“Che peccato, dovreste rimanere uniti”

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Tempo fa un ragazzo che aveva collaborato animando la pagina facebook legata al blog ha smesso di collaborare con me.

Sapendolo, alcune persone eterosessuali hanno scritto “Che peccato, dovreste rimanere uniti”.

A parte l’odiosissimo noi/voi, che si percepisce da quel “dovreste”, io credo che in questi casi, involontariamente e inconsapevolmente, si pecchi, anche se in buona fede, di discriminazione.

Due persone non devono “rimanere unite” solo perché sono entrambe nere, antibinarie, trans o altro. 
Così come gli etero cisgender sono tutti diversi e si aggregano per affinità, dovrebbero farlo anche gli appartenenti alle minoranze

Voi cosa ne pensate?

 

 

Vetero-attivisti Gay e separatismo “G”

Tempo fa scrivevo in una mailing list sedicente “queer“. Un tempo, negli anni novanta, il fervido scambio di idee tra persone geograficamente lontane avveniva in queste liste, e non su facebook o nei blog.

Consideravo questa lista un luogo in cui poter scambiare idee con gli attivisti della vecchia guardia (che non sempre sono anche della retro-guardia), ma poi mi sono distaccato dalla lista perché internet distorce la percezione: si creano erronee percezioni rispetto agli attivisti che vi scrivono dentro, vengono accettati tutti, dal nerd che vive sul web e non frequenta l’attivismo (magari è anche velato), a quello che sul web è noto per via di blog e pubblicazioni, a quello che fa attivismo intenso e utilissimo sul territorio, ma la cosa non è “leggibile” nel web.

Di conseguenza, si creano gerarchie che non rendono giustizia a chi vi scrive dentro, soprattutto se la moderazione è di parte, ma a parte questo, si creano anche malintesi sulle reciproche idee, distorsioni e fraintendimenti spesso in cattiva fede, tipiche dinamiche di quando si comunica per iscritto e senza frequentarsi, guardarsi in faccia,e capire i “perché” di certe posizioni.

Non credo che ci sia questa separazione tra “vecchi” e “giovani”.
Sono in ottimi rapporti, e c’è un’enorme stima da parte mia, per persone della “vecchia guardia”, magari anche con visioni lontane dalla mia, tra cui Gianni Geraci, Porpora Marcasciano, etc etc, quindi non la considererei una lotta “vecchi contro giovani (che poi si stia parlando di giovinezza anagrafica o di attivismo?), ma un confronto tumultuoso tra “visioni” vetuste e visioni nuove e inclusive.

Non è detto, poi, che siano i “vecchi” (anagraficamente e come attivismo) ad avere idee vetuste e i giovani ad avere idee avanguardistiche e inclusive.
Chi insiste a proporre la cosa come una guerra generazionale ha solo la volontà di posizionarsi come “decano” e sminuire chi è più giovane anagraficamente e  i contributi che porta.

La mia dipartita, silenziosa e riservata, da quella lista, è stata causata del continuo proporre, da parte di un attivista Gay neanche tanto anziano (ha l’età che avrebbe mio padre se fosse vivo, ma non ce lo vedrei mio padre a smadonnare coi trentenni in delle mailing list), il quale ogni santo giorno citava articoli, spesso americani o inglesi, in cui si erano presi dei provvedimenti (improponibili in italia, a causa dell’arretratezza culturale), per migliorare le vite delle persone trans e antibinarie, e lui si lamentava del fatto che ci si occupa di cose inutili e “deliranti“.

Faccio alcuni esempi per capirci:

http://www.transstudent.org/asterisk
Qui il vetusto (ma non tanto anziano) attivista si lamenta che un sito straniero di studenti trans riflette sull’accantonare l’asterisco (in effetti è inutile e anche un po’ offensivo usarlo su una persona di identità di genere dichiarata, come una Mtf ad esempio)
Commento benaltrista del veteroattivista: “Ultimo proclama della santa inqueerizione
Il mondo, palesemente, non ha problemi più urgenti di cui occuparsi.”
Continua, dopo alcune contestazioni, il veteroattivista, col suo benaltrismo:
“Intanto ci siamo stressati per anni su un problema che non è un problema, se non per coloro che lo hanno intenzionalmente generato allo scopo di proporsi come sentinelle del linguaggio. Ed io, lo ripeto, sono stufo.
Ti assicuro che se fosse lontanamente possibile discutere di problemi etici e politici (qualcuno ha intravisto un dibattito sulla maternità surrogata che non fosse quello impostoci dalle destra cattoliche, in questi paraggi?) invece che delle desinenze degli aggettivi, o di quale tipo di smalto devi usare se sei queer, il primo a fare salti di gioia sarei io. Anzi, se non si era capito, il messaggio non per nulla subliminale da parte mia era esattamente: ne ho pieni i coglioni di queste stronzate, che sono solo armi di distrazioni di massa, pensate per impedirci di pensare ai problemi reali. Il primo dei quali è l’omofobia interiorizzata.”

