Intervista a Gabriele Belli, counselor in formazione e ideatore delle protesi ForToMan

Gabriele Belli, uomo transessuale, counselor a indirizzo bioenergetico, ed ideatore delle protesi genitali per ftm ForToMan.
Vediamo cosa ha da raccontarci…

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– Ciao Gabriele, raccontaci chi sei: età, provenienza, studi, passioni, professione…

Salve a tutti, grazie Nathan.
Ho 46 anni, sono nato a Roma e vivo a Milano da 17 anni. Sono diplomato ragioniere, ma ho sempre amato la Biologia, la Psicologia, la Comunicazione e e la Fisica Quantistica. Fin da piccolo mi caratterizzava una spiccata intelligenza emotiva che mi ha creato non pochi problemi nel relazionarmi con gli altri. Negli anni poi è invece diventata uno dei miei punti di forza.
– Raccontaci la tua storia in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

Ho percepito la mia identità maschile a 3 anni, senza farmi domande ero convinto di ciò che sentivo di essere. Il mio corpo non fisico, intrappolato sotto la pelle, si è sempre manifestato alla mia mente nonostante il mondo intorno a me mi rimandasse l’informazione contraria: non sei un maschio, sei una femmina. Io me ne fregavo e vivevo l’immagine dei miei pensieri pur sapendo già che la vita non mi avrebbe perdonato il fatto di essere venuto al mondo.
La sensazione di soffocamento è diventata insostenibile con la pubertà, lo sviluppo, e così a 18 anni ho cercato delle soluzioni a questo malessere senza nome. Il mio medico mi disse che al San Camillo di Roma facevano degli interventi particolari: attaccavano peni prelevati da cadaveri. L’immagine balzata alla mente era cosi lontana dalla mia idea di essere Uomo che mi arresi all’istante. Altre vicende familiari tra l’altro mi impegnavano molto e dunque per lungo tempo abbandonai ogni forma di ricerca e vissi semplicemente la mia relazione sentimentale con una donna, già felice di aver trovato una specie di “collocazione” sia personale che sociale. In quel deserto di affettività che era anche la mia famiglia d’origine, è stato comunque una specie di cordone ombelicale di nutrimento. È stato come dire: “il mondo non può darmi niente, allora per non morire di fame prendo ciò che c’è, e quel filo di cibo almeno mi sostenta”. Ho passato anni a chiedermi di cosa avessi davvero bisogno e non sono riuscito a darmi una risposta fino a 35 anni.
Penso che ogni persona che passa esperienze cosi profondamente dolorose come il non riconoscersi per lungo tempo nel proprio corpo, in un’età troppo giovane per fare propri certi strumenti di comprensione che possono aiutare, è come se lottasse ogni giorno e sopravvivesse con la volontà di dominare l’essere, o il non essere.
– Quali sono stati i punti di riferimento (associativi e umani) per il tuo percorso?

Ho avuto molti riferimenti umani: primo fra tutti lo psicologo che seguiva la mia compagna dell’epoca, che andò da lui perché mi percepiva uomo e pensava di avere lei un problema. Fu lui il primo, non avendomi mai conosciuto, a usare la parola “disforia di genere” e indicarmi la strada da percorrere e il professionista di riferimento che poi mi seguì per i successivi due anni: il Dott. Cantafio di Torino. Una volta cominciato il percorso a Torino, e iniziando a capire che forse esistevano altre realtà oltre la mia, cercai a Milano un’Associazione per confrontarmi con i miei “pari” e conobbi Daniele Brattoli, Monica Romano, Antonia Monopoli. Tra azioni e contraddizioni, Crisalide fu la mia prima “famiglia” GLBT. Come in ogni famiglia ci sono stati momenti piacevolmente indimenticabili, momenti di lotta condivisa e momenti di differenze di pensiero. Decisi di staccarmi dopo due anni perché per mia natura sono molto incline al “self made” e per inevitabili divergenze di opinioni, pur rimanendo comunque inalterata la stima verso le persone che ho citato e con le quali, oggi, stiamo ancora ragionando su un concreto scenario di collaborazione.
Nei due anni successivi “sono cresciuto” da solo, studiando, osservando, cercando me stesso al di là delle opinioni comuni, e mostrando al mondo ogni giorno la “mia” transizione, fino ad arrivare alla decisione, del tutto casuale, di mostrarla al pubblico mediatico del Grande Fratello. Sono stati anni di solitudine e riflessione, nei quali ho cercato la mia verità su che cos’è la transizione e come va affrontata. In quel periodo m sono avvicinato alla bioenergetica, ho ricominciato a meditare e a cercare una soluzione di comunicazione efficace. Dopo il Grande Fratello si è aperto un altro capitolo della mia vita.
Fuggendo dal “falò delle vanità”, che avrebbe voluto l’immagine di un transessuale FtM il cui corpo fosse l’ennesima dimostrazione di un’esibizione torbida, ho combattuto per mantenere una coerenza tra i miei ideali, la responsabilità di essere il primo FtM così pubblicamente esposto e le intime paure personali di perdere tutto quello che avevo costruito fino a lì: carriera e famiglia. Fu in quel periodo che ritrovai la mia anima associazionistica e affiancai Fabianna Tozzi nell’Associazione Transgenere. Fu un periodo fervido di idee, e capii l’importanza di essere una squadra, di rispettare l’anzianità di chi ci precede, l’umiltà di un confronto di idee tra passato, presente e futuro.
– Come è arrivata la scelta di un’esperienza di visibilità mediatica? Rimorsi? Rimpianti?

Come ho detto prima è stato casuale. Volevo fare qualcosa di determinante, qualcosa per aiutare le generazioni a venire nella possibilità di conoscere e scegliere. Da uomo di comunicazione (lavoravo nel marketing) mi sono visto come un “buon prodotto” televisivo e mi sono messo a disposizione del voyeurismo mediatico. Prima del GF una sessuologa mia amica mi propose di affiancarla per una puntata sul transessualismo per Odeon Tv, e lì mi resi conto che non temevo le telecamere, che per me parlare a una o mille persone era la stessa cosa. Quando qualche settimana dopo vidi la data dei provini del GF, andai. Senza aspettative, senza speranze di rimando narcisistico, semplicemente la voglia di aiutare “i figli di cui non sarei mai potuto essere padre” .
Non ho propriamente né rimorsi, né rimpianti, ho solo la consapevolezza che se avessi avuto accanto un’associazione mi sarei sentito meno solo contro i mulini a vento, e molte cose sarebbero potute essere spiegate meglio, agite da “noi” e non con il permesso e la concessione di qualche giornalista o presentatrice di grido. La pressione personale è stata molto forte e la sensazioni di fallimento mi ha turbato molte volte. Ho avuto molti dubbi su quello che potevo fare per essere davvero utile alla comunità GLBT, ed è stata dura in un momento personale di inizio transizione.
Poi, col tempo, maturando, superando gli interventi chirurgici e le difficoltà personali di aver perso lavoro e carriera ed essere diventato principalmente “il trans del grande fratello”, ho trovato nuovamente la mia forza, la mia coerenza e ho smesso di inquinare le mie azioni con le mie paure profonde. Ho capito che tutte le esperienze vissute, tutte, mi si erano presentate per arricchirmi e chiarirmi le idee, e che ognuno è artefice del proprio destino. Ho abbandonato il vecchio schema di pensiero giudicante che mi voleva perfetto” a ogni costo e per tutti. Quando ho deciso di collaborare nuovamente con un’Associazione ho portato come contributo semplicemente l’ottimismo di cominciare una nuova impresa, e il sorriso che mi illuminava gli occhi quando inventai la mia vita: l’umanità e la semplicità di essere me stesso.
– Gabriele Belli: un uomo eterosessuale. Ti sei mai interrogato sui corpi e sui generi che desideri? Hai mai messo in discussione la tua eterosessualità?

Si, lo faccio da sempre. Il mio amare e desiderare è sempre stato libero da schemi e pregiudizi. Semplicemente, fino a ora mi sono innamorato, legato sentimentalmente a donne, e se faccio un patto lo rispetto. Non possiamo controllare l’amore, ma finché amiamo una persona possiamo mantenere la promessa di starle al fianco. È un valore che ho sempre sentito dentro come frutto di una scelta libera, non come un obbligo. A oggi, per statistica si può definire eterosessuale.
– Che lavoro facevi prima di approdare al mondo del counseling e come ci sei arrivato?

Sono stato un Marketing Manager per molti anni in una multinazionale del ramo elettrico, mi sono avvicinato alla PNL e al Coaching trovando in questi studi gli strumenti didattici di una mia naturale determinazione. Poi però, attraverso la Bioenergetica, la Gestalt e il Counseling ho imparato il piacere del corpo, il radicamento e l’ascolto dell’altro.
L’immagine del corpo è un’invenzione di quest’epoca: almeno per l’uso che se ne fa e per lo spettacolo che ne viene dato. Ma, sul rapporto che la mente stabilisce con esso in quanto scatola delle sorprese e distributore di emozioni, oggi come cento anni fa il silenzio in generale è ancora fitto. Oggi come allora il corpo viene guardato, radiografato, ecografato, analizzato. Molto raramente, anzi quasi mai, “sentito”, “ascoltato”, “toccato”, “compreso”, “amato”. E io sono sicuro che più lo si analizza, esibisce, modifica senza consapevolezza, meno esso esiste. La bioenergetica mi ha insegnato che il corpo non mente, ricorda e trattiene le nostre emozioni, e ci indica con chiarezza che cosa non va dentro di noi.
Per una persona transessuale il corpo sembra essere il nemico numero uno da destrutturare e modificare, invece io ho capito che è un validissimo alleato che segue senza contraddizioni le naturali modifiche di cui abbiamo bisogno, a patto di rispettarlo. E che tali modifiche sono frutto di una coerenza e non di semplici nevrosi o proiezioni. Per questo, “transizione consapevole” è il mio mantra, è la ricerca del sé nel corpo, con il corpo.
– Quale tipo di percorso hai fatto?
Bioenergetica e Gestalt sono i due indirizzi complementari ai quali faccio riferimento come approccio e percorso di formazione, che sottolineano in particolare il valore del corpo, come strumento per attivare l’energia, per entrare in contatto con se stessi e con gli altri, per far affiorare le emozioni ed esprimerle in maniera intensa e completa; l’importanza dell’esperienza vissuta, più che l’analisi verbale e l’interpretazione; la necessità di operare soprattutto nel presente, ovvero nel qui e ora; il coinvolgimento attivo ed empatico del terapeuta (counselor o psicoterapeuta, a seconda del tipo di relazione d’aiuto) con la sua intuizione, creatività e congruenza.
– Quale scuola e quale corrente hai seguito?
Sono iscritto alla SIBiG, Scuola Italiana di BioGestalt® di Milano. “Condividere e trasmettere” riassume la filosofia dei miei due insegnanti, i due fondatori della scuola, Alessandra Callegari e Riccardo Sciaky e si sposa perfettamente con la mia stessa linea di pensiero, ovvero la condivisione di una passione e il voler trasmettere una visione del mondo, della vita, della relazione che è riassunta nel termine BioGestalt®, unione armonica dell’approccio bioenergetico e di quello gestaltico, partendo dalla convinzione che noi esseri umani siamo un tutto corpo-emozioni-mente-spirito, che va conosciuto, nutrito, sviluppato.
– Quali sono i principali pregiudizi riguardanti il counseling?
Non mi sento di parlare di pregiudizi. L’importante è fare cultura, e quindi fare anche cultura di Counseling, senza sconfinare in ambiti professionali diversi, ma anzi collaborando fra professionisti diversi e complementari.
Il Counseling, in particolare, è una relazione d’aiuto professionale, il cui obiettivo è il miglioramento della qualità di vita del cliente: ovvero, aiuta le persone sostenendole nello sviluppo delle proprie potenzialità, per migliorare la capacità di autodeterminazione, prendere decisioni, attuare cambiamenti, confidando nelle proprie risorse. È uno spazio di ascolto e di riflessione, nel quale esplorare difficoltà relative a processi evolutivi, modalità comunicative, fasi di transizione o stati di crisi, e rinforzare capacità di scelta o di cambiamento. Proprio per questo può essere utile per accompagnare una persona che attraversa una fase importante di crescita, ma è anche utilissimo per accompagnare chi sta intorno a queste persone: familiari, amici, partner.
– Quali sono le tecniche che hai studiato, che preferisci, e più adatte a una persona transgender?

Non posso che ripetermi: per esperienza personale porto la mia testimonianza positiva con la Bioenergetica, in termini generali posso dire che quello di cui abbiamo bisogno è l’esperienza positiva del corpo nonostante gli anni accumulati di disagio e rimandi negativi. Al di là delle tecniche, quello che conta è la relazione, il modo di essere della persona che accompagna e aiuta un’altra persona. Ed è questo che ho imparato e sto ancora imparando. Perché solo un modo di essere davvero empatico, accettante, accogliente, privo di pregiudizi può aiutare l’altro, chiunque sia.
– Alcune scuole di counseling propongono lavori con il corpo e una persona T (che magari ha un corpo che genera ancora disforia) potrebbe avere paura a lavorare sotto questo aspetto: che cosa consigli per incoraggiarla?

