Lettera a Daniela Danna, cosa ho apprezzato e non apprezzato della “Piccola Principe”

Sono stato uno dei primi a leggere il libro di Daniela Danna (La Piccola Principe), dopo la sua uscita nelle librerie. Ho fatto molta fatica a reperirlo, essendo piena estate, e alla fine ho dovuto usare Amazon.
Ho pensato che la cosa più sensata da fare, prima di scrivere una recensione, fosse mandare le mie impressioni a Daniela stessa, perché sono totalmente disinteressato al clima di contrapposizione e di opposizione creatosi negli ultimi due anni tra mondo lesbico/femminista e mondo trans, e che secondo me deriva, in buona parte, dal non riuscire ad avere un linguaggio condiviso.

Premetto che il mio è un punto di vista particolare, essendo io un uomo transgender ftm, ma anche un uomo gay e anche un sostenitore del percorso non medicalizzato come una delle opzioni possibili. Le mie impressioni, leggendo il libro, sono fortemente influenzate dal mio percorso personale e politico.

Vorrei mantenere la forma del testo che ho scritto “di getto”, dopo la lettura a caldo, direttamente a Daniela.

Daniela Danna

 

Cara Daniela,
come promesso, ti scrivo cosa mi è piaciuto, non mi è piaciuto, o mi risulta poco chiaro del tuo testo. Vado in ordine cronologico, e appunto considerazioni pagina per pagina.

 

Inizio dalle persone a cui ti rivolgi, ragazzine che pensano di avere una tematica di identità di genere (identificandosi come “altro da donna”) al femminile, immagino perché finora sono state “socializzate” come tali: dal tuo punto di vista ciò ha senso, ma se fossi io il giovane ftm in questione, preferirei che mi si rivolgesse il più possibile al neutro, proprio in quanto persona “questioning”, ma temo vada contro le intenzioni filosofiche del libro. Non dico questo in quanto sostenitore ideologico del linguaggio genderless, ma penso sia meglio lasciare la persona questioning “in campo neutro”, per venire incontro alla sua sensibilità.
So che non è la tua politica, ma volevo condividere il mio approccio con te.

 

Voglio pensare che questo libro non sia rivolto ai giovani transgender ftm, ad esempio a quel “me giovane”, che, in anni in cui non si parlava di t (figuriamoci di ftm, e figuriamoci di ftm gay) si è sentito “cancellato e frainteso”, ma che si rivolga piuttosto a chi “pensa a torto” di essere ftm, a chi, per i pochi strumenti che ha, a causa anche dell’età, confonde identità di genere, ruolo di genere, e orientamento sessuale, e quindi non si rende conto di avere una tematica di “lesbismo” o di “ruoli”, e di non essere, quindi, transgender.

 

Il problema che sollevi esiste, e io in dieci anni di “sedicenti ftm” ne ho conosciuti diversi, soprattutto sui social, ma non solo: era evidente, in alcuni di questi casi, che la tematica fosse chiaramente di “ruolo” di genere, e che la persona avesse un’insofferenza al binarismo sociale dei ruoli.
Queste persone, però, che hanno fatto il percorso in Italia, sono state bloccate alle prime sedute del percorso psicologico. I pochi casi italiani di de-transizionati riguardano persone che hanno fatto il “fai da te”, spesso senza approdare alle associazioni transgender.
Segnali, comunque, un tema che sto cercando di portare all’interno dell’attivismo transgender, e su cui il gruppo di attivisti trans con cui mi confronto (il Progetto Identità di Genere dei Circolo Rizzo Lari, ex Milk), ovvero l’esistenza dei “de-trans, e il pericoloso rischio, nel caso di persone di nascita xx, che la tematica sia squisitamente di ruoli di genere o di omosessualità non accettata.

 

Quando parli di esperienze relative alla scoperta di sè come ragazzina lesbica, non posso dare molti elementi di critica: non è la mia storia. Tuttavia penso che non sia diverso per chi, con un passato da “ragazzina maschile”, guardava i ragazzi (a me interessavano quelli delicati, quelli bullizzati perché effeminati, o perché rifiutavano di aggregarsi al gruppo dei bulletti): ci si sentiva, comunque, “satelliti” in un mondo in cui tutto ruota attorno al maschile virile ed eterosessuale. Qui colpisci nel segno, e ti faccio i miei complimenti.

