Binarismo islamista, modernità musulmana

In quest’ultimo anno siamo diventati tutti esperti di islam. L’opinionista medio di facebook decide se tifare per il burqa o contro, e commenta.
Dichiaro di non essere assolutamente esperto di islam, ma di essere un discreto esperto di binarismo.

Alla luce di questo, vi invito alla presentazione del libro “Dio odia le donne“, di Giuliana Sgrena (clicca qui per il suo articolo sul burqini), lunedì 12 settembre dalle ore 21:00 alle ore 23:30, Villa Pallavicini, Milano (proposto dal Milk e da UAAR), in cui l’autrice ovviamente usa “dio” per indicare chi ha manipolato e deciso i dettami religiosi in modo che fossero svalutanti per il femminile.

images

A volte mi chiedo come io possa perdere tempo a trovare sfumature binarie in un maestro di batteria che sottolinea che io sia bravo “per essere xx” a fare un paradiddle, quando poi su molte regioni del mondo stia calando un oscurantismo pericoloso che censura e mutila il femminile. Ho appena la forza di filosofeggiare in occidente per far notare i binarismi striscianti che pervadono le vite di uomini e donne italiani, al massimo cattolici, ma di solito abbastanza secolarizzati: come posso addentrarmi a parlare di una religione che non conosco, sebbene io, nel farmi un’idea, rimanga attaccato al postulato secondo il quale tutto ciò che è binario è oppressivo?

Non riesco a mettermi nell’ottica del pretendere molto di più dai generi in occidente, e guardare quel binarismo così estremo e violento con l‘occhio compassionevole del caucasico del “primo mondo, che non pretende di sollevare la donna non caucasica dal suo destino, perchè “tanto è di un’altra cultura, che non ho gli strumenti per giudicare“.
Il binarismo è il male: assegna un destino alle persone a seconda del loro corredo genetico. Se il binarismo è male in occidente, perchè va “rispettato” nelle culture islamiche?
Rimango molto perplesso osservando una sinistra confusa e senza identità che si limita ad esprimere idee opposte a quella che oggi è la controparte: l’unica destra rimasta, quella di Salvini e degli stronzi reazionari. Se questa gente, in malafede, attacca il maschilismo islamico non per amore e cura della donna nata nella cultura musulmana (poi si manifestano come sessisti con la donna occidentale, basti vedere come trattano Appendino, Raggi Kyenge e Boldrini), ma semplicemente per avere un appiglio in più per odiare gli stranieri (in grande percentuale musulmani), allora di contro la sinistra (anche quella femminista) pone l’accento sull’autodeterminazione della donna di mettere un velo integrale e tramite esso “autodeterminarsi, prendendo come esempio 4 intellettuali francesi di terza generazione, donne col velo (facendo confusione volutamente tra velo e burqa, tanto nel casino della polemica chi guarda queste differenze?), e facendo finta che invece non ci siano intere popolazioni di persone musulmane in cui le donne (ma a volte non solo loro) sono oppresse da dettami binari e teocratici, di cui il velo integrale è solo un simbolo riepilogativo. Non dànno qualche indizio le foto che si vedono di uomini e donne che felici tagliano barbe e bruciano veli?

1896485_burqa_3

O quando gli uomini indossano burqa e veli per solidarietà alle donne?

1-uomini-col-burqa-600x300

Oppure la curiosa protesta di una ragazza iraniana rasata che non vuole indossare il velo

donna-rasata-1217

Non credete che la nostra connivenza radical chic col sessismo dell’islam politico sia offensivo verso questi popoli che vorrebbero la nostra solidarietà?
Vi rendete conto che a subire il binarismo in questi popoli mediorientali “teocratici” è anche la donna lesbica, la persona trans, etc etc? E che il turista ftm non rettificato dovrebbe armarsi di velo per visitare quei paesi?
Se in un paese straniero occidentale non venissero riconosciute le persone trans, ci indigneremmo o saremmo sereni perchè “evidentemente fa parte della loro cultura“?
Magari anche bruciare le attiviste transfa parte della loro cultura?”

IMG_20160819_150856

Ma no, si preferisce usare autodeterminazione per parlare di donne col velo integrale. E definire sessista e maschilista, quando non razzista, il dire che il burqa è binario (se non lo fosse lo indosserebbero anche i mariti, no?).
Oggi per essere “di sinistra” devi essere inclusivo verso tutto. Anche verso il binarismo dei popoli “non occidentali. Accusarli di binarismo e di sessismo sarebbe “razzista” e “giudicante”.

Ricordo come era difficile vivere, ai miei tempi in Sicilia. Catechismi, scuola, etc etc, ti convincevano che la brava ragazza doveva arrivare vergine al matrimonio, e alla fine ci arrivava anche, e , se le chiedevi, ti diceva che era una “sua scelta“. Sarei stato inorridito se avessi saputo che, dal Nord Italia, che immaginavo progredito e moderno, qualcuno, atteggiandosi ad “antropologo“, avesse detto che quel binarismo era giusto poichè parte della cultura meridionale, e che quelle donne erano vergini fino al matrimonio “per scelta“.Probabilmente anche molte donne somale, convinte che se non ti fai infibulare sei una troia, sono convinte che quella mutilazione sia una “scelta, eppure noi condanniamo l’infibulazione, perchè è una mutilazione fisica, e non pensiamo a quanto “mutilante” sia una vita intera dietro un velo integrale

14068141_1050940691686916_4376924857503536397_n

Eppure io ricordo le olimpiadi negli anni 80 e 90. Le guardavo con papà e vedevo donne e uomini di tutte le etnie indossare gli abiti sportivi standard. Ai tempi si parlava ancora di primo e di terzo mondo, e il cosiddetto “terzo mondo” era inebriato dalla modernità e dal desiderio di modernizzarsi. C’era fierezza e voglia di modernità nell’indossare gli abiti dello “stile internazionale“. Non c’era ancora stato l’ 11 settembre e la modernità, lo stile contemporaneo, veniva visto da tutti come “progresso”, e non come “occidentalizzazione”. E di quel progresso hanno beneficiato tante persone e tanti popoli, anche musulmani. Da quando questo feroce dibattito monopolizza la sinistra, sono sparite tutte quelle foto che chi è  giovane come me non puo’ ricordare. Le foto degli anni 70, della Persia e del Maghreb, in cui le donne, con tagli di capelli occidentali (o meglio, allora si sarebbe detto “internazionali”), vivevano lo stesso progresso che vivevamo noi, e non c’erano oriente e occidente: c’era solo un passato medievale e un futuro più equo, meno sessista, meno razzista, in cui le differenze scemavano e tutti quanti, uomini e donne, a precindere da religioni e colori della pelle, beneficiavano dell’illuminismo e delle sue conquiste.
Oggi invece è tutto un Occidente vs Medio Oriente. Chi difende burqa e burqini dimentica che non stiamo difendendo antiche tradizioni immutabili. Dimentica che le madri e le nonne di chi oggi indossa il burqini come se ci fosse sempre stato, andavano in giro in jeans, coi capelli corti, fumavano, erano donne libere (la foto sottostante non è di una spiaggia del nord del Mediterraneo, ma del sud del Mediterraneo).

spiaggia islam

E, per gli increduli, ecco una gallery sulle donne iraniane negli anni 70.

 

E’ più semplice e populista dimenticare tutto questo, o considerarlo un “vizio borgheseche noi perfidi bianchi avevamo esteso alle donne “del terzo mondo”.
Oggi “fa razzista” proporre la modernità come concetto globale. Si pensa, comodamente, che siamo noi con la pelle rosa a dover e poter usufruire delle conquiste illuministe, mentre paternalisticamente dobbiamo abbandonare gli altri al loro destino, che va sempre di più verso l’oscurantismo.

Di contro le destre amano immaginare i musulmani come coincidenti con “l’islam politico”.
E’ facile immaginare come “atee” le femministe musulmane, cancellare il loro tentativo di conciliare spiritualità e libertà. E’ facile dimenticare che essere musulmani e moderni si puo’. E’ facile dimenticarsi delle spiagge dei paesi a maggioranza o totalità musulmana, che fino a pochi anni fa erano pieni di bikini.

14034951_1222292847802316_6802519979327196496_n

E’ facile fare finta che i costumi integrali non siano apparsi timidamente, che le prime non siano state derise, ma che anno dopo anno non siano diventate la maggioranza e che non siano infine diventate “puttane” quelle poche che il bikini hanno deciso di tenerselo (finchè potranno, dove possono).
Sembra che all’opinionista occidentale convenga fare confusione non solo tra velo e burqa, ma anche tra musulmani e islamisti.

