Archivio per la categoria ‘GENDERFLUID, AGENDER, BIGENDER, NOGENDER, GENDERQUEER, GENDERBENDER, IDENTITA’ NON BINARIE’

Domenica 19 Febbraio il Milk Ospita l’evento “Progetto Teen Gender”, riguardante gli adolescenti e le tematiche di genere.
Interverranno la dottoressa Roberta Ribali (psichiatra), i dottori Valentina Guggiari e Stefano Ricotta (psicologi), Daniele Brattoli (assistente sociale), Andrea Pucci (aspetti legali).
Per preparare all’incontro abbiamo intervistato la Dott.ssa Ribali, medico specialista in Neurologia e Psichiatria, psicoanalista, consulente del Tribunale di Milano per le tematiche di identità di genere.

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Ciao Roberta e benvenuta sul blog. Sarai relatrice sei stata promotrice della serata Teen Gender…come mai ti sta a cuore questo tema?

Abbiamo tutti infinite sfumature di identità di genere. Ne ho anch’io,ovviamente…!

Cosa pensi dei bambini “gender non conforming”?
Sono modi d’essere che si ritrovano a volte nei cuccioli della specie Homo Sapiens Sapiens… 🙂

Secondo te è una tematica di ruoli di genere, di identità di genere o i due temi talvolta si intrecciano?
Nei bambini non si puo’ individuare chiaramente …. a volte è un gioco, a volte un intreccio complesso di ruoli esterni e di vissuti intimi e profondi.

Come pensi sia corretto per la famiglia approcciarsi a un bambino “gender not conforming”? Documentarsi, rilassarsi e lasciarlo/a esprimersi con libertà.

E la scuola che doveri ha verso i bambini con una tematica di genere?
Il primo dovere, verso ogni bambino, è il rispetto. La scuola può informare e formare insegnanti e genitori, perché a loro volta comprendano, accettino e passino ai piccoli messaggi di rispetto e tolleranza.

Come tutelarsi dal problema del bullismo?
Prevenendolo, con l’informazione e l’educazione dei bambini al rispetto e anche alla difesa attiva dei più deboli, se occorre.

Se una persona molto giovane manifestasse il desiderio di essere conosciuta e rispettata con un nome “non anagrafico”, come ci si dovrebbe comportare, nelle situazioni maggiormente burocratizzate, come la scuola?
Molte scuole hanno dirigenti e insegnanti aperti e psicologicamente preparati a trovare soluzioni creative e divertenti, accettabili dai bambini e dai genitori. i bambini percepiscono facilmente se un compagno si presenta e si comporta secondo modelli cross, e non fanno una piega, se sono stati educati correttamente. Usare un nome o un soprannome gradito al bambino in questione non mi pare un problema insormontabile.

Il tuo lavoro ti permette un osservatorio privilegiato: come sono gli adolescenti che segui? Decisi? Confusi? e com’è l’ambiente che li circonda?
Gli ambienti sono eterogenei, i contesti sociali italiani sono estremamente vari. Sono soprattutto le famiglie che impostano i ragazzini: poi la scuola e il gruppo che frequentano fanno il resto. Se hanno fortuna, cresceranno più sicuri e con meno ansie, altrimenti ….. saranno i nostri pazienti di domani. Oggi i ragazzi non temono di confrontarsi, se necessario, con professionisti della psiche, e questo è cosa positiva.

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Come sono cambiate le cose negli ultimi decenni?
Da noi, si può dire che gli ambienti più aperti accettano di passare da una visione binaria del genere a una visione più fluida. I media hanno aiutato a cambiare molto le cose, che rapidamente stanno muovendosi verso una maggiore tolleranza.

I professionisti del benessere mentale della persona che accortezze devono avere coi minori con tematiche di genere? e quali sono i rischi?
Molti psicologi e operatori hanno fatto sforzi per aprirsi e studiare nuove teorie e nuovi approcci, ma ancora esistono professionisti che sono rimasti ancorati a pregiudizi superati. Da evitare, semplicemente. Cambiare medico di base, psicoterapeuta o counselor non è difficile.

Qual è l’approccio migliore verso queste giovanissime persone? Quali le mosse da fare per essere maggiormente rispettosi e possibilisti?
Appunto, il rispetto è alla base di qualunque rapporto positivo, con qualunque giovanissimo, e soprattutto con i bambini. Attenzione anche a non strafare, però, con le migliori intenzioni: ai ragazzini che manifestano istanze gender fluid si deve sempre offrire la possibilità di modificare il loro percorso, o di trovarne altri, in direzioni diverse. Senza fretta.

Quali strumenti i professionisti possono dare a questi ragazzini in modo che possano sopravvivere?
Sopravvivere sopravvivono: il professionista deve aiutare a vivere bene! E quindi, deve impegnarsi, muovendosi anche nel sociale che circonda il ragazzino: famiglia, scuola, relazioni.

La tematica di genere puo’ portare un giovanissimo all’abbandono degli studi? cosa si può fare per evitare questo rischio?
E’ , secondo me, uno dei rischi più gravi, conseguenza di sintomi disforici che devono essere portati alla luce ed eliminati. Che genitori, insegnanti e psicologi non abbiano timore a fare domande, di fronte a sofferenze di origine poco chiara!

Ci sono maggiori avversità per i “gender non conforming” di biologia maschile o per quelli di biologia femminile?
Nella nostra cultura le persone M to F a volte sono svantaggiate.

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E’ presente una maggiore tendenza alla fluidità di genere nei giovanissimi? Se si, perché?
Il perché non lo so, so il come. All’epoca dello sviluppo, il percorso sociale appare chiaro, ma un ragazzo ha bisogno di sperimentare, di provare, e di non reprimere le sue fantasie, che sono spesso fluide e contraddittorie.

Le tematiche di genere sono poco studiate e valorizzare: come promuovere la formazione su questi temi?
Si sta già facendo molto, con buona letteratura e buon cinema e teatro. Anche i viaggi ci mettono a confronto con tante mentalità diverse e magari ci insegnano ad essere elastici , curiosi e comprensivi. Il costume sta cambiando, e si deve chiedere con decisione ai nostri politici di adeguare leggi e strumenti sociali e sanitari.

Quanta importanza ha la formazione nelle scuole? e perché i bigotti ne hanno tanta paura?
La formazione nelle scuole, fatta con serenità e misura, non dovrebbe far paura a nessuno: ma le religioni monoteiste sul Pianeta sono potenti e foriere di acriticità , dogmatismo e paura del nuovo… e tante persone danno retta ad aspetti superstiziosi e irrazionali, alla ricerca di sicurezza. Non ci si deve scoraggiare, anzi, il dialogocon tali persone è da cercare ad ogni costo.

Il blog è letto da tantissime persone giovanissime e con tematiche di genere: che augurio e che dritte darebbe ai miei giovani lettori?
Di imparare a rispettare l’altro, e di imparare anche a farsi rispettare sempre , con determinazione, intelligenza ,forza e tenacia.

