Gianni Ciulla, italoamericano, disabile, english teacher :D

Oggi intervistiamo Gianni Ciulla, interior design, italo-americano, insegnante madrelingua di inglese, appassionato di giardinaggio, attivista contro le Malattie Sessualmente Trasmissibili e in particolare l’HIV.
Dal prossimo novembre insegnerà inglese pro bono (devolvendo i proventi dei suoi aperitivi al circolo, per le spese e le iniziative di attivismo che organizza) al Circolo Culturale TBIGL Harvey Milk di Milano, di cui è socio e supporter.

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Ciao Gianni: raccontaci di te. Età , origini, studi, professione, passioni…

Mi chiamo Gianni Ciulla e sono nato a Palermo il 10 agosto 1958: perciò, oggi ho 58 anni e 3/4. Avevo circa due anni, quando i miei genitori si trasferirono da Palermo (Passo di Rigano) a Milano.
In Italia, ho frequentato due anni di scuola superiore; poi, ho interrotto gli studi, per dedicarmi al lavoro come elettricista industriale. All’età di circa 27 anni, mi trasferii negli Stati Uniti d’ America con il mio ex AMORE, Maurizio. Eravamo alla ricerca di una vita migliore per persone non eterosessuali, dato che in Italia non era facile per nulla. Andava ancora peggio con i miei genitori siciliani, molto tradizionalisti e cattolici.
Dopo un paio di anni di residenza a New York City, un amico mi suggerì di seguire alcuni corsi di Interior Design all’ università FIT, Fashion Institute of Technology, detto scherzosamente Fogget intitute of technology (fogget vuole dire froce).

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Raccontaci un po’ la tua vita tra l’Italia e gli USA.

A circa 25 anni, ho conosciuto Maurizio, al ONE WAY di Milano. Dopo circa un anno di convivenza, abbiamo deciso di volare lontano lontano. Dopo un anno, tra Tokio e New York City, abbiamo scelto New York City. Il primo periodo fu molto duro, per la mancanza di una buona conoscenza linguistica. Durante i primi anni trascorsi nella big apple, ho svolto una gran varietà di mestieri: tagliare l’erba, cuocere le pizze, lavorare in ristorante come BUS-BOY (aiutante cameriere) e poi come WAITER (Cameriere), durante gli anni dell’ università.
Dopo un paio di anni nella nuova città, i nostri rapporti sentimentali erano cambiati: è successo di tutto. La nostra relazione finì nel nulla.
Arrivò il mio primo amore americano, Peter, figlio di sino-americani. Peter parlava solo inglese, perché i suoi genitori gli avevano proibito di parlare cinese: nuova vita e nuova lingua. La relazione terminò dopo circa un anno e mezzo: io abitavo a New York City e Peter a Chicago, per cui incontrarsi era molto difficile e costoso. Una sera, andai al MONSTER BAR-DISCO, di fronte a STONE WALL, nella SIXTH AVENUE OF AMERICA, e chiesi a un ragazzo dove si potesse ballare. Continuammo a parlare per tutta la notte; fu una bella chiacchierata romantica, in cui parlammo di tutto e delle stelle nel cielo. Non ci fu un abbraccio e nemmeno un bacio, ma quella sera fu l’ inizio della relazione con Peter, che era studente universitario di biochimica a Chicago. Una volta a mese, io volavo da New York City a Chicago e lui, il mese dopo, da Chicago a New York City.

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Com’era la vita LGBT negli USA e quali le principali differenze con l’Italia?

La vita LGBT negli USA era ed è molto più libera e disinvolta. A New York, ci sono una marea di bar e discoteche gay o gay-friendly.
Negli anni ’90, la zona più gay-friendly era il WEST VILLAGE, con CHRISTOPHER STREET come punto centrale. Ma, negli anni 2000, la zona gay-friendly si espanse sulla EIGHT AVENUE, fin oltre la 20ma strada di Manhattan. Poi, spuntarono anche le zone GAY-FRIENDLY nell’UPPER EAST SIDE, verso la settantesima strada. Anche nel Queens, dove io abitavo (uno dei cinque borghi della citta), c’era una zona GAY-FRIENDLY composta da bar-discos che chiudevano alle 6 del mattino.
Mi ricordo di quando andavo al GAY CENTER, un palazzo di 4 piani, con molte stanze e una reception al ground floor. In ogni stanza, esisteva un gruppo diverso: per esempio, quello per coloro a cui piacciono i portoricani; un altro per coloro a cui interessano le persone obese; un’altra stanza ancora per coloro a cui piacciono le persone nere, e cosi via. In queste stanze, si tenevano meetings e feste. Questo modo di organizzare era molto più compatto rispetto a quello che ho trovato qui, a Milano, dove ci sono varie organizzazioni, ma quasi separate dalle altre. Io vedo che, qui in Italia ancora oggi molta gente si nasconde o nega la propria identità di genere e identità sessuale.
I canali televisivi americani sono molto più liberali e informativi di quelli italiani. Per esempio, esiste un canale televisivo chiamato LOGO, che, per 24 ore al giorno, trasmette informazioni sul mondo lgbtiqa e molti shows. Questo, in Italia, non l’ho ancora visto. Noto che, ogni tanto, su CANALE CIELO e su REAL TIME, trasmettono shows educativi alla sessualità e al genere, ma solo dopo le 23:00. Perché, prima di quell’ora, nessun adolescente deve vedere quelle importanti informazioni, secondo la morale italiana.
Riguardo unioni civili, matrimoni e divorzi egualitari, una coppia di miei amici avevano ottenuto la PARTNERSHIP, ossia UNIONI CIVILE, circa 20 anni fa, prima del 2000. Per noi, americani e non, era normale legalizzare le coppie, se lo volevano. Vedo che qui, in Italia, c’è un’estrema arretratezza, sia a livello legale che a livello educativo-culturale.

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Ti definisci Gay, ma sei anche anti-binario: hai mai messo in discussione il tuo essere completamente omosessuale?

Diciamo che mi sono sempre sentito omosessuale, ma non posso dire che non guardo nessuna donna. Potrei dire che ho avuto tre relazioni con donne, ma le vedevo più come amiche che come amori. Posso dire che mi sono innamorato più di una volta di uomini, ma mai di donne. La parola anti-binario mi sembra quasi una formula matematica da risolvere: un po’ troppo costruita. Preferisco dire: libero di amare uomini e fare del buon sesso. Non ho mai avuto esperienze con persone trangender, ma ne sarei curioso. Comunque, sono molto interessato alle definizioni della nuova era dei Gender Studies e sto leggendo alcuni libri in materia. Due libri che suggerisco sono:
STRANIZZA, di Valerio La Martire, e DIRITTO D’ AMORE ,di Stefano Rodotà, che ci ha appena lasciati all’età di 84 anni.

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LGBT e disabilità: un tuo tema, ci racconti perché?

Scoprii di essere HIV positivo anni fa, cosa che mi causava frequenti raffreddori e influenze prolungate. Probabilmente, era perché non avevo fatto sesso protetto. Ma, a quei tempi, il preservativo non si usava: si faceva semplicemente sesso e non si sapeva nulla dell’ HIV. Quella notizia cambio radicalmente la mia vita, in tutte le sue sfaccettature. Io ero abituato (quando andavo al bar con amici) a fare 3 o 4 giri di Drinks: a New York, era normale bere 3 o 4 bevande. I vari medici mi diedero vari consigli da seguire: non più bevande ad alto livello alcoolico, una dieta molto più salutare e, tutte le notti, una buona dormita. In quel periodo, io non avevo l’ assicurazione medica (come del resto avveniva in molte industrie); ma, vista la mia situazione, il medico mi disse di fare domanda per AIDAP. È un’assicurazione pensata appositamente per pazienti con HIV, sovvenzionata dal governo americano. Infatti, il governo americano investe molto denaro nelle ricerche e le cure mediche, cosa che gli Stati europei (come quello italiano) fanno assai poco. All’incirca nel 2000, amici e medici mi fecero notare che il mio udito era scarso. Il medico mi consigliò di usare Earing Aid: protesi per udito inserite nelle orecchie. Per qualche anno, li usai; ma continuavo ad avere problemi di udito, specialmente al telefono: un vero incubo. Quando mettevo la cornetta del telefono vicino all’ orecchio, sentivo spesso un grande fischiettio e nient’altro. A quel tempo, andai a fare una visita all’ NYU, New York University Hospital. Qui, uno specialista mi suggerì subito un impianto cocleare: ossia, un intervento chirurgico per inserire dietro l’ orecchio un file collegato al cervello e una protesi appoggiata all’ orecchio, con microfono multidirezionale collegato con batterie ricaricabili. Un mese dopo l’ intervento chirurgico, mi sembrò di rivivere: riuscivo a sentire il fruscio dell’ acqua di scarico della mia vasca di pesci, di cui prima non avevo assolutamente idea. Dopo un paio d’anni, subii il secondo intervento chirurgico all’ orecchio destro, che (per circa tre mesi) mi scagliò fuori binario. Dovevo usare un bastone per camminare e per rimanere eretto; a volte, camminavo appoggiandomi al muro. Oggi, ho due protesi bilaterali che mi aiutano a sentire quasi normalmente; ma, quando noto che più di due persone parlano contemporaneamente, mi perdo in confusione. Grazie al governo americano e agli anni lavorativi, oggi percepisco una piccola pensione di disabilità che mi permette di sopravvivere. Sono tornato in Italia circa sei anni fa. Durante i primi tre anni, ho cercato lavoro come consulente di interni, oppure nella vendita di mobili; ma non ho mai ricevuto risposta, neppure dall’ ufficio di collocamento. Adesso, vivo da solo, in un appartamento che ho ereditato dai miei genitori, entrambi spentisi anni fa. Sono l’ ultimo di una produzione imperfetta di dieci figli: 5 maschi e 5 femmine. Io l’unico imperfetto? Non ci credo assolutamente.
Oggi, le mie passioni sono:
avere un acquario con pesci da osservare e nutrire. Adesso, i miei pesci sono africani, ciclids.
le arti: andare a musei e gallerie e, ogni tanto, dipingere su tela (ma, adesso, raramente).
fare attivismo per i diritti umani, soprattutto per i diritti lgbtiqa. Al Gruppo Relazioni del Circolo Culturale Harvey Milk, sto conoscendo gente molto interessante, che propone varie tematiche sulle relazioni e sull’identità di genere. Ciò aiuta me stesso a conoscermi meglio e a capire le altre persone appartenenti alle realtà non conformi alla società etero-normativa binaria. Il mio pensiero è di aiutare i nuovi insegnanti a elaborare una migliore educazione sessuale e di genere, a cominciare dalle scuole materne.
Giardinaggio: nel mio appartamento, ci sono due balconi; vi coltivo basilico, salvia e rosmarino, senza dimenticare prezzemolo e fragole. Ho anche due piante di zucchine e due di peperoni. Anche quest’anno, ho fatto il pesto “alla Gianni”, con basilico fresco, pinoli, aglio, sale, pepe e olio di oliva siciliano.

Fabio Bottero sindaco e Gianni (1)

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Chiacchierata con Miki Formisano, importante attivista trans pugliese

Oggi diamo la parola a Michele Formisano, attivista trans, fondatore di T genus, e uno dei principali punti di riferimento in Puglia su temi trans e temi di MTS

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Chi è Miki? Anni, provenienza, passioni, sogni, paure…

Ciao, sono Miki, ho 53 anni,sono nato e vivo a Taranto, città in transizione che presto sboccerà in tutta la sua bellezza.

Miki o Michele? C’è una precisa intenzione nell’usare Miki o è un vezzeggiativo? 😀

Sono Miki per gli amici, ed è un nomignolo che, più che come un vezzeggiativo, ho usato per renderlo neutro ed eludere cosi la A finale di Michela. Oggi mi sta benissimo Michele, ma ormai Miki è riconosciutissimo ed accostato alla mia persona.

Quando hai capito di essere un ragazzo? Come hai vissuto questa consapevolezza?

Ho capito subito di essere un ragazzo, gia dall età di5/6 anni, ma ci convivevo bene, non ero consapevole della sessualità e del fatto che un giorno sarei cresciuta e non cresciuto. Poi, all età dell adolescenza, la consapevolezza che ero cresciuta e che non avevo nessuna via di scampo per far vivere Michele. Quindi ho vissuto malissimo tutto questo: il seno e tutto ciò che mi rendeva agli occhi della gente ciò che in realtà non ero non mi offriva via d uscita.

Quali sono le disavventure che hai affrontato anche a causa del non comprendere o non accettare la tua identità?

A causa di questo disagio, misto a dolore crescente, ho deciso di farla finita, ma ho optato il sistema sostanze (eroina): una morte lenta, dolce; una morte che ti fa sua anche quando respiri, perché vivi solo grazie al battito automatico del cuore, ma con cuore inteso come “sentimenti e amore verso te stesso” c è ben poco. Per anni  e anni è durato questo percorso di autoditruzione legato alle sostanze che ovviamente mi hanno portato altri numerosi problemi legali e non solo.

Quali gli ostacoli e i contrattempi a portare avanti il percorso?

Fortunatamente gli unici ostacoli, più che a portare avanti il mio percorso di transizione, sono stati dovuti alle pochissime informazioni sulla modalità del percorso, a chi rivolgersi, quali centri vi fossero. Tra l’altro anche le poche associazioni presenti non riuscivano a raggiungere tutti come invece oggi grazie al potente mezzo del web…

Quali sono stati i primi punti di riferimento? Virtuali o reali?

…infatti il mio punto di riferimento è stato un gruppo chiuso su yahoo: non so neppure io come mi ci sono imbattuto, non ricordo quale giro su internet, che a mala pena esisteva prima degli anni dell esordio…
Ho avuto info su questo gruppo ma subito dopo abbiamo deciso di incontrarci: giungemmo a Roma, come un gruppo di temerari assetati di informazioni, per noi vitali. Uno di loro aveva già finito il percorso, un altro portava il petto fasciato per nasconderlo, e mi passò questa fascia sudatissima: la indossai, mi guardai allo specchio e mi riconobbi, fu un momento che non dimenticherò mai.
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Tu sei etero ma sei anche un uomo T. Facendo tesoro del loro passato, in cosa può essere migliore un uomo T nel rapporto con una donna?

Un uomo transgender potrebbe essere migliore, nei confronti di una donna, perché comprende la sua fisicità e la sua emotività, i vari punti G nella mente e nel corpo…fermo restando che non si voglia rivestire il ruolo di uomo alfa.

Come è nata l’idea del tuo gruppo fb?

L’idea del gruppo FB, a dire la verità, in origine non è stata la mia ma di un mio amico: mi chiese una mano, e da allora il gruppo è cresciuto molto. Non mi riferisco ad una crescita numerica (se fosse per quello saremmo arrivati a numeri inverosimili) ma ad una crescita culturale e interiore di ognuno di noi che ne fa parte. Sono molto orgoglioso di questo gruppo,dedico molto del mio tempo anche solo a leggere…ormai loro sono cosi’  in gamba tutti e tutte che intervengo poco.

Come è nata T Genus?

L associazione TGenus è nata dalla necessità di agire sul territorio in maniera concreta, cercando o meglio contribuendo a creare una rete innanzitutto tra persone T e poi con le istituzioni,famiglie e servizi sanitari.

Che servizi offre T Genus?

TGenus è una Onlus. Ci mettiamo tanto entusiasmo e tempo, e i servizi che offriamo sono legati innanzitutto all’ accoglienza e ascolto, e far sentire la persona NON sola è la nostra priorità- Indirizziamo le persone ai centri più adatti a loro, per questioni geografiche o altre, ovviamente il tutto ragionato e condiviso con la persona. Organizziamo convegni, tavole rotonde, eventi culturali, e ogni tipo di evento legato alla strategia del cambiamento culturale. Non ultimo TGenus “cerca” di sensibilizzare le istituzioni sanitarie e politiche per migliorare gli accessi ai percorsi clinici della persona in transizione, dalla presa in carico del percorso psicologico all’ultimo intervento chirurgico (la dove la persona voglia sottoporsi). Anche da punto di vista legale offriamo informazioni e indicazioni, affidando la persona a legali della loro zona geografica.