https://gendertrender.wordpress.com/2016/02/17/man-undresses-in-front-of-girls-in-seattle-locker-room-cites-gender-identity-regulation/
qui viene pretestuosamente citato un personaggio di sesso maschile (di cui ignoriamo la reale identità di genere) il quale frequentava gli spogliatoi femminili, appellandosi alla sua identità di genere femminile. Commento del vetero, che attacca la libertà di autodefinizione, oltre a “decidere” che la persona in questione non è trans (su che basi?):
A dimostrazione del fatto che non sono io ad essere “ossessionato” dalla “Culture War” ma è il movimento italiano ad essere “ignaro” del bisogno vitale di fare chiarezza in modo netto e “normativo”, si legga questo caso di un individuo cisgender che è entrato negli spogliatoi delle donne proclamando che si “sentiva” transgender.
Secondo me era solo un voyeur, ma non ci vuole molto a immaginare il giorno in cui i nostri nemici insceneranno provocazioni deliberate, approfittando di qualsiasi mancanza di chiarezza nel nostro modo di agire e di ragionare.

Dopo la pubblicazione, da parte di qualcuno, di un interessante post di Monica Romano
http://transgenderfreedom.com/2015/06/12/il-veterofemminismo-allattacco-delle-donne-transgender/
viene citata una parte dell’articolo e disprezzata con approccio transfobico e “determinista biologico
“non lo sono nemmeno una coppia di cromosomi o l’ovulazione, a fare una donna”.(citazione dall’articolo di monica)
“Se occorreva una dimostrazione del perché io parlo di delirio, l’abbiamo appena avuta. Incidentalmente, io la storia di un uomo che vuole decidere lui chi possa o non possa avere il diritto di definirsi donna l’ho già vista. I maschi lo fanno da circa 10.000 anni, di voler decidere loro chi sia una “vera” donna e chi no. Se qualcuno si chiede di cosa stiamo discutendo, ecco qui la risposta: stiamo discutendo del preteso diritto di un qualsiasi maschio […], purché autodefinitosi “antitesi di patriarcato e fallocentrismo” (in base a cosa non si sa), di decidere lui, in base a quali criteri le donne hanno il “diritto” di dirsi tali oppure no.
E poi quello assurdo qui sarei io? Il mondo è divertente…”
chi sarebbe il maschio? l’autrice trans? incredibile…ma continua dicendo…
“Ad ogni modo lo ringrazio dei link, che confermano la mia denuncia contro l’atteggiamento normativo e inquisitoriale dei e delle teoriche queer. Risponderò nei prossimi giorni non qui in lista ma con un articolo sul mio sito.” (attendiamo con ardore…)

Viene citato uno studio sulla possibilità di bagni “non binari”, per venire incontro alle persone trans e non binarie
http://gtr.rcuk.ac.uk/projects?ref=AH/M00922X/1
Ma nel commento polemico del “vetusto” che ci informa di questo post, viene dato risalto al costo in sterline dello studio (manco fosse Adinolfi)  e soprattutto questo commento benaltrista
“Il Potere non ha nessuna difficoltà a incoraggiare queste “armi di distrazione di massa”, in modo da stabilire che la priorità oggi sono figurine disegnate sopra le latrine.” ci dice il veteroattivista

https://www.jwtintelligence.com/2016/03/gen-z-goes-beyond-gender-binaries-in-new-innovation-group-data/?platform=hootsuite
Questo articolo sullo shopping antibinario e sulle esigenze antibinarie dei giovani era accompagnato da un commento contrito in cui si rifiuta di commentare (sarà stanco di ripetere le stesse oscenità?) se non dicendo “questo è il mondo reale”.

