Nathan relatore al doposerata di “Stabat Mater”, Campo Teatrale

Ciao a tutti. Come autore di Progetto GenderQueer sono stato invitato come relatore al doposerata di questo meraviglioso spettacolo: STABAT MATER

Già ero stato al doposerata di “Peter Pan guarda sotto le gonne“, primo capitolo della trilogia diretta da Liv Ferracchiati.

Vi aspetto quindi il 20 aprile, data in cui appunto ci sarà il mio “doposerata”, insieme a Marcella Serli, regista,  e a Luigi Colombo del Gruppo Scuola del Cig.

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 PROMO per CIRCOLO CULTURALE TBGL HARVEY MILK

Biglietto a € 10 anzichè € 20 prenotando a biglietteria@campoteatrale.it
via casoretto 41/a Milano

° INCONTRO POST SPETTACOLO 20/04/2017
// Gruppo Scuola // sezione del CIG-Arcigay che tiene incontri nelle scuole medie e superiori di Milano e provincia, trattando temi quali orientamento sessuale, identità di genere, omofobia e bullismo.
// Nathan Bonnì // architetto, presidente del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano autore del Progetto GenderQueer (blog sul non binarismo di genere), co-fondatore e vignettista della rivista LGBT “Il Simposio”.
// Marcela Serli // regista e drammaturga Atopos Compagnia Teatrale.

Altra possibilità da non perdere, il 22, con un doposerata con due milkine affezionate: Laura Caruso e Roberta Ribali!

° INCONTRO POST SPETTACOLO 22/04/2017
// Laura Caruso // membro della compagnia Atopos, socia attiva del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk di Milano, attivista del movimento “I Sentinelli di Milano”, co-autrice del libro “Foto di Gruppo a Colori”.
// D. Roberta Ribali // psichiatra e psicoanalista, consulente del Tribunale di Milano per le tematiche di identità di genere.

E se non puoi in nessuna di queste due date?
Qui sotto il calendario!

http://www.campoteatrale.it/teatro/stabat-mater

 

Non binari e non medicalizzati: un separatismo culturale per definirci senza un “non”

Questo blog, in questi quasi dieci anni, ha cercato di dare una casa alle persone non cisgender che però non si sentono rappresentate nè dalla narrativa transessuale, nè da quella queer, nè da quella cisgender.
Si tratta di persone portatrici di una tematica di genere, ma il cui modo di vivere la tematica è diverso sia da quello tipico delle persone transessuali (essere nati nel corpo sbagliato e/o identificarsi nettamente in un genere e/o desiderare una medicalizzazione e/o avere una disforia fisica col corpo), nè dagli attivisti queer (che hanno un approccio prevalentemente politico e sociale al genere, in continuità con i femminismi non binari e intersezionali, ma che spesso non hanno una personale disforia e urgenti istanze per migliorare la vita della propria persona, oltre ad abbracciare anche una serie di altre battaglie politiche appartenenti a una certa visione politico-economica, e in un certo senso anche uno stile di vita).

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La letteratura transessuale e quella queer non riescono a descrivere questa fetta identitaria di persone gender variant, e coniano termini inadatti e inesatti.

Vi sono termini, per lo più associati ai/alle gender variant xy, che strizzano l’occhio, erroneamente, al mondo del feticismo e del bdsm, e che hanno un approccio più che altro sessuale o estetico. Termini come crossdresser, sissy, trav, indicano sicuramente una persona non medicalizzata che, nel privato o in ambienti protetti, veste abiti femminili, e la tematica di genere finisce nello sfondo, si immagina che essa non sia neanche presente in queste persone, che in realtà sono semplicemente descritte dai termini sbagliati.
Spesso si tratta di persone xy con una tematica di genere (femminile binario ma non solo), magari senza il desiderio di medicalizzazione, ma che nei panni femminili non ci finiscono per motivi di feticismo, di sadomasochismo o di esibizionismo.
Spesso però queste persone, che non sempre sono “velate”, anche se il binarismo sociale spesso le costringe ad esserlo al di fuori degli ambienti protetti, vengono marginalizzate dalle persone trans canoniche, racchiuse nelle parole “trav” e “crossdresser”, per sottolineare la loro non appartenza al mondo trans e non legittimità a definirsi tali.

