Attivisti si, ma in modo intersezionale. Ce ne parla Davide Bombini

Ho conosciuto Davide Bombini ad una conferenza alla Libreria Antigone, ma “nerdisticamente parlando”, mesi prima avevo scoperto, tramite le statistiche del blog, che mi aveva linkato in un articolo relativamente a definizioni sulla gender non conformity
Davide è un attivista LGBTQIA… e non solo, e propone un approccio intersezionale.
A lui la parola…

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Ciao Davide. Attivista di Arcigay e giornalista su temi LGBT: che altro ci racconti di te?

Ciao Nathan! Beh, sì, essere consigliere nazionale Arcigay e segretario del comitato di Piacenza, oltre che scrivere per Gay.it, potrebbe far di me un attivista h24, e invece sono un educatore professionale e al momento lavoro in una comunità per persone con dipendenze e provengo da una precedente comunità per minori stranieri non accompagnati.
Diciamo che i miei interessi, sia a lavoro che nell’attivismo, sono i diritti delle persone. Con Arcigay (e i Sentinelli di Milano, anche) lotto per l’affermazione dei diritti delle persone, a lavoro attuo pratiche per fornire gli strumenti alle persone per raggiungere i propri diritti, nonostante possano avere delle barriere.

Un tempo le grandi associazioni erano carenti sui temi relativi alla B, alla T, al binarismo di genere e ad altre tematiche legate ad orientamento, identità e ruolo di genere. Cosa è cambiato negli ultimi anni? Quale vicenda ha dato seguito a questo cambiamento? E quanto ancora può essere migliorato?

Su quale vicenda non saprei rispondere, ho la sensazione che si siano affermati discorsi collettivi attorno a queste tematiche sia sulla spinta della filosofia che su fenomeni che stanno tra il costume e l’identità individuale. Negli ambienti dell’associazionismo che frequento le tematiche B e T e quelle relative alla gender nonconformity (per riassumere) sono ancora poco conosciute. Spesso mi ritrovo a dover fare un pippone di ore sulle variabili. Anche se credo, in ultima essenza, che l’individuo sia unico nella propria diversità rispetto a gruppi definiti (sempre, in ogni campo e in ogni epoca). Ma sto andando fuori tema.

Su come “migliorare” l’approccio alle tematiche dell’identità e del ruolo di genere e dell’orientamento, sinceramente, non saprei dare una definizione precisa. Credo che si debba tendere, prima di ogni cosa, a far convergere le lotte. Si parla di intersezione: tematiche LGBTQI+, femminismo, migranti, lavoro, disabilità, infanzia, grandi marginalità, e altro ancora. Se si lavora tutt* insieme per il raggiungimento dei diritti, per la libertà (quella piena, non le piccole concessioni dei governi odierni) si crea un terreno sicuro per le persone per poter vivere il proprio orientamento o la propria identità senza angoscie.

Un sogno utopista, ne sono consapevole. Ma gli utopisti servono!

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Nel blog parli spesso di veterofemminismo e di come questo fenomeno sta attaccando le realtà LGBT, soprattutto colpendo l’uomo omosessuale e le realtà gender non conforming. Secondo te c’è un fil rouge in queste discriminazioni? E’ la misandria?

Non parlerei di misandira, poiché è un termine utilizzato un po’ a caso. In questi mesi ho avuto modo di confrontarmi (in modo accesso, a volte ricevendo qualche insulto) con molte femministe che, appunto, definisco “vetero“, inteso come di un’altra epoca. Dalle loro posizioni si evince che non odino gli uomini in quanto tali, o che non riconoscano altri generi per chissà quale convinzione: semplicemente, hanno paura di ciò che non conoscono. Sono cresciute (seppur alcune di lor abbiano 20 anni) nella convinzione che l’uomo sia tale poiché etero, e che sia sempre violento e irrispettoso. Sono cresciute con l’idea che i generi siano due e due soltanto: uomo e donna. Ma l’antropologia ci ricorda che i generi non sono legati ai genitali, ma che siano un prodotto della cultura. Quindi, variabili.

In buona sostanza, le nostre veterofemministe combattono una battaglia giusta ma con gli strumenti e riferimenti di 50 anni fa. Potrebbe sembrare riduttivo spiegare il fenomeno come una mancanza d’aggiornamento, eppure è un elemento comune a tutte le veterofemministe che ho incontrato. Di solito, per tentare di far fare a loro un piccolo “click mentale”, quando mi definiscono “maschio” o “uomo”, rispondo che questo è tutto da verificare, proprio per tentare di rompere i loro paradigmi, appunto, vetero!

Perché le persone LGBT dovrebbero fare fronte comune col nuovo femminismo? Ha più senso chiamarlo femminismo?

Come accennavo sopra, per arrivare a una vera libertà nel pieno dell’affermazione dei diritti, bisogna lavorare insieme, condividere e sviluppare buone pratiche, sostenere tutte le lotte. Le persone LGBTI dovrebbero, naturalmente, frequentare i luoghi della lotta femminista, che chiamerei ancora così. Giusto recentemente ho avuto un confronto con una amica sicuramente femminista, ma che non sopporta l’uso di questa parola. Per quanto capisca le sue motivazioni, credo che per il momento storico in cui viviamo, sia ancora necessario racchiudere alcuni percorsi sotto sigle e nomi specifici. Operazione che serve da “calamita” per le persone che si avvicinano all’attivismo per soddisfare, in prima istanza, dei propri bisogni. Ma, proprio come nell’educazione, auspico che le etichette spariscano. Citavo proprio l’educazione poiché, attualmente, esistono servizi dedicati a specifiche “utenze” che suddividono l’assistenza sociale in micro-gruppetti: tossico e alcoldipendenti, senza fissa dimora, migranti, minori, persone con disabilità (frammentati a loro volta secondo la diagnosi), e così via. Ecco, la “rossa primavera” dell’educazione è creare servizi rivolti alla persona in quanto tale, dove queste caratteristiche siano variabili da considerare. Allo stesso modo, nella lotta, la condizione che determina uno svantaggio in relazione alla società deve divenire una variabile, per riconoscersi non più come gay, lesbiche, donne o trans, ma come esseri umani liberi, difensori dei diritti.

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Qual è il ruolo dei social in queste nuove connessioni tra militanti di cause diverse ma legate tra loro?

Non sono un particolare esperto di social network, ma posso parlare per esperienza diretta. Alcuni strument sono fondamentali per coordinare azioni e attivare passaparola quasi istantanei. Ma questo non deve bastare. Per creare pratiche e fare discorsi collettivi e partecipati, che tengano conto di ogni ragionamento, bisogna incontrarsi di persona.

Inoltre, i social network non riescono a sfuggire ad una pratica terribile: la dittatura degli attivi. Battute a parte sul chi prende e chi dà (inutile fare i santarellini, lo so che c’avete pensato tutti, dai), significa che chi passa più tempo sui social automaticamente diventa più autorevole degli altri, nonostante ciò che dica o faccia. Inoltre, quello che accade spesso, tipicamente nei forum o nei gruppi facebook, è che si costituisca in modo naturale un gruppetto “dirigente” che tende ad escludere chi è dissonante. Insomma: bene i social, ma vedetevi di persona!

Sentinelle in piedi, popolo della famiglia, ideologia gender. Da dove ha preso le mosse questo nuovo filone per i ruoli tradizionali e contro le persone LGBT?

Dall’ignoranza e dalla paura. Chi ha creato questa accozzaglia di sigle e strampalate teorie ha sfruttato la non conoscenza di tematiche LGBTQI+ di alcune persone, che, unita alla atavica paura di ciò che è diverso, ha alimentato questo turbinio di odio. La tradizione, naturalmente, non c’entra nulla. Per arginare questi fenomeni bisognerebbe riformare la scuola, attuare politiche per l’educazione e la formazione permanente, promulgare e sostenere campagne organiche per abbattere i pregiudizi. Ma scusami, sto ancora fantasticando utopisticamente!

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Un prete queer: transizioni di fede e liberazione sessuale

Oggi intervistiamo Mario Bonfanti, che come tutti noi, ha compiuto una transizione.
Dalla Chiesa Cattolica Romana alla Metropolitan Community Church.
Dall’identità gay all’identità queer, in un viaggio di scoperta di orientamento sessuale, identità di genere e ruoli fino ad arrivare anche alla cultura BDSM.

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E’ arrivata prima la vocazione o prima la consapevolezza del tuo orientamento omosessuale?

Credo sia un po’ come chiedere se viene prima l’uovo o la gallina. La consapevolezza (sia della identità sessuale sia della vocazione) è qualcosa che cresce pian piano nel tempo. Prima si hanno dell’attrazione, poco (o per nulla) riflessa. A un certo punto si inizia a pensarci un po’ sopra. Quindi sorgono domande dentro di sé, ci si interroga… e man mano cresce e si forma la “consapevolezza” di sé. E questo vale per tutti e due gli ambiti. L’attrazione verso “il sacro” era in me fin dalle elementari… così come l’attrazione verso i maschi. Ma da piccoli è un po’ tutto un gioco: giocavo a dire messa con un amico vicino di casa; e giocavo “sessualmente” con qualche altro amichetto. Crescendo ho iniziato a pensarci sopra, a interrogarmi, e anche andare in crisi… fino a maturare in me sia una chiara vocazione sacerdotale sia una certa consapevolezza della mia identità omosessuale.

 Non ti chiederò di parlare della tua esperienza nel Cattolicesimo Romano, se non di cio’ che di buono ti porti nel cuore di quegli anni che ti hanno permesso di studiare teologia, di conoscere meglio Gesù, se ti va, parlacene.

Innanzitutto la Chiesa Cattolica mi ha trasmesso la fede. Poi mi ha dato la possibilità di sviluppare la mia personale spiritualità attraverso la lettura di opere antiche dei primi secoli della cristianità (gli Scritti dei Padri della Chiesa, i Detti dei Padri del deserto, i Racconti di un pellegrino russo, ecc.) e pratiche secolari che ci vengono dalla tradizione medievale e moderna (la meditazione silenziosa, l’adorazione eucaristica, la via crucis, ecc). Mi ha anche fornito tanti esempi di persone profondamente cristiane cui ispirarmi (Maria Maddalena, Ignazio di Antiochia, Francesco e Chiara, Charles de Foucauld, ecc). Inoltre – come dici tu – mi ha permesso di studiare teologia, cioè indagare con metodo e rigore la fede. In questa direzione soprattutto la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale di Milano mi ha – come spesso dico – prima distrutto tutte la mia “fede da catechismo” per poi darmi strumenti scientifici grazie ai quali ricostruire su fondamenta solide e incrollabili il mio personale credere. Mi ha anche trasmesso il desiderio e la passione della ricerca e dello studio approfondito sia della Bibbia sia delle scienze umane. Essenziale in questa direzione sono stati personaggi come il card. Martini, Elisabeth Schüssler Fiorenza, Raimon Pannikar, Adriana Zarri, Hans Kung, Eugene Drewermann… per citarne alcun*

 Inizialmente la tua chiesa è nata come un gruppo indipendente, e il tuo carisma e il tuo approccio adogmatico ha permesso al gruppo di crescere molto, come raramente accade nelle chiese indipendenti. So che hanno aderito anche persone non di spiritualità cristiani: buddhisti, agnostici, liberi pensatori, persone con una spiritualità indipendente. E’ raro che una chiesa accolga queste diversità e sia così sincretica. Vuoi parlarcene?

In fondo noi siamo un gruppo “post-denominazionale”: cioè andiamo al di là delle definizioni dogmatiche e delle distinzioni tra una confessione cristiana e l’altra e, quindi, non ci identifichiamo con nessuna. Inoltre pensiamo che oggi la ricerca spirituale abbia da essere “a-religiosa”: assistiamo a un ritorno pericoloso del sacro che assume troppo in fretta il sanguinoso volto del fondamentalismo (islamico o cristiano che sia). Meglio, quindi, superare definitivamente ogni religione e camminare insieme (cattolici, protestanti, anglicani, ortodossi… ebrei, islamici, buddhisti, induisti… atei e agnostici…) nell’unico comune spirito umano che solo ci accomuna e cooperare per un mondo più giusto. Poi ognuno ha la sua strada, il suo sentiero, la sua via. E come dice il Dalai Lama è giusto che la segua. Ma per arrivare in cima a una montagna non c’è mai un solo (giusto) sentiero!

Questa peculiarità è solo del tuo centro (il cerchio) o di tutte le comunità federate nella MCC?

Noi “Il Cerchio-MCC” abbiamo la fortuna di avere tra di noi molte diversità: non siamo tutt* cristian*, così come non siamo tutt* persone LGBTIQA o etero, e non tutt* siamo famiglia o viviamo in relazioni di coppia. E questa per noi è una grandissima ricchezza perché ci preserva dal diventare un gruppo chiuso e omogeneo che rischia (magari inconsapevolmente) di arroccarsi su “fondamentalismi di senso opposto”. Anche la MCC a livello mondiale ha questa fortuna: ogni comunità è diversa dall’altra; e nella MCC l’inclusione (che è uno dei valori cardine) comporta il garantire e ammirare ogni diversità come un dono per sé e per la comunità; anche la diversità di chi non la pensa come me o non vive come me. E la sfida è quella di camminare insieme, cercando sempre di rispettarci e valorizzarci in quanto esseri umani, e di collaborare per i diritti nel mondo.