Come dicevo, è la qualità della relazione che fa la differenza. All’interno di una buona relazione d’aiuto, si possono anche usare lavori corporei – a tempo debito, e sapendoli introdurre con equilibrio e cautela – ma prima ancora il cliente (se parliamo di counseling) deve poter fare un percorso di consapevolezza, che comprende via via anche la conoscenza del proprio corpo. Una buona base di partenza n questo senso è lavorare sul grounding, ovvero sul radicamento, sulla capacità di “avere i piedi per terra”, come si dice in bioenergetica.
Ogni stimolo che viene in contatto con il nostro corpo è percepito dall’organismo come piacevole o doloroso. Non esistono stimoli neutri, perché lo stimolo che non riesce a provocare una sensazione non viene percepito. Noi affrontiamo la vita, fin da quando veniamo al mondo, reagendo a tali stimoli e strutturando per difesa la nostra armatura caratteriale. Una persona transessuale, nella maggior parte dei casi, “memorizza” nel corpo una serie di impressioni sensoriali spiacevoli, che la portano a rifiutare il corpo stesso, a mortificarlo, o modificarlo esasperatamente, intervenendo però solo sulla superficie del problema.
Noi ci sentiamo traditi dal corpo. Recuperare un piacere che possa rendere immediati quegli stimoli che sono in armonia con i ritmi e i toni del nostro corpo vuol dire andare a migliorare lo stato d’animo, e rimanda a impressioni sensoriali positive. Questo porterà ad acquisire una maggiore obiettività, liberandosi dai sensi di colpa della sensazione di non essere amati, accettati, adeguati.
Nella nostra società veniamo nutriti dal senso di colpa: e questo non si riferisce soltanto alla lotta per essere visti per ciò che sentiamo di essere, ma anche al sentimento di ostilità. Gli esercizi di Bioenergetica aiutano a liberare la collera repressa, e a lavorare sulla auto-condanna, incrementando l’auto-accettazione, l’auto-determinazione e l’integrazione di ogni parte di se stessi. Non ha senso rifiutare qualcosa di sé per dare spazio a un’immagine idealizzata, ed è una cosa che ho provato sulla mia pelle, esplorando a fondo le mie proiezioni, le mie nevrosi, i miei limiti. Quando ho dato spazio a ogni polarità del mio essere, ho ritrovato il piacere di vivere, ho smesso di colpevolizzarmi e ho accettato di poter essere felice. Il corpo desidera il piacere, ed è la fonte da cui scaturiscono tutti i nostri sentimenti e pensieri.
– Percorso transgender: è qualcosa di medicolegale, o investe soprattutto altri aspetti?

Assolutamente investe tutti gli aspetti della vita di una persona. L’iter medicolegale oserei dire che è la parte più “semplice”, pur nelle sue lungaggini e difficoltà burocratiche e chirurgiche. Essere Transessuali per me è uno status, e ne rivendico da sempre il riconoscimento.
Io non mi sono mai esposto in maniera continuativa politicamente e rimanendo legato a una bandiera associativa GLBT; ho fatto qualcosa, certo, ma i più pensano che dopo la partecipazione al GF mi sia ritirato a vita privata godendo di chissà quali frutti e privilegi. In realtà continuo ogni giorno la mia personale e assertiva battaglia di “uomo in costante divenire” attraverso i miei studi, la formazione continua, l’associazione Camminando di cui faccio parte, il counseling, il coaching, la quotidiana vita di un uomo che ha integrato ogni sua esperienza e continua a raccontarsi, mostrarsi, esporsi a qualunque critica e giudizio, mettendo sempre e soprattutto in discussione se stesso.

 

– Percorsi: li facciamo solo noi persone transgender?
No! Ogni essere umano è in cammino. E chi lo nega vuol dire che gioca la partita della vita sempre e solo in difesa. Ma giocare in difesa vuol dire non fare mai gol. Quindi non avere obiettivi, non rischiare, non crescere, non evolversi.

 

– Segui molte persone transgender? Le segui sotto quali aspetti?
Ho seguito, consigliato e indirizzato centinaia di persone transgender negli ultimi sette anni e ne seguo ora qualche decina tramite i social.
Con l’Associazione e come tirocinante counselor è diverso. La struttura stessa impone più ordine e disciplina, dunque “seguire” in maniera informale, da fratello maggiore, è meno possibile. Sto seguendo comunque come tirocinante tre ragazzi tra i 20 e i 30 anni, in affiancamento ai nostri psicologi e sotto supervisione.
Gli aspetti per seguire una persona sono multidisciplinari. Ognuno è un mondo a sé: come un vestito su misura individuo fin dal primo colloquio le aree sulle quali lavorare per aiutare la persona a essere più radicata e presente nelle sue scelte e decidiamo insieme quale percorso la fa sentire più a suo agio. Il complimento più grande che mi ripaga di ogni sforzo o stanchezza è “qui mi sento a casa”.

 

– Minori e genitori: anche loro vengono seguiti da voi? Se sì, con quali accortezze?

Sì, sono seguiti nella nostra Associazione lavorando in équipe dove un terapeuta segue il minore e un altro terapeuta segue i genitori. Si valuta l’ipotesi di incontri insieme (ove richiesto), e ovviamente i terapeuti si confrontano ciclicamente per mantenere una linea di percorso rassicurante ed efficace per entrambe le parti.

 

– Come si pone il “tuo” counseling sul tema del non binarismo di genere e di orientamento?

Sorrido alla domanda. Non esiste un “mio” Counseling, e il Counseling in generale, di qualunque orientamento, deve portare la persona alla sua personale e totale espressione di sé viva e vibrante. Dunque non esiste assolutamente una “posizione” rispetto al binarismo o al non binarismo, la premessa basilare di un buon Counseling è accompagnare la persona alla completa salute, intesa non come assenza di malattia, bensì come stato di benessere, fisico mentale e sociale. Il Counseling biogestaltico valorizza il diritto alla diversità, l’originalità irriducibile di ogni individuo. Mira al mantenimento e allo sviluppo di questo benessere armonioso, e non alla guarigione o riparazione di un qualsivoglia disagio che sottintenderebbe un riferimento implicito a uno stato di normalità.

 

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– Essere uomo: le trappole degli stereotipi di genere e la difficoltà ad accogliere anche una parte femminile nella propria espressione di genere: una tematica non solo FtM, ma maschile in generale: ce ne parli?

Ho fatto molti seminari in varie sedi negli ultimi anni su questo tema. Uno che mi viene in mente è: “Incontro con lo sguardo sociale – Uomini in trappola – Donne in catene”.
Quando si parla di identità di genere, ogni persona si sente in qualche modo coinvolta, quasi minacciata dal confronto con il diverso, che lo costringe a cercare di prenderne le distanze. Nel distanziarlo da sé, e nel renderlo invisibile attraverso processi di diniego sociale, lo si priva del diritto fondamentale di esistere.

Per quanto riguarda gli FtM, l’apparente privilegio di indistinguibilità con i maschi genetici, che si raggiunge esteticamente con gli ormoni, lungi dall’essere un reale privilegio, dimostra una forma molto più subdola di sottomissione: in questo caso il pregiudizio di una società maschilista si manifesta nel rendere “inesistenti. Così, spesso si cade nella ricerca di soluzioni che non diano troppo fastidio, senza eccessive pretese, all’insegna dell’adattamento.

Transizionare da femmina a maschio significa essere “promossi” nella società che innegabilmente ancora oggi riconosce maggiore importanza agli uomini piuttosto che alle donne, ma anche questa è una trappola: infatti l’essenza dell’ordine patriarcale è proprio questa legittimazione del singolo soggetto maschile, convalidata dai pari del suo stesso sesso, e che naturalizza gli uomini detentori del potere.

C’è dell’altro, poi, che non va dimenticato nella storia maschile, al di là di ogni controversia con l’altra parte del mondo: si tende a dimenticare che una parte cospicua di uomini è vittima di maschi barbari, nonostante oggi portino la cravatta, che trattano i loro uguali per genere con violenze e vessazioni pari a quelle esercitate verso le donne. Questa categoria prepotente, violenta, dispotica, di maschi dominanti e dominatori, non ha mai cessato di offendere, eliminare o rinchiudere in ghetti di varia natura tutti coloro che tentassero di svincolarsi dalle divinità falliche, di prendere le distanze dai patriarcati culturali, religiosi e politici di ogni tempo. Sembra impossibile poter vivere serenamente una visione della vita, da uomo, alternativa a quella maschio-centrica.

 

– La falloplastica è un tema tabù. Spesso gli FtM che ne parlano vengono invitati a ridimensionare il valore del fallo, vengono un po’ accusati di machismo, fallocrazia, binarismo… Ma non è forse legittimo desiderare di avere un pene?

È legittimo desiderare di essere felici, e altrettanto giusto conoscere e il valore del proprio desiderio. Ho seguito vari ragazzi il cui bisogno principale era fare la falloplastica, e si identificavano con il risultato della stessa per i più disparati motivi: minusvalore, mancanza di autostima, inadeguatezza. Penso che questi siano i presupposti sbagliati per affrontare un intervento così invasivo e ancora chirurgicamente poco soddisfacente. Ho altresì conosciuto FtM molto consapevoli di voler affrontare questo intervento per se stessi, per il piacere di vedersi e toccarsi in sintonia con l’immagine di sé, per sentirsi completi, senza però identificarsi con l’oggetto del proprio desiderio. Si sentivano uomini completi e coerenti a prescindere; e davanti all’opportunità di fare una falloplastica, ne hanno valutato i pro e i contro e hanno scelto.

 

– Il desiderio del pene è solo legato ai rapporti sessuali, o è molto più profondo?

Sono certo che è molto più profondo. Ma in un’epoca che è tripudio di operazioni chirurgiche, di tagli e di aggiunte, sembra che la “cura” sia tutta meccanica, che si tratti di lunghezze e di larghezze, di dosi e di aggiunte. Il desiderio viene identificato con la sua parte fisica e questa è la maniera più sofisticata di negare al desiderio la propria verità. La manipolazione del desiderio è la capacità di rendere sordi rispetto a quanto di disturbante ha da dire.
Tutti sembrano sapere che cosa desidera un uomo o una donna, o un persona queer, trans, gay, lesbica. Nel caso del pene si apre uno scenario lungo decenni, dai primi studi psicoanalitici. C’è una specie di infantilismo nel desiderio del pene da parte di un uomo, perché come bambino si permette di mettere le proprie fantasie nella realtà. Eppure il desiderio è canzonatorio e contraddittorio nel suo essere ludico: sono stati versati fiumi di inchiostro sulla prepotenza della virilità maschile, ed è difficile non tentare di moralizzarla. Ma la questione sta nell’accettare che perfino la dolcezza (o, per un FtM, l’assenza di un pene) non sia una virtù. Il desiderio ha ragione, una ragione che può essere presa per arrogante ma sa dirci molto di noi.

 

– Perché ai rapporti penetrativi viene ancora attribuito machismo?

Questo è un nodo difficile da scogliere: il desiderio maschile è ancora visto come una pretesa, una prepotenza, un modo di far sfuggire il piacere a un servizio o a una schiavitù. Io penso che penetrare ed essere penetrati è un gioco di desideri incrociati, ma ci vorrà molto tempo prima che la sfasatura originaria venga sanata.

 

– Sappiamo del tuo progetto For To Man. Che particolarità hanno le protesi di ForTo Man?

ForToMan è nato per un mio bisogno di completezza. Dieci anni fa ne studiai le forme, i materiali, cercando per me stesso il meglio. L’unico sito che mostrava un realismo eccezionale, almeno dalle foto, era estero e le cifre in dollari per le protesi davvero proibitive. Un mio amico ne acquistò una e la delusione fu immensa: il pene era bello da vedere ma pesantissimo, importabile perché faceva una “gobba” piegandolo sia verso l’alto che il verso basso. Dopo qualche mese di utilizzo solo per i rapporti si cominciò anche a “sfaldare”. Ben 500 dollari più costi di dogana buttati.

Da quella delusione, per empatia con lui e per il mio stesso bisogno, cominciai a cercare una soluzione chiedendo informazioni a chi faceva trucchi scenici e agli odontotecnici, almeno per la loro esperienza dei materiali. Acquistai online un piccolo “packer” pieno e morbido da un sito tedesco, lo copiai, lo inventai cavo come un imbuto e poi da lì ne feci un altro per un mio amico. Altri ragazzi ai quali mostravo la mia soluzione mi chiesero misure maggiori, e da lì, copiando falli di dimensioni medie ma con la funzione per urinare e l’asta per renderlo duro, passo dopo passo sono arrivato a creare un laboratorio dedicato. La svolta per accuratezza estetica l’abbiamo fatta l’anno scorso. Ho fatto fare dei calchi da peni originali, e ormai, con la massima conoscenza dei materiali, possiamo replicare un modello come fosse l’originale.