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Un altro universo marginalizzato, stavolta relativo alla realtà gender variant xx, è quello descritto erroneamente da parole nate in ambito queer, gender studies e femminismi vari: queste persone vengono descritte come gender queer, gender fluid, gender bender, gender rebel, etc etc e la loro varianza di genere, associata al desiderio di non medicalizzarsi e/o alla non identificazione completa con uno dei due generi, viene ricondotta forzatamente alla mera tematica relativa ai ruoli sociali, al loro accesso alla persona xx, alla lotta contro gli stereotipi, contro il sessismo ed il machismo.

Se alla persona gender variant non medicalizzata e non binaria “xy” viene attribuito un approccio meramente estetico e sessuale, alla persona xx viene attribuito un approccio legato al sociale e al ruolo.
Di fatto, gli altri, i cattedratici, gli psichiatri, e gli attivisti canonici LGBT, “decidono” che se non vuoi medicalizzarti e sei xy, la tua è una sperimentazione estetica e sessuale (in quanto tu nato maschio e quindi avvezzo al sesso più del nato femmina), se invece sei xx sicuramente non vuoi medicalizzarti perchè fondamentalmente non hai una tematica di identità di genere ma di ruolo, e quindi sotto sotto sei una donna oppressa dal machismo che puo’ collaborare alla grande lotta femminista sottoforma di queerqualcosa.

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Poi c’è tutto il mondo “performante”, vicino al mondo gay e lesbico, dove chi di loro vuole sperimentare il genere lo fa spesso tramite forme artistiche, come l’esperienza drag queen e drag king, che da un lato rappresenta un buono sfogo e nascondiglio per persone che vivono da omosessuali cisgender ma fondamentalmente sono gender variant, di contro permette di sdrammatizzare ed esorcizzare nell’ambito “pulito” e “rispettabile” della performance artistica.

Necessaria è a questo punto una premessa: esistono persone realmente crossdresser, trav, queer, gender rebel, drag king e queen. E’ errato solo attribuire questi termini a chi ha una tematica di identità di genere.

I transessuali di oggi (non uso questo termine per indicare i transgender medicalizzati, ma per indicare quelle persone in transizione che non hanno rivedicazioni politiche transgender) hanno dimenticato il potere evocativo dell’esperienza politica transgender, e marginalizzano i non medicalizzati e coloro che hanno un genere non binario definendoli tramite questi nomi non appropriati, e che ammiccano a vari ambiti, ma non a quello dei diritti.
Spesso non solo non interessa loro portare avanti le battaglie di non medicalizzati e non binari, ma addirittura sono fortemente contrari, nella paura che i diritti per queste persone possano toglierli a loro, e l’esistenza stessa di queste persone possa fare perdere loro credibilità.

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Sebbene per una persona gender non conforming non binaria sia interessante insistere per rivendicare per se stessa il termine “transgender”, insistendo che esso non sia fatto coincidere con “transessuale”, per queste persone sarebbe importante un sano (e momentaneo) separatismo di elaborazione pplitica e culturale.

Le realtà T che non sono conformi alla T canonica sono orfane persino di un nome che le definisca senza che vi sia un “non”, e quindi che sia sottolineato il fatto che esse sono solo una costola di un movimento molto più grande, visibile, e con istanze definite.
Non medicalizzati, non binari…non c’è un nome che dia dignità a questa comunità.

Inoltre ad essere visibili sono davvero in pochi, e finchè non vi sarà un nome che permetta a queste persone di identificarsi, si sentiranno sempre una timida costola della transessualità, in cui si chiederà sempre scusa per l’essere meno visibili (ma anche impossibilitati a dichiararsi senza derisioni ed incomprensioni), di non avere il “coraggio” di essere transessuali (quando in realtà si è semplicemente “altro), di avere una disforia prevalentemente sociale e non fisica (viene sempre detto timidamente “io, diversamente da te, in una società non binaria starei da dio e non avrei disforie”).

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Come ci si può dichiarare al lavoro, in famiglia, e in tutti gli altri ambiti se prima non si ha un  nome? se si devono usare termini di ripiego “perchè così è più facile far capire”?.
Perchè quei pochi nomi che esistono sono in lingue straniere e non descrivono correttamente ciò che siamo? Perchè non siamo in grado di crearne noi?

Forse le nostre energie sono spesso “sprecate” in battaglie che hanno già molti militanti, e non siamo capaci di fare “separatismo” per definire la nostra subcultura, le nostre istanze, i nostri bisogni, per dare dignità alla nostra disforia anche se è diversa da quella delle persone transessuali, per far capire che il misgendering (ignorare il nostro genere ed attribuirci il genere grammaticale coerente col sesso di nascita) è grave anche se fatto su di noi. Forse siamo troppo deboli perchè qualcuno ha fatto passare l’idea che meritiamo il genere corretto solo se “passiamo“, e invece a noi i nostri corpi piacciono androgini, e non abbiamo intenzione di cambiare look o fisiologia per “meritare” il rispetto del nostro genere.

