Poliamore: la parola a Laura Daniele, poliamoros*, genderfluid e bisex

Quando scrissi di Poliamore su questo blog, non c’erano (o non li trovaii io all’epoca) punti di riferimento in Italia. Alcune delle mie idee derivavano dalla visione che la comunità LGBT aveva del tema, non priva di pregiudizi.
Nel voler scrivere di nuovo in merito, dopo l’evento a tema proposto dalla mia associazione, ho preferito far parlare a chi questa realtà la vive, e far confrontare questa persona con tutti i miei dubbi, domande, e curiosità, in modo da smontare i pregiudizi involontari che io potrei avere sul tema, ma anche i lettori.
Laura Daniele è una persona bisessuale, poliamorosa e genderfluid, che ha deciso di rispondere ai miei/nostri dubbi. Ecco le sue risposte….

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⦁ Innanzitutto dicci qualcosa di te. Età, provenienza, sesso, genere, orientamento affettivo e sessuale, professione/percorso di studi, passioni e hobbies

Ho 30 anni, sono originari* del Vicentino, genere gender-fluid (cioè con un’identità di genere parzialmente maschile e parzialmente femminile) ed orientamento affettivo bisessuale.
Ho studiato al liceo fino ad ottenere la maturità scientifico-tecnologica ed attualmente sono impiegato programmatore.
Tra le mie passioni posso annoverare la lettura, la musica (ascoltarla e suonarla), giochi da tavolo, giochi di ruolo(da tavolo e dal vivo).

⦁ Quando hai capito di essere poly? Chi sa di te? (lavoro famiglia, etc etc) Fai anche attivismo in merito? Se si, come?

Ci tengo a far presente che durante l’adolescenza, quando ho iniziato a capire meglio il mio orientamento sessuale e le mie preferenze affettive/relazionali, nonché il mio genere, parole come “poliamore” ancora non c’erano(o quantomeno non erano giunte al mio orecchio).
Persino l’esistenza della bisessualità mi era ancora sconosciuta, per non parlare della fluidità di genere (maschile-femminile).
Di conseguenza è stato piuttosto difficile per me comprendere e accettare la mia indole poliamorosa, mi vergognavo dei miei desideri e dei miei pensieri, ero certa nessuno mi avrebbe mai potuto accettare per come ero e, peggio di tutto, pensavo di essere solo io ad essere così.
Ciò che principalmente desideravo era un rapporto di affetto e amore con più di una persona, in un rapporto dove i partner fossero consci e d’accordo con questo tipo di relazione. La connotazione fisica era secondaria, in quanto ho spesso dato più importanza alla parte emotiva della relazione.

Sul posto di lavoro ovviamente tengo tutte queste cose per me, principalmente perchè preferisco essere giudicato per i miei risultati lavorativi piuttosto che per la mia vita personale e privata.
La mia famiglia lo sa perchè ho fatto coming out anni fa, la questione genderfluid non gli è stata chiara e per la maggiore viene, diciamo, “ignorata” così come la bisessualità che è stata piuttosto osteggiata inizialmente ed ora viene ignorata con decisione.

Nello specifico riguardo al poliamore la mia famiglia accetta con riserva la cosa considerandola una situazione temporanea e senza futuro, purtroppo.
Col passare del tempo, conoscendo persone nuove e vivendo a Padova ho avuto la possibilità di ampliare di molto le mie conoscenze su queste realtà e darmi la possibilità di viverle con maggiore libertà.
Faccio attivismo riguardo al poliamore parlandone con le persone che conosco e rispondendo alle loro domande e ai loro dubbi sulla questione, partecipando ad incontri liberi che avvengono a Padova dove chiunque può partecipare, esporre i propri dubbi e ascoltare le esperienze mie e di altre persone poliamorose per farsi un’idea di che cosa siano le relazioni affettive comprese nella definizione di “poliamore” o “non-monogamie etiche”.
Ci tengo a sottolineare che non si tratta di “proselitismo”, ma semplicemente di informazione rivolta a chi vuole porre delle domande sull’argomento.
(Quel tipo di informazione che avrei fermamente voluto avere io in più giovane età e non ho mai avuto la possibilità di chiedere. )

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⦁ Quali sono state le reazioni al tuo coming out come poly? Quali gli ambienti più ostili e quali quelli più favorevoli?

Le reazioni al mio coming out poli solitamente vanno dalla curiosità alla perplessità, reazioni ostili non ne ho fortunatamente ricevute. L’ambiente meno favorevole che ho trovato al mio coming out poli è stato nella mia famiglia, ma mi considero comunque una persona più fortunata rispetto ad altre perché sia i miei genitori che mio fratello maggiore mi hanno comunque rassicurato sul loro affetto nonostante quelle che definiscono le mie “stranezze” (pressoché incomprensibili ai miei genitori).

Quando ti sei scopert* poliamoros*?  Si dice poliamoros* o poliamorista?

Principalmente dalla prima adolescenza dove mi sono res* conto di desiderare un rapporto affettivo con più persone (a prescindere dalla componente sessuale), ho accettato la cosa a 25 anni, quando ho conosciuto le prime persone poliamorose.

Riguardo alla questione “poliamoroso” o “poliamorista” devo ammettere che non mi tocca molto, di conseguenza non sono molto informato a riguardo.
Per rispondere a questa tua domanda preferisco rimandare ad un sito dove viene spiegato da persone più competenti di me in materia.

Quando viene coniato il termine poliamore?

Per questa domanda tecnica ammetto di aver preferito ricercare la definizione corretta su Wikipedia, essendo ben spiegata mi permetto di citarla:

“Il termine è stato coniato indipendentemente da più persone, tra cui Morning Glory Zell-Ravenheart che introdusse il termine «relazione poliamorosa» nel suo articolo A Bouquet of Lovers nel 1990, e Jennifer Wesp che creò su Usenet il newsgroup alt.polyamory nel 1992.[2] Tuttavia occorrenze del termine sono state reperite già a partire dagli anni sessanta, e le relazioni poliamorose sono ovviamente esistite da ben prima che il termine venisse creato. Molto probabilmente il termine è da far risalire all’opera di Charles Fourier che nel suo Il nuovo mondo amoroso descrive in maniera dettagliata questo genere di rapporti. Non è un caso che la sua opera sia stata pubblicata proprio nei primi anni 60 influenzando massicciamente il dibattito del tempo.”

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Qualcuno parla di due modalità poliamorose: lone wolf, ovvero la persona che ha più relazioni, tutti/e sanno delle altre relazioni, ma non sono amici/partner tra loro, e “tribal”, in cui tutte le persone sono tra loro intrecciate da amore/amicizia. Puoi spiegarci la differenza tra queste due modalità, tra altre ulteriori oltre a queste, e tutte le sfumature e vie di mezzo? Potresti poi dirci quali sono invece quelle o quella che tu preferisci?

Questa domanda è molto complessa, poliamore è un termine ombrello che comprende diversi tipi di relazioni affettive diverse da quella culturalmente più diffusa e promulgata della coppia monogama uomo-donna.
Le due caratteristiche principali del poliamore sono la non-monogamia e la consensualità di tutte le parti coinvolte.
Di conseguenza c’è chi per il suo percorso di vita e le sue preferenze si trova in relazione con più partner che non hanno un rapporto di amicizia o affettivo tra di loro (magari per differenti orientamenti sessuali o semplicemente perché non si trovano così interessanti l’un l’altr*), in altri casi invece anche tra i partner di una persona si formano legami più forti, dall’amicizia fino a veri e propri rapporti amorosi.
In quest’ultimo caso si vengono a formare dei gruppi, a seconda del numero di persone coinvolte si possono definire come un trio, un quartetto o più.
Dopodiché qualunque variante tra uno e l’altro tipo di relazione possiate immaginare sicuramente sta già venendo vissuto da qualcuno, e magari ha anche già ricevuto una denominazione (in caso vi servisse un termine per definirvi parlando con qualcuno).

Amicizie tra ex…sono più frequenti nel mondo poly? Che ne pensi tu, in prima persona?

L’unico motivo per cui immagino (ma premetto che non ho dati statistici a riguardo perciò esprimo solo un mio personale parere) che le amicizie con ex possano essere più frequenti in ambito poli potrebbe essere il maggior lavoro su se stessi e sulla comunicazione nel rapporto poliamoroso che possono aiutare ad evitare rotture brusche che lasciano l’amaro in bocca e guastano i rapporti.
Credo che nel permanere di un’amicizia con un ex incidano il modo in cui si è chiuso il rapporto e l’intensità dello stesso.
Allo stesso tempo il non ricorrere a “schemi prestabiliti” potrebbe aiutare a superare la più comune mancanza di contatti dopo la chiusura del rapporto affettivo.
Mi spiego meglio: pensando soprattutto ai più giovani (ma non solo!) l’inizio di una relazione con un/una partner si basa sul semplice accordo dell’esistenza di una relazione affettiva tra i due (ad esempio: “Stiamo assieme” o “Siamo una coppia”) che in sé comprende una serie di regole comuni il più delle volte non esplicitate (ad esempio il fatto che la relazione sia monogama o che l’altra persona rinunci ad uscire con gli amici per stare con il partner, per citare alcuni esempi comuni).
Spesso, per imbarazzo o semplicemente perché non si contempla la possibilità di parlarne chiaramente, queste regole difficilmente vengono discusse dalla coppia, soprattutto inizialmente.
Ma ogni coppia, così come ogni rapporto poliamoroso, sono formati da persone diverse le une dalle altre, e non tutti hanno gli stessi desideri o gli stessi bisogni. Cucire” la relazione su misura in base alle persone coinvolte permette ai partner di comunicare profondamente e chiaramente i propri bisogni, le proprie possibilità ed i propri limiti in maniera che l’altr* partner possa esserne consapevole, decidere di accettarli e capire come comportarsi.
Dal momento in cui per i rapporti multipli questo insieme di regole non scritte non esiste, il lavoro di “cucitura” della relazione è d’obbligo per creare delle fondamenta solide.
Questo potrebbe di conseguenza anche permettere più facilmente la possibilità di mantenere contatti con ex-partner, anche di buona amicizia. (Cosa che tranquillamente avviene anche dopo il termine di rapporti monogami, ovviamente)

In prima persona posso dire che con alcuni dei miei ex è rimasta una buona amicizia mentre con altri una volta interrotto il rapporto non ci sono stati ulteriori contatti perchè comunque, nonostante il lavoro su se stessi(che non a tutti dà risultati negli stessi tempi) anche nelle relazioni poliamorose così come in quelle monogame le rotture definitive (e anche dolorose) dei rapporti esistono.

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Cosa sono le monogamie etiche? E che si intende per monogamia etica?

Per monogamia (o poligamia o poliandria) etica si intende un tipo di relazione basato sull’onestà e la trasparenza tra i partner.

Come chiamate i “monoamoristi”?

Non posso parlare a nome dell’intera comunità poliamorosa ovviamente, ma se devo parlare di una persona con preferenze monogame la definisco così o semplicemente monogama.

Differenza tra poliamore, coppia aperta, battitori liberi (chi è single non deve essere fedele a nessuno), e fedifraghi/adulteri

Ci tengo particolarmente a parlare della differenza tra poliamore e fedifraghi/adulteri, proprio perché come già dicevo una delle principali e più importanti caratteristiche del poliamore è la consensualità. Questo significa che tutte le parti coinvolte devono essere a conoscenza dell’esistenza degli altri partner e soprattutto essere d’accordo.
Una relazione affettiva di qualunque tipo cresce sana su regole stabilite esplicitamente tra le parti, nel caso della coppia monogama una delle regole è che non ci siano altri partner oltre alle due persone coinvolte, nel poliamore invece sono diverse a seconda di ciascuna situazione specifica.
Di conseguenza andiamo dalla coppia aperta che si basa sulla regola di avere rapporti sessuali con altre persone senza coinvolgimento affettivo(da molti non considerata come poliamore in quanto non comprende il coinvolgimento affettivo di più partner ma solo fisico) al singolo che preferisce non coltivare una relazione con una persona sola ma con più partner con la stessa intensità, e con ciascuno di essi si accorda sulla regola di non unicità del rapporto affettivo.
Ci sono poi diversi altri casi di cui vi invito ad approfondire nei link che indicherò successivamente per chi può essere curioso o interessato.

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Il poliamore è fare sesso con più persone, amandole tutte quante, oppure si possono avere anche partner di solo sesso/amicizia?

Come spiegato precedentemente, la seconda opzione.
Anche se per molti non viene considerato poliamore nel momento in cui non vi sono relazioni affettive tra più di due partner.

Alcuni parlano di relazioni tutte alla pari, altre di una relazione principale ed altre secondarie. Spiegaci meglio…

Semplicemente nelle relazioni con più di una persona si può vivere un’intensità uguale o simile per tutti i rapporti affettivi in cui si è coinvolti ed in quel caso si definiscono relazioni alla pari, nel caso in cui l’intensità del rapporto sia differente da partner a partner (per le più svariate motivazioni) si può definire una relazione primaria rispetto ad un’altra, di conseguenza secondaria.

Poli…amore: ma cosa si intende esattamente per “amore”?

Che cos’è l’amore nel poliamore? Direi semplicemente l’amore che una persona può provare nei confronti di un’altra, solo che anziché accadere con una persona sola alla volta, avviene con più di una persona nello stesso tempo.

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Alcuni poly non tendono forse ad essere giudicanti verso i mono? Danno per scontata la loro infedeltà, minor trasparenza…

È difficile rapportarsi con una realtà che troppo spesso risulta giudicante nei tuoi confronti e a volte alcune persone tendono a comportarsi allo stesso modo con la controparte.
È un atteggiamento che esiste in alcuni individui di entrambe le posizioni ideologiche e purtroppo non solo non è costruttivo, ma anche nocivo per la pacifica comprensione e convivenza.

Gelosia: è un argomento di forte riflessione nel mondo poly, ma a volte viene giudicata tout court. Non pensi che ci possano essere forme “sane” di gelosia, magari all’esterno del poliamore?

A dir la verità ritengo la gelosia un sentimento poco piacevole da provare, di conseguenza fatico a trovargli una connotazione particolarmente positiva.
Del resto è un sentimento che possiamo provare e non ci fa bene stigmatizzarlo e negarlo. Ci aiuta di più accettare la sua presenza dentro di noi per poterlo elaborare.