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Quando iniziai a percorrere la mia strada di consapevolezza e di attivismo dovetti aspettare alcuni anni prima di trovare una persona che sentissi a me vicina.
Un giorno su un portale allora chiamato GayRomeo conobbi un ragazzo che ai tempi si definiva gay, e a cui dissi di essere attivista.
Col tempo la nostra relazione finì, ma la nostra amicizia no, e, confrontandosi con una persona di genere non conforme, lui riuscì ad ammettere a se stesso e agli altri di non essere completamente omosessuale, di provare attrazione per uomini androgini e donne androgine, quasi di preferirli, ma  a quel punto iniziò a riflettere su come entrare nel mondo gay aveva censurato questa sua identità ed istanza schiacciandolo nell’identità politica gay, facendogli credere che la sua presenza nel movimento era dovuta non alla sua bisessualità e alla rivendicazione di essa, ma alla sua “parte omosessuale” e alla difesa dei diritti omosessuali. A causa dello stigma da parte del mondo etero, ma soprattutto da parte del mondo omosessuale, e alla convenienza che questo mondo aveva a tenerlo tra le sue file di attivisti, era diventato uno dei tanti militanti contro l’omofobia e per i matrimoni gay.
Oggi Leonardo è un attivista per la pansessualità e la bisessualità, insiste che nelle scuole, nella sanità e sui posti di lavoro si parli di bisessualità e pansessualità, nonchè di bifobia e panfobia, e milita contro il binarismo.
Fare attivismo con lui mi piaceva perché, anche se in condizioni diverse, condividevamo l’essere sospesi tra il mondo dei cis/etero e quello dei gay e trans, che ci accettava ma con riserva, col permesso di soggiorno, solo se “accettavamo” di definirci come loro. Ciò per lui comportava l’atto semplice (ma non banale) di definirsi gay. Per quanto riguarda me, il pegno da pagare era l’essere transessuale, fare la mia bella transizione medicalizzata e canonica, raccontare le mie trans narratives sulla mia infanzia binaria nel corpo sbagliato, mettere la mia bella cravatta, tatuarmi il simbolo trans, fare palestra, e guardare sotto le gonnelle.
La mia istanza veniva sempre schiacciata. C’era sempre un ombrello che doveva comprendermi, e quasi mi faceva il “piacere” e l’onore di comprendermi, cancellando poi le mie istanze, mostrandosi contrario, o paternalisticamente dicendo che ci sarebbe stato tempo, in futuro, per le mie istanze, in un mondo migliore, quando noi saremo tutti morti. nel frattempo le mie braccia (rubate all’architettura?) erano pronte a portare i loro picchetti, per migliorare le loro condizioni di vita.
Io, orfano di una comunità che mi accogliesse e mi includesse, per anni mi sono nascosto nella T come chi, essendo bisessuale, si è nascosto nella G.
Tutti erano fieri di noi, noi coraggiosi che facevamo dei coming out (con parole che non ci definivano e non sentivamo nostre), perchè non rimanevamo nascosti come chi, nella mia situazione, viveva da cis, o come chi, essendo bi, viveva da etero.
C’era chi non riusciva a comprendere la nostra coppia, perché non voleva credere alla sua bisessualità (per loro era gay) nè alla mia non conformità di genere (per loro ero donna). Queste due affermazioni, se affermate inseme, creavano un paradosso, secondo il quale noi non potevamo essere, o essere stati, coppia, ma ne eravamo divertiti, perché era l’ennesima conferma del non rientrare nei loro schemi binari, in cui se qualcuno è fuori da cis, trans, omo, etero, non esiste o si sta definendo in modo sbagliato, per confusione o mancanza di coraggio.
Non c’è ancora un termine per “i bisessuali” dell’identità di genere, o meglio, ce ne sono troppi (ma sono stati coniati da altri).
Puzzano di teoria queer, oppure sottolineano un “passaggio” che molti come me non sentono proprio.
Se trans fosse recepito come speculare di cis, si parlerebbe di essere al di là o al di quà dei confini del genere. Purtroppo però nella percezione comune “trans” sottolinea un passaggio e un cambiamento, spesso fisico, o anche di ruolo di genere, che magari ha senso se si parla di trans medicalizzati, ma ha meno senso se si parla di tutte le altre variabili di genere, che più che sottolineare, nel definirsi, il “cambiamento” (quel “to” di FtoM e di MtoF), sottolineano la differenza, una differenza, una non conformità, che c’è da sempre e non si riduce ad una metamorfosi.
Se oggi bi e pansessuale sono termini abbastanza chiari per definire l’universo di orientamenti eroticoaffettivi tra omo ed etero, non c’è ancora un termine per descrivere la condizione delle persone tra cisgender e transessuale.
Quando i primi bisessuali alzarono la testa per fare attivismo, subito gay e lesbiche misero sulle loro spalle il peso degli errori e della viltà di chi, in passato, essendo bisessuale o gay velato, aveva vissuto nell’ombra, nascondendosi in matrimoni etero e nella rassicurante vita sociale da “normale“.
Anche con noi lo fanno. Ci paragonano ai travestiti del sabato sera, i top manager con moglie e figli. Alle signorine che sono maschietti su facebook ma poi sono, nella vita reale, solo ragazze con smalti metallizzati e capelli verdi. A chi cambia definizione e polarità di genere una volta a settimana, in una nevrotica e instancabile creazione e disattivazione di profili facebook e twitter, e ci dicono che siamo pochi, picareschi, incapaci di metterci nome, cognome e faccia, incapaci di formalizzare le nostre istanze.
Ma quando alcuni di noi (non troppi), riusciranno a produrre un documento con istanze chiare, come hanno fatto le famose 49 lesbiche, e quando chiederemo al gay, lesbiche, transessuali, pensatori queer, intersessuali, bisessuali, asessuali, di sottoscriverle?
Quando chiederemo di essere compresi in una legge “contro la transfobia” che non comprenda solo periziati e ormonati, così come i bisessuali hanno chiesto di essere compresi in una legge “contro l’omofobia” che tuteli tutti gli orientamenti e non solo quello omo, quando chiederemo il riconoscimento delle persone non binarie e non medicalizzate, loro firmerano con noi o polemizzeranno?
Penseranno che estendere i diritti a noi tolga qualcosa a loro?
Come gli etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio?
Questi sono interrogativi che avranno risposta solo quando ci faremo sentire.
Nel frattempo i bisessuali sono arrivati alla loro quarta giornata della visibilità bisessuale, e coinvolgono sempre più persone, hanno introdotto la parola “Bifobia, che ormai sentiamo usare anche da parlamentari.
E’ il momento che i “non-” dell’identità di genere si facciano sentire.
Se sei uno/a/* di noi, scrivici.
progettogenderqueer@gmail.com

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Questo blog, in questi quasi dieci anni, ha cercato di dare una casa alle persone non cisgender che però non si sentono rappresentate nè dalla narrativa transessuale, nè da quella queer, nè da quella cisgender.
Si tratta di persone portatrici di una tematica di genere, ma il cui modo di vivere la tematica è diverso sia da quello tipico delle persone transessuali (essere nati nel corpo sbagliato e/o identificarsi nettamente in un genere e/o desiderare una medicalizzazione e/o avere una disforia fisica col corpo), nè dagli attivisti queer (che hanno un approccio prevalentemente politico e sociale al genere, in continuità con i femminismi non binari e intersezionali, ma che spesso non hanno una personale disforia e urgenti istanze per migliorare la vita della propria persona, oltre ad abbracciare anche una serie di altre battaglie politiche appartenenti a una certa visione politico-economica, e in un certo senso anche uno stile di vita).

La letteratura transessuale e quella queer non riescono a descrivere questa fetta identitaria di persone gender variant, e coniano termini inadatti e inesatti.

Vi sono termini, per lo più associati ai/alle gender variant xy, che strizzano l’occhio, erroneamente, al mondo del feticismo e del bdsm, e che hanno un approccio più che altro sessuale o estetico. Termini come crossdresser, sissy, trav, indicano sicuramente una persona non medicalizzata che, nel privato o in ambienti protetti, veste abiti femminili, e la tematica di genere finisce nello sfondo, si immagina che essa non sia neanche presente in queste persone, che in realtà sono semplicemente descritte dai termini sbagliati.
Spesso si tratta di persone xy con una tematica di genere (femminile binario ma non solo), magari senza il desiderio di medicalizzazione, ma che nei panni femminili non ci finiscono per motivi di feticismo, di sadomasochismo o di esibizionismo.
Spesso però queste persone, che non sempre sono “velate”, anche se il binarismo sociale spesso le costringe ad esserlo al di fuori degli ambienti protetti, vengono marginalizzate dalle persone trans canoniche, racchiuse nelle parole “trav” e “crossdresser”, per sottolineare la loro non appartenza al mondo trans e non legittimità a definirsi tali.

Un altro universo marginalizzato, stavolta relativo alla realtà gender variant xx, è quello descritto erroneamente da parole nate in ambito queer, gender studies e femminismi vari: queste persone vengono descritte come gender queer, gender fluid, gender bender, gender rebel, etc etc e la loro varianza di genere, associata al desiderio di non medicalizzarsi e/o alla non identificazione completa con uno dei due generi, viene ricondotta forzatamente alla mera tematica relativa ai ruoli sociali, al loro accesso alla persona xx, alla lotta contro gli stereotipi, contro il sessismo ed il machismo.