In che rete di altre realtà simili (LGBT) e non (politica, servizi, altro) è T genus?

Cerchiamo di essere presenti su tutto il territorio nazionale, ovviamente avvalendoci anche delle altre associazioni presenti sul territorio nazionale e ce ne sono di validissime.

Quali gli obiettivi?

Gli obbiettivi ovviamente sono legati a migliorare la qualità della vita della persona T e al cambiamento culturale.

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Come far conoscere le nostre esperienze e realtà al di fuori? Quale il corretto approccio.

Le nostre esperienze e la nostra realtà possone essere conosciute al di fuori, mostrando semplicemente il lato umano della persona, eludendo il pensiero dell’ essere accostati al degrado e alla deviazione:ovviamente è necessario informare e sensibilizzare la gente a questa “nostra realtà

Parlaci del tuo romanzo. Resto” Umano.

Parlerei volentieri di RESTO UMANO, romanzo autobiografico scritto a quattro mani con la dott.ssa Anna Paola Lacatena. La vera penna è lei, io ci ho messo la storia della mia vita, una storia che parte dai banche della scuola elementare, fino ad arrivare ad oggi…ma bisogna leggerlo: da allora ad oggi c è una vita raccontata nei dettagli, senza filtri, includendo una varietà di argomenti che hanno fatto parte della mia vita.

Hai a cuore anche il tema della salute e delle MTS. Il tuo impegno in questo settore cosa comporta? quanto è importante la prevenzione e l’informazione?

Ho a cuore la salute delle persone perché so quanto è importante la prevenzione, nel caso specifico dalle MST: la salute è un bene prezioso, e informarsi sulle modalità di trasmissione, e quindi su come evitare contagi, può in alcuni casi salvarvi la vita. Il sesso è meraviglioso ma bisogna farlo anche con la testa.

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Internet è un buon primo aiuto per una persona che sta capendo di essere T, ma quando è importante il contatto reale?

Internet è un ottimo mezzo per carpire informazioni, ma bisogna saperlo usare bene e sopratutto non prendere per buone tutte le info che ci sono: oltre il web credo sia essenziale il confronto reale, e i rapporti umani dovrebbero essere sempre privilegiati.

Perché tra ragazzi T ci si discrimina? Ftm etero vs gay, percorsi diversi med o non med, identità nette o identità fluide…e invece di dialogare si litiga. Perché? Ognuno di noi non potrebbe solo portare la sua storia?

Oggi si litiga tra ftm etero, ftm gay, genderfluid ecc…perché la cultura è ancora troppo radicata al binarismo. Il cambiamento deve nascere da noi, ma proprio “nel nostro mondo” c’ è ancora troppa ignoranza. Infondo siamo tutti persone, lo diciamo fuori ma dovremmo prima dircelo tra noi…
PERSONE!!!

Il web è pieno di sedicenti attivisti che si nascondono dietro cognomi e foto false. Putroppo nella nostra epoca è difficile distinguere i veri punti di riferimento da questi “leoni da tastiera”: un giovane T come deve muoversi in questa baraonda?

I leoni da tastiera sono pericolosissimi: si spacciano per attivisti e spesso danno informazioni davvero disastrose per la persona. Purtroppo è difficile fermarli, e per questo ci vogliono dei punti di riferimento ben visibili, punti di riferimento referenziati dove le informazioni vengono filtrate  e sopratutto alcune  informazioni non si dispensano generalizzando, ma vanno dispensate da persona a persona.

Che ne pensi dei concorsi per mister T?
Dovrebbero essere più ironici? O proporre nuovi modelli di maschile?

Il concorso Mister T è stata un ottima idea per dare visibilità,credo che crescendo questo concorso offrirà una varietà di tipologie maschili, come mi pare sia stato fatto nelle precedenti due edizioni, e si amplierà sicuramente.

Torniamo a noi: gli ftm a fine percorso non hanno più problemi di “passing”, ma ce ne sono altri: i documenti, le persone che prima di conoscevano al femminile, il rapporto col passato. Parlaci, se ti va, della tua esperienza.

Nel mio percorso il passing è stato quasi immediato: il problema è nato con i documenti, documenti al femminile e fisicità marcatamente maschile. E’ stato brutto dover spiegare volta per volta tutta la storia. So che oggi rilasciano un documento che comunque mette la tua vita e la tua privacy alla mercè, ma al momento è inevitabile, almeno fino a quando questa situazione verrà serenamente riconosciuta senza preconcetti.
Gli amici si sono abituati a darmi del maschile, certo all’inizio non è stato facile, ma solo per una questione di abitudine.

Ftm e donne: c’è ancora binarismo o le donne “non lesbiche” si approcciano senza paura a noi ftm?

Credo che la maggior parte delle donne etero si relazionino serenamente con noi ftm. Penso che siamo noi molto disforici verso la nostra sessualità biologica. Certo ci sono donne che cercano necessariamente il pene,ma non è assolutamente la prassi anzi…

Binarismo: quanto è il rischio per noi ftm di incappare alla fine noi stessi nel machismo? Non dovremmo forse, memori dell’esperienza passata, lottare contro gli stereotipi?

Capita di sovente che noi stessi restiamo intrappolati nello stereotipo di uomo macho: mi ritrovo spesso a osservare foto di ragazzi ftm nel gruppo, quando, sopratutto, mettono  la foto prima e dopo, vedi la foto del prima con espressione spontanea e sorridente, la foto del dopo con espressione accigliata e sguardo da duro. Sorrido, ma penso che sia davvero sbagliato: è come voler a tutti costi rivestire un ruolo che TU ti sei imposto, plagiato da una società legata allo stereotipo, mentre è ora di liberarci di tutte le etichette e gli stereotipi costruiti negli anni!

 

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Famiglia e coming out: ti va di raccontarci come hai gestito il coming out e come consigli di gestirlo ai giovani ftm?

Mia madre e la mia famiglia mi ha sempre vissuto come un maschiaccio: quando ho detto loro che volevo affrontare il percorso di transizione l’unica preoccupazione era legata agli interventi chirurgici, ma poi mi hanno visto sempre più felice e libero e si sono sempre più convinti che avevo ragione, e che avrei dovuto farlo prima. Ai giovani consiglio sempre di essere se stessi e di lottare per quello che sono, parlarne gradualmente con la famiglia. Poi ci possono stare famiglie conservatrici: sopratutto a questi ragazzi dico di pazientare, di studiare e, parellelament,e di rivolgersi alle associazioni di volontariato, che sapranno dare loro il giusto supporto.

FTM e sanità: siamo davvero tutelati? Quali le regioni e le realtà messe meglio? cosa puo’ fare l’attivismo?

La sanità non ci tutela moltissimo. Certo stiamo meglio di altri Paesi, ma tanto c’è da fare: da regione a regione cambiano un po di cose, più che altro legato alla distribuzione degli ormoni, come liste di attesa, presa in carico, e liste di attesa per interventi, stiamo messi non benissimo ovunque. Non c’è uno storico e anamnesi sull’assunzione delle terapie ormonali, non c è nulla al momento legato alla medicina di genere, ma proprio da un paio di mesi l’ISS e l AIFA, dietro suggerimenti e “pressioni” di attivisti transgender, hanno istituito un tavolo di lavoro per creare una piattaforma dedicata ad affrontare le criticità del mondo transgender legate alla salute. Quindi, attivisti e associazioni devono continuare a sollecitare ,e sensibilizzare le istituzioni.

FTM e lavoro: qual è la situazione attuale e cosa possiamo afre come attivisti?

Il mondo del lavoro oggi è un mondo difficile per tutti: ancora più penalizzate sono le persone transgender, ma per onestà devo dire che le MTF sono più penalizzate in quanto colpevoli di aver retrocesso il loro status. E’ necessario collaborare con i sindacati, sollecitando corsi di formazione e informazione ai datori di lavoro e centri per l’impiego.
Sensibilizzare la politica per far si’ che realmente i diritti siano riconosciuti a tutti indistintamente.

Un ultima domanda: che consiglio dai, da veterano ftm, ai giovani?

Da “vecchio” transgender, dico ai giovani  che la vita è una e va vissuta: non abbiate paura di riconoscervi! Amatevi e, sopratutto, sappiate che nella vita tutti gli esseri umani hanno dei limiti: bisogna accettarli e non pensare che siamo persone limitate.
Amatevi solo cosi sarete in grado di amare,ma amatevi per quello che siete…perchè comunque sarete UNICI…

Intervista a Marcela Serli, regista dell’identità di genere

Oggi è il turno di Marcela Serli e dei suoi progetti teatrali sull’identità di genere. Vi lascio a questa interessante intervista e alla sua biografia 😀

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Ci parli di Atopos e della tua Trilogia?

Prima di tutto vorrei ricordare che l’11 Luglio siamo al Festival Chimere di Pergine Spettacolo Aperto, grazie al coinvolgimento di Lucia Moroni che, insieme agli altri organizzatori, ha voluto fortemente Variabili Umane (spettacolo con 13 persone in scena). Preceduto da un Laboratorio Atopos Sull’Identità “in” genere nei giorni che precedono lo spettacolo.

Da sette anni a questa parte vivo un’esperienza straordinaria. Sono la direttrice artistica di ATOPOS, l’unica compagnia teatrale in Europa formata da persone transgender, transessuali e non solo. Oggi Atopos è al centro dell’attenzione della scena teatrale italiana per l’aspetto di grande attualità ed umanità che racconta.

L’intento del progetto generale della nostra Compagnia è quello di analizzare i concetti di maschile e femminile attraverso il coinvolgimento e l’inclusione di persone di identità di genere diverse con l’ambizione di una concettualizzazione artistica del transgenderismo quale luogo di passaggio e di creazione. Attraverso un percorso di lavoro teatrale comune stiamo intravedendo un desiderio, forse utopico, quello di creare un centro di ricerca antropologica sulle nuove identità (ovviamente non solo di genere).

A giugno al Teatro Franco Parenti di Milano ha avuto luogo una nostra personale, con i nostri tre primi spettacoli dedicati al genere, con una mostra fotografica su alcuni dei protagonisti di Atopos a cura di due rinomati fotografi, e un bellissimo incontro tra la Compagnia e Umberto Galimberti.

Atopos Compagnia Teatrale si fonda dopo aver vinto il Premio alle Arte Sceniche Dante Cappelletti 2010 con Variabili Umane, spettacolo che vede in scena 13 persone, attori e danzatori trans e non, con la mia drammaturgia e regia e del quale siamo orgogliosi. Nel corso degli anni abbiamo indagato, attraverso laboratori di studio aperti alla cittadinanza, dibattiti universitari e la produzione di spettacoli teatrali, il tema dell’identità di genere, e in maniera più ampia il tema della definizione e dell’accettazione di sé.

Siamo poi passati ad un secondo capitolo, una nuova indagine, un’altra minoranza, che in realtà è una maggioranza, almeno numerica: le donne.
Quindi il femminile, quindi il maschilismo, quindi le definizioni di ruolo, quindi la violenza. Femminanza – operina comica di donne e altri bluff-. Uno spettacolo cantato che tratta di donne e di espressione femminile oggi, con all’interno sei attrici tra cui una donna transessuale e due musicisti. In questo progetto ci sono donne biologiche che si chiedono a che punto siamo col pensiero femminile, e donne transessuali che parlano di quanto hanno guadagnato, dal punto di vista sociale, nella loro transizione al femminile (poco) e di quanto hanno perso (molto). E c’è il teatro. Che è un mezzo meraviglioso per ridere di noi e soprattutto per rendere poetico un desiderio profondo: vogliamo che le cose cambino. Banale. Ma sacrosanto al tempo stesso.

Homini ovvero Man Pride è il terzo capitolo di indagine che chiude la Trilogia atopossiana sul Genere con delle domandi forti, necessarie oggi: Qual è il presente e il futuro dell’uomo e del maschio? e del maschio eterosessuale?

Nel 2016 abbiamo fatto un’anteprima al Teatro Franco Parenti della nostra seconda trilogia: The Gender Show, tre spettacoli senza paura. Del quale vi mando anche il materiale. Il Trittico ha fatto il tutto esaurito in ogni serata, creando scompiglio sia per gli argomenti sia per le modalità con cui sono stati trattati. Tre punti di vista diversi a proposito di genere.

Nel 2015 scrivono due tesi di laurea su questo mio lavoro, all’Università di Pisa e all’Università di Trieste.

Pochi giorni fa al Festival di Cinema Mix di Milano, è stato presentato il documentario dal titolo Atopos, generi teatranti, che racconta l’esperienza della nostra compagnia.

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Essere una donna cisgender ed eterosessuale non impedisce di riflettere sui ruoli, gli stereotipi e le espressioni di genere. Come hai reinterpretato la tua espressione e quali sono stati i tuoi strumenti culturali ed emotivi?

Io non potrei definirmi in nessun modo, proprio perché faccio questa ricerca sul sé. Etichettare anche me comporterebbe una contraddizione rispetto alla mia ricerca e alla ricerca della Compagnia Atopos.
Questo non significa che siamo immuni dallo sbagliare e dal contraddirci, ma ci proviamo!

 

Hai una passione per le persone transgender: come è nata e secondo te perché stai a tuo agio con noi?

E’ nata grazie al fatto che ho conosciuto delle persone meravigliose, che lottavano giorno dopo giorno per la propria affermazione, cosa che, invece, io non ho mai fatto, e non perché non ne abbia bisogno, ma perché credevo di essere sicura di quello che la mia apparente identità mostrava.
Con le persone T ho capito che la mia identità serviva di più agli altri che a me. Ed è per quello che la domanda cardine dei nostri lavori con Atopos è: A chi serve la mia identità?

Usi la comicità, l’irriverenza e il grottesco per scardinare i pregiudizi verso le persone transgender. Non ti senti un po’ iconoclasta?

Per me non ci sarebbe nessun problema ad essere definita iconoclasta, ma limiterei la mia “rivolta artistica” ad un aspetto immaginifico, e mi sembrerebbe riduttivo.

 

Quali sono le tecniche teatrali da te preferite?

Costruisco impianti scenici complessi, usando diverse “tecniche teatrali”. Mescolo l’epico alla narrazione quasi “documentaristica”, il teatro danza all’avanspettacolo e al cabaret francese. Per poi trovarmi a rielaborare e smentire a volte, la maggior parte dei concetti e delle tecniche in una metateatralità che rende il qui e ora necessario.
Ma vorrei usare le parole di una grande regista come Arianne Monuochkine:

‘Se noi teorizziamo, lo facciamo solo al presente e sul momento, secondo quello che scopriamo lavorando. Una
teoria è sempre il punto d’arrivo di una ricerca, e a me sta a cuore prima di tutto verificarla concretamente sul palcoscenico’

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Quali sono le persone speciali che hai conosciuto nel tuo percorso di regista? Ti va di ricordarne
qualcuna?

Quante pagine posso scrivere? Talmente tante sono. Anche perché io faccio questi progetti proprio perché mi innamoro delle persone. Te ne nomino alcune: Alessandro Marinuzzi regista di grande talento, Carlos Alsina, il mio primo maestro, Luisa Vermiglio attrice e pedagoga, Anna Romano attrice napoletana che vive a Bruxelles, Irene Serini cofondatrice di Atopos, Laura Caruso militante e attrice di Atopos, e Noemi Bresciani, danzatrice del mio gruppo, Nicole de Leo e Porpora Marcasciano che appena conosciute mi fecero capire, senza dirmelo, per quale motivo dovevo occuparmi delle tematiche di genere, Davide Tolu cofondatore di Atopos, e Marta Pizzigallo, Gaia Saitta, Antonia Monopoli, Arianna Forzani, Gabriele Belli, Cesare Benedetti, Alessio Calciolari, Stefania Pecchini, Christian Zecca, Leo Cumbo, Mattia Fiore, ma anche Donatella Diamante ex direttora della Città del Teatro, Paola Sain, ufficio Stampa ora anche nostro, Ariella Reggio, attrice e fondatrice di La Contrada di Trieste, Lorenza Masutto, danzatrice triestina, e Maurizio Zacchigna, e ancora le attrici Caterina Simonelli e Cristina Cavalli, e Stefano Schiraldi, cantautore, e Matilde Facheris e Sandra Zoccolan, Fabio Chiesa, Maria Spazzi, Nadia Fulco, Serena Sinigaglia e tutta la Compagnia Atir, e Chiara Boscaro, e Silvia Pernarella, Tobia Rossi, Luigina Tusini e Chiara Anicito e Irene Petra Zani, Paolo Fagiolo, Andrea Collavino, Marco Imparato, Marco Bonadei, Filippo Porro, Federica D’Angelo e Ksenia Martinovic, Gabrielle Basso Ricci, Alberto Amoretti, Giovanni Hanninene e e …
tutti e di più, meravigliosamente umani.