Devo farti un appunto, probabilmente sgradevole: l’uso di uomo e maschio. Sicuramente conosci, forse la rifiuti, la convenzione che usa maschio e femmina per parlare di corpi e uomo e donna per parlare di “menti”. In tal logica, credo sia un errore dire che i transgender vogliano “diventare maschi”. I transgender (ftm) vogliono essere inclusi nel gruppo sociale degli altri uomini, ed alcuni di questi, se hanno una disforia fisica, vogliono anche adattare il loro corpo in modo che “somigli” a quello dei nati maschi. Questo lo spieghi anche tu, ma non avrei usato “diventare”. Sono termini che, come comunità di attivisti transgender, abbiamo “deprecato”: suonano riduttivi riguardo al nostro percorso, alla nostra capacità di analisi, introspezione e “contatto con la realtà”.

 

Sulla parte dei casi storici di “passing women” non dico nulla: nessuno sa i motivi che hanno spinto queste persone a vivere al maschile. Scrissi un saggio dieci anni fa, inoltre c’è una digressione interessante in questo testo, che ti consiglio. Sicuramente a volte era una questione di ruolo, altre di orientamento, altre di entrambe, e altre ancora di transgenderismo.

 

Poi parli di una sorta di “disforia giovanile”, che non ho ben chiaro se riguardi il genere (sentire di appartenere al gruppo sociale dei ragazzi) o il sesso (avere un fastidio per alcune parti del corpo, magari appunto per ciò che rappresentano), nelle ragazze lesbiche. Questo, come sai, non mi appartiene, e non ne ho esperienza. Penso che possa essere indotto da una svalutazione sia del femminile (e riguarda ragazzine con qualsivoglia orientamento), sia della messa in discussione della stessa possibilità che si possa essere donne attratte da donne (in una coppia deve esserci sempre un uomo tra i piedi, e se non c’è, allora…sei tu), in un mondo eteronormato ed eterosessista.
Credo fortemente che l’unica “disforia” non sia quella delle persone trans, ed è interessante che il mondo lesbico indaghi le “disforie giovanili” delle giovani questioning, che poi si scopriranno lesbiche, ma attenzione a non farne un discorso generale: una disforia che potrebbe sembrare simile, osservandone gli effetti, ha radici completamente diverse in una giovane persona Ftm (non riguarda il ruolo di genere, e non riguarda l’orientamento sessuale). Avrei sottolineato maggiormente questo punto.

 

Una delle parti che disapprovo maggiormente del saggio è quella in cui parli delle persone transgender. Usi “transessuale”, forse è una scelta, ma la comunità ha deprecato da tempo questa parola per passare a “transgender” (o, semplicemente, trans), proprio perché, come dici tu stessa, il sesso non si cambia.
Ad un certo punto, vuoi spiegare qual è il vero spartiacque tra le “tomboy questioning” e i “veri trans ftm”, e per farlo accenni all’ “odio/non accettazione per il/del corpo”.

Nei gruppi di autocoscienza ho conosciuto centinaia di persone, e nessuna, neanche i transgender medicalizzati, descriverebbero la loro esperienza usando questo come punto focale. E’ una lettura pericolosa, che porta a una visione “dismorfofobica” del percorso transgender, non mettendo al centro il vero punto focale: l’identità di genere e la richiesta che essa venga rispettata.

Anche quando parli del percorso medicalizzato, ribadisco il fatto che sarebbe meglio evitare il “vogliono diventare” (uomini/donne), perché una persona transgender ftm, come identità di genere, è già (a prescindere dalla medicalizzazione) uomo, e la medicalizzazione, semmai, avvicina la sua immagine fisica a quella dell’uomo nato maschio biologico, per favorire il suo benessere psicofisico e anche il riconoscimento sociale come appartenente al genere d’elezione.

Mi soffermo adesso sul punto in cui parli di persone che, prima dell’adolescenza, non hanno dato segnali dell’essere transgender. Forse questo dato può generare sorpresa in chi non fa parte della subcultura trans, ma da decenni noi T, per distinguere i nostri percorsi e le loro peculiarità, abbiamo rispolverato “transgenerità primaria” e “transgenerità secondaria” (termini ormai deprecati, e che suonavano sgradevoli quando qualcuno li usava per decidere le nostre sorti), per poter confrontare i vissuti diversi di chi si è scoperto o dichiarato transgender molto giovane e di chi, magari, ha portato fuori questa parte di sé in tarda età. Nessuno dei due percorsi, naturalmente, è più “autentico”, ma spesso l’aver sperimentato socializzazioni di genere diverse in età diverse porta utili elementi al confronto, così come avviene tra omosessuali o lesbiche che si scoprono o si accettano da giovani oppure, magari, dopo una vita tra matrimonio e figli.