 

– Uno dei maggiori limiti delle protesi è che il loro uso è limitato al sesso “vaginale” (che non è per forza il sesso eterosessuale, visto che esistono donne col pene e uomini con la vagina!) Questa riflessione è stata da fatta? Come avete risolto la questione?

Non c’è stata una riflessione mirata, semplicemente perché come ideatore contemplo tutte le possibilità di benessere che può dare la completezza di una protesi: orale, anale, vaginale. Ognuno è libero di usarlo seconda le proprie fantasie. Esiste la versione “Realdoe” che dà eventualmente la possibilità a un FtM di esplorare la penetrazione vaginale come una prolunga della sensazione maschile di avere un pene.

 

– Usando le vostre protesi vi è piacere psicologico. In qualche modo vi è anche piacere fisico?

Veramente quando ho ideato le protesi il mio obiettivo è stato quello del piacere fisico, l’aspetto psicologico era talmente ovvio che non era in discussione. La base di appoggio è personalizzata a seconda della individuale sensibilità del clitoride, e a tal proposito io sono sempre a disposizione per scegliere insieme al cliente la “sua” soluzione. Abbiamo risultati di piacere fisico da parte dei nostri acquirenti pari al 90%. Il 10% che non riesce a raggiungere l’orgasmo è la naturale percentuale di chi ha problemi a lasciarsi andare e a vivere con serenità l’uso di un “sex toy, per quanto realistico.

 

– Ci sono diverse dimensioni, colori e materiali?

Abbiamo protesi di quattro dimensioni diverse, in modo da coprire la maggior parte delle esigenze. Negli anni abbiamo ascoltato tutte le richieste e, tralasciando per filosofia aziendale la produzione di dimensioni extra long ed extra large, spaziamo tra i 9/10 cm per le protesi funzione STP fino ai 15/17 cm x 14 per i 3 in 1. Sfumature realistiche policromatiche a richiesta del cliente: chiara, media o scura ed eventualmente asiatica.
Quanto al materiale, è il migliore al mondo: silicone al platino medicale, usato nell’industria cinematografica e ospedaliera

 

– Le protesi risolvono anche il problema dei bagni pubblici?

Assolutamente sì. Diventa solo più difficile usare gli orinatoi a parete perché per la protesi più piccola serve un minimo di “gioco” per spostarla sotto l’uretra e inclinarla verso il basso per far defluire l’urina. Ma in generale la sola possibilità di poter urinare di spalle alla porta è già un grande vantaggio.

 

– Sono protesi da portare solo durante i rapporti o quotidianamente?

Si possono portare 24 ore su 24.

 

– Qual è la consistenza delle protesi?

Morbida come pelle, a meno che uno non scelga una durezza maggiore. Basta chiedere.

 

– Una domanda conclusiva: chi è Gabriele Belli oggi?

Un uomo che continua a guardare la vita con piacevole stupore e illimitata fiducia nel futuro, nonostante la consapevolezza che ogni giorno ci siano prove da superare. Un imprenditore al servizio di una comunità in continua crescita ed evoluzione.

Marco Melodia, tra esoterismo, arti marziali, poliamore e bdsm

Quando Marco Melodia si è proposto come intervistato, erano così tante le cose di cui si occupava, che ho fatto fatica a selezionare le domande. Genderfluid, bisessuale, poliamoros*, praticante bdsm, esoterista, insegnante di arti marziali e studioso delle filosofie orientali e occidentali.
Ecco le domande che gli ho posto…

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Ciao Marco, parlaci di te: chimico mancato, nudista, appassionato di metafisica, esoterismo, arti marziali….

Chimico mancato, si, ma posso dire che l’istinto e l’interesse per la scienza non mi hanno mai abbandonato. In India, lo ‘Yoga integrale’ è considerato una scienza perfetta, perché permette il controllo sia della mente che del corpo (non solo nostri). Una volta realizzata “l’Unione Cosmica”, ogni cosa/azione/pensiero diventa possibile. Nudista sempre il più possibile, dove è possibile, senza scandalizzare, però.

67enne, milanese da 50anni, androgino molto a disagio in un corpo solamente maschile che non mi rappresenta. Non ho finito gli studi superiori in chimica per noia, preferivo bigiare ed andare al mare, o in qualunque posto adatto a stare nudo, da solo o in compagnia degli amici. Buona cultura generale ed umanistica, anche per merito dei miei genitori.
In primis, artista visionario figurativo, gestisco poi un blog, oltre ad una pagina:  in essa, invito le persone Lgbt ad imparare a difendersi fisicamente, perché maggiore visibilità significa maggiore odio da parte dei puritani, più o meno religiosi, ancora per moltissimi anni, forse centinaia. Pratico ed insegno infatti arti marziali varie,  per puro istinto di sopravvivenza o per aiutare chi penso sia più debole fisicamente. Conosco le filosofie orientali e pratico la meditazione ‘da più di una vita’, in senso letterale. Per l’esattezza, ho un maestro di meditazione indiano, ‘Rishi Satyananda’, che mi ha tolto molte limitazioni mentali relative anche al sesso, e qui potete conoscermi sotto il mio profilo amoroso.

Per capire le mie (più o meno profonde) tendenze poliamorose, bisessuali o eterosessuali che siano, bisogna partire da lontano. Si, molto lontano: praticamente da prima che l’Universo fisico come noi lo conosciamo si manifestasse. Non è la natura ad aver creato la ‘coscienza’ in noi, ma il contrario. Questa Coscienza cosmica è eterna ed è capace di emanare da se stessa l’Universo nella forma del sogno, o dell’incubo, secondo i nostri stati mentali e fisici, come un gioco senza motivo e scopo reale, se non quello di risvegliarsi a se stessa e godere della sua esistenza, pregna di “consapevolezza, godimento e potenza” (definito anche come ‘orgasmo cosmico’ del quale il nostro orgasmo fisico è solo un minimo riflesso).
La scienza, dopo le ultime scoperte della fisica quantistica, sta cominciando a studiare in questa direzione.

Le citazioni sull’Androginia, soprattutto delle filosofie orientali, sono tante, ma se ne trova buona traccia anche tra i filosofi, sciamani, esoterici, mistici cristiani e nei Vangeli Apocrifi.

Studiando testi importanti sull’Androginia e sull’Ermafroditismo, si arriva ad intuire che il ‘presunto’ Creatore/trice dell’Universo si è divertito/a a dividere se stesso nei sessi e poi in due, in quattro, in otto e via via nelle cellule. Questo scatena in tutta la natura l’istinto inconscio nella riunione suprema. Naturalmente, non è così semplice da capire e spiegare, perché la fantasia, (di quello che chiameremo come il ‘’ o ‘Dio’ o ‘ ‘Coscienza’), così come la sua l’intelligenza, il suo senso dell’umorismo e del sadomasochismo, sono senza fine.
A questo punto si dovrebbe parlare anche delle leggi eterne di karma e reincarnazione, ma non è questo lo spazio giusto.

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Cosa è per te l’Amore?

L’Amore è la cosa più misteriosa di questo Universo. Diciamo che, nelle relazioni più o meno ‘poli’, amore e desiderio si mescolano e alternano in modo ancor più misterioso.
Per quanto riguarda l’Amore, preferisco citare il Vangelo: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Giovanni 15, 13″  Altrimenti, è solo desiderio, che poi si può trasformare in odio o disprezzo, se non è ricambiato.

 

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Parlaci del tuo coming out come persona LGBT nell’ambiente delle arti marziali.

Da molti anni, tutti i miei amici e parenti conoscono la mia condizione e c’erano state molte resistenze che ora si sono sciolte. Gli ambienti ancora ostili nel campo della mia nuova passione/lavoro, ovvero quella delle arti marziali, sono le palestre tradizionali, dove, se non si dimostra di essere ‘machos’, si viene come minimo segnati a dito e presi in giro alle spalle.
Nel mondo delle arti marziali tradizionali, è meglio non dar adito all’appartenenza LGBT.
Altrimenti, si è costretti (come è successo a me) a sapersi difendere davvero, come se si fosse in strada.
Devo anche dire che ho dovuto dimostrare in pratica le mie capacità nel combattimento, chiamato anche ‘sparring’ o ‘kumité’, altrimenti avrei dovuto ‘subire’ per sempre. Per questo, ho creato la pagina che ho segnalato in precedenza, affinché gli Lgbt e friendly possano allenarsi insieme senza problemi psicologici del genere, senza farsi male e anche divertendosi.
Tra l’altro, una delle più grandi combattenti di uno stile thailandese di ‘Muay Thai’ è una transgender.

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Molte persone LGBT rischiano violenze: in che modo metti a disposizione le tue conoscenze di autodifesa per proteggere queste persone?

Tornando a questo argomento, i rischi (soprattutto per chi ha praticato incontri ‘al buio’ e il sadomasochismo) sono davvero molti. Non è il caso di ‘girare le spalle’ a chi non si conosce bene. Non vedo molto interesse nella comunità LGBT alla necessità di proteggersi fisicamente, ma sarei contento se le cose cambiassero, perché vedo tempi bui in arrivo. Dico inoltre che, durante gli allenamenti, essendoci molto contatto fisico, ci si può anche divertire senza perdere l’efficacia delle tecniche e (con me) non ci si fa male. A proposito di BDSM che conosco bene, cito me stesso attraverso il mio blog:
Sei anche attivista?

Al momento, non faccio attivismo, se non con gli amici e conoscenti

 

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Nell’esoterismo esistono visioni trans-inclusive, dove magari l’androgina diventa addirittura sacra o un obiettivo da raggiungere?

L’androginia nasce già come stato sacro, così come esiste la sessualità sacra, che permette di raggiungere l’intensità dell’ “Orgasmo Cosmico”. Poi, sta a noi farne un buon uso. Nelle scuole esoteriche orientali (e non solo in quelle), si studia la pratica della meditazione anche per raggiungere quello stato ‘naturale in cui si riesce a liberarsi momentaneamente del corpo fisico per entrare in altre dimensioni. Inoltre, si ‘può’ anche ‘entrare/possedere’ corpi di altri esseri viventi, sia animali che umani, per soddisfare i nostri desideri più nascosti, o per azioni legate comunque alla volontà (non solo nostra). Questo implica però una determinazione ed una purezza mentale precise, per non prendere strade che potremmo definire malvagie e che si ritorcerebbero sui praticanti meno onesti. Nel mio piccolo, anch’io ho fatto esperienze del genere e ho conosciuto persone di assoluta sincerità che ne hanno avute molte. Comunque, i veri esperti di quelle che si chiamano in sanscrito: Siddhi(ovvero i poteri magici che non solo Gesù di Nazareth conosceva e praticava) non hanno alcun interesse a farne sfoggio per la scienza di massa, per vari motivi.

Ti definiresti una persona di genere fluido? Se si come manifesti questa tua realtà personale?

A queste due domande rispondo sempre dal mio blog. Finché rimango in questo corpo fisico, cerco di giocare tutti i ruoli possibili, ma sempre con leggerezza. Una volta abbandonato questo corpo, c’è anche di meglio da fare.

Bisessuale… quindi hai avuto relazioni anche con uomini?

Certo! Ho avuto molte relazioni (soprattutto sessuali) con uomini fino a diversi anni addietro: questo, nei momenti in cui mi sento solo donna. Nei giochi (e solo in quelli), preferisco il ruolo di schiava, mentre, con le donne sono tendenzialmente dominante, se siamo tutti d’accordo. Altrimenti, il rapporto deve essere di pura parità con uomini e donne, a prescindere dalle tendenze psicologiche. Al momento, sono più attratto dal genere femminile biologico, che però abbia i miei stessi interessi intellettuali, filosofici, esistenziali; ma tengo sempre la porta aperta per una eventuale relazione anche con un uomo. Le donne dominanti non mi attraggono assolutamente. Lungi da me la monogamia.

 

 

Come vivi le relazioni?

Per quel che mi riguarda, tengo molto alla sincerità già dal primo approccio amichevole, senza seguire sotterfugi. La verità paga sempre, anche se si perdono occasioni nelle relazioni sessuali. Alla base di questo, c’è la necessità di essere sinceri prima di tutto con se stessi. Questo è un altro motivo per praticare la meditazione, ricordandoci sempre del monito di Socrate: Conosci te stesso
Al momento, sono single. Le mie ex compagne hanno sempre saputo le une delle altre; in diversi casi è nata tra di loro una grande amicizia; addirittura, hanno lavorato insieme (e con me) per anni.