Credo che il più delle volte la gelosia nasca da una forma di insicurezza, in sé stessi o nel rapporto.
Come la maggior parte delle persone anch’io l’ho provata e mi sono confrontato sull’argomento con amic* o conoscenti, le componenti più diffuse che ho trovato sono finora:
– la preoccupazione di perdere il/la partner e/o le sue attenzioni,
– la paura che il partner dedichi ad altr* le attenzioni che invece si vorrebbero in esclusiva,
– la preoccupazione di “perdere” nel confronto con gli altri e scoprire che il partner preferisce loro a noi.

Ho avuto modo di riflettere personalmente su questi aspetti e devo dire che non è stato facile!
Ho compreso che non è sano per me avere “bisogno” del partner, come se tutto il mondo girasse intorno a lui/lei. Sembra ovvio per alcuni, ma non per altri l’importanza di mantenere la propria individualità all’interno del rapporto pur ragionando nell’ottica del mantenimento del benessere di entrambi.
Ho quindi imparato a considerare la relazione affettiva come un bel valore aggiunto al nostro percorso di vita, ma non qualcosa di fondamentale per completarci.
Nel momento in cui io sto bene con me stess* iniziare una relazione affettiva con una o più persone mi richiede di sacrificare del tempo e delle energie che potrei dedicare a me, ma mi dà anche una serie di aspetti positivi che credo valgano il sacrificio.

Poi è importante ricordarsi che se noi e il nostro partner ci siamo scelti in base a quanto dicevo prima è perché stiamo bene l’un* con l’altr*, di conseguenza nessuno dei due interromperà facilmente il rapporto senza motivazioni più che valide.
Nel rapporto poliamoroso, per esempio, non è necessario che una nuova relazione richieda la cessazione della relazione già esistente, ma sicuramente richiede di stabilire delle regole perché tutti si sentano a proprio agio nella situazione.

Il fatto che al/alla nostr* partner interessi un’altra persona non significa che noi non gli/le risultiamo più interessanti, ma semplicemente che anche un’altra persona incontra il suo interesse.
Nella nostra cultura veniamo cresciuti con l’idea che per noi esista solo un’anima gemella, ma è una credenza che al confronto poi con la realtà ci crea delle aspettative che facilmente possono venire deluse.

Insomma, per evitare di dilungarsi ulteriormente sull’argomento (sul quale si potrebbe tranquillamente discutere per ore essendo piuttosto vasto!) posso dire che può succedere di provare interesse per qualcun altro nonostante si sia in una relazione (dopo la fase iniziale di innamoramento è importante che il mondo al di fuori della coppia torni ad esistere per i partner ), partendo sempre dalle regole stabilite tra le parti anche l’autostima ed il rispetto verso l’altr* partner permettono di gestire la situazione e soprattutto la questione gelosia al meglio.

Credo che la gelosia sia un sentimento che esiste nella maggior parte di noi (e in quanto tale vada accettato) e su cui lavorare assieme al/ai partner, senza vergogna o accuse (per questo ritengo sia importante parlarne prima che la gelosia faccia male innescando reazioni impulsive).

Certo non è semplice parlare apertamente delle proprie emozioni con la persona che amiamo e che, quindi, con una reazione negativa può farci soffrire più di altre, ma riuscire a farlo con la dovuta delicatezza è una buona dimostrazione di fiducia che aiuta i partner a capirsi meglio, a rassicurarsi l’un l’altro e a discutere le regole della relazione per permettere alle parti la giusta serenità nella relazione.
Un’altra importante componente da ricordare è trovare il giusto equilibrio tra la protezione di noi stess*, come delle nostre necessità, e l’interesse per il benessere della persona amata.
Nessuno può dire che sia facile, né per le coppie monogame né per quelle non-monogame!

C’è chi è di indole più o meno tendente alla gelosia, interrogarsi su che pensieri ricorrono nella nostra testa quando proviamo questo sentimento “scomodo” ci può aiutare a capire le cause prime che lo scatenano e aiutarci a lavorarci sopra.
Posso solo consigliare(come mi disse una psicologa con cui mi confrontai tempo fa) un buon lavoro su se stessi, moltissima comunicazione chiara e trasparente tra i partner e fiducia nel rapporto.

Solo un’ultima cosa mi permetto di dire: ho sentito spesso affermare che la gelosia dimostra che i nostri partner ci tengono veramente a noi… Devo ammettere che questa definizione non mi piace per nulla, un/una partner può tranquillamente dimostrare di tenere a noi con mille attenzioni positive differenti in modo più sereno che soffrire e limitare la nostra libertà per paura, insicurezza o senso di possesso.

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Poliamore e tradimento: quando una persona aggiunge una relazione al di fuori di quelle dichiarate e condivise, non è comunque un tradimento?

Il tradimento esiste anche nel poliamore in quanto tradimento delle regole decise assieme alle parti coinvolte.
La trasgressione di queste regole si può definire tradimento a prescindere che esse siano di monogamía o di altro genere.
Per portare un esempio tra i molti, nel caso di una relazione comprendente 3-4 persone in cui si è deciso di comune accordo di non iniziare altre relazioni al di fuori del trio/quartetto aggiungere una relazione senza averne prima parlato con gli altri è un tradimento delle regole condivise, così come potrebbe esserlo in una coppia(monogama) con le stesse regole.

⦁ Rapporti tra un poly e un non poly: come gestirli?

Credo sia un compromesso difficile da raggiungere nel momento in cui sono presenti altri partner, ammetto che personalmente non saprei bene come gestirla, soprattutto nel momento in cui dalla parte poli sono già presenti altri partner o si presentano nel corso della relazione.

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⦁Genitorialtà condivisa: cosa ne pensate? Se un gruppo di poly volesse progettare una genitorialità? E’ un tema dibattuto?

Posso dire che so dell’esistenza di famiglie poligenitoriali e personalmente le considero alla pari delle famiglie numerose che erano frequenti in Italia e negli anni passati dove nella stessa famiglia convivevano diverse generazioni e i bambini avevano più figure adulte a cui fare riferimento.
Da ciò che ho potuto leggere e discutere nei gruppi di discussione ritengo si tratti comunque di un tema dibattuto all’interno della comunità poli, soprattutto per l’ampia gamma di differenti tipi di relazioni non monogame esistenti, ciascuno con le sue caratteristiche e necessità.

⦁ “Scorporare” il matrimonio. Se io desiderassi un progetto di genitorialità con una persona, un amore romantico con un’altra, la sfera sessuale con un’altra ancora, la dimensione patrimoniale con un’altra ancora, come potrei tutelare legalmente queste mie esigenze? Sono temi dibattuti nel mondo poli?

Sono temi dibattuti, esistenti ma difficili da gestire nel momento in cui non esistono ancora leggi che permettano questo senza possibili difficoltà nel momento in cui si abbia necessità di tutelare legalmente tutti i propri affetti.

⦁ Poliamore e bisessualità: due temi spesso confusi, possiamo a fare chiarezza?

Non si tratta di nulla di complicato in realtà, ma è difficile fare chiarezza senza ricevere informazioni chiare e corrette.
Il poliamore è uno stile relazionale (come lo è la monogamia) mentre la bisessualità è un orientamento sessuale e affettivo (come l’eterosessualità, l’omosessualità o l’asessualità).
Possono esistere una coppia gay, lesbica o etero così come possono esistere un trio o un quartetto (o più) con all’interno persone con lo stesso o con diversi orientamenti sessuali.

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⦁ [Inserisco questa domanda su suggerimento dell’intervistat*, perché è una “domanda latente” ed è molto importante fare informazione in merito]
Avere rapporti fisici con più partner aumenta il rischio di contrarre MTS (Malattie sessualmente trasmissibili)?

In realtà no, soprattutto se non si dà per scontata la propria o altrui buona salute come fin troppo spesso accade!
E importante preoccuparsi di questo aspetto, a prescindere che ci si trovi in una relazione monogama, poli o nel momento in cui siamo single e cerchiamo rapporti occasionali.
Con preoccuparsi intendo innanzitutto proteggersi durante i rapporti (ci sono ormai una vasta gamma di prodotti pensati per la protezione della nostra salute: dai profilattici specifici per i diversi tipi di utilizzi, ai preservativi femminili, al dental dam per alcuni tipi di rapporti orali). Non siate timidi/e e chiedete in farmacia o fate una semplice ricerca di questi termini su google!
Altra pratica importante è fare periodici controlli tramite test e analisi.
Molti non lo sanno ma in diversi ospedali è possibile fare le analisi per HIV ed epatite gratuitamente e anonimamente, così come alcuni consultori mettono a disposizione un servizio ginecologico per minori e/o persone meno abbienti.
E’ buona norma fare le analisi del sangue almeno una volta all’anno anche se non si è cambiato partner negli ultimi mesi o anni, e non dimenticare che alcune di queste malattie non si trasmettono solo tramite rapporto penetrativo.

La scelta di non utilizzare protezioni in un rapporto, che sia con una o più persone, deve essere una scelta consapevole e condivisa da parte di tutti, preceduta da dei controlli medici che accertino la perfetta salute di tutti i partner coinvolti.
Può sembrare ovvio per alcuni, ma meno per altri: controllarsi tramite test, visite ed analisi non è una cosa di cui vergognarsi, ma un buon comportamento igienico che ci permette di proteggere e conservare al meglio la nostra preziosa salute e anche quella del/dei partner.

Probabilmente si nota (vista la prolissità della risposta), ma questo è un aspetto che mi sta molto a cuore perché purtroppo non ho avuto occasione di ricevere una corretta educazione sessuale durante la mia crescita e ho conosciuto le buone pratiche per la corretta prevenzione dalle MTS oltre i 25 anni, quando nel mio primo rapporto poliamoroso uno dei ragazzi con cui ero in relazione si è preso il tempo (e la pazienza) di spiegarmi tutto (per mia fortuna è uno studente di medicina che ha frequentato diversi corsi di specializzazione sull’argomento).
Sapersi proteggere e saper proteggere i nostri partner invece è un argomento importante che trovo fondamentale affrontare fin dall’adolescenza!

⦁Come proteggere i luoghi di incontro poly dallo sguardo o la curiosità pruriginosa di chi poli non è, ma cerca incontro facile?

Credo la cosa migliore sia organizzare incontri o eventi poli di cui sia a conoscenza principalmente la comunità poli (attraverso gruppi facebook o forum nei siti di riferimento), comunque rimane l’esistenza di luoghi di incontro dove persone poliamorose e persone semplicemente curiose possono conoscersi e discutere in un ambiente tranquillo, spero aiutino a far capire a chi si avvicina con la speranza di un incontro facile che questa realtà probabilmente non è ciò che cerca.

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Silvia: referente LGBT per Rifondazione, femminista, etero, pastafariana e drag king

Quante cose è Silvia Conca! referente sui diritti LGBT per Rifondazione Comunista, femminista, donna etero, pastafariana e drag king

Ho conosciuto Silvia Conca ad una cena Pastafariana organizzata al Circolo Culturale Harvey Milk Milano, nel periodo in cui aveva una delle sue sedi a Sesto San Giovanni. Mi ha colpito molto il fatto che fosse attivista in un’associazione femminista, ma mista e trasversale. E’ stato per questo che, quando Rifondazione Comunista l’ha nominata referente per le tematiche LGBTQIAP, ho deciso di intervistarla…

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Ciao Silvia: raccontaci di te. Provenienza, età, studi, professione, passioni…

Ciao! Sono originaria di Gravina in Puglia, un bellissimo paese dell’Alta Murgia per cui nutro un grande amore, ma vivo da qualche anno nell’hinterland milanese, a Cinisello Balsamo, un luogo con cui sto sviluppando un legame speciale. Dalla provincia alla periferia, mi piace guardare il mondo dal margine.
Ho 33 anni e ho studiato da fotografa, professione che provo a fare. In questo momento sto studiando comunicazione digitale e spero di riuscire a valorizzare le competenze fotografiche in quell’ambito. Non è facile, perché i miei sono settori di lavoro attraversati dalla precarietà, dall’intermittenza, dalla tendenza al pagamento in visibilità, ma non sono una che si arrende facilmente, anzi, sto provando a concepire un intervento politico su queste problematiche, oltre ad aspirare a una maggiore stabilità individuale. La politica è il mio modo di stare al mondo, una passione totalizzante che vivo cercando di coniugare teoria e pratica, strada e pensatoio, relazioni e studio. Resta poco tempo per coltivare altre passioni in maniera sistematica, ma cerco di passarlo all’insegna della curiosità, sperimentando cose nuove.

 

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Parlaci di Luca, il fedelissimo bearino etero che ti accompagna in tutte le tue peripezie e tuo con-sorte

Io e Luca ci siamo conosciuti in Abruzzo nel 2009: facevamo i volontari nella tendopoli per terremotati di San Biagio in Tempera. Quel progetto, nato per iniziativa del Partito della Rifondazione Comunista e poi capace di allargarsi e acquisire una vita propria con le Brigate di Solidarietà Attiva , non ha solo generato una relazione collettiva tra politica e soggetti sociali, ma anche legami umani immediati, forti, duraturi.
Il nostro è stato ed è un legame d’amore scandito dalla militanza.

Luca ha 37 anni, fa il sistemista informatico, è curioso e espansivo e passa il suo tempo libero a dividersi le riunioni con me. Karl Marx veniva chiamato da sua moglie “orsacchiotto selvatico“, il tuo definirlo “bearino” mi ha fatto pensare a quello e mi ha strappato un sorriso.

 

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E poi c’è la tematica religione e la politica, parlaci di te come atea/agnostica, pastafariana e attivista nel partito

Non riesco a immaginarmi in una dimensione spirituale di alcun tipo. Rispetto chi riesce a trovare conforto nell’idea di essere parte di un disegno su questa terra e oltre la morte. Io accolgo con serenità, invece, i miei limiti da essere umano finito che vive qui e ora ed è destinato alla morte. Cerco di vivere una vita piena e di attenermi a princìpi etici che, nel loro rigore, sono frutto del mio stare al mondo e della responsabilità che sento nei confronti dell’appartenenza all’umanità con le sue contraddizioni. Le contraddizioni mi interessano più dei dogmi in ogni ambito.

Sono stata pastezzata col nome di Puttanesca di Porto qualche anno fa, ma non sono mai riuscita a dare un contributo costante alla Chiesa Pastafariana per via dei troppi impegni. Non manco mai, però, di fare un salto negli spezzoni festosi e colorati della Chiesa durante i cortei, se non altro per “suggere” qualche sacra bevanda e onorare la mia appartenenza. Trovo l’operazione pastafariana interessante, capace di mettere in luce con l’ironia le contraddizioni della categoria di laicità negli ordinamenti giuridici contemporanei.