 

Quali sono i tuoi lavori teatrali esterni alla tematica T?

Nel mese di Luglio inoltre è impegnata nella drammmaturgia e la regia di “Un semplice anagramma: Europa o’ paure”, coprodotto dal Teatro Stabile del FVG e da Mittelfest 2017. Debutta il 15 luglio.

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CHI E’ MARCELA SERLI?

Attrice, drammaturga e regista argentina di origini italo-libanesi, da oltre vent’anni lavora in Italia e all’estero. Laureata all’Università di Trieste con una tesi in Drammaturgia Contemporanea sulla resistenza “artistica” degli autori di teatro argentini durante la dittatura, intraprende un percorso che accanto ai temi dell’intolleranza politica e morale, dell’identità di genere, del disagio psichico, intercala una ricerca stilistica sul miscuglio dei generi, la globalizzazione del linguaggio, il caos politico e ideologico applicati ai concetti artistici.
Nel 2015 sono state scritte due tesi di laurea sul suo percorso teatrale, una all’Università di Trieste e una all’Università di Pisa.
Nel 2017 verrà presentato un documentario realizzato sulla sua Compagnia, dal titolo “Atopos, generi teatranti”.
Inizia i suoi studi teatrali in Argentina con Carlos Alsina, autore, regista e pedagogo tucumano. E danza classica all’Accademia Nazionale di Danza di Tucuman.
In Italia poi, con il regista Alessandro Marinuzzi fonda “Laboratorio X”, formazione di artisti europei per lo sviluppo di una ricerca teatrale metodologica comune.

E’ la direttrice artistica della Compagnia Teatrale Atopos, con la quale realizza una prima Trilogia sul genere e vince il Premio Dante Cappelletti 2010 Alle Arti Sceniche. Nel 2016 ha debuttato al Teatro Franco Parenti con un altro trittico: The Gender Show.

È conclusa da poco la personale sul suo lavoro con la Compagnia Atopos, Al Teatro Franco Parenti a Milano. Tre spettacoli sul genere, che hanno visto anche il coinvolgimento del filosofo Umberto Galimberti in un incontro/dialogo con la Serli e con la sua compagnia.

Firma la drammaturgia e la regia di diversi spettacoli sia in Italia sia all’estero, tra cui “Tre galline sul comò”, Periferia Nord Est, “Entrée”, Teatro Club; “Occhi lucidi”, “Suite Matrimoniale” e “Il sentiero, ovvero un racconto all’interno”, Teatro Stabile del FVG; “La città degli uomini che ridono”, “Al solito caffè” e “Amaramente dolci” per il Teatro Stabile “LaContrada”, “Acqua” per il Festivala Bologna,“Tra, “Festival Internazionale Delle Arti”, Urbino, di “Aurora corrosiva” da Alda Merini e Anna Romano, con la Compagnie de l’Octogone (Parigi) e Compagnie Fraction (Bruxelles), di “La Carmen” per Amaranteghe Teatro Indagine, di “Giovanni” per Aparte, di “Armenia Mon Amour” per Teatrovivo, di “Moana porno revolution” per la Compagnia degli Incauti, di “All’amore io ci credo” per l’ATIRi, Studio per un Kollettivo Drag King per ATIR.
E ancora, è drammaturga e regista di “Non farmi male”, prodotto dall’ATIR, di Variabili Umane, di Dell’Umiliazione e della Vendetta e di Homini per la Compagnia Atopos. E ora è impegnata a un nuovo trittico, sempre con la sua drammaturgia e regia, The Gender Show.
Regista anche di testi di autori contemporanei, tra cui Un giorno torneranno di Chiara Boscaro, La favola della Buonanotte di Tobia Rossi, Trilogia con muro borsa e bambino di Carlo Tolazzi, Giuliette di e con Laura Marinoni, Comfort&Joy della scozzese Jen McGregor per Trend, Nuove Frontiere della Scena Britannica.

Lavora con il regista italo ungherese Giorgio Pressburger e l’argentino Carlos Maria Alsina con i quali realizza anche progetti drammaturgici e di regia.

E’ attrice con Valerio Binasco, Serena Sinigaglia, Carlos Alsina, Giorgio Pressburger, Diego De Brea, Matjaz Berger, Alessandro Marinuzzi, Alessandro Berti, Sabrina Morena, Roberto Piaggio, Antonella Carruzzi, Valeria Talenti, Marko Sosic e altri registi.
Fa un progetto di Teatro Danza di due anni con la coreografa thai olandese Olivia Maridjan-koop.
Nel 2016 partecipa alla residenza artistica guidata dalla coreografa e regista Constanza Macras.

Per il cinema ha lavorato con Margarethe Von Trotta, Bigas Luna, Roberto Dordit, Paolo Fattori, Maurizio Zaccaro, Gianpaolo Tescari, Matteo Oleotto, Umberto Marino, Simone Rivoire.

Nel 2007 cura il training vocale all’interno del Master Class tenuto al Piccolo Teatro di Milano da Serena Sinigaglia.
Nel 2016 cura il Progetto Palco di Campo Teatrale, facendo la regia di “Con le Mani”.
E’ cantante in diversi spettacoli di tango con la “Jazzy & Classic Orchestra” diretta dal Maestro Giorgio Tortora, e in altri di compositori contemporanei quali Alessandro Sofianopulos.
Partecipa ad alcuni radiodrammi per radio RAI del FVG. Ed è autrice e speaker nell’anno 2017 di “Un tranquillo weekend da paura” programma in diretta su Radio Rai FVG.
Ha realizzato diversi progetti teatrali nei Centri di Salute Mentale di Trieste, di Gorizia e Udine.

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Premi e Riconoscimenti:

– Ad aprile 2016, premio Lidia Petroni per Vestimi bene e poi uccidimi, di D’angelo e Martinoci, regia di Marcela Serli
– A marzo 2014 riceve il 2° Premio Sonia Bocacina per lo spettacolo, con la sua regia, “Un giorno torneranno” di Chiara Boscaro
– Nel 2010, con la Compagnia teatrale Atopos, da lei fondata insieme ad attori, danzatori e persone transessuali e transgender, vince il Premio Tuttoteatro.com alle Arti Sceniche “Dante Cappelletti” con un suo progetto e regia, Variabili Umane.
– Nel maggio 2009 vince il concorso “Emergenze 2009” organizzato dalla provincia di Massa Carrara
– Nel settembre dello stesso anno riceve il primo premio nel concorso “I racconti dell’Isola” organizzato dall’associazione Isolacasateatro di Milano (Quartiere Isola) con lo spettacolo Me ne vado, monologo scritto e interpretato da lei stessa.
– Nel 2001 riceve il Premio del Pubblico al Festival Teatrale Internazionale di Umago (Croazia) con Occhi lucidi, monologo da lei scritto e interpretato, prodotto dal Teatro Stabile del FVG.

Intervista a Gabriele Belli, counselor in formazione e ideatore delle protesi ForToMan

Gabriele Belli, uomo transessuale, counselor a indirizzo bioenergetico, ed ideatore delle protesi genitali per ftm ForToMan.
Vediamo cosa ha da raccontarci…

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– Ciao Gabriele, raccontaci chi sei: età, provenienza, studi, passioni, professione…

Salve a tutti, grazie Nathan.
Ho 46 anni, sono nato a Roma e vivo a Milano da 17 anni. Sono diplomato ragioniere, ma ho sempre amato la Biologia, la Psicologia, la Comunicazione e e la Fisica Quantistica. Fin da piccolo mi caratterizzava una spiccata intelligenza emotiva che mi ha creato non pochi problemi nel relazionarmi con gli altri. Negli anni poi è invece diventata uno dei miei punti di forza.
– Raccontaci la tua storia in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

Ho percepito la mia identità maschile a 3 anni, senza farmi domande ero convinto di ciò che sentivo di essere. Il mio corpo non fisico, intrappolato sotto la pelle, si è sempre manifestato alla mia mente nonostante il mondo intorno a me mi rimandasse l’informazione contraria: non sei un maschio, sei una femmina. Io me ne fregavo e vivevo l’immagine dei miei pensieri pur sapendo già che la vita non mi avrebbe perdonato il fatto di essere venuto al mondo.
La sensazione di soffocamento è diventata insostenibile con la pubertà, lo sviluppo, e così a 18 anni ho cercato delle soluzioni a questo malessere senza nome. Il mio medico mi disse che al San Camillo di Roma facevano degli interventi particolari: attaccavano peni prelevati da cadaveri. L’immagine balzata alla mente era cosi lontana dalla mia idea di essere Uomo che mi arresi all’istante. Altre vicende familiari tra l’altro mi impegnavano molto e dunque per lungo tempo abbandonai ogni forma di ricerca e vissi semplicemente la mia relazione sentimentale con una donna, già felice di aver trovato una specie di “collocazione” sia personale che sociale. In quel deserto di affettività che era anche la mia famiglia d’origine, è stato comunque una specie di cordone ombelicale di nutrimento. È stato come dire: “il mondo non può darmi niente, allora per non morire di fame prendo ciò che c’è, e quel filo di cibo almeno mi sostenta”. Ho passato anni a chiedermi di cosa avessi davvero bisogno e non sono riuscito a darmi una risposta fino a 35 anni.
Penso che ogni persona che passa esperienze cosi profondamente dolorose come il non riconoscersi per lungo tempo nel proprio corpo, in un’età troppo giovane per fare propri certi strumenti di comprensione che possono aiutare, è come se lottasse ogni giorno e sopravvivesse con la volontà di dominare l’essere, o il non essere.
– Quali sono stati i punti di riferimento (associativi e umani) per il tuo percorso?

Ho avuto molti riferimenti umani: primo fra tutti lo psicologo che seguiva la mia compagna dell’epoca, che andò da lui perché mi percepiva uomo e pensava di avere lei un problema. Fu lui il primo, non avendomi mai conosciuto, a usare la parola “disforia di genere” e indicarmi la strada da percorrere e il professionista di riferimento che poi mi seguì per i successivi due anni: il Dott. Cantafio di Torino. Una volta cominciato il percorso a Torino, e iniziando a capire che forse esistevano altre realtà oltre la mia, cercai a Milano un’Associazione per confrontarmi con i miei “pari” e conobbi Daniele Brattoli, Monica Romano, Antonia Monopoli. Tra azioni e contraddizioni, Crisalide fu la mia prima “famiglia” GLBT. Come in ogni famiglia ci sono stati momenti piacevolmente indimenticabili, momenti di lotta condivisa e momenti di differenze di pensiero. Decisi di staccarmi dopo due anni perché per mia natura sono molto incline al “self made” e per inevitabili divergenze di opinioni, pur rimanendo comunque inalterata la stima verso le persone che ho citato e con le quali, oggi, stiamo ancora ragionando su un concreto scenario di collaborazione.
Nei due anni successivi “sono cresciuto” da solo, studiando, osservando, cercando me stesso al di là delle opinioni comuni, e mostrando al mondo ogni giorno la “mia” transizione, fino ad arrivare alla decisione, del tutto casuale, di mostrarla al pubblico mediatico del Grande Fratello. Sono stati anni di solitudine e riflessione, nei quali ho cercato la mia verità su che cos’è la transizione e come va affrontata. In quel periodo m sono avvicinato alla bioenergetica, ho ricominciato a meditare e a cercare una soluzione di comunicazione efficace. Dopo il Grande Fratello si è aperto un altro capitolo della mia vita.
Fuggendo dal “falò delle vanità”, che avrebbe voluto l’immagine di un transessuale FtM il cui corpo fosse l’ennesima dimostrazione di un’esibizione torbida, ho combattuto per mantenere una coerenza tra i miei ideali, la responsabilità di essere il primo FtM così pubblicamente esposto e le intime paure personali di perdere tutto quello che avevo costruito fino a lì: carriera e famiglia. Fu in quel periodo che ritrovai la mia anima associazionistica e affiancai Fabianna Tozzi nell’Associazione Transgenere. Fu un periodo fervido di idee, e capii l’importanza di essere una squadra, di rispettare l’anzianità di chi ci precede, l’umiltà di un confronto di idee tra passato, presente e futuro.
– Come è arrivata la scelta di un’esperienza di visibilità mediatica? Rimorsi? Rimpianti?

Come ho detto prima è stato casuale. Volevo fare qualcosa di determinante, qualcosa per aiutare le generazioni a venire nella possibilità di conoscere e scegliere. Da uomo di comunicazione (lavoravo nel marketing) mi sono visto come un “buon prodotto” televisivo e mi sono messo a disposizione del voyeurismo mediatico. Prima del GF una sessuologa mia amica mi propose di affiancarla per una puntata sul transessualismo per Odeon Tv, e lì mi resi conto che non temevo le telecamere, che per me parlare a una o mille persone era la stessa cosa. Quando qualche settimana dopo vidi la data dei provini del GF, andai. Senza aspettative, senza speranze di rimando narcisistico, semplicemente la voglia di aiutare “i figli di cui non sarei mai potuto essere padre” .
Non ho propriamente né rimorsi, né rimpianti, ho solo la consapevolezza che se avessi avuto accanto un’associazione mi sarei sentito meno solo contro i mulini a vento, e molte cose sarebbero potute essere spiegate meglio, agite da “noi” e non con il permesso e la concessione di qualche giornalista o presentatrice di grido. La pressione personale è stata molto forte e la sensazioni di fallimento mi ha turbato molte volte. Ho avuto molti dubbi su quello che potevo fare per essere davvero utile alla comunità GLBT, ed è stata dura in un momento personale di inizio transizione.
Poi, col tempo, maturando, superando gli interventi chirurgici e le difficoltà personali di aver perso lavoro e carriera ed essere diventato principalmente “il trans del grande fratello”, ho trovato nuovamente la mia forza, la mia coerenza e ho smesso di inquinare le mie azioni con le mie paure profonde. Ho capito che tutte le esperienze vissute, tutte, mi si erano presentate per arricchirmi e chiarirmi le idee, e che ognuno è artefice del proprio destino. Ho abbandonato il vecchio schema di pensiero giudicante che mi voleva perfetto” a ogni costo e per tutti. Quando ho deciso di collaborare nuovamente con un’Associazione ho portato come contributo semplicemente l’ottimismo di cominciare una nuova impresa, e il sorriso che mi illuminava gli occhi quando inventai la mia vita: l’umanità e la semplicità di essere me stesso.
– Gabriele Belli: un uomo eterosessuale. Ti sei mai interrogato sui corpi e sui generi che desideri? Hai mai messo in discussione la tua eterosessualità?

Si, lo faccio da sempre. Il mio amare e desiderare è sempre stato libero da schemi e pregiudizi. Semplicemente, fino a ora mi sono innamorato, legato sentimentalmente a donne, e se faccio un patto lo rispetto. Non possiamo controllare l’amore, ma finché amiamo una persona possiamo mantenere la promessa di starle al fianco. È un valore che ho sempre sentito dentro come frutto di una scelta libera, non come un obbligo. A oggi, per statistica si può definire eterosessuale.
– Che lavoro facevi prima di approdare al mondo del counseling e come ci sei arrivato?