 La MCC nasce da un pastore pentescostale, quindi proveniente da una delle frange più conservatrici del cristianesimo, ma è totalmente slegata, ed è invece legata alla teologia queer. Come mai il tuo gruppo si è avvicinato a questa realtà? Come mai , tra tante realtà piccole e grosse che sono LGBT friendly, proprio a questa?

Il rev. Troy Perry (fondatore della MCC) era cresciuto nella tradizione pentecostale, come io in quella cattolica: ognuno di noi nasce e cresce in un contesto che non si è scelto. Quando, poi, Troy fece coming out (siamo negli anni ’60) venne sbattuto fuori dalla sua chiesa e da lì, dopo un periodo di crisi profonda, fece la sua scelta: creare una comunità cristiana totalmente inclusiva, da cui pian piano nacque la MCC. Inizialmente era una chiesa molto identificata come gay friendly, pur avendo al suo interno da subito anche persone etero. Poi pian piano sono arrivate anche alcune donne lesbiche. Negli anni ’80 si è presentato il problema AIDS e la MCC si è aperta anche a loro e a tutte le persone con MST. Sono stati gli anni in cui si sono anche adottate delle linee guida per un linguaggio e un’azione inclusiva di tutt*, anche tutte le T persons. In questo percorso la teologia queer ha sicuramente aiutato molto e, pur non essendoci nella MCC un solo pensiero (ma pluralità di correnti), la teologia queer è sicuramente un punto di riferimento imprescindibile. Noi come gruppo ci siamo avvicinati e abbiamo aderito alla MCC, perché ci garantisce la libertà di essere noi stess* non solo in quanto persone etero o LGBTIQA, ma anche in quanto atei/agnostici, cui non viene chiesto di credere in dio nè di farsi battezzare/registrare.

 La MCC ha aperture solo riguardanti le persone LGBT, oppure manifesta altre aperture rispetto ad altre categorie di “ultimi” che spesso le chiese tradizionali vogliono dimenticare? è legata anche alle teologie della liberazione?

La teologia queer nasce dallo sfondo delle teologie della liberazione. E in questa direzione la MCC è aperta ad ogni categoria di “ultimi” – come li definisci tu. Uno dei quattro valori base della MCC recita: “Ciò che guida il nostro ministero è offrire un messaggio di liberazione dall’ambiente religioso opprimente dei nostri tempi”. Questa è la direzione: offrire comunità aperte e accoglienti per tutt*. Inoltre – si legge sempre nei valori base della MCC – “siamo impegnati a resistere alle strutture che opprimono le persone e stare al fianco di coloro che soffrono sotto il peso di sistemi oppressivi, sempre guidati dal nostro impegno per i diritti umani nel mondo.”

Che tipo di formazione deve avere un pastore della MCC?

Per essere pastor* si richiede un periodo di colloqui con una responsabile mondiale che fa da mentore e introduce alla MCC. Inoltre è auspicabile che il/la candidat* si metta in rete con comunità/chiese MCC dell’area di appartenenza (per noi, per esempio, è l’Europa) e partecipi agli incontri annuali organizzati dal Network. Quindi viene proposto un ritiro (virtuale o in presenza) di 5 giorni che fa da avvio ufficiale al cammino per diventare pastor*. Poi si richiedono gli studi teologi base, più alcuni corsi specifici per la MCC (teologia queer, storia e organizzazione della MCC, un corso sulla sessualità e su come essere persone sessualmente sane e creare comunità sessualmente mature); è importante anche avere un mentore e una guida spirituale che ti sostengano, redigere un diario di pratiche spirituali per crescere come pastor* nella fede e umanità, partecipare a incontri/scambi on line organizzati per le comunità nascenti, assistere ad altre comunità già avviate e imparare partecipando (dal vivo o on line) alle loro celebrazioni. Inoltre si richiede una documentazione personale: curriculum, dati personali, certificato di sanità psicologica, certificato penale, ecc.

L’incontro con la teologia queer ti ha cambiato? Cio’ riguarda solo la tua visione spirituale o anche altri aspetti di te?

Non direi che la teologia queer mi ha cambiato. Ho piuttosto sentito una profonda consonanza tra la mia spiritualità e questo modo “irriverente” di indagare la fede e sovvertirne le strutture maschiliste di potere eterosessista. In particolare leggere “Il Dio Queer” di Marcella Althaus-Reid ha riacceso in me quell’interesse per la teologia che si era spento da tempo: dopo aver studiato per ben 9 anni questa disciplina mi era diventata noiosa e mi appariva spesso solo una “masturbazione mentale” sterile; l’incontro con la “teologia queer” mi ha fatto scoprire altri modi di ragionare sulla fede, osando strade altre per uscire dai sentieri comuni e già battuti ed entrare nei bordelli e scoprirli luoghi sacri e ben più fecondi delle accademiche e innocue facoltà teologiche. E così ho riscoperto il mio profondo desiderio di osare e battere strade “eretiche” e profetiche insieme.

 La particolarità della MCC è che non guarda con “pietismo” le persone LGBT ma anzi, diversamente dalle chiese un po’ sessuofobe (ovviamente non è richiesto il celibato per i vostri pastori), esalta la sessualità anche nelle sue varianti (BDSM, fetish, poliamorismo), vuoi parlarcene?

Negli MCC Statement of Purpose si legge: “Noi crediamo che le nostre sessualità sono un dono benedetto di dio; per questo non poniamo i nostri corpi lontano o al di fuori della nostra esperienza con dio.” E una delle sfide e dei compiti che la MCC si è posta fin dagli inizi è stato riavvicinare e far dialogare la spiritualità con la sessualità. Purtroppo spesso la spiritualità viene vissuta come antitetica alla spiritualità: più una persona è spirituale e meno fa sesso; viceversa se una persona fa molto sesso lo si interpreta come il segno di superficialità e scarsa spiritualità. Nella MCC invece crediamo che il sesso è sacro e divino di per sé e in ogni sua forma: è una potente forza di vita e creatività che ci chiede di essere vissuta così com’è. Quando ero nella Chiesa Cattolica vivevo le mie inclinazioni fetish e BDSM come deviazioni/perversioni. E quel tipo di spiritualità, che separa lo spirito dal corpo e il sesso da dio, mi ha procurato tantissima sofferenza interiore, di cui porto ancora le ferite. Un giorno rimasi davvero folgorato (come San Paolo sulla via di Damasco) dalle parole che trovai in un libro (Compagni d’amore) preso in una Libreria Gay a Milano, dove lo psichiatra e psicoterapeuta Vittorio Lingiardi scrive: “In ogni esperienza amorosa e in ogni desiderio masochista è presente il tentativo di raggiungere uno stato di integrazione spirituale, almeno un compromesso tra le pretese dello spirito e quelle della carne (…) Lo spirito, infatti, vorrebbe condurre a sé la sessualità, ma questa avanza una pretesa, con la sua passione, cui è difficile sfuggire. Dall’incontro tra queste due forze può originare una disposizione assai diversa dalla religione collettiva dogmatica dominante (…) Il masochismo potrebbe essere considerato un tentativo psichico di fare del sesso un sacramento che possa “soddisfare” il corpo, mantenendolo in un regime di spiritualità”. Quando lessi queste parole dissi: “Sì: è proprio così! Il sadomaso è per me un modo di vivere la mia spiritualità! È un sacramento! È una pratica profondamente religiosa e sacra che mi permette di connettermi col divino”. Ecco. Nella MCC si vive profondamente la propria sessualità e la si indaga come luogo dove dio parla alle nostre vite. Per questo ogni sua forma ed espressione sono benvenute. L’inclusione nella MCC è davvero globale e totale e comporta anche questo!

La mancanza di binarismo di genere fa si che sia una donna sia un uomo possano essere pastori nella MCC. E se invece si trattasse di una persona trans o genderfluid?

Chiunque è già sacerdot* nella MCC: non esiste una gerarchia o casta al di sopra o separata dagli altri e che ha delle regole di accesso/esclusione. Tutt* siamo già, per il fatto di esistere, benedett* e amat* da dio (dalla vita, dall’energia – chiamatel* come volete) e quindi sacerdot*. Ne deriva che chiunque può essere pastor*: sia che sia etero o omosessuale, maschio, femmina, genderfluid, trans, intersex, o altro. In fondo se – come qualcuno dice – “dio” ci ha creat*, trovo davvero strano che poi ci venga a dire, attraverso un suo sedicente portavoce: “No tu no: non puoi essere prete perché sei trans”. Non lo trovi un assurdo?! E poi anche “dio” è queer e trans.

 La tua chiesa si è costituita come associazione? Se vi sarà un’iscrizione per chi segue la tua chiesa, come risolverai l’annoso problema del rispetto dell’indentità di genere delle persone T? una persona T sarebbe veramente ferita se burocratizzata col sesso di nascita e non col genere d’elezione, e questo vale per battesimi, matrimoni, o anche per la semplice adesione.

La mia comunità non si è costituita ancora come associazione. Ci stiamo pensando… e stiamo insieme cercando forme che da una parte ci diano la possibilità di avere un minimo riconoscimento civile, senza, però, finire per essere paragonati a un circolo di Bridge (con tutto il rispetto) e dall’altra che non rischino di escludere qualcun*. Oltre alle persone T ci sono anche altr* che provano una certa resistenza di fronte all’essere tesserati e al dover aderire a una associazione: la sentono come una coercizione o una minaccia alla propria libertà. Sicuramente per noi è essenziale essere apert*, accoglient* e inclusiv* di tutt*; e comprendiamo benissimo che per una persona T il doversi registrare col nome di battesimo , quando esso non corrisponde alla propria identità, è molto doloroso. Quindi sicuramente non andremo in quella direzione! Pensa che la MCC nel 1981 ha redatto delle Linee Guida nelle quali dava indicazioni a tutte le sue comunità del mondo su come adottare un linguaggio inclusivo di tutt* E da lì anche tutti i documenti e formulari e certificati sono stati modificati affinchè tutt* possano sentirsi accolt* così come sono e vogliono essere riconosciut* e chiamat*.

 Che posizioni prendete verso la GPA (gestazione per altri)?

Nella MCC non esiste un solo pensiero o una posizione univoca: l’inclusione significa anche accogliere e valorizzazione le differenze di pensiero nel rispetto reciproco di ciascun* e condividere l’impegno concreto e profetico per i diritti di tutt* nel mondo. Quindi io ti posso parlare solo della mia personale posizione sulla GPA. Fatta questa premessa, credo che attorno a questi temi si (s)muovano molti pregiudizi e si tocchino tanti tabu (e ombre) che la nostra società non vuole affrontare e, quindi, preferisce etichettare (e congelare) in modo pregiudiziale per non guardare al proprio malessere culturale. E così si (s)ragiona con la pancia, senza neppure prendere in considerazione le evidenze dei dati scientifici e le esperienze di chi già ha vissuta questa esperienza nel mondo. Io personalmente sono favorevolissimo alla GPA, se fatta nel rispetto di tutt*. Il che significa che è fondamentale che un Governo la legalizzi e regolamenti in modo non restrittivo ma a garanzia della libertà di tutte le parti. Proibire e mettere una pietra sopra la realtà è da ignoranti: da gente che ignora che il flusso della vita va avanti e se anche la copri col cemento l’erba cresce lo stesso e spacca anche quella pesante crosta dura dei divieti e delle negazioni assolute. Inoltre poi, come dico nel mio blog appena aperto su LGBT News Italia, anche Gesù è nato da GPA! E la Bibbia è piena di esempi di ”uteri in affitto” e non sempre in modi edificanti e rispettosi. Forse si dovrebbe conoscere e condannare la Bibbia più che la GPA!

 E ora una domanda piccante per i nostri lettori. Ti definivi gay, ora queer. Mi spieghi che significato dài a questo termine? riguarda la tua identità di genere? il tuo orientamento sessuale? il tuo totale rifiuto dei ruoli e degli stereotipi? I nostri lettori (pansessuali, transgender, genderfluid, genderqueer e chi ne ha più ne metta) vogliono sapere se sei “dei nostri” 🙂

Sì prima mi definivo gay, ora queer… per diverse ragioni: innanzitutto perché esplorare più a fondo me stesso, le mie identità sessuali e anche il recente cambiamento di relazione mi ha portato da una parte a rendermi conto che io non sono solo un maschio; per cui la parola “gay” mi appare troppo riduttiva e non rende ragione del lato femminile di me, che non è affatto marginale. Questo poi mi ha anche incuriosito e stimolato a leggere, approfondire, conoscere esperienze altre (come la bisessualità, l’universo trans, l’asessualità, ecc). E congiuntamente ai corsi integrativi sulla sessualità, richiesti dalla MCC per il trasferimento della mia ordinazione come pastor*, tutte queste ulteriori conoscenze sono state un altro motivo che mi ha portato a riflettere sul potere dei presupposti teorico-culturali presenti nelle parole che usiamo anche per definirci: per cui oggi sento anche quasi come un dovere morale l’importanza di usare termini che non contengano (neppure velatamente) un modello maschilista-dicotomico-patriarcale per scegliere, al contrario, appellativi che contribuiscano allo sviluppo di una cultura fatta di rispetto e riconoscimento di tutt* e che rendano ragione della fluidità della vita che sempre si muove e muta in noi. Infine l’essere da alcuni mesi in una relazione BDSM (con un Master che è bisessuale) mi porta a essere a volte anche “donna eterosessuale”; anche per questo oggi la parola “gay” non mi corrisponde più. E – termino con una battuta (ma non troppo) – non essendoci “slave” nell’acronimo LGBTIQA, al momento “queer” è l’appellativo che più mi si addice. Anche se tutte queste etichette sono appunto etichette: noi siamo molto di più.

