hipster, geek, nerd, metal, hiphop, ballerino, motociclista). I ragazzi sono presentati in “collezioni“, ed è presente, ma solo da pc, anche il filtro per “bisex“.

adotta un ragazzo

E’ ben sviluppata la parte in cui il ragazzo si descrive, e deve farlo al meglio per guadagnare punti, in modo da collocarsi nelle prime posizioni nelle ricerche, che infatti mostrano, no a caso, i ragazzi esteticamente più giovani ed avvenenti. La cornice descrittiva, effettivamente, è pensata per risultare attraente alla donna, che può selezionare gli “articoli” che le aggradano: proprio così, articoli, in quanto i ragazzi, quasi tutti giovani, sono descritti come pacchi regalo che la donna può mettere nel suo carrello.
Solo da quel momento il ragazzo può scrivere alla donna, a meno che non voglia forzare il meccanismo “facendo un incantesimo” e chiedendo quindi, scavalcando la scelta della donna, se lei desidera interagire con lui. Purtroppo questa opzione è molto usata, rompendo la magia del portale.

I “bug” del portale, più che tecnici, sono sociologici, in quanto in Italia il portale si rivolge al pubblico locale, abituato a riportare i ruoli tradizionali anche in una logica softwaristica che vorrebbe annullarli. Inoltre molti iscritti, attratti dal sottotitolo sull’inversione dei ruoli, cercano dominatrice o donna “penetrativa”, o manifestano i più svariati feticismi, proposti anche in modo insistente fin dalle prime righe di chat.

Questo accade anche quando la donna non compila la sezione “preferenze di gioco sessuale” a tendina prevista dal suo profilo, che, effettivamente, contiene anche informazioni relative al bdsm.

Inoltre, la magia viene rotta anche a causa della classica dinamica di chi, pagando, ha fretta di concludere, e forza la donna ad esporsi riguardo ad un suo interesse (prima che ci sia modo di capire da parte sua, tramite una conoscenza e un confronto in chat), oppure cercando di spostarla in fretta e furia su altro dispositivo (whatsapp, telegram), poiché “l’abbonamento sta per scadere“.

Frequenti anche i maleducati, che, appurato che la ragazza non è interessata a parlare di sesso (cosa che qualsiasi persona xx trova ovunque e senza problemi), rispondono con insulti o segnalano il profilo della donna, “colpevole” di non aver fatto, per loro, chat erotica freeware.

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Concludendo, l’idea è buona, e sono sicuro che all’estero il portale funzioni benissimo, tuttavia quando un buon algoritmo si scontra con la mentalità italiana del “maschio latino“, il progetto non può che fallire: una donna davvero emancipata e interessata a giocare alle regole “promesse” dal portale, dopo pochissimo si stanca.

Ti fanno sentire la pressione di un “pene” puntato alla schiena come una pistola, con le classiche dinamiche di insistenza.

Interessanti, comunque, gli iscritti con tag “bisex”, e anche coloro che, compilando il profilo come geek, hipster, nerd, metallari, una persona compatibile a loro sul piano del lifestyle la cercavano davvero.

Consiglio quest’applicazione? Perché no.

Posso anche essere xx, ed essere attratto da xy, ma il mio punto di vista sarà sempre “viziato” dalla mia identità di genere maschile. Posso appurare che alcune dinamiche, a mio parere, sarebbero tossiche anche per una donna emancipata, ma saranno le donne stesse, provando l’app, a verificare se le avvertenze della mia recensione le sono state o meno utili.

Una curiosità divertente: solo a fine test ho deciso di caricare una mia foto, giusto per vedere le reazioni (il portale era parecchio insistente affinché io la caricassi, non dimentichiamoci che quando non paghi, la merce sei tu). Divertenti le reazioni di insulto e sospetto che io sia “maschio”, giusto per dire, ridendo per non piangere, che passiamo solo quando non dobbiamo 😀

“La piccola principe” alla Scighera – video dell’evento

Piccola Principe alla Scighera, un’occasione di confronto con Daniela Danna

Domenica 16 dicembre, alle ore 21.00, la Scighera, circolo Arci in zona Bovisa (Milano), presenta il libro “La Piccola Pricipe – lettera aperta alle giovanissime su pubertà e transizione“, con l’autrice, Daniela Danna, e con due ospiti.
Oltre a me (contattato dal circolo per la mia recensione, considerata interessante per i toni e i contenuti), l’altra ospite è Marina Cortese, ginecologa e femminista intersezionale, con esperienza clinica con persone T.
Vi aspettiamo numerosi/e/*, essendo un’ottima occasione per discutere pacatamente sulle nostre posizioni sui e sulle giovani “questioning” rispetto all’identità di genere.

www.mondadoristore.it

Articolo di “mente locale”
Sito della Scighera
Sito di Daniela Danna
Evento facebook con indicazioni sull’evento

Il locale è a 900 metri dalla fermata Dergano, ma per chi volesse arrivare coi mezzi appena sotto al locale, alla fermata MM Maciachini si può prendere la linea 82 per 7 fermate e scendere alla fermata “Via Candiani – Via Don Minzoni”

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