Vengo al punto in cui citi l’autismo. Legare autismo e transgenerità è una nuova moda teorica che noi, che ci siamo battuti un’intera vita per la depsichiatrizzazione della condizione trans, non vediamo di buon occhio e non consideriamo scientificamente autorevole.
La ragazzina del tuo caso studio, che legava la sua apparente “freddezza” caratteriale, a quanto pare tipica del cervello neurodiverso, alla “virilità”, e quindi si identificava come ftm, commetteva il solito errore di confusione tra identità di genere e stereotipi di genere (in questo caso, uno dei peggiori). Mi chiedo come queste persone, in sistemi dove prevale la sanità privata, siano seguite dal punto di vista psicologico. I falsi positivi trans, che tu denunci, non fanno bene nè alle persone che ci incappano, né alla comunità trans.

 

Nel passo in cui si parla delle trans degli anni settanta/ottanta, ho colto, e spero di sbagliarmi, una maggiore “simpatia” verso chi, facendo il percorso mtf, non può cadere nel tranello dei ruoli: mentre è facile pensare che una ragazzina si possa “immaginare ragazzo” per liberarsi di una serie di catene dell’educazione riservata alle femmine, di una giovane persona in direzione mtf, quindi “verso il peggioramento sociale”, si immagina che il percorso sia maggiormente autentico (se vuoi vivere da donna, o sei masochista, o lo sei per davvero). Forse è per questa ragione che gli Ftm, storicamente, sono stati maggiormente nel mirino delle pensatrici lesbiche. Su questo mi piacerebbe confrontarci, amichevolmente.

Arriviamo al vero punto di incomunicabilità tra mondo femminista e mondo trans: il fatto che il femminismo usa “genere” come termine omnicomprensivo di “identità di genere” e “ruolo di genere”, termini che, per narrare l’esperienza trans, è necessario scorporare.
A pagina 24 usi “genere” non facendo questa distinzione, e fai considerazioni molto vere, con tutte le conseguenze drammatiche e sessiste che indichi, ma se attribuite a “ruolo di genere”. Questa parte mi ha molto colpito e invitato a riflettere, perché noi trans non ci interroghiamo e confrontiamo solo sul nostro tema specifico (l’identità di genere), ma anche su ruoli e stereotipi di genere (tema esteso anche a chi non è trans e su cui, storicamente, ci siamo sempre confrontati, ad esempio, con omosessuali e lesbiche).
Ogni persona trans deve confrontarsi sia con i ruoli relativi al sesso biologico, sia a quelli del genere d’elezione, e l’esperienza di passaggio, di “cambiamento di socializzazione di genere”, ci mette in un osservatorio privilegiato, rispetto alle diseguaglianze sia di sesso, che di genere.

 

Un’altra obiezione che sento di fare è sul fatto che la trattazione non tiene conto dei percorsi non medicalizzati.
Vi è una contrapposizione dicotomica tra il percorso butch/tomboy, o quello di “Big Pharma”.
E’ vero che gli attivisti transgender non med, in Italia, sono pochi, poiché il grave stigma riservato ai trans “senza passing” causa un elevato tasso di “velatismo”, però all’estero è una condizione sdoganata, e mi stupisco che, dove questo dibattito è nato, la condizione “non med” sia stata volutamente ignorata, forse perché pone ennesimi interrogativi e spunti che minerebbero i corollari delle due barricate.
Visto che contrasto il “vassallaggio” rispetto ad un dibattito nato in un luogo che vanta profonde differenze socio-culturali, perché non introdurre questi nuovi temi e punti di vista nel dibattito italiano? Il dibattito, qui, non ha ancora raggiunto i livelli di tossicità delle bacheche twitter anglosassoni, perché non provare?

In alcuni punti del tuo testo vedo una svalutazione del percorso medicalizzato, che non è il mio ma quello di tanti amici ed amiche. Si sottolineano gli “effetti collaterali”, come la calvizie, e, anche se la trattazione allude al fatto di fare questi trattamenti su minori (anche se in alcuni punti è poco chiaro se si stia parlando di testosterone o inibitori), la svalutazione poi colpisce i trans medicalizzati adulti, e secondo me si poteva evitare, perché “collaterale” al tuo messaggio principale. Immedesimandomi nei miei amici trans medicalizzati (adulti), mi sentirei svalutato se si parlasse così del mio corpo, e dei cambiamenti da me tanto attesi, che mi hanno così tanto reso felice (magari anche quello della stempiatura, se la persona la includeva nell’immagine di sé). Penso che la parte peggiore di questo pezzo sia quella dove si parla dei trans, mi perdonerai la parafrasi, come “esperimenti della teoria queer”. I ragazzi trans medicalizzati sono semplicemente transgender che, oltre alla disforia sociale, avevano anche una disforia fisica, e mi fa male sentirne parlare così. Spero che un giorno si possa fare un confronto aperto tra donne e uomini ftm portatori di percorsi diversi (med o non med) in modo da narrare le nostre storie in prima persona.