 

Amiche tra loro? non è raro tra persone evolute…

Tutte le mie ‘ex’ sono diventate come sorelle, per me. Il sentimento è abbastanza ricambiato; quando c’è bisogno, ci aiutiamo più che amichevolmente. Ma è anche vero che le più vicine tra di loro sono impegnate in qualche tipo di ricerca spirituale, tutte diverse tra di loro.

 

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Sei un “non-monogamo etico”? Ci spieghi che significa?

http://www.lovelifelust.com/2015/10/17/poliamore-alla-scoperta-della-non-monogamia-etica/

 

Nelle tue relazioni poliamorose c’è sempre amore o in alcuni rapporti c’è solo amicizia o solo sesso?

Non possiamo parlare di poliamore, se ci sono solo amicizia o solo sesso.

 

Le relazioni poliamorose hanno tutte pari intensità o possono crearsi situazioni diverse?

Una relazione più importante delle altre (chiamate “secondarie”), mi sembra sia la prassi del momento, come ho potuto notare incontrando altri appassionati durante incontri a tema; ma non è detto che sia sempre così. La gelosia, prima o poi, può farsi sentire, non ancora per me, comunque.

 

Come ti relazioni alla gelosia?

Già dalla prima fidanzatina, mi resi conto di non soffrire assolutamente di gelosia. Così, in tutte le seguenti relazioni, spingevo perché le ragazze seguissero la via della poliandria, mentre io non sempre ero interessato a guardarmi in giro.
Devo anche dire che in Tibet, ‘’dove avevo passato la vita precedente’’, la poliandria era ed è ancora praticata pubblicamente.
https://it.wikipedia.org/wiki/Poliandria

 

Esiste una gelosia “sana”?

Non vedo alcuna gelosia sana. Di solito, viene controllata a fatica, nella logica del “do ut des“.

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Poliamore e tradimento: se si intraprende una relazione sessuale o affettiva al di fuori di quelle note e condivise coi propri partner, è un tradimento?

Certo che possiamo chiamarlo tradimento!

 

Come gestisci le relazioni con persone non poliamorose?

La sincerità è il miglior avvocato; poi, quello che succede, succede.

 

Poliamore e genitorialità: hai mai vissuto o osservato situazioni simili?

Io ho conosciuto e vissuto il ‘’68’’; tra i progetti della liberazione sessuale, c’erano anche le comuni libertarie, dove i figli delle coppie più o meno poliamorose vivevano in piena libertà. Ma, in pratica, almeno tra quelli che ho conosciuto e frequentato io, il progetto della genitorialità poliamorosa non era mai diventato reale anche a causa delle gelosie reciproche.

 

Ti sei descritto sia come poliamoroso che come bisessuale: puoi spiegarci la differenza tra queste due identità personali?

Non è detto che un bisessuale sia anche poliamoroso. Anzi, la gelosia è davvero difficile da far evaporare finché si pensa di essere proprietari di qualcosa o qualcuno, anche per la paura inconscia di rimanere soli. E’ anche un problema di energia personale e di capacità di gestire intelligentemente più rapporti.

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Gli ambienti dove si può parlare di affettività e sessualità non normative richiedono attenzione da parte di chi le facilita, per evitare presenze sgradevoli e moleste: tu che ne pensi?

Non vedo difficoltà nel tenere lontani i curiosi o chi cerca l’incontro facile; durante gli incontri a tema da quel che ho visto, non ci sono stati problemi.

 

Sul Poliamore cito ancora dal mio blog.

Binarismo islamista, modernità musulmana

In quest’ultimo anno siamo diventati tutti esperti di islam. L’opinionista medio di facebook decide se tifare per il burqa o contro, e commenta.
Dichiaro di non essere assolutamente esperto di islam, ma di essere un discreto esperto di binarismo.

Alla luce di questo, vi invito alla presentazione del libro “Dio odia le donne“, di Giuliana Sgrena (clicca qui per il suo articolo sul burqini), lunedì 12 settembre dalle ore 21:00 alle ore 23:30, Villa Pallavicini, Milano (proposto dal Milk e da UAAR), in cui l’autrice ovviamente usa “dio” per indicare chi ha manipolato e deciso i dettami religiosi in modo che fossero svalutanti per il femminile.

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A volte mi chiedo come io possa perdere tempo a trovare sfumature binarie in un maestro di batteria che sottolinea che io sia bravo “per essere xx” a fare un paradiddle, quando poi su molte regioni del mondo stia calando un oscurantismo pericoloso che censura e mutila il femminile. Ho appena la forza di filosofeggiare in occidente per far notare i binarismi striscianti che pervadono le vite di uomini e donne italiani, al massimo cattolici, ma di solito abbastanza secolarizzati: come posso addentrarmi a parlare di una religione che non conosco, sebbene io, nel farmi un’idea, rimanga attaccato al postulato secondo il quale tutto ciò che è binario è oppressivo?

Non riesco a mettermi nell’ottica del pretendere molto di più dai generi in occidente, e guardare quel binarismo così estremo e violento con l‘occhio compassionevole del caucasico del “primo mondo, che non pretende di sollevare la donna non caucasica dal suo destino, perchè “tanto è di un’altra cultura, che non ho gli strumenti per giudicare“.
Il binarismo è il male: assegna un destino alle persone a seconda del loro corredo genetico. Se il binarismo è male in occidente, perchè va “rispettato” nelle culture islamiche?
Rimango molto perplesso osservando una sinistra confusa e senza identità che si limita ad esprimere idee opposte a quella che oggi è la controparte: l’unica destra rimasta, quella di Salvini e degli stronzi reazionari. Se questa gente, in malafede, attacca il maschilismo islamico non per amore e cura della donna nata nella cultura musulmana (poi si manifestano come sessisti con la donna occidentale, basti vedere come trattano Appendino, Raggi Kyenge e Boldrini), ma semplicemente per avere un appiglio in più per odiare gli stranieri (in grande percentuale musulmani), allora di contro la sinistra (anche quella femminista) pone l’accento sull’autodeterminazione della donna di mettere un velo integrale e tramite esso “autodeterminarsi, prendendo come esempio 4 intellettuali francesi di terza generazione, donne col velo (facendo confusione volutamente tra velo e burqa, tanto nel casino della polemica chi guarda queste differenze?), e facendo finta che invece non ci siano intere popolazioni di persone musulmane in cui le donne (ma a volte non solo loro) sono oppresse da dettami binari e teocratici, di cui il velo integrale è solo un simbolo riepilogativo. Non dànno qualche indizio le foto che si vedono di uomini e donne che felici tagliano barbe e bruciano veli?

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O quando gli uomini indossano burqa e veli per solidarietà alle donne?

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Oppure la curiosa protesta di una ragazza iraniana rasata che non vuole indossare il velo

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Non credete che la nostra connivenza radical chic col sessismo dell’islam politico sia offensivo verso questi popoli che vorrebbero la nostra solidarietà?
Vi rendete conto che a subire il binarismo in questi popoli mediorientali “teocratici” è anche la donna lesbica, la persona trans, etc etc? E che il turista ftm non rettificato dovrebbe armarsi di velo per visitare quei paesi?
Se in un paese straniero occidentale non venissero riconosciute le persone trans, ci indigneremmo o saremmo sereni perchè “evidentemente fa parte della loro cultura“?
Magari anche bruciare le attiviste transfa parte della loro cultura?”

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Ma no, si preferisce usare autodeterminazione per parlare di donne col velo integrale. E definire sessista e maschilista, quando non razzista, il dire che il burqa è binario (se non lo fosse lo indosserebbero anche i mariti, no?).
Oggi per essere “di sinistra” devi essere inclusivo verso tutto. Anche verso il binarismo dei popoli “non occidentali. Accusarli di binarismo e di sessismo sarebbe “razzista” e “giudicante”.

Ricordo come era difficile vivere, ai miei tempi in Sicilia. Catechismi, scuola, etc etc, ti convincevano che la brava ragazza doveva arrivare vergine al matrimonio, e alla fine ci arrivava anche, e , se le chiedevi, ti diceva che era una “sua scelta“. Sarei stato inorridito se avessi saputo che, dal Nord Italia, che immaginavo progredito e moderno, qualcuno, atteggiandosi ad “antropologo“, avesse detto che quel binarismo era giusto poichè parte della cultura meridionale, e che quelle donne erano vergini fino al matrimonio “per scelta“.Probabilmente anche molte donne somale, convinte che se non ti fai infibulare sei una troia, sono convinte che quella mutilazione sia una “scelta, eppure noi condanniamo l’infibulazione, perchè è una mutilazione fisica, e non pensiamo a quanto “mutilante” sia una vita intera dietro un velo integrale

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Eppure io ricordo le olimpiadi negli anni 80 e 90. Le guardavo con papà e vedevo donne e uomini di tutte le etnie indossare gli abiti sportivi standard. Ai tempi si parlava ancora di primo e di terzo mondo, e il cosiddetto “terzo mondo” era inebriato dalla modernità e dal desiderio di modernizzarsi. C’era fierezza e voglia di modernità nell’indossare gli abiti dello “stile internazionale“. Non c’era ancora stato l’ 11 settembre e la modernità, lo stile contemporaneo, veniva visto da tutti come “progresso”, e non come “occidentalizzazione”. E di quel progresso hanno beneficiato tante persone e tanti popoli, anche musulmani. Da quando questo feroce dibattito monopolizza la sinistra, sono sparite tutte quelle foto che chi è  giovane come me non puo’ ricordare. Le foto degli anni 70, della Persia e del Maghreb, in cui le donne, con tagli di capelli occidentali (o meglio, allora si sarebbe detto “internazionali”), vivevano lo stesso progresso che vivevamo noi, e non c’erano oriente e occidente: c’era solo un passato medievale e un futuro più equo, meno sessista, meno razzista, in cui le differenze scemavano e tutti quanti, uomini e donne, a precindere da religioni e colori della pelle, beneficiavano dell’illuminismo e delle sue conquiste.
Oggi invece è tutto un Occidente vs Medio Oriente. Chi difende burqa e burqini dimentica che non stiamo difendendo antiche tradizioni immutabili. Dimentica che le madri e le nonne di chi oggi indossa il burqini come se ci fosse sempre stato, andavano in giro in jeans, coi capelli corti, fumavano, erano donne libere (la foto sottostante non è di una spiaggia del nord del Mediterraneo, ma del sud del Mediterraneo).

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E, per gli increduli, ecco una gallery sulle donne iraniane negli anni 70.

 

E’ più semplice e populista dimenticare tutto questo, o considerarlo un “vizio borgheseche noi perfidi bianchi avevamo esteso alle donne “del terzo mondo”.
Oggi “fa razzista” proporre la modernità come concetto globale. Si pensa, comodamente, che siamo noi con la pelle rosa a dover e poter usufruire delle conquiste illuministe, mentre paternalisticamente dobbiamo abbandonare gli altri al loro destino, che va sempre di più verso l’oscurantismo.

Di contro le destre amano immaginare i musulmani come coincidenti con “l’islam politico”.
E’ facile immaginare come “atee” le femministe musulmane, cancellare il loro tentativo di conciliare spiritualità e libertà. E’ facile dimenticare che essere musulmani e moderni si puo’. E’ facile dimenticarsi delle spiagge dei paesi a maggioranza o totalità musulmana, che fino a pochi anni fa erano pieni di bikini.

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E’ facile fare finta che i costumi integrali non siano apparsi timidamente, che le prime non siano state derise, ma che anno dopo anno non siano diventate la maggioranza e che non siano infine diventate “puttane” quelle poche che il bikini hanno deciso di tenerselo (finchè potranno, dove possono).
Sembra che all’opinionista occidentale convenga fare confusione non solo tra velo e burqa, ma anche tra musulmani e islamisti.

E’ facile, se si è radical chic e si vive in centro, anche provenendo da percorsi di femminismo anni settanta, rivendicare una moschea in un quartiere periferico, lontano dalla loro casa, dove si auspica che la “comunità musulmana” trovi un suo polo (ovvero, un ghetto). E’ facile e e fa chic dire che si vuole la moschea a Milano ma disinteressarsi completamente di come poter creare una coabitazione rispettosa ed inclusiva tra le persone LGBT (e le donne emancipate) che abitano la periferia (e sono tantissime) e l’immigrazione musulmana (che, se raccolta in un ghetto, non aiuterà di certo le donne ad usufruire dei progressi della modernità).

Con che coraggio consideriamo l’illuminismo una “nostra” conquista. L’illuminismo è bianco? è cristiano? è ateo?
Più la modernità (antibinarismo compreso) verrà considerata occidentale, più sarà facile pensare per noi che estenderla sia “razzista” e “irrispettoso”, e più il machista, bigotto e reazionario non occidentale potrà imporre oscurantismo rivendicandolo come qualcosa di etnicamente proprio.