È proprio la laicità, poi, che mi interessa in ambiti politici più ingessati come quelli della militanza in Rifondazione Comunista. È un concetto che nel senso comune ha un’interpretazione del tutto positiva, ma la realtà è più complicata delle aspettative. Per laicità storicamente si intende il processo di passaggio del potere normativo e punitivo dalla Chiesa allo Stato nell’epoca in cui si è consolidata la nascita degli Stati-Nazione: questo passaggio di potere non ha comportato un distacco automatico dai principi religiosi, ma solo un cambio al vertice.

L’Illuminismo ha prodotto un cambiamento, ma il vizio originario del concetto di laicità resta. Abbiamo visto quanto ha pesato l’influenza della Chiesa Cattolica sulla legislazione attraverso operazioni formalmente laiche come il Concordato, cioè un patto tra Stati, il potere di un partito come la DC, la presenza organizzata nei partiti della Seconda Repubblica. Ne paghiamo le conseguenze sulla nostra pelle. La situazione si complica con la schizofrenia europea rispetto alle nuove fedi che si stanno affermando attraverso i processi migratori. Si passa dalle concessioni alla Sharia al divieto del velo. Si continuano a contrapporre islam moderato e fondamentalista, mentre si sottovaluta il fenomeno dell’islamismo politico. Proprio rispetto a questi temi ci aiuta l’elaborazione del popolo curdo, che sta combattendo in prima linea contro l’Isis, ma mette in luce le mancanze della laicità rispetto a un’idea di società libera e autodeterminata.

A me piacerebbe che come partito riuscissimo a far vivere l’idea di laicità che si è affermata nel senso comune in categorie nuove tutte da inventare.

 

Tu e Luca avete sempre avuto a cuore le tematiche LGBT, perché?

Nel suo caso credo che l’interesse sia frutto della curiosità che lo anima per tutto ciò che non vive direttamente e che lo stimola a riflettere. Lui tende a mediare l’empatia con la razionalità.

Per me è diverso. Sono una donna che ha trovato nell’analisi femminista della realtà risposte alla sua condizione in un mondo in cui il patriarcato è riuscito a reinventarsi. Quelle risposte, però, erano parziali. Ho trovato nella comunità LGBTQI le stesse forme di oppressione con una declinazione diversa, l’obbligo ad aderire alle stesse norme, alle stesse gabbie. Si sono innescati in me, quindi, tanto un processo di solidarietà istintiva, quanto una riflessione profonda che ha dato nuova linfa alle mie stesse lotte. La costruzione di relazioni nel riconoscimento reciproco dà una forza, un senso di liberazione collettiva nei differenti posizionamenti a cui ormai non posso più rinunciare. Il mio femminismo è transfemminismo queer e non potrei più viverlo in maniera diversa.

 

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Essere donna etero e cisgender non impedisce di mettere in discussione ruoli, stereotipi e di riflettere sulla propria espressione di genere. Ci parli di questa tua ricerca, non dimenticando l’esperienza Drag King?

I ruoli mi interessano più degli stereotipi, che ritengo solo una manifestazione del problema, il modo in cui la società decodifica le norme che perpetua. La lotta contro gli stereotipi troppo spesso diventa una lotta per imporre stereotipi diversi: la trovo poco determinante al fine di una trasformazione complessiva. Mi viene in mente, in un altro ambito, per esempio, il movimento per la body positivity, che anziché lottare contro l’imposizione dell’obbligo alla bellezza, si scaglia contro un’idea stereotipata di bellezza, rafforzando l’idea che il nostro corpo abbia soprattutto una funzione decorativa. A me piace pensare al corpo nel suo complesso, come materia viva, avamposto di autodeterminazione e percezione sensoriale, incarnazione fisica di quello che siamo e strumento per attraversare il mondo al di là del modo in cui viene percepito. Credo che questo approccio abbia molto a che fare con l’espressione di genere: penso alla vita delle persone trans, alle opzioni che hanno per definire la percezione pubblica di ciò che sono, tra l’invasività della medicalizzazione e le difficoltà del passing quando si imboccano cammini diversi. La corporeità non può essere ridotta ad apparenza, l’apparenza non può essere ridotta a estetica.

Io ho cominciato a pensare alla mia espressione di genere a partire da quel lavoro di riflessione sul mio corpo, ma è stata l’esperienza come Drag King a dare risposte chiare ai miei dubbi. Ho partecipato a un laboratorio di Zarra Bonheur (Slavina e Rachele Borghi) e mi si è aperto un mondo. Performando la maschilità ho capito come performo la femminilità tutti i giorni.

Ho decostruito i miei automatismi e ne ho individuato le ragioni culturali. Il mio king si chiama Manolo, è evidentemente gay (del resto non ho un buon rapporto col machismo eterosessuale) e combatte con le sue insicurezze. È stato bellissimo rappresentare il suo coming out.

 

Il tuo partito ti ha scelto come responsabile nazionale per i temi LGBT. Quale pensi che sarà il tuo contributo?

L’obiettivo principale, che non voglio mai perdere di vista, è distruggere le condizioni che hanno portato alla mia elezione da parte della Direzione Nazionale, perché mi rendo conto del rischio di risultare o addirittura di diventare sovradeterminante.
Pur essendo affiancata da una compagna interna al movimento LGBTQI in Segreteria, sono consapevole tanto dei rischi quanto del vuoto evidenziato dal mio ruolo. Un vuoto di cultura politica, perché abbiamo compagni gay e compagne lesbiche anche in ruoli dirigenti, ma il partito ha rinunciato a fare elaborazione collettiva sulle tematiche LGBTQI per troppi anni, lasciandoli soli in una condizione di doppia militanza. Il mio compito sarà quello di riannodare i fili, trovare una modalità funzionale all’autorganizzazione dei compagni e delle compagne, socializzare gli strumenti teorici di cui mi sono dotata negli anni e possono aiutarli nel loro lavoro politico, evidenziare e far vivere i nessi con altre battaglie (non a caso, il nome della mia delega è “Politiche LGBTQI e intersezionalità“).

 

Quali i temi LGBT che ti stanno più a cuore?

Sinceramente li trovo tutti importanti. Sono temi che hanno sempre qualcosa da dire, perché vivono nelle esistenze e nelle resistenze quotidiane di tante persone. Possono esprimere un potenziale trasformativo o un modo per trovare un posto in questo mondo così com’è, possono manifestarsi con gioia vitale o rabbia, con leggerezza o con dolore. Disegnano una visione caleidoscopica del mondo e fare classifiche rischierebbe di invisibilizzarne alcuni.
Ne scelgo, quindi, solo uno a titolo esemplificativo: la condizione delle persone intersessuali. Credo che sia paradigmatica della violenza autoritaria del mondo in cui viviamo. Sottoporre bambin* ignar* a interventi e cure ormonali, a mutilazioni e sterilizzazioni, non permettere che si autodeterminino, patologizzare la mancata aderenza alla visione binaria del sesso biologico, fornire ai genitori solo informazioni strettamente mediche per non problematizzare delle pratiche devastanti: tutto questo è inconcepibile, imperdonabile. L’approccio occidentale all’intersessualità è il corrispettivo di ciò che avviene in altre parti del mondo con le mutilazioni genitali femminili: si violano i corpi per ragioni estetico-culturali. La differenza è che sull’intersessualità non c’è un vero dibattito pubblico.

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Una certa sinistra estrema è omofoba e binaria, come pensi di dialogare con loro e “portarli a ragionare“?

Credo che nessuna comunità politica e sociale sia immune alle discriminazioni covate nel suo profondo. Vale anche per le organizzazioni di sinistra, perché coltivano la presunzione di lottare per un mondo migliore senza però mettersi​ profondamente in discussione collettivamente e personalmente. Questa elusività è descritta benissimo da Audre Lorde quando racconta il suo viaggio in Unione Sovietica.

Credo che la cosa migliore da fare, in un’epoca in cui c’è un dibattito pubblico efficacissimo e diffuso su questi temi al quale anche i compagni e le compagne hanno accesso, sia parlare un linguaggio più specifico, adatto a chi è abituato a ragionare di politica. Insomma, credo che si debba far irrompere l’elaborazione politica LGBTQI, uno straordinario patrimonio di pratiche e pensiero, nella nostra elaborazione generale. In qualche caso l’operazione è già riuscita in automatico, penso alla categoria di pinkwashing usata persino dai settori più ostili e rigidi, che rimangono stupefatti quando ne scoprono l’origine interna al movimento. Credo anche che questa debba essere un’operazione di recupero di una storia che è anche nostra.
Al prossimo Milano Pride  (ci troverete nello spezzone della rete Nessuna Persona è Illegale ) vorremmo partecipare con cartelli che rivendichino l’appartenenza al movimento operaio, comunista e di sinistra di tanti esponenti del movimento LGBTQI, includendo anche persone non binarie come per esempio Leslie Feinberg e Claude Cahun.
Il tema del binarismo è pressoché ignoto dalle nostre parti, purtroppo. Questo può essere un primo stimolo.

 

Rossobruni e nuovi reazionari: parliamone…

Le Sentinelle in Piedi e Adinolfi non hanno quella “patina” rossa, sono solo brunissimi clericofascisti. Fusaro, invece, rappresenta perfettamente ciò che comunemente si intende per rossobrunismo: è un ciarlatano che manipola il pensiero di Marx, di Gramsci, per far passare concetti reazionari nel nostro dibattito. Sogna la distruzione dell’attuale sistema economico-sociale per tornare indietro a un idilliaco passato che però non era affatto idilliaco, perché attraversato dallo sfruttamento,dalla violenza, dal dominio dell’uomo sulla donna, dalla cancellazione dei bisogni e dei desideri di gran parte dell’umanità. Quello è stato un vero Pensiero Unico Dominante, contro il quale le masse si sono ribellate, nelle piazze così come nelle loro vite quotidiane. Il capitalismo oggi è tutt’altro che un Pensiero Unico, si nutre della frammentazione delle identità in un mondo tanto complesso, ci tratta come nicchie di consumo e sfruttamento, mentre vive uno scontro interno tra tendenze reazionarie e tendenze liberal.

Fusaro è un rossobruno autentico, un corpo estraneo che vuole distruggere la nostra cultura politica. Chi lo prende sul serio spesso non lo è (un tempo per rossobruni intendevamo gli infiltrati), semplicemente cerca risposte semplicistiche alla nostra crisi di consenso.

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Trasversalità: è qualcosa che ti appartiene come persona e come attivista?

Cito ancora Audre Lorde, una pensatrice a cui devo molto: “Non esistono battaglie monotematiche perché le nostre vite non sono monotematiche”.

Io preferisco parlare di intersezionalità, una categoria che sembra quasi una moda nei movimenti e tra noi è ancora quasi sconosciuta: ho voluto fortemente che fosse presente nel nome della mia delega, trovando il consenso del nuovo Segretario nazionale Maurizio Acerbo che per fortuna la conosceva, essendo attento a certi temi.

Da comunista non potrei mai rinunciare a una visione di classe, a sottolineare come la struttura produttiva capitalistica plasma le nostre vite. Da femminista non potrei mai mettere da parte la gabbia in cui, nonostante mille lotte e mille passi in avanti, è ancora confinata la mia vita di donna e così via. C’è una rete, spesso invisibile, di oppressioni connesse. Non sarà possibile una liberazione integrale senza renderla pienamente visibile nel suo complesso e nei suoi intrecci.

 

Pensi che la battaglia LGBT contro il “binarismo di genere obbligatorio” sia compatibile con la tua visione femminista? Ci racconti un po’ il “tuo” femminismo?

Il mio è un femminismo non binario. Alcune tendenze binarie del femminismo mi irritano profondamente: sono essenzialiste, riproducono le strutture di dominio, non parlano a quello che sono e a quello che sento. A partire da me, non le riconosco. Credo che le radici del patriarcato risiedano proprio nel binarismo obbligatorio, nella donna pensata come complementare all’uomo, quindi privata della possibilità di seguire percorsi autodeterminati fuori da questo canone.

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Fai parte di un’associazione femminista mista che ha “preceduto” le “mode” intersezionali: ci racconti quest’esperienza, di cui tu e Luca fate parte?

Facciamo parte di Mille&UnaVoce , che da anni è diventata un punto di riferimento culturale a Cinisello Balsamo. Non credo che l’intersezionalità sia stata all’inizio un punto di vista consapevole, ma ha animato sempre più le attività di un’associazione la cui caratteristica più importante secondo me è il dialogo tra generazioni diverse, oltre al ruolo attivo degli uomini. Abbiamo organizzato tante iniziative, dalle rassegne cinematografiche alle visite a luoghi poco noti e spesso legati alla storia della Milano popolare, dalle mostre d’arte alle rappresentazioni teatrali e musicali, affrontando tanti temi: la violenza di genere, il lavoro, la guerra, la solidarietà tra pari, la disabilità, il lesbismo, l’omogenitorialità e così via. Il nostro prossimo obiettivo è partecipare al progetto Obiezione Respinta, contribuendo con i dati relativi al nostro territorio alla mappatura nazionale dell’obiezione di coscienza.

col segretario nazionale al congresso

Quali sono le prossime mosse che tu ed il partito intendete fare per i diritti LGBT?

La lotta per i diritti in un paese democratico ha sempre due volti: quello istituzionale e quello nelle piazze.

Dal primo punto di vista, nel nostro piccolo (non essendo più in Parlamento), continuiamo a rivolgere un’attenzione inequivocabile per i diritti LGBTQI a tutti i livelli, dai comuni al Parlamento Europeo, dove abbiamo una compagna come Eleonora Forenza che ha un profilo politico decisamente queer. Dico inequivocabile perché la vicenda dell’approvazione della legge Cirinnà, coi suoi tratti fortemente discriminatori, dimostra che non si possono cercare compromessi sui diritti delle persone. È un errore che abbiamo fatto anche noi quando eravamo al governo, con l’inconcludente discussione sui Dico. Abbiamo imparato la lezione e scelto di non fare più parte di coalizioni di centrosinistra che portavano a dover mediare le posizioni con componenti clericali.
Il matrimonio egualitario, pieni diritti per i figli e le figlie delle coppie omogenitoriali, una legge ben fatta contro le violenze omo-lesbo-bi-transfobiche, un’educazione sessuale inclusiva nelle scuole, la possibilità di cambiare il genere anagrafico senza patologizzazioni e sterilizzazioni, il divieto di adozione del “metodo Money” e affini per i/le bambin* intersessuali, il contrasto alle discriminazioni sul lavoro: queste battaglie non sono negoziabili.