Se alla persona gender variant non medicalizzata e non binaria “xy” viene attribuito un approccio meramente estetico e sessuale, alla persona xx viene attribuito un approccio legato al sociale e al ruolo.
Di fatto, gli altri, i cattedratici, gli psichiatri, e gli attivisti canonici LGBT, “decidono” che se non vuoi medicalizzarti e sei xy, la tua è una sperimentazione estetica e sessuale (in quanto tu nato maschio e quindi avvezzo al sesso più del nato femmina), se invece sei xx sicuramente non vuoi medicalizzarti perchè fondamentalmente non hai una tematica di identità di genere ma di ruolo, e quindi sotto sotto sei una donna oppressa dal machismo che puo’ collaborare alla grande lotta femminista sottoforma di queerqualcosa.

Poi c’è tutto il mondo “performante”, vicino al mondo gay e lesbico, dove chi di loro vuole sperimentare il genere lo fa spesso tramite forme artistiche, come l’esperienza drag queen e drag king, che da un lato rappresenta un buono sfogo e nascondiglio per persone che vivono da omosessuali cisgender ma fondamentalmente sono gender variant, di contro permette di sdrammatizzare ed esorcizzare nell’ambito “pulito” e “rispettabile” della performance artistica.

Necessaria è a questo punto una premessa: esistono persone realmente crossdresser, trav, queer, gender rebel, drag king e queen. E’ errato solo attribuire questi termini a chi ha una tematica di identità di genere.

I transessuali di oggi (non uso questo termine per indicare i transgender medicalizzati, ma per indicare quelle persone in transizione che non hanno rivedicazioni politiche transgender) hanno dimenticato il potere evocativo dell’esperienza politica transgender, e marginalizzano i non medicalizzati e coloro che hanno un genere non binario definendoli tramite questi nomi non appropriati, e che ammiccano a vari ambiti, ma non a quello dei diritti.
Spesso non solo non interessa loro portare avanti le battaglie di non medicalizzati e non binari, ma addirittura sono fortemente contrari, nella paura che i diritti per queste persone possano toglierli a loro, e l’esistenza stessa di queste persone possa fare perdere loro credibilità.

Sebbene per una persona gender non conforming non binaria sia interessante insistere per rivendicare per se stessa il termine “transgender”, insistendo che esso non sia fatto coincidere con “transessuale”, per queste persone sarebbe importante un sano (e momentaneo) separatismo di elaborazione pplitica e culturale.

Le realtà T che non sono conformi alla T canonica sono orfane persino di un nome che le definisca senza che vi sia un “non”, e quindi che sia sottolineato il fatto che esse sono solo una costola di un movimento molto più grande, visibile, e con istanze definite.
Non medicalizzati, non binari…non c’è un nome che dia dignità a questa comunità.

Inoltre ad essere visibili sono davvero in pochi, e finchè non vi sarà un nome che permetta a queste persone di identificarsi, si sentiranno sempre una timida costola della transessualità, in cui si chiederà sempre scusa per l’essere meno visibili (ma anche impossibilitati a dichiararsi senza derisioni ed incomprensioni), di non avere il “coraggio” di essere transessuali (quando in realtà si è semplicemente “altro), di avere una disforia prevalentemente sociale e non fisica (viene sempre detto timidamente “io, diversamente da te, in una società non binaria starei da dio e non avrei disforie”).

Come ci si può dichiarare al lavoro, in famiglia, e in tutti gli altri ambiti se prima non si ha un  nome? se si devono usare termini di ripiego “perchè così è più facile far capire”?.
Perchè quei pochi nomi che esistono sono in lingue straniere e non descrivono correttamente ciò che siamo? Perchè non siamo in grado di crearne noi?

Forse le nostre energie sono spesso “sprecate” in battaglie che hanno già molti militanti, e non siamo capaci di fare “separatismo” per definire la nostra subcultura, le nostre istanze, i nostri bisogni, per dare dignità alla nostra disforia anche se è diversa da quella delle persone transessuali, per far capire che il misgendering (ignorare il nostro genere ed attribuirci il genere grammaticale coerente col sesso di nascita) è grave anche se fatto su di noi. Forse siamo troppo deboli perchè qualcuno ha fatto passare l’idea che meritiamo il genere corretto solo se “passiamo“, e invece a noi i nostri corpi piacciono androgini, e non abbiamo intenzione di cambiare look o fisiologia per “meritare” il rispetto del nostro genere.

Forse abbiamo impiegato molto tempo a battaglie comuni e trasversali e poco a definire le nostre istanze: a far si che abbiano spazio le nostre istanze:
– l’istanza per cui anche noi desideriamo il supporto psicologico tramite la mutua, anche se non inizierà nessun percorso endocrinologico
– l’istanza che prevede che, se arrivasse sul tavolo una legge contro la transfobia, possa ricorrere ad essa anche chi non ha una “patente” di trans, e che sia una legge contro ogni violenza alla libertà di genere e non solo di “rispetto delle persone trans canoniche”
– l’istanza che permetta di avere il cambio anagrafico senza nessuna costrizione alla medicalizzazione
– l’istanza che preveda informazione sulla nostra specifica condizione sui posti di lavoro, nelle scuole, e in ambienti sanitari, per permetterci un accesso che non sia umiliante, vessatorio, e che cancelli le nostre identià.

Non escludo che si possa e si voglia fare attivismo anche in altre battaglie di più ampio respiro, contro il binarismo, per i diritti omo/bisessuali, ma se la persona dimentica la sua precisa istanza, nessuno la porterà avanti per lei.

Del resto anche Primo Levi diceva: “Se non sono io per me, chi sarà per me?”

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di Ethan Libano

Riprendo ora il mio precedente articolo (Dimostrazione dell’esistenza di un attivista parte 1) illustrando brevemente le premesse alla mia critica politica e morale di quella parte di movimento LGBT che accetta argomenti di natura essenzialista, tanto cari ai nostri oppositori. L’essenzialismo di genere ha la sua radice nella convinzione che uomini e donne siano intrinsecamente diversi e che tale differenza sia dovuta al genere, usato come sinonimo di sesso. La convinzione base che vi siano solo due possibilità, XY maschio e XX femmina, fornisce materiale a molte “argomentazioni” transfobiche. 

A questo proposito possiamo affermare che la costruzione del sesso basata sui cromosomi è stata pressoché demolita dagli esperti nel settore.

Sarah S. Richardson, professoressa di scienze sociali ad Harvard, nel suo libro “Sex Itself: The Search for Male and Female in the Human Genome” dimostra come l’attribuzione impropria delle caratteristiche femminili e maschili ai cromosomi x e y sia divenuta il pilastro di un particolare modo di trattare e pensare il sesso biologico come un codice genetico binario e inalterabile. La Richardson spiega come, nel corso del XX secolo, i concetti di X e Y come cromosomi che influenzano il “femminile” e il “maschile” abbiano influenzato la comprensione delle differenze sessuali in biologia e medicina.

C’è una parola chiave: normale. La percezione di ciò che è normale e la convinzione , basata sul buonsenso ma non sulla scienza, che la divisione binaria proposta dal modello xx-y spieghi il dimorfismo, ha giocato un ruolo decisivo non solo per quello che pensiamo siano e facciano i cromosomi x e y, ma per la loro stessa esistenza di cromosomi “sessuali”. Per la Richardson l’invenzione dei cromosomi sessuali ha portato ad una cattiva scienza e a moltissimi dei pregiudizi esistenti sul sesso e sul genere.

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– Claire Ainsworth , ricercatrice di Cambrige, ha pubblicato un interessante articolo su Nature, intitolato Sex redefined, in cui mostra come il sesso sia uno spettro di variazione e il binarismo una costruzione.

Azzardiamo ancora di più, il cromosoma y ha un’influenza minima nel determinare il sesso maschile come minima è l’influenza del cromosoma x nel determinare il sesso femminile. La costruzione del genere e del sesso basata sui cromosomi sessuali ha influenzato i modelli, le domande e le risposte che la scienza si è posta assumendo un concetto tassonomico come reale.

Recenti studi pubblicati su Science con il titolo The brains of men and women aren’t really that different, study finds, hanno dimostrato che non esistono cerveli maschili e femminili ma che vi sono conformazioni diverse dovute alle diverse attività che convenzionalmente attribuiamo a maschi e femmine.              La maggior parte dei cervelli è “un mosaico di parti femminili e maschili” e solo lo 0,1% dei soggetti hanno comportamenti corrispondenti agli stereotipi di maschio e femmina. E’ probabilmente tempo di rivedere i test cui vengono sottoposte le persone transgender.

