Poliamore: la parola a Laura Daniele, poliamoros*, genderfluid e bisex

Quando scrissi di Poliamore su questo blog, non c’erano (o non li trovaii io all’epoca) punti di riferimento in Italia. Alcune delle mie idee derivavano dalla visione che la comunità LGBT aveva del tema, non priva di pregiudizi.
Nel voler scrivere di nuovo in merito, dopo l’evento a tema proposto dalla mia associazione, ho preferito far parlare a chi questa realtà la vive, e far confrontare questa persona con tutti i miei dubbi, domande, e curiosità, in modo da smontare i pregiudizi involontari che io potrei avere sul tema, ma anche i lettori.
Laura Daniele è una persona bisessuale, poliamorosa e genderfluid, che ha deciso di rispondere ai miei/nostri dubbi. Ecco le sue risposte….

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⦁ Innanzitutto dicci qualcosa di te. Età, provenienza, sesso, genere, orientamento affettivo e sessuale, professione/percorso di studi, passioni e hobbies

Ho 30 anni, sono originari* del Vicentino, genere gender-fluid (cioè con un’identità di genere parzialmente maschile e parzialmente femminile) ed orientamento affettivo bisessuale.
Ho studiato al liceo fino ad ottenere la maturità scientifico-tecnologica ed attualmente sono impiegato programmatore.
Tra le mie passioni posso annoverare la lettura, la musica (ascoltarla e suonarla), giochi da tavolo, giochi di ruolo(da tavolo e dal vivo).

⦁ Quando hai capito di essere poly? Chi sa di te? (lavoro famiglia, etc etc) Fai anche attivismo in merito? Se si, come?

Ci tengo a far presente che durante l’adolescenza, quando ho iniziato a capire meglio il mio orientamento sessuale e le mie preferenze affettive/relazionali, nonché il mio genere, parole come “poliamore” ancora non c’erano(o quantomeno non erano giunte al mio orecchio).
Persino l’esistenza della bisessualità mi era ancora sconosciuta, per non parlare della fluidità di genere (maschile-femminile).
Di conseguenza è stato piuttosto difficile per me comprendere e accettare la mia indole poliamorosa, mi vergognavo dei miei desideri e dei miei pensieri, ero certa nessuno mi avrebbe mai potuto accettare per come ero e, peggio di tutto, pensavo di essere solo io ad essere così.
Ciò che principalmente desideravo era un rapporto di affetto e amore con più di una persona, in un rapporto dove i partner fossero consci e d’accordo con questo tipo di relazione. La connotazione fisica era secondaria, in quanto ho spesso dato più importanza alla parte emotiva della relazione.

Sul posto di lavoro ovviamente tengo tutte queste cose per me, principalmente perchè preferisco essere giudicato per i miei risultati lavorativi piuttosto che per la mia vita personale e privata.
La mia famiglia lo sa perchè ho fatto coming out anni fa, la questione genderfluid non gli è stata chiara e per la maggiore viene, diciamo, “ignorata” così come la bisessualità che è stata piuttosto osteggiata inizialmente ed ora viene ignorata con decisione.

Nello specifico riguardo al poliamore la mia famiglia accetta con riserva la cosa considerandola una situazione temporanea e senza futuro, purtroppo.
Col passare del tempo, conoscendo persone nuove e vivendo a Padova ho avuto la possibilità di ampliare di molto le mie conoscenze su queste realtà e darmi la possibilità di viverle con maggiore libertà.
Faccio attivismo riguardo al poliamore parlandone con le persone che conosco e rispondendo alle loro domande e ai loro dubbi sulla questione, partecipando ad incontri liberi che avvengono a Padova dove chiunque può partecipare, esporre i propri dubbi e ascoltare le esperienze mie e di altre persone poliamorose per farsi un’idea di che cosa siano le relazioni affettive comprese nella definizione di “poliamore” o “non-monogamie etiche”.
Ci tengo a sottolineare che non si tratta di “proselitismo”, ma semplicemente di informazione rivolta a chi vuole porre delle domande sull’argomento.
(Quel tipo di informazione che avrei fermamente voluto avere io in più giovane età e non ho mai avuto la possibilità di chiedere. )

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⦁ Quali sono state le reazioni al tuo coming out come poly? Quali gli ambienti più ostili e quali quelli più favorevoli?

Le reazioni al mio coming out poli solitamente vanno dalla curiosità alla perplessità, reazioni ostili non ne ho fortunatamente ricevute. L’ambiente meno favorevole che ho trovato al mio coming out poli è stato nella mia famiglia, ma mi considero comunque una persona più fortunata rispetto ad altre perché sia i miei genitori che mio fratello maggiore mi hanno comunque rassicurato sul loro affetto nonostante quelle che definiscono le mie “stranezze” (pressoché incomprensibili ai miei genitori).

Quando ti sei scopert* poliamoros*?  Si dice poliamoros* o poliamorista?

Principalmente dalla prima adolescenza dove mi sono res* conto di desiderare un rapporto affettivo con più persone (a prescindere dalla componente sessuale), ho accettato la cosa a 25 anni, quando ho conosciuto le prime persone poliamorose.

Riguardo alla questione “poliamoroso” o “poliamorista” devo ammettere che non mi tocca molto, di conseguenza non sono molto informato a riguardo.
Per rispondere a questa tua domanda preferisco rimandare ad un sito dove viene spiegato da persone più competenti di me in materia.

Quando viene coniato il termine poliamore?

Per questa domanda tecnica ammetto di aver preferito ricercare la definizione corretta su Wikipedia, essendo ben spiegata mi permetto di citarla:

“Il termine è stato coniato indipendentemente da più persone, tra cui Morning Glory Zell-Ravenheart che introdusse il termine «relazione poliamorosa» nel suo articolo A Bouquet of Lovers nel 1990, e Jennifer Wesp che creò su Usenet il newsgroup alt.polyamory nel 1992.[2] Tuttavia occorrenze del termine sono state reperite già a partire dagli anni sessanta, e le relazioni poliamorose sono ovviamente esistite da ben prima che il termine venisse creato. Molto probabilmente il termine è da far risalire all’opera di Charles Fourier che nel suo Il nuovo mondo amoroso descrive in maniera dettagliata questo genere di rapporti. Non è un caso che la sua opera sia stata pubblicata proprio nei primi anni 60 influenzando massicciamente il dibattito del tempo.”

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Qualcuno parla di due modalità poliamorose: lone wolf, ovvero la persona che ha più relazioni, tutti/e sanno delle altre relazioni, ma non sono amici/partner tra loro, e “tribal”, in cui tutte le persone sono tra loro intrecciate da amore/amicizia. Puoi spiegarci la differenza tra queste due modalità, tra altre ulteriori oltre a queste, e tutte le sfumature e vie di mezzo? Potresti poi dirci quali sono invece quelle o quella che tu preferisci?