Sono stato un Marketing Manager per molti anni in una multinazionale del ramo elettrico, mi sono avvicinato alla PNL e al Coaching trovando in questi studi gli strumenti didattici di una mia naturale determinazione. Poi però, attraverso la Bioenergetica, la Gestalt e il Counseling ho imparato il piacere del corpo, il radicamento e l’ascolto dell’altro.
L’immagine del corpo è un’invenzione di quest’epoca: almeno per l’uso che se ne fa e per lo spettacolo che ne viene dato. Ma, sul rapporto che la mente stabilisce con esso in quanto scatola delle sorprese e distributore di emozioni, oggi come cento anni fa il silenzio in generale è ancora fitto. Oggi come allora il corpo viene guardato, radiografato, ecografato, analizzato. Molto raramente, anzi quasi mai, “sentito”, “ascoltato”, “toccato”, “compreso”, “amato”. E io sono sicuro che più lo si analizza, esibisce, modifica senza consapevolezza, meno esso esiste. La bioenergetica mi ha insegnato che il corpo non mente, ricorda e trattiene le nostre emozioni, e ci indica con chiarezza che cosa non va dentro di noi.
Per una persona transessuale il corpo sembra essere il nemico numero uno da destrutturare e modificare, invece io ho capito che è un validissimo alleato che segue senza contraddizioni le naturali modifiche di cui abbiamo bisogno, a patto di rispettarlo. E che tali modifiche sono frutto di una coerenza e non di semplici nevrosi o proiezioni. Per questo, “transizione consapevole” è il mio mantra, è la ricerca del sé nel corpo, con il corpo.
– Quale tipo di percorso hai fatto?
Bioenergetica e Gestalt sono i due indirizzi complementari ai quali faccio riferimento come approccio e percorso di formazione, che sottolineano in particolare il valore del corpo, come strumento per attivare l’energia, per entrare in contatto con se stessi e con gli altri, per far affiorare le emozioni ed esprimerle in maniera intensa e completa; l’importanza dell’esperienza vissuta, più che l’analisi verbale e l’interpretazione; la necessità di operare soprattutto nel presente, ovvero nel qui e ora; il coinvolgimento attivo ed empatico del terapeuta (counselor o psicoterapeuta, a seconda del tipo di relazione d’aiuto) con la sua intuizione, creatività e congruenza.
– Quale scuola e quale corrente hai seguito?
Sono iscritto alla SIBiG, Scuola Italiana di BioGestalt® di Milano. “Condividere e trasmettere” riassume la filosofia dei miei due insegnanti, i due fondatori della scuola, Alessandra Callegari e Riccardo Sciaky e si sposa perfettamente con la mia stessa linea di pensiero, ovvero la condivisione di una passione e il voler trasmettere una visione del mondo, della vita, della relazione che è riassunta nel termine BioGestalt®, unione armonica dell’approccio bioenergetico e di quello gestaltico, partendo dalla convinzione che noi esseri umani siamo un tutto corpo-emozioni-mente-spirito, che va conosciuto, nutrito, sviluppato.
– Quali sono i principali pregiudizi riguardanti il counseling?
Non mi sento di parlare di pregiudizi. L’importante è fare cultura, e quindi fare anche cultura di Counseling, senza sconfinare in ambiti professionali diversi, ma anzi collaborando fra professionisti diversi e complementari.
Il Counseling, in particolare, è una relazione d’aiuto professionale, il cui obiettivo è il miglioramento della qualità di vita del cliente: ovvero, aiuta le persone sostenendole nello sviluppo delle proprie potenzialità, per migliorare la capacità di autodeterminazione, prendere decisioni, attuare cambiamenti, confidando nelle proprie risorse. È uno spazio di ascolto e di riflessione, nel quale esplorare difficoltà relative a processi evolutivi, modalità comunicative, fasi di transizione o stati di crisi, e rinforzare capacità di scelta o di cambiamento. Proprio per questo può essere utile per accompagnare una persona che attraversa una fase importante di crescita, ma è anche utilissimo per accompagnare chi sta intorno a queste persone: familiari, amici, partner.
– Quali sono le tecniche che hai studiato, che preferisci, e più adatte a una persona transgender?

Non posso che ripetermi: per esperienza personale porto la mia testimonianza positiva con la Bioenergetica, in termini generali posso dire che quello di cui abbiamo bisogno è l’esperienza positiva del corpo nonostante gli anni accumulati di disagio e rimandi negativi. Al di là delle tecniche, quello che conta è la relazione, il modo di essere della persona che accompagna e aiuta un’altra persona. Ed è questo che ho imparato e sto ancora imparando. Perché solo un modo di essere davvero empatico, accettante, accogliente, privo di pregiudizi può aiutare l’altro, chiunque sia.
– Alcune scuole di counseling propongono lavori con il corpo e una persona T (che magari ha un corpo che genera ancora disforia) potrebbe avere paura a lavorare sotto questo aspetto: che cosa consigli per incoraggiarla?

Come dicevo, è la qualità della relazione che fa la differenza. All’interno di una buona relazione d’aiuto, si possono anche usare lavori corporei – a tempo debito, e sapendoli introdurre con equilibrio e cautela – ma prima ancora il cliente (se parliamo di counseling) deve poter fare un percorso di consapevolezza, che comprende via via anche la conoscenza del proprio corpo. Una buona base di partenza n questo senso è lavorare sul grounding, ovvero sul radicamento, sulla capacità di “avere i piedi per terra”, come si dice in bioenergetica.
Ogni stimolo che viene in contatto con il nostro corpo è percepito dall’organismo come piacevole o doloroso. Non esistono stimoli neutri, perché lo stimolo che non riesce a provocare una sensazione non viene percepito. Noi affrontiamo la vita, fin da quando veniamo al mondo, reagendo a tali stimoli e strutturando per difesa la nostra armatura caratteriale. Una persona transessuale, nella maggior parte dei casi, “memorizza” nel corpo una serie di impressioni sensoriali spiacevoli, che la portano a rifiutare il corpo stesso, a mortificarlo, o modificarlo esasperatamente, intervenendo però solo sulla superficie del problema.
Noi ci sentiamo traditi dal corpo. Recuperare un piacere che possa rendere immediati quegli stimoli che sono in armonia con i ritmi e i toni del nostro corpo vuol dire andare a migliorare lo stato d’animo, e rimanda a impressioni sensoriali positive. Questo porterà ad acquisire una maggiore obiettività, liberandosi dai sensi di colpa della sensazione di non essere amati, accettati, adeguati.
Nella nostra società veniamo nutriti dal senso di colpa: e questo non si riferisce soltanto alla lotta per essere visti per ciò che sentiamo di essere, ma anche al sentimento di ostilità. Gli esercizi di Bioenergetica aiutano a liberare la collera repressa, e a lavorare sulla auto-condanna, incrementando l’auto-accettazione, l’auto-determinazione e l’integrazione di ogni parte di se stessi. Non ha senso rifiutare qualcosa di sé per dare spazio a un’immagine idealizzata, ed è una cosa che ho provato sulla mia pelle, esplorando a fondo le mie proiezioni, le mie nevrosi, i miei limiti. Quando ho dato spazio a ogni polarità del mio essere, ho ritrovato il piacere di vivere, ho smesso di colpevolizzarmi e ho accettato di poter essere felice. Il corpo desidera il piacere, ed è la fonte da cui scaturiscono tutti i nostri sentimenti e pensieri.
– Percorso transgender: è qualcosa di medicolegale, o investe soprattutto altri aspetti?

Assolutamente investe tutti gli aspetti della vita di una persona. L’iter medicolegale oserei dire che è la parte più “semplice”, pur nelle sue lungaggini e difficoltà burocratiche e chirurgiche. Essere Transessuali per me è uno status, e ne rivendico da sempre il riconoscimento.
Io non mi sono mai esposto in maniera continuativa politicamente e rimanendo legato a una bandiera associativa GLBT; ho fatto qualcosa, certo, ma i più pensano che dopo la partecipazione al GF mi sia ritirato a vita privata godendo di chissà quali frutti e privilegi. In realtà continuo ogni giorno la mia personale e assertiva battaglia di “uomo in costante divenire” attraverso i miei studi, la formazione continua, l’associazione Camminando di cui faccio parte, il counseling, il coaching, la quotidiana vita di un uomo che ha integrato ogni sua esperienza e continua a raccontarsi, mostrarsi, esporsi a qualunque critica e giudizio, mettendo sempre e soprattutto in discussione se stesso.

 

– Percorsi: li facciamo solo noi persone transgender?
No! Ogni essere umano è in cammino. E chi lo nega vuol dire che gioca la partita della vita sempre e solo in difesa. Ma giocare in difesa vuol dire non fare mai gol. Quindi non avere obiettivi, non rischiare, non crescere, non evolversi.

 

– Segui molte persone transgender? Le segui sotto quali aspetti?
Ho seguito, consigliato e indirizzato centinaia di persone transgender negli ultimi sette anni e ne seguo ora qualche decina tramite i social.
Con l’Associazione e come tirocinante counselor è diverso. La struttura stessa impone più ordine e disciplina, dunque “seguire” in maniera informale, da fratello maggiore, è meno possibile. Sto seguendo comunque come tirocinante tre ragazzi tra i 20 e i 30 anni, in affiancamento ai nostri psicologi e sotto supervisione.
Gli aspetti per seguire una persona sono multidisciplinari. Ognuno è un mondo a sé: come un vestito su misura individuo fin dal primo colloquio le aree sulle quali lavorare per aiutare la persona a essere più radicata e presente nelle sue scelte e decidiamo insieme quale percorso la fa sentire più a suo agio. Il complimento più grande che mi ripaga di ogni sforzo o stanchezza è “qui mi sento a casa”.

 

– Minori e genitori: anche loro vengono seguiti da voi? Se sì, con quali accortezze?

Sì, sono seguiti nella nostra Associazione lavorando in équipe dove un terapeuta segue il minore e un altro terapeuta segue i genitori. Si valuta l’ipotesi di incontri insieme (ove richiesto), e ovviamente i terapeuti si confrontano ciclicamente per mantenere una linea di percorso rassicurante ed efficace per entrambe le parti.

 

– Come si pone il “tuo” counseling sul tema del non binarismo di genere e di orientamento?

Sorrido alla domanda. Non esiste un “mio” Counseling, e il Counseling in generale, di qualunque orientamento, deve portare la persona alla sua personale e totale espressione di sé viva e vibrante. Dunque non esiste assolutamente una “posizione” rispetto al binarismo o al non binarismo, la premessa basilare di un buon Counseling è accompagnare la persona alla completa salute, intesa non come assenza di malattia, bensì come stato di benessere, fisico mentale e sociale. Il Counseling biogestaltico valorizza il diritto alla diversità, l’originalità irriducibile di ogni individuo. Mira al mantenimento e allo sviluppo di questo benessere armonioso, e non alla guarigione o riparazione di un qualsivoglia disagio che sottintenderebbe un riferimento implicito a uno stato di normalità.

 

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– Essere uomo: le trappole degli stereotipi di genere e la difficoltà ad accogliere anche una parte femminile nella propria espressione di genere: una tematica non solo FtM, ma maschile in generale: ce ne parli?

Ho fatto molti seminari in varie sedi negli ultimi anni su questo tema. Uno che mi viene in mente è: “Incontro con lo sguardo sociale – Uomini in trappola – Donne in catene”.
Quando si parla di identità di genere, ogni persona si sente in qualche modo coinvolta, quasi minacciata dal confronto con il diverso, che lo costringe a cercare di prenderne le distanze. Nel distanziarlo da sé, e nel renderlo invisibile attraverso processi di diniego sociale, lo si priva del diritto fondamentale di esistere.

Per quanto riguarda gli FtM, l’apparente privilegio di indistinguibilità con i maschi genetici, che si raggiunge esteticamente con gli ormoni, lungi dall’essere un reale privilegio, dimostra una forma molto più subdola di sottomissione: in questo caso il pregiudizio di una società maschilista si manifesta nel rendere “inesistenti. Così, spesso si cade nella ricerca di soluzioni che non diano troppo fastidio, senza eccessive pretese, all’insegna dell’adattamento.

Transizionare da femmina a maschio significa essere “promossi” nella società che innegabilmente ancora oggi riconosce maggiore importanza agli uomini piuttosto che alle donne, ma anche questa è una trappola: infatti l’essenza dell’ordine patriarcale è proprio questa legittimazione del singolo soggetto maschile, convalidata dai pari del suo stesso sesso, e che naturalizza gli uomini detentori del potere.

C’è dell’altro, poi, che non va dimenticato nella storia maschile, al di là di ogni controversia con l’altra parte del mondo: si tende a dimenticare che una parte cospicua di uomini è vittima di maschi barbari, nonostante oggi portino la cravatta, che trattano i loro uguali per genere con violenze e vessazioni pari a quelle esercitate verso le donne. Questa categoria prepotente, violenta, dispotica, di maschi dominanti e dominatori, non ha mai cessato di offendere, eliminare o rinchiudere in ghetti di varia natura tutti coloro che tentassero di svincolarsi dalle divinità falliche, di prendere le distanze dai patriarcati culturali, religiosi e politici di ogni tempo. Sembra impossibile poter vivere serenamente una visione della vita, da uomo, alternativa a quella maschio-centrica.

 

– La falloplastica è un tema tabù. Spesso gli FtM che ne parlano vengono invitati a ridimensionare il valore del fallo, vengono un po’ accusati di machismo, fallocrazia, binarismo… Ma non è forse legittimo desiderare di avere un pene?

È legittimo desiderare di essere felici, e altrettanto giusto conoscere e il valore del proprio desiderio. Ho seguito vari ragazzi il cui bisogno principale era fare la falloplastica, e si identificavano con il risultato della stessa per i più disparati motivi: minusvalore, mancanza di autostima, inadeguatezza. Penso che questi siano i presupposti sbagliati per affrontare un intervento così invasivo e ancora chirurgicamente poco soddisfacente. Ho altresì conosciuto FtM molto consapevoli di voler affrontare questo intervento per se stessi, per il piacere di vedersi e toccarsi in sintonia con l’immagine di sé, per sentirsi completi, senza però identificarsi con l’oggetto del proprio desiderio. Si sentivano uomini completi e coerenti a prescindere; e davanti all’opportunità di fare una falloplastica, ne hanno valutato i pro e i contro e hanno scelto.

 

– Il desiderio del pene è solo legato ai rapporti sessuali, o è molto più profondo?

Sono certo che è molto più profondo. Ma in un’epoca che è tripudio di operazioni chirurgiche, di tagli e di aggiunte, sembra che la “cura” sia tutta meccanica, che si tratti di lunghezze e di larghezze, di dosi e di aggiunte. Il desiderio viene identificato con la sua parte fisica e questa è la maniera più sofisticata di negare al desiderio la propria verità. La manipolazione del desiderio è la capacità di rendere sordi rispetto a quanto di disturbante ha da dire.
Tutti sembrano sapere che cosa desidera un uomo o una donna, o un persona queer, trans, gay, lesbica. Nel caso del pene si apre uno scenario lungo decenni, dai primi studi psicoanalitici. C’è una specie di infantilismo nel desiderio del pene da parte di un uomo, perché come bambino si permette di mettere le proprie fantasie nella realtà. Eppure il desiderio è canzonatorio e contraddittorio nel suo essere ludico: sono stati versati fiumi di inchiostro sulla prepotenza della virilità maschile, ed è difficile non tentare di moralizzarla. Ma la questione sta nell’accettare che perfino la dolcezza (o, per un FtM, l’assenza di un pene) non sia una virtù. Il desiderio ha ragione, una ragione che può essere presa per arrogante ma sa dirci molto di noi.

 

– Perché ai rapporti penetrativi viene ancora attribuito machismo?

Questo è un nodo difficile da scogliere: il desiderio maschile è ancora visto come una pretesa, una prepotenza, un modo di far sfuggire il piacere a un servizio o a una schiavitù. Io penso che penetrare ed essere penetrati è un gioco di desideri incrociati, ma ci vorrà molto tempo prima che la sfasatura originaria venga sanata.