La modernità e l’illumismo sono conquiste umane e noi occidentali (soprattutto illuminati e “di sinistra” non abbiamo alcun diritto di farne qualcosa di nostro e solo nostro).
La donna con la pelle scura non ha meno diritto di noi di vivere ed autodeterminarsi in un ambiente non binario.
Quanto siete davvero” di sinistra?

 

 

Un prete queer: transizioni di fede e liberazione sessuale

Oggi intervistiamo Mario Bonfanti, che come tutti noi, ha compiuto una transizione.
Dalla Chiesa Cattolica Romana alla Metropolitan Community Church.
Dall’identità gay all’identità queer, in un viaggio di scoperta di orientamento sessuale, identità di genere e ruoli fino ad arrivare anche alla cultura BDSM.

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E’ arrivata prima la vocazione o prima la consapevolezza del tuo orientamento omosessuale?

Credo sia un po’ come chiedere se viene prima l’uovo o la gallina. La consapevolezza (sia della identità sessuale sia della vocazione) è qualcosa che cresce pian piano nel tempo. Prima si hanno dell’attrazione, poco (o per nulla) riflessa. A un certo punto si inizia a pensarci un po’ sopra. Quindi sorgono domande dentro di sé, ci si interroga… e man mano cresce e si forma la “consapevolezza” di sé. E questo vale per tutti e due gli ambiti. L’attrazione verso “il sacro” era in me fin dalle elementari… così come l’attrazione verso i maschi. Ma da piccoli è un po’ tutto un gioco: giocavo a dire messa con un amico vicino di casa; e giocavo “sessualmente” con qualche altro amichetto. Crescendo ho iniziato a pensarci sopra, a interrogarmi, e anche andare in crisi… fino a maturare in me sia una chiara vocazione sacerdotale sia una certa consapevolezza della mia identità omosessuale.

 Non ti chiederò di parlare della tua esperienza nel Cattolicesimo Romano, se non di cio’ che di buono ti porti nel cuore di quegli anni che ti hanno permesso di studiare teologia, di conoscere meglio Gesù, se ti va, parlacene.

Innanzitutto la Chiesa Cattolica mi ha trasmesso la fede. Poi mi ha dato la possibilità di sviluppare la mia personale spiritualità attraverso la lettura di opere antiche dei primi secoli della cristianità (gli Scritti dei Padri della Chiesa, i Detti dei Padri del deserto, i Racconti di un pellegrino russo, ecc.) e pratiche secolari che ci vengono dalla tradizione medievale e moderna (la meditazione silenziosa, l’adorazione eucaristica, la via crucis, ecc). Mi ha anche fornito tanti esempi di persone profondamente cristiane cui ispirarmi (Maria Maddalena, Ignazio di Antiochia, Francesco e Chiara, Charles de Foucauld, ecc). Inoltre – come dici tu – mi ha permesso di studiare teologia, cioè indagare con metodo e rigore la fede. In questa direzione soprattutto la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale di Milano mi ha – come spesso dico – prima distrutto tutte la mia “fede da catechismo” per poi darmi strumenti scientifici grazie ai quali ricostruire su fondamenta solide e incrollabili il mio personale credere. Mi ha anche trasmesso il desiderio e la passione della ricerca e dello studio approfondito sia della Bibbia sia delle scienze umane. Essenziale in questa direzione sono stati personaggi come il card. Martini, Elisabeth Schüssler Fiorenza, Raimon Pannikar, Adriana Zarri, Hans Kung, Eugene Drewermann… per citarne alcun*

 Inizialmente la tua chiesa è nata come un gruppo indipendente, e il tuo carisma e il tuo approccio adogmatico ha permesso al gruppo di crescere molto, come raramente accade nelle chiese indipendenti. So che hanno aderito anche persone non di spiritualità cristiani: buddhisti, agnostici, liberi pensatori, persone con una spiritualità indipendente. E’ raro che una chiesa accolga queste diversità e sia così sincretica. Vuoi parlarcene?

In fondo noi siamo un gruppo “post-denominazionale”: cioè andiamo al di là delle definizioni dogmatiche e delle distinzioni tra una confessione cristiana e l’altra e, quindi, non ci identifichiamo con nessuna. Inoltre pensiamo che oggi la ricerca spirituale abbia da essere “a-religiosa”: assistiamo a un ritorno pericoloso del sacro che assume troppo in fretta il sanguinoso volto del fondamentalismo (islamico o cristiano che sia). Meglio, quindi, superare definitivamente ogni religione e camminare insieme (cattolici, protestanti, anglicani, ortodossi… ebrei, islamici, buddhisti, induisti… atei e agnostici…) nell’unico comune spirito umano che solo ci accomuna e cooperare per un mondo più giusto. Poi ognuno ha la sua strada, il suo sentiero, la sua via. E come dice il Dalai Lama è giusto che la segua. Ma per arrivare in cima a una montagna non c’è mai un solo (giusto) sentiero!

Questa peculiarità è solo del tuo centro (il cerchio) o di tutte le comunità federate nella MCC?

Noi “Il Cerchio-MCC” abbiamo la fortuna di avere tra di noi molte diversità: non siamo tutt* cristian*, così come non siamo tutt* persone LGBTIQA o etero, e non tutt* siamo famiglia o viviamo in relazioni di coppia. E questa per noi è una grandissima ricchezza perché ci preserva dal diventare un gruppo chiuso e omogeneo che rischia (magari inconsapevolmente) di arroccarsi su “fondamentalismi di senso opposto”. Anche la MCC a livello mondiale ha questa fortuna: ogni comunità è diversa dall’altra; e nella MCC l’inclusione (che è uno dei valori cardine) comporta il garantire e ammirare ogni diversità come un dono per sé e per la comunità; anche la diversità di chi non la pensa come me o non vive come me. E la sfida è quella di camminare insieme, cercando sempre di rispettarci e valorizzarci in quanto esseri umani, e di collaborare per i diritti nel mondo.

 La MCC nasce da un pastore pentescostale, quindi proveniente da una delle frange più conservatrici del cristianesimo, ma è totalmente slegata, ed è invece legata alla teologia queer. Come mai il tuo gruppo si è avvicinato a questa realtà? Come mai , tra tante realtà piccole e grosse che sono LGBT friendly, proprio a questa?

Il rev. Troy Perry (fondatore della MCC) era cresciuto nella tradizione pentecostale, come io in quella cattolica: ognuno di noi nasce e cresce in un contesto che non si è scelto. Quando, poi, Troy fece coming out (siamo negli anni ’60) venne sbattuto fuori dalla sua chiesa e da lì, dopo un periodo di crisi profonda, fece la sua scelta: creare una comunità cristiana totalmente inclusiva, da cui pian piano nacque la MCC. Inizialmente era una chiesa molto identificata come gay friendly, pur avendo al suo interno da subito anche persone etero. Poi pian piano sono arrivate anche alcune donne lesbiche. Negli anni ’80 si è presentato il problema AIDS e la MCC si è aperta anche a loro e a tutte le persone con MST. Sono stati gli anni in cui si sono anche adottate delle linee guida per un linguaggio e un’azione inclusiva di tutt*, anche tutte le T persons. In questo percorso la teologia queer ha sicuramente aiutato molto e, pur non essendoci nella MCC un solo pensiero (ma pluralità di correnti), la teologia queer è sicuramente un punto di riferimento imprescindibile. Noi come gruppo ci siamo avvicinati e abbiamo aderito alla MCC, perché ci garantisce la libertà di essere noi stess* non solo in quanto persone etero o LGBTIQA, ma anche in quanto atei/agnostici, cui non viene chiesto di credere in dio nè di farsi battezzare/registrare.

 La MCC ha aperture solo riguardanti le persone LGBT, oppure manifesta altre aperture rispetto ad altre categorie di “ultimi” che spesso le chiese tradizionali vogliono dimenticare? è legata anche alle teologie della liberazione?

La teologia queer nasce dallo sfondo delle teologie della liberazione. E in questa direzione la MCC è aperta ad ogni categoria di “ultimi” – come li definisci tu. Uno dei quattro valori base della MCC recita: “Ciò che guida il nostro ministero è offrire un messaggio di liberazione dall’ambiente religioso opprimente dei nostri tempi”. Questa è la direzione: offrire comunità aperte e accoglienti per tutt*. Inoltre – si legge sempre nei valori base della MCC – “siamo impegnati a resistere alle strutture che opprimono le persone e stare al fianco di coloro che soffrono sotto il peso di sistemi oppressivi, sempre guidati dal nostro impegno per i diritti umani nel mondo.”

Che tipo di formazione deve avere un pastore della MCC?

Per essere pastor* si richiede un periodo di colloqui con una responsabile mondiale che fa da mentore e introduce alla MCC. Inoltre è auspicabile che il/la candidat* si metta in rete con comunità/chiese MCC dell’area di appartenenza (per noi, per esempio, è l’Europa) e partecipi agli incontri annuali organizzati dal Network. Quindi viene proposto un ritiro (virtuale o in presenza) di 5 giorni che fa da avvio ufficiale al cammino per diventare pastor*. Poi si richiedono gli studi teologi base, più alcuni corsi specifici per la MCC (teologia queer, storia e organizzazione della MCC, un corso sulla sessualità e su come essere persone sessualmente sane e creare comunità sessualmente mature); è importante anche avere un mentore e una guida spirituale che ti sostengano, redigere un diario di pratiche spirituali per crescere come pastor* nella fede e umanità, partecipare a incontri/scambi on line organizzati per le comunità nascenti, assistere ad altre comunità già avviate e imparare partecipando (dal vivo o on line) alle loro celebrazioni. Inoltre si richiede una documentazione personale: curriculum, dati personali, certificato di sanità psicologica, certificato penale, ecc.

L’incontro con la teologia queer ti ha cambiato? Cio’ riguarda solo la tua visione spirituale o anche altri aspetti di te?

Non direi che la teologia queer mi ha cambiato. Ho piuttosto sentito una profonda consonanza tra la mia spiritualità e questo modo “irriverente” di indagare la fede e sovvertirne le strutture maschiliste di potere eterosessista. In particolare leggere “Il Dio Queer” di Marcella Althaus-Reid ha riacceso in me quell’interesse per la teologia che si era spento da tempo: dopo aver studiato per ben 9 anni questa disciplina mi era diventata noiosa e mi appariva spesso solo una “masturbazione mentale” sterile; l’incontro con la “teologia queer” mi ha fatto scoprire altri modi di ragionare sulla fede, osando strade altre per uscire dai sentieri comuni e già battuti ed entrare nei bordelli e scoprirli luoghi sacri e ben più fecondi delle accademiche e innocue facoltà teologiche. E così ho riscoperto il mio profondo desiderio di osare e battere strade “eretiche” e profetiche insieme.

 La particolarità della MCC è che non guarda con “pietismo” le persone LGBT ma anzi, diversamente dalle chiese un po’ sessuofobe (ovviamente non è richiesto il celibato per i vostri pastori), esalta la sessualità anche nelle sue varianti (BDSM, fetish, poliamorismo), vuoi parlarcene?

Negli MCC Statement of Purpose si legge: “Noi crediamo che le nostre sessualità sono un dono benedetto di dio; per questo non poniamo i nostri corpi lontano o al di fuori della nostra esperienza con dio.” E una delle sfide e dei compiti che la MCC si è posta fin dagli inizi è stato riavvicinare e far dialogare la spiritualità con la sessualità. Purtroppo spesso la spiritualità viene vissuta come antitetica alla spiritualità: più una persona è spirituale e meno fa sesso; viceversa se una persona fa molto sesso lo si interpreta come il segno di superficialità e scarsa spiritualità. Nella MCC invece crediamo che il sesso è sacro e divino di per sé e in ogni sua forma: è una potente forza di vita e creatività che ci chiede di essere vissuta così com’è. Quando ero nella Chiesa Cattolica vivevo le mie inclinazioni fetish e BDSM come deviazioni/perversioni. E quel tipo di spiritualità, che separa lo spirito dal corpo e il sesso da dio, mi ha procurato tantissima sofferenza interiore, di cui porto ancora le ferite. Un giorno rimasi davvero folgorato (come San Paolo sulla via di Damasco) dalle parole che trovai in un libro (Compagni d’amore) preso in una Libreria Gay a Milano, dove lo psichiatra e psicoterapeuta Vittorio Lingiardi scrive: “In ogni esperienza amorosa e in ogni desiderio masochista è presente il tentativo di raggiungere uno stato di integrazione spirituale, almeno un compromesso tra le pretese dello spirito e quelle della carne (…) Lo spirito, infatti, vorrebbe condurre a sé la sessualità, ma questa avanza una pretesa, con la sua passione, cui è difficile sfuggire. Dall’incontro tra queste due forze può originare una disposizione assai diversa dalla religione collettiva dogmatica dominante (…) Il masochismo potrebbe essere considerato un tentativo psichico di fare del sesso un sacramento che possa “soddisfare” il corpo, mantenendolo in un regime di spiritualità”. Quando lessi queste parole dissi: “Sì: è proprio così! Il sadomaso è per me un modo di vivere la mia spiritualità! È un sacramento! È una pratica profondamente religiosa e sacra che mi permette di connettermi col divino”. Ecco. Nella MCC si vive profondamente la propria sessualità e la si indaga come luogo dove dio parla alle nostre vite. Per questo ogni sua forma ed espressione sono benvenute. L’inclusione nella MCC è davvero globale e totale e comporta anche questo!