Questa domanda è molto complessa, poliamore è un termine ombrello che comprende diversi tipi di relazioni affettive diverse da quella culturalmente più diffusa e promulgata della coppia monogama uomo-donna.
Le due caratteristiche principali del poliamore sono la non-monogamia e la consensualità di tutte le parti coinvolte.
Di conseguenza c’è chi per il suo percorso di vita e le sue preferenze si trova in relazione con più partner che non hanno un rapporto di amicizia o affettivo tra di loro (magari per differenti orientamenti sessuali o semplicemente perché non si trovano così interessanti l’un l’altr*), in altri casi invece anche tra i partner di una persona si formano legami più forti, dall’amicizia fino a veri e propri rapporti amorosi.
In quest’ultimo caso si vengono a formare dei gruppi, a seconda del numero di persone coinvolte si possono definire come un trio, un quartetto o più.
Dopodiché qualunque variante tra uno e l’altro tipo di relazione possiate immaginare sicuramente sta già venendo vissuto da qualcuno, e magari ha anche già ricevuto una denominazione (in caso vi servisse un termine per definirvi parlando con qualcuno).

Amicizie tra ex…sono più frequenti nel mondo poly? Che ne pensi tu, in prima persona?

L’unico motivo per cui immagino (ma premetto che non ho dati statistici a riguardo perciò esprimo solo un mio personale parere) che le amicizie con ex possano essere più frequenti in ambito poli potrebbe essere il maggior lavoro su se stessi e sulla comunicazione nel rapporto poliamoroso che possono aiutare ad evitare rotture brusche che lasciano l’amaro in bocca e guastano i rapporti.
Credo che nel permanere di un’amicizia con un ex incidano il modo in cui si è chiuso il rapporto e l’intensità dello stesso.
Allo stesso tempo il non ricorrere a “schemi prestabiliti” potrebbe aiutare a superare la più comune mancanza di contatti dopo la chiusura del rapporto affettivo.
Mi spiego meglio: pensando soprattutto ai più giovani (ma non solo!) l’inizio di una relazione con un/una partner si basa sul semplice accordo dell’esistenza di una relazione affettiva tra i due (ad esempio: “Stiamo assieme” o “Siamo una coppia”) che in sé comprende una serie di regole comuni il più delle volte non esplicitate (ad esempio il fatto che la relazione sia monogama o che l’altra persona rinunci ad uscire con gli amici per stare con il partner, per citare alcuni esempi comuni).
Spesso, per imbarazzo o semplicemente perché non si contempla la possibilità di parlarne chiaramente, queste regole difficilmente vengono discusse dalla coppia, soprattutto inizialmente.
Ma ogni coppia, così come ogni rapporto poliamoroso, sono formati da persone diverse le une dalle altre, e non tutti hanno gli stessi desideri o gli stessi bisogni. Cucire” la relazione su misura in base alle persone coinvolte permette ai partner di comunicare profondamente e chiaramente i propri bisogni, le proprie possibilità ed i propri limiti in maniera che l’altr* partner possa esserne consapevole, decidere di accettarli e capire come comportarsi.
Dal momento in cui per i rapporti multipli questo insieme di regole non scritte non esiste, il lavoro di “cucitura” della relazione è d’obbligo per creare delle fondamenta solide.
Questo potrebbe di conseguenza anche permettere più facilmente la possibilità di mantenere contatti con ex-partner, anche di buona amicizia. (Cosa che tranquillamente avviene anche dopo il termine di rapporti monogami, ovviamente)

In prima persona posso dire che con alcuni dei miei ex è rimasta una buona amicizia mentre con altri una volta interrotto il rapporto non ci sono stati ulteriori contatti perchè comunque, nonostante il lavoro su se stessi(che non a tutti dà risultati negli stessi tempi) anche nelle relazioni poliamorose così come in quelle monogame le rotture definitive (e anche dolorose) dei rapporti esistono.

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Cosa sono le monogamie etiche? E che si intende per monogamia etica?

Per monogamia (o poligamia o poliandria) etica si intende un tipo di relazione basato sull’onestà e la trasparenza tra i partner.

Come chiamate i “monoamoristi”?

Non posso parlare a nome dell’intera comunità poliamorosa ovviamente, ma se devo parlare di una persona con preferenze monogame la definisco così o semplicemente monogama.

Differenza tra poliamore, coppia aperta, battitori liberi (chi è single non deve essere fedele a nessuno), e fedifraghi/adulteri

Ci tengo particolarmente a parlare della differenza tra poliamore e fedifraghi/adulteri, proprio perché come già dicevo una delle principali e più importanti caratteristiche del poliamore è la consensualità. Questo significa che tutte le parti coinvolte devono essere a conoscenza dell’esistenza degli altri partner e soprattutto essere d’accordo.
Una relazione affettiva di qualunque tipo cresce sana su regole stabilite esplicitamente tra le parti, nel caso della coppia monogama una delle regole è che non ci siano altri partner oltre alle due persone coinvolte, nel poliamore invece sono diverse a seconda di ciascuna situazione specifica.
Di conseguenza andiamo dalla coppia aperta che si basa sulla regola di avere rapporti sessuali con altre persone senza coinvolgimento affettivo(da molti non considerata come poliamore in quanto non comprende il coinvolgimento affettivo di più partner ma solo fisico) al singolo che preferisce non coltivare una relazione con una persona sola ma con più partner con la stessa intensità, e con ciascuno di essi si accorda sulla regola di non unicità del rapporto affettivo.
Ci sono poi diversi altri casi di cui vi invito ad approfondire nei link che indicherò successivamente per chi può essere curioso o interessato.

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Il poliamore è fare sesso con più persone, amandole tutte quante, oppure si possono avere anche partner di solo sesso/amicizia?

Come spiegato precedentemente, la seconda opzione.
Anche se per molti non viene considerato poliamore nel momento in cui non vi sono relazioni affettive tra più di due partner.

Alcuni parlano di relazioni tutte alla pari, altre di una relazione principale ed altre secondarie. Spiegaci meglio…

Semplicemente nelle relazioni con più di una persona si può vivere un’intensità uguale o simile per tutti i rapporti affettivi in cui si è coinvolti ed in quel caso si definiscono relazioni alla pari, nel caso in cui l’intensità del rapporto sia differente da partner a partner (per le più svariate motivazioni) si può definire una relazione primaria rispetto ad un’altra, di conseguenza secondaria.

Poli…amore: ma cosa si intende esattamente per “amore”?

Che cos’è l’amore nel poliamore? Direi semplicemente l’amore che una persona può provare nei confronti di un’altra, solo che anziché accadere con una persona sola alla volta, avviene con più di una persona nello stesso tempo.

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Alcuni poly non tendono forse ad essere giudicanti verso i mono? Danno per scontata la loro infedeltà, minor trasparenza…

È difficile rapportarsi con una realtà che troppo spesso risulta giudicante nei tuoi confronti e a volte alcune persone tendono a comportarsi allo stesso modo con la controparte.
È un atteggiamento che esiste in alcuni individui di entrambe le posizioni ideologiche e purtroppo non solo non è costruttivo, ma anche nocivo per la pacifica comprensione e convivenza.