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Concludendo la demolizione dell’argomento base dei fruitori dell’essenzialismo possiamo dire che la costruzione del sesso mediante i cromosomi x e y si basa sulla convinzione di partenza di alcuni scienziati che nel corpo umano ci dovesse essere per forza qualcosa che fosse essa stessa “sessuale” (Per ulteriori argomentazioni si cerchino anche gli articoli accademici di Anne Fausto-Sterling, docente di biologia e studi di genere alla Brown University).

Cosa succede politicamente quando accettiamo il sistema sopra descritto?

  1. L’azione politica riduce drasticamente le sue proporzioni e diventa mero mestiere per far includere una categoria individuata e costruita sulle basi di un sistema escludente senza però elaborare una visione alternativa poiché incapace di immaginarla.
  2. Si individua la categoria da rappresentare come soggetto giuridico in base ad una pura astrazione. Si costruisce la categoria giuridica selezionando solo coloro che rispondono ad una visione binaria e presentabile. Statisticamente si lascia fuori la maggioranza di popolazione che richiede di essere riconosciuta.
  3. La costruzione di una categoria e la selezione arbitraria (ignorando le definizioni riconosciute a livello internazionale) delle caratteristiche dei suoi componenti, nella fattispecie parliamo della lettera T dell’acronimo lgbtqia, costringe i non-conforming a “migrare” sotto altre categorie. L’adozione di assunti abituali basati sulla differenza maschio/femmina rendono impensabili le pratiche di genere minoritarie (chi scrive non è convinto che siano così minoritarie). Gli argomenti utilizzati in maniera impropria e generica sono: l’egoismo, l’egocentrismo e il neoliberismo (usato senza cognizione di causa come argomento jolly). L’affermazione standard è che si tratti di una moda.
  4. Si usano gli argomenti essenzialisti per delegittimare le differenze o si sostiene che le differenze siano insensate proponendo un’inclusione illusoria che non è accettazione ma tentativo di far dissolvere gruppi che mettono in discussione la monoliticità della categoria.
  5. La scelta della presentabilità porta a creare la divisione tra moderati e radicali in base alla scelta di adesione o no al modello sociale mainstream.                    L’ala moderata ha un miglior dialogo con le istituzioni poiché non mette in discussione lo statu quo escludente. Questo porta a due conseguenze:          a) le concessioni saranno limitate b) l’ala “moderata” non lavora per la popolazione lgbtqia (al massimo solo per una parte) ma per il sistema vigente. L’ala “radicale”, d’altro canto, avrà serie difficoltà nel rapportarsi con le istituzioni ma porterà avanti istanze molto più aderenti alla realtà e la possibilità di porre in essere una vera politica di cambiamento.
  6. Quest’ultima osservazione non deriva da quanto scritto sopra ma ha carattere di pura critica politica:                                                                        Continua ad essere sostenuta la convinzione per cui se non ci si organizza in partiti e non si individuano categorie e istanze precise e circoscritte non si ottengono risultati (la prevedibilità di un sistema è estremamente rassicurante). A queste persone devono essere sfuggite un paio di cose: a) il fallimento del sistema dei partiti b) le più grandi conquiste degli ultimi anni (ma anche quelle storiche) sono state ottenute da movimenti intersezionali. Sono i grandi movimenti di persone di differente natura ma convergenti in una visione della società comune a creare pressione sul sistema politico e sociale. I cambiamenti nella politica economica delle multinazionali, così come le conquiste dei diritti ambientali, sono avvenuti non per la politica (che ora rischia di far passare un accordo che renderà schiave le persone e che pone le multinazionali al di sopra degli Stati) ma per l’opera reale di una moltitudine che riconosce gli stessi valori. La struttura politica è sostenuta da quei figli del ’68 che hanno amato molto di più la struttura del potere che la rivoluzione e che forse vi hanno aderito non per vitalità ma per conformismo.

Osservazioni morali

Dirette conseguenze dell’accettazione del binarismo e dell’essenzialismo sono:

  1. Transfobia interiorizzata : è la convinzione di valere meno di una persona cis. Questo porta a volere/dovere giustificare la propria esistenza, a rifugiarsi in argomenti deterministici e pseudo-scientifici e a valorizzarsi attraverso l’esaltazione del dolore. A quanto pare, per molte persone trans* il valore e l’autenticità del genere sono misurati mediante gli interventi cui ci si sottopone e al grado di disagio che si prova. L’esaltazione dell’esperienza del dolore è speculare al disprezzo che i sostenitori dell’essenzialismo tentano di riversare sulle persone T*. 
  2. Transnormatività : è il tentativo di imporre un modello accettabile che ricalca quello cis/eteronormativo. Per cui verrà ritenuta rispettabile e legittima la persona transgender che si adatterà o esprimerà l’aspettativa del ruolo di genere della società. Le donne trans* dovranno rispondere alla costruzione del femminile e gli uomini trans* alla costruzione del maschile.
  3. Misgendering : l’atteggiamento violento di porre in discussione l’identità di genere di una persona. Questa pratica è diffusa anche tra le persone T* che non sanno riconoscere un transgender se non dal suo aderire a stereotipi.Frasi esemplificative di misgendering sono:– Ho appena finito di lavare i piatti e “mi sento” una “lavastoviglie” e voglio essere riconosciuta come tale. – Dentro mi sento un gatto e ogni tanto miagolo. Ma che discorsi del bip! 

    – Così ti puoi anche sentire Napoleone.                                                                                                                                                                             – Così ridicolizzi il mio percorso!                                                                                                                                                                                       – Non puoi impormi il tuo genere, al massimo uso il pronome che vuoi per cortesia. 

    Queste sono le tipiche frasi di chi non sa cosa sia l’identità di genere e impone la legittimazione solo a posteriori danneggiando esistenzialmente le persone transgender. Queste persone promuovono la cultura della violenza e sono responsabili del disagio sofferto da chi è nella loro stessa condizione e che può giungere anche a conseguenze estreme. Queste non sono opinioni ma transfobia.

  4. Body shaming : attuato da persone T* nei confronti di altre persone transgender è una strategia di misgendering che punta a enfatizzare e ridicolizzare le caratteristiche femminili negli FtM e maschili nelle MtF.Una frase tipica è: sembri decisamente una femminuccia. 
  5. Sessismo : l’accettazione di modelli stereotipati porta ad adottare tutti i comportamenti che si attribuiscono ai due sessi. Facciamo dell’aspettativa del ruolo di genere la nostra identità.Abbiamo per gli FtM il cosiddetto Manning up (Fai l’uomo!) consistente in tutti quei comportamenti che negano la sensibilità e la fragilità, l’esaltazione della mentalità sessuale predatoria dell’uomo, del paternalismo che lo vuole protettore del gentil sesso e via dicendo di tutti i luoghi comuni del modello del macho.Per le MtF si ha l’adozione del modello della “femmina” con ciò che ne consegue : modello fisico del “femminone”, modello della “bimba” : vulnerabilità, sensibilità portata al paradosso, mito del principe azzurro etc. o modello “ape regina”.                                                                                                                                                                                                
  6. Bullismo : la necessità di difendere la legittimità basata su fragili convinzioni porta a dinamiche di gruppo che isolano coloro che non la pensano e non vivono allo stesso modo. Si arriva a veri e propri linciaggi di gruppo in cui il singolo si sente forte perché vede ripetuta dal gruppo la sua convinzione a discapito di un altro. Questo avviene in quei gruppi dove c’è uno/a pseudo-leader e dei gregari. In certi gruppi ci sono assurde regole per le quali non si potrebbe assumere il nome d’elezione e usare i pronomi del proprio genere prima di aver iniziato la transizione o comunque se non ci si è adoperati per adattare la propria immagine all’aspettativa di genere.
  7. L’accettazione di tutti i luoghi comuni di cui abbiamo parlato porta ad azioni che tutelano gli interessi solo di alcune persone T* a discapito di tutti gli altri non-conforming trasformando un’azione politica in una personalistica.