La mancanza di binarismo di genere fa si che sia una donna sia un uomo possano essere pastori nella MCC. E se invece si trattasse di una persona trans o genderfluid?

Chiunque è già sacerdot* nella MCC: non esiste una gerarchia o casta al di sopra o separata dagli altri e che ha delle regole di accesso/esclusione. Tutt* siamo già, per il fatto di esistere, benedett* e amat* da dio (dalla vita, dall’energia – chiamatel* come volete) e quindi sacerdot*. Ne deriva che chiunque può essere pastor*: sia che sia etero o omosessuale, maschio, femmina, genderfluid, trans, intersex, o altro. In fondo se – come qualcuno dice – “dio” ci ha creat*, trovo davvero strano che poi ci venga a dire, attraverso un suo sedicente portavoce: “No tu no: non puoi essere prete perché sei trans”. Non lo trovi un assurdo?! E poi anche “dio” è queer e trans.

 La tua chiesa si è costituita come associazione? Se vi sarà un’iscrizione per chi segue la tua chiesa, come risolverai l’annoso problema del rispetto dell’indentità di genere delle persone T? una persona T sarebbe veramente ferita se burocratizzata col sesso di nascita e non col genere d’elezione, e questo vale per battesimi, matrimoni, o anche per la semplice adesione.

La mia comunità non si è costituita ancora come associazione. Ci stiamo pensando… e stiamo insieme cercando forme che da una parte ci diano la possibilità di avere un minimo riconoscimento civile, senza, però, finire per essere paragonati a un circolo di Bridge (con tutto il rispetto) e dall’altra che non rischino di escludere qualcun*. Oltre alle persone T ci sono anche altr* che provano una certa resistenza di fronte all’essere tesserati e al dover aderire a una associazione: la sentono come una coercizione o una minaccia alla propria libertà. Sicuramente per noi è essenziale essere apert*, accoglient* e inclusiv* di tutt*; e comprendiamo benissimo che per una persona T il doversi registrare col nome di battesimo , quando esso non corrisponde alla propria identità, è molto doloroso. Quindi sicuramente non andremo in quella direzione! Pensa che la MCC nel 1981 ha redatto delle Linee Guida nelle quali dava indicazioni a tutte le sue comunità del mondo su come adottare un linguaggio inclusivo di tutt* E da lì anche tutti i documenti e formulari e certificati sono stati modificati affinchè tutt* possano sentirsi accolt* così come sono e vogliono essere riconosciut* e chiamat*.

 Che posizioni prendete verso la GPA (gestazione per altri)?

Nella MCC non esiste un solo pensiero o una posizione univoca: l’inclusione significa anche accogliere e valorizzazione le differenze di pensiero nel rispetto reciproco di ciascun* e condividere l’impegno concreto e profetico per i diritti di tutt* nel mondo. Quindi io ti posso parlare solo della mia personale posizione sulla GPA. Fatta questa premessa, credo che attorno a questi temi si (s)muovano molti pregiudizi e si tocchino tanti tabu (e ombre) che la nostra società non vuole affrontare e, quindi, preferisce etichettare (e congelare) in modo pregiudiziale per non guardare al proprio malessere culturale. E così si (s)ragiona con la pancia, senza neppure prendere in considerazione le evidenze dei dati scientifici e le esperienze di chi già ha vissuta questa esperienza nel mondo. Io personalmente sono favorevolissimo alla GPA, se fatta nel rispetto di tutt*. Il che significa che è fondamentale che un Governo la legalizzi e regolamenti in modo non restrittivo ma a garanzia della libertà di tutte le parti. Proibire e mettere una pietra sopra la realtà è da ignoranti: da gente che ignora che il flusso della vita va avanti e se anche la copri col cemento l’erba cresce lo stesso e spacca anche quella pesante crosta dura dei divieti e delle negazioni assolute. Inoltre poi, come dico nel mio blog appena aperto su LGBT News Italia, anche Gesù è nato da GPA! E la Bibbia è piena di esempi di ”uteri in affitto” e non sempre in modi edificanti e rispettosi. Forse si dovrebbe conoscere e condannare la Bibbia più che la GPA!

 E ora una domanda piccante per i nostri lettori. Ti definivi gay, ora queer. Mi spieghi che significato dài a questo termine? riguarda la tua identità di genere? il tuo orientamento sessuale? il tuo totale rifiuto dei ruoli e degli stereotipi? I nostri lettori (pansessuali, transgender, genderfluid, genderqueer e chi ne ha più ne metta) vogliono sapere se sei “dei nostri” 🙂

Sì prima mi definivo gay, ora queer… per diverse ragioni: innanzitutto perché esplorare più a fondo me stesso, le mie identità sessuali e anche il recente cambiamento di relazione mi ha portato da una parte a rendermi conto che io non sono solo un maschio; per cui la parola “gay” mi appare troppo riduttiva e non rende ragione del lato femminile di me, che non è affatto marginale. Questo poi mi ha anche incuriosito e stimolato a leggere, approfondire, conoscere esperienze altre (come la bisessualità, l’universo trans, l’asessualità, ecc). E congiuntamente ai corsi integrativi sulla sessualità, richiesti dalla MCC per il trasferimento della mia ordinazione come pastor*, tutte queste ulteriori conoscenze sono state un altro motivo che mi ha portato a riflettere sul potere dei presupposti teorico-culturali presenti nelle parole che usiamo anche per definirci: per cui oggi sento anche quasi come un dovere morale l’importanza di usare termini che non contengano (neppure velatamente) un modello maschilista-dicotomico-patriarcale per scegliere, al contrario, appellativi che contribuiscano allo sviluppo di una cultura fatta di rispetto e riconoscimento di tutt* e che rendano ragione della fluidità della vita che sempre si muove e muta in noi. Infine l’essere da alcuni mesi in una relazione BDSM (con un Master che è bisessuale) mi porta a essere a volte anche “donna eterosessuale”; anche per questo oggi la parola “gay” non mi corrisponde più. E – termino con una battuta (ma non troppo) – non essendoci “slave” nell’acronimo LGBTIQA, al momento “queer” è l’appellativo che più mi si addice. Anche se tutte queste etichette sono appunto etichette: noi siamo molto di più.

 

Damiano Di Lernia: un vescovo eterosessuale per i diritti LGBT

Oggi intervistiamo Damiano, Vescovo della chiesa Anglo Cattolica, un uomo eterosessuale, con un passato da uomo sposato e con ben quattro figli, che ha scelto la via religiosa, conciliandola con i suoi ideali di laicità delle istituzioni e di rispetto per tutti, comprese le persone omosessuali, bisessuali e transgender.
Dopo la manifestazione del 21 febbraio, in cui Damiano ha manifestato con il Milk di Milano, abbiamo deciso di intervistarlo.

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Ciao Damiano, a che età hai avuto la vocazione?
Sono nato a Milano il 12 Novembre 1957. All’età di 7 anni iniziai a frequentare la “Parrocchia di San Pietro in Sala” dove il Parroco dell’epoca, don Sandro Dell’Era, mi accolse con amore nel gruppo dei “Ministranti”. Il Parroco, sapendo la mia situazione familiare, mi invitava spesso ad andare in parrocchia, per occasioni come funerali e matrimoni. In quegli anni maturava, in me, il desiderio di diventare come il mio parroco, che per me è stato come un padre (ero figlio di una ragazza madre). Vedevo, in quel sacerdote, l’umile servo del Signore, che portava con amore la Parola di Dio a tutti, non solo con la preghiera, ma anche con opere di carità verso i bisognosi. Crescendo, mi rendevo sempre più conto che c’erano dei miei coetanei che stavano peggio di me; il mio servizio in Parrocchia, a quei tempi, mi dava la possibilità, tra matrimoni e funerali, di ricevere tante mance (chi si ricorda le 500 lire d’argento!) con le quali aiutavo le famiglie dei miei coetanei e cercavo di regalare loro qualche giocattolo. A 12 anni per problemi familiari venni mandato in un collegio gestito dai Salesiani, in quanto la mia richiesta all’assistente sociale era stata quella di andare in un collegio gestito da religiosi. L’unico posto libero, era al Centro Salesiano “San Domenico Savio” di Arese. In quel centro chiesi subito al direttore, don Luigi Melesi, di poter continuare a fare il Ministrante nella vicina parrocchia ed esposi anche il mio desiderio di diventare prete. Il Centro di Arese accoglieva ragazzi con gravi situazioni familiari alle spalle, per cui mi resi conto di essere nel posto giusto; organizzavo giochi, tornei di calcio e rappresentazioni teatrali ricevendo le lodi dai sacerdoti salesiani. Purtroppo un colloquio con un loro psicologo, precluse il mio cammino con loro, per cui, fui accolto in una congregazione religiosa dove mi occupavo del doposcuola dei ragazzi delle elementari e sorvegliavo di notte la loro camerata. Un episodio che mi ha molto turbato, mi ha fatto andare via da quella congregazione. Avevo 18 anni, pensai di studiare e poi chiedere di entrare in un convento di frati francescani. Stando fuori dal seminario, conobbi una ragazza, che nel giro di pochi mesi diventò mia moglie in quanto aspettavamo un bambino. Pensai subito che il Signore aveva trovato una strada diversa e l’accettai con molta fatica, ma poi con gli anni, mi resi conto che l’artefice della mia vita, ero proprio io. Purtroppo, il mio è stato un matrimonio “riparatore”. Dopo poco tempo mi resi conto che insieme eravamo incompatibili, ma ormai la “frittata” era fatta e il danno riparato col matrimonio. Nella nostra immaturità, pensammo che un altro figlio ci avrebbe legati, invece il figlio è nato, ma poi ci siamo separati e in seguito abbiamo divorziato. Ormai non pensavo più al sacerdozio. Ero caduto nel “girone dei peccatori”, ed ero un peccatore che aveva tradito un patto davanti a Dio, ma dopo un po’ di mesi dalla mia separazione, conobbi una ragazza con la quale condivisi la mia vita, fino al 2001. Con questa ragazza ebbi due figli, ma un tumore ai polmoni la portò via. Mi ritrovai solo con due figli di 13 e 16 anni, arrabbiato con la vita, e con Dio per aver tolto la persona che amavo e madre dei miei figli. Nel 2002, grazie ad una mia amica, conobbi il gruppo del Rinnovamento Carismatico Cattolico. In quel periodo, ero a pezzi psicologicamente e non pensavo più al sacerdozio. Anzi ero molto arrabbiato con Dio perché aveva permesso che mi accadessero tutte quelle esperienze negative. Iniziai a frequentare questo gruppo, trovandomi bene. In quel gruppo, sperimentai la riconciliazione con il Signore, quel Signore che da ragazzo, mi chiamò con insistenza, ma non ascoltai. Nel frattempo ripresi a fare volontariato negli ospedali psichiatrici e presso un centro di accoglienza per senza fissa dimora. Una sera, mentre pregavo, improvvisamente sentii due mani calde sulla testa e una voce mi disse: “Tu es Sacerdos”. In quell’istante, non ci fece caso, ma nei giorni seguenti pensai molto a quell’esperienza, che si è poi ripetuta dopo circa un mese durante la preghiera comunitaria. Le sorelle e i fratelli che pregavano per me, mi dicevano pur non sapendo nulla di me, che: “il Signore ti chiama al sacerdozio ministeriale”. Mi chiedevo come avrei potuto essere un sacerdote: ero divorziato, padre di quattro figli…. Infatti, mi chiedevo se io e soprattutto quei fratelli “erano pazzi o cosa?”. Quella misteriosa voce dentro di me continuava a tormentarmi, e con il tempo diventò sempre più insistente, tanto che credevo di essere diventato matto.  Nel giugno del 2007, feci uno strano incontro (strano per come si è verificato, c’era la mano di Dio) con l’Arcivescovo Mons. Mapelli, che aveva da poco fondato una diocesi occidentale di tradizione ortodossa. Dopo il colloquio con l’Arcivescovo, capii molto bene che il mio cammino non era nella chiesa ufficiale romana, ma venivo chiamato a svolgere il mio ministero in un’altra realtà ecclesiastica. Fu così che, il 7 dicembre 2007 fui ordinato diacono e il 27 settembre del 2008 presbitero. Sin da subito, mi adoperai per la cura delle anime dei cosiddetti ultimi, dei divorziati, delle persone lgbt, dei carcerati, di persone dipendenti da alcool e sostanze stupefacenti, ed accostavo al mio ministero sacerdotale anche un aiuto di tipo materiale. Organizzavo banchi di beneficenza per raccogliere fondi e facevo la spesa a famiglie bisognose. Purtroppo, tutto questo ad uno dei suoi “superiori” non piaceva, per cui con molta sofferenza lasciai la chiesa di Mons. Mapelli. Il 16 dicembre 2012 entrai ufficialmente nella “Chiesa Vetero Cattolica delle Americhe”. Pur prestando il mio servizio in quella Chiesa, non sentivo “soddisfazione piena”. Dopo un po’, anche questa esperienza andò male, come le successive. In quel periodo, arrivato sul punto di mollare tutto, qualcosa dentro di me, mi ha portato a fondare una comunità, che si ispirasse al vangelo vissuto dalle prime comunità cristiane, libere da dogmi e dottrine di uomini. Fu così che, fondai la Comunità Cristiana Indipendente Gesù Risorto e indegnamente* ricevetti l’Ordinazione Episcopale il 13 settembre 2014 da Sua Ecc.za mons. Antonio Canzano. Dal gennaio 2016 ho trasformato, con il benestare dei miei confratelli che il Signore mi ha mandato, questa Comunità da me fondata in “Chiesa Cristiana Anglo Cattolica” che, grazie alla Bontà Misericordiosa del Nostro Dio, mi permetterà di portare ancora avanti con Grazia di Dio, il mio ministero a servizio degli ultimi.