 

Intervista a Stefano Ferri: un marito e padre in tacco e gonna

Ho conosciuto Stefano Ferri prima su facebook (era rimasto colpito dalla mia citazione di benvenuto nel profilo: “nasciamo nudi, tutto il resto è travestitismo”), e poi di persona ad uno degli incontri Milk, in cui ha partecipato in quanto amico di una nostra socia e relatrice, Martina Manfrin.

Il blog, come sapete, si occupa di tutto l’universo “gender non conforming”, ovvero di tutte le persone che in qualche modo scardinano il binarismo sociale per cui chi nasce maschio può vestirsi, comportarsi, presentarsi solo come uomo e chi nasce femmina invece solo come donna .

Stefano Ferri, nel suo ribadire che, nonostante i vestiti femminili, rimane Stefano, padre, marito e manager, scardina completamente i dettami sociali, e rappresenta un “fastidio” non solo per gli etero bigotti, ma anche per le persone LGBT binarie e bigotte.

Stefano si definisce crossdresser, ma, diversamente da chi in genere pratica crossdressing, Stefania lo accompagna costantemente, dal 2002, nella sua vita di imprenditore, marito e padre.

In quest’intervista cerco disperatamente di etichettare quest’anima libera, di provocarla con domande sul binarismo dei generi, e in qualche modo, di fare amicizia.

A prescindere dai nomi propri, dalle definizioni, dai vestiti, Stefano è una bella persona, con una vita piena d’amore, circondata da persone che la amano e la accolgono nella sua preziosissima duplice natura, in cui maschile e femminile hanno trovato un equilibrio e un compromesso proprio quando Stefano ha deciso di non rinnegare nessuna delle due parti di se.

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Una tua video-intervista inizia con “Quando sono davanti allo specchio vedo una donna”. E’ una percezione estetica o va anche nel profondo?

Penso che sia un po’ tutt’e due. In fondo nessuno di noi allo specchio vede “la verità”, bensì l’immagine che ha di se stesso. Il mio è un caso limite ma non fa eccezione. E non è solo un fatto di estetica. In nessun modo potrei vedere nella mia immagine una donna se non con l’apporto di tutta la mia interiorità duplice.

Non usi parrucche, protesi, ed è una cosa che apprezzo molto. Credo che ogni sovrastruttura ci faccia sentire “travestiti” da qualcun altro, in un drammatico on/off, mentre un petto piatto, o un capello corto, possono essere femminili, se tali li vediamo e tali li rendiamo con la nostra espressione di genere. Sei d’accordo?

Sacrosanto!

Ti ho sentito usare come nome personale sia Stefano che Stefania, li usi indifferentemente? C’è un significato particolare che attribuisci all’un nome o all’altro?

No, io uso solo Stefano per nominare me. Io sono Stefano. Di Stefania vedete solo i vestiti, il resto è tutto e soltanto dentro di me, compresa la sua voce e le sue parole (per sentire le quali ovviamente mi occorre l’autoanalisi).

La tua è una tematica di identità di genere, di espressione di genere… o la descriveresti in altro modo?

Ho passato gran parte della mia vita finora a capire cosa mi succedesse dentro. Cosa “avessi” dentro. In realtà per quelli come me più che di identità di genere è meglio parlare di “natura duplice”, perché veramente io mi dibatto fra due parti di me: una è Stefano, l’uomo, e l’altra è Stefania, la donna, che sta dentro di me esattamente come in ogni uomo sta dentro una parte femminile ma, a differenza da quello che accade alla dilagante maggioranza degli uomini, vive una vita scissa dall’altra metà, condizionandone a suo modo l’esistenza (cioè prendendo a prestito il corpo di Stefano per vestirsi e ottenere così una sua riconoscibilità e visibilità – altrimenti sarebbe una donna invisibile e questo ovviamente Stefania non lo accetta: a nessuno piace essere invisibile).

Quando descrivi Stefano e Stefania, ne parli come due persone distinte, e per distinguerle spesso usi alcuni stereotipi. Anche alle donne puo’ piacere il calcio, le macchine, i gialli. E forse, in un mondo non binario, gli uomini si metterebbero lo smalto (come fanno certi metallari super etero).

Vero anche questo. Parlo così per semplificare. La mia realtà interiore è già abbastanza contorta di suo, dunque per spiegarla preferisco “volare basso” dove posso.

Esistono tante definizione di autodeterminazione che scelgono le persone “gender not conforming” (transgender non medicalizzati, genderfluid, genderqueer…) Come mai la scelta della definizione “crossdresser“?

Perché è la parola che più facilmente spiega chi sono, senza costringermi a scendere ogni volta nei dettagli di cui sopra, che magari alla maggioranza delle persone risulterebbero stucchevoli o di difficile comprensione. Dicendo “crossdresser” dico sic et simpliciter quello che gli altri vedono: un uomo vestito da donna. Poi, se vogliono approfondire, sono ben felice di farlo.

Proponi l’aggiunta della C all’acronimo LGBT, ma in realtà la T comprende tutto ciò che è “gender not conforming“, ovvero non conforme, per identità o anche solo espressione di genere, alle norme sociali. La C non potrebbe quindi essere compresa nella T?

In generale hai ragione. Però esistono vari tipi di crossdressing. Ci sono crossdresser per libera scelta (spesso per protestare contro le convenzioni sociali), per ragioni professionali (gli attori en travesti), per iniziare un cammino di cambiamento di sesso. E poi ci sono quelli come me. Non ho mai riflettuto sul mio appartenere al gender not conforming, e magari ci appartengo, ma così, d’acchito, mi sembra che esso confligga con la mia duplice natura, che accoglie due nature in se stesse assolutamente conforming, cioè un uomo etero e una donna etero. Ecco perché propongo la C.

Secondo te, perché molte crossdresser, soprattutto attratte da donne, e in vite eterosessuali, snobbano gli LGBT?

Per paura, sicuramente. Questi crossdresser sono magari funzionari di banche o assicurazioni, o hanno ruoli pubblici ecc, per cui stanno molto attenti a non scoprirsi. Non li invidio: le autocensure sono l’anticamera dell’infelicità vera.

A Stefano piacciono le donne. Non è strano. Le persone non conformi di genere, aldilà di quello che si pensi, possono essere attratte da uomini, da donne, da entrambi. Nel tuo caso preferisci dirti uomo etero, donna lesbica, nessuno delle due, o entrambe le cose?

Sono uomo etero. E Stefania è donna etero. Innamorata persa di me.

E se invece Stefano e Stefania fossero innamorat* entrambi della tua splendida moglie?

Stefano lo è di sicuro. 🙂 Di Stefania non sono sicuro. Sono certo, però, che con lei ha alzato il suo controllo su di me, lasciandomi libero di andarci – cosa che ha fatto non più di due volte in tutta la mia vita. Può essere che lo abbia fatto per amore di me, più che per amore di lei. Se mi ama – e mi ama – come poteva lasciarmi all’esclusiva mercé di una donna invisibile?

Come noi persone T elaboriamo il nostro genere, chi ci accompagna (i e le partner) elaborano la loro affettività e il loro desiderio. Sei d’accordo? è il caso di tua moglie?

Di mia moglie penso in realtà una cosa un po’ diversa. Lei mi ha conosciuto che ancora mi vestivo da uomo, ma avevo già abbandonato gli abiti classici in favore di capi parecchio effeminati. Maschili ma effeminati (come era di moda alla fine degli anni Novanta). E le piacqui moltissimo così. Per cui, al di là dell’enorme sofferenza che il successivo irrompere di Stefania ha portato nelle nostre vite di marito e moglie, sono dell’idea che lei avesse “visto” inconsciamente Stefania e, sempre inconsciamente, le fosse piaciuta anche lei. Cioè le fosse piaciuta la mia natura duplice all’epoca ancora in nuce. Solo così mi spiego perché, sia pure nel dramma, non solo non mi ha mai lasciato ma pure ha voluto fare una figlia con me quando ormai ero crossdresser al 100%.

Ti definisci padre e non madre, ma conta cosi’ tanto? magari tu e tua moglie siete semplicemente genitori, e stefania ti rende un genitore dolce, piu dolce di un padre machista e stereotipato. Forse avere dei genitori cosi’ aperti renderà tua figlia una donna adulta in gamba e priva di pregiudizi, non credi? 

D’accordissimo. Il mondo sarebbe migliore se tanti padri e tante madri “risolvessero” appieno la loro natura sessuale e non “passassero” ai figli le loro repressioni. Il bullismo nasce da questo, secondo me.

Ultima domanda, che ti faccio più da musicista che da saggista su temi LGBT…C:
so che ami i beatles. Hai mai pensato, magari da ragazzo, di suonare o cantare in una band?

Sì, ho suonato per due anni il banjo in una band dixieland. Avevo 18-20 anni. Poi ho lasciato perdere e mi sono dedicato alla chitarra classica. Penso che Stefania desiderasse serenate d’amore solo per lei. 🙂

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Una donna XY veramente speciale

Il libro della dott.ssa Monica Romano, “Trans – Storie di ragazze XY” , è un manifesto per la libertà di identità di genere, di orientamento sessuale e di modificare e gestire la propria immagine come, quando e quanto lo si desidera.
Monica, tramite il racconto romanzato della sua vita, attraverso il personaggio di Ilenia, ci conduce, tramite il suo romanzo di formazione, attraverso le sue esperienze ed emozioni, guidandoci anche a comprendere i suoi ideali e ciò da cui sono scaturiti.

Il romanzo ha vari piani di lettura. 
Ilenia non si racconta mai al maschile (al massimo sono gli altri che la fraintendono rivolgendosi a lei al maschile), né rivela il suo nome anagrafico, in quanto del tutto irrilevante, e di utilità solo del lettore o della lettrice pruriginosi.
La ragazza parla sempre di se al femminile e in prima persona, in modo che chi legge possa percepirla fin dall’inizio come chi è realmente, indipendentemente dall’immagine esteriore.

Molte sono state le donne, anche eterosessuali, che si sono immedesimate in Ilenia, nella sua apparente fragilità, che cela una prorompente forza d’animo.
Ilenia è una vincente. Nata da una famiglia umile, riesce a migliorare la sua condizione economico/sociale, portando a termine un percorso di studi, laureandosi a pieni voti e accedendo al mondo delle professioni, rivestendo posizioni prestigiose (come una presidenza), trovando l’equilibrio in una relazione stabile con una compagna.
La storia di Ilenia sarebbe quella di una vincente anche fosse stata una cisgender, e sapere che non lo è ci fa capire che persona straordinaria sia Ilenia, e quindi Monica.

E’ un romanzo in cui non solo le donne possono immedesimarsi e da cui non solo il mondo eterosessuale (maschile e femminile) ha da imparare. Ilenia parla a tutti coloro che, in un corpo XY, sono portatori, o portatrici, di una femminilità che il mondo binario non accetta. Molti uomini, non solo omo e bisessuali, ricordando la propria infanzia ed adolescenza, possono riconoscersi in quella giovanissima figura androgina e delicata che diventa oggetto di bullismo solo in quanto non conforme ai canoni binari, quando l’unica “colpa”, se così si puo’ dire, di Ilenia, era quella di essere se stessa.
Il romanzo riflette ,e fa riflettere chi legge, sul fatto che le persone, trans e non, sono semplicemente loro stesse, ed è la società a collocarle, decidendo poi il loro grado di accettabilità sociale, e deve essere la persona stessa a rivendicare il diritto all’autodeterminazione.

Sicuramente molte persone transgender avranno rivisto sè stesse nel bullismo subìto in gioventù, e molto spesso, purtroppo, non solo in gioventù, e non intendo solo persone transgender xy:
questo libro, vero manifesto di libertà dei generi, può dare tanto alle persone transgender xx, che, dopo un’infanzia e un’adolescenza che li ha costretti ad essere socializzati al femminile, in un mondo maschilistae  machista, compiono un viaggio di scoperta e di espressione del proprio maschile.

Tramite il personaggio di Sam, che è un personaggio realmente esistito, ma con assonanze fortissime con la protagonista, questo libro sarà amato da tutte le persone portatrici di un’identità non binaria o di una visione della vita e dei ruoli assolutamente antibinaria e a favore di una massima libertà dagli stereotipi.