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Forse abbiamo impiegato molto tempo a battaglie comuni e trasversali e poco a definire le nostre istanze: a far si che abbiano spazio le nostre istanze:
– l’istanza per cui anche noi desideriamo il supporto psicologico tramite la mutua, anche se non inizierà nessun percorso endocrinologico
– l’istanza che prevede che, se arrivasse sul tavolo una legge contro la transfobia, possa ricorrere ad essa anche chi non ha una “patente” di trans, e che sia una legge contro ogni violenza alla libertà di genere e non solo di “rispetto delle persone trans canoniche”
– l’istanza che permetta di avere il cambio anagrafico senza nessuna costrizione alla medicalizzazione
– l’istanza che preveda informazione sulla nostra specifica condizione sui posti di lavoro, nelle scuole, e in ambienti sanitari, per permetterci un accesso che non sia umiliante, vessatorio, e che cancelli le nostre identià.

Non escludo che si possa e si voglia fare attivismo anche in altre battaglie di più ampio respiro, contro il binarismo, per i diritti omo/bisessuali, ma se la persona dimentica la sua precisa istanza, nessuno la porterà avanti per lei.

Del resto anche Primo Levi diceva: “Se non sono io per me, chi sarà per me?”

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Giornata della visibilità…gender non conforming

Tra qualche giorno sarà la giornata della visibilità transgender.

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Si sente spesso parlare di visibilità” relativamente alle minoranze.

“Il negro è più fortunato del gay, perché non deve dirlo a sua madre”, dice un proverbio poco politically correct. Non fa riferimento solo al fatto che chi è di colore ha una comunità di riferimento di persone come lui, ma anche al fatto che la pelle e il suo colore sono visibili a prescindere dalla propria volontà.

Non è così per quanto riguarda l’essere LGBT, o comunque, non sempre.

Facciamo l’esempio di una persona omosessuale: potrebbe essere visibile in tre modi.
Il primo è se si tratta di una persona attivista a dichiarata, il secondo se dà visibilità a una relazione omosessuale, il terzo è se è (come si dice a volte con un filo di disprezzo) “evidente”, ovvero se si tratta di un uomo molto effeminato o di una donna molto mascolina (e quindi, vista l’ignoranza comune, chi ha un’espressione di genere non canonico è per forza una persona omosessuale…).

Essere trans invece non è legato alla visibilità di una relazione, ma è una condizione personale. Alla luce di questo, una persona trans, potrebbe essere velata solo in due casi: prima (o senza) iniziare un percorso di visibilità del suo genere, o, sovente, alla conclusione di quel percorso (modalità stealth), dove per conclusione si intende la rettifica anagrafica e un “passing” che permetta di confondersi esteticamente con i cisgender.

Il cambiamento (non per forza medicalizzato) inizialmente dà visibilità alla condizione T, perchè trasforma la persona apparentemente cisgender/gender not conforming, in una persona aderente alla sua vera espressione di genere, anche visivamente. Il contrasto di questa manifestazione pubblica di un genere, non “conforme” al sesso biologico, crea visibilità.

Questa visibilità spesso viene, man mano, persa andando avanti con l’iter di transizione, o semplicemente avendo un buon passing, a volte anche solo per caso e per fortuna (anche se non sempre poi viene vissuta come una fortuna, e più avanti spiegherò il perché).

Le persone visibili nell’universo T sono quindi quelle di cui si percepisce l’appartenenza ad al genere d’elezione, ma non al sesso relativo a quel genere.
Se stiamo parlando di transgender in percorso medicalizzato (transessuali, anche se non tutti amano questo termine, ma altri mi bacchetterebbero se non lo usassi), spesso questa visibilità viene persa andando avanti col percorso di cambiamento fisico, e ad essa di sostituisce, nel caso di persone T attiviste o visibili per scelta, al dichiararsi ancora trans e con orgoglio, nonostante l’aspetto non palesi più questa identità (ad esempio l’attivista Monica Romano).