E’ facile, se si è radical chic e si vive in centro, anche provenendo da percorsi di femminismo anni settanta, rivendicare una moschea in un quartiere periferico, lontano dalla loro casa, dove si auspica che la “comunità musulmana” trovi un suo polo (ovvero, un ghetto). E’ facile e e fa chic dire che si vuole la moschea a Milano ma disinteressarsi completamente di come poter creare una coabitazione rispettosa ed inclusiva tra le persone LGBT (e le donne emancipate) che abitano la periferia (e sono tantissime) e l’immigrazione musulmana (che, se raccolta in un ghetto, non aiuterà di certo le donne ad usufruire dei progressi della modernità).

Con che coraggio consideriamo l’illuminismo una “nostra” conquista. L’illuminismo è bianco? è cristiano? è ateo?
Più la modernità (antibinarismo compreso) verrà considerata occidentale, più sarà facile pensare per noi che estenderla sia “razzista” e “irrispettoso”, e più il machista, bigotto e reazionario non occidentale potrà imporre oscurantismo rivendicandolo come qualcosa di etnicamente proprio.

La modernità e l’illumismo sono conquiste umane e noi occidentali (soprattutto illuminati e “di sinistra” non abbiamo alcun diritto di farne qualcosa di nostro e solo nostro).
La donna con la pelle scura non ha meno diritto di noi di vivere ed autodeterminarsi in un ambiente non binario.
Quanto siete davvero” di sinistra?

 

 

Un prete queer: transizioni di fede e liberazione sessuale

Oggi intervistiamo Mario Bonfanti, che come tutti noi, ha compiuto una transizione.
Dalla Chiesa Cattolica Romana alla Metropolitan Community Church.
Dall’identità gay all’identità queer, in un viaggio di scoperta di orientamento sessuale, identità di genere e ruoli fino ad arrivare anche alla cultura BDSM.

12644790_1072917999408959_2800106266000496385_n

E’ arrivata prima la vocazione o prima la consapevolezza del tuo orientamento omosessuale?

Credo sia un po’ come chiedere se viene prima l’uovo o la gallina. La consapevolezza (sia della identità sessuale sia della vocazione) è qualcosa che cresce pian piano nel tempo. Prima si hanno dell’attrazione, poco (o per nulla) riflessa. A un certo punto si inizia a pensarci un po’ sopra. Quindi sorgono domande dentro di sé, ci si interroga… e man mano cresce e si forma la “consapevolezza” di sé. E questo vale per tutti e due gli ambiti. L’attrazione verso “il sacro” era in me fin dalle elementari… così come l’attrazione verso i maschi. Ma da piccoli è un po’ tutto un gioco: giocavo a dire messa con un amico vicino di casa; e giocavo “sessualmente” con qualche altro amichetto. Crescendo ho iniziato a pensarci sopra, a interrogarmi, e anche andare in crisi… fino a maturare in me sia una chiara vocazione sacerdotale sia una certa consapevolezza della mia identità omosessuale.

 Non ti chiederò di parlare della tua esperienza nel Cattolicesimo Romano, se non di cio’ che di buono ti porti nel cuore di quegli anni che ti hanno permesso di studiare teologia, di conoscere meglio Gesù, se ti va, parlacene.

Innanzitutto la Chiesa Cattolica mi ha trasmesso la fede. Poi mi ha dato la possibilità di sviluppare la mia personale spiritualità attraverso la lettura di opere antiche dei primi secoli della cristianità (gli Scritti dei Padri della Chiesa, i Detti dei Padri del deserto, i Racconti di un pellegrino russo, ecc.) e pratiche secolari che ci vengono dalla tradizione medievale e moderna (la meditazione silenziosa, l’adorazione eucaristica, la via crucis, ecc). Mi ha anche fornito tanti esempi di persone profondamente cristiane cui ispirarmi (Maria Maddalena, Ignazio di Antiochia, Francesco e Chiara, Charles de Foucauld, ecc). Inoltre – come dici tu – mi ha permesso di studiare teologia, cioè indagare con metodo e rigore la fede. In questa direzione soprattutto la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale di Milano mi ha – come spesso dico – prima distrutto tutte la mia “fede da catechismo” per poi darmi strumenti scientifici grazie ai quali ricostruire su fondamenta solide e incrollabili il mio personale credere. Mi ha anche trasmesso il desiderio e la passione della ricerca e dello studio approfondito sia della Bibbia sia delle scienze umane. Essenziale in questa direzione sono stati personaggi come il card. Martini, Elisabeth Schüssler Fiorenza, Raimon Pannikar, Adriana Zarri, Hans Kung, Eugene Drewermann… per citarne alcun*

 Inizialmente la tua chiesa è nata come un gruppo indipendente, e il tuo carisma e il tuo approccio adogmatico ha permesso al gruppo di crescere molto, come raramente accade nelle chiese indipendenti. So che hanno aderito anche persone non di spiritualità cristiani: buddhisti, agnostici, liberi pensatori, persone con una spiritualità indipendente. E’ raro che una chiesa accolga queste diversità e sia così sincretica. Vuoi parlarcene?

In fondo noi siamo un gruppo “post-denominazionale”: cioè andiamo al di là delle definizioni dogmatiche e delle distinzioni tra una confessione cristiana e l’altra e, quindi, non ci identifichiamo con nessuna. Inoltre pensiamo che oggi la ricerca spirituale abbia da essere “a-religiosa”: assistiamo a un ritorno pericoloso del sacro che assume troppo in fretta il sanguinoso volto del fondamentalismo (islamico o cristiano che sia). Meglio, quindi, superare definitivamente ogni religione e camminare insieme (cattolici, protestanti, anglicani, ortodossi… ebrei, islamici, buddhisti, induisti… atei e agnostici…) nell’unico comune spirito umano che solo ci accomuna e cooperare per un mondo più giusto. Poi ognuno ha la sua strada, il suo sentiero, la sua via. E come dice il Dalai Lama è giusto che la segua. Ma per arrivare in cima a una montagna non c’è mai un solo (giusto) sentiero!

Questa peculiarità è solo del tuo centro (il cerchio) o di tutte le comunità federate nella MCC?

Noi “Il Cerchio-MCC” abbiamo la fortuna di avere tra di noi molte diversità: non siamo tutt* cristian*, così come non siamo tutt* persone LGBTIQA o etero, e non tutt* siamo famiglia o viviamo in relazioni di coppia. E questa per noi è una grandissima ricchezza perché ci preserva dal diventare un gruppo chiuso e omogeneo che rischia (magari inconsapevolmente) di arroccarsi su “fondamentalismi di senso opposto”. Anche la MCC a livello mondiale ha questa fortuna: ogni comunità è diversa dall’altra; e nella MCC l’inclusione (che è uno dei valori cardine) comporta il garantire e ammirare ogni diversità come un dono per sé e per la comunità; anche la diversità di chi non la pensa come me o non vive come me. E la sfida è quella di camminare insieme, cercando sempre di rispettarci e valorizzarci in quanto esseri umani, e di collaborare per i diritti nel mondo.

 La MCC nasce da un pastore pentescostale, quindi proveniente da una delle frange più conservatrici del cristianesimo, ma è totalmente slegata, ed è invece legata alla teologia queer. Come mai il tuo gruppo si è avvicinato a questa realtà? Come mai , tra tante realtà piccole e grosse che sono LGBT friendly, proprio a questa?

Il rev. Troy Perry (fondatore della MCC) era cresciuto nella tradizione pentecostale, come io in quella cattolica: ognuno di noi nasce e cresce in un contesto che non si è scelto. Quando, poi, Troy fece coming out (siamo negli anni ’60) venne sbattuto fuori dalla sua chiesa e da lì, dopo un periodo di crisi profonda, fece la sua scelta: creare una comunità cristiana totalmente inclusiva, da cui pian piano nacque la MCC. Inizialmente era una chiesa molto identificata come gay friendly, pur avendo al suo interno da subito anche persone etero. Poi pian piano sono arrivate anche alcune donne lesbiche. Negli anni ’80 si è presentato il problema AIDS e la MCC si è aperta anche a loro e a tutte le persone con MST. Sono stati gli anni in cui si sono anche adottate delle linee guida per un linguaggio e un’azione inclusiva di tutt*, anche tutte le T persons. In questo percorso la teologia queer ha sicuramente aiutato molto e, pur non essendoci nella MCC un solo pensiero (ma pluralità di correnti), la teologia queer è sicuramente un punto di riferimento imprescindibile. Noi come gruppo ci siamo avvicinati e abbiamo aderito alla MCC, perché ci garantisce la libertà di essere noi stess* non solo in quanto persone etero o LGBTIQA, ma anche in quanto atei/agnostici, cui non viene chiesto di credere in dio nè di farsi battezzare/registrare.

 La MCC ha aperture solo riguardanti le persone LGBT, oppure manifesta altre aperture rispetto ad altre categorie di “ultimi” che spesso le chiese tradizionali vogliono dimenticare? è legata anche alle teologie della liberazione?