Potrei continuare all’infinito, ma il concetto è: sono i “giovani” che odiano “i vecchi” per partito preso, oppure sono alcuni vecchi che, complice l’aterosclerosi, si stanno concentrando non più sul valorizzare le battaglie, ma sullo sminuire quelle che non piacciono o che considerano “inutili” solo perché lontane dalle loro esigenze?
Innanzitutto non esiste una “comunità gay” a cui consigliare di abbandonare le cause “inutili” (che guardacaso sono quelle T), per concentrarsi su quelle “importanti” (che guardacaso sono quelle G).

Questa gente dovrebbe capire che ormai, e per fortuna, il movimento è LGBT, e tutti hanno a cuore tutte le battaglie.
Altro errore madornale, a mio parere, è il fatto di confondere battaglie queer e battaglie transgender, o meglio, non capire che le battaglie antibinarie sono ANCHE per il benessere delle persone transgender (soprattutto delle ultime generazioni) e per alleviare la loro disforia. E’ scandaloso che si pensi che il binarismo obbligatorio venga combattuto per “nazismo”, per “capriccio”, per “imposizione” o “inqueersizione” e non per alleviare la disforia delle persone trans e non binarie. E’ vero che la disforia di genere devi averla per capirla, ma tanti attivisti LGBT (anche anziani!) sono sensibili verso le esigenze delle persone trans (anche se la battaglia antibinaria non migliora solo la vita delle persone trans!), e rimangono fuori solo alcuni vetusti attivisti “urlanti”, impotenti di fronte all’onda arcobaleno di diritti (anche per i T e anche antibinari) che sta arrivando nei paesi in cui c’è già da anni una legge contro l’0mofobia e per il matrimonio egualitario,e  giustamente ci si può concentrare su battaglie all’avanguardia.

Citare articoli americani ed inglesi in italia per “convincere” il movimento LGBT (che i vetusti chiamano ancora “gay”) ad abbandonare le battaglie T perchè inutili, superflue e “dannose per i gay” (???) è malafede, cattiveria.
Onestamente ho perduto delle ore preziose in queste mailing list, col mio sguardo offeso da questi contenuti transfobici, binari, e alla ricerca di un ripristino di non so bene quale normalità binaria (in cui le istanze importanti sono solo quelle dei gay, delle lesbiche, e delle persone trans canoniche).
Dopo la mia dipartita il “vetusto” ha pubblicato un post vittimista in cui dice che la mia associazione (come se “io” fossi “la mia associazione”…forse ai suoi tempi (Ancien Regime?) le associazioni erano monarchie in cui il pensiero del presidente coincide con quello dell’associazione!), vuole rottamarlo e lo considera un dinosauro (purtoppo per lui si sopravvaluta, in associazione quasi nessuno lo conosce).

Da qualche tempo ho il dubbio e mai cercato onore di essere bersaglio del gruppo “Milk” di Milano che mi addita come un dinosauro sfuggito non si sa come all’estinzione, che abusa della sua ingombrante presenza per ostruire la strada al progresso (che sarebbe il gruppo Milk, per chi non l’avesse intuito), imponendo visioni transfobiche, bifobiche, omofobiche e qualsiasialtracosafobiche. Ho approfittato di un post sulla lista di discussione “Movimentoqueer” (in cui si afferma che tutto il “nuovo” movimento gay è sulle posizioni del Milk, o per lo meno lo sono i gggggiovani, e solo io insisto a chiedere il “separatismo” dai transessuali).

Sempre riguardo al Milk (che non frequenta e di cui conosce virtualmente solo me, che sono uscito dalla lista da ere geologiche, e quindi chissà chi considera del Milk adesso…probabilmente chiunque abbia idee contrarie alle sue), aggiunge

Una settimana fa uno di voi della conventicola del Milk ha sostenuto il proprio diritto a porre la questione delle desinenze degli aggettivi come questione cruciale e primaria nella lotta politica gbpqixhfejkfskòfd.

Quando ho provato a rispondergli, sul suo profilo Fb, che in realtà “Il Milk” non si è mai espresso su di lui, e l’unico “torto” che a fatto alla sua “maestà” è non averlo invitato a presentare il suo libro, mi ha bloccato.