Gelosia: è un argomento di forte riflessione nel mondo poly, ma a volte viene giudicata tout court. Non pensi che ci possano essere forme “sane” di gelosia, magari all’esterno del poliamore?

A dir la verità ritengo la gelosia un sentimento poco piacevole da provare, di conseguenza fatico a trovargli una connotazione particolarmente positiva.
Del resto è un sentimento che possiamo provare e non ci fa bene stigmatizzarlo e negarlo. Ci aiuta di più accettare la sua presenza dentro di noi per poterlo elaborare.

Credo che il più delle volte la gelosia nasca da una forma di insicurezza, in sé stessi o nel rapporto.
Come la maggior parte delle persone anch’io l’ho provata e mi sono confrontato sull’argomento con amic* o conoscenti, le componenti più diffuse che ho trovato sono finora:
– la preoccupazione di perdere il/la partner e/o le sue attenzioni,
– la paura che il partner dedichi ad altr* le attenzioni che invece si vorrebbero in esclusiva,
– la preoccupazione di “perdere” nel confronto con gli altri e scoprire che il partner preferisce loro a noi.

Ho avuto modo di riflettere personalmente su questi aspetti e devo dire che non è stato facile!
Ho compreso che non è sano per me avere “bisogno” del partner, come se tutto il mondo girasse intorno a lui/lei. Sembra ovvio per alcuni, ma non per altri l’importanza di mantenere la propria individualità all’interno del rapporto pur ragionando nell’ottica del mantenimento del benessere di entrambi.
Ho quindi imparato a considerare la relazione affettiva come un bel valore aggiunto al nostro percorso di vita, ma non qualcosa di fondamentale per completarci.
Nel momento in cui io sto bene con me stess* iniziare una relazione affettiva con una o più persone mi richiede di sacrificare del tempo e delle energie che potrei dedicare a me, ma mi dà anche una serie di aspetti positivi che credo valgano il sacrificio.

Poi è importante ricordarsi che se noi e il nostro partner ci siamo scelti in base a quanto dicevo prima è perché stiamo bene l’un* con l’altr*, di conseguenza nessuno dei due interromperà facilmente il rapporto senza motivazioni più che valide.
Nel rapporto poliamoroso, per esempio, non è necessario che una nuova relazione richieda la cessazione della relazione già esistente, ma sicuramente richiede di stabilire delle regole perché tutti si sentano a proprio agio nella situazione.

Il fatto che al/alla nostr* partner interessi un’altra persona non significa che noi non gli/le risultiamo più interessanti, ma semplicemente che anche un’altra persona incontra il suo interesse.
Nella nostra cultura veniamo cresciuti con l’idea che per noi esista solo un’anima gemella, ma è una credenza che al confronto poi con la realtà ci crea delle aspettative che facilmente possono venire deluse.

Insomma, per evitare di dilungarsi ulteriormente sull’argomento (sul quale si potrebbe tranquillamente discutere per ore essendo piuttosto vasto!) posso dire che può succedere di provare interesse per qualcun altro nonostante si sia in una relazione (dopo la fase iniziale di innamoramento è importante che il mondo al di fuori della coppia torni ad esistere per i partner ), partendo sempre dalle regole stabilite tra le parti anche l’autostima ed il rispetto verso l’altr* partner permettono di gestire la situazione e soprattutto la questione gelosia al meglio.

Credo che la gelosia sia un sentimento che esiste nella maggior parte di noi (e in quanto tale vada accettato) e su cui lavorare assieme al/ai partner, senza vergogna o accuse (per questo ritengo sia importante parlarne prima che la gelosia faccia male innescando reazioni impulsive).

Certo non è semplice parlare apertamente delle proprie emozioni con la persona che amiamo e che, quindi, con una reazione negativa può farci soffrire più di altre, ma riuscire a farlo con la dovuta delicatezza è una buona dimostrazione di fiducia che aiuta i partner a capirsi meglio, a rassicurarsi l’un l’altro e a discutere le regole della relazione per permettere alle parti la giusta serenità nella relazione.
Un’altra importante componente da ricordare è trovare il giusto equilibrio tra la protezione di noi stess*, come delle nostre necessità, e l’interesse per il benessere della persona amata.
Nessuno può dire che sia facile, né per le coppie monogame né per quelle non-monogame!

C’è chi è di indole più o meno tendente alla gelosia, interrogarsi su che pensieri ricorrono nella nostra testa quando proviamo questo sentimento “scomodo” ci può aiutare a capire le cause prime che lo scatenano e aiutarci a lavorarci sopra.
Posso solo consigliare(come mi disse una psicologa con cui mi confrontai tempo fa) un buon lavoro su se stessi, moltissima comunicazione chiara e trasparente tra i partner e fiducia nel rapporto.

Solo un’ultima cosa mi permetto di dire: ho sentito spesso affermare che la gelosia dimostra che i nostri partner ci tengono veramente a noi… Devo ammettere che questa definizione non mi piace per nulla, un/una partner può tranquillamente dimostrare di tenere a noi con mille attenzioni positive differenti in modo più sereno che soffrire e limitare la nostra libertà per paura, insicurezza o senso di possesso.

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Poliamore e tradimento: quando una persona aggiunge una relazione al di fuori di quelle dichiarate e condivise, non è comunque un tradimento?

Il tradimento esiste anche nel poliamore in quanto tradimento delle regole decise assieme alle parti coinvolte.
La trasgressione di queste regole si può definire tradimento a prescindere che esse siano di monogamía o di altro genere.
Per portare un esempio tra i molti, nel caso di una relazione comprendente 3-4 persone in cui si è deciso di comune accordo di non iniziare altre relazioni al di fuori del trio/quartetto aggiungere una relazione senza averne prima parlato con gli altri è un tradimento delle regole condivise, così come potrebbe esserlo in una coppia(monogama) con le stesse regole.

⦁ Rapporti tra un poly e un non poly: come gestirli?

Credo sia un compromesso difficile da raggiungere nel momento in cui sono presenti altri partner, ammetto che personalmente non saprei bene come gestirla, soprattutto nel momento in cui dalla parte poli sono già presenti altri partner o si presentano nel corso della relazione.

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⦁Genitorialtà condivisa: cosa ne pensate? Se un gruppo di poly volesse progettare una genitorialità? E’ un tema dibattuto?

Posso dire che so dell’esistenza di famiglie poligenitoriali e personalmente le considero alla pari delle famiglie numerose che erano frequenti in Italia e negli anni passati dove nella stessa famiglia convivevano diverse generazioni e i bambini avevano più figure adulte a cui fare riferimento.
Da ciò che ho potuto leggere e discutere nei gruppi di discussione ritengo si tratti comunque di un tema dibattuto all’interno della comunità poli, soprattutto per l’ampia gamma di differenti tipi di relazioni non monogame esistenti, ciascuno con le sue caratteristiche e necessità.