La teologia queer nasce dallo sfondo delle teologie della liberazione. E in questa direzione la MCC è aperta ad ogni categoria di “ultimi” – come li definisci tu. Uno dei quattro valori base della MCC recita: “Ciò che guida il nostro ministero è offrire un messaggio di liberazione dall’ambiente religioso opprimente dei nostri tempi”. Questa è la direzione: offrire comunità aperte e accoglienti per tutt*. Inoltre – si legge sempre nei valori base della MCC – “siamo impegnati a resistere alle strutture che opprimono le persone e stare al fianco di coloro che soffrono sotto il peso di sistemi oppressivi, sempre guidati dal nostro impegno per i diritti umani nel mondo.”

Che tipo di formazione deve avere un pastore della MCC?

Per essere pastor* si richiede un periodo di colloqui con una responsabile mondiale che fa da mentore e introduce alla MCC. Inoltre è auspicabile che il/la candidat* si metta in rete con comunità/chiese MCC dell’area di appartenenza (per noi, per esempio, è l’Europa) e partecipi agli incontri annuali organizzati dal Network. Quindi viene proposto un ritiro (virtuale o in presenza) di 5 giorni che fa da avvio ufficiale al cammino per diventare pastor*. Poi si richiedono gli studi teologi base, più alcuni corsi specifici per la MCC (teologia queer, storia e organizzazione della MCC, un corso sulla sessualità e su come essere persone sessualmente sane e creare comunità sessualmente mature); è importante anche avere un mentore e una guida spirituale che ti sostengano, redigere un diario di pratiche spirituali per crescere come pastor* nella fede e umanità, partecipare a incontri/scambi on line organizzati per le comunità nascenti, assistere ad altre comunità già avviate e imparare partecipando (dal vivo o on line) alle loro celebrazioni. Inoltre si richiede una documentazione personale: curriculum, dati personali, certificato di sanità psicologica, certificato penale, ecc.

L’incontro con la teologia queer ti ha cambiato? Cio’ riguarda solo la tua visione spirituale o anche altri aspetti di te?

Non direi che la teologia queer mi ha cambiato. Ho piuttosto sentito una profonda consonanza tra la mia spiritualità e questo modo “irriverente” di indagare la fede e sovvertirne le strutture maschiliste di potere eterosessista. In particolare leggere “Il Dio Queer” di Marcella Althaus-Reid ha riacceso in me quell’interesse per la teologia che si era spento da tempo: dopo aver studiato per ben 9 anni questa disciplina mi era diventata noiosa e mi appariva spesso solo una “masturbazione mentale” sterile; l’incontro con la “teologia queer” mi ha fatto scoprire altri modi di ragionare sulla fede, osando strade altre per uscire dai sentieri comuni e già battuti ed entrare nei bordelli e scoprirli luoghi sacri e ben più fecondi delle accademiche e innocue facoltà teologiche. E così ho riscoperto il mio profondo desiderio di osare e battere strade “eretiche” e profetiche insieme.

 La particolarità della MCC è che non guarda con “pietismo” le persone LGBT ma anzi, diversamente dalle chiese un po’ sessuofobe (ovviamente non è richiesto il celibato per i vostri pastori), esalta la sessualità anche nelle sue varianti (BDSM, fetish, poliamorismo), vuoi parlarcene?

Negli MCC Statement of Purpose si legge: “Noi crediamo che le nostre sessualità sono un dono benedetto di dio; per questo non poniamo i nostri corpi lontano o al di fuori della nostra esperienza con dio.” E una delle sfide e dei compiti che la MCC si è posta fin dagli inizi è stato riavvicinare e far dialogare la spiritualità con la sessualità. Purtroppo spesso la spiritualità viene vissuta come antitetica alla spiritualità: più una persona è spirituale e meno fa sesso; viceversa se una persona fa molto sesso lo si interpreta come il segno di superficialità e scarsa spiritualità. Nella MCC invece crediamo che il sesso è sacro e divino di per sé e in ogni sua forma: è una potente forza di vita e creatività che ci chiede di essere vissuta così com’è. Quando ero nella Chiesa Cattolica vivevo le mie inclinazioni fetish e BDSM come deviazioni/perversioni. E quel tipo di spiritualità, che separa lo spirito dal corpo e il sesso da dio, mi ha procurato tantissima sofferenza interiore, di cui porto ancora le ferite. Un giorno rimasi davvero folgorato (come San Paolo sulla via di Damasco) dalle parole che trovai in un libro (Compagni d’amore) preso in una Libreria Gay a Milano, dove lo psichiatra e psicoterapeuta Vittorio Lingiardi scrive: “In ogni esperienza amorosa e in ogni desiderio masochista è presente il tentativo di raggiungere uno stato di integrazione spirituale, almeno un compromesso tra le pretese dello spirito e quelle della carne (…) Lo spirito, infatti, vorrebbe condurre a sé la sessualità, ma questa avanza una pretesa, con la sua passione, cui è difficile sfuggire. Dall’incontro tra queste due forze può originare una disposizione assai diversa dalla religione collettiva dogmatica dominante (…) Il masochismo potrebbe essere considerato un tentativo psichico di fare del sesso un sacramento che possa “soddisfare” il corpo, mantenendolo in un regime di spiritualità”. Quando lessi queste parole dissi: “Sì: è proprio così! Il sadomaso è per me un modo di vivere la mia spiritualità! È un sacramento! È una pratica profondamente religiosa e sacra che mi permette di connettermi col divino”. Ecco. Nella MCC si vive profondamente la propria sessualità e la si indaga come luogo dove dio parla alle nostre vite. Per questo ogni sua forma ed espressione sono benvenute. L’inclusione nella MCC è davvero globale e totale e comporta anche questo!

La mancanza di binarismo di genere fa si che sia una donna sia un uomo possano essere pastori nella MCC. E se invece si trattasse di una persona trans o genderfluid?

Chiunque è già sacerdot* nella MCC: non esiste una gerarchia o casta al di sopra o separata dagli altri e che ha delle regole di accesso/esclusione. Tutt* siamo già, per il fatto di esistere, benedett* e amat* da dio (dalla vita, dall’energia – chiamatel* come volete) e quindi sacerdot*. Ne deriva che chiunque può essere pastor*: sia che sia etero o omosessuale, maschio, femmina, genderfluid, trans, intersex, o altro. In fondo se – come qualcuno dice – “dio” ci ha creat*, trovo davvero strano che poi ci venga a dire, attraverso un suo sedicente portavoce: “No tu no: non puoi essere prete perché sei trans”. Non lo trovi un assurdo?! E poi anche “dio” è queer e trans.

 La tua chiesa si è costituita come associazione? Se vi sarà un’iscrizione per chi segue la tua chiesa, come risolverai l’annoso problema del rispetto dell’indentità di genere delle persone T? una persona T sarebbe veramente ferita se burocratizzata col sesso di nascita e non col genere d’elezione, e questo vale per battesimi, matrimoni, o anche per la semplice adesione.

La mia comunità non si è costituita ancora come associazione. Ci stiamo pensando… e stiamo insieme cercando forme che da una parte ci diano la possibilità di avere un minimo riconoscimento civile, senza, però, finire per essere paragonati a un circolo di Bridge (con tutto il rispetto) e dall’altra che non rischino di escludere qualcun*. Oltre alle persone T ci sono anche altr* che provano una certa resistenza di fronte all’essere tesserati e al dover aderire a una associazione: la sentono come una coercizione o una minaccia alla propria libertà. Sicuramente per noi è essenziale essere apert*, accoglient* e inclusiv* di tutt*; e comprendiamo benissimo che per una persona T il doversi registrare col nome di battesimo , quando esso non corrisponde alla propria identità, è molto doloroso. Quindi sicuramente non andremo in quella direzione! Pensa che la MCC nel 1981 ha redatto delle Linee Guida nelle quali dava indicazioni a tutte le sue comunità del mondo su come adottare un linguaggio inclusivo di tutt* E da lì anche tutti i documenti e formulari e certificati sono stati modificati affinchè tutt* possano sentirsi accolt* così come sono e vogliono essere riconosciut* e chiamat*.

 Che posizioni prendete verso la GPA (gestazione per altri)?

Nella MCC non esiste un solo pensiero o una posizione univoca: l’inclusione significa anche accogliere e valorizzazione le differenze di pensiero nel rispetto reciproco di ciascun* e condividere l’impegno concreto e profetico per i diritti di tutt* nel mondo. Quindi io ti posso parlare solo della mia personale posizione sulla GPA. Fatta questa premessa, credo che attorno a questi temi si (s)muovano molti pregiudizi e si tocchino tanti tabu (e ombre) che la nostra società non vuole affrontare e, quindi, preferisce etichettare (e congelare) in modo pregiudiziale per non guardare al proprio malessere culturale. E così si (s)ragiona con la pancia, senza neppure prendere in considerazione le evidenze dei dati scientifici e le esperienze di chi già ha vissuta questa esperienza nel mondo. Io personalmente sono favorevolissimo alla GPA, se fatta nel rispetto di tutt*. Il che significa che è fondamentale che un Governo la legalizzi e regolamenti in modo non restrittivo ma a garanzia della libertà di tutte le parti. Proibire e mettere una pietra sopra la realtà è da ignoranti: da gente che ignora che il flusso della vita va avanti e se anche la copri col cemento l’erba cresce lo stesso e spacca anche quella pesante crosta dura dei divieti e delle negazioni assolute. Inoltre poi, come dico nel mio blog appena aperto su LGBT News Italia, anche Gesù è nato da GPA! E la Bibbia è piena di esempi di ”uteri in affitto” e non sempre in modi edificanti e rispettosi. Forse si dovrebbe conoscere e condannare la Bibbia più che la GPA!