Sempre rimanendo sul tema della medicalizzazione, io posso comprendere lo scetticismo e la paura per la medicalizzazione dei minori, soprattutto se “questioning”, ma non condivido invece la critica alla sperimentazione sociale in quello che si crede sia il proprio genere d’elezione. Al netto delle posizioni ideologiche (che tutti noi abbiamo, sia femministe che trans, ed è inutile negarlo), cosa c’è di male nel far sperimentare nella socializzazione di genere un giovane questioning, salvo poi tornare indietro se il “vestito indossato” risultasse troppo largo o stretto?

Altro punto debole a mio avviso è l’aver trattato solo i casi “desister” la cui ragione era il “non essere trans”. Eppure vi sono casi in cui il dietrofront sociale è causato da paure sociali o dal fatto che il percorso medicalizzato non era quello più indicato o portava risultati modesti rispetto alle aspettative (soprattutto, ad esempio, riguardo alla ricostruzione dei genitali maschili).
Alcuni tuoi casi studio si descrivono al passato come “ragazze che odiavano se stesse”: se questa narrazione può essere reale per loro, ci sono “de-trans” che continuano a identificarsi come ragazzi, magari solo in una ristretta cerchia di persone fidate, ma hanno rinunciato al percorso med o a dare visibilità sociale alla loro identità di genere.

 

Condivido molto il tuo pensiero che  la pubertà la si debba sperimentare senza interferenze medicalizzate, ma voglio capire cosa intendi quando dici che i “bambini trans” non esistono. Penso che noi persone LGBT adulte lo siamo stati anche da piccoli. Un ragazzino è gay anche se in quegli anni non prova attrazione erotica, o non pratica del sesso omosessuale, e anche un ragazzino trans lo è anche senza medicalizzazione e coming out. Che poi i ragazzini sedicenti T (ma forse in generale LGBT) siano molti di più di coloro che useranno questa descrizione di sé una volta diventati adulti, è un fatto (un fatto su cui dovremo interrogarci, anche io stesso entrai nel panico negli anni dell’ingresso nel mondo del lavoro e “degli adulti”, e valutai di mettere nel cassetto me stesso).
Tuttavia, penso sia un po’ violento dire che “i bambini trans non esistano”, per chi di noi, lettore del tuo libro, bambino trans lo è stato. E io, guardando indietro, non penso a me come un bambino “non trans”, ma come una persona che, nell’epoca dei dinosauri, provava a raccontare cosa sentiva, ma senza ascolto, o con reindirizzamenti indesiderati verso “altro” (appunto il femminismo, o addirittura il lesbismo, nonostante io abbia sempre affermato il mio interesse verso partner ragazzi).

 

Vengo al termine “cis/cisgender”, che nella subcultura transgender usiamo da decenni per descrivere “l’altro da noi”, come i gay e le lesbiche usano “etero”. In un’ottica in cui la differenza tra ruolo e identità è assodata, cis è un termine innocuo e riguarda chi non ha una disforia di genere. Da quando è nata questa nuova visione che ingloba i due concetti, cis è stato letto come “persona supina ai ruoli” e in questo caso come “donna conforme ai ruoli”, ma ci sono donne cis estremamente emancipate e libere, come ci sono donne trans “oche”, ma esistono ad esempio anche donne trans emancipate e persino “mascoline”, perché, come dici tu, in ogni uomo o donna (trans o cis che sia) esistono sfumature di ruolo maschili e femminili, perché i ruoli non sono naturali, ma decisi a tavolino per “fare ordine”, e farlo dal punto di vista della convenienza maschile cis, ma poi ognuno di noi ha le sue predisposizioni ed evoluzioni riguardo ai ruoli. Cis non riguarda l’emancipazione dai ruoli. Se però nelle guerre femministe (intersezionali VS tradizionaliste), “cis” ha cambiato significato, questo è un grosso problema comunicativo per tutti noi che, prima  di queste guerre, abbiamo costruito un linguaggio e ora lo dobbiamo cambiare.

 

Andando avanti nella lettura, arrivo alle testimonianze delle ragazze intervistate, e leggo nelle loro parole tanta confusione e disagio. Mi dispiace che queste storie siano diventate l’emblema di una condizione. Io stesso quando mi contattano persone così a chiedere aiuto, le “provoco” e le stimolo a capire se la T è davvero la loro strada, anche se io posso solo dare un contributo di pensiero, e mai sovradeterminare gli altri.