Conclusioni

Alla luce di tutto quello che è stato discusso possiamo giungere alle seguenti conclusioni:

  1. Occorre riconsiderare il rapporto con gli specialisti ed elaborare un linguaggio e dei modelli che descrivano realmente le persone transgender e non le obblighino entro costruzioni fittizie per poter accedere alle terapie necessarie. Si deve anche tenere ben presente che non tutte le persone transgender desiderano transizionare al sesso opposto. I termini FtoM e MtoF indicano una direzione verso la quale ci si muove ma non indicano obbligatoriamente l’arrivare al sesso opposto.
  2. Considerare e perseguire la depsichiatrizzazione della condizione transgender in quanto non si tratta di un disturbo ma di una condizione legittima nello spettro della variabilità dell’identità di genere.
  3. Riconsiderare la narrativa per descrivere e raccontare la condizione transgender riducendo la narrativa del dolore e descrivendo la complessità del fenomeno. Fornire maggiori e più precise informazioni sia alle persone transgender, al fine di permettere una scelta consapevole delle terapie di cui si necessita, sia a coloro che si avvicinano con interesse a questa realtà. Occorre rimodellare l’immagine mainstream che forniamo ai media e che i media ci rimandano in un meccanismo chiuso e falsato.
  4. Contrasto più consapevole e preparato alla transfobia portando alla luce i meccanismi a monte della violenza che risiedono nel linguaggio e nelle convinzioni sessiste ed essenzialiste. L’insulto (o forme di violenza peggiori) è una forma di transfobia evidente ma scaturisce da costruzioni mentali acquisite.
  5. Promuovere i movimenti intersezionali in quanto permettono un’azione concreta sui meccanismi, che sono reali, e non sulle categorie, che sono costruzioni. L’intersezionalità permette un’analisi completa di un problema e non è un’alleanza di convenienza ma il riconoscimento di una visione comune del futuro, quello che rende un’azione politica produttiva e creativa e non normativa.

Lo scopo di un’educazione liberale è quello di trasmettere il senso del valore delle cose che non fanno parte delle forme di dominio, contribuire a creare dei cittadini equilibrati di una comunità libera, e attraverso la combinazione di questa appartenenza alla comunità con la creatività individuale mettere gli uomini in condizione di conferire alla vita umana quello splendore che, come un numero limitato di persone hanno dimostrato, la vita può raggiungere”. (B. Russel)

 

Ho peccato. Confesso che ho peccato nel farmi trascinare nel mondo dei frammenti, dei pettegolezzi, delle malignità. Sono stato ingenuo.                                       Però colgo questa divertente sfida: la dimostrazione della mia esistenza come attivista (quella fisica e indipendente dai miei compagni di attivismo sembra, almeno per alcuni, non essere più in discussione).
Fig. 1 incredulità san tommaso

Attivismo

Essere attivi significa dare espressione alle proprie facoltà e capacità, alla molteplicità di doti che ogni essere umano possiede. […] L’attività consiste in un comportamento socialmente riconosciuto e volto a uno scopo, che si manifesta in corrispettive trasformazioni socialmente utili. (E. Fromm)

Se ci sono doti che possiedo sono quelle del pensiero e dell’analisi. E se c’è un’attività che posso fare (compatibilmente alla mia situazione attuale) è quella di documentarmi, capire e informare.

L’informazione corretta:

  1. Cambia lo stato delle persone, le fa uscire dall’isolamento, rende loro possibile l’azione.
  2. Può eliminare pregiudizi che creano danno alle persone.
  3. Permette di scegliere veramente ciò che è meglio per se stessi.

Questa mia principale (ma non unica) attività ha causato reazioni scomposte in un piccolo gruppo di persone. Non decet. Non dovevo compiere l’indecenza di voler mostrare le cose come sono. Così, non potendo attaccare le idee, hanno attaccato la persona. E la mia risposta sarà non sulle persone ma sulle idee.                      Suddividerò le mie osservazioni in tre parti: ideologiche/teoriche, politiche e morali. Se queste mie osservazioni avranno effetto, allora sarà dimostrato che esisto in quanto attivista. Se avranno un buon effetto, allora sarà dimostrato che sono un buon attivista.

Osservazioni ideologiche/teoriche

Le basi su cui poi si costruirà tutto il pensiero e l’azione, non solo come attivisti, ma come persone che si riconoscono in un genere e in una comunità, influiscono sulla scelta del lessico, sul modo di esprimersi e formulare idee, proposte e soluzioni, finanche a influire sull’immaginare sé stessi e il proprio futuro. Sulle premesse che si accettano si baserà l’azione politica e la possibilità di fare rivendicazioni e con queste si influisce, se non si sceglie direttamente, il futuro di chi viene dopo di noi e il nostro.

Arrivo quindi a porre l’attenzione sulla prima importante osservazione:             si è scelto, per motivi contingenti o per mancanza di lungimiranza, di accettare la logica inclusione/esclusione dalla società. Fino al DSMIV abbiamo accettato la narrativa di chi ci voleva “fuori norma”, non pensando che la norma è una convenzione e che può essere discussa.

La società è la sintesi di una norma” è la frase che mi sono sentito dire da certi attivisti per confutare l’esistenza e la legittimità di categorie di persone nonconforming. Questa frase riporta al concetto, per fortuna superato, di malattia mentale. Malato è tutto ciò che non risponde o non è organico alla società, alla maggioranza, e pone le persone transgender e nonconforming sotto il perenne ricatto della possibilità di “essere riparate” (questa è ancora una grande paura di alcuni attivisti storici gay). E’ l’argomento utilizzato dai ProVita, Manif Pour Tous, Family day, intellettuali sul libro paga del Vaticano. E’ sempre stato retaggio di una mentalità conservatrice e autoritaria che ha le sue radici culturali tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 e che tanto danno ha fatto.

Il DSMV ha, per fortuna, ridefinito i termini di malattia mentale anche alla luce di molteplici studi i quali dimostrano come, in culture non normalizzate che accettano soggetti non conformi, questi non soffrano di nessun disturbo. Questo significa che vi è un grande peso dovuto alla cultura, costumi e mentalità di una società. Questo significa che alcuni tipi di disagio, interpretati come disturbi, possono variare in una scala che dipende dal “differenziale” culturale.

E’ per questo che si è passati a parlare di disforia ,e non più di DIG, e che vi è una scala di disforia (http://dare.ubvu.vu.nl/bitstream/handle/1871/40250/?sequence=8) e diversi tipi di disforia. 

 

Figura 2 grafico utrecht

Cosa comporta quindi l’accettazione della logica imposta da vaticanisti e gruppi omofobi e transfobici?

In prima istanza costringe a giustificare la propria natura mediante argomenti pseudo-oggettivi o oggettivi ma utilizzati in maniera strumentale.

La prima costruzione pseudo-logica è l’equivalenza transgender=disforia=transizione.

Esaminiamo i vari fattori:

Transgender indica un’identità di genere, quindi una percezione di sé complessa che coinvolge il modo di essere, di percepire il mondo e di rapportarsi agli altri. Ho osservato come, cambiando semplicemente il modo di parlare di sé (mediante i pronomi adeguati al genere e la scelta di un nome) le persone cambino atteggiamento, è come se si animassero, i loro gesti diventano propri. Questi sono i primi segni che si é trovata la propria identità.

Transgender è una definizione ombrello che ospita una parte dello spettro di variazione di genere che coinvolge le persone il cui genere non corrisponde al sesso biologico.

Gli stessi studi che hanno portato a ridefinire il concetto di malattia mentale mettono in evidenza che vi sono culture nelle quali le persone transgender non soffrono di disforia o ne soffrono minimamente (What can the Samoan “Fa’afafine” teach us about the Western concept of gender identity disorder in childhood?). Questo perché la cultura e gli ambienti in cui si trovano li socializzano per quello che sono.

Da qui cade il concetto di condizione necessaria e sufficiente di sperimentare disforia per avere un’identità transgender.

Anzi, possiamo dire che la disforia non fa parte dell’identità transgender ma può essere una conseguenza dovuta alla cultura cui si appartiene

Non solo, occorre puntualizzare che l’identità è la base e che la disforia, e un eventuale transizione medica e chirurgica, possono essere una conseguenza e non una legittimazione. Invertire l’ordine di queste categorie è legittimare una logica di violenza che vuole che sia l’esterno a definire l’individuo mediante prove  dolorose e, a volte, inutili.

Le persone T* che impongono questo modo di pensare esercitano un comportamento violento e discriminatorio dovuto al timore che un concetto plurale e complesso dell’identità di genere transgender ponga l’attenzione sul fatto che l’intensità della disforia dipenda dal cambiamento (naturale e continuo) dei costumi e della cultura di una società e non da una malattia immutabile e che questo avvantaggi le argomentazioni dei gruppi intolleranti nel nostro paese.