Le citazioni in alto riportate daranno a tutti voi lettori gli strumenti per capire se sono io il “pazzo” che vede transfobia nelle sue parole e se non ho ragione a dire che l’attivismo moderno (non certo perché “ispirato” dal milk) va in una direzione inclusiva e “LGBT”.
Di certo vuole attirare la mia attenzione, ma la verità è che non merita l’attenzione nè mia nè di nessun altro giovane attivista (a meno che non voglia farsi le ossa con qualche polemica sterile da nerd dietro il monitor), perché l’ondata di diritti e di cambiamento antibinario è talmente forte che spazzerà via vetusti e binari ancor prima che ci rubino altre ore in cyberpolemiche da lista.

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Quanto è giusto o necessario “dare spiegazioni”?

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Sono molto felice che esistano posti come il Milk dove ci si rivolge con perifrasi neutre a una persona di aspetto ambiguo (o di aspetto conforme al sesso, ma incontrata in un evento a tema identità di genere) finché la persona non si qualifichi con un nome maschile o femminile o quantomeno non dichiari il suo genere d’elezione (o dichiari che preferisce che si continui ad usare le perifrasi neutre).

Ho avuto la sfortuna di alternare a questi ambienti protetti, costruiti a fatica, un ambiente esterno fatto di persone non scelte attaccate al più bieco binarismo.
Non so quanto questo mi abbia fatto male. Forse sul piano emotivo si, ma mi ha reso un attivista migliore.

Di certo posso scegliere di passare il mio tempo libero con eterosessuali illuminati, che il mio genere lo hanno rispettato da sùbito, o dopo le dovute spiegazioni, ma rimane sempre una parte di vita in cui, a causa del vuoto normativo riguardante la mia condizione di uomo transgender non medicalizzato, dovrò osservare il mondo come se fossi nascosto dentro il corpo di un’improbabile donna eterogender non conforming“, circondata da persone che, in assenza (o a volte drammaticamente in presenza) di persone LGBT, si lanciano con inquietante naturalezza ai più beceri comportamenti omotransfobici e sessisti, nonché a stereotipi che in ambiente protetto abbiamo superato da decenni, ma che per il resto del mondo sono rimasti “ovvi”.

A volte mi ritrovo, mio malgrado, a serate interminabili con anziane lesbiche brizzolate che tentano di coinvolgermi nella stesura di non so quale comunicato stampa in cui verranno contate e soppesate le parole. Per loro è così ovvio che presidentessa, dottoressa, professoressa, sono “offensivi“, perché una ricerca di studi di genere di cui non sono stato partecipe ha decretato, o scoperto, che il suffisso -essa è denigratorio e quindi deprecated. Ma so che fuori da quel tavolo di femministe diplomate sul tema, il femminile di queste professioni continuerà a contenere -essa, se non magari per qualche sindaca, assessora, avvocata del pd o di qualche partito progressista delle sinistre.
Ma non riesco davvero a capire perchè diventino sgomente quando il resto del mondo è rimasto all’oscuro riguardo alle loro conclusioni, e, senza nessuna malafede, continua ad usare principessa, presidentessa, elefantessa e avvocatessa.

Lo stesso succede quando al Milk arriva un nuovo socio, che tutti noi ci chiediamo come sia arrivato a noi, associazione dichiaratamente antibinaria e TBGL (ma le vie del Mostro di Spaghetti Volante sono infinite), che prima di oggi non aveva mai visto una persona trans e una persona bisessuale.
Egli ha di fronte tre persone. Me, una butch e una persona genderfluid di biologica XX. Si rivolge a tutti e tre al femminile, perché prima del Milk era in associazioni gay dove era già strano vedere una donna, dove i bisessuali erano cattivi cattivi e le persone trans erano considerate come gay con parrucca.

E’ sconvolto nel vedere che io mi qualifico con un nome maschile (certo avrei potuto evitare Nathan…avevo sottovalutato l’ignoranza che porta a pensare che un nome biblico ebreo sia un nome maschile…avrei potuto o dovuto scegliere Astolfo) e ci mette un po’ a capire che a me deve rivolgersi al maschile. Oltre a non sapere dell’esistenza dei “non medicalizzati” o quanto meno di “ftm pre T“, non sa proprio neanche dell’esistenza degli ftm, e non sa nemmeno che esistono donne trans lesbiche come le mie amiche, che quindi “non transizionano per sedurre uomini etero”.

La sua ignoranza può lasciarci agghiacciati, ma spetta a noi decidere se lasciarlo in tale ignoranza o spiegargli le cose.
E, lo so, è faticoso farlo, dopo anni che pensi di aver già spiegato abbastanza, quando finalmente vuoi farti i cavoli tuoi.
Ma io ho scelto di essere attivista, e mi tocca farlo per altri. Quando mi stancherò di farlo, e credo succederà presto, mi ritirerò dall’attivismo o cercherò nuove vie di attivismo.