 

Vedo che ad un certo punto viene introdotto il tema “nati nel corpo sbagliato”: io non mi sono mai sentito “nato nel corpo sbagliato”, e combatto questa retorica.
Esistono gli uomini xx, anche se sono pochi rispetto alle donne xx.
Esistono nella variabilità della “natura”, non è un’anomalia, un disturbo, ma una variante, e gli uomini xx hanno un corpo diverso dagli uomini xy.
Sono uomini diversi, per storia e per fisiologia/fisionomia, ma sono diversi anche dalle nate xx che hanno un’identità di genere femminile. Sono altro.
Politicamente chiederemo che il nostro nome e genere sia riconosciuto allo stesso modo di quello degli uomini xy, ovviamente, ma questo non significa negare di essere uomini xx.
Concludo sul tema “butch/tomboy VS ftm”. Se esiste un “sé misogino” che può portare una butch/tomboy a pensarsi come un ftm, esiste anche un “sè transfobico” che fa pensare il contrario a chi magari preferisce una vita da butch/tomboy ad una da trans ftm, cosa che, almeno in Italia (e qui sottolineo il bisogno di riportare il dibattito alla nostra realtà locale), è ancora uno stigma. Non credere sia facile dire, oggigiorno, “io sono trans”.

 

Tutti quelli che ho scritto vogliono essere spunti per un confronto. Forse possono fare chiarezza sul perché alcuni contenuti siano arrivati come uno schiaffo alle persone trans. Non è il mio obiettivo correggere con una penna rossa. Probabilmente alcune delle mie prospettive sui tuoi contenuti sono per te nuove.
Se, da un lato, il mondo lesbico non ha cercato interlocutori ftm, io stesso come ftm gay mi sono tenuto alla larga dalle lesbiche, sia per i precedenti “riparativi” risalenti a vecchi contatti, sia perché ovviamente preferisco la compagnia maschile e maschile gay, per ovvie ragioni identitarie. Oggi, visti questi strappi, penso sia stato un errore, quindi ci provo, provo a dire la mia.

Spero di non essere apparso supponente o sgradevole e che io possa pensare ad un dialogo con te e con la tua subcultura.

Con Stima
Nathan

 

www.mondadoristore.it

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Robot sessuali: emancipazione o catalizzatori di sessimo?

La serie TV “WestWorld – dove tutto è concesso” ha creato uno scenario fantascientifico in cui viziati (e viziate) altoborghesi possono vivere vacanze all’insegna della violenza e del sesso in un parco “Western”, avendo piena libertà, di vita o di morte, di abusi sessuali, sui robot “residenti”, di fatto intelligenti quanto gli umani.
Sembrava una metafora distante, e invece …

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Da tempo mi interrogo sul sessismo della robotica.
Il film di qualche anno fa Ex Machina rappresenta bene questa problematica, dovuta forse al fatto che i principali autori di narrativa e filmografia fantascientifica sono uomini eterosessuali.

Già di qualche mese fa la notizia della creazione di Robot (uomini e donne) estremamente realistici pensati per la sessualità di persone (uomini, donne, etero e non) con disabilità mentale, argomento controverso e non privo di spunti di riflessione.

Di pochi giorni fa, invece, la notizia dell’apertura della prima “casa chiusa” con robot sessuali a Torino. Inizialmente ho postato con solerzia la notizia sulla mia pagina facebook, sperando di potermi velocemente confrontare con altri attivisti LGBT e sul tema dell’antibinarismo dei ruoli di genere.

La prima ad intervenire è stata Marina Terragni, che ha poi repostato la notizia e ha scritto un articolo che, seppur io non condivida la mistica della maternità, nè creda che i comportamenti sessuali dei peggiori uomini eterosessuali siano “nella loro natura” (virgolette che comunque mette la stessa Terragni), contiene interessanti punti di vista (premetto che io e Marina abbiamo visioni molto diverse sul tema transgender, ma non ho problemi a trovare convergenze su temi come questo, e ho visto varie persone LGBT scrivere che questa volta erano d’accordo con lei).

Sia l’uomo, sia la donna, sembrano stati scolpiti e pensati in base al desiderio maschile. La donna ha misure dei seni e delle forme estremamente stereotipate, e anche l’uomo ha un’espressione del viso che ricorda la classica giovane marchetta omosessuale.