Sostanzialmente, accettando la narrativa della parte “nemica”, si è in uno stato ricattabile con l’argomentazione del “capriccio” o della scelta.

La colpa degli attivisti che accettano e promuovono questa mentalità è di lasciare così a fattori esterni la determinazione di chi sono e ciò succede solo per le persone lgbtqia+ e non per chi aderisce al modello eterosessuale. Quindi, per alcuni esseri umani l’identità di genere è un dato di fatto mentre altri devono dimostrarla.

Tutto questo non significa affatto che non esistano persone che soffrono di disforia a livelli importanti e debilitanti e che abbiano diritto all’accesso alle terapie ma significa che non vi è un unico modello di transizione, un unico modo di esprimersi, un’unica narrativa.

Disforia

Dal DSMV la disforia di genere è una condizione persistente per la quale un individuo percepisce una marcata differenza tra la percezione/espressione di sé e la percezione che la società ha di lui/lei/loro. Questa situazione crea effetti invalidanti quali disagio, ansia, stress e si ripercuote sulla sfera sociale e lavorativa della persona. Il manuale continua affermando che la disforia può essere vissuta in varie maniere, incluso il forte desiderio di essere socializzati come il genere opposto, di essere liberi da alcune caratteristiche di un genere, o la forte convinzione di sentire e reagire come il sesso opposto.

  1. Ricordiamo che il DSM è un manuale di diagnosi e non indica terapie che vanno decise a seconda dei casi dopo un attento esame e non meccanicamente. E’ inoltre da far notare che il National Istitute of Mental Care sta prendendo le distanze dall’uso del DSM.
  2. Il DSM non afferma in nessun caso l’equazione transgender=disforia ma afferma solamente che può esserci disforia di genere.              Inoltre occorre porre la questione della dipendenza della disforia di genere (richiamando la sua definizione) dalla struttura della società e dall’intorno sociale dell’individuo. Persone con identità transgender possono sperimentare diversi tipi di disforia (fisica, sociale) a diversi gradi. Facciamo un esempio molto stereotipato: se cresco in un ambiente molto binario in cui i ruoli e le espressioni di genere sono rigidissime è chiaro che soffrirò di più. Non sono da escludere neppure i fattori dell’età e della fragilità strutturale della personalità degli individui. Ho notato che persone che iniziano il percorso in età più matura hanno una maggiore serenità. Questo può dipendere dal fattore di attività sessuale (il periodo in cui il corpo è più attivo, probabilmente, rende la differenza percepita maggiore) e dal rafforzamento della personalità che avviene negli anni. Il DSMV e gli studi svolti in proposito sembrano confermare questa ipotesi trattando in maniera differente i bambini e gli adolescenti transgender.
  3. Il DSM non afferma da nessuna parte che se si ha un’identità di genere transgender è necessario sottoporsi a trattamenti ormonali e/o chirurgici.     Ma afferma solamente che tali trattamenti rimuovono o diminuiscono, con buona probabilità, situazioni di disagio.

Date queste premesse viene a cadere l’equivalenza costruita ad arte transgender=disforia=transizione.                                                                   Decade quindi l’affermazione, già logicamente scorretta, per cui l’identità deve essere confermata dall’esterno e, in maniera specifica, dal provare disforia.

Abbiamo quindi usato argomenti logici per far cadere argomentazioni basate solo su impressioni e paure personali.

Purtroppo queste argomentazioni assolutamente illogiche, come per la teoria del Gender e la distorsione grossier operata sugli studi Queer, portano a conseguenze molto pesanti e vanno ad influire sulla libera scelta e sulla qualità di vita di molte persone.

  1. Una conseguenza è la creazione e imposizione di un modello unico di transgender, spesso identificato con la persona transessuale, che vuole la persona con questa identità di genere obbligata a dimostrare la sua autenticità adottando comportamenti stereotipati. Non solo, una delle conseguenze più dannose, per il presente e per il futuro, é continuare a fornire lo stesso dato ai professionisti, ovvero a confermare una visione stereotipata ed esagerata, pur di avere accesso senza problemi alle terapie. La soluzione sarebbe combattere per ottenere maggiore trasparenza e accessibilità e non quella di “falsare” un dato su cui poi si baseranno teorie, studi, terapie. Questo comportamento equivale a turbare la misura di un dato e la conseguenza è che il dato diventa insignificante.
  2. Transnormatività e “presentabilità” : accettare la logica dei detrattori della comunità LGBT significa importare e rielaborare il concetto che, per avere una vita sociale ed essere inseriti, occorre adottare i costumi e i modi di pensare della società. Si tende quindi a presentare un’immagine che ci “mimetizzi” perdendo l’identità di genere per ritrovarci inclusi nella categoria di maschio o femmina. Sostanzialmente si opera una menomazione dell’identità. Non tutti i transgender (anzi, una prospettiva statistica e non normativa suggerirebbe che le situazioni limite sono le meno frequenti) rientrano nelle definizioni maschio/femmina. La presentabilità è un’altro meccanismo di forte castrazione della personalità e del genere. Rafforza l’idea di dover mendicare la legittimità ad essere ed esistere e rafforza un sistema normativo.              E’ assolutamente lecito assumere un modo di vivere binario e convenzionale purché questo sia nella natura della persona ma non è lecito imporlo. Non è lecito presentare solo aspetti censurati spacciandoli per rappresentativi con la motivazione di ottenere diritti per tutti.Vi sono due paradossi in questa mentalità:a) si rinuncia alla libertà personale e ad essere se stessi per essere inclusi in società.                                                                                                    b) ci poniamo contro noi stessi appoggiando ed agendo secondo un sistema correttivo.
  3. Linguaggio unico: l’accettazione della visione ristretta che costringe a giustificarsi e provare la propria identità e la costruzione completamente artificiale dell’equazione transgender=disforia=transizione porta a eliminare la magnifica complessità e narrazione di questa identità di genere. Riducendola a diagnosi e terapie si forma un vocabolario fatto di parole negative e alla descrizione di stati di sofferenza, aumentando il disagio delle persone e non fornendo la possibilità di pensarsi diversamente e quindi di concepire azioni alternative possibili. Questo linguaggio negativo aumenta gli stati di depressione e ansia. Riducendosi ad una identità stereotipata si porta ad un linguaggio che perpetua il sessismo e fornisce un quadro falsato per gli studi di genere e per i terapisti. Il linguaggio è fondamentale non solo per esprimersi e comunicare ma anche per pensarsi e quindi si va a danneggiare su più livelli , compreso quello psicologico, la persona.
  4. Le ripercussioni sul mondo del lavoro sono pesanti se si continua con la logica della malattia. Per quanto possiamo essere competenti ed equilibrati dovremmo sempre dimostrare, se ci viene permesso, il nostro valore, mentre, per il resto dell’umanità  viene data per buona la competenza fino a che non si fallisce. Questo, spesso, preclude l’accesso a professioni qualificate e condanna le persone T* a lavori umili e poco retribuiti.
  5. Transfobia interiorizzata: l’accettazione della logica della giustificazione della condizione T* porta a reiterare le stesse dinamiche che si subiscono contro i transgender che non rispondono alla norma.                                   Su questo tornerò nella seconda parte dell’articolo.

    Ethan Bonali

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Quarto anno di università per Ale, in una grande città del Nord, nessun amico.
Allo studentato dove risiedeva erano stati divisi in maschi e femmine, e si sentiva estraneo rispetto ai discorsi delle compagne di corridoio. Depilazioni, epilazioni, ricostruzione delle unghie col gel, tacchi 9, 10 e 12, e trucco tatuato semipermanente.
Anche all’università l’ambiente non era tanto diverso. Si aggiungeva una malcelata presunta superiorità da parte degli studenti indigeni, provenienti da ricche famiglie di città, figli d’arte, cresciuti a pane, Gucci e L0uis Vitton.