 E ora una domanda piccante per i nostri lettori. Ti definivi gay, ora queer. Mi spieghi che significato dài a questo termine? riguarda la tua identità di genere? il tuo orientamento sessuale? il tuo totale rifiuto dei ruoli e degli stereotipi? I nostri lettori (pansessuali, transgender, genderfluid, genderqueer e chi ne ha più ne metta) vogliono sapere se sei “dei nostri” 🙂

Sì prima mi definivo gay, ora queer… per diverse ragioni: innanzitutto perché esplorare più a fondo me stesso, le mie identità sessuali e anche il recente cambiamento di relazione mi ha portato da una parte a rendermi conto che io non sono solo un maschio; per cui la parola “gay” mi appare troppo riduttiva e non rende ragione del lato femminile di me, che non è affatto marginale. Questo poi mi ha anche incuriosito e stimolato a leggere, approfondire, conoscere esperienze altre (come la bisessualità, l’universo trans, l’asessualità, ecc). E congiuntamente ai corsi integrativi sulla sessualità, richiesti dalla MCC per il trasferimento della mia ordinazione come pastor*, tutte queste ulteriori conoscenze sono state un altro motivo che mi ha portato a riflettere sul potere dei presupposti teorico-culturali presenti nelle parole che usiamo anche per definirci: per cui oggi sento anche quasi come un dovere morale l’importanza di usare termini che non contengano (neppure velatamente) un modello maschilista-dicotomico-patriarcale per scegliere, al contrario, appellativi che contribuiscano allo sviluppo di una cultura fatta di rispetto e riconoscimento di tutt* e che rendano ragione della fluidità della vita che sempre si muove e muta in noi. Infine l’essere da alcuni mesi in una relazione BDSM (con un Master che è bisessuale) mi porta a essere a volte anche “donna eterosessuale”; anche per questo oggi la parola “gay” non mi corrisponde più. E – termino con una battuta (ma non troppo) – non essendoci “slave” nell’acronimo LGBTIQA, al momento “queer” è l’appellativo che più mi si addice. Anche se tutte queste etichette sono appunto etichette: noi siamo molto di più.

 

Damiano Di Lernia: un vescovo eterosessuale per i diritti LGBT

Oggi intervistiamo Damiano, Vescovo della chiesa Anglo Cattolica, un uomo eterosessuale, con un passato da uomo sposato e con ben quattro figli, che ha scelto la via religiosa, conciliandola con i suoi ideali di laicità delle istituzioni e di rispetto per tutti, comprese le persone omosessuali, bisessuali e transgender.
Dopo la manifestazione del 21 febbraio, in cui Damiano ha manifestato con il Milk di Milano, abbiamo deciso di intervistarlo.

1919400_885742208206766_7751143494399369959_n

Ciao Damiano, a che età hai avuto la vocazione?
Sono nato a Milano il 12 Novembre 1957. All’età di 7 anni iniziai a frequentare la “Parrocchia di San Pietro in Sala” dove il Parroco dell’epoca, don Sandro Dell’Era, mi accolse con amore nel gruppo dei “Ministranti”. Il Parroco, sapendo la mia situazione familiare, mi invitava spesso ad andare in parrocchia, per occasioni come funerali e matrimoni. In quegli anni maturava, in me, il desiderio di diventare come il mio parroco, che per me è stato come un padre (ero figlio di una ragazza madre). Vedevo, in quel sacerdote, l’umile servo del Signore, che portava con amore la Parola di Dio a tutti, non solo con la preghiera, ma anche con opere di carità verso i bisognosi. Crescendo, mi rendevo sempre più conto che c’erano dei miei coetanei che stavano peggio di me; il mio servizio in Parrocchia, a quei tempi, mi dava la possibilità, tra matrimoni e funerali, di ricevere tante mance (chi si ricorda le 500 lire d’argento!) con le quali aiutavo le famiglie dei miei coetanei e cercavo di regalare loro qualche giocattolo. A 12 anni per problemi familiari venni mandato in un collegio gestito dai Salesiani, in quanto la mia richiesta all’assistente sociale era stata quella di andare in un collegio gestito da religiosi. L’unico posto libero, era al Centro Salesiano “San Domenico Savio” di Arese. In quel centro chiesi subito al direttore, don Luigi Melesi, di poter continuare a fare il Ministrante nella vicina parrocchia ed esposi anche il mio desiderio di diventare prete. Il Centro di Arese accoglieva ragazzi con gravi situazioni familiari alle spalle, per cui mi resi conto di essere nel posto giusto; organizzavo giochi, tornei di calcio e rappresentazioni teatrali ricevendo le lodi dai sacerdoti salesiani. Purtroppo un colloquio con un loro psicologo, precluse il mio cammino con loro, per cui, fui accolto in una congregazione religiosa dove mi occupavo del doposcuola dei ragazzi delle elementari e sorvegliavo di notte la loro camerata. Un episodio che mi ha molto turbato, mi ha fatto andare via da quella congregazione. Avevo 18 anni, pensai di studiare e poi chiedere di entrare in un convento di frati francescani. Stando fuori dal seminario, conobbi una ragazza, che nel giro di pochi mesi diventò mia moglie in quanto aspettavamo un bambino. Pensai subito che il Signore aveva trovato una strada diversa e l’accettai con molta fatica, ma poi con gli anni, mi resi conto che l’artefice della mia vita, ero proprio io. Purtroppo, il mio è stato un matrimonio “riparatore”. Dopo poco tempo mi resi conto che insieme eravamo incompatibili, ma ormai la “frittata” era fatta e il danno riparato col matrimonio. Nella nostra immaturità, pensammo che un altro figlio ci avrebbe legati, invece il figlio è nato, ma poi ci siamo separati e in seguito abbiamo divorziato. Ormai non pensavo più al sacerdozio. Ero caduto nel “girone dei peccatori”, ed ero un peccatore che aveva tradito un patto davanti a Dio, ma dopo un po’ di mesi dalla mia separazione, conobbi una ragazza con la quale condivisi la mia vita, fino al 2001. Con questa ragazza ebbi due figli, ma un tumore ai polmoni la portò via. Mi ritrovai solo con due figli di 13 e 16 anni, arrabbiato con la vita, e con Dio per aver tolto la persona che amavo e madre dei miei figli. Nel 2002, grazie ad una mia amica, conobbi il gruppo del Rinnovamento Carismatico Cattolico. In quel periodo, ero a pezzi psicologicamente e non pensavo più al sacerdozio. Anzi ero molto arrabbiato con Dio perché aveva permesso che mi accadessero tutte quelle esperienze negative. Iniziai a frequentare questo gruppo, trovandomi bene. In quel gruppo, sperimentai la riconciliazione con il Signore, quel Signore che da ragazzo, mi chiamò con insistenza, ma non ascoltai. Nel frattempo ripresi a fare volontariato negli ospedali psichiatrici e presso un centro di accoglienza per senza fissa dimora. Una sera, mentre pregavo, improvvisamente sentii due mani calde sulla testa e una voce mi disse: “Tu es Sacerdos”. In quell’istante, non ci fece caso, ma nei giorni seguenti pensai molto a quell’esperienza, che si è poi ripetuta dopo circa un mese durante la preghiera comunitaria. Le sorelle e i fratelli che pregavano per me, mi dicevano pur non sapendo nulla di me, che: “il Signore ti chiama al sacerdozio ministeriale”. Mi chiedevo come avrei potuto essere un sacerdote: ero divorziato, padre di quattro figli…. Infatti, mi chiedevo se io e soprattutto quei fratelli “erano pazzi o cosa?”. Quella misteriosa voce dentro di me continuava a tormentarmi, e con il tempo diventò sempre più insistente, tanto che credevo di essere diventato matto.  Nel giugno del 2007, feci uno strano incontro (strano per come si è verificato, c’era la mano di Dio) con l’Arcivescovo Mons. Mapelli, che aveva da poco fondato una diocesi occidentale di tradizione ortodossa. Dopo il colloquio con l’Arcivescovo, capii molto bene che il mio cammino non era nella chiesa ufficiale romana, ma venivo chiamato a svolgere il mio ministero in un’altra realtà ecclesiastica. Fu così che, il 7 dicembre 2007 fui ordinato diacono e il 27 settembre del 2008 presbitero. Sin da subito, mi adoperai per la cura delle anime dei cosiddetti ultimi, dei divorziati, delle persone lgbt, dei carcerati, di persone dipendenti da alcool e sostanze stupefacenti, ed accostavo al mio ministero sacerdotale anche un aiuto di tipo materiale. Organizzavo banchi di beneficenza per raccogliere fondi e facevo la spesa a famiglie bisognose. Purtroppo, tutto questo ad uno dei suoi “superiori” non piaceva, per cui con molta sofferenza lasciai la chiesa di Mons. Mapelli. Il 16 dicembre 2012 entrai ufficialmente nella “Chiesa Vetero Cattolica delle Americhe”. Pur prestando il mio servizio in quella Chiesa, non sentivo “soddisfazione piena”. Dopo un po’, anche questa esperienza andò male, come le successive. In quel periodo, arrivato sul punto di mollare tutto, qualcosa dentro di me, mi ha portato a fondare una comunità, che si ispirasse al vangelo vissuto dalle prime comunità cristiane, libere da dogmi e dottrine di uomini. Fu così che, fondai la Comunità Cristiana Indipendente Gesù Risorto e indegnamente* ricevetti l’Ordinazione Episcopale il 13 settembre 2014 da Sua Ecc.za mons. Antonio Canzano. Dal gennaio 2016 ho trasformato, con il benestare dei miei confratelli che il Signore mi ha mandato, questa Comunità da me fondata in “Chiesa Cristiana Anglo Cattolica” che, grazie alla Bontà Misericordiosa del Nostro Dio, mi permetterà di portare ancora avanti con Grazia di Dio, il mio ministero a servizio degli ultimi.