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Premetto che il “bordello” dovrebbe essere aperto a uomini e donne, etero e non etero, ma sappiamo benissimo che di fatto il cliente standard dovrebbe essere, tanto per cambiare, un certo tipo di uomo eterosessuale.

Dunque, vi sono due scuole di pensiero, nell’attivismo, riguardo alle sexy robot:
la prima, che considera innato e inevitabile un certo tipo di desiderio maschile etero, incontenibile, violento, senza freni, senza la ricerca del consenso, e quindi considera conveniente che ci sia un modo di sfogarlo su pezzi di plastica, con cui il cliente può fare anche delle pratiche di sadismo spunto, di fetish, e di “dominazione”, anche, come dice l’autrice, con la bambola incinta.

L’altra scuola di pensiero, invece, si concentra sull’immaginario che queste robot, disegnate sui desideri più stereotipati e degradanti, stimolano e incoraggiano, risultando degradanti per la donna, creando un ambiente “circoscritto” in cui le più atroci violenze misogine sono lecite, seppur sulla plastica.
Mi viene in mente la serie di film di fantapolitica denominata “La notte del giudizio (The Purge)” e i suoi vari sequel e prequel, in cui, per una sola notte all’anno sono concessi tutti i crimini, permettendo di tornare, alle luci dell’alba, ad una realtà a bassissimo tasso di criminalità.
Possono essere quindi, le sexy dolls, uno “sfogo“?

La domanda rimane aperta e il confronto coi voi readers è fondamentale.
Come avete accolto la notizia e cosa ne pensate?

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Per un ftm ha senso dialogare col femminismo?

Mi chiedo se abbia senso questo dialogo tra femminismo binario e persone transgender, e in particolare se abbia senso che un uomo ftm attivista si confronti con questo tipo di femminismo, o se si tratta solo di un enorme spreco di tempo e di energie.

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Nell’ultimo anno il cambio di clima culturale mi ha “costretto” a confrontarmi col femminismo. In tante le femminisme ad avermi aggiunto tra gli amici facebook a mo’ di collezione per poi porsi, spesso e volentieri, in modo autoritario e maternalista nei miei confronti e nei confronti del mio attivismo, e in generale dell’attivismo LGBT o transgender.

Mi chiedo se questo dialogo possa avere senso, funzionare, ed essere conveniente dal lato delle persone transgender.

Spesso trovo un atteggiamento, soprattutto dalle appartenenti al femminismo binario, che mi ricorda quello dei Conquistadores, che, senza provare minimamente a capire la spiritualità animistica e sciamanica dei nativi americani, hanno “deciso” che erano dei “senza dio“, e hanno imposto loro il cristianesimo.

Vedo un approccio simile in queste femministe che pensano di poter insegnare alle persone trans le modalità di attivismo, le priorità, le alleanze vincenti, senza nessuno sforzo di leggere la nostra letteratura, di studiare la storia della nostra autocoscienza, senza sapere interpretare il valore politico dei nostri vissuti.

Inoltre, vorrei parlare della questione ftm: noto, da parte di un certo femminismo binario, un progresso: hanno finalmente capito che le “donne” trans sono le Mtf e non noi, e quindi adesso riescono a mettere in primo piano il genere e non il sesso.
Rimangono però “sessiste”, o sarebbe meglio dire “genderiste”, perché nel passo avanti che hanno fatto volendo dialogare con le trans (seppure con quell’insopportabile maternalismo), hanno “deciso” che noi siamo “uomini” (o peggio: vogliamo esserlo) e che quindi non possiamo parlare di generi, ruoli di genere, e binarismo, poichè saremmo portatori di maschilismo, machismo, e privilegi sociali.
A loro non importa se noi ftm lo facciamo da sempre, se lo storytelling dei nostri vissuti può dare tanto alla battaglia antibinaria, per la discriminazione che subiamo per ciò che siamo, e a volte anche per ciò che “sembriamo”: nel loro binarismo, se vuoi essere considerato uomo, a quel punto la tua voce in capitolo diventa pari a quella di un uomo cisgender eterosessuale, che può parlare poco, e se prende parola, deve osannare i contenuti della femminista di turno.
Non so se questa errata lettura degli ftm e del nostro ruolo all’interno del dibattito antibinario sia in cattiva o in buona fede, ma non deve essere “nostro” lo sforzo di spiegare il nostro diritto alla presa di parola.
E’ stato il femminismo ad avere interesse sul tema T, e a mostrarsi ingerente verso il nostro mondo, quindi devono essere loro, se vogliono prendere parola sui nostri temi (rimamendo comunque secondarie a noi quando parlano di noi, come i loro uomini sono secondarie a loro quando parlano di donne), a informarsi da noi, a imparare da noi, e non noi ad elemosinare la loro attenzione (che politicamente non ha una grande utilità), e a dover demolire i loro pregiudizi, la loro confusione tra identità di genere e ruolo di genere, e il loro pensare che un ftm sia una povera derelitta che “considera fico” essere uomo e “disprezza” l’essere donna.
Nel disprezzare l’ftm vi è quindi sia genderismo (considerare superiore il genere femminile, e quindi mettere a tacere quello maschile), sia transfobia (si nega all’ftm il suo particolare vissuto di persona trans).
Inoltre, si pone un problema personale: come posso dialogare con qualcuno che mi considera un interlocutore meno di valore a causa del mio genere? un nero dialogherebbe con un giallo che lo considera inferiore a causa della sua pelle? Se proprio devo dialogare col diverso, preferisco a questo punto gli etero al di fuori di ogni attivismo: almeno non partono prevenuti e ideologicamente granitici.
Comunque rimane divertente il fatto che un ftm con scarso passing venga considerato inferiore sia come uomo, sia come donna, da persone diverse. E’ divertente l’idea di tornare a casa dopo aver ricevuto molto maschilismo a causa dell’aspetto da persona XX (tra l’altro un femminile non piegato al desiderio dell’uomo etero), e poi connettersi a facebook per vedersi “discriminato” e considerato inferiore come uomo!
Che senso ha parlare con chi non ha capito che è giusto considerare un ftm come un uomo sotto ogni aspetto dal punto di vista giuridico, ma che non ha senso considerarlo portatore di un vissuto di privilegi maschili?

