Dorella, la logopedista che dà “voce” alle persone transgender

Oltre ad essere una persona gender non conforming, in passato mi sono occupato di dizione e di studio del doppiaggio, doppiando anche, talvolta, piccole parti in cui davo voce a ragazzini pre-adolescenti.
Per questo ho sempre avuto la speranza che dal logopetisti e foniatri potesse arrivare un grande aiuto alle persone transgender che vogliono usare la voce in modo che renda giustizia alla propria identità di genere.
Per questo, appena ho saputo dell’iniziativa della Dott.ssa Minnelli, ho deciso di intervistarla, facendole anche domande tecniche e facendomi narrare la storia del suo centro, che è specializzato proprio nell’aiutare le persone transgender.

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Raccontateci chi siete, e come nasce il vostro centro?

Sono la Dr.ssa Dorella Minelli, sono logopedista da circa 30 anni e sono titolare del Centro Italiano Logopedia che ha sede a Brescia, a Ghedi (BS) e a Verona. Fanno parte del Centro al momento 25 consulenti preparati ed esperti, altamente qualificati, in particolare modo mi avvolgo per il Servizio Voce Transgender di 2 collaboratrici logopediste specializzate nella rieducazione/educazione della voce che sono in grado di elaborare progetti terapeutici personalizzati ed efficaci.

Come è nata l’idea di dedicarsi alle persone transgender?

La voce è un mondo complesso: la voce trasporta il messaggio emotivo, affina le emozioni, rivela l’individuo. La parola trasporta il messaggio intellettuale, la parola può ingannare, mentre la voce lo fa raramente. L’uomo nasce con la voce, la parola invece deve essere imparata.

La voce è esattamente un’espressione sonora della personalità e come tale deve essere considerata in qualsiasi problema vocale noi vogliamo studiare.

La dinamica vocale in sé, è già psicodinamica, attraverso la voce dreniamo gran parte della nostra carica emotiva.

Ed è proprio per questo motivo che mi sono dedicata alle persone transgender perché è necessario nel percorso di queste persone permettere a loro di ritrovare la massima espressione della propria persona attraverso l’uso della PROPRIA voce, proprio perché la voce è il riflesso non falsificabile del nostro io ed è completamente alle dipendenze della nostra psiche.

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Lavorate sia con persone sia nel percorso MtF che nel percoso FtM?

Sì, anche se la percentuale di mtf che richiede una terapia della voce è maggiore rispetto agli ftm, questo perché nonostante le mtf possano ricorrere a interventi medici e chirurgici il raggiungimento di una voce femminile richiede un intervento logopedico specifico, proprio perché ottenere una voce femminile è una questione complessa. Diversamente negli ftm la terapia ormonale genera autonomamente risultati soddisfacenti sulla voce.

Lavorate anche con persone non medicalizzate?

Certamente,anche se il trattamento che permette di ottenere risultati ottimali e duraturi è quello combinato: intervento chirurgico e rieducazione logopedica.

Vi sono diversi tipi di intervento chirurgico che possono essere suddivisi in due gruppi: tecniche che interessano la struttura laringea e tecniche che interessano le corde vocali. In entrambi i casi questi interventi hanno lo scopo di modificare, direttamente ed indirettamente, la tensione, la lunghezza e lo spessore delle corde vocali. Ad oggi, l’intervento di fonochirurgia che ha dato risultati più soddisfacenti è quello di tiroplastica tipo IV.

Lavorate anche con persone genderqueer e genderfluid?

Sì, l’importante per noi logopedisti è capire l’esigenza di chi si rivolge a noi per poi stipulare un accordo terapeutico che identifichi le specifiche caratteristiche vocali desiderate

Lavorate anche con drag king e drag queen per migliorare le performance vocali nella loro interpretazione del genere opposto? Cosa riguardo, ad esempio, al canto?

Per il momento ci occupiamo di voce parlata, ma l’ambito della voce cantata rientra nei nostri progetti a breve.

Differenza tra logopedista e foniatra?

Il foniatra è il medico che esegue la diagnosi osservando lo stato degli organi e la funzionalità dell’apparato vocale.

Il logopedista è il riabilitatore che, in riferimento alla diagnosi e alla prescrizione del foniatra o dell’otorino si occupa dell’educazione e rieducazione in questo caso di disturbi della voce.

Un esempio: il foniatra fa diagnosi di noduli alle corde vocali e prescrive un ciclo di logopedia, a seguire il logopedista si occupa dell’educazione della voce in modo che i noduli alle corde vocali si risolvano.

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Timbro, frequenza, registro vocale, volume, altezza…puoi spiegare ai lettori e alle lettrici?

I parametri vocali della voce sono tre: altezza, volume e timbro.