 

– Sappiamo del tuo progetto For To Man. Che particolarità hanno le protesi di ForTo Man?

ForToMan è nato per un mio bisogno di completezza. Dieci anni fa ne studiai le forme, i materiali, cercando per me stesso il meglio. L’unico sito che mostrava un realismo eccezionale, almeno dalle foto, era estero e le cifre in dollari per le protesi davvero proibitive. Un mio amico ne acquistò una e la delusione fu immensa: il pene era bello da vedere ma pesantissimo, importabile perché faceva una “gobba” piegandolo sia verso l’alto che il verso basso. Dopo qualche mese di utilizzo solo per i rapporti si cominciò anche a “sfaldare”. Ben 500 dollari più costi di dogana buttati.

Da quella delusione, per empatia con lui e per il mio stesso bisogno, cominciai a cercare una soluzione chiedendo informazioni a chi faceva trucchi scenici e agli odontotecnici, almeno per la loro esperienza dei materiali. Acquistai online un piccolo “packer” pieno e morbido da un sito tedesco, lo copiai, lo inventai cavo come un imbuto e poi da lì ne feci un altro per un mio amico. Altri ragazzi ai quali mostravo la mia soluzione mi chiesero misure maggiori, e da lì, copiando falli di dimensioni medie ma con la funzione per urinare e l’asta per renderlo duro, passo dopo passo sono arrivato a creare un laboratorio dedicato. La svolta per accuratezza estetica l’abbiamo fatta l’anno scorso. Ho fatto fare dei calchi da peni originali, e ormai, con la massima conoscenza dei materiali, possiamo replicare un modello come fosse l’originale.

 

– Uno dei maggiori limiti delle protesi è che il loro uso è limitato al sesso “vaginale” (che non è per forza il sesso eterosessuale, visto che esistono donne col pene e uomini con la vagina!) Questa riflessione è stata da fatta? Come avete risolto la questione?

Non c’è stata una riflessione mirata, semplicemente perché come ideatore contemplo tutte le possibilità di benessere che può dare la completezza di una protesi: orale, anale, vaginale. Ognuno è libero di usarlo seconda le proprie fantasie. Esiste la versione “Realdoe” che dà eventualmente la possibilità a un FtM di esplorare la penetrazione vaginale come una prolunga della sensazione maschile di avere un pene.

 

– Usando le vostre protesi vi è piacere psicologico. In qualche modo vi è anche piacere fisico?

Veramente quando ho ideato le protesi il mio obiettivo è stato quello del piacere fisico, l’aspetto psicologico era talmente ovvio che non era in discussione. La base di appoggio è personalizzata a seconda della individuale sensibilità del clitoride, e a tal proposito io sono sempre a disposizione per scegliere insieme al cliente la “sua” soluzione. Abbiamo risultati di piacere fisico da parte dei nostri acquirenti pari al 90%. Il 10% che non riesce a raggiungere l’orgasmo è la naturale percentuale di chi ha problemi a lasciarsi andare e a vivere con serenità l’uso di un “sex toy, per quanto realistico.

 

– Ci sono diverse dimensioni, colori e materiali?

Abbiamo protesi di quattro dimensioni diverse, in modo da coprire la maggior parte delle esigenze. Negli anni abbiamo ascoltato tutte le richieste e, tralasciando per filosofia aziendale la produzione di dimensioni extra long ed extra large, spaziamo tra i 9/10 cm per le protesi funzione STP fino ai 15/17 cm x 14 per i 3 in 1. Sfumature realistiche policromatiche a richiesta del cliente: chiara, media o scura ed eventualmente asiatica.
Quanto al materiale, è il migliore al mondo: silicone al platino medicale, usato nell’industria cinematografica e ospedaliera

 

– Le protesi risolvono anche il problema dei bagni pubblici?

Assolutamente sì. Diventa solo più difficile usare gli orinatoi a parete perché per la protesi più piccola serve un minimo di “gioco” per spostarla sotto l’uretra e inclinarla verso il basso per far defluire l’urina. Ma in generale la sola possibilità di poter urinare di spalle alla porta è già un grande vantaggio.

 

– Sono protesi da portare solo durante i rapporti o quotidianamente?

Si possono portare 24 ore su 24.

 

– Qual è la consistenza delle protesi?

Morbida come pelle, a meno che uno non scelga una durezza maggiore. Basta chiedere.

 

– Una domanda conclusiva: chi è Gabriele Belli oggi?

Un uomo che continua a guardare la vita con piacevole stupore e illimitata fiducia nel futuro, nonostante la consapevolezza che ogni giorno ci siano prove da superare. Un imprenditore al servizio di una comunità in continua crescita ed evoluzione.

Poliamore: la parola a Laura Daniele, poliamoros*, genderfluid e bisex

Quando scrissi di Poliamore su questo blog, non c’erano (o non li trovaii io all’epoca) punti di riferimento in Italia. Alcune delle mie idee derivavano dalla visione che la comunità LGBT aveva del tema, non priva di pregiudizi.
Nel voler scrivere di nuovo in merito, dopo l’evento a tema proposto dalla mia associazione, ho preferito far parlare a chi questa realtà la vive, e far confrontare questa persona con tutti i miei dubbi, domande, e curiosità, in modo da smontare i pregiudizi involontari che io potrei avere sul tema, ma anche i lettori.
Laura Daniele è una persona bisessuale, poliamorosa e genderfluid, che ha deciso di rispondere ai miei/nostri dubbi. Ecco le sue risposte….

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⦁ Innanzitutto dicci qualcosa di te. Età, provenienza, sesso, genere, orientamento affettivo e sessuale, professione/percorso di studi, passioni e hobbies

Ho 30 anni, sono originari* del Vicentino, genere gender-fluid (cioè con un’identità di genere parzialmente maschile e parzialmente femminile) ed orientamento affettivo bisessuale.
Ho studiato al liceo fino ad ottenere la maturità scientifico-tecnologica ed attualmente sono impiegato programmatore.
Tra le mie passioni posso annoverare la lettura, la musica (ascoltarla e suonarla), giochi da tavolo, giochi di ruolo(da tavolo e dal vivo).

⦁ Quando hai capito di essere poly? Chi sa di te? (lavoro famiglia, etc etc) Fai anche attivismo in merito? Se si, come?

Ci tengo a far presente che durante l’adolescenza, quando ho iniziato a capire meglio il mio orientamento sessuale e le mie preferenze affettive/relazionali, nonché il mio genere, parole come “poliamore” ancora non c’erano(o quantomeno non erano giunte al mio orecchio).
Persino l’esistenza della bisessualità mi era ancora sconosciuta, per non parlare della fluidità di genere (maschile-femminile).
Di conseguenza è stato piuttosto difficile per me comprendere e accettare la mia indole poliamorosa, mi vergognavo dei miei desideri e dei miei pensieri, ero certa nessuno mi avrebbe mai potuto accettare per come ero e, peggio di tutto, pensavo di essere solo io ad essere così.
Ciò che principalmente desideravo era un rapporto di affetto e amore con più di una persona, in un rapporto dove i partner fossero consci e d’accordo con questo tipo di relazione. La connotazione fisica era secondaria, in quanto ho spesso dato più importanza alla parte emotiva della relazione.

Sul posto di lavoro ovviamente tengo tutte queste cose per me, principalmente perchè preferisco essere giudicato per i miei risultati lavorativi piuttosto che per la mia vita personale e privata.
La mia famiglia lo sa perchè ho fatto coming out anni fa, la questione genderfluid non gli è stata chiara e per la maggiore viene, diciamo, “ignorata” così come la bisessualità che è stata piuttosto osteggiata inizialmente ed ora viene ignorata con decisione.

Nello specifico riguardo al poliamore la mia famiglia accetta con riserva la cosa considerandola una situazione temporanea e senza futuro, purtroppo.
Col passare del tempo, conoscendo persone nuove e vivendo a Padova ho avuto la possibilità di ampliare di molto le mie conoscenze su queste realtà e darmi la possibilità di viverle con maggiore libertà.
Faccio attivismo riguardo al poliamore parlandone con le persone che conosco e rispondendo alle loro domande e ai loro dubbi sulla questione, partecipando ad incontri liberi che avvengono a Padova dove chiunque può partecipare, esporre i propri dubbi e ascoltare le esperienze mie e di altre persone poliamorose per farsi un’idea di che cosa siano le relazioni affettive comprese nella definizione di “poliamore” o “non-monogamie etiche”.
Ci tengo a sottolineare che non si tratta di “proselitismo”, ma semplicemente di informazione rivolta a chi vuole porre delle domande sull’argomento.
(Quel tipo di informazione che avrei fermamente voluto avere io in più giovane età e non ho mai avuto la possibilità di chiedere. )

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⦁ Quali sono state le reazioni al tuo coming out come poly? Quali gli ambienti più ostili e quali quelli più favorevoli?

Le reazioni al mio coming out poli solitamente vanno dalla curiosità alla perplessità, reazioni ostili non ne ho fortunatamente ricevute. L’ambiente meno favorevole che ho trovato al mio coming out poli è stato nella mia famiglia, ma mi considero comunque una persona più fortunata rispetto ad altre perché sia i miei genitori che mio fratello maggiore mi hanno comunque rassicurato sul loro affetto nonostante quelle che definiscono le mie “stranezze” (pressoché incomprensibili ai miei genitori).

Quando ti sei scopert* poliamoros*?  Si dice poliamoros* o poliamorista?

Principalmente dalla prima adolescenza dove mi sono res* conto di desiderare un rapporto affettivo con più persone (a prescindere dalla componente sessuale), ho accettato la cosa a 25 anni, quando ho conosciuto le prime persone poliamorose.

Riguardo alla questione “poliamoroso” o “poliamorista” devo ammettere che non mi tocca molto, di conseguenza non sono molto informato a riguardo.
Per rispondere a questa tua domanda preferisco rimandare ad un sito dove viene spiegato da persone più competenti di me in materia.

Quando viene coniato il termine poliamore?

Per questa domanda tecnica ammetto di aver preferito ricercare la definizione corretta su Wikipedia, essendo ben spiegata mi permetto di citarla:

“Il termine è stato coniato indipendentemente da più persone, tra cui Morning Glory Zell-Ravenheart che introdusse il termine «relazione poliamorosa» nel suo articolo A Bouquet of Lovers nel 1990, e Jennifer Wesp che creò su Usenet il newsgroup alt.polyamory nel 1992.[2] Tuttavia occorrenze del termine sono state reperite già a partire dagli anni sessanta, e le relazioni poliamorose sono ovviamente esistite da ben prima che il termine venisse creato. Molto probabilmente il termine è da far risalire all’opera di Charles Fourier che nel suo Il nuovo mondo amoroso descrive in maniera dettagliata questo genere di rapporti. Non è un caso che la sua opera sia stata pubblicata proprio nei primi anni 60 influenzando massicciamente il dibattito del tempo.”

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Qualcuno parla di due modalità poliamorose: lone wolf, ovvero la persona che ha più relazioni, tutti/e sanno delle altre relazioni, ma non sono amici/partner tra loro, e “tribal”, in cui tutte le persone sono tra loro intrecciate da amore/amicizia. Puoi spiegarci la differenza tra queste due modalità, tra altre ulteriori oltre a queste, e tutte le sfumature e vie di mezzo? Potresti poi dirci quali sono invece quelle o quella che tu preferisci?

Questa domanda è molto complessa, poliamore è un termine ombrello che comprende diversi tipi di relazioni affettive diverse da quella culturalmente più diffusa e promulgata della coppia monogama uomo-donna.
Le due caratteristiche principali del poliamore sono la non-monogamia e la consensualità di tutte le parti coinvolte.
Di conseguenza c’è chi per il suo percorso di vita e le sue preferenze si trova in relazione con più partner che non hanno un rapporto di amicizia o affettivo tra di loro (magari per differenti orientamenti sessuali o semplicemente perché non si trovano così interessanti l’un l’altr*), in altri casi invece anche tra i partner di una persona si formano legami più forti, dall’amicizia fino a veri e propri rapporti amorosi.
In quest’ultimo caso si vengono a formare dei gruppi, a seconda del numero di persone coinvolte si possono definire come un trio, un quartetto o più.
Dopodiché qualunque variante tra uno e l’altro tipo di relazione possiate immaginare sicuramente sta già venendo vissuto da qualcuno, e magari ha anche già ricevuto una denominazione (in caso vi servisse un termine per definirvi parlando con qualcuno).

Amicizie tra ex…sono più frequenti nel mondo poly? Che ne pensi tu, in prima persona?

L’unico motivo per cui immagino (ma premetto che non ho dati statistici a riguardo perciò esprimo solo un mio personale parere) che le amicizie con ex possano essere più frequenti in ambito poli potrebbe essere il maggior lavoro su se stessi e sulla comunicazione nel rapporto poliamoroso che possono aiutare ad evitare rotture brusche che lasciano l’amaro in bocca e guastano i rapporti.
Credo che nel permanere di un’amicizia con un ex incidano il modo in cui si è chiuso il rapporto e l’intensità dello stesso.
Allo stesso tempo il non ricorrere a “schemi prestabiliti” potrebbe aiutare a superare la più comune mancanza di contatti dopo la chiusura del rapporto affettivo.
Mi spiego meglio: pensando soprattutto ai più giovani (ma non solo!) l’inizio di una relazione con un/una partner si basa sul semplice accordo dell’esistenza di una relazione affettiva tra i due (ad esempio: “Stiamo assieme” o “Siamo una coppia”) che in sé comprende una serie di regole comuni il più delle volte non esplicitate (ad esempio il fatto che la relazione sia monogama o che l’altra persona rinunci ad uscire con gli amici per stare con il partner, per citare alcuni esempi comuni).
Spesso, per imbarazzo o semplicemente perché non si contempla la possibilità di parlarne chiaramente, queste regole difficilmente vengono discusse dalla coppia, soprattutto inizialmente.
Ma ogni coppia, così come ogni rapporto poliamoroso, sono formati da persone diverse le une dalle altre, e non tutti hanno gli stessi desideri o gli stessi bisogni. Cucire” la relazione su misura in base alle persone coinvolte permette ai partner di comunicare profondamente e chiaramente i propri bisogni, le proprie possibilità ed i propri limiti in maniera che l’altr* partner possa esserne consapevole, decidere di accettarli e capire come comportarsi.
Dal momento in cui per i rapporti multipli questo insieme di regole non scritte non esiste, il lavoro di “cucitura” della relazione è d’obbligo per creare delle fondamenta solide.
Questo potrebbe di conseguenza anche permettere più facilmente la possibilità di mantenere contatti con ex-partner, anche di buona amicizia. (Cosa che tranquillamente avviene anche dopo il termine di rapporti monogami, ovviamente)

In prima persona posso dire che con alcuni dei miei ex è rimasta una buona amicizia mentre con altri una volta interrotto il rapporto non ci sono stati ulteriori contatti perchè comunque, nonostante il lavoro su se stessi(che non a tutti dà risultati negli stessi tempi) anche nelle relazioni poliamorose così come in quelle monogame le rotture definitive (e anche dolorose) dei rapporti esistono.

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Cosa sono le monogamie etiche? E che si intende per monogamia etica?

Per monogamia (o poligamia o poliandria) etica si intende un tipo di relazione basato sull’onestà e la trasparenza tra i partner.

Come chiamate i “monoamoristi”?

Non posso parlare a nome dell’intera comunità poliamorosa ovviamente, ma se devo parlare di una persona con preferenze monogame la definisco così o semplicemente monogama.