Abbiamo la fortuna di essere un gruppo. Io posso spiegare per un altro, in modo che venga tolto dall’imbarazzo di doversi sempre raccontare e spiegare per se stesso.
E’ un po’ come quando il mio ex mi portava a cene vegane, a meditazioni buddhiste, o in altri posti che prima di me non avevano mai visto un ftm e, solo nel caso io non fossi passato, aspettava che io andassi in bagno per spiegare a tutti che dovevano rivolgersi a me al maschile.
E quando tornavo io sapevo che era tutto “finto“, ma ero così rassicurato dal non essere “violentatoda quel femminile dato probabilmente in buona fede da chi dava per scontato che ormai le ragazze possono essere anche dei maschiacci e , sentendo una voce non profonda e vedendo un viso senza barba, mi ha scambiato per una delle tante “maschiacce”.

Ci sono diversi tipi di persone quando c’è di mezzo una persona trans che passa poco o di cui si conosce per vie traverse la condizione trans.
C’è chi si rivolge ad essa tramite il genere d’elezione perché riesce a vederlo. C’è chi invece non riesce a vedere altro se non il sesso biologico, ma usa il genere corretto per educazione, perché ha capito (gli è stato spiegato?) che cos’è la disforia di genere e quanto dolore dà (esempio: “rivolgiti a lui al maschile“, “ma io la vedo donna“, “ok, allora fallo quantomeno per educazione“), e poi c’è chi, semplicemente, è “stronzo”, e continua a coniugare il genere al sesso biologico, per ignoranza, per mancanza di empatia, perché ha una ferita scoperta, perché è bigotto…

Alcune persone trans dicono di essere tolleranti anche verso “gli stronzi“, ma io non sono d’accordo.
Che si debba spiegare, magari trovando qualcuno che lo faccia per noi, penso sia dovuto (il mondo non funziona come in un salotto di anziane veterane femministe che contano le parole), ma io di possibilità ne dò una. Perseverare, come dice un vecchio detto, è diabolico.

E’ chiaro che però queste riflessioni riguardino la società, e non poi gli affetti di cui vogliamo circondarci nella vita privata. Io ad esempio vorrei solo persone della prima categoria, che il mio genere lo “vedono” aldilà del sesso, e scarterei anche quelle che il genere corretto me lo rivolgono per educazione, perché nella sfera dei miei affetti è meglio che non entrino, ma tutto questo poi varia da persona a persona, ed è possibile che altri non siano tanto rigidi a riguardo.

I cattivi maestri e i cattivi allievi

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Da anni, o forse quasi da lustri, la mia attività di attivista antibinario mi ha messo in contatto con giovani persone questioning sulla loro identità di genere o semplicemente sul ruolo di genere.
Molte di queste persone mi hanno seguito per anni, ma poi si è rotto qualcosa.

Per chi mi legge da anni, è scontato il fatto che il mio punto di vista si è stabilizzato, perlomeno dal 2009.
Non sono un transessuale e non mi interessa spacciarmi per tale.
Non sono un queer.

Chi mi contatta di solito mi ringrazia per il mio porre un’alternativa a queste due comunità e punti di riferimento intellettuali, una legata più che altro alle dinamiche di cambio di “sesso”, l’altra legata a contestazioni cattedratiche piuttosto astratte e spesso anche di decostruzione sociale e quindi anarcoidi.
Il mio punto di vista si pone come estraneo e complementare a queste visioni.

Prima o poi però il o la mia seguace prende una strada, che è quella transessuale o quella queer.
Se prende quella transessuale, basterà che l’ago penetri la sua pelle per rinnegarmi come maestro, sentirsi improvvisamente più esperto, e ribadire che io “non potrò mai capire“.
Se prende invece la via queer, io sarò immediatamente bollato a borghese, etichettatore, non abbastanza fluido.
E’ per questo che ho sempre preferito essere presidente di un’associazione mista (Il Milk), e non dirmi “decano” di un popolo di persone a metà tra il transessualismo e la teoria queer.