Il romanzo di Monica è quindi davvero un libro notevole, scritto con grandi capacità narrative, che non stanca mai, che riesce a presentare contenuti politici al di fuori delle ideologie, accompagnando chi legge in un percorso di consapevolezza e di emancipazione.
Ilenia/Monica, in poche parole, fa transizionare con se anche chi legge (sia essa una persona transgender o cisgender), in una transizione che non riguarda una metamorfosi fisica, ma un cammino introspettivo e auto-analitico atto a elaborare e riscoprire la propria identità al di la dei generi.
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Vi aspettiamo il 5 Marzo alle 17.00 in Via Soperga 36, alla presentazione del libro organizzato da Il Guado e Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano

 

Ecco a voi l’intervista fatta all’autrice. Le domande sono adatte ai lettori e alle lettrici di questo blog: pansessuali, transgender non medicalizzati, portatori di identità non binarie, attivisti contro il binarismo di genere. Temevo che l’autrice, che è tra l’altro un’amica e una preziosa collaboratrice, si sarebbe sentita “stuzzicata”, e invece pare aver gradito le mie “oltraggiose” domande 😀

 

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Monica, spesso le persone T hanno un atteggiamento remissivo e un senso di inferiorità verso il mondo “normalizzato“. Tu invece nel libro riporti chiaramente la tua fierezza, e in vari punti (come quando parli dei napoletani alla soglia dell’analfabetismo) ti manifesti cosciente di essere intellettivamente e culturalmente superiore alla media. Te lo fa pesare la transfoba e binaria professoressa di liceo.
Pensi che persone T abbiano bisogno di un po’ di sano snobismo verso un mondo mediocre che non le comprende e, per ignoranza, le disprezza?
Essere persone trans* in un mondo binario è molto difficile, quindi benvenga anche un po’ di sano snobismo se può essere d’aiuto.
In fin dei conti viviamo in un sistema che è costantemente svalutante e stigmatizzante rispetto a corpi, identità e modalità espressive non conformi alla dualità “maschio-femmina=uomo-donna”.
Dobbiamo fronteggiare un sistema culturale e di significati che non solo non ci prevede, ma che apertamente ci osteggia.
Qualcuno, durante la prima presentazione milanese del mio libro, ha definito “eroiche” le nostre vite, i nostri cammini…
Se ci è d’aiuto quindi, io direi (so con la tua approvazione) che possiamo anche, e legittimamente, tirarcela un po’. Male certo non ci fa.
L’orgoglio, così come la cultura, sono potenti antidoti alla transfobia interiorizzata e alle brutture di un sistema spesso violento nel normarci e imporci una dualità che non ci appartiene e non ci rappresenta.

Nel libro appare il personaggio di Sam. Viene presentato come ftm ma poi chiarisce di aver capito che più che una persona di identità di genere maschile, è una persona oppressa dagli stereotipi femminili. Questo personaggio sicuramente troverà la simpatia del tuo pubblico, costituito prevalentemente di lettrici donne esterne al mondo LGBT, ma non rischia di creare un equivoco già presente nel mondo extra-trans, secondo cui una donna mtf è legittimamente di genere femminile, mentre nel percorso opposto si tratta non di ftm ma di donne insofferenti al ruolo femminile imposto da millenni di maschilismo?
No, questo rischio non lo vedo.
Ilenia, la nostra protagonista, è una donna transgender che affronta un percorso di autodeterminazione che riguarda anche il suo corpo e la sua esteriorità.
Sam, nella sua ricerca di una definizione che vada oltre lo schema binario parte, anche grazie al confronto con la protagonista, identificando ciò che non è: un uomo transgender.
La differenziazione dalle persone transgender è il primo passo di Sam verso la sua consapevolezza e il suo cammino, che non è quello della protagonista, nè degli amici transgender della protagonista (anche uomini transgender con cui Ilenia, ad un certo punto della narrazione, inizia a collaborare nell’ambito dell’associazionismo trans*).
Qual è il percorso di Sam? Dove l* porterà?
Anticipiamo che il nome del tuo blog mio caro Nathan, potrebbe suggerire la risposta…
che i tuoi lettori potranno scoprire  solo acquistando il mio libro e leggendo la storia 😉

Nel tuo romanzo sono pochissimi, forse assenti, i personaggi maschili positivi. Forse giusto Ottavio, amico gay d’infanzia di tua madre, e la coppia di ftm gay.
Perché hai scelto di dedicare un romanzo interamente alle donne?
Esistono attualmente nella tua vita dei personaggi positivi maschili? Se si, si tratta di uomini LGBT o anche di etero cisgender?
Il mio è un libro (trans*) femminista. A partire dal titolo.Questo per ragioni politiche, ma anche di elaborazione culturale (della nostra subcultura): io mi rivolgo in primis alle altre donne transgender raccontando la storia di Ilenia, con la dichiarata intenzione di inviare loro un messaggio.
Certo anche la mia storia personale ha determinato questa impostazione: le figure importanti e determinanti della mia vita fino ad oggi, sono state figure femminili. E credo che questo, lo dico apertamente, non sia stato casuale.
So che l’accusa di misandrìa, che viene mossa d’ufficio a tutte le femministe, mi aspetta dietro l’angolo, ma la cosa non mi spaventa granchè.
Detto questo, ovviamente nella mia vita gli uomini esistono.
Ho dei cari amici, certo selezionatissimi (non dimentichiamo di essere snob ;D) e molto importanti per me.
Nel romanzo la protagonista si scopre lesbica gradualmente, scoprendo inizialmente il corpo femminile da una persona T non medicalizzata, per poi passare all’esigenza di una persona accanto, di identità di genere femminile.
Una lettrice outsider potrebbe pensare che questo “scoprirsi lesbica” sia arrivato un po’ per caso, quando invece sappiamo che non è così.
Non darei questa lettura.
Ilenia è prima di tutto una donna che ama oltre le caratteristiche meramente sessuali della persona, quindi una pansessuale. Che si ritrova definita “lesbica”, ad un certo punto della storia, dal contesto.
Non è lei a “scoprirsi”, è il mondo attorno che la definisce così.
E lei accetta di buon grado e fa sua questa definizione.
Il libro, destinato a un pubblico eterosessuale, si concentra sul bullismo subito dagli etero: donne insensibili e forse un po’ invidiose, uomini machisti o pruriginosi.
Nella tua esperienza di attivista hai subito bullismo anche da persone LGBT?
Lesbiche che hanno cercato di ricondurti al tuo non essere “nata femmina“, uomini gay benaltristi che hanno minimizzato le tue battaglie, o altre trans in percorsi maggiormente canonici rispetto al tuo?
Certo che sì!
Ne ho parlato recentemente anche in un’intervista per il blog “Io sono minoranza”.
Anche all’interno del movimento esiste la transfobia, eccome.
Ho avuto a che fare con attivisti gay che mi hanno trattato con sufficienza per il solo fatto che sono una donna transgender. Troppo spesso noi donne T* veniamo considerate aprioristicamente stupide e frivole, quasi delle minus habens. E’ terribile!
Poi c’è chi ritiene che le persone transgender dovrebbero stare fuori dal movimento LGBTI, e che il movimento dovrebbe tornare ad essere solo gay (qualcuno ha anche promosso una petizione su Change.org a questo scopo). Trovo simili posizioni di retroguardia e, oltre che inaccettabili, pericolose.
Ci sono poi veterofemministe che si permettono di delegittimarci affermando che non possiamo sposare il femminismo perché non siamo biologicamente femmine, come se fosse l’ovulazione a determinare una posizione politica e non, magari, le pesanti discriminazioni che le donne transgender subiscono perché considerate “traditrici del patriarcato” in un sistema maschilista e fallocentrico.
O ancora attiviste lesbiche sconvolte (sic!) all’idea che una donna transgender possa essere lesbica a sua volta, che tentano di mettere in piedi ridicole barricate.
Ricordo ad esempio come anni fa (non so se oggi sia ancora così) il regolamento di Lista Lesbica Italiana prevedesse la non ammissione delle donne transgender “rettificate o meno” (era scritto proprio così).
 Non fraintendermi: la mia non vuole, ovviamente, essere una generalizzazione.
I casi che ho citato sono certamente minoritari, e lo sono fortunatamente sempre di più.

Le cose cambiano, stanno cambiando, grazie soprattutto al ricambio generazionale. Senza dimenticare che contribuire a cambiare le cose anche all’interno del movimento LGBT è comunque una forma di attivismo.

 Gli attivisti vecchio stampo ci tengono a precisare che, come i sessi genetici, anche i generi sono due.
Nel libro apri uno spiraglio quando parli di una T al posto della M o della F sul codice fiscale.
I generi sono realmente due, o infiniti? Oppure, semplicemente, essere donna T è diverso da essere donna genetica, per il bagaglio di esperienze che dei vissuti diversi comportano?


Il genere sessuale non è altro che un’idea, una categoria interpretativa della realtà.
La realtà è molto più complessa, ricca e piena di sfumature delle categorie che tentano di interpretarla.
La visione binaria, l’idea che i generi siano soltanto due è una semplificazione che sempre meno sa spiegare la realtà. E come tutte le idee ormai inadatte ad interpretare il reale, verrà sostituita da altre idee, altre visioni più corrispondenti e funzionali.
Le battaglie per la libertà di genere nelle democrazie occidentali vanno  e andranno avanti, raggiungendo obiettivi impensabili fino a qualche decennio fa (si pensi alla battaglia per la despichiatrizzazione della condizione transgender, che prima poi porterà al depennamento della nostra condizione dai vari DSM e ICD).
Questo, se saremo fortunati, porterà il graduale affermarsi di una visione non duale e binaria dei generi, l’arcobaleno che spesso richiamo anche nel mio libro.

Nel libro parli dei tuoi dubbi in quegli anni nel far aderire la tua biologia a quella di una nata femmina. Approfondisci il tema del passing, del conformismo, del fare la transizione per se stessi o per gli altri. Questo è un argomento tabù nel mondo trans. Sembra quasi non si possa dire che in percorsi meno ragionati del tuo qualcuno non abbia fatto qualcosa solo per il passing o solo per il cambio documento. E’ l’ora di fare una seria riflessione interna al mondo T su questo argomento?

Andrebbe fatta una seria riflessione sul bisogno di omologazione di molte persone trans*, sul problema della transfobia interiorizzata che, non dimentichiamolo, ci riguarda tutt*.
Su quanto troppo spesso il “canto delle sirene” che si accompagna all’idea della “nuova vita” ci spinga a dimenticare e rinnegare quello che siamo, quell’esperienza che può invece essere reinterpretata come un bellissimo bagaglio, un dono.
Questa riflessione andrebbe fatta assolutamente fuori da Facebook, in luoghi reali, guardandoci negli occhi.
Ricominciamo a incontrarci, a organizzare convegni, conferenze, riunioni, semplici pizzate!

Ormai hai i documenti rettificati da molto tempo, e sei bona (so che mi permetterai di dirlo solo perchè sono ftm e gay). Perché destini così tanto tempo ai diritti delle persone T?

Il complimento di un uomo gay è sempre apprezzatissimo 😉

Per l’esattezza ho documenti rettificati dal 2007.
Non sono sparita, né intendo sparire in futuro, cedendo al canto delle sirene.
Non voglio dimenticare chi sono, ho ancora bisogno di stare con altre persone trans*.
E ho capito che ne avrò bisogno per il resto della mia vita, perché la transizione non finisce mai, come mi diceva Deborah Lambillotte, attivista di Arcitrans, alla fine degli anni ’90.
Più vado avanti, più capisco che questa frase è vera.
Il nostro cammino non finisce mai, e questo è bellissimo.
Quando capisci che nell’essere trans* non c’è nulla di brutto, ma che le brutture stanno nel contesto, non certo in noi e nei nostri percorsi, sei liber*.
Mi dedico alla battaglia per la libertà di genere da 15 anni, e davvero spero di averne davanti almeno altri 15 come quelli che mi sono lasciata alle spalle.

Prima di salutarci, un’ultima domanda…Sappiamo che adesso sei attivista in un’associazione mista e non solo rivolta a persone T (“sappiamo” è ironico, chi intervista è presidente del circolo 😀). Il libro descrive invece una parte precedente della tua vita. C’è continuità tra queste due esperienze? 

Da ormai tre anni lavoro al Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano ed è una bella esperienza, anche perché differente rispetto alle precedenti.
Io sono nata come militante nell’attivismo trans* puro, e ci sono rimasta per molti anni, prima in Arcitrans e poi in Crisalide Azione Trans, che erano associazioni gestite da persone transgender per persone transgender.
Il nostro era un attivismo che aveva connotati (non statutariamente, ma nella prassi sì) anche separatisti, perché allora avvertivamo l’esigenza di stare fra noi per confrontarci, crescere anche culturalmente e politicamente, elaborare nuove visioni e linguaggi.
Un’esperienza importantissima, e secondo me ancora necessaria in Italia.
Il Milk è invece un contesto misto e plurale, realmente TBGL (non solo nello statuto), nel senso che al suo interno ci sono attivisti bisessuali, transgender, etero, lesbiche, gay.
C’è sicuramente un filo rosso che lega le due esperienze, perché all’interno del Milk ho potuto traghettare il mio bagaglio esperienziale in un contesto molto plurale e arricchente, un grande laboratorio di idee e visioni.
E così è nato il progetto dedicato all’identità di genere, rivolto a persone transgender o di genere non conforme, e in generale a chiunque cerchi un confronto sul tema dell’identità di genere, che oggi può vantare uno sportello dedicato, un gruppo di auto mutuo aiuto ed eventi culturali ad hoc.

Link alla Pagina Facebook del Romanzo

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Intervista di Nathan Bonnì

Damiano Di Lernia: un vescovo eterosessuale per i diritti LGBT

Oggi intervistiamo Damiano, Vescovo della chiesa Anglo Cattolica, un uomo eterosessuale, con un passato da uomo sposato e con ben quattro figli, che ha scelto la via religiosa, conciliandola con i suoi ideali di laicità delle istituzioni e di rispetto per tutti, comprese le persone omosessuali, bisessuali e transgender.
Dopo la manifestazione del 21 febbraio, in cui Damiano ha manifestato con il Milk di Milano, abbiamo deciso di intervistarlo.