Differenza tra poliamore, coppia aperta, battitori liberi (chi è single non deve essere fedele a nessuno), e fedifraghi/adulteri

Ci tengo particolarmente a parlare della differenza tra poliamore e fedifraghi/adulteri, proprio perché come già dicevo una delle principali e più importanti caratteristiche del poliamore è la consensualità. Questo significa che tutte le parti coinvolte devono essere a conoscenza dell’esistenza degli altri partner e soprattutto essere d’accordo.
Una relazione affettiva di qualunque tipo cresce sana su regole stabilite esplicitamente tra le parti, nel caso della coppia monogama una delle regole è che non ci siano altri partner oltre alle due persone coinvolte, nel poliamore invece sono diverse a seconda di ciascuna situazione specifica.
Di conseguenza andiamo dalla coppia aperta che si basa sulla regola di avere rapporti sessuali con altre persone senza coinvolgimento affettivo(da molti non considerata come poliamore in quanto non comprende il coinvolgimento affettivo di più partner ma solo fisico) al singolo che preferisce non coltivare una relazione con una persona sola ma con più partner con la stessa intensità, e con ciascuno di essi si accorda sulla regola di non unicità del rapporto affettivo.
Ci sono poi diversi altri casi di cui vi invito ad approfondire nei link che indicherò successivamente per chi può essere curioso o interessato.

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Il poliamore è fare sesso con più persone, amandole tutte quante, oppure si possono avere anche partner di solo sesso/amicizia?

Come spiegato precedentemente, la seconda opzione.
Anche se per molti non viene considerato poliamore nel momento in cui non vi sono relazioni affettive tra più di due partner.

Alcuni parlano di relazioni tutte alla pari, altre di una relazione principale ed altre secondarie. Spiegaci meglio…

Semplicemente nelle relazioni con più di una persona si può vivere un’intensità uguale o simile per tutti i rapporti affettivi in cui si è coinvolti ed in quel caso si definiscono relazioni alla pari, nel caso in cui l’intensità del rapporto sia differente da partner a partner (per le più svariate motivazioni) si può definire una relazione primaria rispetto ad un’altra, di conseguenza secondaria.

Poli…amore: ma cosa si intende esattamente per “amore”?

Che cos’è l’amore nel poliamore? Direi semplicemente l’amore che una persona può provare nei confronti di un’altra, solo che anziché accadere con una persona sola alla volta, avviene con più di una persona nello stesso tempo.

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Alcuni poly non tendono forse ad essere giudicanti verso i mono? Danno per scontata la loro infedeltà, minor trasparenza…

È difficile rapportarsi con una realtà che troppo spesso risulta giudicante nei tuoi confronti e a volte alcune persone tendono a comportarsi allo stesso modo con la controparte.
È un atteggiamento che esiste in alcuni individui di entrambe le posizioni ideologiche e purtroppo non solo non è costruttivo, ma anche nocivo per la pacifica comprensione e convivenza.

Gelosia: è un argomento di forte riflessione nel mondo poly, ma a volte viene giudicata tout court. Non pensi che ci possano essere forme “sane” di gelosia, magari all’esterno del poliamore?

A dir la verità ritengo la gelosia un sentimento poco piacevole da provare, di conseguenza fatico a trovargli una connotazione particolarmente positiva.
Del resto è un sentimento che possiamo provare e non ci fa bene stigmatizzarlo e negarlo. Ci aiuta di più accettare la sua presenza dentro di noi per poterlo elaborare.

Credo che il più delle volte la gelosia nasca da una forma di insicurezza, in sé stessi o nel rapporto.
Come la maggior parte delle persone anch’io l’ho provata e mi sono confrontato sull’argomento con amic* o conoscenti, le componenti più diffuse che ho trovato sono finora:
– la preoccupazione di perdere il/la partner e/o le sue attenzioni,
– la paura che il partner dedichi ad altr* le attenzioni che invece si vorrebbero in esclusiva,
– la preoccupazione di “perdere” nel confronto con gli altri e scoprire che il partner preferisce loro a noi.

Ho avuto modo di riflettere personalmente su questi aspetti e devo dire che non è stato facile!
Ho compreso che non è sano per me avere “bisogno” del partner, come se tutto il mondo girasse intorno a lui/lei. Sembra ovvio per alcuni, ma non per altri l’importanza di mantenere la propria individualità all’interno del rapporto pur ragionando nell’ottica del mantenimento del benessere di entrambi.
Ho quindi imparato a considerare la relazione affettiva come un bel valore aggiunto al nostro percorso di vita, ma non qualcosa di fondamentale per completarci.
Nel momento in cui io sto bene con me stess* iniziare una relazione affettiva con una o più persone mi richiede di sacrificare del tempo e delle energie che potrei dedicare a me, ma mi dà anche una serie di aspetti positivi che credo valgano il sacrificio.

Poi è importante ricordarsi che se noi e il nostro partner ci siamo scelti in base a quanto dicevo prima è perché stiamo bene l’un* con l’altr*, di conseguenza nessuno dei due interromperà facilmente il rapporto senza motivazioni più che valide.
Nel rapporto poliamoroso, per esempio, non è necessario che una nuova relazione richieda la cessazione della relazione già esistente, ma sicuramente richiede di stabilire delle regole perché tutti si sentano a proprio agio nella situazione.

Il fatto che al/alla nostr* partner interessi un’altra persona non significa che noi non gli/le risultiamo più interessanti, ma semplicemente che anche un’altra persona incontra il suo interesse.
Nella nostra cultura veniamo cresciuti con l’idea che per noi esista solo un’anima gemella, ma è una credenza che al confronto poi con la realtà ci crea delle aspettative che facilmente possono venire deluse.

Insomma, per evitare di dilungarsi ulteriormente sull’argomento (sul quale si potrebbe tranquillamente discutere per ore essendo piuttosto vasto!) posso dire che può succedere di provare interesse per qualcun altro nonostante si sia in una relazione (dopo la fase iniziale di innamoramento è importante che il mondo al di fuori della coppia torni ad esistere per i partner ), partendo sempre dalle regole stabilite tra le parti anche l’autostima ed il rispetto verso l’altr* partner permettono di gestire la situazione e soprattutto la questione gelosia al meglio.

Credo che la gelosia sia un sentimento che esiste nella maggior parte di noi (e in quanto tale vada accettato) e su cui lavorare assieme al/ai partner, senza vergogna o accuse (per questo ritengo sia importante parlarne prima che la gelosia faccia male innescando reazioni impulsive).

Certo non è semplice parlare apertamente delle proprie emozioni con la persona che amiamo e che, quindi, con una reazione negativa può farci soffrire più di altre, ma riuscire a farlo con la dovuta delicatezza è una buona dimostrazione di fiducia che aiuta i partner a capirsi meglio, a rassicurarsi l’un l’altro e a discutere le regole della relazione per permettere alle parti la giusta serenità nella relazione.
Un’altra importante componente da ricordare è trovare il giusto equilibrio tra la protezione di noi stess*, come delle nostre necessità, e l’interesse per il benessere della persona amata.
Nessuno può dire che sia facile, né per le coppie monogame né per quelle non-monogame!

C’è chi è di indole più o meno tendente alla gelosia, interrogarsi su che pensieri ricorrono nella nostra testa quando proviamo questo sentimento “scomodo” ci può aiutare a capire le cause prime che lo scatenano e aiutarci a lavorarci sopra.
Posso solo consigliare(come mi disse una psicologa con cui mi confrontai tempo fa) un buon lavoro su se stessi, moltissima comunicazione chiara e trasparente tra i partner e fiducia nel rapporto.

Solo un’ultima cosa mi permetto di dire: ho sentito spesso affermare che la gelosia dimostra che i nostri partner ci tengono veramente a noi… Devo ammettere che questa definizione non mi piace per nulla, un/una partner può tranquillamente dimostrare di tenere a noi con mille attenzioni positive differenti in modo più sereno che soffrire e limitare la nostra libertà per paura, insicurezza o senso di possesso.

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Poliamore e tradimento: quando una persona aggiunge una relazione al di fuori di quelle dichiarate e condivise, non è comunque un tradimento?

Il tradimento esiste anche nel poliamore in quanto tradimento delle regole decise assieme alle parti coinvolte.
La trasgressione di queste regole si può definire tradimento a prescindere che esse siano di monogamía o di altro genere.
Per portare un esempio tra i molti, nel caso di una relazione comprendente 3-4 persone in cui si è deciso di comune accordo di non iniziare altre relazioni al di fuori del trio/quartetto aggiungere una relazione senza averne prima parlato con gli altri è un tradimento delle regole condivise, così come potrebbe esserlo in una coppia(monogama) con le stesse regole.

⦁ Rapporti tra un poly e un non poly: come gestirli?

Credo sia un compromesso difficile da raggiungere nel momento in cui sono presenti altri partner, ammetto che personalmente non saprei bene come gestirla, soprattutto nel momento in cui dalla parte poli sono già presenti altri partner o si presentano nel corso della relazione.

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⦁Genitorialtà condivisa: cosa ne pensate? Se un gruppo di poly volesse progettare una genitorialità? E’ un tema dibattuto?

Posso dire che so dell’esistenza di famiglie poligenitoriali e personalmente le considero alla pari delle famiglie numerose che erano frequenti in Italia e negli anni passati dove nella stessa famiglia convivevano diverse generazioni e i bambini avevano più figure adulte a cui fare riferimento.
Da ciò che ho potuto leggere e discutere nei gruppi di discussione ritengo si tratti comunque di un tema dibattuto all’interno della comunità poli, soprattutto per l’ampia gamma di differenti tipi di relazioni non monogame esistenti, ciascuno con le sue caratteristiche e necessità.

⦁ “Scorporare” il matrimonio. Se io desiderassi un progetto di genitorialità con una persona, un amore romantico con un’altra, la sfera sessuale con un’altra ancora, la dimensione patrimoniale con un’altra ancora, come potrei tutelare legalmente queste mie esigenze? Sono temi dibattuti nel mondo poli?

Sono temi dibattuti, esistenti ma difficili da gestire nel momento in cui non esistono ancora leggi che permettano questo senza possibili difficoltà nel momento in cui si abbia necessità di tutelare legalmente tutti i propri affetti.

⦁ Poliamore e bisessualità: due temi spesso confusi, possiamo a fare chiarezza?

Non si tratta di nulla di complicato in realtà, ma è difficile fare chiarezza senza ricevere informazioni chiare e corrette.
Il poliamore è uno stile relazionale (come lo è la monogamia) mentre la bisessualità è un orientamento sessuale e affettivo (come l’eterosessualità, l’omosessualità o l’asessualità).
Possono esistere una coppia gay, lesbica o etero così come possono esistere un trio o un quartetto (o più) con all’interno persone con lo stesso o con diversi orientamenti sessuali.

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⦁ [Inserisco questa domanda su suggerimento dell’intervistat*, perché è una “domanda latente” ed è molto importante fare informazione in merito]
Avere rapporti fisici con più partner aumenta il rischio di contrarre MTS (Malattie sessualmente trasmissibili)?

In realtà no, soprattutto se non si dà per scontata la propria o altrui buona salute come fin troppo spesso accade!
E importante preoccuparsi di questo aspetto, a prescindere che ci si trovi in una relazione monogama, poli o nel momento in cui siamo single e cerchiamo rapporti occasionali.
Con preoccuparsi intendo innanzitutto proteggersi durante i rapporti (ci sono ormai una vasta gamma di prodotti pensati per la protezione della nostra salute: dai profilattici specifici per i diversi tipi di utilizzi, ai preservativi femminili, al dental dam per alcuni tipi di rapporti orali). Non siate timidi/e e chiedete in farmacia o fate una semplice ricerca di questi termini su google!
Altra pratica importante è fare periodici controlli tramite test e analisi.
Molti non lo sanno ma in diversi ospedali è possibile fare le analisi per HIV ed epatite gratuitamente e anonimamente, così come alcuni consultori mettono a disposizione un servizio ginecologico per minori e/o persone meno abbienti.
E’ buona norma fare le analisi del sangue almeno una volta all’anno anche se non si è cambiato partner negli ultimi mesi o anni, e non dimenticare che alcune di queste malattie non si trasmettono solo tramite rapporto penetrativo.

La scelta di non utilizzare protezioni in un rapporto, che sia con una o più persone, deve essere una scelta consapevole e condivisa da parte di tutti, preceduta da dei controlli medici che accertino la perfetta salute di tutti i partner coinvolti.
Può sembrare ovvio per alcuni, ma meno per altri: controllarsi tramite test, visite ed analisi non è una cosa di cui vergognarsi, ma un buon comportamento igienico che ci permette di proteggere e conservare al meglio la nostra preziosa salute e anche quella del/dei partner.

Probabilmente si nota (vista la prolissità della risposta), ma questo è un aspetto che mi sta molto a cuore perché purtroppo non ho avuto occasione di ricevere una corretta educazione sessuale durante la mia crescita e ho conosciuto le buone pratiche per la corretta prevenzione dalle MTS oltre i 25 anni, quando nel mio primo rapporto poliamoroso uno dei ragazzi con cui ero in relazione si è preso il tempo (e la pazienza) di spiegarmi tutto (per mia fortuna è uno studente di medicina che ha frequentato diversi corsi di specializzazione sull’argomento).
Sapersi proteggere e saper proteggere i nostri partner invece è un argomento importante che trovo fondamentale affrontare fin dall’adolescenza!

⦁Come proteggere i luoghi di incontro poly dallo sguardo o la curiosità pruriginosa di chi poli non è, ma cerca incontro facile?

Credo la cosa migliore sia organizzare incontri o eventi poli di cui sia a conoscenza principalmente la comunità poli (attraverso gruppi facebook o forum nei siti di riferimento), comunque rimane l’esistenza di luoghi di incontro dove persone poliamorose e persone semplicemente curiose possono conoscersi e discutere in un ambiente tranquillo, spero aiutino a far capire a chi si avvicina con la speranza di un incontro facile che questa realtà probabilmente non è ciò che cerca.

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Silvia: referente LGBT per Rifondazione, femminista, etero, pastafariana e drag king

Quante cose è Silvia Conca! referente sui diritti LGBT per Rifondazione Comunista, femminista, donna etero, pastafariana e drag king

Ho conosciuto Silvia Conca ad una cena Pastafariana organizzata al Circolo Culturale Harvey Milk Milano, nel periodo in cui aveva una delle sue sedi a Sesto San Giovanni. Mi ha colpito molto il fatto che fosse attivista in un’associazione femminista, ma mista e trasversale. E’ stato per questo che, quando Rifondazione Comunista l’ha nominata referente per le tematiche LGBTQIAP, ho deciso di intervistarla…

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Ciao Silvia: raccontaci di te. Provenienza, età, studi, professione, passioni…

Ciao! Sono originaria di Gravina in Puglia, un bellissimo paese dell’Alta Murgia per cui nutro un grande amore, ma vivo da qualche anno nell’hinterland milanese, a Cinisello Balsamo, un luogo con cui sto sviluppando un legame speciale. Dalla provincia alla periferia, mi piace guardare il mondo dal margine.
Ho 33 anni e ho studiato da fotografa, professione che provo a fare. In questo momento sto studiando comunicazione digitale e spero di riuscire a valorizzare le competenze fotografiche in quell’ambito. Non è facile, perché i miei sono settori di lavoro attraversati dalla precarietà, dall’intermittenza, dalla tendenza al pagamento in visibilità, ma non sono una che si arrende facilmente, anzi, sto provando a concepire un intervento politico su queste problematiche, oltre ad aspirare a una maggiore stabilità individuale. La politica è il mio modo di stare al mondo, una passione totalizzante che vivo cercando di coniugare teoria e pratica, strada e pensatoio, relazioni e studio. Resta poco tempo per coltivare altre passioni in maniera sistematica, ma cerco di passarlo all’insegna della curiosità, sperimentando cose nuove.

 

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Parlaci di Luca, il fedelissimo bearino etero che ti accompagna in tutte le tue peripezie e tuo con-sorte

Io e Luca ci siamo conosciuti in Abruzzo nel 2009: facevamo i volontari nella tendopoli per terremotati di San Biagio in Tempera. Quel progetto, nato per iniziativa del Partito della Rifondazione Comunista e poi capace di allargarsi e acquisire una vita propria con le Brigate di Solidarietà Attiva , non ha solo generato una relazione collettiva tra politica e soggetti sociali, ma anche legami umani immediati, forti, duraturi.
Il nostro è stato ed è un legame d’amore scandito dalla militanza.