⦁ “Scorporare” il matrimonio. Se io desiderassi un progetto di genitorialità con una persona, un amore romantico con un’altra, la sfera sessuale con un’altra ancora, la dimensione patrimoniale con un’altra ancora, come potrei tutelare legalmente queste mie esigenze? Sono temi dibattuti nel mondo poli?

Sono temi dibattuti, esistenti ma difficili da gestire nel momento in cui non esistono ancora leggi che permettano questo senza possibili difficoltà nel momento in cui si abbia necessità di tutelare legalmente tutti i propri affetti.

⦁ Poliamore e bisessualità: due temi spesso confusi, possiamo a fare chiarezza?

Non si tratta di nulla di complicato in realtà, ma è difficile fare chiarezza senza ricevere informazioni chiare e corrette.
Il poliamore è uno stile relazionale (come lo è la monogamia) mentre la bisessualità è un orientamento sessuale e affettivo (come l’eterosessualità, l’omosessualità o l’asessualità).
Possono esistere una coppia gay, lesbica o etero così come possono esistere un trio o un quartetto (o più) con all’interno persone con lo stesso o con diversi orientamenti sessuali.

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⦁ [Inserisco questa domanda su suggerimento dell’intervistat*, perché è una “domanda latente” ed è molto importante fare informazione in merito]
Avere rapporti fisici con più partner aumenta il rischio di contrarre MTS (Malattie sessualmente trasmissibili)?

In realtà no, soprattutto se non si dà per scontata la propria o altrui buona salute come fin troppo spesso accade!
E importante preoccuparsi di questo aspetto, a prescindere che ci si trovi in una relazione monogama, poli o nel momento in cui siamo single e cerchiamo rapporti occasionali.
Con preoccuparsi intendo innanzitutto proteggersi durante i rapporti (ci sono ormai una vasta gamma di prodotti pensati per la protezione della nostra salute: dai profilattici specifici per i diversi tipi di utilizzi, ai preservativi femminili, al dental dam per alcuni tipi di rapporti orali). Non siate timidi/e e chiedete in farmacia o fate una semplice ricerca di questi termini su google!
Altra pratica importante è fare periodici controlli tramite test e analisi.
Molti non lo sanno ma in diversi ospedali è possibile fare le analisi per HIV ed epatite gratuitamente e anonimamente, così come alcuni consultori mettono a disposizione un servizio ginecologico per minori e/o persone meno abbienti.
E’ buona norma fare le analisi del sangue almeno una volta all’anno anche se non si è cambiato partner negli ultimi mesi o anni, e non dimenticare che alcune di queste malattie non si trasmettono solo tramite rapporto penetrativo.

La scelta di non utilizzare protezioni in un rapporto, che sia con una o più persone, deve essere una scelta consapevole e condivisa da parte di tutti, preceduta da dei controlli medici che accertino la perfetta salute di tutti i partner coinvolti.
Può sembrare ovvio per alcuni, ma meno per altri: controllarsi tramite test, visite ed analisi non è una cosa di cui vergognarsi, ma un buon comportamento igienico che ci permette di proteggere e conservare al meglio la nostra preziosa salute e anche quella del/dei partner.

Probabilmente si nota (vista la prolissità della risposta), ma questo è un aspetto che mi sta molto a cuore perché purtroppo non ho avuto occasione di ricevere una corretta educazione sessuale durante la mia crescita e ho conosciuto le buone pratiche per la corretta prevenzione dalle MTS oltre i 25 anni, quando nel mio primo rapporto poliamoroso uno dei ragazzi con cui ero in relazione si è preso il tempo (e la pazienza) di spiegarmi tutto (per mia fortuna è uno studente di medicina che ha frequentato diversi corsi di specializzazione sull’argomento).
Sapersi proteggere e saper proteggere i nostri partner invece è un argomento importante che trovo fondamentale affrontare fin dall’adolescenza!

⦁Come proteggere i luoghi di incontro poly dallo sguardo o la curiosità pruriginosa di chi poli non è, ma cerca incontro facile?

Credo la cosa migliore sia organizzare incontri o eventi poli di cui sia a conoscenza principalmente la comunità poli (attraverso gruppi facebook o forum nei siti di riferimento), comunque rimane l’esistenza di luoghi di incontro dove persone poliamorose e persone semplicemente curiose possono conoscersi e discutere in un ambiente tranquillo, spero aiutino a far capire a chi si avvicina con la speranza di un incontro facile che questa realtà probabilmente non è ciò che cerca.

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Millennials: aumentano i coming out genderqueer e genderfluid

Uno studio del GLAAD ci dà informazioni su come i Millennials (le persone che oggi hanno tra i 18 e i 34 anni) vivono orientamento affettivo/sessuale, identità di genere e ruolo di genere. orientamento affettivo/sessuale, identità di genere e ruolo di genere.

Il sito più veloce a tradurre e riportare in italiano i dati è, ahimè, un sito contro “il gender”.  Riporto la notizia “epurandola” dai giudizi moralisti. Coloro in rosso le mie modifiche.

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[fonte]

Le nuove generazioni sono sempre più “gender fluid”. Ad affermarlo è GLAAD (Gay & Lesbian Alliance Against Defamation), una delle più influenti associazioni LGBT statunitensi, in uno studio recentemente pubblicato, Accellerating Acceptance 2017, che fa il punto della situazione negli Stati Uniti riguardo l’accettazione sociale dell’omosessualità e degli altri orientamenti sessuali, contemplati nel sempre più ampio acronimo LGBT+ con il quale si identifica la comunità arcobaleno internazionale.

Il sondaggio realizzato da Harris Poll, una azienda specializzata in ricerche di mercato online, come si legge nel paragrafo dedicato alla metodologia adottata, è stato condotto nel novembre 2016, intervistando 2.037 ragazzi tra i 18 e i 34 anni, di cui 1.708 eterosessuali cisgender.

Il documento di 8 pagine, dopo una breve introduzione, presenta i risultati in 4 macro punti:

  1. I giovani d’oggi sono più portati ad identificarsi come LGBTQ che le passate generazioni
  2. I giovani d’oggi sono più portati ad identificarsi al di fuori della tradizionale dicotomia binaria “omosessuale/eterosessuale” e “uomo/donna”
  3. I giovani d’oggi sono più portati ad allearsi con la comunità LGBTQ
  4. L’accettazione delle persone LGBTQ rimane alta ma i progressi sono rallentati dopo la storica sentenza sul matrimonio egualitario.

Vediamo ora i singoli punti.

I GIOVANI D’OGGI SONO PIÙ PORTATI AD IDENTIFICARSI COME LGBTQ CHE LE PASSATE GENERAZIONI

Secondo lo studio i Millenials ossia la fascia di popolazione compresa tra i 18 e i 34 anni si identificano in maniera significativa come LGBTQ rispetto alle generazioni precedenti.