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Ciao Damiano, a che età hai avuto la vocazione?
Sono nato a Milano il 12 Novembre 1957. All’età di 7 anni iniziai a frequentare la “Parrocchia di San Pietro in Sala” dove il Parroco dell’epoca, don Sandro Dell’Era, mi accolse con amore nel gruppo dei “Ministranti”. Il Parroco, sapendo la mia situazione familiare, mi invitava spesso ad andare in parrocchia, per occasioni come funerali e matrimoni. In quegli anni maturava, in me, il desiderio di diventare come il mio parroco, che per me è stato come un padre (ero figlio di una ragazza madre). Vedevo, in quel sacerdote, l’umile servo del Signore, che portava con amore la Parola di Dio a tutti, non solo con la preghiera, ma anche con opere di carità verso i bisognosi. Crescendo, mi rendevo sempre più conto che c’erano dei miei coetanei che stavano peggio di me; il mio servizio in Parrocchia, a quei tempi, mi dava la possibilità, tra matrimoni e funerali, di ricevere tante mance (chi si ricorda le 500 lire d’argento!) con le quali aiutavo le famiglie dei miei coetanei e cercavo di regalare loro qualche giocattolo. A 12 anni per problemi familiari venni mandato in un collegio gestito dai Salesiani, in quanto la mia richiesta all’assistente sociale era stata quella di andare in un collegio gestito da religiosi. L’unico posto libero, era al Centro Salesiano “San Domenico Savio” di Arese. In quel centro chiesi subito al direttore, don Luigi Melesi, di poter continuare a fare il Ministrante nella vicina parrocchia ed esposi anche il mio desiderio di diventare prete. Il Centro di Arese accoglieva ragazzi con gravi situazioni familiari alle spalle, per cui mi resi conto di essere nel posto giusto; organizzavo giochi, tornei di calcio e rappresentazioni teatrali ricevendo le lodi dai sacerdoti salesiani. Purtroppo un colloquio con un loro psicologo, precluse il mio cammino con loro, per cui, fui accolto in una congregazione religiosa dove mi occupavo del doposcuola dei ragazzi delle elementari e sorvegliavo di notte la loro camerata. Un episodio che mi ha molto turbato, mi ha fatto andare via da quella congregazione. Avevo 18 anni, pensai di studiare e poi chiedere di entrare in un convento di frati francescani. Stando fuori dal seminario, conobbi una ragazza, che nel giro di pochi mesi diventò mia moglie in quanto aspettavamo un bambino. Pensai subito che il Signore aveva trovato una strada diversa e l’accettai con molta fatica, ma poi con gli anni, mi resi conto che l’artefice della mia vita, ero proprio io. Purtroppo, il mio è stato un matrimonio “riparatore”. Dopo poco tempo mi resi conto che insieme eravamo incompatibili, ma ormai la “frittata” era fatta e il danno riparato col matrimonio. Nella nostra immaturità, pensammo che un altro figlio ci avrebbe legati, invece il figlio è nato, ma poi ci siamo separati e in seguito abbiamo divorziato. Ormai non pensavo più al sacerdozio. Ero caduto nel “girone dei peccatori”, ed ero un peccatore che aveva tradito un patto davanti a Dio, ma dopo un po’ di mesi dalla mia separazione, conobbi una ragazza con la quale condivisi la mia vita, fino al 2001. Con questa ragazza ebbi due figli, ma un tumore ai polmoni la portò via. Mi ritrovai solo con due figli di 13 e 16 anni, arrabbiato con la vita, e con Dio per aver tolto la persona che amavo e madre dei miei figli. Nel 2002, grazie ad una mia amica, conobbi il gruppo del Rinnovamento Carismatico Cattolico. In quel periodo, ero a pezzi psicologicamente e non pensavo più al sacerdozio. Anzi ero molto arrabbiato con Dio perché aveva permesso che mi accadessero tutte quelle esperienze negative. Iniziai a frequentare questo gruppo, trovandomi bene. In quel gruppo, sperimentai la riconciliazione con il Signore, quel Signore che da ragazzo, mi chiamò con insistenza, ma non ascoltai. Nel frattempo ripresi a fare volontariato negli ospedali psichiatrici e presso un centro di accoglienza per senza fissa dimora. Una sera, mentre pregavo, improvvisamente sentii due mani calde sulla testa e una voce mi disse: “Tu es Sacerdos”. In quell’istante, non ci fece caso, ma nei giorni seguenti pensai molto a quell’esperienza, che si è poi ripetuta dopo circa un mese durante la preghiera comunitaria. Le sorelle e i fratelli che pregavano per me, mi dicevano pur non sapendo nulla di me, che: “il Signore ti chiama al sacerdozio ministeriale”. Mi chiedevo come avrei potuto essere un sacerdote: ero divorziato, padre di quattro figli…. Infatti, mi chiedevo se io e soprattutto quei fratelli “erano pazzi o cosa?”. Quella misteriosa voce dentro di me continuava a tormentarmi, e con il tempo diventò sempre più insistente, tanto che credevo di essere diventato matto.  Nel giugno del 2007, feci uno strano incontro (strano per come si è verificato, c’era la mano di Dio) con l’Arcivescovo Mons. Mapelli, che aveva da poco fondato una diocesi occidentale di tradizione ortodossa. Dopo il colloquio con l’Arcivescovo, capii molto bene che il mio cammino non era nella chiesa ufficiale romana, ma venivo chiamato a svolgere il mio ministero in un’altra realtà ecclesiastica. Fu così che, il 7 dicembre 2007 fui ordinato diacono e il 27 settembre del 2008 presbitero. Sin da subito, mi adoperai per la cura delle anime dei cosiddetti ultimi, dei divorziati, delle persone lgbt, dei carcerati, di persone dipendenti da alcool e sostanze stupefacenti, ed accostavo al mio ministero sacerdotale anche un aiuto di tipo materiale. Organizzavo banchi di beneficenza per raccogliere fondi e facevo la spesa a famiglie bisognose. Purtroppo, tutto questo ad uno dei suoi “superiori” non piaceva, per cui con molta sofferenza lasciai la chiesa di Mons. Mapelli. Il 16 dicembre 2012 entrai ufficialmente nella “Chiesa Vetero Cattolica delle Americhe”. Pur prestando il mio servizio in quella Chiesa, non sentivo “soddisfazione piena”. Dopo un po’, anche questa esperienza andò male, come le successive. In quel periodo, arrivato sul punto di mollare tutto, qualcosa dentro di me, mi ha portato a fondare una comunità, che si ispirasse al vangelo vissuto dalle prime comunità cristiane, libere da dogmi e dottrine di uomini. Fu così che, fondai la Comunità Cristiana Indipendente Gesù Risorto e indegnamente* ricevetti l’Ordinazione Episcopale il 13 settembre 2014 da Sua Ecc.za mons. Antonio Canzano. Dal gennaio 2016 ho trasformato, con il benestare dei miei confratelli che il Signore mi ha mandato, questa Comunità da me fondata in “Chiesa Cristiana Anglo Cattolica” che, grazie alla Bontà Misericordiosa del Nostro Dio, mi permetterà di portare ancora avanti con Grazia di Dio, il mio ministero a servizio degli ultimi.

Hai avuto diffidenza della tua famiglia d’origine in questa tua scelta?
Assolutamente no, i miei figli e mia sorella mi sono stati molto vicino in questo cammino, supportato anche dall’affetto di molti amici/che.

Quindi anche i tuoi figli?
I miei figli hanno sempre rispettato le mie scelte, come io ho sempre rispettato le loro. Avendo perso la mamma in età adolescenziale ancora oggi non riescono a capire che la morte della mamma non è dovuta per un capriccio del padreterno o perche nel suo giardino mancava un bel fiore…….(queste alcune frasi dette dai bigotti al funerale) Comunque quando celebro l’Eucaristia e alle mie ordinazioni sono stati sempre presenti.

Parlaci della tua chiesa, è di tradizione cattolica? ortodossa? protestante?
Sono tante le cose che posso dirvi sulla Chiesa Cristiana Anglo Cattolica. Certo, la nostra chiesa non è di fede “Cattolica” ma Cattolicissima. Noi, vediamo nel termine “cattolico” l’identificazione universale della Chiesa. Non necessariamente il termine CATTOLICO deve essere attribuito alla Chiesa di Roma, ma deve avere un significato molto più largo e profondo. Secondo noi, non esistono cattolici identificati, ortodossi, protestanti, evangelici, luterani e così via, ma tutti insieme siamo membri dell’unica chiesa universale “il Corpo mistico di Cristo Signore”.

La tua chiesa accetta le donne come diaconi, preti, vescovi?
La Chiesa Cristiana Anglo Cattolica proprio con la promulgazione del nuovo Diritto Canonico della nostra Chiesa, scritto dal Vicario Generale e approvato dal Santo Sinodo dei Vescovi della nostra Chiesa, ci permette il Diaconato femminile. Come Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, siamo ancora lontani dall’apertura al cosiddetto “prete/vescovo donna”. Però, Dio è grande, può ispirare tutti i nostri Confratelli ad aprire a tale novità. Attualmente abbiamo aperto alle Diaconesse, in futuro se sarà Volontà di Dio, apriremo anche alle Donne Preti e Vescovi.

La tua chiesa impone il celibato ai religiosi?
La Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, pensa che tutto debba essere fatto per Amor di Dio. Nessuno deve essere costretto a fare delle cose contro la propria volontà. L’essere umano deve essere libero, anche se prete o religioso, la propria vita nei modi e nelle forme ispirate da Nostro Signore. Non ci piace avere nel Clero delle persone afflitte dal pensiero di un possibile tradimento, se per esempio, dovesse capitargli di amare o di fare l’amore con una donna oppure con un uomo. Tutti, carissimi fratelli, dobbiamo essere liberi di decidere della nostra “sessualità” come meglio si crede. Non imponiamo il celibato, però se qualcuno vuole fare questo voto, permettiamo di farlo. Tutto sia sempre fatto per amor di Dio.

Sei eterosessuale, perché la scelta di una Chiesa a favore delle persone LGBT? Ci spieghi la differenza tra Chiesa LGBT (solo per persone LGBT) e LGBT-Friendly (che tratta tutti alla pari, LGBT e non)?
La nostra chiesa non è LGBT. Noi non vogliamo identificarci in un solo mondo, vogliamo essere l’espressione religiosità di tutti (etero compresi!). Dire “Chiesa Gay” sarebbe come dire “Chiesa dell’Omosessualità”. No, da noi sono tutti accolti e ben accettati. Non vogliamo fare nessuna differenza tra il popolo di Dio, ma amarci nella diversità.

Si parla molto di chiese che sposano gay e lesbiche. Voi lo fate?
Pensiamo che, il diritto al matrimonio sia “un dovere da elargire da parte nostra”. Tutti hanno il diritto di dichiarare liberamente il proprio SI al suo amore, dinanzi al ministro della Chiesa e al buon Dio. Il matrimonio, se così vogliamo chiamarlo, è un legame d’unione della coppia con Dio, niente di più e niente di meno. Gli sposi, dichiarano amore eterno dinanzi a Dio e alla Chiesa. Mi chiedo, come possono due persone omosessuali dichiarare il proprio amore a Dio, se non amassero profondamente Nostro Signore? La risposta è semplice. Perché sono amati dal Divino e Buon Signore. Pertanto, non continuiamo a fare assurde distinzioni oppure giudicare i propri fratelli per il proprio orientamento sessuale, ma come disse Gesù “amatevi gli uni gli altri”.

Per le persone T il problema principale è un altro: la persona T spesso non ha ancora in nome che sente suo sul suo documento. Alcune confessioni (come alcuni buddhismi, ma non solo) accolgono la persona col nome e col genere che sente suo, voi avete pensato a questo problema? Come potete accogliere una persona T senza lo stigma del suo nome anagrafico?
Alla domanda voglio rispondere come quelle precedenti “non vogliamo fare queste assurde distinzioni”. Se una persona desidera, per sé, un nome maschile oppure viceversa, chi sono io per impedire a questo fratello o sorella di essere se stesso/a? No, dobbiamo imparare tutti a rispettare quello che è “diverso” ai nostri occhi, imparando a rispettarci nella diversità. Nessuno deve vivere una vita “infelice” perché così vivrebbe una vita in bianco e nero. Se un giorno si presenterà questo problema nella Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, ne discuteremo nel Santo Sinodo dei Vescovi. Però, posso assicurarvi che nella Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, non si farà mai questa distinzione, perché è poco rispettosa per tutti.

Nel caso la persona T contraesse matrimonio, sarebbe il caso che la persona fosse sposata col suo nome e genere. Quindi, ad esempio, una donna trans (dal maschile al femminile) che sposa un uomo biologico è in una coppia etero, non omo, perché a contare è la sua identità di genere, non il suo corpo, quindi è un’unione tra una donna e un uomo. In questa unione andrebbe assolutamente rispettato il nome e il genere di questa donna, trascurando il nome anagrafico (maschile) e il genere anagrafico (maschile).
La tua chiesa ha pensato a questo?