Luca ha 37 anni, fa il sistemista informatico, è curioso e espansivo e passa il suo tempo libero a dividersi le riunioni con me. Karl Marx veniva chiamato da sua moglie “orsacchiotto selvatico“, il tuo definirlo “bearino” mi ha fatto pensare a quello e mi ha strappato un sorriso.

 

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E poi c’è la tematica religione e la politica, parlaci di te come atea/agnostica, pastafariana e attivista nel partito

Non riesco a immaginarmi in una dimensione spirituale di alcun tipo. Rispetto chi riesce a trovare conforto nell’idea di essere parte di un disegno su questa terra e oltre la morte. Io accolgo con serenità, invece, i miei limiti da essere umano finito che vive qui e ora ed è destinato alla morte. Cerco di vivere una vita piena e di attenermi a princìpi etici che, nel loro rigore, sono frutto del mio stare al mondo e della responsabilità che sento nei confronti dell’appartenenza all’umanità con le sue contraddizioni. Le contraddizioni mi interessano più dei dogmi in ogni ambito.

Sono stata pastezzata col nome di Puttanesca di Porto qualche anno fa, ma non sono mai riuscita a dare un contributo costante alla Chiesa Pastafariana per via dei troppi impegni. Non manco mai, però, di fare un salto negli spezzoni festosi e colorati della Chiesa durante i cortei, se non altro per “suggere” qualche sacra bevanda e onorare la mia appartenenza. Trovo l’operazione pastafariana interessante, capace di mettere in luce con l’ironia le contraddizioni della categoria di laicità negli ordinamenti giuridici contemporanei.

È proprio la laicità, poi, che mi interessa in ambiti politici più ingessati come quelli della militanza in Rifondazione Comunista. È un concetto che nel senso comune ha un’interpretazione del tutto positiva, ma la realtà è più complicata delle aspettative. Per laicità storicamente si intende il processo di passaggio del potere normativo e punitivo dalla Chiesa allo Stato nell’epoca in cui si è consolidata la nascita degli Stati-Nazione: questo passaggio di potere non ha comportato un distacco automatico dai principi religiosi, ma solo un cambio al vertice.

L’Illuminismo ha prodotto un cambiamento, ma il vizio originario del concetto di laicità resta. Abbiamo visto quanto ha pesato l’influenza della Chiesa Cattolica sulla legislazione attraverso operazioni formalmente laiche come il Concordato, cioè un patto tra Stati, il potere di un partito come la DC, la presenza organizzata nei partiti della Seconda Repubblica. Ne paghiamo le conseguenze sulla nostra pelle. La situazione si complica con la schizofrenia europea rispetto alle nuove fedi che si stanno affermando attraverso i processi migratori. Si passa dalle concessioni alla Sharia al divieto del velo. Si continuano a contrapporre islam moderato e fondamentalista, mentre si sottovaluta il fenomeno dell’islamismo politico. Proprio rispetto a questi temi ci aiuta l’elaborazione del popolo curdo, che sta combattendo in prima linea contro l’Isis, ma mette in luce le mancanze della laicità rispetto a un’idea di società libera e autodeterminata.

A me piacerebbe che come partito riuscissimo a far vivere l’idea di laicità che si è affermata nel senso comune in categorie nuove tutte da inventare.

 

Tu e Luca avete sempre avuto a cuore le tematiche LGBT, perché?

Nel suo caso credo che l’interesse sia frutto della curiosità che lo anima per tutto ciò che non vive direttamente e che lo stimola a riflettere. Lui tende a mediare l’empatia con la razionalità.

Per me è diverso. Sono una donna che ha trovato nell’analisi femminista della realtà risposte alla sua condizione in un mondo in cui il patriarcato è riuscito a reinventarsi. Quelle risposte, però, erano parziali. Ho trovato nella comunità LGBTQI le stesse forme di oppressione con una declinazione diversa, l’obbligo ad aderire alle stesse norme, alle stesse gabbie. Si sono innescati in me, quindi, tanto un processo di solidarietà istintiva, quanto una riflessione profonda che ha dato nuova linfa alle mie stesse lotte. La costruzione di relazioni nel riconoscimento reciproco dà una forza, un senso di liberazione collettiva nei differenti posizionamenti a cui ormai non posso più rinunciare. Il mio femminismo è transfemminismo queer e non potrei più viverlo in maniera diversa.

 

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Essere donna etero e cisgender non impedisce di mettere in discussione ruoli, stereotipi e di riflettere sulla propria espressione di genere. Ci parli di questa tua ricerca, non dimenticando l’esperienza Drag King?

I ruoli mi interessano più degli stereotipi, che ritengo solo una manifestazione del problema, il modo in cui la società decodifica le norme che perpetua. La lotta contro gli stereotipi troppo spesso diventa una lotta per imporre stereotipi diversi: la trovo poco determinante al fine di una trasformazione complessiva. Mi viene in mente, in un altro ambito, per esempio, il movimento per la body positivity, che anziché lottare contro l’imposizione dell’obbligo alla bellezza, si scaglia contro un’idea stereotipata di bellezza, rafforzando l’idea che il nostro corpo abbia soprattutto una funzione decorativa. A me piace pensare al corpo nel suo complesso, come materia viva, avamposto di autodeterminazione e percezione sensoriale, incarnazione fisica di quello che siamo e strumento per attraversare il mondo al di là del modo in cui viene percepito. Credo che questo approccio abbia molto a che fare con l’espressione di genere: penso alla vita delle persone trans, alle opzioni che hanno per definire la percezione pubblica di ciò che sono, tra l’invasività della medicalizzazione e le difficoltà del passing quando si imboccano cammini diversi. La corporeità non può essere ridotta ad apparenza, l’apparenza non può essere ridotta a estetica.

Io ho cominciato a pensare alla mia espressione di genere a partire da quel lavoro di riflessione sul mio corpo, ma è stata l’esperienza come Drag King a dare risposte chiare ai miei dubbi. Ho partecipato a un laboratorio di Zarra Bonheur (Slavina e Rachele Borghi) e mi si è aperto un mondo. Performando la maschilità ho capito come performo la femminilità tutti i giorni.

Ho decostruito i miei automatismi e ne ho individuato le ragioni culturali. Il mio king si chiama Manolo, è evidentemente gay (del resto non ho un buon rapporto col machismo eterosessuale) e combatte con le sue insicurezze. È stato bellissimo rappresentare il suo coming out.

 

Il tuo partito ti ha scelto come responsabile nazionale per i temi LGBT. Quale pensi che sarà il tuo contributo?

L’obiettivo principale, che non voglio mai perdere di vista, è distruggere le condizioni che hanno portato alla mia elezione da parte della Direzione Nazionale, perché mi rendo conto del rischio di risultare o addirittura di diventare sovradeterminante.
Pur essendo affiancata da una compagna interna al movimento LGBTQI in Segreteria, sono consapevole tanto dei rischi quanto del vuoto evidenziato dal mio ruolo. Un vuoto di cultura politica, perché abbiamo compagni gay e compagne lesbiche anche in ruoli dirigenti, ma il partito ha rinunciato a fare elaborazione collettiva sulle tematiche LGBTQI per troppi anni, lasciandoli soli in una condizione di doppia militanza. Il mio compito sarà quello di riannodare i fili, trovare una modalità funzionale all’autorganizzazione dei compagni e delle compagne, socializzare gli strumenti teorici di cui mi sono dotata negli anni e possono aiutarli nel loro lavoro politico, evidenziare e far vivere i nessi con altre battaglie (non a caso, il nome della mia delega è “Politiche LGBTQI e intersezionalità“).

 

Quali i temi LGBT che ti stanno più a cuore?

Sinceramente li trovo tutti importanti. Sono temi che hanno sempre qualcosa da dire, perché vivono nelle esistenze e nelle resistenze quotidiane di tante persone. Possono esprimere un potenziale trasformativo o un modo per trovare un posto in questo mondo così com’è, possono manifestarsi con gioia vitale o rabbia, con leggerezza o con dolore. Disegnano una visione caleidoscopica del mondo e fare classifiche rischierebbe di invisibilizzarne alcuni.
Ne scelgo, quindi, solo uno a titolo esemplificativo: la condizione delle persone intersessuali. Credo che sia paradigmatica della violenza autoritaria del mondo in cui viviamo. Sottoporre bambin* ignar* a interventi e cure ormonali, a mutilazioni e sterilizzazioni, non permettere che si autodeterminino, patologizzare la mancata aderenza alla visione binaria del sesso biologico, fornire ai genitori solo informazioni strettamente mediche per non problematizzare delle pratiche devastanti: tutto questo è inconcepibile, imperdonabile. L’approccio occidentale all’intersessualità è il corrispettivo di ciò che avviene in altre parti del mondo con le mutilazioni genitali femminili: si violano i corpi per ragioni estetico-culturali. La differenza è che sull’intersessualità non c’è un vero dibattito pubblico.

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Una certa sinistra estrema è omofoba e binaria, come pensi di dialogare con loro e “portarli a ragionare“?

Credo che nessuna comunità politica e sociale sia immune alle discriminazioni covate nel suo profondo. Vale anche per le organizzazioni di sinistra, perché coltivano la presunzione di lottare per un mondo migliore senza però mettersi​ profondamente in discussione collettivamente e personalmente. Questa elusività è descritta benissimo da Audre Lorde quando racconta il suo viaggio in Unione Sovietica.

Credo che la cosa migliore da fare, in un’epoca in cui c’è un dibattito pubblico efficacissimo e diffuso su questi temi al quale anche i compagni e le compagne hanno accesso, sia parlare un linguaggio più specifico, adatto a chi è abituato a ragionare di politica. Insomma, credo che si debba far irrompere l’elaborazione politica LGBTQI, uno straordinario patrimonio di pratiche e pensiero, nella nostra elaborazione generale. In qualche caso l’operazione è già riuscita in automatico, penso alla categoria di pinkwashing usata persino dai settori più ostili e rigidi, che rimangono stupefatti quando ne scoprono l’origine interna al movimento. Credo anche che questa debba essere un’operazione di recupero di una storia che è anche nostra.
Al prossimo Milano Pride  (ci troverete nello spezzone della rete Nessuna Persona è Illegale ) vorremmo partecipare con cartelli che rivendichino l’appartenenza al movimento operaio, comunista e di sinistra di tanti esponenti del movimento LGBTQI, includendo anche persone non binarie come per esempio Leslie Feinberg e Claude Cahun.
Il tema del binarismo è pressoché ignoto dalle nostre parti, purtroppo. Questo può essere un primo stimolo.

 

Rossobruni e nuovi reazionari: parliamone…

Le Sentinelle in Piedi e Adinolfi non hanno quella “patina” rossa, sono solo brunissimi clericofascisti. Fusaro, invece, rappresenta perfettamente ciò che comunemente si intende per rossobrunismo: è un ciarlatano che manipola il pensiero di Marx, di Gramsci, per far passare concetti reazionari nel nostro dibattito. Sogna la distruzione dell’attuale sistema economico-sociale per tornare indietro a un idilliaco passato che però non era affatto idilliaco, perché attraversato dallo sfruttamento,dalla violenza, dal dominio dell’uomo sulla donna, dalla cancellazione dei bisogni e dei desideri di gran parte dell’umanità. Quello è stato un vero Pensiero Unico Dominante, contro il quale le masse si sono ribellate, nelle piazze così come nelle loro vite quotidiane. Il capitalismo oggi è tutt’altro che un Pensiero Unico, si nutre della frammentazione delle identità in un mondo tanto complesso, ci tratta come nicchie di consumo e sfruttamento, mentre vive uno scontro interno tra tendenze reazionarie e tendenze liberal.

Fusaro è un rossobruno autentico, un corpo estraneo che vuole distruggere la nostra cultura politica. Chi lo prende sul serio spesso non lo è (un tempo per rossobruni intendevamo gli infiltrati), semplicemente cerca risposte semplicistiche alla nostra crisi di consenso.

boh

Trasversalità: è qualcosa che ti appartiene come persona e come attivista?

Cito ancora Audre Lorde, una pensatrice a cui devo molto: “Non esistono battaglie monotematiche perché le nostre vite non sono monotematiche”.

Io preferisco parlare di intersezionalità, una categoria che sembra quasi una moda nei movimenti e tra noi è ancora quasi sconosciuta: ho voluto fortemente che fosse presente nel nome della mia delega, trovando il consenso del nuovo Segretario nazionale Maurizio Acerbo che per fortuna la conosceva, essendo attento a certi temi.

Da comunista non potrei mai rinunciare a una visione di classe, a sottolineare come la struttura produttiva capitalistica plasma le nostre vite. Da femminista non potrei mai mettere da parte la gabbia in cui, nonostante mille lotte e mille passi in avanti, è ancora confinata la mia vita di donna e così via. C’è una rete, spesso invisibile, di oppressioni connesse. Non sarà possibile una liberazione integrale senza renderla pienamente visibile nel suo complesso e nei suoi intrecci.

 

Pensi che la battaglia LGBT contro il “binarismo di genere obbligatorio” sia compatibile con la tua visione femminista? Ci racconti un po’ il “tuo” femminismo?

Il mio è un femminismo non binario. Alcune tendenze binarie del femminismo mi irritano profondamente: sono essenzialiste, riproducono le strutture di dominio, non parlano a quello che sono e a quello che sento. A partire da me, non le riconosco. Credo che le radici del patriarcato risiedano proprio nel binarismo obbligatorio, nella donna pensata come complementare all’uomo, quindi privata della possibilità di seguire percorsi autodeterminati fuori da questo canone.

milleunavoce

Fai parte di un’associazione femminista mista che ha “preceduto” le “mode” intersezionali: ci racconti quest’esperienza, di cui tu e Luca fate parte?

Facciamo parte di Mille&UnaVoce , che da anni è diventata un punto di riferimento culturale a Cinisello Balsamo. Non credo che l’intersezionalità sia stata all’inizio un punto di vista consapevole, ma ha animato sempre più le attività di un’associazione la cui caratteristica più importante secondo me è il dialogo tra generazioni diverse, oltre al ruolo attivo degli uomini. Abbiamo organizzato tante iniziative, dalle rassegne cinematografiche alle visite a luoghi poco noti e spesso legati alla storia della Milano popolare, dalle mostre d’arte alle rappresentazioni teatrali e musicali, affrontando tanti temi: la violenza di genere, il lavoro, la guerra, la solidarietà tra pari, la disabilità, il lesbismo, l’omogenitorialità e così via. Il nostro prossimo obiettivo è partecipare al progetto Obiezione Respinta, contribuendo con i dati relativi al nostro territorio alla mappatura nazionale dell’obiezione di coscienza.

col segretario nazionale al congresso

Quali sono le prossime mosse che tu ed il partito intendete fare per i diritti LGBT?

La lotta per i diritti in un paese democratico ha sempre due volti: quello istituzionale e quello nelle piazze.

Dal primo punto di vista, nel nostro piccolo (non essendo più in Parlamento), continuiamo a rivolgere un’attenzione inequivocabile per i diritti LGBTQI a tutti i livelli, dai comuni al Parlamento Europeo, dove abbiamo una compagna come Eleonora Forenza che ha un profilo politico decisamente queer. Dico inequivocabile perché la vicenda dell’approvazione della legge Cirinnà, coi suoi tratti fortemente discriminatori, dimostra che non si possono cercare compromessi sui diritti delle persone. È un errore che abbiamo fatto anche noi quando eravamo al governo, con l’inconcludente discussione sui Dico. Abbiamo imparato la lezione e scelto di non fare più parte di coalizioni di centrosinistra che portavano a dover mediare le posizioni con componenti clericali.
Il matrimonio egualitario, pieni diritti per i figli e le figlie delle coppie omogenitoriali, una legge ben fatta contro le violenze omo-lesbo-bi-transfobiche, un’educazione sessuale inclusiva nelle scuole, la possibilità di cambiare il genere anagrafico senza patologizzazioni e sterilizzazioni, il divieto di adozione del “metodo Money” e affini per i/le bambin* intersessuali, il contrasto alle discriminazioni sul lavoro: queste battaglie non sono negoziabili.