L’altezza è data dalla frequenza del suono, cioè dal numero di cicli di apertura e di chiusura delle corde vocali al secondo. In base alla frequenza, un suono può essere acuto o grave. La frequenza varia nel singolo soggetto in base all’età (ad esempio la voce dei bambini è più acuta di quella degli adulti), al sesso (la voce maschile è più bassa di quella femminile). Inoltre ogni persona possiede una gamma di frequenze sulla quale la voce può muoversi; ogni gamma è prodotta da un particolare assetto degli organi vocali e prende il nome di registro vocale.
Il volume di una voce dipende dall’ampiezza di vibrazione delle corde vocali, che è determinato dalla pressione con cui arriva l’aria dai polmoni alle corde vocali; in base a tale parametro la voce può risultare forte o debole.
Il timbro di una voce è dato dalla forma delle cavità di risonanza (gola, bocca e cavità nasali). Il suono prodotto a livello della laringe viene modificato dalla specifica forma delle cavità stesse. Ciò rende identificativa e unica la voce di ogni singolo individuo.

Ci raccontate la differenza al livello biologico della voce maschile e femminile? e rispetto a quella dei bambini? come e quando cambia nei due sessi biologici?

Il segnale vocale è generato dalla vibrazione delle corde vocali inserite nella laringe, pertanto la differenziazione del suono nasce dalla diversità anatomica di queste strutture. La laringe alla nascita si trova in una posizione alta del collo e le corde vocali hanno una lunghezza di circa 5 mm. I principali cambiamenti avvengono in età puberale, in cui la laringe si abbassa e le corde vocali si allungano: nella donna da 11-12 mm arrivano a 14-18 mm, nell’uomo arrivano a 18-25 mm. Questa differenza di lunghezza determina la differente frequenza di vibrazione delle corde vocali, quindi percettivamente del tono della voce: nelle donne è più acuta, compresa tra i 175 e i 245 Hz, nell’uomo è più grave e compresa fra i 100 e i 160 Hz.

Il falsetto. Cosa è? possono farlo maschi e femmine?

Il falsetto è un registro vocale utilizzato soprattutto nel canto e permette l’emissione dei suoni più acuti tramite l’innalzamento della laringe e l’aumento della tensione delle corde vocali. Sia gli uomini che le donne possono adottare tale registro.

Spesso le mtf utilizzano il falsetto per rendere la loro voce più femminile, tuttavia se questa tecnica non è utilizzata in maniera corretta, a lungo andare, porterà ad un abuso vocale con conseguente insorgenza di patologie organiche a livello delle corde vocali.

Quanto conta la voce nel “passing” della persona transgender?

Molto. La laringe è un organo sessuale secondario e si modifica insieme al resto del corpo in età puberale, quando si accentuano le caratteristiche biologiche dell’uomo e della donna. Va da sé l’implicazione che questo ha sulla voce nel definire la corrispondenza con il proprio sesso biologico. È quel fattore su cui rimane traccia di ciò che la persona T vuole abbandonare, anche in seguito ai vari interventi chirurgici effettuati sul corpo.

Quanto è importante usare una voce naturale?

Uno degli elementi fondamentali che identifica una persona come appartenente al sesso femminile o maschile, oltre alle caratteristiche fisiche e comportamentali è la voce. Da qui l’importanza di usare una voce più naturale possibile e congrua all’identità di genere della persona.

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Sforzare la voce usandola in un modo non naturale o per cui non è stata educata…che problemi può dare, a lungo andare?

Un comportamento vocale inadeguato in termini qualitativi e quantitativi porta all’instaurarsi di un circolo vizioso che in medicina è definito “Circolo vizioso dello sforzo vocale” di Le Huche: a un meccanismo fonatorio sforzato (malmenage) e protratto nel tempo (surmenage) consegue un danno organico delle corde vocali (noduli) e un’ipercontrazione dei muscoli deputati alla produzione della voce. La voce apparirà soffiata, rauca e la persona lamenterà male al collo, fastidio alla gola e continua necessità di raschiare. A lungo andare l’abuso vocale porta all’aggravamento della lesione organica per cui si renderà necessario un intervento di microchirurgia laringea.

Quanto tempo ci vuole per avere risultati? si può parlare di una vera e propria “ginnastica” alle corde vocali?

Non esiste una tempistica ben definita poiché i risultati variano da caso a caso, tuttavia il trattamento riabilitativo logopedico prevede un ciclo di 10-15 sedute con frequenza settimanale. Più che parlare di una “ginnastica” alle corde vocali, si parla di tecniche vocali che permette di acquisire una modalità di voce parlata sana ed efficace e di cui la “ginnastica” ai muscoli vocali è parte integrante.