Purtroppo le istituzioni sono dominate da forze che su questo trattano al ribasso, quando va bene. Serve una sinistra d’alternativa forte, che metta al centro della sua azione politica i diritti civili e sociali. Stiamo dando il nostro contributo a costruirla.

La lotta per i diritti nelle istituzioni, però, si nutre della vitalità delle piazze, di un lavoro culturale che il movimento sta facendo egregiamente. Vogliamo esserci anche noi per costruire consapevolezza e sostegno sociale a queste rivendicazioni. Il movimento, però, spesso vede i partiti politici come semplici interlocutori istituzionali, chiedendo al massimo l’adesione al Pride, preferendo dialogare con la società civile organizzata per un lavoro politico più ampio. Mi piacerebbe contribuire a produrre un cambiamento in questo, per operare fianco a fianco tutto l’anno fuori dai palazzi del potere.

Asessualità, pregiudizi, istanze e a-fobia: ce ne parla Alice

L’asessualità è un tema su cui spesso noi attivisti LGBT siamo poco informati.
Ho deciso di intervistare Alice, una delle principali attiviste asessuali in Italia, chiedendole cos’è l’asessualità, smontando tanti pregiudizi, e ragionando sull’ a-fobia.

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Ciao Alice, raccontaci in poche righe chi sei: anni, che lavoro fai, di dove sei, quali sono le tue passioni…

Ciao! Sono Alice, ho 34 anni e sono di Milano. Il mio lavoro è anche la mia passione: le immagini e fotografia.

 

Come e quando ti sei scoperta asessuale? E quando la decisione di diventare attivista?

In realtà in un certo senso l’ho sempre saputo. Avevo realizzato di essere differente dai miei coetanei a scuola, ma essendo che l’informazione sull’asessualità non c’era non capivo in cosa e questo mi causava parecchio disagio e dolore. Ricordo perfettamente la sensazione di estrema solitudine!
Immaginate un mondo dove non si parla né si scrive neanche dell’omosessualità…un ragazzino che si scopre gay come fa a capirlo? Come fa a sapere che è tutto ok?
La mia situazione era un po’ quella.
Poi a 17 anni, ho trovato per caso su un libro la parola “asessualità” ed è come se mi si fosse accesa una lampadina. Ho fatto una piccola ricerca su internet e ho cominciato a scoprire che c’erano altre persone come me, che era tutto ok e che non ero sola.
Ho passato poi gli anni dell’università ad esplorare la mia identità e a prendere confidenza con me stessa, cosa che visto il dolore degli anni precedenti non è stata né facile né immediata.
Poi ad un certo punto ho iniziato a sentire il bisogno di fare qualcosa per gli altri, e mi sono rivolta ad Arcigay Milano per diventare una delle loro volontarie, e ho trovato non solo un’associazione accogliente e aperta ma anche tanti amici che ora sono per me un po’ come una famiglia.

 

I profani pensano che “asessuale” sia la persona che vuole non fare sesso o che non prova piacere fisico nel fare sesso, dove ovviamente talvolta “sesso” viene immaginato come il rapporto completo, altre volte come l’insieme di tutti i contatti fisici, dal petting in poi.
Cosa significa essere asessuali? Quanto riguarda il comportamento, e quanto l’orientamento?

L’asessualità è un orientamento sessuale, caratterizzato dalla mancanza di attrazione sessuale. La definizione è questa ed è piuttosto semplice. Nessun orientamento riguarda mai il comportamento di una persona, ma solo e unicamente il genere verso cui questa persona è attratta. Faccio un esempio: se una donna lesbica ha un rapporto con un uomo (per i motivi più svariati, per esempio potrebbe non essere ancora pronta a fare coming out), rimane comunque una donna lesbica, ossia la sua attrazione “viscerale” rimane rivolta verso le donne ma nulla toglie che sia in grado di avere comportamenti diversi.
A volte si fa fatica a capire come non essendoci attrazione si possa considerare l’asessualità un orientamento sessuale. Prima di tutto, mi preme ricordare che nessuno di noi può decidere cosa è un orientamento e cosa non lo è, a prescindere dal fatto che lo si comprenda o meno. Poi spesso faccio un esempio matematico: l’asessualità è un orientamento sessuale così come lo zero è un numero.
Per quanto riguarda il comportamento sessuale delle persone asessuali: molti di noi hanno rapporti, a volte penetrativi a volte no (dipende dai gusti delle persone) perché il sesso può rimanere un’attività piacevole e appagante, se fatto con il pieno consenso e la corretta comunicazione fra i partner. Fisiologicamente, il corpo di un essere umano funziona nello stesso identico modo e risponde agli stessi stimoli, sia esso gay, lesbica, bi, pan o asex. Quindi perchè negarsi un’attività piacevole se la si vuole fare?

 

Noi carampane LGBT usiamo etero-affettivo e omo-affettivo per indicare la sfera dell’orientamento che riguarda l’attrazione mentale e il desiderio di costruire qualcosa.
Ci sono quindi persone il cui orientamento erotico e orientamento affettivo, talvolta, possono non coincidere.
L’elaborazione asessuale ha introdotto i termini “omo-etero-bi-panromantico”, che potrebbero avere altri significati. Ci spieghi meglio?

I termini qui sopra non hanno esattamente un significato differente rispetto a quelli utilizzati da altre persone LGBT+. Semplicemente si tratta di distinzioni di orientamenti affettivi: pur essendo l’orientamento erotico di un asessuale “nullo”, questo infatti non vuol dire che lo sia quello affettivo.
Esistono quindi asessuali attratti affettivamente da persone di genere opposto (etero-affettivo o etero-romantico), dello stesso genere (omo-affettivo o omo-romantico), ecc. ecc.

 

Persone asessuali e genitorialità: una coppia etero che volesse adottare, anche se entrambi fossero tecnicamente fertili, poiché asessuali, avrebbe delle difficoltà in Italia?

Ovviamente io sono fermamente convinta che sia l’amore che fa una famiglia e non la biologia, ossia la capacità di avere un figlio geneticamente di entrambi i genitori. Il desiderio di genitorialità è qualcosa che trascende l’orientamento sessuale delle persone, e quindi anche le persone asessuali possono desiderare di diventare genitori.
Nell’esempio che hai fatto tu, ossia di una coppia asessuale di generi opposti, in realtà il discorso è più ampio: pur non avendo un caso specifico alla mano, credo che sì avrebbero difficoltà ad adottare soprattutto per la pessima gestione del processo delle adozioni in Italia. Il processo è infatti lungo, tortuoso e impegnativo anche per le coppie eterosessuali. La realtà è che una qualunque avvisaglia di ciò che non viene visto come “normale” dalle autorità praticamente blocca sul nascere qualsiasi possibilità di adozione. Certo, la coppia in questione potrebbe mentire, ma quanto è corretto che siano loro a doversi nascondere e non lo Stato a dover far dei passi avanti?

 

Mentre c’è avversione, tra etero medi, quando si parla di omosessuali, quando si parla di asessuali, spesso c’è scherno. Sei d’accordo?

Tendenzialmente sì. Spesso abbiamo notato un parallelismo forte con le discriminazioni affrontate dalle persone bisessuali: entrambi i nostri orientamenti vengono visti come indecisioni, blocchi e sono presi molto poco sul serio. Questo causa molta difficoltà ad essere accettati, proprio perché la reazione di partenza delle persone è quella di non credere alla tua esperienza e al tuo personale modo di sentire.

 

Alcune persone LGBT insistono sul fatto di “non capire” gli asessuali, ma il loro “non capire” spesso è relativo al fatto che …”io non lo farei mai“.
Non è un po’ come quando un etero direbbe che “non farebbe mai” qualcosa di gay?
Quanto il vero problema non è il “non capire” le situazioni che non viviamo in prima persona?

Ma infatti il punto non è il “non capire”. Nessuno di noi sarà mai in grado di capire fino nei più piccoli dettagli esperienze e sentimenti di altri individui, è normale ed in fondo il mondo è meraviglioso proprio perché ci sono così tante differenze. Il punto è aprire la mente e abbracciare e accogliere comunque le persone diverse da noi, senza badare al riferire le loro esperienze alle nostre.

 

Ci sono dei portali di cuore che prevedono gli asessuali e ne favoriscono gli incontri, tramite tag e filtri?

Ci sono alcune app che hanno aperto ufficialmente anche alle persone asessuali, permettendo quindi un primo approccio all’internet dating. Come tutte le app, a volte funzionano a volte no. Inoltre un gruppo negli USA ha appena lanciato una app specifica per aiutare le persone asessuali in un’esperienza di dating più protetta da molestatori e troll.

 

Coming out asessuale: come viene recepito dalle famiglie e sul posto di lavoro?

Generalmente le reazioni di un coming out sono le stesse della media della società: stupore, delusione, tendenza a svalutare e a non credere. Purtroppo, si arriva anche a casi di allontanamento o forzature. È una cosa molto triste: un genitore dovrebbe amare i propri figli per quelli che sono, altrimenti ha fallito come genitore.
È la stessa cosa per i posti di lavoro.
In entrambi i casi, ovviamente però influiscono spesso molto gli ambienti: se si fa un lavoro creativo tendenzialmente può essere più facile, e lo stesso vale per una famiglia con una cultura medio-alta.

 

Quali sono le discriminazioni che riguardano le persone asessuali?

Credo che le discriminazioni subite dal resto della comunità LGBTQIA siano assolutamente sovrapponibili e parallele.
Penso per esempio alle coppie dello stesso sesso: non importa se gay, lesbiche o asessuali no? Lo Stato nega l’accesso ad alcuni istituti in quanto sulla carta d’identità è riportato lo stesso sesso. Quindi matrimonio egualitario e adozioni non sono permessi nemmeno alle coppie asessuali composte da persone di sesso opposto.
Ragionamenti simili possono essere fatti per le discriminazioni sui luoghi di lavoro e così via.
Esistono inoltre le problematiche del bullismo e delle violenze (psicologiche, fisiche e sessuali), che ovviamente trascendono l’orientamento affettivo della persona asessuale.
Esiste poi la tendenza a svalutare e a non considerare i sentimenti e le emozioni, se non addirittura l’esistenza, delle persone asessuali (ace-erasure).

 

Asessuali ma non solo: la realtà demisessuale e le altre sfumature.

L’asessualità come orientamento è quello di cui dicevo prima, ossia la mancanza di attrazione sessuale. Tuttavia le persone spesso non si collocano perfettamente in “caselle” preformate, e quindi a livello di comunità siamo giunti alla conclusione che era bene parlare di spettro dell’asessualità: esistono ossia persone “a cavallo” fra l’orientamento asex e altri orientamenti ma che si riconoscono meglio nella nostra comunità piuttosto che in altre per ragioni del tutto personali.
Abbiamo quindi i cosiddetti asessuali grigi, che provano attrazione sessuale ma raramente, e i demisessuali, che possono provare attrazione sessuale (ma non necessariamente la provano) solo a seguito di un forte legame emotivo.

 

Ci spieghi la differenza tra libido e attrazione?

Mi rendo conto che sia difficile da spiegare per chi non sono necessariamente separati, e che quindi ha già difficoltà a separare le cose.
L’attrazione è quella “scintilla” che scatta verso un’altra persona nella vita reale e che porta l’individuo a voler avere un qualche contatto sessuale con lei.
La libido, è quella forza biologica che ci porta a desiderare una scarica socialmente ritenuta “sessuale”, ed è influenzata da fattori ormonali, sociali e psicologici.
Mentre il tipo di attrazione che detta il nostro orientamento sessuale è un modello tendenzialmente stabile nel tempo, la libido è una forza più generica e molto meno stabile (si parla di fluttuazioni addirittura da una settimana con l’altra).
La distinzione fra queste due forze è vera per tutti, ma mentre per persone di altri orientamenti vanno spesso di pari passo e nella stessa direzione (e quindi sono facilmente confuse fra loro), per le persone asex è più evidente la separazione: pur non provando attrazione sessuale, la libido può benissimo essere presente.

 

Una visione a-fobica vorrebbe ricondurre l’asessualità all’aver subìto un “trauma” con la sessualità. Persino alcune persone LGBT pensano questo, senza rendersi conto di subire lo stesso pregiudizio loro, soprattutto gli omosessuale, da parte di alcuni etero. Che ne pensi e quanto c’è di vero e di falso in questa credenza?

Ovviamente è falso, credo che ormai sappiamo tutti che un orientamento sessuale è semplicemente una naturale e sana variazione della sessualità umana.
Trovo invece triste vedere persone che spesso sono state discriminate a loro volta e hanno lottato tutta una vita per la loro libertà, discriminare e avere pregiudizi su altre minoranze.
Tuttavia mi preme ricordare che non è una caratteristica peculiare del confronto fra asessuali e altre persone della comunità LGBTQIA, ma succede con varie declinazioni per esempio anche verso le persone transgender (penso a chi vorrebbe le persone trans “fuori” dalla comunità, cosa assurda), le donne in generale (penso al machismo e al sessismo di certi ambienti), le persone bisex (che vengono visti come indecisi, un danno alla “causa” ecc.).

 

Violenze sessuali e asessualtà: quante volte le persone asessuali sono vittime di “stupri correttivi”, come avviene anche per le persone LGBT?

Purtroppo ci sono stati casi, anche se una statistica, come per tutti i casi di violenza sessuale, è molto difficile da fare. Spesso le vittime non denunciano, e se lo fanno non vengono prese sul serio e quindi la loro storia si perde nel nulla burocratico.
I casi ci sono, a volte inter-familiari a volte da parte di persone che venivano considerate amiche. Esistono gruppi di auto-mutuo-aiuto, che al momento sono lo strumento principale utilizzato dalla comunità per cercare di fornire appigli per uscire da situazioni del genere e dalle loro conseguenze.

 

Le visioni pan e bi sono presenti nel mondo asessuale? Il non ricondurre tutto ai corpi fa si che ci sia maggiore inclusività verso partners di diversi sessi e generi?

La stragrande maggioranza della comunità asessuale si identifica come bi-affettiva o pan-affettiva, oltre al fatto che molti si identificano con un genere differente da quello assegnato alla nascita. Ci sono molte persone con identità di genere non-binarie. In parte è sicuramente un segno dei tempi che cambiano, credo che non sia una particolarità specifica della nostra comunità. Piuttosto lo considero un segnale del fatto che è forse più facile fare coming out con identità di genere differenti in un clima come quello della nostra comunità piuttosto che in un clima magari più tradizionalista e sessista.