Temo inoltre che l’imperialismo culturale delle femministe su di noi stia in qualche modo funzionando: alcune donne trans potrebbero cadere nell’errore di sentirsi lusingate delle attenzioni che le femministe destinano a loro disprezzando noi “uomini” del transgenderismo, e potrebbero anche assecondare quel maternalismo che suggerisce loro i linguaggi e i metodi politici del femminismo, con quelle lunghe citazioni astratte da testi americani, completamente disconnesse dall’esperienza. Non sobbiamo lasciarci condizionare dalle loro penne rosse sui nostri tesi, o  dal tormentone dello “studia!”, quando è riferito sempre e solo alle loro autrici, e non viene mai preso in considerazione di studiare la nostra letteratura. Non dobbiamo cadere nella trappola, a causa di una nostra inferiorità culturale interiorizzata che non ha modo di esistere, di dialogare usando la loro lingua e le loro modalità, in un territorio in cui siamo stranieri, inesperti e goffi, quando noi abbiamo da sempre avuto forme politiche e comunicative non meno nobili ma diverse, e molto legate ai nostri vissuti, alla concretezza, e a tutte le riflessioni sociologiche e politiche che essi ci hanno portato a fare, in un confronto tra noi che non è stato mai binario, ma sempre bilaterale, proprio perché uomini e donne trans hanno molto da condividere, perché l’esperienza dell’uno nel passato è l’esperienza dell’altra nel futuro e viceversa. Il tentativo di proporre spazi binari di discussione, tema molto caro ad un certo femminismo, già non funziona nel mondo cis, ma non è per nulla applicabile al mondo trans. Noi abbiamo sempre tratto beneficio da spazi di confronto comuni tra persone trans in “viaggio” tra i generi in ogni diversa direzione. La persona trans, di certo, ha problemi squisitamente legati all’essere trans, e con la donna condivide altre problematiche e discriminazioni, e questo riguarda sia chi appare donna senza esserlo (un ftm senza un buon passing, o un ftm che ricorda il suo vissuto prima della transizione), sia chi lo è senza magari apparirlo, sia chi lo e lo appare, e vive come donna anche anagraficamente da anni.

Ho sempre pensato che le subculture potessero comunicare su un piano di temi comuni: su alcuni problemi ha senso che io mi confronti con le persone trans, su altri io potrei vivere, per ragioni estetiche, problematiche simili a quelle che vive, non so, una donna eterosessuale.
Io potrei avere tanto da dire, nel confronto con le donne che si occupano di femminile, su questo piano, che poi è il piano che porta un sacco di persone ad essere discriminate perché portatrici di un femminile “non conforme”, apparente o identitario (un gay effeminato bullizzato per questo, una lesbica butch, una femminista che non vuole piegarsi all’estetica dettata dall’uomo etero, una trans con scarso passing e che quindi “disturba”).
Se però il femminismo ci vuole “soldati” delle loro battaglie (GPA, prostituzione, stupri) e ci dà il permesso di soggiorno solo alla condizione che ci sia convergenza di posizioni su temi che non sono del mondo trans, e che necessariamente non devono vederci tutti uniti (ci saranno persone pro, contro, e molte totalmente disinteressate al tema), allora un dialogo non è possibile, ed è anche nocivo, perché ci toglie energie che devono essere destinate alle nostre battaglie storiche: l’antibinarismo e la transfobia, il tema transgender e professione, etc etc.