Quando è importante la recitazione? Consigliate un percorso complementare, recitativo?

La recitazione può essere un utile supporto al trattamento logopedico per gli aspetti legati alla comunicazione non verbale, come la gestualità, la mimica facciale e la prossemica, ma per la voce è necessaria la logopedia.

I cambiamenti della voce sono definitivi o sono tecniche che si imparano e diventano un bagaglio della persona?

I cambiamenti della voce possono dirsi definitivi e automatizzati nel caso di sottoposizione ad intervento chirurgico vocale associato a terapia logopedica post operatoria, mentre la persona che non si sottopone ad intervento chirurgico vocale dovrà apprendere delle tecniche vocali logopediche da utilizzare quotidianamente e che potrebbero diventare automatiche grazie ad un continuo esercizio.

Ci sono tutorial che possono essere utili a chi inizia?

Esistono tutorial in internet e applicazioni dedicate all’utilizzo della voce dei T, tuttavia noi consigliamo di rivolgersi ad un logopedista specializzato nell’educazione della voce in modo da evitare scorretti approcci d’uso della voce con conseguente insorgenza di patologie organiche.

L’intervento logopedico sulla voce è mirato su quella persona proprio perché la voce è il risultato complesso, unico e appartenente in maniera esclusiva alla persona che ha caratteristiche vocali completamente diverse da un’altra.

Quanto è importante anche l’atteggiamento, come si appoggia la voce, e altro, per dare un’impressione di mascolinità o femminilità?

Oltre al tono più o meno acuto ci sono soprattutto altre caratteristiche che concorrono a rendere una voce femminile o maschile, tra cui l’attacco vocale, l’articolazione, il ritmo e aspetti di comunicazione non verbale.

Ad esempio, l’attacco vocale della donna è più morbido rispetto a quello di un uomo, la donna utilizza maggiormente i gesti quando parla rispetto ad un uomo e il ritmo della voce risulta più armonioso e legato.

Transgender al telefono. Riceviamo una telefonata e chi è dall’altra parte deve capire se siamo maschi o femmine senza averci mai visto. Cosa entra in gioco?

In una telefonata, situazione in cui è annullato il dato visivo, le caratteristiche che entrano in gioco nel riconoscimento del sesso dell’interlocutore riguardano unicamente la voce e in particolare consistono nell’insieme dei fenomeni prosodici vocali, quindi il timbro, il tono, il volume, la durata e soprattutto l’intonazione (variazione dei suoni all’interno degli enunciati).

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Voci ambigue. Ci sono voci che non sono riconoscibili come maschili o femminili. Come mai accade?

Per lo stesso motivo per cui alcune persone hanno tratti del volto ambigui per cui per esempio un naso più fine e piccolo, degli zigomi più pronunciati sono alcune caratteristiche proprie di un volto femminile rintracciabili anche in uomini biologici.

Tutto dipende dalla particolare anatomia del tratto vocale. Un tratto vocale conformato in modo da filtrare i toni bassi, delle corde vocali più corte, poco spesse sono alcuni fattori che concorrono ad esempio a rendere una voce più femminile anche in un uomo biologico. Va aggiunto poi che la differenza delle voci nei due sessi è appianata nei periodi della vita in cui non si hanno accentuate produzioni ormonali, ciò comporta che le voci dei bambini maschi e femmine siano assimilabili così come negli anziani maschi e femmine.

Molti doppiatori e doppiatrici lavorano su personaggi trans o sugli adolescenti riuscendo ad ottenere effetti molto realistici. Studiano anche loro con professionisti come voi?

Non tutti, ma la maggior parte si avvalgono tra le varie figure con cui collaborano anche del logopedista per gestire in modo adeguato la propria voce.

 

Se rendessimo, con dei modificatori, neutro il registro sonoro della voce (rendendole tutte chiare o profonde), riusciremmo comunque a capire se chi parla è uomo o donna? magari da come “appoggia” la voce?
Porto un esempio di personale memoria: una volta la mia cantante ha usato un modificatore nel mixer che rendeva la voce molto profonda, ma mentre parlava gli altri musicisti ebbero questa percezione: sembra un gay. Forse, nonostante la voce era stata trasformata in profonda, c’era qualcosa di “femminile” nel modo in cui la usava? nelle pause, negli appoggi, o in altro?

È l’insieme dei fattori anatomici del tratto vocale e dei fattori prosodici (timbro, volume, durata e intonazione) che ci fanno percepire una voce femminile e/o maschile, non solo la modificazione del tono.