Non tornava a casa da molto tempo, preferiva percorrere infinite vie deserte, senza lo guardo dei passanti, in un’anonima città grigia, piuttosto che fare il protagonista di sgradevoli cene con copioni già scritti a casa di zie meridionali invadenti e ingombranti.
Qualcuno, i suoi cugini invidiosi, sposatisi a vent’anni, diceva che Ale, al nord, si nascondesse. Quello che non sapevano è che Ale lì aveva potuto essere chi realmente era, ed era nella sua provinciale cittadina meridionale che doveva nascondersi.
Ale non aveva voglia di recitare, di dare spiegazioni, di riceve domande stupide e binarie come “Quando ti sposi?“, “Hai trovato un fidanzato?“, “Come mai hai tagliato i capelli? Non preoccuparti…così sei ancora più femminile, tranquilla, cara!“.

Ale a Milano i capelli se li tagliava da solo. Era bastato un piccolo investimento al negozio CapelloPoint: un paio di forbici e un pettine scuola, e una clipper tagliacapelli con varie regolazioni. Bastava separare la parte corta, sotto e dietro, da quella appena lunga, di sopra, e, col supporto di un gioco di specchi che permetteva di vedere dietro e sui lati,  finalmente quintali di riccioli invidiati da zie e cugine zitelle avevano lasciato il posto ad un’acconciatura più adeguata.

Ale spariva sui vagoni delle metropolitane che percorreva su e giù per muoversi in città. Bastava un fasciacollo tenuto su alto e un occhio coperto interamente da un ciuffo emo ad allontanare lo sguardo delle e dei curiosi. Lo sguardo era proteso verso chi era più bizzarro e appariscente: i glamster di periferia, barboni, mendicanti, obese, e travestiti.
Ale guardava con impassibile rassegnazione la trans che le sedeva di fronte in metro: alta, ossuta, tacco sedici, capelli biondissimi, forse una parrucca, cerone spesso e pesante che copriva un residuo di alone di barba. Provava grande simpatia per quella ragazza, che, diversamente da lui, non era invisibile. Tutti guardavano perplessi e sgomenti quella ragazza infondo così binariamente conforme alle aspettative che la società ha verso le donne.
Quanta poca distanza c’era tra quella trans ed Ale. Sentiva questa vicinanza, non la comprendeva, ma la cosa che generava più sorpresa in lui era il vedere che lei attraeva l’attenzione e gli sguardi di tutti, mentre la sua diversità veniva ignorata, tollerata.
Ci fu un fugacissimo sguardo tra lui e quella trans. Entrambi avevano compreso perché si erano guardati con comprensione ed empatia, ma nessuno dei due fu capace di esprimerlo a parole, e di raccontarlo anche solo a se stesso.

Ale non aveva mai amato le regole non scritte della vestizione rituale femminile. Ci aveva camminato sui tacchi, una volta, alla laurea triennale. Li aveva dovuti togliere dopo poche decine di minuti, per continuare in tennis. Trucchi e profumi gli davano allergia alla pelle, ma forse, infondo, l’allergia si legava ad altro.
Allo studentato aveva trovato un annuncio: un tale, Nicola, si proponeva come maestro privato di chitarra elettrica. Scoprì che Nicola era a poche camere di distanza da lui, giusto aldilà del corridoio che, svoltanto, portava all’altra metà del cielo: l’ala dei maschi.
Si erano scambiati solo sms, ed è per questo che Nicola si sorprese nel vedere chi gli stava chiedendo lezioni. La stanza era disordinata, vi erano calzini e mutande dappertutto, e anche un mozzicone di canna o sigaretta. Vi era un grosso amplificatore portato su a sgamo e nascosto malamente da una bandiera della pace, pedali e pedaliere dappertutto, una vecchia Stratocaster e il Dante Agostini, la bibbia del solfeggio ritmico. Ai muri, poster di gruppi ed autori che salivano sul palco quando Nicola ed Ale non erano ancora nati. Nicola tolse gli occhiali da sole in stile Doors, tirò indietro i folti capelli mossi in stile Jim Morrison, e indicò ad Ale un traballante sgabello dietro ad un altrettanto traballante leggìo con alcuni spartiti per principianti.

Nicola era molto soddisfatto dei progressi che Ale faceva, maggiormente determinato rispetto ad altri alunni per cui una chitarra elettrica e uno spartito hard rock sarebbero stati maggiormente scontati. E così Ale aveva atteso intrepido il vaglia postale mandato da casa, quello che la mamma gli mandava affinchè “la sua piccola” potesse fiorire nella sua femminilità con accessori alla moda, senza sfigurare davanti alle raffinate colleghe del Nord, montate e  figlie di papà .
Teneva in mano i contanti prelevati poco prima dal BancoPosta quando si recò al negozio di strumenti musicali, consigliato da Nicola.
Signorina, desidera qualcosa? un microfono?
No, una chitarra elettrica?
Deve fare un regalo al suo ragazzo?
No, ma… è per un ragazzo…” Disse Ale timidamente, prima che il commesso si mettesse a mostrargli la Stratocaster di Hello Kitty o i simpatici modelli in rosa da parrocchia.

Dopo che ebbe un suo strumento, Ale iniziò a fare progressi rapidi. Era intraprendente, e presto mise un annuncio per un gruppo PunkRock. Si trattava di ragazzi di periferia, lavativi che avevano interrotto gli studi per cattiva condotta, anarchici ed idealisti, e anche un po’ puzzoni, ma erano rimasti piacevolmente colpiti dalla candidatura di Ale, sia perché inattesa, sia perchè era andato lì col sorriso, nonostante avesse dovuto percorrere chilometri a piedi, cambiando tre autobus, con un amplificatore portatile e una chitarra con custodia rigida.
Quel gruppo di disadattati, esclusi da famiglie e comitive per la loro stranezza, era diventato una famiglia per Ale. Loro erano diversi dalle borghesi colleghe con la puzza sotto al naso dell’università.
Ale era un nerd e uno smanettone, e bastò registrare un demo per farlo finire sul bancone di qualsiasi locale che facesse musica dal vivo.
Ben presto un locale specializzato in musica alternativa prese in considerazione la loro candidatura. I Rimozione Forzata sarebbero andati in scena.
Erano le ultime prove prima del concerto. Tra i ragazzi c’era molta tensione e si decideva la scaletta della serata, ogni singola frase, gesto, e si finì per parlare della presenza scenica.
“I capelli, però, scioglili”, gli aveva detto, con disinvoltura, lo sdentato batterista Ettore.
Ale non credeva che quella frase gli avrebbe potuto fare così male.
Si era sentito accettato fino a quel momento: perché poi quella frase del cazzo? Ale portava i capelli, di media lunghezza, legati in alto per mostrare la parte rasata e laterale sotto. Perché avrebbe dovuto scioglierli? In quanto materiale femminile del gruppo? Mercanzia da mostrare ed ostentare? Per salvarsi dal rischio che pensassero che fosse un ragazzo, come gli altri? Ma soprattutto…era per quello che avevano scelto lui e non gli altri?
Ettore era stato chiaramente un coglione, ma neanche lo sapeva. Lui aveva la sua bella cresta decolorata, e gli altri avevano i capelli lunghi raccolti in folti codini e nessuna intenzione di sciogliere i capelli per vederli fluttuare tra le corde del basso o della chitarra, o tra i tasti delle tastiere.
Ale non voleva assecondare le richieste sessiste del suo batterista, ma voleva comunque che il suo primo concerto fosse memorabile. Non voleva apparire come una sexy bambolona dark, ma voleva comunque avere presenza scenica in modo non dissimile rispetto ai suoi amici animali (da palco).

Fu in quel momento che gli venne in mente del parrucchiere per uomo che ogni giorno, per quattro anni, aveva visto passando per andare all’università. Era stato un barbiere per molto tempo, ma ora il vecchio proprietario aveva preso un ragazzo ad aiutarlo,  formato come parrucchiere per donna, e all’insegna scolorita “Barbiere“, si era aggiunto un posticcio tassellino di cartone, con una maldestra scritta “e da donna“.
Il barbiere, in questi anni, aveva spesso visto Ale passare. Era siciliano, attaccava bottone con chi gli stesse simpatico a pelle, e, quando Ale passava, diceva sempre “perché non vieni qui a farteli tagliare da me?
Ale ne era lusingato, ma era soddisfatto di essere barbiere di se stesso, fin quando non ebbe voglia di fare un ciuffo viola, o blu, come quello del suo invidiatissimo ed androgino bassista emo.
Era la prima volta che, passando per quella vetrina, vedeva la decalcomania sul vetro che indicava che venivano fatte anche colorazioni. Doveva essere proprio destino. Chissà quando sarebbe stato sopreso il suo “amico” barbiere nel vederlo varcare quella soglia.
Si immaginava già dentro con un giornale a parlare di calcio e formula uno, in attesa mentre vedeva fare le barbe gli anziani signori, e le creste colorate agli studentelli del primo anno, anche loro, come lui, liberi dagli sguardi censori dei genitori,a  cercare un po’ di libertà ed emancipazione.