Hai avuto diffidenza della tua famiglia d’origine in questa tua scelta?
Assolutamente no, i miei figli e mia sorella mi sono stati molto vicino in questo cammino, supportato anche dall’affetto di molti amici/che.

Quindi anche i tuoi figli?
I miei figli hanno sempre rispettato le mie scelte, come io ho sempre rispettato le loro. Avendo perso la mamma in età adolescenziale ancora oggi non riescono a capire che la morte della mamma non è dovuta per un capriccio del padreterno o perche nel suo giardino mancava un bel fiore…….(queste alcune frasi dette dai bigotti al funerale) Comunque quando celebro l’Eucaristia e alle mie ordinazioni sono stati sempre presenti.

Parlaci della tua chiesa, è di tradizione cattolica? ortodossa? protestante?
Sono tante le cose che posso dirvi sulla Chiesa Cristiana Anglo Cattolica. Certo, la nostra chiesa non è di fede “Cattolica” ma Cattolicissima. Noi, vediamo nel termine “cattolico” l’identificazione universale della Chiesa. Non necessariamente il termine CATTOLICO deve essere attribuito alla Chiesa di Roma, ma deve avere un significato molto più largo e profondo. Secondo noi, non esistono cattolici identificati, ortodossi, protestanti, evangelici, luterani e così via, ma tutti insieme siamo membri dell’unica chiesa universale “il Corpo mistico di Cristo Signore”.

La tua chiesa accetta le donne come diaconi, preti, vescovi?
La Chiesa Cristiana Anglo Cattolica proprio con la promulgazione del nuovo Diritto Canonico della nostra Chiesa, scritto dal Vicario Generale e approvato dal Santo Sinodo dei Vescovi della nostra Chiesa, ci permette il Diaconato femminile. Come Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, siamo ancora lontani dall’apertura al cosiddetto “prete/vescovo donna”. Però, Dio è grande, può ispirare tutti i nostri Confratelli ad aprire a tale novità. Attualmente abbiamo aperto alle Diaconesse, in futuro se sarà Volontà di Dio, apriremo anche alle Donne Preti e Vescovi.

La tua chiesa impone il celibato ai religiosi?
La Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, pensa che tutto debba essere fatto per Amor di Dio. Nessuno deve essere costretto a fare delle cose contro la propria volontà. L’essere umano deve essere libero, anche se prete o religioso, la propria vita nei modi e nelle forme ispirate da Nostro Signore. Non ci piace avere nel Clero delle persone afflitte dal pensiero di un possibile tradimento, se per esempio, dovesse capitargli di amare o di fare l’amore con una donna oppure con un uomo. Tutti, carissimi fratelli, dobbiamo essere liberi di decidere della nostra “sessualità” come meglio si crede. Non imponiamo il celibato, però se qualcuno vuole fare questo voto, permettiamo di farlo. Tutto sia sempre fatto per amor di Dio.

Sei eterosessuale, perché la scelta di una Chiesa a favore delle persone LGBT? Ci spieghi la differenza tra Chiesa LGBT (solo per persone LGBT) e LGBT-Friendly (che tratta tutti alla pari, LGBT e non)?
La nostra chiesa non è LGBT. Noi non vogliamo identificarci in un solo mondo, vogliamo essere l’espressione religiosità di tutti (etero compresi!). Dire “Chiesa Gay” sarebbe come dire “Chiesa dell’Omosessualità”. No, da noi sono tutti accolti e ben accettati. Non vogliamo fare nessuna differenza tra il popolo di Dio, ma amarci nella diversità.

Si parla molto di chiese che sposano gay e lesbiche. Voi lo fate?
Pensiamo che, il diritto al matrimonio sia “un dovere da elargire da parte nostra”. Tutti hanno il diritto di dichiarare liberamente il proprio SI al suo amore, dinanzi al ministro della Chiesa e al buon Dio. Il matrimonio, se così vogliamo chiamarlo, è un legame d’unione della coppia con Dio, niente di più e niente di meno. Gli sposi, dichiarano amore eterno dinanzi a Dio e alla Chiesa. Mi chiedo, come possono due persone omosessuali dichiarare il proprio amore a Dio, se non amassero profondamente Nostro Signore? La risposta è semplice. Perché sono amati dal Divino e Buon Signore. Pertanto, non continuiamo a fare assurde distinzioni oppure giudicare i propri fratelli per il proprio orientamento sessuale, ma come disse Gesù “amatevi gli uni gli altri”.

Per le persone T il problema principale è un altro: la persona T spesso non ha ancora in nome che sente suo sul suo documento. Alcune confessioni (come alcuni buddhismi, ma non solo) accolgono la persona col nome e col genere che sente suo, voi avete pensato a questo problema? Come potete accogliere una persona T senza lo stigma del suo nome anagrafico?
Alla domanda voglio rispondere come quelle precedenti “non vogliamo fare queste assurde distinzioni”. Se una persona desidera, per sé, un nome maschile oppure viceversa, chi sono io per impedire a questo fratello o sorella di essere se stesso/a? No, dobbiamo imparare tutti a rispettare quello che è “diverso” ai nostri occhi, imparando a rispettarci nella diversità. Nessuno deve vivere una vita “infelice” perché così vivrebbe una vita in bianco e nero. Se un giorno si presenterà questo problema nella Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, ne discuteremo nel Santo Sinodo dei Vescovi. Però, posso assicurarvi che nella Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, non si farà mai questa distinzione, perché è poco rispettosa per tutti.

Nel caso la persona T contraesse matrimonio, sarebbe il caso che la persona fosse sposata col suo nome e genere. Quindi, ad esempio, una donna trans (dal maschile al femminile) che sposa un uomo biologico è in una coppia etero, non omo, perché a contare è la sua identità di genere, non il suo corpo, quindi è un’unione tra una donna e un uomo. In questa unione andrebbe assolutamente rispettato il nome e il genere di questa donna, trascurando il nome anagrafico (maschile) e il genere anagrafico (maschile).
La tua chiesa ha pensato a questo?

In questa unione, prima di tutto deve essere rispettata la volontà delle persone che vanno a contrarre l’unione, poi vengono le regole della Chiesa Cristiana Anglo Cattolica. Posso dirti che la Chiesa, lascerebbe decidere alla coppia come vuole essere chiamato. Ti faccio un esempio. Se la trans X non anagraficamente riconosciuta come donna, si sposa con l’etero Y riconosciuto come uomo anagraficamente, però la trans X possiede ancora il nome maschile che non sente suo, come si può risolvere questa cosa al nostro interno? La nostra chiesa penso bene di fare una cosa con la Trans X, (a cui daremo un nome anagrafico a caso: Mario Rossi), di registrarla nei documenti matrimoniali come “Maria Rossi”. Noi vogliamo rispettare prima la volontà di Nostro Signore, che ci dice d’amare e rispettare, per poi rispettare in toto la volontà della coppia composta dalle persone X e Y.

Oltre ad essere accolte persone LGBT tra i praticanti, ci sono persone LGBT anche nel vostro clero? Accettereste mai come religioso/a una trans (dal maschile al femminile), oppure un trans (dal femminile al maschile)?
La Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, se permettete, non intende fare questo assurdo paragone. Per noi, tutti sono fratelli e sorelle, nessuno escluso. Nella Chiesa vengono accettati tutti coloro che dichiarano d’amare Nostro Signore, senza alcuna distinzione di razza, colore, credo, oppure di orientamento sessuale e identità di genere. Se mi parlate di religiose transgender nell’Ordine femminile, perché no. Però la donna transgender Mtf (transizionante dal maschile al femminile), non può diventare sacerdote, ma solo religiosa. La cosa è diversa se un transgender transiziona dal Femminile al Maschile: in quel caso può diventare sacerdote. Però, questi sono assurdi paragoni, che sinceramente non volevo fare, perché non mi va di far distinzioni tra le persone transgender e quelle che non lo sono. Tutti siamo uguali e tutti amati da Dio.