 

Chiudo con una provocazione: su un gruppo LGBTQIA una persona ipotizzava che gli asessuali “romantici”, non provando attrazione sessuale, avrebbero potuto maggiormente apprezzare una persona trans.
Questa non è, però, una visione svalutante dei corpi “non conforming“? E’ come se considerasse le persone trans poco desiderabili, e, quindi, è come se chi ha un genitale non coerente con la sua identità, potesse attrarre solo “amori spirituali“…

Tu che ne pensi?

Trovo un po’ strana questa affermazione francamente. Credo ci sia un po’ la tendenza a vedere in rapporti con le persone trans nella chiave dell’altro partner, un po’ come gli eterosessuali vedono i rapporti lesbici come attraenti. Ossia quello su cui nell’immaginario comune ci si fissa è trovare una “soluzione” ad un rapporto con una persona trans, perché questa viene vista come anormale e come un problema. Al contrario io credo che la prima cosa da considerare per un rapporto siano proprio gli individui e le loro caratteristiche e emozioni, ma come valore non come problematiche. Per un qualsiasi rapporto reale e duraturo, l’importante sia la comunicazione a prescindere dal fatto che le persone coinvolte siano transgender o meno e che il rapporto sia sessualmente attivo o meno.

Per saperne di più:

Gruppo Asessualità – Arcigay Milano
asessualita@arcigaymilano.org
www.facebook.com/GruppoAsessualita/

Intervista a Mauro Muscio, “la libraia” del movimento LGBT milanese

Ho conosciuto Mauro Muscio durante la sua esperienza politica col Collettivo tabù, che ha portato una visione giovane e fresca nel Coordinamento Arcobaleno di Milano. Ci siamo persi negli anni in cui era all’estero (in realtà mi capitava di incrociarlo quando era di passaggio in Italia, perché siamo dello stesso quartiere), ma sicuramente l’ho conosciuto meglio quando ha aperto la Libreria Antigone, restituendo alla città ciò che mancava da anni. Mauro, però, non è solo questo: è anche un attivista politico e un pensatore LGBT.
Lasciamo però la parola a lui… 

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Ciao Mauro: raccontaci di te: età, provenienza, studi, passioni, professione…

Ciao. Sono Mauro, ho 26 anni (27 il 12 giugno), nato e cresciuto a Milano da genitori con origini del Sud.
Ho studiato al liceo classico Carducci (roccaforte di CL) per poi laurearmi alla triennale di Lettere Moderne all’Università Statale di Milano. Dopo un periodo di circa un anno ad Amsterdam ho svolto qualche lavoretto per poi buttarmi nel progetto della Libreria Antigone dove oggi occupo il ruolo di tuttofare.
La grande passione è sempre stata la lettura, all’inizio soprattutto legata alla letteratura canonica per poi concentrarmi in saggistica e letteratura contemporanea. Altra passione, che di certo ha determinato la mia crescita e la mia ricerca di identità, è la politica, la passione cioè di poter immagine una realtà diversa a partire dallo smascheramento delle contraddizioni del sistema.
Ho militato in Lotta Comunista, abbandonata dopo due anni per dissonanze politiche e personali, per poi rimanere slegato da organizzazioni politiche gli ultimi anni di liceo; successivamente ho iniziato la militanza sia nel mondo lgbt milanese sia in un’organizzazione politica oggi disciolta (Sinistra Critica) i cui militanti e militanti hanno preso diverse strade, tra le quali il progetto di CommuniaNet di cui faccio parte, che a Milano raccoglie le esperienze di RiMake, spazio occupato (ecco il link alla pagina facebook) , RiMaflow, fabbrica recuperata a Trezzano sul Naviglio e RiParco a Magenta.
Come hai scoperto di essere una persona LGBT?

Ho scoperto di essere gay anni innamorandomi follemente di un ragazzo a scuola con il quale ho inaugurato la stagione degli amori impossibili con gli eterosessuali. Da lì è iniziata la ricerca dell’identità sessuale accompagnata da una ricerca molto forte dell’identità di genere.
Mi andava molto stretto il mondo gay classico che conoscevo; discoteche e locali che non rispondevano alle mie esigenze, dove notavo una forte imposizioni di ruoli e schemi. Ho scoperto successivamente che esistono modi diversi di essere gay, anzi, di essere frocia.

Come hai iniziato il tuo percorso di attivismo?

Il vero attivismo lgbt è iniziato per l’incontro (fortunato e che ricordo con particolare affetto) con alcun* compagn* di Sinistra Critica con i quali/ le quali fondammo il collettivo Tabù. Fu un’esperienza indimenticabile; un collettivo misto che ha conosciuto periodi molto intensi dove la ricerca del desiderio e delle identità era pratica collettiva e strumento di lotta. Con loro ho iniziato “la fase” drag, il travestitismo teatrale e goliardico che però rappresentava per me qualcosa di più inteso, una messa in discussione dei canoni i genere , delle relazioni di potere e della sessualità; e sempre lì iniziò la sperimentazione sessuale sotto vari punti di vista.

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Quali sono stati i tuoi pensatori e movimenti di riferimento?

Avevo letto molto Marx e Lenin, avevo studiato i loro testi ma avevo poco problematizzato alcune questioni. Successivamente scoprì Trotsky, Angela Davis, Malcom X, Mario Mieli, Porpora Marcasciano, Judith Butler, Halberstam, Bensaid, Fucault, Peter Drucker e tramite loro ed altri/e mi feci un’idea più completa del mondo. Iniziai a capire il significato dei movimento sociali, il rapporto con il politico, iniziai a interpretare il mondo non solo tramite il marxismo ma anche attraverso gli occhiali dei rapporti di genere, sessuali, coloniali, ecc… Iniziai cioè a vivere il femminismo, il queer, l’internazionalismo che avevo solo letto sui libri, e iniziai a viverli declinandoli a partire da me, dalle mie condizioni e dal mio/con il mio corpo.

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Cosa ci racconti della tua esperienza all’estero?

L’esperienza all’estero è stato un momento importante sicuramente. Sono stato ad Amsterdam, città che conoscevo e dove avevo trascorso diverse settimane in estati passate ma dove mai avevo potuto vivere. Ho vissuto lì con un caro compagno, io alla prima esperienza di vita fuori casa, lui sicuramente più rodato di me. Lì ho fatto uno stage presso un centro studi legato alla Quarta Internazionale (con la quale il mio percorso politico si è sempre relazionato) ho conosciuto compagni e compagne di tutto il mondo, ho assistito a formazioni politiche importanti e soprattutto dove ho iniziato a sentirmi parte di una storia politica lontana che oggi ancora vive perché capace di pensare, di superare la tradizione e di competere con le difficoltà del presente. Ad Amsterdam ho conosciuto il movimento queer olandese, ho studiato meglio l’inglese, ho tagliato i capelli (che non tagliavo da 6/7 anni e che rappresentavano una parte della femminilità di me) ho approfondito sul mio corpo vari sperimenti di prostituzione che avevo già fatto in Italia e mi sono preso il tempo di pensare a cosa avessi voluto fare nella vita.

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Il ritorno a Milano e la decisione di aprire la libreria…

Tornato a Milano ho continuato a vivere fuori casa con un’esperienza fantastica nel palazzo di via Bligny 42 in compagnia di amic* e compagn* e intanto mi ero iscritto all’Università di Pavia per la magistrale. Pensavo di poter buttarmi nell’insegnamento ma così non è stato. Mi era passata la voglia di studiare per i “titoli” soprattutto mi era passata la voglia di studiare per dei titoli sempre più svuotati di significato.
E’ stato un anno difficile, dove ho messo in discussione molto di me stesso, soprattutto dopo la perdita del mio migliore amico e dove ho deciso che valeva la pena fare quello che volevo e non quello che alcuni si aspettavano da me.
Il progetto della libreria nasce in quella fase; inizialmente come progetto teorica, idea confusa che mischiava immagini di libreria lgbt viste all’estero, la Babele di Milano, librerie in spazi occupati e desideri di far vivere la cultura lgbt che tanto avevo studiato. Un anno dopo ho aperto la libreria, grazie all’aiuto dei miei genitori (non solo in termini economici) che non mi dovevano nulla e che mi hanno dato tutto e grazie all’aiuto di Veronica, amica e compagna, il cui ruolo è stato fondamentale.

Libreria LGBT, queer e femminista: come mai hai scelto di dare queste identità alla tua libreria?

La caratteristica della libreria era chiara nella mia mente. Non poteva trattarsi di cultura omosessuale e basta, ma doveva rappresentare i percorsi migliori della cultura lgbt, di quella femminista e di quella queer. Elementi e pezzi di un presente che per me non possono essere letti, appunto, separatamente ma che si relazionano tra loro in dialettica e che avanzano (o regrediscono) in base alla relazione.

Una libreria è un bene prezioso per un quartiere: come ti rapporti alla tua zona, e che servizio offri?

La libreria è stata accolta in quartiere in maniera tutto sommato positiva. La zona di via Kramer è una zona ricca, dove vivono personaggi politici e televisivi famosi e dove tutt* si sentono più ricchi di altri. Ricchezza economica che significa anche ricchezza culturale nella maggior parte dei casi e dove comunque significa perbenismo (più o meno di facciata). All’inizio non entrava nessuno della zona in negozio, ma curiosavano da fuori. Oggi prenotiamo anche libri di scuola per i figli e le figlie delle famiglie della zona.
Quali sono gli eventi culturali che proponi, e quale il fil rouge che li conduce?

Il servizio maggiore che offriamo è l’attenzione ai titoli offerti, l’eterogeneità e la specificità dei prodotti. Solo libri e titoli che difficilmente sono esposti in altre librerie, solo titoli italiani e stranieri che trattano genere, sessualità, lgbtq e femminismi sotto diversi punti di vista. Il resto non lo abbiamo e non vogliamo averlo perché si trova in altre librerie. E questo vale anche per le iniziative che abbiamo fatto. Libri a tematica lgbtq e femminista raccontati ed esposti al pubblico da autori/autrici più o meno famosi con l’attenzione nel ricreare un luogo sicuro, protetto, accogliente e sereno. Allo stesso tempo ci siamo messi in ascolto delle associazioni e delle realtà lgbtq e femministe della città collaborando a diverse iniziative, dentro e fuori la libreria e costruendo relazioni importanti. Il fil rouge è dare spazio (fisico, culturale, politico…) alle culture che caratterizzano la libreria. Indipendentemente dal genere quello che facciamo vivere e riproduciamo e un laboratorio costante di narrazioni e pensieri lgbt, queer e femministi.

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Cosa pensi del movimento LGBT di oggi in italia?

Sul movimento lgbt in Italia non ho un’idea compiuta al 100%. Penso che la vittoria della legge Cirinnà sia quello che molti sapevano; un indebolimento del movimento. L’associazionismo è cambiato, il suo ruolo è cambiato. Servirebbe molto tempo per capire lo stato del movimento però mi sento di dire sicuramente che da una parte la lotta per i diritti come focus centrale e forte ha determinato molto in negativo il movimento. Si è smesso di pensare, di produrre idee e immaginari, si è scelto di avere dei referenti politici o dei rappresentanti lgbt nella politica a cui delegare troppo (anche inconsciamente). Il risultato è forse quello che ci meritiamo. Una mezza legge ottenuta a suon di umiliazioni in Parlamento. Nei giorni della discussione parlamentare sulle unioni civili ci hanno insultati, hanno insultato i figli/le figlie delle coppie omogenitoriali, hanno citato la Bibbia…e noi dove eravamo? Intendo, dov’era il movimento? Nelle piazze…ma nelle piazze lontane nel tempo e nello spazio dal Parlamento. Non siamo stati in grado di fare pressione e molti hanno detto “meglio questo che nulla”. Questo è il movimento?
Le associazioni oggi fanno dei lavori importanti e lavorano davvero con le mani in pasta (sportelli di mutuo soccorso, gruppi di ricerca, sportelli legali, ecc….) ma non vedo più la forza politica lì.
Quello che noto è che in generale una parte di movimento ha per troppi anni associato la parola diritti alla parola normalità, con narrazioni normalizzanti e quindi escludenti.
La retorica del “anche noi amiamo”, “siamo cittadini che paghiamo le tasse” “siamo uguali” ha prodotti immaginari a mio giudizi pericolosi. Ho sempre pensato che i diritti vadano ottenuti al potere con battaglie che conquistano spazi di libertà e di potere, spazi sottratti al potere istituzionalizzato. Se il terreno di partenza della battaglia non si pone questo allora la battaglia è in parte vuota. Ho visto Pride con sindaci in prima fila, gli stessi che appartengono a partiti politici che hanno legalizzato il lavoro precario o sfruttato; sponsor di marche che sfruttano popolazioni e che non rispettano i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Rappresentanti di consolati di paesi imperialisti che hanno insegnato quante bombe servono per importare la democrazia liberale in altri paesi. Insomma. Abbiamo voluto i diritti, abbiamo lottato per i diritti e alcuni hanno voluto farlo alleandosi con chiunque, leggendo la propria identità solo come identità sessuale. Oggi possiamo unirci civilmente ed è importante, perché è stata un vittoria contro il potere reazionario e omofobo di questo paese. Però poi la Cirinnà ci dovrà spiegare come il suo partito pensa che possano sposarsi o unirsi civilmente due ragazz* precari. Sui diritti lgbt si è giocata una battaglia di civilità per alcuni, battaglia che oggi vede il nostro paese più civile. Non riesco a pensare all’Italia come un paese civile, soprattutto se quella civiltà è stata ottenuta grazie a chi ha introdotto la legge Minniti Orlando, o a chi ha stretto patti economici con la Russia, a chi respinge migranti in nome del decoro. Non riesco proprio.

E su quello femminista?

Il movimento femminista conosce oggi una fase interessante. E’ un movimento che ha conosciuto ondate, vittorie, intersezioni con altri settori di movimento ma soprattutto un movimento che non ha mai smesso di elaborare (al contrario di quello LGBT mainstream). Nel Novecento è stato quel movimento che come il movimento operaio ha avuto un raggio di azione mondiale. E’ un movimento molto ampio ed eterogeneo. In Italia il femminismo della differenza ha avuto un’egemonia culturale molto forte producendo secondo me molti danni. Oggi assistiamo però a qualcosa di importante. Non Una di Meno è una forza internazionale che mobilita donne in tutto il mondo , produce confronti e rivitalizza i femminismi. Il femminismo insegna una pratica con cui vivere, una messa in discussione costante dei nostri atteggiamenti, pensieri, linguaggi, scopate. Una parte di femminismi ha praticato prima di teorizzare l’intersezionalità di cui oggi si parla molto e questo è un altro contributo enorme.