Purtroppo negli anni ho capito che quasi tutte le persone questioning prima o poi si posizionano in una di queste due identità, e che nel mezzo resta poco, anche perché la società non è pronta ad accogliere ciò che sarebbe naturalmente collocato in mezzo.
E a quel punto ci sono “padri” migliori di me, sia nel movimento transessuale, sia seduti alle cattedre queer.

Ed è per questo che io rimango profeta antibinario per persone avanguardiste ma che sono portatrici di vissuti ben diversi dal mio, e quindi non vivono identificazioni e successive disidentificazioni.
I miei lettori sono spesso persone cisgender, oppure gay e lesbiche open e avanguardiste, o ancora professionisti, tesisti, giornalisti.

Devi essere lontano da me per mettermi a fuoco, e mettere a fuoco il mio pensiero. La troppa vicinanza porta ad un coinvolgimento emotivo, di speculazione (da speculum, specchio), e di empatia, simbiosi, che genera poi un tradimento, quando la persona questioning cambia, e io rimango come sono.

Questo blog va preso semplicemente come la proiezione del mio pensiero, e non va sovraccaricato di aspettative, per non generare successivamente delusioni e disidentificazioni.
Io sono solo un autore, che apre un suo punto di vista. Non va preteso da me altro che questo.

Vivere al di fuori del binarismo è possibile?

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Oggi ho sentito un amico che non sentivo da molto tempo.
Lui è genderqueer e ha iniziato un percorso ormonale soft per androginizzare il suo aspetto.
Quando l’ho sentito, mesi fa, mi aveva detto chiaramente di desiderare dei dosaggi soft perché il suo desiderio era quello di mantenere un aspetto androgino e non marcatamente connotato.

Oggi appare ai miei occhi come un uomo di mezza età.
E’ calvo, dalla maglietta vedo il petto molto peloso. Sui documenti c’è scritto un nome maschile, che non è quello che usava quando ci siamo conosciuti, ma è molto marcatamente maschile.

Mi ha spiegato che i motivi che lo hanno spinto ad una via binaria, sia sociale, sia burocratica, sia biologica sono stati causati da limiti di due tipi: biologici e burocratici.
Assumere ormoni maschili in piccole dosi era possibile nel momento in cui aveva organi sessuali che producevano ormoni femminili e si creava un mix. Un mix che esiste già in corpi maschili e femminili, ma che nel suo caso veniva leggermente spinto verso la virilizzazione.

Fece un intervento di ridimensionamento del petto. Da una quinta ad una prima.
A questo aspetto androgino corrispondeva però un documento femminile. Non esiste altra definizione nei documenti. O sei uomo o sei donna. E quella voce di media frequenza, quella peluria accennata da adolescente, stonava molto con quel Maria Rosa (nome di fantasia).

Fu così che il mio amico, in un primo tempo felice per il suo aspetto androgino, decise di togliere utero ed ovaie per cambiare i documenti. Già da tempo subiva pressioni binarie dal suo endocrinologo, che, a causa del binarismo, tendeva a dargli dosi di testosterone da cavallo perchè “cosi’ funziona il percorso”. A quel punto era diventato sempre più virile il suo aspetto e sempre maggiormente a rischio le sue ovaie ed utero e togliere tutto alla fine sembro’ l’unica via per salvare capre e cavoli, anche se il mio amico pianse, perché aveva previsto altro.

Avrebbe voluto fare una tos mista, introducendo ormoni sia maschili che femminili, non producendone più autonomamente, ma per lui era previsto il testosterone, quindi lo prese, e il suo petto divenne piatto come quello degli uomini biologici, dopo un secondo intervento.

Ora “è un uomo”, lo è anche per la legge. Per la legge è come se lo fosse sempre stato, perché i documenti vengono sostituiti retroattivamente. La sua androginia fisica è stata spazzata via, cosi’ come il riconoscimento della sua androginia mentale. Ora è un neo-uomo come tanti, con alle spalle un percorso transessuale come tanti.

Anche al lavoro è stato favorito dal completamento del percorso, perchè prima non era concepito, non era previsto. Era un errore di codice di Matrix, ora invece è “normale“. Non lo avrebbe mai voluto, ma è successo.

Ha provato in tanti anni a convincere psicologi, medici, endocrinologi, che lui avrebbe solo voluto che alla sua mente androgina corrispondesse un corpo androgino e una burocrazia che desse visibilità a questo essere.