In questa unione, prima di tutto deve essere rispettata la volontà delle persone che vanno a contrarre l’unione, poi vengono le regole della Chiesa Cristiana Anglo Cattolica. Posso dirti che la Chiesa, lascerebbe decidere alla coppia come vuole essere chiamato. Ti faccio un esempio. Se la trans X non anagraficamente riconosciuta come donna, si sposa con l’etero Y riconosciuto come uomo anagraficamente, però la trans X possiede ancora il nome maschile che non sente suo, come si può risolvere questa cosa al nostro interno? La nostra chiesa penso bene di fare una cosa con la Trans X, (a cui daremo un nome anagrafico a caso: Mario Rossi), di registrarla nei documenti matrimoniali come “Maria Rossi”. Noi vogliamo rispettare prima la volontà di Nostro Signore, che ci dice d’amare e rispettare, per poi rispettare in toto la volontà della coppia composta dalle persone X e Y.

Oltre ad essere accolte persone LGBT tra i praticanti, ci sono persone LGBT anche nel vostro clero? Accettereste mai come religioso/a una trans (dal maschile al femminile), oppure un trans (dal femminile al maschile)?
La Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, se permettete, non intende fare questo assurdo paragone. Per noi, tutti sono fratelli e sorelle, nessuno escluso. Nella Chiesa vengono accettati tutti coloro che dichiarano d’amare Nostro Signore, senza alcuna distinzione di razza, colore, credo, oppure di orientamento sessuale e identità di genere. Se mi parlate di religiose transgender nell’Ordine femminile, perché no. Però la donna transgender Mtf (transizionante dal maschile al femminile), non può diventare sacerdote, ma solo religiosa. La cosa è diversa se un transgender transiziona dal Femminile al Maschile: in quel caso può diventare sacerdote. Però, questi sono assurdi paragoni, che sinceramente non volevo fare, perché non mi va di far distinzioni tra le persone transgender e quelle che non lo sono. Tutti siamo uguali e tutti amati da Dio.

Molti gay e molte lesbiche sono poco aperti nei confronti della B e della T. Tu, essendo eterosessuale e quindi fuori da certe dinamiche interne, come ti poni verso le persone bisessuali? e verso le persone transgender?
Le persone devono rispettarsi a prescindere dal proprio orientamento sessuale. Non vuol dire niente “sono Bisessuale o Transgender” tutti siamo uguali. Immaginate per un solo istante l’Ultima Cena di Nostro Signore Gesù Cristo. Il Signore in quel preciso istante disse una cosa molto importante per le persone che credo, che oggi la chiesa cattolica romana, crea tantissima confusione. Gesù trovandosi nell’ultima cena disse “prendete magiatene tutti” oppure “prendete bevetene tutti”. Gesù non disse mai “aspetta, tu sei gay, non puoi magiarne. Tu sei etero, puoi mangiarne. Tu sei meretrice, non puoi mangiarne. Tu sei casalinga, puoi magiarne”. No, Gesù disse semplicemente la parola “TUTTI” cioè, ogni persona che crede in Lui. Gesù fu il primo a non fare distinzioni, perché dovrebbero farle persone misere come noi? Amiamoci tutti, questo è il vero segreto dell’unione.

Sicuramente in ambiente LGBT avrai sorpreso molto dichiarandoti etero. Il mondo LGBT è abituato a chiese friendly con clero molto gay, e anche la chiesa romana non scherza…
Non esistono chiese per LGBT, esiste la Chiesa, niente di più e niente di meno. Tutti devo essere liberi di seguire i desideri del proprio cuore, anche ispirandosi ad una possibile vocazione. Sulla mia sessualità etero e sulla mia apertura al mondo Gay nella chiesa che indegnamente* presiedo, non significa andare a favore di uno o dell’altro, significa aprire le porte della Casa di Gesù a tutti. Non dobbiamo guardare nel sacerdote la sua sessualità, ma l’amore che può donarci, il conforto, la gioia e la condivisione che può arrivare. Tutti, anche la Chiesa di Roma, deve imparare a non giudicare nessuno. Tutti dobbiamo stare attenti alle esigenze del nostro prossimo, guardare e curare con amore la sua anima, cercando di farlo sentire a casa e tra fratelli. Il mio clero, se possiede un orientamento sessuale gay o bisessuale, rispetto questa loro diversità con me, come loro rispettano la mia diversità con loro. Il rispetto deve sempre prevalere.

Sei anche attivista per la laicità delle istituzioni?
Penso che tutte le istituzioni pubbliche debbano stare fuori dai temi cosiddetti “religiosi”, così le chiese devono stare fuori dai temi di discussione popolare e legislativo. Non possiamo pretendere che uno Stato non si deve immischiare in questione religiose, per poi la chiesa violare così apertamente il diritto alla laicità dello Stato. Se devo dirtela tutta, secondo me i politici presenti nelle istituzioni devono dichiarare la loro “non appartenenza religiosa” se si vuole fare davvero l’interesse dello Stato e della collettività. L’Italia è fondata sul diritto, sull’uguaglianza e sulla libertà individuale, però moltissime volte i politici mettono la loro appartenenza religiosa in primo piano, non mettono il bene della collettività. Noi dobbiamo combattere per uno Stato che sia “Laico e Plurale” dove tutti sono rispettati per quello che sono, non per quello che vorrebbero farmi essere, disegnato in stanze segrete dello Stato e della Chiesa Cattolica ufficiale. Questo non può e non deve accadere.

Molte persone oppresse dalle chiese si allontanano dalle religioni, facendo coincidere il messaggio spirituale con il pensiero del clero. Che messaggio daresti a queste persone?Il messaggio che voglio dare a tutti questi fratelli e sorelle è quello “di amare Gesù” indipendentemente dalle diatribe interne. Se proprio volete essere accolti cosi come siete, la nostra porta è sempre aperta a tutti, ma prima di noi, deve venire l’amore per Colui che ama in eterno, senza distinzioni, Nostro Signore Gesù.

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abbiamo rispettato la scelta di Damiano di considerare “indegni” i suoi onori come vescovo, anche se non siamo d’accordo con questa sua umiltà, perché pensiamo che sia degno 😀

Intervista di Nathan Bonnì

Attivismo bisessuale: ce ne parla Francesca di BProud

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Intervistatore: Nath
Intervistato: Francesca, ragazza attivista dichiarata e bisessuale
Data: 22 giugno 2010

I bisessuali sono una realtà spesso “nascosta” e che attira non di rado pregiudizi da parte sia delle persone  Gay e Lesbiche, sia dal mondo eterosessuale. Oggi intervistiamo Francesca, 34 anni, di Milano, bisessuale dichiarata e attivista che insieme alla sua compagna Silvia, 34 anni, lesbica. Francesca gestisce il blog www.bproud.it, tramite il quale cerca di fornire informazioni reali e concrete sulla bisessualità. Ci aiuterà a comprendere questa realtà e a prendere in esame alcuni dei luoghi comuni che riguardano i bisessuali.

1) Come ti sei scoperta bisessuale? Come hai vissuto la tua presa di coscienza? E il coming out in famiglia, con gli amici, al lavoro?

Mi sono scoperta bisessuale nello stesso modo in cui tanti si scoprono gay o lesbiche, ovvero nel momento in cui mi sono innamorata di una persona del mio stesso sesso. O meglio, in realtà da quel momento ho preso coscienza del fatto che da sempre mi piacevano sia gli uomini che le donne; la differenza è che prima cercavo di “spiegarmi” le mie attrazioni per le ragazze in un altro modo – come un’amicizia profonda, un’ammirazione per la bellezza femminile… Quando poi mi sono innamorata non ho potuto più ignorare l’evidenza dei fatti e da lì ho iniziato a capire che non ero tanto etero quanto credevo. Il percorso con me stessa è stato particolarmente travagliato, perché venivo da trentun anni di vita da etero quando improvvisamente mi sono innamorata – per la seconda volta – di una donna, la mia attuale compagna. Per mesi l’intensità della mia nuova storia mi ha fatto credere di essere lesbica, anche se in realtà sapevo bene che gli uomini non mi erano indifferenti. Perciò ho incominciato a fare qualche ricerca sulla bisessualità, ma tutto ciò che leggevo era negativo e non rispecchiava il mio sentire. Finché per fortuna ho capito che il problema era la non-cultura italiana sulla bisessualità. Mi sono documentata su siti e libri stranieri e ho incominciato a frequentare una community online di bisessuali (www.bisexual.com). Da allora ho cominciato a costruire più serenamente la mia identità di bisessuale ed è stato tutto molto più facile. Sono dichiarata praticamente con tutti, tranne che con i miei genitori, che sono molto religiosi e non sarebbero in grado di comprendere se non con molto dolore da entrambe le parti. Mia sorella, invece, lo sa ed è tranquilla. Con gli amici non ho avuto particolari problemi e sul lavoro, essendo libera professionista, posso valutare di volta in volta se dirlo o meno, ma in generale ho avuto solo reazioni positive.

2) Spesso c’è molta confusione su cosa è un bisessuale. A volte si chiama, erroneamente, bisessuale una persona gay/lesbica dal passato eterosessuale. Si chiama bisessuale una persona che, integrata in una storia etero, di nascosto vive relazioni di solo sesso omosessuali. Vogliamo spiegare bene chi è la persona bisessuale?

Il/la bisessuale è semplicemente una persona che prova attrazione fisica e/o emotiva sia per il proprio sesso che per il sesso opposto, a prescindere dal genere a cui appartiene il suo partner attuale. Nello specifico, per i casi che mi hai citato, non penso che una persona gay/lesbica dal passato eterosessuale possa dirsi bisessuale. Se le sue relazioni passate potevano anche essere basate su una reale attrazione per il sesso opposto che ora comnunque non c’è più, la bisessualità è stata caratteristica di una fase di comprensione dell’omosessualità. Se invece questa attrazione non c’è mai stata, probabilmente il punto era una reale non-consapevolezza/accettazione della propria omosessualità. Può capitare che si abbia una preferenza fisica o emotiva per uno dei due sessi, ma si tratta di una preferenza, non di un’esclusività. È questa la grande differenza tra omo- e bisessualità. In quest’ottica, poco importa se una persona arrivi o meno a “concretizzare” le sue attrazioni: si può vivere tutta la vita da eterosessuali o da omosessuali e non avere mai rapporti o relazioni con uno dei due sessi, ma comunque esserne attratti. E questo basta per essere bisessuali.

3) E’ raro trovare attivisti bisessuali, anche se alcuni attivisti che militano in associazioni gay e lesbiche sono in realtà bisessuali. Tu sei un’attivista del movimento GLBT e curi un sito e un gruppo che diffonde la cultura e la visibilità bisessuale. Secondo te per un bisessuale è più importante lottare contro i pregiudizi interni di questa condizione oppure lottare con gli altri per le cause dei diritti civili, della visibilità, dell’omofobia?

Purtroppo i pregiudizi all’interno della comunità GLBT sono ancora tanti ed è fondamentale sradicarli per far capire che il bisessuale non è una minaccia per la comunità, ma è parte di essa. Il bisessuale ha in sé una parte omosessuale a cui vengono negati gli stessi diritti per cui si batte il resto della comunità. Lottare per questi diritti è quindi fondamentale anche per un bisessuale. Però è altrettanto importante che la comunità stessa riconosca l’esistenza e la dignità della bisessualità come un orientamento sessuale al pari degli altri.

4) I pregiudizi contro i bisessuali sono sempre gli stessi. Il bisessuale come confuso o come maniaco, come opportunista, come attraversatore di una fase, o come infedele, o come tendente a instaurare relazioni parallele omo ed etero, discorsi sulla bisessualità “pura” o sulla tendenza a preferire un genere. Potresti brevemente “confutare” questi pregiudizi?

Molti di questi pregiudizi sono gli stessi che spesso la società ha contro gli omosessuali. Per esempio, tanti genitori quando scoprono di avere un figlio gay si autoconvincono che sia solo una fase, o che semplicemente il figlio sia un po’ confuso. Oppure spesso è stata associata l’idea di omosessualità alla promiscuità, o addirittura alla pedofilia. Sappiamo molto bene che sono solo pregiudizi, ma anche che vanno confutati per non lasciare dubbi su cui è facile giocare in modo negativo. Quindi:

– i bisessuali non hanno nessuna confusione: sono semplicemente attratti da entrambi i sessi. Ciò che crea confusione in loro è la spinta a dover scegliere a tutti i costi tra etero- e omosessualità;

– il bisessuale non è né maniaco, né sesso-dipendente: essere attratti da uomini e donne non significa volere fare sesso con tutti!

– il bisessuale non è opportunista: spesso si pensa che la vita per noi sia più facile perché si può “passare per etero”, ma in realtà nascondere una parte importante di sé agli altri comporta una sofferenza enorme. Anche per un gay cosiddetto “velato” è la stessa cosa, con la differenza che un bisessuale “velato” si deve nascondere due volte e rischia di essere discriminato da entrambe le parti;

– un comportamento bisessuale, per alcuni, può essere una fase di passaggio verso la comprensione o accettazione della propria omosessualità (o eterosessualità). Più spesso, però, la bisessualità è un orientamento che rimane tale nel tempo, con sfumature e gradazioni diverse;

– l’infedeltà e il tradimento prescindono dall’orientamento sessuale: essere attratti da entrambi i sessi non significa volerli contemporaneamente;

– infine, spesso si pensa che i bisessuali, per definirsi tali, debbano provare esattamente lo stesso tipo di attrazione per entrambi i sessi. In realtà è più semplice pensarla in termini di “non esclusività”, ovvero: se tendenzialmente mi piacciono le donne ma mi capita anche di provare attrazione per gli uomini, o viceversa, posso definirmi bisessuale.