Tra i motivi di tale netto mutamento culturale, fra le altre cose, gli autori sottolineano l’importanza del ruolo svolto dal sistema massmediatico con il suo incessante ed efficace messaggio di abbattimento degli stereotipi e di rimozione dello stigma nei confronti delle persone LGBT.

Tale profondo cambio di paradigma ha fatto si che, sempre secondo tale studio, i Millenials siano più di 2 volte portati ad identificarsi come LGBTQ rispetto alla generazione dei cosiddetti Boomers, ossia coloro che oggi hanno tra i 52 e i 71 anni e  il 56% in più della generazione X, ovvero la fascia di popolazione compresa tra i 35 e i 51 anni.

Ma il dato più eclatante di tutti è che, sempre secondo i dati riportati da GLAAD,  ben il 12% dei Millenials si identifica come transgender o gender non conforme, ossia non riconoscono il proprio sesso di nascita o la loro “gender expression” è differente da quelli che sono i classici modelli maschile e femminile.

I GIOVANI D’OGGI SONO PIÙ PORTATI AD IDENTIFICARSI AL DI FUORI DELLA TRADIZIONALE DICOTOMIA BINARIA

Mentre le vecchie generazioni di persone LGBTQ (dai 35 anni in su) utilizzano le parole “gay” e “lesbica” e “uomo” e “donna” per descrivere il loro orientamento sessuale ed identità di genere, i Millenials adottano oramai una nuova terminologia che supera tale classica “dicotomia” maschile/femminile.

Anche qui gli autori evidenziano l’importanza della accresciuta visibilità mediatica della “causa LGBT” che ha favorito il processo di graduale metabolizzazione sociale della sessualità, intesa non più come scelta binaria maschio/femmina, ma come spettro di infinite possibilità in perenne mutamento.

In questo senso, la ricerca attesta come gli intervistati abbiano affermato di avere tra i loro conoscenti, oltre a persone gay e lesbiche (73%), persone bisessuali (29%),  transgender (16%),  queer (8%),  asessuali (7%),  pansessuali (6%),  gender fluid (5%), bigender (4%), genderqueer (3%),  agender (29%),  insicuri o questioning gender (29%).

I GIOVANI D’OGGI SONO PIÙ PORTATI AD ALLEARSI CON LA COMUNITÀ LGBTQ

Per comprendere meglio il “grado” di supporto nei confronti della comunità LGBTQ, GLAAD ha poi suddiviso gli americani non-LGBTQ in 3 principali segmenti corrispondenti ad altrettanti gradi di percezione e accettazione della “causa omosessuale”:

  1. Alleati
  2. Supporter distaccati
  3. Resistenti

Gli studi, si legge nel testo della ricerca, mostrano che coloro che personalmente conoscono qualcuno appartenente alla comunità LGBTQ sono più propensi ad appoggiare i “diritti” LGBTQ.

Detto ciò, i Millenials, che come abbiamo visto sono più inclini ad identificarsi come LGBTQ rispetto alle generazioni precedenti, sono anche i più disposti a supportare le istanze omosex in quanto, appunto, più favorevoli ad accettare le rivendicazioni dei loro amici o conoscenti LGBTQ.

Tra i Millenials dunque il 63% si schiera tra gli alleati, il 23% tra i supporter distaccati e solo il 14% sul fronte opposto dei resistenti.

L’ACCETTAZIONE DELLE PERSONE LGBTQ RIMANE ALTA MA I PROGRESSI HANNO RALLENTATO DOPO LA STORICA SENTENZA SUL MATRIMONIO EGUALITARIO.

L’ultimo punto, infine, sottolinea come la decisione della Corte Suprema del giugno 2015 che ha sancito il diritto costituzionale per ogni cittadino americano ad unirsi in matrimonio con chi ama, al di là del sesso di nascita, abbia rappresentato uno spartiacque fondamentale nel processo di “normalizzazione” dell’omosessualità.

Tuttavia, notano gli autori del documento, nonostante ciò si è poi assistito ad un rallentamento sul tema dei diritti gay.

Ora gli occhi  (e i fucili) sono puntati sull’amministrazione Trump e GLAAD assicura che rimarrà, come sempre, vigile a controllare in prima linea che non venga fatto alcun passo indietro rispetto alle “conquiste” fin qui raggiunte.

Miley Cyrus, Jaden Smith, Ruby Rose: Hollywood diventa genderqueer

Nel 2015 Miley Cyrus, attrice che ha dato il volto ad Hanna Montana, personaggio della Disney, pensato per adolescenti, si è dichiarato/a genderqueer.

The Tonight Show with Jay Leno - Season 22

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La stampa italiana non ne ha parlato, mentre la stampa estera ne ha scritto abbondantemente, e ha prodotto divertenti fotomontaggi che evidenziano la somiglianza con l’androgino Justin Bieber.

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MIley non è l’unico vip genderfluid: Ruby Rose, nota anche per la sua partecipazione ad Orange Is The New Black ha ritratto la sua metamorfosi di genere in un video.

Non va dimenticato il figlio/a di Will Smith, Jaden, che, ahimè, ha dovuto tagliare i capelli per ragioni cinematografiche

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Se siete curiosi/e su altri personaggi di Hollywood che si dichiarano Genderqueer, ecco alcuni link , che presentano una lista di altri personaggi , guardacaso tutti molto giovani, o,come si direbbe oggi, Millennials.

In Italia questi personaggi sono stati criticati, come esibizionisti o “finti transgender”.
Io però penso che sia positivo che così tanti personaggi stiano dichiarando la loro non conformità di genere.

E voi cosa ne pensate?

Teen Gender: la parola alla Dott.ssa Roberta Ribali

Domenica 19 Febbraio il Milk Ospita l’evento “Progetto Teen Gender”, riguardante gli adolescenti e le tematiche di genere.
Interverranno la dottoressa Roberta Ribali (psichiatra), i dottori Valentina Guggiari e Stefano Ricotta (psicologi), Daniele Brattoli (assistente sociale), Andrea Pucci (aspetti legali).
Per preparare all’incontro abbiamo intervistato la Dott.ssa Ribali, medico specialista in Neurologia e Psichiatria, psicoanalista, consulente del Tribunale di Milano per le tematiche di identità di genere.

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Ciao Roberta e benvenuta sul blog. Sarai relatrice sei stata promotrice della serata Teen Gender…come mai ti sta a cuore questo tema?

Abbiamo tutti infinite sfumature di identità di genere. Ne ho anch’io,ovviamente…!

Cosa pensi dei bambini “gender non conforming”?
Sono modi d’essere che si ritrovano a volte nei cuccioli della specie Homo Sapiens Sapiens… 🙂

Secondo te è una tematica di ruoli di genere, di identità di genere o i due temi talvolta si intrecciano?
Nei bambini non si puo’ individuare chiaramente …. a volte è un gioco, a volte un intreccio complesso di ruoli esterni e di vissuti intimi e profondi.