Molti gay e molte lesbiche sono poco aperti nei confronti della B e della T. Tu, essendo eterosessuale e quindi fuori da certe dinamiche interne, come ti poni verso le persone bisessuali? e verso le persone transgender?
Le persone devono rispettarsi a prescindere dal proprio orientamento sessuale. Non vuol dire niente “sono Bisessuale o Transgender” tutti siamo uguali. Immaginate per un solo istante l’Ultima Cena di Nostro Signore Gesù Cristo. Il Signore in quel preciso istante disse una cosa molto importante per le persone che credo, che oggi la chiesa cattolica romana, crea tantissima confusione. Gesù trovandosi nell’ultima cena disse “prendete magiatene tutti” oppure “prendete bevetene tutti”. Gesù non disse mai “aspetta, tu sei gay, non puoi magiarne. Tu sei etero, puoi mangiarne. Tu sei prostituta, non puoi mangiarne. Tu sei casalinga, puoi magiarne”. No, Gesù disse semplicemente la parola “TUTTI” cioè, ogni persona che crede in Lui. Gesù fu il primo a non fare distinzioni, perché dovrebbero farle persone misere come noi? Amiamoci tutti, questo è il vero segreto dell’unione.

Sicuramente in ambiente LGBT avrai sorpreso molto dichiarandoti etero. Il mondo LGBT è abituato a chiese friendly con clero molto gay, e anche la chiesa romana non scherza…
Non esistono chiese per LGBT, esiste la Chiesa, niente di più e niente di meno. Tutti devo essere liberi di seguire i desideri del proprio cuore, anche ispirandosi ad una possibile vocazione. Sulla mia sessualità etero e sulla mia apertura al mondo Gay nella chiesa che indegnamente* presiedo, non significa andare a favore di uno o dell’altro, significa aprire le porte della Casa di Gesù a tutti. Non dobbiamo guardare nel sacerdote la sua sessualità, ma l’amore che può donarci, il conforto, la gioia e la condivisione che può arrivare. Tutti, anche la Chiesa di Roma, deve imparare a non giudicare nessuno. Tutti dobbiamo stare attenti alle esigenze del nostro prossimo, guardare e curare con amore la sua anima, cercando di farlo sentire a casa e tra fratelli. Il mio clero, se possiede un orientamento sessuale gay o bisessuale, rispetto questa loro diversità con me, come loro rispettano la mia diversità con loro. Il rispetto deve sempre prevalere.

Sei anche attivista per la laicità delle istituzioni?
Penso che tutte le istituzioni pubbliche debbano stare fuori dai temi cosiddetti “religiosi”, così le chiese devono stare fuori dai temi di discussione popolare e legislativo. Non possiamo pretendere che uno Stato non si deve immischiare in questione religiose, per poi la chiesa violare così apertamente il diritto alla laicità dello Stato. Se devo dirtela tutta, secondo me i politici presenti nelle istituzioni devono dichiarare la loro “non appartenenza religiosa” se si vuole fare davvero l’interesse dello Stato e della collettività. L’Italia è fondata sul diritto, sull’uguaglianza e sulla libertà individuale, però moltissime volte i politici mettono la loro appartenenza religiosa in primo piano, non mettono il bene della collettività. Noi dobbiamo combattere per uno Stato che sia “Laico e Plurale” dove tutti sono rispettati per quello che sono, non per quello che vorrebbero farmi essere, disegnato in stanze segrete dello Stato e della Chiesa Cattolica ufficiale. Questo non può e non deve accadere.

Molte persone oppresse dalle chiese si allontanano dalle religioni, facendo coincidere il messaggio spirituale con il pensiero del clero. Che messaggio daresti a queste persone?Il messaggio che voglio dare a tutti questi fratelli e sorelle è quello “di amare Gesù” indipendentemente dalle diatribe interne. Se proprio volete essere accolti cosi come siete, la nostra porta è sempre aperta a tutti, ma prima di noi, deve venire l’amore per Colui che ama in eterno, senza distinzioni, Nostro Signore Gesù.

1377953_885742504873403_5236923329403268165_n*
abbiamo rispettato la scelta di Damiano di considerare “indegni” i suoi onori come vescovo, anche se non siamo d’accordo con questa sua umiltà, perché pensiamo che sia degno 😀

Intervista di Nathan Bonnì

Cosa i reazionari e i fondamentalisti religiosi chiamano “Gender”

Il movimento GLBT ha sottovalutato il fenomeno “sentinelle in piedi” e “contro l’ideologia gender” perché pensava, ragionevolmente, che fossero “quattro stronzi”, cosa che effettivamente corrisponde a realtà, ma ha dimenticato quanto questi quattro stronzi, con dei catalizzatori dietro come Forza Nuova, la Lega Nord, Fratelli D’Italia e (soprattutto) la parte più integralista della Chiesa Cattolica Romana potessero fare rumore.
E cosi’ ci siamo trovati traditi da tutti i mass media, che hanno gonfiato i numeri del Family Day (un milione? in una piazza che contiene al massimo, stretti come sardine, 200.000 persone?) e non ci siamo accorti che anche nelle parrocchie di Canicattì e Cantù, si parli (ovviamente male) di “Gender” .

Partiamo dall’inizio:

un tempo c’erano le persone GLBT. per il cattolici erano “malati”, ma i malati devi compatirli. Chi sei tu per giudicarli?
E cosi’ il cattolico aveva una contraddizione: come poter giustificare la non accoglienza verso coloro che chiamava malati?
Cosi’ i “malati” , ora che non lo sono più, possono essere odiati, perchè sono diventati “ideologi“.
E cosi’ ora essere gay, lesbica, bisessuale, transgender, è un’ideologia, come il comunismo, il socialismo, il nazismo…

Un tempo si era maschilisti e binari per tradizione, non c’era bisogno di “teorizzare”, e il fatto che la Chiesa stia cominciando a teorizzare gli stereotipi di genere come naturali, innati e insindacabili è la prova che ce ne sia bisogno, e che quindi antibinari e glbt-friendly “rischino” di diventare fisiologicamente la maggioranza.

Ma cosa chiamano “ideologia gender/teoria gender”?
In realtà gli attivisti GLBT non hanno mai usato questo termine, che nasce da un pastone che fonde gli studi di genere, elaborate nelle facoltà americane di antropologia (in ambiente laico, i cosiddetti gender studies), e la teoria queer elaborata da alcuni filosofi, tra cui Butler, per altro non condivisa, o non in pieno, da gran parte del movimento LGBT (ad esempio io non ne sono un sostenitore).
Questi percorsi culturali mettevano a fuoco varie questioni, in particolare gli stereotipi di genere, dichiarando che, come da scoperte scientifiche, i ruoli di genere non sono innati, non hanno nulla di genetico o biologico, ma sono stati tramandati socialmente e culturalmente da generazione a generazione.

In soldoni, sebbene puo’ esserci una differenza di forza fisica media tra una donna e un uomo coetanei e della stessa cultura ed etnia, in una società come la nostra in cui non si vive di forza fisica, tutte le differenze nella divisione dei ruoli domensitci, della donna e nell’uomo nelle professioni, nei diversi ruoli genitoriali del genitore con la vagina e di quello col pene, sono sostanzialmente culturali.

E’ dimostrato scientificamente che avere il bacino diverso, o il cranio, o la genitalità, non porti ad una predisposizione innata a  comportamenti che la società chiama per stereotipo “maschili” o “femminili”, tuttavia fin dai primi giocattoli, vestiti, acconciature, i bambini vengono “differenziati” affinchè si abituino al ruolo , ed illusi che quella sia l’unica strada. Questo atteggiamento viene chiamato “predeterminismo biologico”.

Ovviamente questo discorso non c’entra assolutamente con le tematiche GLBT, perchè è qualcosa che ridiscute innanzitutto i modelli familiari, di coppia, e il mondo del lavoro, relativamente all’umanità tutta, quindi in grande percentuale riguarda coloro che hanno un orientamento sessuale etero e un’identità di genere coerente col corpo (etero madri e padri di famiglia).
Ma se ogni persona, nata col pene o con la vagina, puo’ reinventare un ruolo sociale a seconda delle sue attitudini, come del resto succede a bambini educati senza stereotipi, in Nord Europa, e quindi le due figure stereotipate rosa e celeste decadono, allora viene molto depotenziato il simbolismo cattolico dei due “ruoli insostituibili” che devono affiancare un bambino, quindi diventa naturale immaginare le famiglie omogenitoriali e i genitori transgender.