Tanta fu la delusione quando, entrando, il barbiere non corse ad accoglierlo, ma fece un cenno al nuovo garzone, che non sapeva essere il nuovo addetto al pubblico femminile.
Il ragazzo era quello che gli sboccati punk del suo gruppo avrebbero chiamato una cula persa.
“Come ti chiami?”
“Ale”
“Alessandra o Alessia?”
“Sono Ale?”
“Devi fare la piega? Sistemare il taglio?”
“No, vorrei una ciocca blu, o viola, qui nel ciuffo, come quella del mio bassista”
Il ragazzo lo guardava perplesso e con la mano al mento: “Direi sicuramente viola, hai una foto di come li vorresti?
Si, certo” disse Ale prendendo il mano lo smartphone. Vi era la foto di Raffa, il bassista emo.
Il giovane parrucchiere fece uno sguardo schifato, e prese il suo di tablet, mostrando raffinate signore borghesi con tinte mesciate, lo shatoush, il degradè, il balayage e non so quale altra sciccherìa.
“Io però vorrei proprio i capelli come lui, – disse Ale facendosi coraggio – come il mio bassista”.
Cara, vedo cosa posso fare, tu siediti e fidati di me“.

Mentre Ale veniva impiastricciato con puzzolente decolorante, una signora burbera, con in testa una classica tintura, borbottava col parrucchiere:
Tu non mi fai mai i colori che voglio! tu pensi che io sia ignorante!
Il parrucchiere annuiva imbarazzato dall’ingombrante signora peperina
E comunque te lo meriti di essere maltrattato da noi donne! Si sa, noi donne quando vogliamo cambiare look è perché siamo insoddisfatte della nostra vita, e quindi ci sfoghiamo con te!
E poi, girandosi verso Ale
Signora, lei conferma? Che noi donne siamo cosi? Che siamo terribili?
Ale abbassava lo sguardo. Il parrucchiere andò nel retrobottega a prendere un tubetto mogano per la vecchia.
Lei sussurrò ad Ale “Non fidarti di quello là, fa sempre i tagli e colori che vuole lui! Io sono mesi che gli chiedo di farmeli biondi come la Clerici, ma lui dice che ho la pelle olivastra e me li continua a fare rossi!
Certo quelle parole non erano incoraggianti, né l’atteggiamento di ostentata disapprovazione che aveva avuto il parrucchiere alla vista dell’outfit richiesto da Ale…ma era tardi, il concerto era a breve, Ale aveva già chili di decolorante in testa.

E ora una colatina di tinta!” Disse giulivamente la checca pazza impiastricciando Ale con una tinta ancora più puzzolente.
Dopo il risciacquo, il sosia uscito male di Solange fece una piega tutta gonfia e cotonata, ma i capelli non erano nè viola nè blu, nè il colore partiva dalle punte, nè era limitato a poche ciocche, ma soprattutto era di un vezzoso rosa maiale.
Soddisfatta, caaaaara?
Ma non è viola!” disse timidamente Ale, mentre si guardava con impellente desiderio di nascondere quel colore infilando la testa dentro un secchio di fango.
A quel punto il parrucchiere eliminàò dalla sua voce ogni residuo di gentilezza che si rivolge al cliente pagante “Si che è viola“, e aggiunse, con voce risentita,”ma non le conosci le nuance?
Ma non è per niente come in foto! – continuò Ale insistendo – Potete rifarmelo del colore che ho scelto?
Quel colore non lo abbiamo, non ce lo chiede nessuna” disse stizzito il coiffeur.
Mentre Ale, sentendosi una pecora al macello, pagava il suo “Shampo, Piega, Taglio e Colore – Donna“, con un bel pezzo da cento euro (avere la vulva costa!), il parrucchiere borbottava col titolare barbiere, per giustificarsi sul quadretto a cui aveva appena assistito, dicendo
Ste provinciali, è venuta qua che sembrava un uomo, l’ho fatta rinascere, e si lamenta pure!

Ale uscì da li, prendendo vari semafori rossi col suo Scarabeo, per raggiungere in tempo il locale. I commenti dei colleghi musicisti furono pessimi, e dopo il concerto un ubriacone ci provò in modo imbarazzante, tanto da costringere Ale ad essere manesco. Erano bastate pochi tocchi di rosa in un disordinato caschetto per ravvivare i b0llenti spiriti di uno zoticone. Il compenso la mamma e le zie avevano visto le foto, su facebook, del concerto, e si erano entusiasmate per la fioritura della loro adorata rampolla femmina.

Pochi giorni dopo Ale dovette confrontarsi con lo specchio e fare i conti con quel makeover imposto con fare supponente da un effeminato hairstylist che aveva cercato di “correggerlo”. Forbici e pettine non servivano, stavolta, nè il pettinino regolatore della clipper. Il rosa non si era limitato a delle ciocche o alle punte, ma raggiungeva la radice e non schiariva nel tempo, nè era stato possibile coprirlo con colori naturali che invano Ale aveva cercato di buttarci sopra, spendendo gli ultimi soldi del vaglia postale arrivato dal sud. Se avessero fatto come aveva chiesto, colorando le punte, forse Ale avrebbe potuto salvare capre e cavoli in modo diverso.
Non rimaneva che tagliare tutto, striscia dopo striscia, non di certo con piacere, visto che l’ultima cosa che avrebbe voluto è denudarsi a tal punto, ma con un leggero sollievo, vedendo quelle ciocche rosa cadere a terra una dopo l’altra, e quel millimetro di castano spuntare dalla cute dando speranza di una lenta “guarigione” verso un’espressione estetica più consona.

Ale fece gli esami universitari rimanenti. Nessuno disse nulla, all’università nessuno si scompone per una testa rasata, ma poi i mesi passarono, e i capelli tornarono di una lunghezza tale da consentire la tanto agognata, sofferta ma desiderata invisibilità. Ale discusse la tesi quinquennale ed entrò, coi suoi pesanti anfibi neri, mondo del lavoro.
Pensava che quell’esperienza, di “teoria riparativa” parrucchieristica, sarebbe stata solo una parentesi sgradevole, ma che col tempo sarebbe riuscito a comunicare al mondo chi era.
Col tempo andò sempre peggio. Relazioni disastrose con ragazzi etero in cerca di altro, colloqui andati male che ignoravano la sua laurea a pieni voti, lavori mediocri, promozioni non date.
Del resto, ragazzi, non è un paese per genderqueer.

PARLIAMONE. Variazioni sul tema dell’identità di genere, con Nathan  e Sabrina (serata del 27 gennaio)
https://www.facebook.com/events/1067435383329695/

PETER PAN GUARDA SOTTO LE GONNE
dal 26 al 31 gennaio 2016
Campo Teatrale
da mart a ven ore 21 – domenica ore 18:30
via Cambiasi 10, Milano
Metro MM2 Udine-Lambrate
Linee di superficie 55-62

di Livia Ferracchiati
con Linda Caridi, Luciano Ariel Lanza, Chiara Leoncini, Alice Raffaelli
regia Livia Ferracchiati
drammaturgia Greta Cappelletti e Livia Ferracchiati
movimenti scenici Laura Dondi
scene Lucia Menegazzo
costumi Laura Dondi
luci di Giacomo Marettelli Priorelli
promozione Andrea Campanella
compagnia The Baby Walk

Per i soci milk il biglietto costerà 10 euro e non 20.

Seguirà una chiacchierata post-spettacolo con:
Nathan , Presidente del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano, autore di Progetto GenderQueer Autore, autore e fondatore della rivista Il Simposio

Ing. Andrea Sabrina , attivista del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano

Roberta Ursino
Promozione Campo Teatrale
via Cambiasi 10, Milano
tel 02 26113133
mob 320 0799908
roberta@campoteatrale.it
www.campoteatrale.it

Evento ufficiale, relativo a tutte le date dello spettacolo
https://www.facebook.com/events/1660371244229080/