Se la medicalizzazione, quindi, permette di rendere visibile il proprio genere, talvolta, soprattutto in direzione ftm, permette anche di (o costringe anche a) cancellare le tracce visibili del proprio percorso, quando lo si desidererebbe, ma anche quando non lo si vorrebbe assolutamente. Il testosterone è uno strumento potente, efficace e veloce, rispetto alla tos riservata alle donne T, che, nel bene e nel male, genera cambiamenti più graduali e quindi a volte meglio metabolizzati dalla persona (questo a prescindere dagli strumenti culturali ed emozionali delle singole persone).
Dopo pochi mesi un ragazzo transessuale ftm è un nato maschio per tutti coloro che non lo conoscevano da prima e a cui non si dichiara tale.
Per un ftm in tos da alcuni mesi, l’unico modo di essere visibile come persona T è dichiararsi tale. 

La persona in direzione ftm, anche a causa del fatto che molte persone, e ancora di più fino a qualche anno fa, non sanno che esistono i transgender in direzione ftm,  non è solo più favorita all’invisibilità (o sfavorita nella visibilità) nel post-transizione, a causa della “potenza” del testosterone, ma è anche più favorita all’invisibilità (o sfavorita nella visibilità) anche nel pre-transizione o nei percorsi non medicalizzati.

Se una donna T inizia ad essere visibile come tale quando inizia ad avere un’immagine con elementi ed accessori squisitamente femminili (tagli di capelli, abiti, scarpe…), poiché il mondo di oggi ha gli strumenti culturali per fare un dovuto distinguo tra lei e l’uomo omosessuale, il ragazzo ftm non medicalizzato o pre-transizione, a causa delle diffuse mode unisex, può essere tranquillamente scambiato per una donna lesbica o una donna etero poco femminile o sciatta, se non aderente alle mode rock o di sinistra.

Credo che infondo ci sia una scomoda verità dietro a questa maggiore invisibilità dei percorsi di chi nasce XX: ovvero la cancellazione del femminile, il disinteresse per ciò che è, lo stesso disinteresse che ha ad esempio la Bibbia verso il lesbismo (mentre si accanisce verso la sodomia), o comunque in generale si ha per tutto ciò che è F di nascita.

Non a caso, prima,  ho detto che la direzione ftm “favorisce l’invisibilità” per chi la cerca, ma “sfavorisce la visibilità” a chi invece la ambisce e la desidera profondamente.
Questa “poca leggibilità” della condizione ftm agli inizi crea grandi difficoltà, malintesi, poco rispetto dell’identità di genere della persona e scarsa tendenza a prendere sul serio la cosa fino alla medicalizzazione,e , quando non avviene perché non desiderata, una tendenza a leggere il percorso come qualcosa di per forza legato al femminismo, al lesbismo o al queer, come qualcosa di volubile, di fluido, di non definitivo (del resto, chissà come mai, chi nasce femmina è condannato/a al pregiudizio di una maggiore flessibilità di generi, orientamenti, e ruoli, forse in relazione al pregiudizio che vuole la donna più fragile e plastica dell’uomo).

Questa invisibilità genera sicuramente frustrazione, ma protegge. Un ragazzo ftm non medicalizzato potrebbe sembrare un ragazzino biologico, o una donna sciatta o lesbica, ma molto probabilmente non verrà pestato in una metropolitana o in un sottopassaggio. Anche questo finto vantaggio è figlio del maschilismo. Ad indignare, tanto da meritare una “punizione fisica”,  infondo, è “l’uomo che si vuole spacciare per donna”, ovviamente per fregare il virilissimo uomo etero e provare a portarlo verso l’omosessualità….

Nel caso delle donne T, spesso la visibilità, almeno inizialmente, non la si vorrebbe. Non quella obbligata da un aspetto che rende visibile il sesso di provenienza. Eppure quella visibilità non desiderata, che accompagna la donna T fin dalle prime uscite al femminile,  e poi per molto tempo, a volte per sempre, rappresenta una forza, e rende la donna T libera dalla frustrazione dell’invisibilità che spesso vive un ragazzo ftm, che sia prigioniero di un corpo apparentemente biologicamente maschile, che cancella la ricchezza di un percorso, sia che sembri di donna e femmina, seppur alternativa.

Cosa c’entra la visibilità estetica con la visibilità politica? Molto, perché non è un caso che le prime attiviste siano state delle donne trans e travestite, e non di sicuro degli omosessuali in cravatta. La visibilità, il doverla portare sulla pelle ogni giorno, non diversamente da come un nero porta la sua pelle nera, dà forza. E’ per questo che molte donne T, anche dopo aver adeguato il loro aspetto al loro sentire, decidono di rivendicare il loro essere T e producono letteratura.