Purtroppo le istituzioni sono dominate da forze che su questo trattano al ribasso, quando va bene. Serve una sinistra d’alternativa forte, che metta al centro della sua azione politica i diritti civili e sociali. Stiamo dando il nostro contributo a costruirla.

La lotta per i diritti nelle istituzioni, però, si nutre della vitalità delle piazze, di un lavoro culturale che il movimento sta facendo egregiamente. Vogliamo esserci anche noi per costruire consapevolezza e sostegno sociale a queste rivendicazioni. Il movimento, però, spesso vede i partiti politici come semplici interlocutori istituzionali, chiedendo al massimo l’adesione al Pride, preferendo dialogare con la società civile organizzata per un lavoro politico più ampio. Mi piacerebbe contribuire a produrre un cambiamento in questo, per operare fianco a fianco tutto l’anno fuori dai palazzi del potere.

Asessualità, pregiudizi, istanze e a-fobia: ce ne parla Alice

L’asessualità è un tema su cui spesso noi attivisti LGBT siamo poco informati.
Ho deciso di intervistare Alice, una delle principali attiviste asessuali in Italia, chiedendole cos’è l’asessualità, smontando tanti pregiudizi, e ragionando sull’ a-fobia.

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Ciao Alice, raccontaci in poche righe chi sei: anni, che lavoro fai, di dove sei, quali sono le tue passioni…

Ciao! Sono Alice, ho 34 anni e sono di Milano. Il mio lavoro è anche la mia passione: le immagini e fotografia.

 

Come e quando ti sei scoperta asessuale? E quando la decisione di diventare attivista?

In realtà in un certo senso l’ho sempre saputo. Avevo realizzato di essere differente dai miei coetanei a scuola, ma essendo che l’informazione sull’asessualità non c’era non capivo in cosa e questo mi causava parecchio disagio e dolore. Ricordo perfettamente la sensazione di estrema solitudine!
Immaginate un mondo dove non si parla né si scrive neanche dell’omosessualità…un ragazzino che si scopre gay come fa a capirlo? Come fa a sapere che è tutto ok?
La mia situazione era un po’ quella.
Poi a 17 anni, ho trovato per caso su un libro la parola “asessualità” ed è come se mi si fosse accesa una lampadina. Ho fatto una piccola ricerca su internet e ho cominciato a scoprire che c’erano altre persone come me, che era tutto ok e che non ero sola.
Ho passato poi gli anni dell’università ad esplorare la mia identità e a prendere confidenza con me stessa, cosa che visto il dolore degli anni precedenti non è stata né facile né immediata.
Poi ad un certo punto ho iniziato a sentire il bisogno di fare qualcosa per gli altri, e mi sono rivolta ad Arcigay Milano per diventare una delle loro volontarie, e ho trovato non solo un’associazione accogliente e aperta ma anche tanti amici che ora sono per me un po’ come una famiglia.

 

I profani pensano che “asessuale” sia la persona che vuole non fare sesso o che non prova piacere fisico nel fare sesso, dove ovviamente talvolta “sesso” viene immaginato come il rapporto completo, altre volte come l’insieme di tutti i contatti fisici, dal petting in poi.
Cosa significa essere asessuali? Quanto riguarda il comportamento, e quanto l’orientamento?

L’asessualità è un orientamento sessuale, caratterizzato dalla mancanza di attrazione sessuale. La definizione è questa ed è piuttosto semplice. Nessun orientamento riguarda mai il comportamento di una persona, ma solo e unicamente il genere verso cui questa persona è attratta. Faccio un esempio: se una donna lesbica ha un rapporto con un uomo (per i motivi più svariati, per esempio potrebbe non essere ancora pronta a fare coming out), rimane comunque una donna lesbica, ossia la sua attrazione “viscerale” rimane rivolta verso le donne ma nulla toglie che sia in grado di avere comportamenti diversi.
A volte si fa fatica a capire come non essendoci attrazione si possa considerare l’asessualità un orientamento sessuale. Prima di tutto, mi preme ricordare che nessuno di noi può decidere cosa è un orientamento e cosa non lo è, a prescindere dal fatto che lo si comprenda o meno. Poi spesso faccio un esempio matematico: l’asessualità è un orientamento sessuale così come lo zero è un numero.
Per quanto riguarda il comportamento sessuale delle persone asessuali: molti di noi hanno rapporti, a volte penetrativi a volte no (dipende dai gusti delle persone) perché il sesso può rimanere un’attività piacevole e appagante, se fatto con il pieno consenso e la corretta comunicazione fra i partner. Fisiologicamente, il corpo di un essere umano funziona nello stesso identico modo e risponde agli stessi stimoli, sia esso gay, lesbica, bi, pan o asex. Quindi perchè negarsi un’attività piacevole se la si vuole fare?

 

Noi carampane LGBT usiamo etero-affettivo e omo-affettivo per indicare la sfera dell’orientamento che riguarda l’attrazione mentale e il desiderio di costruire qualcosa.
Ci sono quindi persone il cui orientamento erotico e orientamento affettivo, talvolta, possono non coincidere.
L’elaborazione asessuale ha introdotto i termini “omo-etero-bi-panromantico”, che potrebbero avere altri significati. Ci spieghi meglio?

I termini qui sopra non hanno esattamente un significato differente rispetto a quelli utilizzati da altre persone LGBT+. Semplicemente si tratta di distinzioni di orientamenti affettivi: pur essendo l’orientamento erotico di un asessuale “nullo”, questo infatti non vuol dire che lo sia quello affettivo.
Esistono quindi asessuali attratti affettivamente da persone di genere opposto (etero-affettivo o etero-romantico), dello stesso genere (omo-affettivo o omo-romantico), ecc. ecc.

 

Persone asessuali e genitorialità: una coppia etero che volesse adottare, anche se entrambi fossero tecnicamente fertili, poiché asessuali, avrebbe delle difficoltà in Italia?

Ovviamente io sono fermamente convinta che sia l’amore che fa una famiglia e non la biologia, ossia la capacità di avere un figlio geneticamente di entrambi i genitori. Il desiderio di genitorialità è qualcosa che trascende l’orientamento sessuale delle persone, e quindi anche le persone asessuali possono desiderare di diventare genitori.
Nell’esempio che hai fatto tu, ossia di una coppia asessuale di generi opposti, in realtà il discorso è più ampio: pur non avendo un caso specifico alla mano, credo che sì avrebbero difficoltà ad adottare soprattutto per la pessima gestione del processo delle adozioni in Italia. Il processo è infatti lungo, tortuoso e impegnativo anche per le coppie eterosessuali. La realtà è che una qualunque avvisaglia di ciò che non viene visto come “normale” dalle autorità praticamente blocca sul nascere qualsiasi possibilità di adozione. Certo, la coppia in questione potrebbe mentire, ma quanto è corretto che siano loro a doversi nascondere e non lo Stato a dover far dei passi avanti?

 

Mentre c’è avversione, tra etero medi, quando si parla di omosessuali, quando si parla di asessuali, spesso c’è scherno. Sei d’accordo?

Tendenzialmente sì. Spesso abbiamo notato un parallelismo forte con le discriminazioni affrontate dalle persone bisessuali: entrambi i nostri orientamenti vengono visti come indecisioni, blocchi e sono presi molto poco sul serio. Questo causa molta difficoltà ad essere accettati, proprio perché la reazione di partenza delle persone è quella di non credere alla tua esperienza e al tuo personale modo di sentire.

 

Alcune persone LGBT insistono sul fatto di “non capire” gli asessuali, ma il loro “non capire” spesso è relativo al fatto che …”io non lo farei mai“.
Non è un po’ come quando un etero direbbe che “non farebbe mai” qualcosa di gay?
Quanto il vero problema non è il “non capire” le situazioni che non viviamo in prima persona?

Ma infatti il punto non è il “non capire”. Nessuno di noi sarà mai in grado di capire fino nei più piccoli dettagli esperienze e sentimenti di altri individui, è normale ed in fondo il mondo è meraviglioso proprio perché ci sono così tante differenze. Il punto è aprire la mente e abbracciare e accogliere comunque le persone diverse da noi, senza badare al riferire le loro esperienze alle nostre.

 

Ci sono dei portali di cuore che prevedono gli asessuali e ne favoriscono gli incontri, tramite tag e filtri?

Ci sono alcune app che hanno aperto ufficialmente anche alle persone asessuali, permettendo quindi un primo approccio all’internet dating. Come tutte le app, a volte funzionano a volte no. Inoltre un gruppo negli USA ha appena lanciato una app specifica per aiutare le persone asessuali in un’esperienza di dating più protetta da molestatori e troll.

 

Coming out asessuale: come viene recepito dalle famiglie e sul posto di lavoro?

Generalmente le reazioni di un coming out sono le stesse della media della società: stupore, delusione, tendenza a svalutare e a non credere. Purtroppo, si arriva anche a casi di allontanamento o forzature. È una cosa molto triste: un genitore dovrebbe amare i propri figli per quelli che sono, altrimenti ha fallito come genitore.
È la stessa cosa per i posti di lavoro.
In entrambi i casi, ovviamente però influiscono spesso molto gli ambienti: se si fa un lavoro creativo tendenzialmente può essere più facile, e lo stesso vale per una famiglia con una cultura medio-alta.

 

Quali sono le discriminazioni che riguardano le persone asessuali?

Credo che le discriminazioni subite dal resto della comunità LGBTQIA siano assolutamente sovrapponibili e parallele.
Penso per esempio alle coppie dello stesso sesso: non importa se gay, lesbiche o asessuali no? Lo Stato nega l’accesso ad alcuni istituti in quanto sulla carta d’identità è riportato lo stesso sesso. Quindi matrimonio egualitario e adozioni non sono permessi nemmeno alle coppie asessuali composte da persone di sesso opposto.
Ragionamenti simili possono essere fatti per le discriminazioni sui luoghi di lavoro e così via.
Esistono inoltre le problematiche del bullismo e delle violenze (psicologiche, fisiche e sessuali), che ovviamente trascendono l’orientamento affettivo della persona asessuale.
Esiste poi la tendenza a svalutare e a non considerare i sentimenti e le emozioni, se non addirittura l’esistenza, delle persone asessuali (ace-erasure).

 

Asessuali ma non solo: la realtà demisessuale e le altre sfumature.

L’asessualità come orientamento è quello di cui dicevo prima, ossia la mancanza di attrazione sessuale. Tuttavia le persone spesso non si collocano perfettamente in “caselle” preformate, e quindi a livello di comunità siamo giunti alla conclusione che era bene parlare di spettro dell’asessualità: esistono ossia persone “a cavallo” fra l’orientamento asex e altri orientamenti ma che si riconoscono meglio nella nostra comunità piuttosto che in altre per ragioni del tutto personali.
Abbiamo quindi i cosiddetti asessuali grigi, che provano attrazione sessuale ma raramente, e i demisessuali, che possono provare attrazione sessuale (ma non necessariamente la provano) solo a seguito di un forte legame emotivo.

 

Ci spieghi la differenza tra libido e attrazione?

Mi rendo conto che sia difficile da spiegare per chi non sono necessariamente separati, e che quindi ha già difficoltà a separare le cose.
L’attrazione è quella “scintilla” che scatta verso un’altra persona nella vita reale e che porta l’individuo a voler avere un qualche contatto sessuale con lei.
La libido, è quella forza biologica che ci porta a desiderare una scarica socialmente ritenuta “sessuale”, ed è influenzata da fattori ormonali, sociali e psicologici.
Mentre il tipo di attrazione che detta il nostro orientamento sessuale è un modello tendenzialmente stabile nel tempo, la libido è una forza più generica e molto meno stabile (si parla di fluttuazioni addirittura da una settimana con l’altra).
La distinzione fra queste due forze è vera per tutti, ma mentre per persone di altri orientamenti vanno spesso di pari passo e nella stessa direzione (e quindi sono facilmente confuse fra loro), per le persone asex è più evidente la separazione: pur non provando attrazione sessuale, la libido può benissimo essere presente.

 

Una visione a-fobica vorrebbe ricondurre l’asessualità all’aver subìto un “trauma” con la sessualità. Persino alcune persone LGBT pensano questo, senza rendersi conto di subire lo stesso pregiudizio loro, soprattutto gli omosessuale, da parte di alcuni etero. Che ne pensi e quanto c’è di vero e di falso in questa credenza?

Ovviamente è falso, credo che ormai sappiamo tutti che un orientamento sessuale è semplicemente una naturale e sana variazione della sessualità umana.
Trovo invece triste vedere persone che spesso sono state discriminate a loro volta e hanno lottato tutta una vita per la loro libertà, discriminare e avere pregiudizi su altre minoranze.
Tuttavia mi preme ricordare che non è una caratteristica peculiare del confronto fra asessuali e altre persone della comunità LGBTQIA, ma succede con varie declinazioni per esempio anche verso le persone transgender (penso a chi vorrebbe le persone trans “fuori” dalla comunità, cosa assurda), le donne in generale (penso al machismo e al sessismo di certi ambienti), le persone bisex (che vengono visti come indecisi, un danno alla “causa” ecc.).

 

Violenze sessuali e asessualtà: quante volte le persone asessuali sono vittime di “stupri correttivi”, come avviene anche per le persone LGBT?

Purtroppo ci sono stati casi, anche se una statistica, come per tutti i casi di violenza sessuale, è molto difficile da fare. Spesso le vittime non denunciano, e se lo fanno non vengono prese sul serio e quindi la loro storia si perde nel nulla burocratico.
I casi ci sono, a volte inter-familiari a volte da parte di persone che venivano considerate amiche. Esistono gruppi di auto-mutuo-aiuto, che al momento sono lo strumento principale utilizzato dalla comunità per cercare di fornire appigli per uscire da situazioni del genere e dalle loro conseguenze.

 

Le visioni pan e bi sono presenti nel mondo asessuale? Il non ricondurre tutto ai corpi fa si che ci sia maggiore inclusività verso partners di diversi sessi e generi?

La stragrande maggioranza della comunità asessuale si identifica come bi-affettiva o pan-affettiva, oltre al fatto che molti si identificano con un genere differente da quello assegnato alla nascita. Ci sono molte persone con identità di genere non-binarie. In parte è sicuramente un segno dei tempi che cambiano, credo che non sia una particolarità specifica della nostra comunità. Piuttosto lo considero un segnale del fatto che è forse più facile fare coming out con identità di genere differenti in un clima come quello della nostra comunità piuttosto che in un clima magari più tradizionalista e sessista.

 

Chiudo con una provocazione: su un gruppo LGBTQIA una persona ipotizzava che gli asessuali “romantici”, non provando attrazione sessuale, avrebbero potuto maggiormente apprezzare una persona trans.
Questa non è, però, una visione svalutante dei corpi “non conforming“? E’ come se considerasse le persone trans poco desiderabili, e, quindi, è come se chi ha un genitale non coerente con la sua identità, potesse attrarre solo “amori spirituali“…

Tu che ne pensi?

Trovo un po’ strana questa affermazione francamente. Credo ci sia un po’ la tendenza a vedere in rapporti con le persone trans nella chiave dell’altro partner, un po’ come gli eterosessuali vedono i rapporti lesbici come attraenti. Ossia quello su cui nell’immaginario comune ci si fissa è trovare una “soluzione” ad un rapporto con una persona trans, perché questa viene vista come anormale e come un problema. Al contrario io credo che la prima cosa da considerare per un rapporto siano proprio gli individui e le loro caratteristiche e emozioni, ma come valore non come problematiche. Per un qualsiasi rapporto reale e duraturo, l’importante sia la comunicazione a prescindere dal fatto che le persone coinvolte siano transgender o meno e che il rapporto sia sessualmente attivo o meno.

Per saperne di più:

Gruppo Asessualità – Arcigay Milano
asessualita@arcigaymilano.org
www.facebook.com/GruppoAsessualita/