Ma ora è un uomo transessuale calvo, peloso, e con un petto perfettamente maschile.
Mi dice che meglio cosi’ che vivere da donna, ma la cosa triste è che ci possa scegliere solo tra due possibilità, per non finire emarginato, se non malato o privo di cittadinanza giuridica.

Quindi la risposta è no, davanti a questo caffè amaro e a questo mio amico, che alla fine ho visto di persona, vi dico no.

Non è possibile vivere al di fuori del binarismo.

Delirio Binetti e vera causa di discriminazione transgender

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Noi transgender non ci rendiamo conto che principalmente le varie chiese e sette sono ossessionate non tanto dall’identità di genere, ma dall’orientamento sessuale.
Noi transgender (medicalizzati e non) veniamo visti da loro come dei “super-omosessuali” e non concepirebbero nemmeno che un ragazzo F to M fosse attratto dagli uomini o una ragazza M to F da donne.

L’obbligo di transizione medicalizzata e di sterilizzazione a cui ci sottopongono per sterilizzarci è solamente un “pegno” che noi dovremmo pagare per non “farla franca” come omosessuali: sono terrorizzati dalla possibilità che il nuovo genere sui documenti ci dia la possibilità di formare matrimoni “biologicamente omosessuali”.

Faccio un esempio: ammettiamo che Mario sia un ftm etero, non interessato al percorso e fidanzato con Teresa (ragazza biologica). Se a Mario fosse permesso il cambio documenti senza transizione, e fosse legalmente uomo per la legge italiana, automaticamente egli potrebbe sposare Teresa e adottare dei bambini.

Visto che per gli integralisti cattolici e gente come la Binetti l’identità di genere non esiste, per loro tutto questo sarebbe un’excamotage che le “due lesbiche” hanno attuato per sposarsi “contronatura“.
Io la penso così da anni, ma i deliri recenti della Binetti mi fanno capire che avevo visto giusto.

“Potrebbe essere l’uovo di colombo – ha dichiarato secondo quanto riporta l’agenzia Dire -, quella soluzione così faticosamente cercata ma incredibilmente a portata di mano. Perché mai dover fare una legge sulle unioni civili, immaginando soprattutto le coppie omosessuali e ingaggiare una lunga dialettica semantica su cosa significhi oggi il termine matrimonio, oppure imbarcarsi in una aspra battaglia parlamentare sul valore della famiglia, per decidere se certe riforme ne rafforzino l’identità o la indeboliscano ulteriormente? Tutto inutile, tutti discorsi spazzati via dalla recentissima sentenza della Corte di Cassazione sul caso della persona che ha chiesto di cambiare sesso all’anagrafe senza operazione”.

“La differenza sessuale appare del tutto irrilevante e basta dichiarare non il proprio essere e neppure il proprio apparire in un certo modo, ma solo il proprio desiderio di essere in quel certo modo. Basterà presentarsi all’anagrafe, dichiarare come ci si sente e come si vuole essere considerati e i giochi sono fatti. Ci si può sposare regolarmente e si potranno anche adottare dei figli, con buona pace dei ddl della Cirinnà, che non prevede adozioni, o del ddl Pagano-Sacconi, che di matrimonio non vuole assolutamente sentirne parlare. Lo ha deciso ancora una volta sentenza della Cassazione che, con un colpo solo, spazza via secoli di consolidata tradizione sulla identità sessuale“.

“Perché accontentarsi di una modesta unione civile, quando recandomi all’anagrafe per far registrare un mio desiderio, posso avere un matrimonio coi fiocchi? Dobbiamo tornare al concetto di natura umana recuperando tutto il valore della identità sessuale nella sua specifica e ineludibile differenza e concretezza. La teoria del gender, che molti si affannano a negare, rende totalmente attuale tutta l’ambiguità del messaggio pirandelliano: così è se vi pare. Allo stesso tempo però, rende ancora più difficile comprendere chi siamo noi e chi è la persona che abbiamo davanti, per la semplice ragione che alla oggettività dei fatti si preferisce una radicale auto-referenzialità. E a questo punto tutto diventa drammaticamente possibile, anche il disorientamento delle nuove generazioni“.

Mi chiedo cosa penserebbe la Binetti di una persona come me che, in uno stato senza diritto per le unioni tra persone dello stesso genere, paradossalmente nel momento in cui cambiasse genere legale, anche avendo un corpo “fertile femminile“, non potrebbe più sposare il suo compagno, in quanto relazione “legalmente gay“, anche se “fertile e in graziadiddddio” per la Chiesa Cattolica.