5) Sei mai stata discriminata come bisessuale da persone interne al movimento GBLT? O da un/una possibile partner?

Sì, mi è successo. Una persona omosessuale è arrivata a definirmi meno “pura” e quindi meno affidabile della mia compagna, solo per il fatto di essere bisessuale. Non ho avuto esperienze di rifiuto da parte di possibili partner perché la mia attuale compagna è la mia prima partner donna.

6) hai preferenza a legare con partner omo/bi/etero? Hai una relazione adesso? Come la vivete? Posso passare la parola alla tua ragazza?

F: Tendo a preferire relazioni con persone non etero, per una questione di affinità mentale ed emotiva. Da tre anni ho una relazione con la mia compagna e direi che la viviamo bene.

S: Ciao io sono la compagna :-) All’inizio non ero molto tranquilla, anzi ero abbastanza terrorizzata all’idea che Francesca potesse essere bisessuale e speravo che prima o poi mi dicesse di essere improvvisamente diventata lesbica. In realtà queste erano le paure date dai pregiudizi (e che mi tenevo per me perchè ho sempre saputo che erano solo paure…), ma per me è sempre stato fondamentale che lei fosse libera di essere se stessa fino in fondo, perchè è un diritto inalienabile di tutti! Ho avuto bisogno di parlarne tanto, di capire e di sradicare nella quotidianità tutti i pregiudizi per combattere quelle paure che poi sono le stesse che hanno tutte le persone innamorate: la paura di perderla, che si innamorasse di qualcun altro/a, eccetera. Il pregiudizio/paura più grosso era legato al fatto che potesse innamorarsi del 100% della popolazione (uomini o donne) e per sradicarlo mi è bastato capire che se succedesse non farebbe nessuna differenza il sesso dell’altra persona. Soffrirei semplicemente perché mi ha lasciata. Inoltre, come io, lesbica, non mi innamoro di tutte le donne, lei, bisessuale, non si innamora di tutti gli uomini E di tutte le donne. Direi che adesso siamo proprio serene anche su questo punto.

7) C’è più facilità ad annunciare in casa la bisessualità o l’omosessualità?

Credo che in Italia qualsiasi orientamento sessuale diverso dall’eterosessualità possa potenzialmente creare conflitti in famiglia. Forse la bisessualità anche in questo frangente viene presa meno sul serio, perché ha meno visibilità e lascia aperte le porte a un possibile futuro “da etero”, anche se sono entrambe armi a doppio taglio.

8 ) Come rispondi alle tante persone che dicono che la bisessualità non esiste?

Che spesso si dice che qualcosa non esiste perché non lo si conosce o non si riesce a comprenderlo. Ci sono esempi di bisessualità ovunque: nella storia, nel regno animale, persino nel cinema e nella letteratura. Molti non sanno che Giulio Cesare era bisessuale: Cicerone lo definì “il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”. Il bonobo, una scimmia antropomorfa che ha in comune con noi il 96% del patrimonio genetico, è totalmente bisessuale. Chi afferma che la bisessualità non esiste spesso lo fa per paura o per ignoranza. Eppure è un orientamento sessuale che è stato ampiamente osservato anche negli uomini: negli anni ‘50 in America, il professor Alfred Kinsey ha condotto uno studio (basato su un questionario che garantiva il totale anonimato) su decine di migliaia di uomini e donne al fine di documentarne il comportamento sessuale. I risultati sono stati sorprendenti: contrariamente a quanto si pensasse, le “sfumature” intermedie tra omosessualità ed eterosessualità pure sono molto frequenti e variegate, tanto che da tali studi è derivata la scala Kinsey, una specie di “continuum” che mostra quante gradazioni diverse ci possono essere nella sessualità umana. Sebbene sia poco conosciuta, la troviamo molto interessante ed è per questo che ne parliamo sul nostro sito e l’abbiamo anche riportata sul retro delle cartoline che distribuiremo il 3 di luglio in occasione del Treviglio Pride, a cui abbiamo aderito ufficialmente come associazione.

9) che ne pensi di Veronesi, che dice che le nuove generazioni saranno totalmente bisessuali, o a chi dice che tendenzialmente siamo tutti bisessuali?

In realtà non sono del tutto d’accordo con questa affermazione. Tutti o quasi potremmo, nelle giuste circostanze, trarre piacere dal contatto fisico con un uomo o con una donna, e potrebbe anche capitare di vivere una situazione in cui il confine tra amicizia e amore è talmente labile che può portare a farsi domande sulle proprie preferenze. Ma l’orientamento sessuale è molto più di questo: è qualcosa che si avverte dentro di sé spesso fin da ragazzini, che ci fa sentire che “schierarsi” da una parte o dall’altra significherebbe dover ignorare o soffocare una parte fondamentale della nostra identità.

11) Pare che più spesso siano le donne a definirsi bisessuali, degli uomini. In generale comunque sia donne che uomini in ambienti gay preferiscono definirsi omosessuali per paura di pregiudizi o diffidenza, ed eterosessuali in ambienti esterni. Cosa ne pensi?

Il fatto che la bisessualità sia più dichiarata dalle donne rispetto agli uomini può derivare da due fattori: a) una donna bisessuale viene, in apparenza, accettata di più perché rientra in una serie di stereotipi che la rendono “appetibile” anche agli occhi degli uomini etero, anche se alla fine rischia di venire presa poco sul serio, se non peggio; b) sembra che, statisticamente, le donne siano più predisposte alla bisessualità, o per lo meno a un orientamento sessuale più fluido, rispetto agli uomini. Uno studio condotto negli Stati Uniti dalla dottoressa Lisa Diamond su un campione di donne non etero, monitorate per dieci anni, ha dimostrato che la bisessualità femminile non si riconduce sempre all’omosessualità, ma può rimanere un orientamento costante nel tempo. Purtroppo non ci sono studi simili sugli uomini. È vero però che, negli ambienti gay e lesbici, dichiararsi bisessuali suscita spesso diffidenza, se non addirittura ostilità. È per questo che sono convinta che in realtà i/le bisessuali siano molti di più di quanto sembri. Nella community online di cui ho parlato prima, ci sono diversi racconti di uomini gay che a un certo punto si sono resi conto di provare interesse anche per le donne, e la stessa cosa vale per alcune donne lesbiche. Queste persone hanno paura a dichiarare quello che sentono, perché temono di perdere i loro amici e il supporto della comunità. È per questo motivo che credo che sia indispensabile far capire che non è una questione di “o con noi, o contro di noi”, ma piuttosto di accettare e valorizzare l’unicità di ogni singolo individuo, in modo che anche i bisessuali possano sentirsi a pieno titolo parte della comunità LGBT e, di conseguenza, dare un contributo ancora maggiore alle battaglie che porta avanti. Negli altri paesi le cose sono molto diverse: nel Regno unito le prime organizzazioni di bisessuali risalgono a metà degli anni ‘80 (BiCon), e dal 1991 si tiene, ogni due anni, una conferenza internazionale sulla bisessualità (International BiCon). Ma anche in Spagna abbiamo già uno splendido esempio di apertura alla bisessualità in un’organizzazione universitaria LGBT di Madrid, Arcòpoli. Proprio per sensibilizzare la comunità “dall’interno”, un gruppo di ragazzi e ragazze bisessuali ha dapprima tenuto degli incontri formativi, e poi ha organizzato, in occasione della giornata internazionale dedicata alla bisessualità (il 23 settembre, giorno della morte di Sigmund Freud, che per primo ha parlato di questo orientamento) una manifestazione in centro a Madrid, che ha riscosso un certo successo. Quest’anno saranno alla terza edizione. Speriamo di averne presto una anche noi.

Intervista ad Alex, ragazzo gay ftm

Intervistatore: Nath
Intervistato: Alex, ftm gay in transizione
Data: 28 aprile 2010
Intervista redatta per MilkBlog

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1) Quando hai scoperto che la tua identità di genere era maschile? E quando lo hai accettato?

Non ho scoperto la mia identità da un giorno all’altro, chiaramente. Credo che per nessuna persona transessuale questo sia possibile! Credo semplicemente di aver sempre allontanato questa possibilità, perché non fa parte della cultura in cui sono cresciuto sapere e accettare serenamente che esista anche questa realtà.  La cosa che mi ha praticamente sempre accompagnato è stato più un senso di disagio, vergogna e non appartenenza in generale; con la pubertà si è concretizzato di più in un senso di repulsione verso il corpo, la sessualità e il riconoscermi nel genere femminile. Spesso mi trovavo a chiedermi perché non fossi maschio, ma il fatto di sentirmi attratto da altri maschi è stato a lungo un deterrente molto forte al riconoscere un problema di identità di genere.
L’ho accettato definitivamente a 27 anni, con un pazzesco rimorso verso tutta la violenza che io stesso mi sono fatto per “accettare ed essere orgogliosa della mia femminilità”, così come va molto di moda dire fra le donne che sono a disagio con la loro condizione… purtroppo non era questo il mio problema, e il fatto che nessuno ci avesse mai pensato mi fa ancora molto male, ma questa è un’altra storia.
Credo che la coscienza della mia identità mi abbia accompagnato “sotterraneamente” da sempre, purtroppo però quando un bambino nasce viene subito e univocamente inquadrato dal sesso prima ancora che da un nome… Ho sempre sentito di non appartenere a nessuno (o a poche cose di entrambi) dei modelli che mi venivano proposti (per fortuna mai imposti, almeno per quanto riguardava i miei genitori), ma la dipendenza affettiva dalla famiglia (ovvero il desiderio di non dispiacere ai genitori) e dalle aspettative altrui, mi ha fatto assumere sempre comportamenti molto contrastanti.  Cerco di spiegarmi meglio: facevo un mare di capricci per mettere un vestito da principessa a carnevale così come per avere la più gettonata auto telecomandata o andare sugli autoscontri alle fiere di paese competendo con i maschietti. Apro una piccola parentesi: parlo di queste banalità perché è uno standard, ma in realtà non credo sia indice di un problema di identità di genere se ti piacciono le bambole o le macchinine… a me piaceva giocare con entrambi, era forse più diverso il modo con cui ci giocavo, diverso dal modo di interpretare questi giochi sia dai maschi che dalle femmine. Devo dire che purtroppo nella mia famiglia ci sono sempre stati anche altri tipi di problemi di relazione, per cui ho trovato difficoltà ad esprimermi e capire cosa stesse succedendo a me, ai miei familiari e come affrontare tutto, per cui il mio passato è un groviglio di confusione e sofferenza che faccio fatica a scomporre cosa è conseguenza di cosa.
Ad ogni modo, per non andare troppo fuori tema, la consapevolezza di avere un corpo femminile per me ha avuto la meglio sui sentimenti: dovevo accettarlo, era “naturale” per quanto detestassi l’idea di crescere. E poi il fatto che mi innamorassi dei miei coetanei maschi era del tutto “nella norma” per quello che è il modello di amore eterosessuale sottinteso nella nostra cultura, cosicché prima della pubertà la mia mente era piuttosto candida e viveva in un mondo di sogni parallelo alla realtà, più che altro, un mondo platonico dove le relazioni andavano secondo i miei piani e il sesso non esisteva proprio, ed io ero io, senza accenti sul genere. La cosa che più mi confortava era che gli angeli non avessero sesso, ed io speravo che prima o poi avrei trovato il mio angelo, qualcuno che l’avrebbe pensata come me e mi avesse salvato da tutta questa confusione.
Fuori dal mio mondo c’era il mondo reale, che per me era una sorta di incubo, ma avevo i più disparati motivi per pensare che fosse un incubo non a causa del mio malessere interiore quanto di una serie di problemi di relazione fra le persone intorno a me, problemi che io non capivo, o mi sembrava fossero così semplici da risolvere ma a quanto pareva non per la maggior parte di loro. Ah, non ho detto che dove sono nato e cresciuto il livello culturale della gente era piuttosto basso, e per fare un esempio, fra il bigottismo e i tabù dire “culattone” era un po’ come dire sfigato più degli altri, ma il fatto che significasse persona che ama qualcuno dello stesso sesso era una descrizione pressoché inesistente (mi e vi risparmio il turpiloquio veneto sulle descrizioni di che insulto fosse ): non sono stato a conoscenza di questa realtà fino agli anni del liceo. Dopodiché, per quanto pensassi alla possibilità di lasciarmi andare con donne anziché con uomini, non sentivo di poter essere lesbica, il che ha ulteriormente complicato le cose, senza contare che nel mio paese d’origine non ho mai neppure sentito parlare di qualcuno che fosse omosessuale.
Più tardi, negli anni, cercando di accettare che il sesso non doveva fare poi così schifo e che le pulsioni comunque le avevo e sembravano piacevoli, ho sempre vissuto la mia sessualità in modo orribile: per quanto cercassi di rilassarmi e percepire sensazioni positive dal mio corpo, non ho mai provato piacere, solo un senso di mancanza e di frustrazione enorme, anche quando andavo con ragazzi che mi piacevano molto, in incontri occasionali in cui non dovevo spiegare nulla e addirittura quando cercavo di appagarmi con l’autoerotismo.  Non riuscivo a sopportare la sensazioni che provavo nel momento in cui mi si toccava il seno o attraverso la penetrazione vaginale, tuttavia mi costringevo a provare ad accettarlo pensando che fosse un blocco mentale (adesso posso dire che niente mi convincerà più che il mio sia un problema solamente mentale ma che è strettamente legato al fisico, ed è proprio per questo che ho intenzione di completare il percorso di transizione).
Tutto questo sia prima che dopo il mio coming out a me stesso; le cose hanno cominciato ad andare meglio fisicamente solo dopo le prime iniezioni di testosterone. E’ stato come se tutto il mio sangue avesse cominciato a circolare finalmente nel senso giusto, e le sensazioni spiacevoli hanno cominciato ad affievolirsi. Invece la semplice accettazione della mia condizione di uomo nato donna mi ha salvato dal credere la mia vita priva di senso, una condanna “incondivisibile” e dal pensiero di suicidio e mi ha dato la forza di essere me stesso, di combattere per affermare io stesso chi sono e non lasciarlo decidere agli altri cercando in qualche modo di adattarmi. Sopravvivere è molto diverso dal vivere veramente la propria vita, per quanto difficile possa essere e per quanto altre persone possano non accettarlo e lasciarti solo.
Ho avuto esperienze sessuali solo con uomini e ho amato solo uomini, anche se come accennato poco fa non provavo del reale appagamento né sessuale, né personale in vece di donna, ma sentimenti ambigui e contrastanti ai quali ho cercato di dare le più diverse spiegazioni senza risultati soddisfacenti fino alla mia presa di coscienza consapevole. Mi è invece capitato di provare attrazione anche per alcune donne e probabilmente come uomo non disdegnerei qualche esperienza sessuale, ma sicuramente non c’è la stessa intensità che provo per gli uomini, né l’empatia che io cerco per rendere appagante e completa una relazione.