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Parlaci del rimake…

Rimake è uno spazio sociale che ha compiuto quest’anno tre anni di occupazione. Fa parte, come dicevo precedentemente, alla rete CommuniaNet una rete nazionale anticapitalista, fortemente incentrata sulla ricerca di nuove pratiche e linguaggi all’altezza della complessità della realtà, che pone al centro il mutuo soccorso conflittuale, la solidarietà, l’autorganizzazione dei soggetti oppressi e la difesa dell’ambiente e della dignità delle vite contro speculazioni, oppressioni, discriminazioni, precarietà razzismo e ingiustizie.
RiMake si trova ad Affori e lì cerca di costruire relazioni con il territorio quotidianamente, ospitando al suo interno una Serigrafia, progetto di coworking e di fotografia e una sala prove autogestiti. Lo spazio politicamente si concentra su tre aspetti quest’anno: le questioni di genere, grazie anche alla presenza del neocollettivo femminista Gramigna e grazie alla presenza di comapagn* che da anni lavorano su questi temi in Italia sul piano dell’attivismo e della produzione teorica, la questione della sovranità alimentare in relazione al progetto nazionale di Fuori Mercato , che organizza l’appuntamento del pranzo popolare ogni domenica del mercatino dei produttori agricoli ogni seconda domenica del mese, e il progetto con i migranti del centro di Bresso con i quali si costruisce un progetto di autoreddito a partire dalle necessità e volontà dei soggetti con i quali si portano avanti anche battaglie sul tema dei diritti e delle singole richieste fatte tramite uno sportello legale ad hoc dentro lo spazio. Oltre a questo ovviamente organizziamo presentazioni di libri, cineforum, dibattiti pubblici su temi generali, con particolare attenzione sulla situazione siriana, feste e momenti ludici, intesi sempre come momenti politici di sperimentazione per altre forme di relazioni e socialità. Non dimentichiamo la tradizione delle feste queer, le più riuscite e le più attese che con onore ci hanno fatto identificare spesso come il centro sociale delle froce di Milano.
Ci relazioni con diversi interlocutori e abbiamo costruito diversi momenti politici della città senza mai però perdere l’obiettivo: costruire strumenti per l’autorganizzazione dei soggetti in termini intersezionali. Oggi Rimake rischia di essere in pericolo perché la speculazione cerca di riprendersi ciò che per anni aveva abbandonato, a noi tutt* spetta difendere un bene comune come si è mostrato essere RiMake in questi anni.

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Come ti rapporti, invece, alla realtà pansessuale/bisessuale?

Non conosco molto bene la realtà dell’attivismo pansessuale né quella bisessuale; ho letto diversi testi al riguardo e negli ultimi due anni ho rivisto le mie posizioni sulla bisessualità. Ho molti dubbi sull’idea che esista un oppressione specifica per i/le bisessuali; non nego ovviamente che subiscano delle discriminazioni forti e che quindi sia giusto una percorso di autodeterminazione e liberazione dei soggetti bisessuali che parta da loro e dalle loro esigenze e di colleghi ovviamente con le battaglie del movimento omosessuale lesbico e trans*. Solo che mi interrogo sulla relazione tra questa discriminazione e l’oppressione più generale dell’eteronormatività, e qualcosa non mi torna. Non ho una posizione quindi aspetto volentieri di trovare luoghi di confronto. Intendo dire, l’oppressione specifica si riscontra laddove ci siano comportamenti, linguaggi, simboli, individuali o di coppia che socialmente riconducano questi fuori dalla norma eterosessuale ed etero normativa e fuori dal binarismo di genere.
Il gay è socialmente riconosciuto come tale se ha un comportamento o un atteggiamento di un certo modo ( fuori dai canoni maschili, in intimità con un altro corpo maschile, ecc….) e così la lesbica e la/il trans*. Esistono ovviamente le discriminazioni specifiche che i/le bisessuali subiscono in quanto tali, stigmatizzati perché non vedono riconosciuti l’identità di orientamento sessuale che si rivendicano. . I miei interrogativi sono su un piano teorico più ampio. Esiste un oppressione bisex? O la discriminazione subita è riconducibile all’omosessualità o al lesbismo? In parole povere, a livello sociale e pubblico un/una bisessuale è riconoscibile in quanto tale o viene individuat*, e quindi nel caso discriminat*, come etero o omosessuale/bisessuale? È chiaro che è un ’identità sessuale non eterosessuale, che esce dal canone etero, ma la discriminazione avviene laddove trasgredisce la norma socialmente, e quindi laddove la persona viene riconosciuta come omosessuale o lesbica.
La pansessualità invece mi piace molto, la trovo interessante. Perché porta in sé la rivendicazione sociale della decostruzione del binarismo di genere. Non si tratta di essere bi, cioè di essere attratt* da uomini e donne ( rafforzando implicitamente il binarismo appunto) ma di potersi concedere la libertà di essere attratt* sotto vari punti di vista da persone con corpi e identità di genere vari. In tutti i casi credo che chi si definisce pansessuale ha quasi sempre un percorso politico e culturale alle spalle importante, perché è un termine non comune e abbastanza elitario per il livello di contenuti che porta con sé. Diffondere questa visione delle sessualità e delle identità è sicuramente importante perché crea avanzamenti contro il binarismo e l’eteronormatività.

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E a quella transgender?

Ho avuti molti più rapporti con la realtà e le persone transgender. A livello più teorico l’incontro è obbligatorio laddove ci sia un interesse per gli studi di genere in generale. A livello personale ho conosciuto diverse persone trans*, per la maggior parte non attivist*; penso che una delle discriminazioni più forti che dobbiamo riconoscere derivi dalla parte omosessuale e lesbica del movimento. Il mondo trans* tra le altre cose è sempre stato quel mondo che più mi ha trattenuto sul piano della realtà; la transessualità per sua definizione è un rafforzamento del binarismo di genere e così viene anche spiegato in “buona fede”: un uomo che diventa donna, una donna che diventa un uomo. In effetti la transessualità in linea teorica rafforza il binarismo di genere perché a partire dal riconoscimento di alcuni feticci o caratteristiche fisiche di un genere x vuole cambiare e approdare all’altro (che lo si riconosce a partire dal riconoscimento di feticci e caratteristiche fisiche). Un ftm non metterebbe mai un rossetto rosso sulle labbra sul posto di lavoro. Perché il rossetto è da donna e la sua necessità è di rafforzare l’idea sociale e culturale di apparire uomo. Questo è quello che ho imparato con le persone trans* non attivist*, mi hanno fatto capire che quello che desiderano non è altro che la sacro santa normalità . Al tempo stesso considero la transessualità rivoluzionaria perché il passaggio, prevede la messa in discussione del corpo e dei rapporti, perché rappresenta la parte migliore dell’atto performativo di genere, perché passa attraverso l’intervento artificiale o ormonale che cambia e modifica quel corpo che la cultura cattolica ci ha insegnato a rispettare in quanto sacro. E’ rivoluzionario soprattutto perché prevede la ricostruzione di un genere su misura per se stessi, la maggior parte di volte ovviamente plasmato in base ai canoni sociali ovviamente, ma mantiene sempre una parte unica e nuova. Il limite forse è che è una parte probabilmente molto personale e individuale, che poco viene fatta diventare strumento collettivo per una messa in discussione sociale più ampia. Mentre una checca che si definisce tale e si rivendica il suo essere checca sbandiera socialmente (e giustamente) il suo appartenere al genere biologico maschile con comportamenti riconducibili ai canoni femminili conditi con un linguaggio sessualmente esplicito tanto da mettere in crisi tutti , etero gay preti e progressisti, il soggetto trans* la maggior parte delle volte ha una necessità molto forte di non far riconoscere socialmente il suo sesso biologico di nascita, nonostante abbia lavorato molto di più sul concetto di genere con se stess*. Questo non vale ovviamente per militanti trans* che invece, per scardinare l’idea binaria del genere, usano molto le loro storie personali per raccontare quello che non si sa, e il racconto in questo caso assumente caratteri politici forti, perché trasmette strumenti per leggere se stess* e la realtà.

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L’esperienza ftm eterosessuale: ce ne parla Liv Ferracchiati, regista di Stabat Mater

Sono stato ospite di Liv Ferracchiati due volte: durante Peter Pan guarda sotto le gonne, e durante Stabat Mater, due capitoli di una trilogia che narra il vissuto di un ftm pre transizione ed eterosessuale.
Ho deciso di intervistarlo sull’opera teatrale di cui è regista e drammaturgo e del come ha deciso di rappresentare il suo protagonista, un trentenne ftm, ma soprattutto sulle peculiarità del maschile espresso da un ftm eterosessuale, e di quanto l’amore per le donne caratterizzi il suo modo di essere uomo.

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Ciao Liv, toglimi una curiosità…il ragazzo xx del secondo capitolo, sarà forse Peter Pan un po’ cresciuto?

Se il primo capitolo della trilogia raccontava del periodo pre-adolescenziale, questo secondo capitolo si concentra sui problemi dei giovani lavoratori: la carriera, la convivenza, la stabilità.

Non so se sia Peter Pan un po’ cresciuto, direi che è un altro personaggio, ma certo delle somiglianze ci sono, alla fine si tratta di una trilogia e anche se non è come per i capitoli di un libro o come per le puntante di una serie tv qualche legame tra le varie parti c’è sicuramente.
Il secondo capitolo si focalizza sulla vita adulta, si parla di scelte e del momento in cui si decide di farne o di non farne. Si racconta della difficoltà di assumersi responsabilità, di stabilizzarsi. Insomma, quello che succede a chiunque intorno ai trent’anni. Comunque chiamarlo “ragazzo xx” per quanto corretto e specifico mi fa sorridere.

 

Riprendo una chiave di lettura proposta da uno spettatore etero impertinente: il protagonista “ci prova con qualsiasi donna circolante, per confermare la sua virilità“: quanto questa è una tematica ftm (di alcuni ftm), e quanto invece è una tematica, in generale, del maschile eterosessuale?

Come hai capito che lo spettatore fosse etero? L’aveva detto?
Per l’impertinente è plausibile che lo fosse.
Il protagonista non ci prova con qualsiasi donna o almeno non lo sappiamo, vediamo che ha una fidanzata e che incontra un’altra donna.
Non lo sto difendendo, non so cosa fa nella sua vita privata e credo siano fatti suoi, però se si vuole parlare della seconda adolescenza che vive una persona transgender quando riscopre se stessa è un altro discorso. È vero che, dato che ti stai riscoprendo e ricostruendo, hai bisogno di affermare non la tua virilità, ma te stesso e sei te stesso anche con la complicità dell’altro sesso (se il tuo orientamento è eterosessuale). Riguardo al fatto che gli uomini etero (cisgender o transgender) tendano ad affermare la propria virilità seducendo donne, non lo so, mi sembra una generalizzazione, credo ci siano uomini e uomini e credo che facciano qualcosa di simile pure le donne e pure gli uomini omosessuali e pure le donne omosessuali, etc.
In ogni caso, credo non sia un problema. Flirtare può essere molto divertente.

 

Le attrici si cambiano d’abito in scena, credo sia una tecnica teatrale ma…quanto hai voluto farci vedere le donne con l’occhio del protagonista, e, forse, del tuo?

Cioè stai dicendo che di solito io vedo donne che si spogliano? Purtroppo sono meno fortunato di quanto tu ritenga. Scherzi a parte, i cambi a vista delle due donne fanno parte del racconto a livello scenico, indicano che tutte e due le donne del protagonista, che si chiama Andrea, sono costantemente presenti nella sua mente anche quando lui non è con loro.

 

A proposito di Andrea…perché preferisci che non vengano detti i nomi in scena?

Perché fa subito soap opera e non mi piace.

 

Il protagonista ci tiene che la compagna non stia in tuta…è forse un modo, per alcuni uomini ftm, di confermare la propria mascolinità accompagnandosi da donne costantemente iper femminili?

Non posso parlare per tutti gli uomini transgender e transessuali eterosessuali, ma non credo si tratti di questo.
Lì si fa riferimento alla vita di coppia che si va via via logorando per colpa della routine, si parla del fatto che può capitare che si faccia sempre meno caso all’altro, la tuta è un pretesto per raccontare questo. Credo capiti in tutte le coppie, di qualsiasi tipo. Ultima questione che un po’ esula, è vero che le sigle sono più veloci, ma credo che proprio noi stessi dovremmo cominciare ad usarle di meno, perché bisogna mettere di più il focus sulle persone. Mi riferisco alla comodissima, lo so bene, dicitura: “FtM”.

Il protagonista desidera avere un pene, come gli uomini biologici ed è terrorizzato dall’idea di essere scartato in luogo di un uomo biologico. Questo desiderio è stato criticato da uno spettatore, mentre io lo considero legittimo. Quanto contano i genitali, funzionalmente e simbolicamente, nell’identità di una persona?

Personalmente credo che contino molto meno di altre cose, come sapere chi si è, essere consapevoli che si può essere uomini in tanti modi, che si è uomini in tanti modi anche se nasci biologicamente tale.
Chiaramente il desiderio di avere un corpo più congruente alla percezione che hai di te stesso è un desiderio legittimo e in questo rientrano anche gli organi genitali. Credo però che più vai avanti nel percorso mentale di comprensione di quello che sei e più si possa ottenere una serenità, anche se non si è quello che si sarebbe voluto essere. Non è affatto semplice, ma ingaggiare una gioiosa lotta contro l’ostilità della vita può far stare meglio.

 

Ad un certo punto il protagonista finisce sotto al tavolo, con le due compagne che parlano di lui…è forse una citazione di “Peter pan guarda sotto le gonne“?

Questa è una annotazione interessante, lì per lì, intendo quando stavamo montando la scena, non c’ho pensato, mi sembrava semplicemente un’azione giusta da fargli fare, però quando l’ho rivista subito dopo ho collegato anch’io. Quindi non è una citazione voluta, ma si vede che in qualche modo la connessione tra Peter e Andrea si è concretizzata di più.

 

Che tipo di studi e di lavoro sul personaggio ha fatto l’attrice che ha (magistralmente) impersonato il ragazzo T?