Hai avuto diffidenza della tua famiglia d’origine in questa tua scelta?
Assolutamente no, i miei figli e mia sorella mi sono stati molto vicino in questo cammino, supportato anche dall’affetto di molti amici/che.

Quindi anche i tuoi figli?
I miei figli hanno sempre rispettato le mie scelte, come io ho sempre rispettato le loro. Avendo perso la mamma in età adolescenziale ancora oggi non riescono a capire che la morte della mamma non è dovuta per un capriccio del padreterno o perche nel suo giardino mancava un bel fiore…….(queste alcune frasi dette dai bigotti al funerale) Comunque quando celebro l’Eucaristia e alle mie ordinazioni sono stati sempre presenti.

Parlaci della tua chiesa, è di tradizione cattolica? ortodossa? protestante?
Sono tante le cose che posso dirvi sulla Chiesa Cristiana Anglo Cattolica. Certo, la nostra chiesa non è di fede “Cattolica” ma Cattolicissima. Noi, vediamo nel termine “cattolico” l’identificazione universale della Chiesa. Non necessariamente il termine CATTOLICO deve essere attribuito alla Chiesa di Roma, ma deve avere un significato molto più largo e profondo. Secondo noi, non esistono cattolici identificati, ortodossi, protestanti, evangelici, luterani e così via, ma tutti insieme siamo membri dell’unica chiesa universale “il Corpo mistico di Cristo Signore”.

La tua chiesa accetta le donne come diaconi, preti, vescovi?
La Chiesa Cristiana Anglo Cattolica proprio con la promulgazione del nuovo Diritto Canonico della nostra Chiesa, scritto dal Vicario Generale e approvato dal Santo Sinodo dei Vescovi della nostra Chiesa, ci permette il Diaconato femminile. Come Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, siamo ancora lontani dall’apertura al cosiddetto “prete/vescovo donna”. Però, Dio è grande, può ispirare tutti i nostri Confratelli ad aprire a tale novità. Attualmente abbiamo aperto alle Diaconesse, in futuro se sarà Volontà di Dio, apriremo anche alle Donne Preti e Vescovi.

La tua chiesa impone il celibato ai religiosi?
La Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, pensa che tutto debba essere fatto per Amor di Dio. Nessuno deve essere costretto a fare delle cose contro la propria volontà. L’essere umano deve essere libero, anche se prete o religioso, la propria vita nei modi e nelle forme ispirate da Nostro Signore. Non ci piace avere nel Clero delle persone afflitte dal pensiero di un possibile tradimento, se per esempio, dovesse capitargli di amare o di fare l’amore con una donna oppure con un uomo. Tutti, carissimi fratelli, dobbiamo essere liberi di decidere della nostra “sessualità” come meglio si crede. Non imponiamo il celibato, però se qualcuno vuole fare questo voto, permettiamo di farlo. Tutto sia sempre fatto per amor di Dio.

Sei eterosessuale, perché la scelta di una Chiesa a favore delle persone LGBT? Ci spieghi la differenza tra Chiesa LGBT (solo per persone LGBT) e LGBT-Friendly (che tratta tutti alla pari, LGBT e non)?
La nostra chiesa non è LGBT. Noi non vogliamo identificarci in un solo mondo, vogliamo essere l’espressione religiosità di tutti (etero compresi!). Dire “Chiesa Gay” sarebbe come dire “Chiesa dell’Omosessualità”. No, da noi sono tutti accolti e ben accettati. Non vogliamo fare nessuna differenza tra il popolo di Dio, ma amarci nella diversità.

Si parla molto di chiese che sposano gay e lesbiche. Voi lo fate?
Pensiamo che, il diritto al matrimonio sia “un dovere da elargire da parte nostra”. Tutti hanno il diritto di dichiarare liberamente il proprio SI al suo amore, dinanzi al ministro della Chiesa e al buon Dio. Il matrimonio, se così vogliamo chiamarlo, è un legame d’unione della coppia con Dio, niente di più e niente di meno. Gli sposi, dichiarano amore eterno dinanzi a Dio e alla Chiesa. Mi chiedo, come possono due persone omosessuali dichiarare il proprio amore a Dio, se non amassero profondamente Nostro Signore? La risposta è semplice. Perché sono amati dal Divino e Buon Signore. Pertanto, non continuiamo a fare assurde distinzioni oppure giudicare i propri fratelli per il proprio orientamento sessuale, ma come disse Gesù “amatevi gli uni gli altri”.

Per le persone T il problema principale è un altro: la persona T spesso non ha ancora in nome che sente suo sul suo documento. Alcune confessioni (come alcuni buddhismi, ma non solo) accolgono la persona col nome e col genere che sente suo, voi avete pensato a questo problema? Come potete accogliere una persona T senza lo stigma del suo nome anagrafico?
Alla domanda voglio rispondere come quelle precedenti “non vogliamo fare queste assurde distinzioni”. Se una persona desidera, per sé, un nome maschile oppure viceversa, chi sono io per impedire a questo fratello o sorella di essere se stesso/a? No, dobbiamo imparare tutti a rispettare quello che è “diverso” ai nostri occhi, imparando a rispettarci nella diversità. Nessuno deve vivere una vita “infelice” perché così vivrebbe una vita in bianco e nero. Se un giorno si presenterà questo problema nella Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, ne discuteremo nel Santo Sinodo dei Vescovi. Però, posso assicurarvi che nella Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, non si farà mai questa distinzione, perché è poco rispettosa per tutti.

Nel caso la persona T contraesse matrimonio, sarebbe il caso che la persona fosse sposata col suo nome e genere. Quindi, ad esempio, una donna trans (dal maschile al femminile) che sposa un uomo biologico è in una coppia etero, non omo, perché a contare è la sua identità di genere, non il suo corpo, quindi è un’unione tra una donna e un uomo. In questa unione andrebbe assolutamente rispettato il nome e il genere di questa donna, trascurando il nome anagrafico (maschile) e il genere anagrafico (maschile).
La tua chiesa ha pensato a questo?

In questa unione, prima di tutto deve essere rispettata la volontà delle persone che vanno a contrarre l’unione, poi vengono le regole della Chiesa Cristiana Anglo Cattolica. Posso dirti che la Chiesa, lascerebbe decidere alla coppia come vuole essere chiamato. Ti faccio un esempio. Se la trans X non anagraficamente riconosciuta come donna, si sposa con l’etero Y riconosciuto come uomo anagraficamente, però la trans X possiede ancora il nome maschile che non sente suo, come si può risolvere questa cosa al nostro interno? La nostra chiesa penso bene di fare una cosa con la Trans X, (a cui daremo un nome anagrafico a caso: Mario Rossi), di registrarla nei documenti matrimoniali come “Maria Rossi”. Noi vogliamo rispettare prima la volontà di Nostro Signore, che ci dice d’amare e rispettare, per poi rispettare in toto la volontà della coppia composta dalle persone X e Y.

Oltre ad essere accolte persone LGBT tra i praticanti, ci sono persone LGBT anche nel vostro clero? Accettereste mai come religioso/a una trans (dal maschile al femminile), oppure un trans (dal femminile al maschile)?
La Chiesa Cristiana Anglo Cattolica, se permettete, non intende fare questo assurdo paragone. Per noi, tutti sono fratelli e sorelle, nessuno escluso. Nella Chiesa vengono accettati tutti coloro che dichiarano d’amare Nostro Signore, senza alcuna distinzione di razza, colore, credo, oppure di orientamento sessuale e identità di genere. Se mi parlate di religiose transgender nell’Ordine femminile, perché no. Però la donna transgender Mtf (transizionante dal maschile al femminile), non può diventare sacerdote, ma solo religiosa. La cosa è diversa se un transgender transiziona dal Femminile al Maschile: in quel caso può diventare sacerdote. Però, questi sono assurdi paragoni, che sinceramente non volevo fare, perché non mi va di far distinzioni tra le persone transgender e quelle che non lo sono. Tutti siamo uguali e tutti amati da Dio.

Molti gay e molte lesbiche sono poco aperti nei confronti della B e della T. Tu, essendo eterosessuale e quindi fuori da certe dinamiche interne, come ti poni verso le persone bisessuali? e verso le persone transgender?
Le persone devono rispettarsi a prescindere dal proprio orientamento sessuale. Non vuol dire niente “sono Bisessuale o Transgender” tutti siamo uguali. Immaginate per un solo istante l’Ultima Cena di Nostro Signore Gesù Cristo. Il Signore in quel preciso istante disse una cosa molto importante per le persone che credo, che oggi la chiesa cattolica romana, crea tantissima confusione. Gesù trovandosi nell’ultima cena disse “prendete magiatene tutti” oppure “prendete bevetene tutti”. Gesù non disse mai “aspetta, tu sei gay, non puoi magiarne. Tu sei etero, puoi mangiarne. Tu sei meretrice, non puoi mangiarne. Tu sei casalinga, puoi magiarne”. No, Gesù disse semplicemente la parola “TUTTI” cioè, ogni persona che crede in Lui. Gesù fu il primo a non fare distinzioni, perché dovrebbero farle persone misere come noi? Amiamoci tutti, questo è il vero segreto dell’unione.

Sicuramente in ambiente LGBT avrai sorpreso molto dichiarandoti etero. Il mondo LGBT è abituato a chiese friendly con clero molto gay, e anche la chiesa romana non scherza…
Non esistono chiese per LGBT, esiste la Chiesa, niente di più e niente di meno. Tutti devo essere liberi di seguire i desideri del proprio cuore, anche ispirandosi ad una possibile vocazione. Sulla mia sessualità etero e sulla mia apertura al mondo Gay nella chiesa che indegnamente* presiedo, non significa andare a favore di uno o dell’altro, significa aprire le porte della Casa di Gesù a tutti. Non dobbiamo guardare nel sacerdote la sua sessualità, ma l’amore che può donarci, il conforto, la gioia e la condivisione che può arrivare. Tutti, anche la Chiesa di Roma, deve imparare a non giudicare nessuno. Tutti dobbiamo stare attenti alle esigenze del nostro prossimo, guardare e curare con amore la sua anima, cercando di farlo sentire a casa e tra fratelli. Il mio clero, se possiede un orientamento sessuale gay o bisessuale, rispetto questa loro diversità con me, come loro rispettano la mia diversità con loro. Il rispetto deve sempre prevalere.

Sei anche attivista per la laicità delle istituzioni?
Penso che tutte le istituzioni pubbliche debbano stare fuori dai temi cosiddetti “religiosi”, così le chiese devono stare fuori dai temi di discussione popolare e legislativo. Non possiamo pretendere che uno Stato non si deve immischiare in questione religiose, per poi la chiesa violare così apertamente il diritto alla laicità dello Stato. Se devo dirtela tutta, secondo me i politici presenti nelle istituzioni devono dichiarare la loro “non appartenenza religiosa” se si vuole fare davvero l’interesse dello Stato e della collettività. L’Italia è fondata sul diritto, sull’uguaglianza e sulla libertà individuale, però moltissime volte i politici mettono la loro appartenenza religiosa in primo piano, non mettono il bene della collettività. Noi dobbiamo combattere per uno Stato che sia “Laico e Plurale” dove tutti sono rispettati per quello che sono, non per quello che vorrebbero farmi essere, disegnato in stanze segrete dello Stato e della Chiesa Cattolica ufficiale. Questo non può e non deve accadere.