Per me, transgender non medicalizzato, è un continuo barcamenarmi tra le due invisibilità tipiche del mio percorso, e la ricerca di un’immagine che mi permetta di essere sempre visibile come uomo, ma non come maschio, che poi è ciò che io sono e, quindi, che voglio apparire.
L’unico strumento che ho, per vincere queste due invisibilità (il rischio di sembrare una femmina donna, o di sembrare un maschio uomo), è quella del creare visibilità dichiarandomi per ciò che sono, anche se sarà faticoso farlo ogni giorno con persone diverse, e per sempre.
Tuttavia, questa visibilità che mi causa una lotta continua ogni giorno, è quella che mi permette, nonostante tutto, di non dimenticarmi mai chi sono.

Variazioni sul tema dell’identità di genere, con Nathan e Sabrina (27 gennaio)

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PARLIAMONE. Variazioni sul tema dell’identità di genere, con Nathan  e Sabrina (serata del 27 gennaio)
https://www.facebook.com/events/1067435383329695/

PETER PAN GUARDA SOTTO LE GONNE
dal 26 al 31 gennaio 2016
Campo Teatrale
da mart a ven ore 21 – domenica ore 18:30
via Cambiasi 10, Milano
Metro MM2 Udine-Lambrate
Linee di superficie 55-62

di Liv Ferracchiati
con Linda Caridi, Luciano Ariel Lanza, Chiara Leoncini, Alice Raffaelli
regia Livia Ferracchiati
drammaturgia Greta Cappelletti e Livia Ferracchiati
movimenti scenici Laura Dondi
scene Lucia Menegazzo
costumi Laura Dondi
luci di Giacomo Marettelli Priorelli
promozione Andrea Campanella
compagnia The Baby Walk

Per i soci milk il biglietto costerà 10 euro e non 20.

Seguirà una chiacchierata post-spettacolo con:
Nathan , Presidente del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano, autore di Progetto GenderQueer , autore e fondatore della rivista Il Simposio

Ing. Andrea Sabrina , attivista del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano

Roberta Ursino
Promozione Campo Teatrale
via Cambiasi 10, Milano
tel 02 26113133
mob 320 0799908
roberta@campoteatrale.it
www.campoteatrale.it

Evento ufficiale, relativo a tutte le date dello spettacolo
https://www.facebook.com/events/1660371244229080/

Transfobia delle persone LGBT

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In occasione del Tdor di Milano del 2015 mi è stato chiesto di preparare un intervento sulla TransFobia, che sarà il terzo tra tre interventi: uno dell’avvocato Gianmarco Negri, sulla transfobia interiorizzata, e uno della dott.ssa Laura Caruso, sugli ordinari momenti di transfobia quotidiana, da parte di colleghi, vecchi amici, parenti…

Le vittime di transfobia sono spesso delle ragazze trans morte in modo efferato.
Ma quante persone invece si suicidano perchè sole o maltollerate da chi li circonda?
E quante, invece, per i sovracitati motivi, decidono di tornare indietro col percorso (che sia medicalizzato, o che sia solo una scoperta di sè)?

Sicuramente Laura e Gianmarco hanno parlato dell’odio che abbiamo verso di noi e proveniente dalla società, ma questo puo’ essere superato se c’è una comunità di riferimento forte e solida, che ci accompagna nella scoperta di noi stessi.
Ma quando le paure, l’intolleranza, il biasimo, arrivano anche dalla stessa comunità di riferimento?

Se una persona portatrice di un percorso canonico, alla fine puo’ sentirsi una “pari” in una comunità di riferimento, cosa succede invece a chi è diverso anche li? E’ già complesso essere compresi come trans nelle associazioni composte prevalentemente da uomini e donne omosessuali, ma pensate a chi, anche tra trans, è portatore di un percorso o di un’identità non canonica.
Se le persone LGBT canoniche, tra le mille difficoltà lavorative, familiari, relazionali, possono vantare la presenza di una forte comunità alle spalle, chi è “non conforming” dovrà dare spiegazioni anche a quella che dovrebbe essere la sua stessa comunità.

Delle difficoltà che ha  una persona trans canonica vi parleranno tanti blog, tanti attivisti, ma nessuno parla dei diversi tra i diversi:
– di chi è trans, ma omosessuale o bisessuale
– di chi è trans ma fa un percorso diverso da quello degli altri
– di chi ha un’identità di genere non binaria
– di tante altre persone trans che in qualche modo si discostano dallo stereotipo che le persone omosessuali (e a volte anche quelle transessuali) vorrebbero per tutti, per rassicurare i “normali“.