Alice Raffaelli è di formazione una danzatrice, quindi è partita dal corpo. Intanto aveva già lavorato su Peter Pan, ovviamente una questione diversa perché lì si tratta di un bambino e qui c’è un uomo da interpretare, senza scimmiottare la mascolinità.
Alice è un’interprete raffinata e molto del lavoro lo fa autonomamente (come ogni bravo attore dovrebbe fare), osserva, suppongo. Credo abbia osservato molto gli uomini in giro per strada o non so dove. Inoltre lei ha una caratteristica personale, la sua energia può essere più morbida o più dura e questo l’aiuta nell’adattarsi ad un personaggio maschile. Quindi è partita dal corpo e io ho cercato di aiutarla nel trovare la misura, poi si è lavorato molto sul testo, sulla sua analisi, cercando di chiarirle ogni bit di pensiero, ogni impulso che il personaggio ha, in modo che, via via, tutto diventasse per lei organico e naturale.

 

 

Madre e coming out: quanto è difficile, per una madre, comprendere il percorso ftm del figlio?

Credo moltissimo, perché ai suoi occhi il figlio tradisce quello che lei ha “prodotto”, ossia una femmina pronta a divenire una donna.
Viene tradito il suo orizzonte d’attesa e in più c’è l’incognita di come il figlio venga accolto in società. Credo però che i genitori debbano accogliere sempre con meno preoccupazione e sempre con più gioia questa rivelazione, perché se è vero che è più difficile, questa casualità della vita permette al proprio figlio di avere una visione più complessa e più vicina alla totalità della natura dell’essere umano.
In più il supporto di un genitore è fondamentale.

 

questa cosa non me la dovevi fare“….cosa intende la madre esattamente?
Intende proprio questo, il tradimento di cui ho parlato prima. Il tradimento delle speranze che lei aveva riposto sulla propria figlia.

 

Quanto differisce l’esperienza dell’ftm gay da quella dell’ftm etero?

Non lo so.
Suppongo che un uomo transgender o transessuale omosessuale sia, per certi versi, ancora meno accettato o più difficilmente compreso, perché c’è ancora molta ignoranza e confusione anche tra i concetti più elementari, quali quelli di orientamento sessuale e di identità di genere. Anche in questo caso oserei dire però che è più un problema di chi ignora che non di chi lo vive.

 

Quanto l’amare le donne fa parte dell’identità maschile di un ftm etero?

Beh, a seconda di quanto gli piacciono. Credo che l’amore sia una componente fondante nella costruzione dell’identità di un individuo, più che altro perché l’identità si forma anche attraverso gli incontri che si fanno nella vita.

 

Quanta difficoltà ha ancora la gente a distinguere orientamento e identità?

Ne parlavo prima, troppa e soprattutto si pensa che sia solo una questione degli omosessuali o dei transessuali, invece sono concetti che riguardano tutti, solo che fa paura ammetterlo.

 

Ci dài qualche anticipazione sul terzo capitolo?

“Un eschimese in Amazzonia” è un lavoro diverso dagli altri due, così come “Peter Pan guarda sotto le gonne” lo è da “Stabat Mater”, intanto per una questione di linguaggi usati. L’anticipazione che posso dare è che questa volta ci si concentrerà sul rapporto tra individuo transgender e società.

 

Ultima domanda: quanto è difficile il coming out come persona T nel mondo dell’arte e del teatro?

Credo che nel mondo dell’arte e del teatro sia meno difficile che in altri ambiti, ma non perché le persone siano davvero più aperte, le persone sono le stesse ovunque.  Il motivo forse sta nel fatto che ci si aspetta di più “la stranezza”, ma quello che mi affanno a precisare è che non c’è niente di strano. La stranezza la vede chi non conosce, chi non sa, chi ignora, appunto.
Personalmente non amo molto dire di default: “Ciao sono un uomo trasngender”, perché è come sbattere in faccia qualcosa di cui inizialmente non c’è bisogno di parlare, perché sul lavoro principalmente lavori e poco importa che identità di genere hai. Però vivendo a stretto contatto con le persone poi il discorso esce e allora lì non ci si può tirare indietro anche se, a volte, spiegare sempre tutto dall’origine del mondo può essere faticoso, ma va fatto.
Io non ho mai incontrato nessuna difficoltà, quello che poi credo stia succedendo è che la voce, in qualche modo, si stia diffondendo e suppongo che intorno a me si stiano creando miti e leggende molto interessanti, se così si può dire.

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La bellezza androgina arriva in Italia: ce ne parla Sharlot Capuana di Trans Models

Dopo diversi articoli sul binarismo della bellezza, sulla bellezza androgina, sul binarismo dei concorsi di bellezza maschili e femminili, e dopo aver raccontato le straordinarie storie di modelli e modelli che sfilano con gli abiti del sesso opposto, intervistiamo Sharlot Capuana, esperta di comunicazione, fotografa e camera…woman, nonché fondatrice della prima Agenzia di modelli e modelle transgender e gender non conforming.

Ciao Sharlot. Parlaci di te. Cosa fai nella vita? Quali sono i tuoi interessi e passioni?

Sono ora una donna transgender, nato negli anni dell’atterraggio sulla luna il 1969, in un tempo, quello del 1900, e con una cifra ambigua e palindroma, il “69”.
Cresciuta nella prima periferia di Milano a Sesto San Giovanni genitori emigranti dal sud Italia a Milano: mamma operaia e padre impiegato postale, che aveva un unico, vero, interesse: dipingere dalla mattina alla sera.

Nel 1975 nasce mio fratello Tiziano: l’amore più grande della mia vita. Nel 1993 Tiziano muore, mio padre si ammala di depressione, già sulla buona strada da prima.
Io invece sbando per 5 anni. Da questo shock fortunatamente traggo il meglio, comprendo a 27 anni che la vita è un flash, che l’avrei dovuta vivere e che nessuno avrebbe potuto dirmi cosa dovevo fare della mia vita. Siamo gli artefici della nostra vita.

Rispetto ai miei amici, avevo i lineamenti del viso molto gentili, direi femminili, capelli castano chiaro, con i boccoli. Avevo molto successo con le ragazzine del quartiere. Infatti avevo possibilità maggiori di trovare la fidanzatina rispetto a miei amici. Ho avuto molte fidanzatine sia da piccolo anche poi quando crebbi: una volta addirittura vennero in due, mi presero da parte e mi chiesero se volevo essere il loro fidanzato. Ricordo che rimasi perplesso non sapevo cosa fare e cosa dire, ma poi dissi: “ma come faccio se dobbiamo uscire andare al cinema in tre?”.
Addirittura ricordo e non scordo una signora che mi disse : rivolgendosi a mia madre: “guarda… che bella bambina!” Guardai mia madre e dissi: “ma mamma! sono un bambino!”

La passione per l’arte arrivò da mio padre, la passione per la comunicazione arrivò dalle mie esperienze lavorative e studi in campo video, fotografici documentaristici. Lavorai e viaggiai per la stampa come fotografo, per la televisione come cameraman e video-reporter per una trasmissione video-cine-giornalistica documentarististica che andava in onda su RAI 2 in prima serata, condotta dal Giornalista Michele Santoro, questa esperienza lavorativa durata 8 anni con giornalisti al tempo poco conosciuti e ora molto noti. Questa esperienza mi formo sia lavorativamente parlando, sia a livello di crescita personale e di formare il mio caraterete in modo esponenziale.

La mia sessualità ad un certo punto mutò, era dentro di me, ma non capivo, ero già grandicello, avevo avuto molte belle ragazze. Ad un certo punto mi resi conto che ero attratto da le donne non perché le desideravo fisicamente anche se, si, ci ho fatto l’amore tante volte. Mi resi conto che mi piacevano da morire perché desideravo essere come loro! Da qui nasce anche la mia passione per la moda, ammiravo le modelle studiavo la loro bellezza, il loro portamento ma ancora inconsciamente.
Quando presi coscienza della ma vita sessuale cambiò radicalmente tutto intorno a me, non trovai più lavoro, mi staccai dalle amicizie, mi isolai per incominciare la mia transizione da uomo a donna. Dopo qualche hanno incontrai l’amore ed eccomi qua.

Ora sono Sharlot Capuana una donna transessuale, la mia passione il mio amore più grande è la fotografia ed è il modo con cui ho scelto di esprimermi di comunicare.
Amo l’arte in genere e ogni forma di comunicazione espressiva mi incuriosisce molto, come la moda ad esempio, amo la natura e fare sport correre e nuotare mi piacciono le arti marziali che ho praticato da maschietto per ben 7 anni da cui ho preso fierezza ed ho eliminato la paura ad affrontare le persone a testa alta e controllando sempre le situazioni che mi circondano nella vita.

Cosa faccio nella vita ? Ora sono una casalinga, mi occupo della casa dove vivo con il mio amore Costantino l’uomo che ho scelto di sposare.
e nel frattempo sto cercando di “ri-crearmi” una nuova posizione lavorativa e coltivo la mia immensa passione la fortografia, un processo che va avanti da tanti tanti anni .
Quello di cui sono sicura e che ho trovato finalmente, dopo anni di domande e profonda ricerca interiore, cosa devo raccontare fotograficamente!
Da questa lunga e profonda riflessione, ho compreso che è l’identità di genere che devo raccontare! Devo raccontare “il mio tempo” devo cercare di trasmettere a traverso la fotografia una nuova realtà, le nuove sessualità. Indago dall’interno, perché sono immersa in questa realtà, che è appunto un evoluzione dei genere sessuali un cambiamento epocale della cultura sessuale del mio tempo.

 

Come nasce l’idea di TransModels?

L’idea nasce da un articolo di giornale che ho letto esso parlava della prima agenzia di modelle/i transgender aperta a New York City.
Poi il fatto che è ho una forte passione per la fotografia di moda e la motivazione trainante probabilmente e che sono una donna e una fotografa transgender.
Tutti questi elementi insieme, mi hanno spinto naturalmente a cercare di fare la stessa cosa qui a Milano.

 

Dove siete? che rete di collaborazioni avete?

In Facebook c’è la pagina dell’Agenzia Trans Models Milano, per il momento non esiste una sede fisica o meglio esiste ma è casa mia… dove ho fatto i primi shooting con aspiranti modelle, naturalmente arriverà il momento che dovrò pensare ad una sede fisica adeguata per l’agenzia.
Collaborazioni? Bel punto di domanda! Da pochissimo mi ha contattata una ragazza che mi ha trovata perché ha letto l’articolo di giornale che Repubblica.it ha redatto sulla Agenzia Trans Models Milano. Ludovica il suo nome, ha esperienze lavorative presso agenzie di moda a Milano, si è proposta per collaborare con l’agenzia: ora valuterò.
Colgo occasione per comunicare che chi fosse interessato a collaborare può contattarmi a questa E-Mail: ag.transmodel@gmil.com, perché da sola non non riuscirò a coprire tutti i compiti necessari per far funzionare l’agenzia.
Non vi nascondo che sarei contenta se i miei collaboratori fossero persone trans.

Qual è l’obiettivo?

L’obiettivo, ma non è l’unica aspirazione, è quello di crearmi un lavoro e di conseguenza è di offrire opportunità lavorative alle persone transgender e LGBTQI.
Inoltre, cercherò di promuovere “carattere” e “personalità”, non solo corpi.
Darò precedenza e preferenze a persone che posso proporre lavorativamente parlando: certamente dovranno essere persone affidabili e sveglie, che si sanno relazionare con la società circostante in modo educato e gentile.

Cerchi modelli transgender in entrambe le direzioni di genere? E riguardo alle persone genderqueer?

Certamente cerco persone modelle e modelli transgender mtf e ftm.
Sono inoltre aperta a tutti i generi, e non generi: in realtà a l’agenzia non interessa “cosa sei o non sei” non importa, non porrò mai domande del genere per la selezione di modelle o modelli.
A me interessa, l’espressione dell’individuo, le caratteristiche del viso, del corpo.
Cercherò di proporre modelli e modelle uscendo dagli schemi di bellezza già prefissati nella società.
Posso dire che questo sta già accadendo. Ad esempio, Getty Images, agenzia fotografica dalla fama mondiale e con un archivio fotografico stellare, ha già aggiornato i sui hashtag proponendo modelli femminili comuni fuori dagli schemi preconfezionati.
Stiamo cavalcando l’onda! Avverto, questo è il tempo giusto per muoversi e per iniziare ad abbattere definitivamente tutti i muri che ci dividono dalla società di oggi e per quella di domani.

Perché la bellezza è “binaria”? Come e quanto si sta diffondendo il concetto di bellezza dell’androginia?

Riguardo all’androginia, mi piace pensare di avere un certo occhio, che mi permette di scoprire singolarità. Forse è presunzione la mia, ma forse è solo fierezza di essere quella che sono e coraggio misto a convinzione e al desiderio di voler mostrare altro rispetto al solito, al già visto.
Ed è solo mostrando un’immagine “messaggio” che il pensiero gradualmente muta. E’ un processo di comunicazione e solo con la larga diffusione del messaggio, qualunque esso sia il messaggio, che si sviluppa un processo evolutivo del senso comune in una società, che sia positivo o negativo: un processo lento, per chi osserva.
Se il pensiero, però,  deve svilupparsi, e se questo è il suo tempo, prima o poi si svilupperà, se è ora!
lo farò come un fiore che spunta dall’asfalto, abbattendo tutte le barriere e le difficoltà.
Lo stesso processo di inclusione da parte della società, di noi persone transgender è in evoluzione ed questa evoluzione è mutata di peggio in meglio, attraverso il tempo.
Ricordo perfettamente la progressione, perché ci sono dentro e seguo l’evoluzione.
Se dovessi definire il mio ruolo su questa terra in questo tempo nella società in cui vivo mi definirei con questo ruolo è “osservatrice” da questo appunto nasce la mia più grande passione, la fotografia, la curiosità e l’entusiasmo per la natura e la scienza.

 

Alcune modelle che lavorano nella moda come indossatori per abiti da uomo.
Altri, modelli uomini, sfilano per capi femminili.
Cosa sta succedendo? è positivo?