Molte persone oppresse dalle chiese si allontanano dalle religioni, facendo coincidere il messaggio spirituale con il pensiero del clero. Che messaggio daresti a queste persone?Il messaggio che voglio dare a tutti questi fratelli e sorelle è quello “di amare Gesù” indipendentemente dalle diatribe interne. Se proprio volete essere accolti cosi come siete, la nostra porta è sempre aperta a tutti, ma prima di noi, deve venire l’amore per Colui che ama in eterno, senza distinzioni, Nostro Signore Gesù.

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abbiamo rispettato la scelta di Damiano di considerare “indegni” i suoi onori come vescovo, anche se non siamo d’accordo con questa sua umiltà, perché pensiamo che sia degno 😀

Intervista di Nathan Bonnì

Cosa i reazionari e i fondamentalisti religiosi chiamano “Gender”

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Il movimento LGBT ha sottovalutato il fenomeno “sentinelle in piedi” e “contro l’ideologia gender” perché pensava, ragionevolmente, che fossero “quattro gatti”, cosa che effettivamente corrisponde a realtà, ma ha dimenticato quanto questi quattro stronzi, con dei catalizzatori dietro come Forza Nuova, la Lega Nord, Fratelli D’Italia e (soprattutto) la parte più integralista della Chiesa Cattolica Romana potessero fare rumore.
E cosi’ ci siamo trovati traditi da tutti i mass media, che hanno gonfiato i numeri del Family Day (un milione? in una piazza che contiene al massimo, stretti come sardine, 200.000 persone?) e non ci siamo accorti che anche nelle parrocchie di Canicattì e Cantù, si parli (ovviamente male) di “Gender” .

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Partiamo dall’inizio:

un tempo c’erano le persone LGBT. per il cattolici erano “malati”, ma i malati devi compatirli. Chi sei tu per giudicarli?
E cosi’ il cattolico aveva una contraddizione: come poter giustificare la non accoglienza verso coloro che chiamava malati?
Cosi’ i “malati” , ora che non lo sono più, possono essere odiati, perchè sono diventati “ideologi“.
E cosi’ ora essere gay, lesbica, bisessuale, transgender, è un’ideologia, come il comunismo, il socialismo, il nazismo…

Un tempo si era maschilisti e binari per tradizione, non c’era bisogno di “teorizzare”, e il fatto che la Chiesa stia cominciando a teorizzare gli stereotipi di genere come naturali, innati e insindacabili è la prova che ce ne sia bisogno, e che quindi antibinari e lgbt-friendly “rischino” di diventare fisiologicamente la maggioranza.

Ma cosa chiamano “ideologia gender/teoria gender”?
In realtà gli attivisti LGBT non hanno mai usato questo termine, che nasce da un pastone che fonde gli studi di genere, elaborate nelle facoltà americane di antropologia (in ambiente laico, i cosiddetti gender studies), e la teoria queer elaborata da alcuni filosofi, tra cui Butler, per altro non condivisa, o non in pieno, da gran parte del movimento LGBT (ad esempio io non ne sono un sostenitore).
Questi percorsi culturali mettevano a fuoco varie questioni, in particolare gli stereotipi di genere, dichiarando che, come da scoperte scientifiche, i ruoli di genere non sono innati, non hanno nulla di genetico o biologico, ma sono stati tramandati socialmente e culturalmente da generazione a generazione.

In soldoni, sebbene puo’ esserci una differenza di forza fisica media tra una donna e un uomo coetanei e della stessa cultura ed etnia, in una società come la nostra in cui non si vive di forza fisica, tutte le differenze nella divisione dei ruoli domensitci, della donna e nell’uomo nelle professioni, nei diversi ruoli genitoriali del genitore con la vagina e di quello col pene, sono sostanzialmente culturali.

E’ dimostrato scientificamente che avere il bacino diverso, o il cranio, o la genitalità, non porti ad una predisposizione innata a  comportamenti che la società chiama per stereotipo “maschili” o “femminili”, tuttavia fin dai primi giocattoli, vestiti, acconciature, i bambini vengono “differenziati” affinchè si abituino al ruolo , ed illusi che quella sia l’unica strada. Questo atteggiamento viene chiamato “predeterminismo biologico”.

Ovviamente questo discorso non c’entra assolutamente con le tematiche LGBT, perché è qualcosa che ridiscute innanzitutto i modelli familiari, di coppia, e il mondo del lavoro, relativamente all’umanità tutta, quindi in grande percentuale riguarda coloro che hanno un orientamento sessuale etero e un’identità di genere coerente col corpo (etero madri e padri di famiglia).
Ma se ogni persona, nata col pene o con la vagina, puo’ reinventare un ruolo sociale a seconda delle sue attitudini, come del resto succede a bambini educati senza stereotipi, in Nord Europa, e quindi le due figure stereotipate rosa e celeste decadono, allora viene molto depotenziato il simbolismo cattolico dei due “ruoli insostituibili” che devono affiancare un bambino, quindi diventa naturale immaginare le famiglie omogenitoriali e i genitori transgender.

Vi è una grande confusione, in chi non è addentrato in tematiche antropologiche e sociologiche, tra l’orientamento sessuale e l’identità di genere (ovvero le tematiche delle persone omo/bisessuali e delle persone transgender) e i ruoli sociali di genere (tematica riguardante invece tutti).

L’identità di genere (se sei una persona transgender o no) e l’orientamento sessuale (se sei una persona omosessuale, bisessuale o no) sono intrinsechi e non dipendenti dal contesto socio/culturale. Poi è la visibilità che una persona sceglie di dare a questa condizione, e il processo di autodeterminazione, che è influito dalla società.

In un ambiente ostile una persona potrebbe, per quieto vivere, accodarsi al branco e scegliere modalità di vita “comuni”, senza venire mai a scoprire della sua identità di genere o del suo orientamento, magari non sapendo dare una risposta ad un malessere senza nome e senza una precisa forma. Cio’ succedeva soprattutto in passato, in provincia, quando c’era molto isolamento, non c’era internet, e una persona, priva di riferimenti, non sapeva dare un nome a cio’ che era, e ne aveva un terrore tale che preferiva non indagare.
Cosi’ molte persone transgender hanno vissuto intere vite incarnando il genere coerente al sesso biologico, molti omosessuali si sono sposati con persone di genere opposto e hanno fatto figli, o sono rimasti “zitelli”,molti bisessuali hanno preferito dare più spazio a relazioni eterosessuali per quieto vivere sociale.

Altri invece hanno scoperto di sè ma, a causa delle condizioni di vita ostili, hanno deciso di vivere “clandestinamente” il loro orientamento sessuale (con relazioni clandestine, esperienze in saune e locali a tema gay/lesbico) e/o la propria identità di genere (con esperienze di cross-dressing magari casalinghe o in ambienti protetti), magari alternando a queste piccole boccate d’aria una vita normalizzata da scapoloni/scapolone o prigionieri/e di matrimoni di copertura, o magari di una carriera monacale/ecclesiastica.

Altri, di estrazione cattolico romana, si sono rivolti a psicologi, spesso cacciati dall’Ordine in quanto dissonanti rispetto all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che hanno, tramite strumenti religiosi di tradizione cattolico romana, anche se sono nate in ambiente pentecostale, quali riti, preghiere, rosari, fatto percorsi di lavaggio del cervello atti a lavorare sugli stereotipi di genere, per “ripristinarli” per poi chiarire che non solo i ruoli sono innati, ma che la coppia deve essere costituita solo da uomo e donna, che hanno ruoli diversi, complementari, e chiaramente quello prevalente è il ruolo maschile (la donna è subordinata, come dice San Paolo).

Meno considerata dalla Chiesa è invece la condizione lesbica, e quindi esistono meno percorsi riparativi, in quanto la donna in sè è meno considerata dalla chiesa e dalla società reazionaria, quindi diventa relativamente importante anche il suo lesbismo. Inoltre per questioni bibliche, la vera ossessione è la sodomia (che tra l’altro diversi omosessuali non praticano, e che diversi eterosessuali praticano), quindi dove non c’è penetrazione (per come loro immaginano il lesbismo), non c’è interesse.

I ruoli sociali però non sono innati, ma condizionati dalla condizione socioculturale. Spesso gli integralisti religiosi amano fare volutamente confusione tra i ruoli sociali e gli stereotipi di genere e tutto ciò che concerne l’identità di genere e l’orientamento sessuale.

Se per loro i ruoli sono binari e innati, se ogni sesso biologico (maschio femmina) ha sempre e solo un genere identitario corrispondente (uomo e donna) e anche dei ruoli “naturalmente” predisposti, non ha senso parlare di genere (gender), nè relativamente all’identità di genere, nè relativamente ai ruoli, quindi, per loro il “gender” non esiste.
Tutto viene ricondotto al “sesso” (biologico, e ai genitali) e non al genere. Anche la genitorialità viene vista come unica finalità del sesso, e soprattutto il sesso come unico strumento legittimato a portare alla genitorialità, e, nel tentativo di delegittimare i genitori LGBT, delegittimano anche i genitori adottivi eterosessuali, o i genitori eterosessuali che sono ricorsi alla genitorialità assistita, introducendo, contro di loro, concetti come padre vero, padre falso, madre vera, madre falsa…

Inoltre, tramite fenomeni come le sentinelle in piedi, rivendicano ildiritto” di libero pensiero, anche quando è un pensiero intollerante ed ostile verso il diverso. Come se qualcuno scendesse in piazza per il diritto di dire che la donna, o le persone di colore, o gli ebrei, sono inferiori.

In vari blog, pagine facebook, gruppi facebook, dove domina incontrastata l’incapacità di distinguere le etero femministe, dalle persone omo e bisessuale, e dalle persone transessuali e transgender, ormai hanno dovuto trovare una parola sintetica che ci comprendesse tutti, uniti dalla nostra “ideologia“, riconducendo subito la parola “gender” alla questione dell’omogenitorialità e dei diritti dei bambini (qualcuno pensi ai bambiniiiii!)
Ideologi del gender, o, per sintesi, “voi gender”.

Cos’è la massoneria? è binaria? include le persone LGBT?

Gentili lettori,
come sapete questo blog si occupa principalmente di binarismo di genere e di persone GLBT, e di come tutto ciò che riguarda la vita delle persone, compresa la spiritualità, possa essere binario, non binario, inclusivo o non inclusivo rispetto a chi è di genere femminile, e/o chi è gay, lesbica, bisessuale, transgender, transessuale.

In questo viaggio tra le spiritualità, è arrivato il momento della Massoneria.
Come sapete, parallelamente al progetto del blog, vi è la mia presidenza dell’associazione Harvey Milk, che il 9 maggio, alle 18.00, in via Don Minzoni 129 di Sesto San Giovanni (MM Marelli, MM Rondò), affronterà, tramite il Progetto Cultura, filone Spiritualità, la tematica della Massoneria.

Il moderatore sarà Diego Sardone, massone e socio sostenitore Milk, che si occuperà di spiegare alle persone GLBT e non presenti in sala cosa è, ma soprattutto cosa non è la massoneria, per combattere i pregiudizi dovuti dal complottismo e dalla disinformazione, pregiudizi non dissimili da quelli che si hanno per altre realtà poco conosciute o conosciute solamente tramite la distorsione dei media.
La conferenza sarebbe inutile se non vi fosse prima questo inquadramento sul tema.
Il suo intervento sarà utile soprattutto al pubblico profano, sia GLBT, sia friendly, che vuole farsi un’idea sull’argomento scevra da pregiudizi.

La seconda relatrice sarà Denise Farinato, socia bisessuale del Milk e storica della massoneria. Ci racconterà la storia dell‘iniziatismo femminile, le prime donne in massoneria, le logge femminili e le logge miste.
Il suo intervento è pensato sia per le persone GLBT, nonchè le donne, profane tra il pubblico, che vogliono capire se la massoneria è sessista, sia per le donne massoni tra il pubblico, sia per gli uomini massoni, siano essi favorevoli o contrari alla massoneria femminile e/o mista.

Il terzo relatore sarà Enrico Proserpio, esotericamente Emanuele Balsamo, massone, bisessuale, socio e volontario del Milk, autore di un blog massonico, autore del romanzo “Il ramo d’acacia”, e del blog a tematica GLBT (e attualità in generale) “il nuovo multicolore”, che ci parlerà di Massoneria, identità di genere, e orientamento sessuale.
Il suo intervento è pensato per le persone GLBT tra il pubblico interessate alla massoneria o che vogliono capire come essa include loro, per i massoni GLBT tra il pubblico, ma anche per i massoni (uomini e donne) non GLBT che vogliono capire la realtà relativa all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

L’invito facebook all’evento

Intervista a Diego Sardone (cos’è e cosa non è la massoneria)

Intervista a Denise Farinato (la storia della donna in massoneria)

Intervista a Enrico Proserpio/Emanuele Balsamo (la massoneria e le persone GLBT)

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