Illustriamo due tipologie di transfobia

Pregiudizi delle persone omosessuali VS le persone transessuali

E’ la transfobia delle persone cisgender omosessuali e , in rari casi, bisessuali.
Non ho precisato a caso che i casi di transfobia da parte di bisessuali sono rari, perchè la transfobia è molto più presente in persone di orientamento sessuale binario, che sono sempre più turbate o morbose verso le persone transessuali e transgender, rispetto a chi, essendo bisessuali, non ha limiti nell’essere attratto/a da corpi ed anime polarizzati in modo diverso.
La persona omosessuale spesso si sente minacciata dalla persona trans per cio’ che la persona T muove nella persona omosessuale stessa.

Potrebbe trattarsi di femministe lesbiche, che pensano che gli ftm siano delle povere donne vittime del maschilismo, che, incapaci di emanciparsi come donne (lesbiche o etero non importa), travestono il proprio corpo per essere accettate come appartenenti al sesso dominante, o che pensano che le mtf siano uomini che non capiranno mai cosa significhi essere donna davvero.

Potrebbe trattarsi invece di uomini omosessuali, che non considerano gli ftm come veri uomini, se non operati, o in alcuni casi neanche in quel caso, che fanno battutacce sul ciclo mestruale in loro presenza, oppure che continuano a considerare “maschietti” le mtf, che hanno conosciuto magari prima della transizione e della loro consapevolezza come donne.

Abbiamo anche omosessuali (uomini e donne) che, con la scusa che le battaglie sono diverse anche se non completamente, vorrebbero proprio l’espulsione della T dall’acronimo (è curioso appurare che sono le stesse che vogliono anche l’espulsione della B…a prova che il problema è il binarismo oltre che la transfobia).
Vedi Link

Abbiamo poi omosessuali (uomini e donne) che condividono foto di omosessuali e lesbiche pestate, ma non di trans,
o magari che immaginano le persone T solo nel mondo del sex working, e che infondo pensano che se una persona T non lavora o viene picchiata, alla fine è colpa sua,
persone che quando dialogano con attivisti T per progetti comuni, sono adorabili se tutto va bene, ma se c’è una divergenza, si ricordano che l’interlocutore è T, e partono assurde e non casuali frecciatine, ad esempio sul fatto che la persona T sarebbe fuori di testa perché prende ormoni, oppure si inizia magicamente a sbagliare il suo genere.

Esempi di frasi transfobiche e/o morbose di persone omosessuali (uomini e donne) verso persone T:
– ma perchè ti arrabbi tanto? mica è grave sbagliare genere! mi è scappato! Quanta permalosità!
– la vera battaglia importante è quella per i matrimoni gay, non perdiamo tempo in cose inutili!
– ma davvero sei laureata? non pensavo che ci fossero trans laureate!
– non capisco perchè ti arrabbi tanto! ti ho solo chiesto se sei operata!
– non capisco perché ti arrabbi tanto! ti ho solo chiesto come ti chiamavi prima!
– ma perchè si arrabbia tanto per queste domande così innocue? avrà molti traumi, mi fa un po’ pena…

Transessuali canonici versus transgender non canonici


La persona transessuale è spesso scettica verso chi si trova in una situazione simile alla sua, ma non uguale.

Esempi di domande che una persona T conforme si pone sulle persone T non conformi:

pregiudizi verso i T non medicalizzati
Perchè mai una persona T dovrebbe non volere prendere gli ormoni?
Ma perchè se non prende ormoni dice di essere una trans? è un travestito!
Secondo me non fa la transizione perchè infondo è confusa! Oppure vuole i vantaggi di tutti e due i sessi!
Quelli sono agli inizi, mica come noi che siamo diventate donne!
Ma che ti definisci a fare uomo, se hai ancora il ciclo?

pregiudizi verso chi non “passa”
Tanto non passa, perchè ha cambiato i documenti? non lo vede che, diversamente da me, è un armadio con la gonna?
Noi dobbiamo avere i documenti, mica voi, tanto non passate!
Perchè potrebbe mai essere disinteressata, o poco interessata, al passing?
Tesoro, si vede a cento chilometri che sei donna, sembri una lesbica, non ce l’hai lo specchio a casa?

pregiudizi verso gli ftm gay e le translesbiche
Ma la ragazza di quella Mtf sarà veramente lesbica? infondo lei ha ancora il pene!
Ma se si sente uomo, perchè va ancora con gli uomini?
Ma a quella trans piacciono le donne? vuoi vedere che sotto sotto il maschio è rimasto?