Vi è una grande confusione, in chi non è addentrato in tematiche antropologiche e sociologiche, tra l’orientamento sessuale e l’identità di genere (ovvero le tematiche delle persone omo/bisessuali e delle persone transgender) e i ruoli sociali di genere (tematica riguardante invece tutti).

L’identità di genere (se sei una persona transgender o no) e l’orientamento sessuale (se sei una persona omosessuale, bisessuale o no) sono intrinsechi e non dipendenti dal contesto socio/culturale. Poi è la visibilità che una persona sceglie di dare a questa condizione, e il processo di autodeterminazione, che è influito dalla società.

In un ambiente ostile una persona potrebbe, per quieto vivere, accodarsi al branco e scegliere modalità di vita “comuni”, senza venire mai a scoprire della sua identità di genere o del suo orientamento, magari non sapendo dare una risposta ad un malessere senza nome e senza una precisa forma. Cio’ succedeva soprattutto in passato, in provincia, quando c’era molto isolamento, non c’era internet, e una persona, priva di riferimenti, non sapeva dare un nome a cio’ che era, e ne aveva un terrore tale che preferiva non indagare.
Cosi’ molte persone transgender hanno vissuto intere vite incarnando il genere coerente al sesso biologico, molti omosessuali si sono sposati con persone di genere opposto e hanno fatto figli, o sono rimasti “zitelli”,molti bisessuali hanno preferito dare più spazio a relazioni eterosessuali per quieto vivere sociale.

Altri invece hanno scoperto di sè ma, a causa delle condizioni di vita ostili, hanno deciso di vivere “clandestinamente” il loro orientamento sessuale (con relazioni clandestine, esperienze in saune e locali a tema gay/lesbico) e/o la propria identità di genere (con esperienze di cross-dressing magari casalinghe o in ambienti protetti), magari alternando a queste piccole boccate d’aria una vita normalizzata da scapoloni/scapolone o prigionieri/e di matrimoni di copertura, o magari di una carriera monacale/ecclesiastica.

Altri, di estrazione cattolico romana, si sono rivolti a psicologi, spesso cacciati dall’Ordine in quanto dissonanti rispetto all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che hanno, tramite strumenti religiosi di tradizione cattolico romana, anche se sono nate in ambiente pentecostale, quali riti, preghiere, rosari, fatto percorsi di lavaggio del cervello atti a lavorare sugli stereotipi di genere, per “ripristinarli” per poi chiarire che non solo i ruoli sono innati, ma che la coppia deve essere costituita solo da uomo e donna, che hanno ruoli diversi, complementari, e chiaramente quello prevalente è il ruolo maschile (la donna è subordinata, come dice San Paolo).

Meno considerata dalla Chiesa è invece la condizione lesbica, e quindi esistono meno percorsi riparativi, in quanto la donna in sè è meno considerata dalla chiesa e dalla società reazionaria, quindi diventa relativamente importante anche il suo lesbismo. Inoltre per questioni bibliche, la vera ossessione è la sodomia (che tra l’altro diversi omosessuali non praticano, e che diversi eterosessuali praticano), quindi dove non c’è penetrazione (per come loro immaginano il lesbismo), non c’è interesse.

I ruoli sociali però non sono innati, ma condizionati dalla condizione socioculturale. Spesso gli integralisti religiosi amano fare volutamente confusione tra i ruoli sociali e gli stereotipi di genere e tutto ciò che concerne l’identità di genere e l’orientamento sessuale.

Se per loro i ruoli sono binari e innati, se ogni sesso biologico (maschio femmina) ha sempre e solo un genere identitario corrispondente (uomo e donna) e anche dei ruoli “naturalmente” predisposti, non ha senso parlare di genere (gender), nè relativamente all’identità di genere, nè relativamente ai ruoli, quindi, per loro il “gender” non esiste.
Tutto viene ricondotto al “sesso” (biologico, e ai genitali) e non al genere. Anche la genitorialità viene vista come unica finalità del sesso, e soprattutto il sesso come unico strumento legittimato a portare alla genitorialità, e, nel tentativo di delegittimare i genitori GLBT, delegittimano anche i genitori adottivi eterosessuali, o i genitori eterosessuali che sono ricorsi alla genitorialità assistita, introducendo, contro di loro, concetti come padre vero, padre falso, madre vera, madre falsa…

Inoltre, tramite fenomeni come le sentinelle in piedi, rivendicano ildiritto” di libero pensiero, anche quando è un pensiero intollerante ed ostile verso il diverso. Come se qualcuno scendesse in piazza per il diritto di dire che la donna, o le persone di colore, o gli ebrei, sono inferiori.

In vari blog, pagine facebook, gruppi facebook, dove domina incontrastata l’incapacità di distinguere le etero femministe, dalle persone omo e bisessuale, e dalle persone transessuali e transgender, ormai hanno dovuto trovare una parola sintetica che ci comprendesse tutti, uniti dalla nostra “ideologia“, riconducendo subito la parola “gender” alla questione dell’omogenitorialità e dei diritti dei bambini (qualcuno pensi ai bambiniiiii!)
Ideologi del gender, o, per sintesi, “voi gender”.

Cos’è la massoneria? è binaria? include le persone GLBT?

Gentili lettori,
come sapete questo blog si occupa principalmente di binarismo di genere e di persone GLBT, e di come tutto ciò che riguarda la vita delle persone, compresa la spiritualità, possa essere binario, non binario, inclusivo o non inclusivo rispetto a chi è di genere femminile, e/o chi è gay, lesbica, bisessuale, transgender, transessuale.

In questo viaggio tra le spiritualità, è arrivato il momento della Massoneria.
Come sapete, parallelamente al progetto del blog, vi è la mia presidenza dell’associazione Harvey Milk, che il 9 maggio, alle 18.00, in via Don Minzoni 129 di Sesto San Giovanni (MM Marelli, MM Rondò), affronterà, tramite il Progetto Cultura, filone Spiritualità, la tematica della Massoneria.

Il moderatore sarà Diego Sardone, massone e socio sostenitore Milk, che si occuperà di spiegare alle persone GLBT e non presenti in sala cosa è, ma soprattutto cosa non è la massoneria, per combattere i pregiudizi dovuti dal complottismo e dalla disinformazione, pregiudizi non dissimili da quelli che si hanno per altre realtà poco conosciute o conosciute solamente tramite la distorsione dei media.
La conferenza sarebbe inutile se non vi fosse prima questo inquadramento sul tema.
Il suo intervento sarà utile soprattutto al pubblico profano, sia GLBT, sia friendly, che vuole farsi un’idea sull’argomento scevra da pregiudizi.

La seconda relatrice sarà Denise Farinato, socia bisessuale del Milk e storica della massoneria. Ci racconterà la storia dell‘iniziatismo femminile, le prime donne in massoneria, le logge femminili e le logge miste.
Il suo intervento è pensato sia per le persone GLBT, nonchè le donne, profane tra il pubblico, che vogliono capire se la massoneria è sessista, sia per le donne massoni tra il pubblico, sia per gli uomini massoni, siano essi favorevoli o contrari alla massoneria femminile e/o mista.

Il terzo relatore sarà Enrico Proserpio, esotericamente Emanuele Balsamo, massone, bisessuale, socio e volontario del Milk, autore di un blog massonico, autore del romanzo “Il ramo d’acacia”, e del blog a tematica GLBT (e attualità in generale) “il nuovo multicolore”, che ci parlerà di Massoneria, identità di genere, e orientamento sessuale.
Il suo intervento è pensato per le persone GLBT tra il pubblico interessate alla massoneria o che vogliono capire come essa include loro, per i massoni GLBT tra il pubblico, ma anche per i massoni (uomini e donne) non GLBT che vogliono capire la realtà relativa all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

L’invito facebook all’evento

Intervista a Diego Sardone (cos’è e cosa non è la massoneria)

Intervista a Denise Farinato (la storia della donna in massoneria)

Intervista a Enrico Proserpio/Emanuele Balsamo (la massoneria e le persone GLBT)

10636227_737752619672393_7363022920647983800_n (1)

Nome…di battesimo

Molte persone transgender sono cristiane, ma si allontanano dalle religioni poichè le associano alla parte della loro vita fatta di imposizioni, tra cui ad esempio l’appioppamento di un nome anagrafico alla nascita, dunque di un “genere” ad esso associato, di tutti gli stereotipi e le aspettative sociali relative a quel genere, e infine del famoso nome “di battesimo”.

Nel caso della chiesa cattolica romana, la persona rimane legata alla comunità religiosa con quel nome, e quel genere, e non c’è possibilità di cambiarlo, visto che la chiesa cattolica romana non accetta le persone transgender.