Come pensi sia corretto per la famiglia approcciarsi a un bambino “gender not conforming”?
Documentarsi, rilassarsi e lasciarlo/a esprimersi con libertà.

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E la scuola che doveri ha verso i bambini con una tematica di genere?
Il primo dovere, verso ogni bambino, è il rispetto. La scuola può informare e formare insegnanti e genitori, perché a loro volta comprendano, accettino e passino ai piccoli messaggi di rispetto e tolleranza.

Come tutelarsi dal problema del bullismo?
Prevenendolo, con l’informazione e l’educazione dei bambini al rispetto e anche alla difesa attiva dei più deboli, se occorre.

Se una persona molto giovane manifestasse il desiderio di essere conosciuta e rispettata con un nome “non anagrafico”, come ci si dovrebbe comportare, nelle situazioni maggiormente burocratizzate, come la scuola?
Molte scuole hanno dirigenti e insegnanti aperti e psicologicamente preparati a trovare soluzioni creative e divertenti, accettabili dai bambini e dai genitori. i bambini percepiscono facilmente se un compagno si presenta e si comporta secondo modelli cross, e non fanno una piega, se sono stati educati correttamente. Usare un nome o un soprannome gradito al bambino in questione non mi pare un problema insormontabile.

Il tuo lavoro ti permette un osservatorio privilegiato: come sono gli adolescenti che segui? Decisi? Confusi? e com’è l’ambiente che li circonda?
Gli ambienti sono eterogenei, i contesti sociali italiani sono estremamente vari. Sono soprattutto le famiglie che impostano i ragazzini: poi la scuola e il gruppo che frequentano fanno il resto. Se hanno fortuna, cresceranno più sicuri e con meno ansie, altrimenti ….. saranno i nostri pazienti di domani. Oggi i ragazzi non temono di confrontarsi, se necessario, con professionisti della psiche, e questo è cosa positiva.

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Come sono cambiate le cose negli ultimi decenni?
Da noi, si può dire che gli ambienti più aperti accettano di passare da una visione binaria del genere a una visione più fluida. I media hanno aiutato a cambiare molto le cose, che rapidamente stanno muovendosi verso una maggiore tolleranza.

I professionisti del benessere mentale della persona che accortezze devono avere coi minori con tematiche di genere? e quali sono i rischi?
Molti psicologi e operatori hanno fatto sforzi per aprirsi e studiare nuove teorie e nuovi approcci, ma ancora esistono professionisti che sono rimasti ancorati a pregiudizi superati. Da evitare, semplicemente. Cambiare medico di base, psicoterapeuta o counselor non è difficile.

Qual è l’approccio migliore verso queste giovanissime persone? Quali le mosse da fare per essere maggiormente rispettosi e possibilisti?
Appunto, il rispetto è alla base di qualunque rapporto positivo, con qualunque giovanissimo, e soprattutto con i bambini. Attenzione anche a non strafare, però, con le migliori intenzioni: ai ragazzini che manifestano istanze gender fluid si deve sempre offrire la possibilità di modificare il loro percorso, o di trovarne altri, in direzioni diverse. Senza fretta.

Quali strumenti i professionisti possono dare a questi ragazzini in modo che possano sopravvivere?
Sopravvivere sopravvivono: il professionista deve aiutare a vivere bene! E quindi, deve impegnarsi, muovendosi anche nel sociale che circonda il ragazzino: famiglia, scuola, relazioni.

La tematica di genere puo’ portare un giovanissimo all’abbandono degli studi? cosa si può fare per evitare questo rischio?
E’ , secondo me, uno dei rischi più gravi, conseguenza di sintomi disforici che devono essere portati alla luce ed eliminati. Che genitori, insegnanti e psicologi non abbiano timore a fare domande, di fronte a sofferenze di origine poco chiara!

Ci sono maggiori avversità per i “gender non conforming” di biologia maschile o per quelli di biologia femminile?
Nella nostra cultura le persone M to F a volte sono svantaggiate.

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E’ presente una maggiore tendenza alla fluidità di genere nei giovanissimi? Se si, perché?
Il perché non lo so, so il come. All’epoca dello sviluppo, il percorso sociale appare chiaro, ma un ragazzo ha bisogno di sperimentare, di provare, e di non reprimere le sue fantasie, che sono spesso fluide e contraddittorie.

Le tematiche di genere sono poco studiate e valorizzare: come promuovere la formazione su questi temi?
Si sta già facendo molto, con buona letteratura e buon cinema e teatro. Anche i viaggi ci mettono a confronto con tante mentalità diverse e magari ci insegnano ad essere elastici , curiosi e comprensivi. Il costume sta cambiando, e si deve chiedere con decisione ai nostri politici di adeguare leggi e strumenti sociali e sanitari.

Quanta importanza ha la formazione nelle scuole? e perché i bigotti ne hanno tanta paura?
La formazione nelle scuole, fatta con serenità e misura, non dovrebbe far paura a nessuno: ma le religioni monoteiste sul Pianeta sono potenti e foriere di acriticità , dogmatismo e paura del nuovo… e tante persone danno retta ad aspetti superstiziosi e irrazionali, alla ricerca di sicurezza. Non ci si deve scoraggiare, anzi, il dialogocon tali persone è da cercare ad ogni costo.

Il blog è letto da tantissime persone giovanissime e con tematiche di genere: che augurio e che dritte darebbe ai miei giovani lettori?
Di imparare a rispettare l’altro, e di imparare anche a farsi rispettare sempre , con determinazione, intelligenza ,forza e tenacia.

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National Geographic e identità di genere

Gay sta a bisessuale come trans sta a … ? (è il momento di autodefinirci)

E’ il momento di dare una definizione per i percorsi non canonici trans. Senza usare il “non”

Quando iniziai a percorrere la mia strada di consapevolezza e di attivismo dovetti aspettare alcuni anni prima di trovare una persona che sentissi a me vicina.
Un giorno su un portale allora chiamato GayRomeo conobbi un ragazzo che ai tempi si definiva gay, e a cui dissi di essere attivista.

Col tempo la nostra relazione finì, ma la nostra amicizia no, e, confrontandosi con una persona di genere non conforme, lui riuscì ad ammettere a se stesso e agli altri di non essere completamente omosessuale, di provare attrazione per uomini androgini e donne androgine, quasi di preferirli, ma  a quel punto iniziò a riflettere su come entrare nel mondo gay aveva censurato questa sua identità ed istanza schiacciandolo nell’identità politica gay, facendogli credere che la sua presenza nel movimento era dovuta non alla sua bisessualità e alla rivendicazione di essa, ma alla sua “parte omosessuale” e alla difesa dei diritti omosessuali. A causa dello stigma da parte del mondo etero, ma soprattutto da parte del mondo omosessuale, e alla convenienza che questo mondo aveva a tenerlo tra le sue file di attivisti, era diventato uno dei tanti militanti contro l’omofobia e per i matrimoni gay.