Non rimane che appurare che non arriveranno leggi a favore del cambio documenti per i non medicalizzati fin quando non sarà sfatato il mito del matrimonio solo per coppie eterosessuali.
E la Rothblatt aveva visto lontano nel suo libro (L’Apartheid del Sesso), quando aveva detto che decaduta la discriminazione di sesso, secondo la quale ognuno ha il diritto di sposare solo persone del sesso opposto, allora la categoria sesso sui documenti perderà ogni interesse, escluso quello dei documenti sanitari.

Altre info sul tema: http://www.gay.it/news/Delirio-Binetti-Matrimonio-gay-cambio-sesso

Identità politiche nette VS vissuti “sfumati”

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Sono note a tutti le polemiche che hanno seguito la scelta milanese di passare da LGBT Pride a Human Pride.
Soprattutto i gay tradizionalisti hanno paura che ogni nuova identità, condizione, e vissuto che entra nel mondo delle istanze LGBT (a loro già LGBT sta scomodo, preferirebbero gay), dà fastidio e pensano che distolga dall’unica grande battaglia: i matrimoni gay.

Il problema è che se le istanze politiche devono usare parole semplici e “raccontare” solo le condizioni più facili da comprendere (omosessuale maschio, omosessuale femmina, transessuale che prende ormoni ma non vuole operarsi), la comunità LGBT contiene un’infinità di vissuti e quindi di istanze da esse scaturite.

Ad esempio è facile dire che “il bisessuale” non ha istanze, in quanto le sue coincidono completamente con quelle degli omosessuali, ma non è del tutto vero: la bifobia ha una sua autonomia come discriminazione, e ne sono affette anche delle persone omosessuali.

Le istanze di un transgender non medicalizzato sono molto diverse da quelle del trans medicalizzato sopracitato che vuole che sia tolta “solo” l’imposizione dell’intervento (ma non quella della tos, terapia ormonale sostitutiva).

Poi ci sono le persone genderqueer (che non si identificano completamente con M e F, o si definiscono di un terzo genere, di entrambi i generi, o di nessuno) e quelle genderfluid (che hanno fasi altalenanti di polarità di genere).
Queste persone sono spesso schifate dalla comunità LGBT, vengono viste come talloni d’Achille viventi, e chi le discrimina pensa che a causa della loro condizione, che sarebbe vista come ridicola ad eterolandia, i gay e le lesbiche (e i transessuali “tradizionali”) rischierebbero di avere meno diritti e di perdere credibilità.

Quindi gli attivisti storici cercano di contrastare “l’ideologia” genderqueer e genderfluid, senza capire che non si tratta di ideologia, ma di semplici vissuti.
Cosa dovrebbe fare un genderfluid? tacere la sua condizione? vivere da transessuale per rassicurare gli altri, aderendo a una diversità più conosciuta ed accettabile?
Si può reprimere un’ideologia, ma un vissuto?
Inoltre a che titolo un omosessuale tradizionale “reprime” una persona con un vissuto statisticamente meno frequente?
Ma soprattutto, è verisimile il fatto che un genderfluid danneggi un omosessuale o al limite un transessuale?
Un omosessuale che mette a tacere un genderfluid definendo ideologia la sua condizione, è identico ad un reazionario o integralista religioso che pensa che omosessualità sia ideologia.

Recentemente ho lettoL’Apartheid del Sesso“, di Martine Rothblat, libro visionario per l’epoca (anni novanta). Confrontandomi con  molti attivisti anziani gay è venuto fuori che aveva dato fastidio una parte, del tutto secondaria del libro, in cui si annunciava un futuro in cui gli orientamenti sessuali tradizionali avrebbero perso senso. Il gay si sentiva “delegittimato” se un suo pronipote gay fosse privato della possibilità di definirsi gay, banalmente, “perchè gli piace il pene“.
Eppure quella parte del libro era del tutto secondaria e appena accennata, visto che il libro parlava più che altro di ruoli e stereotipi di genere, e solo marginalmente di orientamenti sessuali.

p.s.
Di certo queste sono considerazioni che faccio come critiche interne alla comunità. So che ultimamente il blog è frequentato anche di integralisti cattolici che usano i miei articolo per screditare la comunità LGBT per le discriminazioni interne, come se loro non fossero divisi tra movimenti integralisti VS fondamentalisti interni alle varie chiese e sette…