pregiudizi verso i trans non binari
Ma perchè porta i capelli corti, che cavolo l’ha fatta a fare la transizione Mtf?
Quell’ftm usa la vagina…mah!

pregiudizi verso chi sta ancora col partner di quando viveva da cisgender
Ma come fa a stare ancora con la moglie?

pregiudizi verso le persone trans genitori
Ma se si sentiva uomo, come ha fatto a sopportare il parto?
Ma se si sente uomo, perchè vuole dei figli?
Ma hai visto che si fa chiamare mamma dal figlio? non è veramente ftm!

pregiudizi verso chi non è ateo, anarchico, e di sinistra
Mi chiedo come faccia a definirsi cristiano, se Dio esistesse non ci avrebbe fatto nascere nel corpo sbagliato!
Non capisco, noi trans dobbiamo essere di sinistra, è ovvio!
Ma perchè cerca un lavoro in banca! I trans devono vivere fuori dalla società! Essere trans è FAVOLOSO!

pregiudizi verso persone con identità di genere fluida o non binaria
Come fa una persona a dirsi di entrambi i generi o di nessuno?
Genderfluid? è solo una lesbica/un gay che vuole attirare l’attenzione!
Questi bigender sono solo esibizionisti, usano i trans, ma noi siamo trans veramente!

pregiudizi verso chi non ha completato la transizione canonica
Se non ti operi sei ancora un uomo!
Hai fatto l’orchiectomia? allora non sei donna, sei un cantante castrato del settecento!

pregiudizi verso chi non è dichiarato in tutti gli ambiti
Se avesse davvero la disforia, non lavorerebbe come uomo! Te lo dico io, quella non è una vera Mtf!

pregiudizi verso i crossdresser
Che c’entriamo noi coi travestiti? Per loro è solo perversione!

Si potrebbero aggiungere mille frasi a queste, e dire che queste frasi non sono come una pallottola che ti arriva nel petto, ma che fanno comunque male al cuore, che ti fanno sentire ancora più solo/a, privo/a di una comunità di riferimento che ti supporti e ti sostenga in un mondo che già è ostile.

Pubblicherò questo articolo così, ma chiederò ai miei lettori di segnalarmi delle frasi, quindi questo articolo cambierà, e ne saremo tutti autori, perchè la lotta alla transfobia (anche delle persone GLBT) non è mia, ma è di tutti noi.

Revisione annuncio: ecco le frasi morbose e transfobiche che ha ricevuto Diego da Milano

“Ma quindi ora cos’hai tra le gambe?”
“E le tette che fine fanno?”
“Come ti chiamavi prima?”
“Ma con le donne come fai?”

Spiegazioni su un piccolo disservizio

Arcigay Genova mi ha intervistato

Progetto Gender Queer: intervista a Nathan Bonnì

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Nathan Bonnì è dal 2010 presidente del Circolo Culturale Harvey Milk di Milano, ma il suo percorso di attivismo è iniziato circa dieci anni prima: i suoi studi e le sue battaglie hanno per oggetto principale il binarismo (o meglio, l’antibinarismo) di genere, e lo hanno portato nel 2010 ad aprire il blog Progetto Gender Queer. Abbiamo chiesto a Nathan di spiegarci personalmente il significato di questi termini, e rimandiamo alla lettura del blog per ulteriori approfondimenti.

Cosa ti ha spinto ad aprire il blog? È stata una decisione ragionata a priori, oppure il frutto di un impulso che si è poi sedimentato nel tempo?
Il blog è stato aperto il 5 agosto del 2010. Già da anni mi occupavo di antibinarismo di genere, sessualità al di fuori degli stereotipi, stili di vita alternativi, tramite il mio vecchio sito personale e tramite il forum Hair Rock Cafè, sesso, capelli e rock’n’roll.

Dopo circa un anno di profonda ricerca interiore sulla mia stessa identità di genere, durante un’estate di ferie, ho deciso di aprire il blog. Avevo pensato di chiuderlo quando, poche settimane dopo, era arrivata la presidenza dell’associazione Milk Milano: tuttavia i temi trattati nel blog erano di carattere personale e concentrati su alcune tematiche particolari, e quindi ho ritenuto di tenere separati i due progetti.