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Oggi Leonardo è un attivista per la pansessualità e la bisessualità, insiste che nelle scuole, nella sanità e sui posti di lavoro si parli di bisessualità e pansessualità, nonchè di bifobia e panfobia, e milita contro il binarismo.
Fare attivismo con lui mi piaceva perché, anche se in condizioni diverse, condividevamo l’essere sospesi tra il mondo dei cis/etero e quello dei gay e trans, che ci accettava ma con riserva, col permesso di soggiorno, solo se “accettavamo” di definirci come loro. Ciò per lui comportava l’atto semplice (ma non banale) di definirsi gay. Per quanto riguarda me, il pegno da pagare era l’essere transessuale, fare la mia bella transizione medicalizzata e canonica, raccontare le mie trans narratives sulla mia infanzia binaria nel corpo sbagliato, mettere la mia bella cravatta, tatuarmi il simbolo trans, fare palestra, e guardare sotto le gonnelle.

La mia istanza veniva sempre schiacciata. C’era sempre un ombrello che doveva comprendermi, e quasi mi faceva il “piacere” e l’onore di comprendermi, cancellando poi le mie istanze, mostrandosi contrario, o paternalisticamente dicendo che ci sarebbe stato tempo, in futuro, per le mie istanze, in un mondo migliore, quando noi saremo tutti morti. nel frattempo le mie braccia (rubate all’architettura?) erano pronte a portare i loro picchetti, per migliorare le loro condizioni di vita.
Io, orfano di una comunità che mi accogliesse e mi includesse, per anni mi sono nascosto nella T come chi, essendo bisessuale, si è nascosto nella G.

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Tutti erano fieri di noi, noi coraggiosi che facevamo dei coming out (con parole che non ci definivano e non sentivamo nostre), perchè non rimanevamo nascosti come chi, nella mia situazione, viveva da cis, o come chi, essendo bi, viveva da etero.
C’era chi non riusciva a comprendere la nostra coppia, perché non voleva credere alla sua bisessualità (per loro era gay) nè alla mia non conformità di genere (per loro ero donna). Queste due affermazioni, se affermate inseme, creavano un paradosso, secondo il quale noi non potevamo essere, o essere stati, coppia, ma ne eravamo divertiti, perché era l’ennesima conferma del non rientrare nei loro schemi binari, in cui se qualcuno è fuori da cis, trans, omo, etero, non esiste o si sta definendo in modo sbagliato, per confusione o mancanza di coraggio.

Non c’è ancora un termine per “i bisessuali” dell’identità di genere, o meglio, ce ne sono troppi (ma sono stati coniati da altri).
Puzzano di teoria queer, oppure sottolineano un “passaggio” che molti come me non sentono proprio.

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Se trans fosse recepito come speculare di cis, si parlerebbe di essere al di là o al di quà dei confini del genere. Purtroppo però nella percezione comune “trans” sottolinea un passaggio e un cambiamento, spesso fisico, o anche di ruolo di genere, che magari ha senso se si parla di trans medicalizzati, ma ha meno senso se si parla di tutte le altre variabili di genere, che più che sottolineare, nel definirsi, il “cambiamento” (quel “to” di FtoM e di MtoF), sottolineano la differenza, una differenza, una non conformità, che c’è da sempre e non si riduce ad una metamorfosi.

Se oggi bi e pansessuale sono termini abbastanza chiari per definire l’universo di orientamenti eroticoaffettivi tra omo ed etero, non c’è ancora un termine per descrivere la condizione delle persone tra cisgender e transessuale.
Quando i primi bisessuali alzarono la testa per fare attivismo, subito gay e lesbiche misero sulle loro spalle il peso degli errori e della viltà di chi, in passato, essendo bisessuale o gay velato, aveva vissuto nell’ombra, nascondendosi in matrimoni etero e nella rassicurante vita sociale da “normale“.

Anche con noi lo fanno. Ci paragonano ai travestiti del sabato sera, i top manager con moglie e figli. Alle signorine che sono maschietti su facebook ma poi sono, nella vita reale, solo ragazze con smalti metallizzati e capelli verdi. A chi cambia definizione e polarità di genere una volta a settimana, in una nevrotica e instancabile creazione e disattivazione di profili facebook e twitter, e ci dicono che siamo pochi, picareschi, incapaci di metterci nome, cognome e faccia, incapaci di formalizzare le nostre istanze.

Ma quando alcuni di noi (non troppi), riusciranno a produrre un documento con istanze chiare, come hanno fatto le famose 49 lesbiche, e quando chiederemo al gay, lesbiche, transessuali, pensatori queer, intersessuali, bisessuali, asessuali, di sottoscriverle?
Quando chiederemo di essere compresi in una legge “contro la transfobia” che non comprenda solo periziati e ormonati, così come i bisessuali hanno chiesto di essere compresi in una legge “contro l’omofobia” che tuteli tutti gli orientamenti e non solo quello omo, quando chiederemo il riconoscimento delle persone non binarie e non medicalizzate, loro firmerano con noi o polemizzeranno?
Penseranno che estendere i diritti a noi tolga qualcosa a loro?

Come gli etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio?
Questi sono interrogativi che avranno risposta solo quando ci faremo sentire.
Nel frattempo i bisessuali sono arrivati alla loro quarta giornata della visibilità bisessuale, e coinvolgono sempre più persone, hanno introdotto la parola “Bifobia, che ormai sentiamo usare anche da parlamentari.
E’ il momento che i “non-” dell’identità di genere si facciano sentire.

Se sei uno/a/* di noi, scrivici.
progettogenderqueer@gmail.com

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Non binari e non medicalizzati: un separatismo culturale per definirci senza un “non”

Questo blog, in questi quasi dieci anni, ha cercato di dare una casa alle persone non cisgender che però non si sentono rappresentate nè dalla narrativa transessuale, nè da quella queer, nè da quella cisgender.
Si tratta di persone portatrici di una tematica di genere, ma il cui modo di vivere la tematica è diverso sia da quello tipico delle persone transessuali (essere nati nel corpo sbagliato e/o identificarsi nettamente in un genere e/o desiderare una medicalizzazione e/o avere una disforia fisica col corpo), nè dagli attivisti queer (che hanno un approccio prevalentemente politico e sociale al genere, in continuità con i femminismi non binari e intersezionali, ma che spesso non hanno una personale disforia e urgenti istanze per migliorare la vita della propria persona, oltre ad abbracciare anche una serie di altre battaglie politiche appartenenti a una certa visione politico-economica, e in un certo senso anche uno stile di vita).

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La letteratura transessuale e quella queer non riescono a descrivere questa fetta identitaria di persone gender variant, e coniano termini inadatti e inesatti.