Di contro, oggi esistono delle chiese cristiane che accettano le persone transgender e il loro genere d’elezione,e sarebbero pronte ad accettarle col loro nome scelto.
Per questo spesso alcune di loro chiedono di essere ri-battezzate, anche se non tutte le chiese extra-cattolicesimo romano “ripetono” il battesimo.
Alcune chiese lo fanno perché considerano non valido un sacramento avvenuto senza consapevolezza (pedobattesimo), altre considerano i sacramenti irripetibili, e quindi “tengono buono” il battesimo celebrato dalla chiesa cattolica, da cui ovviamente poi la persona ha preso le distanze.

Il battesimo, di per se, non è “l’attribuzione del nome”, anche se nel sentire popolare il battesimo coincide con questo, e il “sentire” spesso è più importante del fatto oggettivo.
Si pensi al film “L’importanta di chiamarsi Ernest”, dove i due “Ernesti” decidono di farsi ribattezzare dal prete con questo nome.
La persona Transgender non conosce il diritto canonico, e sogna un nuovo “nome di battesimo” , e quindi un nuovo “battesimo”, per iniziare un nuovo percorso spirituale senza la “zavorra” del precedente, non scelto ma appioppato.

Di contro, le chiese, anche quelle GLBT friendly, in realtà si sono sempre più interrogate sul problema “omosessuale”, quindi sui matrimoni gay e lesbici, e quindi non si sono poste il problema di come raggirare il problema delle persone transgender non rettificate anagraficamente, o anche di quelle rettificate (ma che rimangono battezzate col nome dell’estratto di nascita). Come ci si pone con questa persona, se ad esempio volesse fare la cresima? Oppure, se cresimata, come ci si pone se volesse sposarsi?
Ammesso che queste chiese sposino sia coppie etero che coppie omo, come ci si pone verso una persona trangender? Sposarla “come da documenti” (indipendentemente se la si sposa con un uomo o con una donna) è mancarle di rispetto, ma come si risolve il problema? ribattezzando questa persona? Oppure modificando il certificato del battesimo? O magari facendo una cerimonia in cui la persona viene accolta nella chiesa? (cerimonia non legata a un sacramento, ripetuto o non ripetuto).

Nelle ultime settimane sto contattando le chiese Gayfriendly per capire insieme come possono diventare delle chiese accoglienti anche per le persone transessuali e transgender.

Non faccio questo tanto per un interesse personale. Credo che tutte le persone trans (quindi anche quelle cristiane) debbano avere delle opportunità per essere se stesse anche nel percorso spirituale che sentono proprio.

A presto con aggiornamenti in merito.

Non solo atei: posizioni filosofiche interessanti esterne alla tradizione abramitica

Nella mia esperienza di attivista per la laicità delle istituzioni ho spesso trovato, come ostacolo, il manicheismo del mio interlocutore. Spesso vi è grande difficoltà, dovuta all’incapacità o alla svogliatezza di indagare i concetti, di distinguere ateo da laico, cattolico da cristiano, cristiano da credente, ateo da materialista etc etc.
Non sono solo i credenti a trovare irrilevanti e inutili tutte queste differenze. Spesso sono anche gli attivisti laici a definirle “inutili etichette”, quando invece il non riflettere sull’autocoscienza della propria posizione da parte di questi attivisti è grave quando l’immobilismo di chi rimane filosoficamente bloccato alle proprie speculazioni senza agire.
Oggi voglio concentrarmi su tutte le posizioni filosofiche che si frappongono tra il credente dogmatico e l’ateo dogmatico.

Molti detrattori delle battaglie laiche, quando parlano di atei, visualizzano uno stereotipo in cui il soggetto in questione è ateista, dogmatico, materialista, sicuro al 100% dell’inesistenza del trascendente, proselitista della sua posizione filosofica, irrispettoso della spiritualità altrui (anche quando non ha ricadute politico/sociali), e magari anche un po’ bestemmiatore a fine di provocazione. E’ facile tacciare di “religiosità” e di dogmatismo un ateo di questo genere, ed è anche la difficoltà, da parte di coloro che non rientrano nel binarismo ateo/credente, di indagare la propria posizione filosofica per poi rivendicarla e crearne uno strumento di attivismo per la laicità.

Oltre a questo tipo di ateo, che magari esiste pure, sebbene in bassa percentuale, esistono persone la cui definizione più che àteo sarebbe a-tèo, nel senso di persone “senza dio“, ovvero che conducono vite in cui dio (o la spiritualità, o l’adesione a una confessione religiosa), non è per loro nè utile nè necessaria.
Queste persone, talvolta, sono anche attiviste per la laicità, in quanto si battono per le pari opportunità di chi trova vicina alla sua sensibilità una vita “senza dio”.
Molti non sono interessati a dimostrare la non esistenza di dio, o del trascendente, ma semplicemente manifestano il loro diritto di considerare ciò irrilevante, di non essere minimamente interessati ad indagare la cosa, ma chiedono uguaglianza politico-sociale rispetto a chi invece ricerca un percorso spirituale.
Più che una posizione atea in questo caso si parlerebbe di posizione Apateista, dove il termine “apatia” va considerato in modo neutrale, non tanto per il suo significato “psico-medico” nella lingua italiana, ma per il suo significato neutro nella lingua greca.
La posizione Apateista potrebbe considerarsi quasi nella sfera degli agnosticismi, nei quali l’autodefinizione di “persona che non conosce” (in campo spirituale) può avere diverse accezioni: da coloro che appunto considerano irrilevante il conoscere in ambito metafisico, coloro che sono più propensi a ipotizzare la non esistenza di un dio, coloro che invece sono più propensi a ipotizzarla, coloro che “alzano le mani” non sapendo. La cosa che unisce queste posizioni è il non-dogmatismo: tutti loro ammettono che qualsiasi posizione è solo un’ipotesi e che l’unica riflessione sensata è un socratico “so di non sapere”.
Ultimamente è stato creato anche il neologismo Ateotelico, ancora non presente su wikipedia.
Una posizione recentemente a me presentata, che considero interessante, è l’ignosticismo (chiamato anche non-cognitivismo teologico oppure agnosticismo indifferente)
(da wikipedia) “Mentre la posizione di un agnostico è “non so se Dio esista o meno”, per l’ignostico questa affermazione diventa “non so a cosa tu ti riferisca quando parli di Dio”. Il termine ignosticismo indica infatti l’ignoranza riguardante l’affermazione dell’esistenza di Dio.”
Sia la voce “Apateismo”, sia la voce “Ignosticismo”, presentano questo aneddoto che riguarda Diderot e Voltaire
Il filosofo francese Denis Diderot, quando accusato di essere ateo, replicò che semplicemente non era interessato all’esistenza o inesistenza di Dio. In risposta a Voltaire scrisse che “è molto importante non confondere la cicuta col prezzemolo, ma credere o non credere in Dio non è affatto importante”.

Altro mondo interessante è quello di coloro che credono in un’entità superiore, ma non credono nella “rivelazione” e nella provvidenza divina, non hanno un’idea precisa e dogmatica della possibilità della vita oltre la morte, e quindi non hanno interesse nelle confessioni abramitiche. Questa posizione viene chiamata anche Deismo.
Alla posizione deista si può affiancare quella di molte persone che credono in “Dio” (immaginato come il dio dei deisti, ma non per forza), ma non sono interessati alle confessioni religiose. Si tratta di persone aconfessionali, che rientrano comunque, in un’ottica di laicità delle istituzioni, nel calderone dei discriminati nella visione binaria “cattolici vs tutto il resto”, come del resto vi rientrano tutti i liberi pensatori, coloro che hanno delle spiritualità non ravvisabili a una via strutturata gerarchicamente o bucrocaticamente riconosciuta. In poche parole, per fare un esempio, così come un ateo non sa a chi dare l’otto per mille, e ha di fronte a se una scelta limitata, lo stesso vale per un agnostico, un deista, un aconfessionale, o un soggetto che ha una spiritualità personale.Meritano di essere menzionati anche tutti coloro che non sono materialisti, tuttavia praticano una spiritualità non teista, ad esempio gli olisti , alcuni praticanti d’oriente (ad esempio i buddhisti mahayana), i panteisti (coloro che credono nella divinità immanente nella natura e nell’Universo).
Infine vanno citati, come soggetti esterni al binarismo ateo/abramitico i politeisti , e i praticanti di magia che non hanno come riferimento il dio abramitico.
Un altro esempio riguarda i movimento di coloro che si reputano cristiani nel senso che reputano Joshua di Nazaret un semplice maestro e non il figlio di un dio.Se è stato necessario un post così lungo e complesso per esaminare tutte le posizioni filosofiche aldilà delle grandi tradizioni religiose, figuriamoci se dovessimo spiegare le differenze tra Bereani e Unitariani, tra cristiani gnostici e seguaci della teologia queer, spiegare la realtà cristiana, che va dalle battaglie laiche dei Valdesi all’odio per atei e per persone glbt da parte delle sette pentecostali nordamericane e sudamericane, quindi non mi rimane che rimandare ad un altro articolo le precisazioni sul mondo giudaico cristiano e la sua varietà di posizioni filosofiche e teologiche.