Si è positivissimo, succede che delle realtà che prima erano meno evidenti, perché immature per il commercio, ora sono pronte per essere colte e gli stilisti come creatori di moda e costume, essi sono i primi a cogliere il frutto maturo e mostrarlo, alla sfilata popolare della Milano Fashion Week di turno.
Posso dire, che scattando fotografia Street Style (fotografia che osserva lo stile la moda delle persone per la strada) ho imparato moltissime cose, soprattutto durante le Milano Fashion Week. Ci sono abiti che trovo eccessivi, abiti che non sono assolutamente paratici, abiti orribili, abiti bellissimi. Tutto di pende dal proprio essere, dalle proprie esperienze, dalla propria bellezza interiore, da quello che si è visto e vissuto… dall’arte che è dentro di noi italiani, ma tutto poi in fine diventa molto personale e racconta chi siamo le nostre tendenze sessuali, il nostro ceto sociale: la moda ci posiziona ci definisce in una categoria, cosa che a me non piace. Non amo essere alla moda o, meglio, posso essere alla moda perché porto un capo che è di moda, ma lo indosso creando un il mio stile personale.
Sono felice se gli stilisti riescono a soddisfare l’esigenze di un gay. Ad esempio, un uomo potrebbe desiderare di portare un vestito simile a quello di un donna, ma che è stato disegnato per essere indossato da lui. Forse la cosa mi meraviglierà un po’, ma solo inizialmente. Alla fine è solo un abito! dentro c’è una persona, ed è quello deve contare! C’è chi si veste per coprirsi, e c’è chi si veste con style ! Entrambe le persone sono degne di rispetto.
A me piace moltissimo vedere le donne vestite da uomo con pantaloni giacca camicia bianca e cappello Borsalino: adoro questa visione, forse romantica.

Che ne pensi di Andrej(a) Pejic? Quando viveva ancora al maschile è stata scelta come modella per un reggiseno.
Penso sia bella la sua figura molto femminile, e non mi sarei accorta di nulla se non l’avessi letto. Come le donne che non hanno molto seno o lo hanno leggermente accento, la trovo sexy lo stesso. L’idea dei pubblicitari e del marchio non fa una grinza… se sta bene indossato da un uomo androgino, figuriamoci da una donna!

 

Tempo fa il blog aveva parlato di bellezza androgina, mostrando volti della moda e del cinema: vogliamo commentare insieme?

Le trovo molto intriganti e belle… sarà la tanta curiosità per l’ambiguo… spero di trovare soggetti simili per la mia agenzia.

Tempo fa ho parlato nel blog di miss e mister Italia e anche di miss e mister trans. Alla fine premiano quasi tutti (cis e trans) modelli estetici binari. Tu che ne pensi?

Penso che se questo è il modello preconfezionato del tempo. Questo è quello che la folla, la massa, il gregge desidera.
Essere donne transgender col seno e sedere grosso, anche sproporzionati, è essere donne oggi? Per gli uomini è avere i muscoli ?
Se ci si pensa, è come la moda: indossano un certo capo perché non sanno scegliere, non ne hanno la capacità la cultura, il gusto.
O tutti mangiano da MacDonald perché è facile e si risparmia.
Poi se si pensa alla chiesa… idem, chi non ha testa per pensare appunto !
Per il gregge la chiesa c’è, gli da da pensare, detta loro quello che è giusto da quello che è sbagliato. Penso, quindi, che sia semplicemente questione di cultura e intelligenza.
Un famoso pubblicitario disse: “volete la merda ? E io vela do!” per quello che mi riguarda questi non sono i miei modelli di bellezza, non mi piacciono ma li rispetto, standogli però lontano, anche perché mi sarebbe difficile intrattenere un discorso con persone così evidentemente superficiali.

 

Uomini e donne dal professionista dell’eros: ce ne parla Luca Borromeo

Quando si parla di professionisti del sesso si immagina sempre una lei a disposizione di un lui o di un lui, anche in quel caso, a disposizione di un lui. Eppure anche le donne possono rivolgersi e si rivolgono ai professionisti del sesso. Quanto è diverso l’approccio di un uomo e quello di una donna quando si parla di queste sperimentazioni? Lo chiediamo a Luca Borromeo, professionista bisessuale.

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Ciao Luca, raccontati ai nostri lettori.
Chi sei, quanti anni hai, che formazione hai, quali sono i tuoi interessi culturali e quali i tuoi hobbies?

Io sono nato a Milano 39 anni fa dove ho quasi sempre vissuto.
Sono diplomato e ho studiato Filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ma senza laurearmi. Nel frattempo lavoravo nell’ambito commerciale.
I miei interessi culturali sono molteplici: mi piace l’arte, in particolare quella contemporanea, il cinema d’autore, la musica classica e quella jazz. I miei hobbies sono legati ai miei interessi ai quali io aggiungo quello della pratica sportiva (body building e corsa).
Chi ne volesse sapere di più, può leggere il mio sito www.lucaborromeo.it.

 

Amare il proprio lavoro è importante: come ti poni verso la sessualità, e verso il viverla con uomini e con donne? Sei innamorato dell’amore?

Io non vivo la sessualità con uomini e con donne solo per profitto; sono sempre stato bisessuale per cui lavorativamente ho solo reso ciò che è legato alla sfera delle mie fantasie e ai gusti personali un’attività fruibile da chi vuole incontrarmi.
Sono innamorato dell’amore perché l’amore è una condizione per cui, quando esso non è morboso, ma indirizzato verso la persona giusta, permette di tirare fuori il meglio di sé.

 

Quanto è importante che, in un’epoca di frustrazione sessuale, ci possa essere qualcuno, un professionista, a cui poter confidare i propri desideri più reconditi senza paura di giudizio?

Molto perché si tratta di assecondare un desiderio che viene percepito come necessario da chi mi contatta, chiedendomi di realizzare le sue fantasie, condividendole e non giudicando.

 

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Emancipazione sessuale: c’è ancora molta differenza tra uomini e donne o entrambi stanno cominciando a vivere liberamente la sfera erotica? Quale differenze hai trovato in chi ti cerca?

Sì, c’è ancora molta differenza perché forse le donne, qui in Italia, sono meno inclini alla trasgressione a causa del timore di essere mal giudicate. C’è una maggiore tendenza a vivere liberamente la sessualità più da parte degli uomini che delle donne.
Io svolgo questo lavoro da 10 anni e penso che, in questi anni, la differenza sia diminuita ma resta un fondo di repressione.
Le differenze si notano soprattutto al primo contatto: un uomo generalmente è più sbrigativo nello stabilire i dettagli del nostro incontro, il lato economico, il dove e il quando; invece una donna spesso vuole prima entrare in maggiore sintonia con me e non fissa un appuntamento fino a quando lei non sente che abbiamo trovato la giusta lunghezza d’onda.

 

Come arriva a te un uomo e come arriva a te una donna? Passaparola? Siti web?

Il passaparola si è verificato solo in pochi casi. I canali principali restano i siti web attraverso cui io pubblicizzo la mia attività; i social network e il mio sito personale su cui ho pubblicato i miei servizi fotografici, i miei video e tanti altri contenuti e che io mantengo sempre aggiornato.

 

Il primo contatto? mail? telefono?

Il primo contatto, nella maggior parte dei casi, avviene al telefono. Una buona parte comunque arriva anche via email, perché online fornisco anche il mio indirizzo di posta elettronica.
Invece dall’estero la richieste mi giungono per lo più via email e, a contatto stabilito, via telefono.
Tendo invece a non considerare serie le richieste che mi arrivano direttamente via WhatsApp o da recapiti telefonici non visibili.

 

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Chi ci mette di più ad arrivare al sodo? C’è una parte di clientela che ti contatta anche per curiosità ma poi non ce la fa? O ci sono dei tempi fisiologici tra il primo contatto e quello decisivo?

In genere gli uomini sono più diretti mentre le donne vogliono la sicurezza che la loro sia una scelta oculata ma una volta decise vanno al sodo anche loro.
In Italia gli uomini che mi contattano dalle regioni meridionali invece tendono a essere meno diretti di quelli del Nord e a pormi una serie di domande anche per avere la garanzia che io sia una persona affidabile, professionale e capace di discrezione.
Certo, ci sono pure alcuni curiosi ma è successo addirittura che certe persone mosse solo da curiosità, una volta dopo aver dialogato con me, abbiano poi deciso di incontrarmi perché l’interesse si era trasformato in desiderio!
Il tempo fisiologico è quello dovuto alla necessità di organizzare l’agenda e a fattori logistici.

 

Fedi al dito. Uomini, donne, quanti mariti e quante mogli ci sono tra te e loro?

Credi che sia sano “esorcizzare” con un professionista quella parte che il partner non può darti, per migliorare, magari, una relazione che su altri aspetti funziona bene?
Mi sento di rispondere con assoluta convinzione affermativamente. Io di fedi al dito a uomini e donne che vengono a letto con me ne vedo molte. Incontrandomi, tali persone potrebbero anche togliersi la fede, allo scopo di non svelarmi un dettaglio tanto importante della loro vita privata. Tuttavia essi la tengono in quanto, ai loro occhi, io sono considerato un completamento del loro ménage coniugale. Sono cioè quell’extra che permette loro di completare la sessualità di chi mi contatta, un’integrazione insomma della vita intima, se non spesso affettiva di costoro.
Stiamo comunque parlando di persone di livello economico elevato, perché chi ha problemi ad arrivare a fine mese, per esempio, ha ben altre priorità che completarsi a livello sessuale!

 

Fasce di età dei clienti e delle clienti. Differenze: e se sì, perché?

Nel caso degli uomini si va da ragazzi di 20 anni a uomini in età piuttosto avanzata. Nel caso delle donne si va dai 20 ai 55 anni.

 

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Insicurezza: quanto è presente in chi contatta un professionista?

Più che di insicurezza, parlerei della voglia di esplorare il proprio corpo e la propria sessualità.
A volte mi capita di dover spiegare agli uomini che vogliono provare il rapporto anale da passivi come ci si prepara a tale pratica in modo da affrontare l’atto in tutta sicurezza e traendone il massimo piacere.
Per quanto riguarda le donne invece, a volte non si trovano più a proprio agio con il loro partner e non riescono più a raggiungere l’orgasmo. Io servo loro a superare tale blocco.

Qualcuno/a si è innamorato/a di te? come hai gestito la cosa? È capitato più con uomini o con donne?

Capita abbastanza spesso che si innamorino di me. Ho gestito la cosa sempre in maniera professionale, senza mai trasformare i nostri incontri in una relazione che comporterebbe degli obblighi di tipo completamente differente da quelli che intercorrono tra chi paga e chi viene pagato.
Essere professionale in tali situazioni significa non manifestare quelli che sono i miei sentimenti, anche a costo di soffrirne.

Quanto le fantasie di uomini e donne sono intrise ancora di machismo e binarismo di ruoli?

Ci possono essere, tra i miei clienti, degli uomini che vogliono vivere il ruolo del macho o quello della troietta, oppure la donna che vuole vivere la fantasia della predatrice o quella della preda, ma sono casi minoritari e rari. Questo perché chi si rivolge a me vuole stabilire un rapporto basato sulla complicità e non solo a livello sessuale, perché spesso l’incontro non è solo a letto ma in un contesto che comprende anche una vita pubblica.
Io credo che le fantasie intrise di machismo e binarismo vengano assolte da una fascia di professionisti di un livello più basso rispetto al mio.

 

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Professionisti del sesso come “terapia”: pensi che certe persone si siano “liberate” da frustrazioni potendo vivere la sessualità con una persona a servizio dei loro desideri?
Sì, certo! Liberati da certe frustrazioni, si sentono più sicuri di se stessi anche al cospetto degli altri e questo è terapeutico.

 

Una donna può avere del sesso facilmente. Ma è un sesso di qualità? Molti uomini si propongono a donne magari poco belle o poco giovani (più difficilmente accade il contrario), ma quanto poi sono sensibili al desiderio e al di lei piacere?
E quante risolvono il problema con un professionista?

Sinceramente le donne con le quali io ho a che fare come clienti, spogliate sono mediamente più belle di alcune mie colleghe e a letto sono molto più eccitanti e disinibite di certe professioniste del sesso e del cosiddetto “adult entertainment”. Tuttavia costoro, fuori dal letto (mio o loro), non hanno la necessità di sedurre gli uomini attraverso atteggiamenti o abbigliamenti comunemente ritenuti provocanti. Vogliono essere loro a scegliere piuttosto e non essere l’oggetto del desiderio. Vogliono cioè realizzare le loro libidini e non quelle degli uomini, per cui cercano il professionista capace da fare da sfondo bianco sul quale proiettare il film delle loro fantasie.

 

Falsi miti: le giovani donne e le belle donne contattano i professionisti?

Sì spesso e volentieri perché pagare qualcuno è spesso più eccitante che farsi corteggiare. Pagare per il gusto di pagare.

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Uomini e velati: quanti dei tuoi clienti si dicono eterosessuali? C’è bisessualità consapevole in loro?

Siccome con me si gioca a carte scoperte, nessuno mi ha mai detto “Sono eterosessuale e vado solo con le donne”. Può esserci stato, invece, qualche eterosessuale che ha voluto togliersi una curiosità.
Chi viene da me, anche quando ha la ragazza o è sposato, lo fa perché preferisce vivere la propria bisessualità con una persona in grado di garantire quella riservatezza e competenza che gli permetta di lasciarsi andare con spontaneità e assoluta sicurezza.

 

A volte è una moglie a non dare a un uomo ciò che possono chiedere a te. Ma quando invece è il compagno di un uomo gay che non lo soddisfa, e quindi non è una questione “di genere” ma di “come” si fa l’amore?

Può capitare ma non spesso come si pensa.

Quante volte il problema non è il/la partner ma la vergogna a chiedere certe pratiche?

Alcuni di coloro che mi contattano lo fanno proprio perché vogliono vivere delle fantasie che si vergognano a chiedere al partner. In base perciò a quanto precedentemente detto parlando d’integrazione si fa riferimento anche a quelle fantasie che prevedono giochi di ruolo o feticismo.
Uomini e passività. Un capitolone… a te la parola
Devo dire che quando ero agli inizi della mia attività, forse in ragione del mio aspetto giovanile, mi veniva richiesto abbastanza spesso di assumere un ruolo passivo da parte di uomini più grandi di me. Oggi che sono alla soglia dei 40 e ho l’aspetto di un uomo maturo, chi mi contatta mi chiede di svolgere il ruolo di attivo o, al massimo, di essere versatile.

 

Purtroppo si immagina sempre la persona T come sex worker e mai come potenziale cliente. Eppure anche noi abbiamo dei desideri e a volte è meglio spiegarli dettagliatamente a tavolino che trovarsi a letto con persone che potrebbero fraintenderci o soddisfare le loro fantasie e non le nostre.
Ti sono mai capitati clienti transgender in entrambe le direzioni?

Ho avuto esperienze per lo più con persone T MtF che sono sex worker (quindi colleghe) e che mi contattano e mi pagano per avere degli incontri con me.
Con le persone T è stato necessario che le richieste mi fossero spiegate in maniera esplicita. In questi casi ascolto con attenzione le richieste e valuto se io sono in grado di soddisfarle.

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