Vi sono termini, per lo più associati ai/alle gender variant xy, che strizzano l’occhio, erroneamente, al mondo del feticismo e del bdsm, e che hanno un approccio più che altro sessuale o estetico. Termini come crossdresser, sissy, trav, indicano sicuramente una persona non medicalizzata che, nel privato o in ambienti protetti, veste abiti femminili, e la tematica di genere finisce nello sfondo, si immagina che essa non sia neanche presente in queste persone, che in realtà sono semplicemente descritte dai termini sbagliati.
Spesso si tratta di persone xy con una tematica di genere (femminile binario ma non solo), magari senza il desiderio di medicalizzazione, ma che nei panni femminili non ci finiscono per motivi di feticismo, di sadomasochismo o di esibizionismo.
Spesso però queste persone, che non sempre sono “velate”, anche se il binarismo sociale spesso le costringe ad esserlo al di fuori degli ambienti protetti, vengono marginalizzate dalle persone trans canoniche, racchiuse nelle parole “trav” e “crossdresser”, per sottolineare la loro non appartenza al mondo trans e non legittimità a definirsi tali.

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Un altro universo marginalizzato, stavolta relativo alla realtà gender variant xx, è quello descritto erroneamente da parole nate in ambito queer, gender studies e femminismi vari: queste persone vengono descritte come gender queer, gender fluid, gender bender, gender rebel, etc etc e la loro varianza di genere, associata al desiderio di non medicalizzarsi e/o alla non identificazione completa con uno dei due generi, viene ricondotta forzatamente alla mera tematica relativa ai ruoli sociali, al loro accesso alla persona xx, alla lotta contro gli stereotipi, contro il sessismo ed il machismo.

Se alla persona gender variant non medicalizzata e non binaria “xy” viene attribuito un approccio meramente estetico e sessuale, alla persona xx viene attribuito un approccio legato al sociale e al ruolo.
Di fatto, gli altri, i cattedratici, gli psichiatri, e gli attivisti canonici LGBT, “decidono” che se non vuoi medicalizzarti e sei xy, la tua è una sperimentazione estetica e sessuale (in quanto tu nato maschio e quindi avvezzo al sesso più del nato femmina), se invece sei xx sicuramente non vuoi medicalizzarti perchè fondamentalmente non hai una tematica di identità di genere ma di ruolo, e quindi sotto sotto sei una donna oppressa dal machismo che puo’ collaborare alla grande lotta femminista sottoforma di queerqualcosa.

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Poi c’è tutto il mondo “performante”, vicino al mondo gay e lesbico, dove chi di loro vuole sperimentare il genere lo fa spesso tramite forme artistiche, come l’esperienza drag queen e drag king, che da un lato rappresenta un buono sfogo e nascondiglio per persone che vivono da omosessuali cisgender ma fondamentalmente sono gender variant, di contro permette di sdrammatizzare ed esorcizzare nell’ambito “pulito” e “rispettabile” della performance artistica.

Necessaria è a questo punto una premessa: esistono persone realmente crossdresser, trav, queer, gender rebel, drag king e queen. E’ errato solo attribuire questi termini a chi ha una tematica di identità di genere.

I transessuali di oggi (non uso questo termine per indicare i transgender medicalizzati, ma per indicare quelle persone in transizione che non hanno rivedicazioni politiche transgender) hanno dimenticato il potere evocativo dell’esperienza politica transgender, e marginalizzano i non medicalizzati e coloro che hanno un genere non binario definendoli tramite questi nomi non appropriati, e che ammiccano a vari ambiti, ma non a quello dei diritti.
Spesso non solo non interessa loro portare avanti le battaglie di non medicalizzati e non binari, ma addirittura sono fortemente contrari, nella paura che i diritti per queste persone possano toglierli a loro, e l’esistenza stessa di queste persone possa fare perdere loro credibilità.

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Sebbene per una persona gender non conforming non binaria sia interessante insistere per rivendicare per se stessa il termine “transgender”, insistendo che esso non sia fatto coincidere con “transessuale”, per queste persone sarebbe importante un sano (e momentaneo) separatismo di elaborazione pplitica e culturale.

Le realtà T che non sono conformi alla T canonica sono orfane persino di un nome che le definisca senza che vi sia un “non”, e quindi che sia sottolineato il fatto che esse sono solo una costola di un movimento molto più grande, visibile, e con istanze definite.
Non medicalizzati, non binari…non c’è un nome che dia dignità a questa comunità.

Inoltre ad essere visibili sono davvero in pochi, e finchè non vi sarà un nome che permetta a queste persone di identificarsi, si sentiranno sempre una timida costola della transessualità, in cui si chiederà sempre scusa per l’essere meno visibili (ma anche impossibilitati a dichiararsi senza derisioni ed incomprensioni), di non avere il “coraggio” di essere transessuali (quando in realtà si è semplicemente “altro), di avere una disforia prevalentemente sociale e non fisica (viene sempre detto timidamente “io, diversamente da te, in una società non binaria starei da dio e non avrei disforie”).

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Come ci si può dichiarare al lavoro, in famiglia, e in tutti gli altri ambiti se prima non si ha un  nome? se si devono usare termini di ripiego “perchè così è più facile far capire”?.
Perchè quei pochi nomi che esistono sono in lingue straniere e non descrivono correttamente ciò che siamo? Perchè non siamo in grado di crearne noi?

Forse le nostre energie sono spesso “sprecate” in battaglie che hanno già molti militanti, e non siamo capaci di fare “separatismo” per definire la nostra subcultura, le nostre istanze, i nostri bisogni, per dare dignità alla nostra disforia anche se è diversa da quella delle persone transessuali, per far capire che il misgendering (ignorare il nostro genere ed attribuirci il genere grammaticale coerente col sesso di nascita) è grave anche se fatto su di noi. Forse siamo troppo deboli perchè qualcuno ha fatto passare l’idea che meritiamo il genere corretto solo se “passiamo“, e invece a noi i nostri corpi piacciono androgini, e non abbiamo intenzione di cambiare look o fisiologia per “meritare” il rispetto del nostro genere.

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Forse abbiamo impiegato molto tempo a battaglie comuni e trasversali e poco a definire le nostre istanze: a far si che abbiano spazio le nostre istanze:
– l’istanza per cui anche noi desideriamo il supporto psicologico tramite la mutua, anche se non inizierà nessun percorso endocrinologico
– l’istanza che prevede che, se arrivasse sul tavolo una legge contro la transfobia, possa ricorrere ad essa anche chi non ha una “patente” di trans, e che sia una legge contro ogni violenza alla libertà di genere e non solo di “rispetto delle persone trans canoniche”
– l’istanza che permetta di avere il cambio anagrafico senza nessuna costrizione alla medicalizzazione
– l’istanza che preveda informazione sulla nostra specifica condizione sui posti di lavoro, nelle scuole, e in ambienti sanitari, per permetterci un accesso che non sia umiliante, vessatorio, e che cancelli le nostre identià.

Non escludo che si possa e si voglia fare attivismo anche in altre battaglie di più ampio respiro, contro il binarismo, per i diritti omo/bisessuali, ma se la persona dimentica la sua precisa istanza, nessuno la porterà avanti per lei.

Del resto anche Primo Levi diceva: “Se non sono io per me, chi sarà per me?”

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