Anche le “trasferte” che faccio come autore del blog sono diverse da quelle che faccio come Presidente dell’Associazione, sia nelle tematiche che nell’approccio, visto che nel secondo caso rappresento la visione dell’associazione tutta e non quella di me come autore e libero pensatore.
La prima parola che caratterizza il nome del tuo blog è “gender”. Come ti rapporti con questa parola, che posizione occupa nella tua identità personale e nel tuo attivismo?
Il tema del genere pervade il blog tramite due accezioni: quella dell’identità di genere, mio personale argomento di autonalisi e introspezione, ma anche di confronto; quella dei ruoli e stereotipi di genere, che prevede più che altro un’analisi socio-antropologica, un confronto tra tempi, luoghi e subculture.

La seconda parola è “queer”, un termine spesso non compreso nell’acronimo LGBT*. Questa non-uniformità linguistica è a tuo parere riflesso di una separazione tra le varie lettere che compongono l’acronimo? (penso anche alla tua vignetta LG vs BTQ, disegnata per il secondo volume della rivista Il Simposio)
Genderqueer è una parola composta, la cui definizione è spiegata sul blog, e rappresenta coloro che si collocano al di fuori del binarismo uomo/donna. Non allude a un’adesione alla teoria queer, che spesso è anche trattata con approccio critico negli articoli, e verso la quale ho maturato idee diverse nel tempo.

Sicuramente le persone antibinarie, come i queer, e molti transgender e bisessuali, sono visti di cattivo occhio da chi è portatore di istanze “più binarie”: gli uomini e le donne omosessuali e anche qualche transessuale portatore o portatrice di un percorso binario di netto passaggio da un sesso all’altro (quelli che noi transgender chiamiamo i “nati nel corpo sbagliato”, che non mettono in discussione il binarismo sociale).

Nella tua autopresentazione illustri in modo approfondito la tua posizione nei confronti del binarismo. Puoi riassumere il concetto di “binario” e “antibinario” a un ipotetico lettore totalmente digiun* di questi concetti?
Il binarismo è un approccio “manicheista” che osserva il mondo definendolo per estremi. Approssima in modo sommario tutte le sfumature, dicendo che il bianco e il nero (o, se vogliamo, il rosa e il celeste) rappresentano una sintesi più che valida, semplicemente perché chi propone questa visione si sente personalmente vicino a uno di questi antipodi (omo/etero, uomo/donna, ruolo maschile/ruolo femminile), e di conseguenza impone questa stessa visione agli altri.

L’antibinarismo è una visione che rifiuta questa semplificazione, ponendo l’accento sul fatto che il genere umano presenta infinite sfumature di identità di genere, di espressione di genere (estetica o mentale), di orientamento sessuale, di predisposizione a ruoli sessuali, sociali, affettivi.

Come si coniuga il tuo impegno sul blog con il tuo attivismo “offline” sul territorio? Le percepisci come due anime distinte o due facce di una stessa medaglia?
I gruppi Facebook che gestisco, il mio stesso account Facebook, le varie pagine e il blog, sono prolungamenti “nazionali” dell’attivismo che faccio presso l’associazione Circolo Culturale TGBL Harvey Milk Milano, di cui sono presidente, e delle trasferte come autore del blog che faccio nella provincia del Nord Italia (solo su richiesta). Uso l’acronimo TGBL, anziché LGBT, perché la nostra associazione ha votato all’unanimità la sua inversione, al fine di valorizzare l’attenzione che ha verso le persone transgender e bisessuali.

L’associazione, oltre a fare cultura sulle tematiche omosessuali, bisessuali e transgender, offre servizi a persone TGBL e friendly (un gruppo di autoaiuto a tema relazioni affettive, un corso di teatro, meditazione, sportello psicologico di ascolto e molto altro), ed è l’unica realtà di volontari formati, in Lombardia, che offre un gruppo di autoaiuto e uno sportello sull’identità di genere, dialoga con realtà confinanti e non (laici, liberali, atei, appartenenti a spiritualità alternative al cattolicesimo, radicali, sinistre) per supportare le istanze TGLB e la laicità delle istituzioni.

Solo Internet riesce a raggiungere interlocutori sparsi per il territorio italiano (che spesso sono diventati relatori Milk tramite un primo contatto informatico), e , contemporaneamente, aiutare persone sole che non hanno la possibilità di frequentare associazioni inclusive e trasversali, miste (ovvero non frequentate esclusivamente da persone TBGL), e dove nessuno ti chiede “cosa” sei.

Ringraziamo Nathan per la chiacchierata e invitiamo tutt* voi a seguire il blog Progetto GenderQueer.

FONTE: http://www.arcigaygenova.it/index.php?option=com_content&view=article&id=503%3Aprogetto-gender-queer-intervista-a-nathan-bonni&catid=46&Itemid=142