Abbiamo davvero bisogno di un dialogo che si propone come una “sfida a singolar tenzone”?

Quando una trans dice una cosa impopolare: il misgendering e la transfobia del popolo del web

Gentili lettori, questo non è un articolo su Luxuria, Asia Argento, e gli stupri, quindi vi chiedo di mettere a fuoco l’argomento che voglio trattare: il rigurgito transfobico che ha portato il popolo del web (anche quello che a parole è a favore del rispetto verso le persone trans), a offendere Vlady sul piano dell’identità di genere.

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Vi sono vari livelli di ignoranza e di cattiva fede riguardo al tema trattato: si parte da sedicenti intellettuali di sinistra e sedicenti femministe che si sono rivolte a Luxuria al maschile e parlandone come di un uomo gay.

Poi abbiamo la transfobia più raffinata con pretese di psicanalisi freudiana: la trans in questione la pensa così solo perché non è nata donna, quindi  è “l’uomo che è in lei” che parla, o la sua “parte maschile”, o “la pensa così solo perché non è nata femmina”.

Quando le stesse cose vengono dette dalle nostre zie, nonne, colleghe di lavoro, nessuno fa riferimento alla loro presunta “parte maschile”, così come se un nero contesta altri neri, magari anche sbagliando, nessuno fa riferimento alla sua “parte bianca”.

Infine, abbiamo le solite femministe che usano il pretesto per parlare di trans in generale, e sottolineare, riprendendo la scia di quest’estate, che una donna trans è qualcosa di diverso da una “donna”.

Se poi vogliamo dire che in tutto questo non vi è transfobia

Lo strano caso dei cicisbei del femminismo binario

Avete notato che le bacheche delle femministe binarie e transfobiche sono popolate da uomini che le assecondano in tutto e vengono pure trattati male?

masochista

E’ da un po’ che, per puro intento sociologico, mi diverto ad osservare questi uomini etero, con tendenze un po’ sadomaso, che frequentano le bacheche delle femministe più separatiste, reazionarie, convinte dell’inferiorità del sesso e del genere maschile, cercando di attirare la loro attenzione con commenti “conniventi”, a cui spesso le separatiste da loro venerate rispondono anche male.

Alcuni di loro ormai si sono aggiunti al filone degli “abusivi” che pensano di aver diritto di parlare e scrivere di trans, di genderqueer e di non binary, e ovviamente ne scrivono in modo transfobico e binario, abusando del misgendering (quindi sbagliando, volutamente o meno, il genere con cui dovrebbero rivolgersi alle donne trans e agli uomini trans).

Alcuni, che ho osservato negli anni, vendendoli passare dal poliamore all’asessualità, dal queer al femminismo binario, dal definirsi genderfluid e pansessuale al definirsi uomini etero al 100%, mi sembrano impegnati in un triste e patetico tentativo di reinventarsi per piacere alle donne, cambiando visioni e comportamenti volta per volta dopo l’ennesimo rifiuto

Secondo voi, quale meccanismo si muove nella testa di questi uomini etero?
Considerando che appaiono come i funghi da un giorno all’altro, di cosa si occupavano prima di divenire i cicisbei delle separatiste più binarie, sessiste, transfobiche e misandriche?

Che piacere provano ad interagire con chi li tratta con sufficienza e li considera inferiori?

Questi quesiti e molti altri nelle prossime puntate…

Vecchi e nuovi sessismi…

Troppe volte sento, da parte di femministe dal look mascolino ed androgino, disprezzare la femminilità di alcune donne trans o di alcune donne biologiche che amano avere un look da femme fatale.
La lotta doveva essere per la libertà di espressione di genere, e non dovevano essere “vietate” le espressioni di genere “canoniche”.
Alla luce di questo, mi diverte pensare che infondo si è passati dall’uomo etero che dà ordini affinchè la donna si conci in un certo molto per compiacerlo, alla donna femminista/lesbica che dà ordini affinchè la donna si conci in un modo che “non” compiaccia l’uomo etero.
Insomma, c’è sempre una figura maschile/mascolina che “dà ordini” ad una figura femminile/femminea. Vi ricorda qualcosa?

ottico015

Tormentoni VeteroFemministi…