2) Molte persone, anche appartenenti alla comunità GLBT, che non conoscono la differenza tra identità di genere e orientamento sessuale, direbbero che visto che sei in un corpo femminile e ti piacciono gli uomini sarebbe stato molto più semplice rimanere nel corpo femminile. Vuoi spiegare il perché della tua scelta?

Credo che questa domanda sia veramente azzeccata e anche molto complessa (anche se per il modo GLBT mi viene di primo acchito da rispondere: provate a pensarci sopra un po’ e a mettervi nei miei panni in quanto gay e troverete da soli le risposte, se non siete superficiali). Credo che una transessuale (mtF) arriverebbe prima degli altri a capire, un omosessuale probabilmente un po’ dopo ma vi invito a riflettere bene su alcuni concetti:  anzitutto essere gay non vuol dire trovare il proprio corpo irreparabilmente e costantemente inadeguato, né provare frustrazione perché non si riesce ad interagire né con la propria sessualità né con le persone a causa di una propria natura che non si può vedere con gli occhi, né toccare con mano. Non so se sia possibile essere effettivamente compresi da chi non vive questa stessa situazione sulla propria pelle…ma il concetto in sé mi sembra piuttosto semplice.
Per chi invece non ha mai fatto i conti con questa realtà penso sia utile ribadire il concetto che appunto l’attrazione verso una persona che ci piace (orientamento sessuale) è molto diverso dal trovarsi a raffrontarsi con le persone in generale sotto una sorta di maschera “intoglibile” che ci nasconde la nostra vera natura, classificandoci in un ruolo radicato fortemente nella nostra cultura, “automatizzato” se mi passate il termine, che non dice nulla di noi, anzi, è fonte di malintesi che si sciolgono solo accettando che esista la possibilità che biologia e interiorità a volte non coincidano.
Aggiungo anche che ho la profonda convinzione che anche in un ipotetico clima di piena tolleranza, accettazione e riconoscimento della mia anima maschile (parlo per me ma credo sia cosa comune a molti transessuali) io vivrei comunque una condizione di disagio verso la mia  fisicità ed avrei difficoltà a sentirmi a mio agio in intimità. Mi sento di dirlo perché con i ragazzi eterosessuali coi quali ho avuto delle relazioni non ho mai subito traumi, violenze anche solo psicologiche o costrizioni, semplicemente non venivo compreso ed era nella loro natura cercare in me una donna,  poiché quello era il mio aspetto, anche con i capelli rasati a zero. Il dire ad un ragazzo “non sto bene perché voglio che mi tratti come se fossi un uomo” non ha mai funzionato nella pratica. A pensarci bene ha fatto scappare impaurita più di una persona! D’altra parte nessun ragazzo omosessuale mi ha mai corteggiato per la mia “mascolinità interiore”, per cui la mia è stata una storia di isolamento e solitudine fino a quando non ho accettato di vedere dove stava davvero il mio problema.
Da qui la mia scelta: dopo aver provato in tutti modi a trovare cosa ci fosse in me che non andava bene ed essere arrivato ad avere anche problemi psicosomatici, aiutato da diverse terapie (psicologiche e non) che hanno smosso le mie resistenze (e non parlo di quelle che seguo ora nella fase di transizione, ma di quelle che seguivo per cercare di accettarmi come donna! ) ho finalmente capito che se volevo davvero vivere questa era la mia strada.

3) Da quando il tuo corpo, la tua voce, stanno cambiando, come si rapportano le persone con te?

Gran bella domanda!! 😄  In una parola: è un gran casino!  Diciamo che questo è il momento più interessante della transizione, ma anche quello più difficile, frustrante e complesso.  Ho chiaramente la voce di un uomo, ma l’aspetto è così ambiguo che ogni persona vede in me quello che vuole vedere. Vedo sguardi straniti, ma in ogni caso tendono a darmi della signora, credo perché nella stupida etichetta sociale risulterebbe meno offensivo dare della donna ad un ragazzo piuttosto che dell’uomo ad una donna. Per alcune transessuali donne (mtF) se non specifico passo per una di loro, per molte persone passo per una lesbica dichiarata, per il resto non saprei; noto un grande imbarazzo generale più che altro. In qualche raro caso sono stato preso per uomo (li conto sulle dita: 3 in 8 mesi di terapia…): diciamo che è ancora presto per i risultati della terapia ormonale e che per quanto io possa non avere un seno visibile e avere una voce del tutto maschile (senza contare l’abbigliamento da uomo, i capelli con taglio maschile e un accenno di baffi ) non è sufficiente per vedermi riconosciuto come ragazzo (io lo trovo veramente incredibile, ma è chiaro che non faccio testo). Sinceramente non capisco come mi vedono gli altri, vivo molto in solitudine e ho pochissimi contatti con le persone, quelli che ho avuto finora non sono stati piacevoli, né con chi già conoscevo ( fatte un paio di eccezioni ), né con la gente comune nella vita quotidiana.
Per quanto riguarda il mondo omosessuale, ho pochi contatti con ragazzi gay (escluso il Milk), per cui non so dire come mi possano percepire, ma dato che mi pare di capire che quasi tutti mi inquadrino ancora in un’identità femminile mi crea molto imbarazzo l’idea di espormi adesso che non mi sento ancora completo. Non ho idea se qualche persona abbia pensato che io sia un ragazzo molto giovane, perché non l’ho mai saputo, ma dati i “signora” che mi appioppano nei negozi direi di no… spesso i ragazzi/e giovani mi danno molto meno della mia età, ma come ragazza…

5) Come ha reagito la tua famiglia alla notizia della transizione?

La mia famiglia (mamma, papà e mia sorella minore) lo ha accettato, nel senso che non mi hanno assalito o contraddetto o insultato. Sapevano che nascondevo qualche grosso disagio, per cui un po’ si aspettavano qualcosa, ma non si aspettavano che si trattasse di identità di genere.
In questo momento non abbiamo molti contatti che non siano piuttosto superficiali ( del tipo ”ciao, com’è li il tempo”, “come va?”, “sai tra poco andiamo nel posto x”). Io non mi sento a mio agio con loro e non mi sento ancora di essere spontaneo, però si danno da fare per approfondire la situazione, seguono un gruppo di auto-aiuto ed è ancora tutto da scoprire.

6) Al lavoro ci sono stati problemi e pregiudizi legati a questa scelta?

Sul lavoro non ci sono stati problemi, a parte il fatto che non se ne parla se non è necessario, mi chiamano Alex ma mi parlano al femminile e mi sento un po’ compatito da uno dei colleghi che crede che io abbia un trauma mentale. Diciamo che non c’è molta spontaneità ma i rapporti sono gli stessi di prima. C’è molta tolleranza ma poca vicinanza, comprensione. Più complesso il contatto con il pubblico (lavoro in un circolo con ristorazione): chi mi conosceva prima fa finta che non stia succedendo nulla, credo che quasi tutti mi prendano per una lesbica e basta e altri si mantengono distaccati. Non ho idea di cosa si dicano fra loro (l’ambiente è molto informale), ma chi mi ha visto da poco per la prima volta e mi ha dato del lui torna dandomi della lei ed è quindi chiaro quello che succede: è molto fastidioso ma non posso che sopportarlo per ora, non ho intenzione di attaccarmi un cartello con la scritta: “sono transessuale, sono un uomo grazie” dato che i soci sono circa 3000 e spesso si vedono 1 volta l’anno… preferirei parlare solo a chi si interessa a me, o aspettare che i cambiamenti siano più evidenti prima di espormi.

7) Come hanno reagito, invece,  gli amici?

Il capitolo ex e amici mi mette abbastanza a disagio, perché quello che sento è che non ho nessun vero amico, qualcuno su cui poter contare davvero nei momenti di difficoltà, o anche solo per rilassarmi un po’ e sfogare la tensione che ho dentro. Credo questo sia dovuto soprattutto al fatto che non sono in un ambiente che sento mio in questo momento: è come se ci fosse la volontà da parte di 3-4 amici di essermi vicini, ma di fatto è molto difficile condividere quello che sto passando e affermare quello che sono con persone che in me vedevano un’altra persona…

8 ) Per quanto riguarda le persone con cui hai avuto relazioni, qual è stata la reazione?

Per quanto riguarda le relazioni affettive, col solo uomo che considero di rilievo nella mia “vita precedente”, quello con cui ho condiviso di più tutto il mio disagio e la prima parte della mia presa di coscienza, ho troncato di netto la relazione perché non ho avuto nessun riconoscimento della mia situazione, per lui ero solo una donna che andava accompagnata per tutta la vita nel suo delirio ed era disposto ad accettare unicamente questo.

9) Tu sei già in terapia ormonale e fra poco dovrai decidere a quali interventi demolitivi e ricostruttivi relativi alla rassegnazione del genere fare e non fare. E sulla genitorialità trans? Hai già un’idea a riguardo?

Fin da quando avevo 12 anni sognavo un chirurgo plastico che regalasse l’intero seno a qualche mia coetanea ansiosa di essere donna e un po’ meno “fortunata” di me, per cui non vedo l’ora di togliermi questo peso, e direi con pari urgenza vorrei rimuovere l’apertura vaginale, con tutto quello che sta dietro. Sinceramente credo che la mia salute fisica e mentale abbia la priorità sull’avere un figlio che altrimenti ne potrebbe solo soffrire e devo dire che il solo pensiero di una gravidanza (sul mio corpo) mi fa impazzire, non ho rimorsi per questa perdita. Per me è un figlio qualunque bambino abbia bisogno di affetto e protezione, non importa il vincolo di sangue.
Per quanto riguarda gli interventi ricostruttivi, ne sento la necessità, ma so che sono spesso deludenti per cui aspetto di vedere come procede la terapia ormonale e come si modificherà la mia percezione. Probabilmente cercherò di ottenere solo una metoidioplastica.

10) Essendo tu un transessuale omosessuale, saprai che in Italia non è consentito il matrimonio omosessuale, e che alcune transessuali lesbiche, ad esempio, hanno evitato il cambio dei documenti per sposare legalmente la propria compagna, tramite un matrimonio civile tecnicamente omosessuale (che chiaramente verrebbe annullato nel caso si richieda in seguito la conversione dei documenti). Hai mai pensato a questa strategia per poterti unire in matrimonio, eventualmente, a un ragazzo omosessuale?

Direi che a questo escamotage non avevo neppure pensato ancora… sarà che non credo più di tanto nel matrimonio in generale… Certo però potrebbe essere utile per questioni di diritti civili, ma non ho molta voglia di avere costantemente problemi con i documenti per una cosa che forse non accadrà mai. Preferisco conquistare a pieno titolo la mia identità e sperare in un futuro dove per restare vicino alla persona amata in ospedale non serva più (e per nessuno) un pezzo di carta dove si certifica un vincolo che ha valore solo per una tradizione.

11) Infine, da cosa deriva la scelta del tuo nome?

Beh, qui andiamo molto sul personale e mi limito a dire il minimo.. :-P Ho scelto due nomi: uno è un segno del destino, è il nome che sapevo di avere in un sogno che ho fatto quando avevo quattro o cinque anni; l’altro l’ho aggiunto perché mi è sempre piaciuta l’idea di avere un doppio nome e ho scelto quello che riuniva in sé più qualità, tipo suonare bene con l’altro nome e il cognome, essere un nome abbastanza comune ma importante, poter essere abbreviato e altre cose simili.