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Bagni e transgender FtM

T non medicalizzati e rettifica anagrafica

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C’è sempre un “si, ma” quando un attivista trans medicalizzato parla di diritti per i T non in percorso ormonale.
C’è un si che crea empatia, che crea una solidarietà ideologica, e c’è un ma che riporta tutti alla realtà, chiarendo che non è possibile, perché “il mondo” non è pronto, ma perché forse anche la persona trans che lo riporta non è pronta o favorevole.

Faccio presente che esistono stati nel mondo, l’Argentina, dove ciò è possibile, tuttavia va molto in voga, anche nell’attivismo, enumerare tutti i “ma” sulla questione.

Il primo ma, di solito, è il passing.
Da un lato la persona trans medicalizzata sottolinea che la transizione l’ha fatta per se stessa e non di certo per il passing o la credibilità sociale, dall’altro quando devono essere delegittimati i percorsi non medicalizzati, si sottolinea l’importanza del passing per “rassicurare” il mondo esterno.

A questo punto, si puo’ obiettare, più che altro, citando esempi Mtf.
Ci sono donne trans operate con un pessimo passing, e giovani donne transgender (ma non solo giovani) con un passing perfetto e che non hanno mai apportato modifiche medicalizzate (neanche ormonali).
Inoltre molte persone non possono “eccedere” col passing proprio per i documenti non rettificati.
Se mi chiamassi Nathan sui documenti non avrei motivo di dover apparire una donna credibile alle poste, in banca o con un cliente di lavoro, né di dover portare per forza i capelli mai troppo corti, o le gambe depilate, perché “carta canta” che sono donna.

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Il secondo ma, di solito, è l’anarchia sociale.
Facciamo un esempio. C’è un transessuale ftm ormonato alle poste. Sul documento c’è scritto Carmela, ma ha il pizzetto. Tira fuori un documento che certifica il percorso di transizione, e la signora delle poste consegna la raccomandata o il pacco postale a Carmela.  Ciò, per il trans, non genera anarchia sociale.
Poi facciamo un altro esempio. C’è (in argentina) un transgender che sui documenti è già Nathan,  e , se non bastasse un documento, c’è una sentenza che attribuisce il nome Nathan e il genere maschile a questa persona. Ma la sua voce è un po’ acuta, il suo viso privo di barba.
Perché questa seconda persona genererebbe anarchia sociale e la prima no?
Per non parlare di tutte quelle persone che, pur essendo cisgender, hanno poca somiglianza alla vista col sesso biologico. Cosa facciamo, rettifichiamo anche loro nel sesso opposto per non generare anarchia sociale?
Per non parlare del fatto che comunque l’anarchia è generata dal fatto che, non essendoci una legge, non siamo abituati a vedere uomini senza barba, donne stempiate e così’ via (e questo per citare solo quelli che hanno dei passing non ottimali), ma chissà come mai quando arriva una legge (come quelle, per esempio, sulla genitorialità LGBT), certe situazioni iniziano a verificarsi ed ad essere percepite sempre come più “normali” e comuni.

Il terzo ma è il binarismo della società.
Una donna xy a cui scorre ancora nelle vene il testosterone darebbe fastidio se in possesso di documenti anagrafici che la certificano e legittimano come donna. Lo stesso se fosse un uomo xx col corpo pieno dei suoi fisiologici estrogeni.
Perché questo fastidio? non si era detto che uomini e donne hanno pienamente pari diritti?
E allora che fastidio potrebbe mai dare una persona che, per una sua disforia e quindi per raggiungere un suo benessere, vuole essere riconosciuta per ciò che è dentro?
Forse tutto questo fastidio è dovuto al fatto che i generi non sono affatto trattati in modo paritario, e che comunque anche le relazioni sono legittimate solo se tra persone di genere anagrafico opposto.
Ed è anche per questo che, fondamentalmente, i diritti dei T non medicalizzati sono sempre arrivati in una nazione dopo il matrimonio egualitario.
Perché legittimare quindi questo binarismo omofobico, per tagliare le gambe ai diritti dei T non medicalizzati?

Il desiderio di passing, ossia di somigliare fisicamente a uomini (o donne) biologici deve partire dalla persona transgender, e non dal contesto sociale. Non si deve essere accettabili o credibili per gli altri, non si deve essere rassicuranti e non  ci si deve preoccupare dello scompiglio sociale che i nostri vissuti non binari porterebbero in una società binaria che va cambiata.

Qualcuno a quel punto potrebbe pensare che chi vuole dare diritti “anagrafici” a chi non prende ormoni, voglia sminuire l’importanza che il percorso medicalizzato ha per chi lo fa, o addirittura togliere diritti ai trans in percorso canonico. Questo discorso suona un po’ come quello di certi etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio.

Lo stesso per quanto riguarda chi pensa che il cambio anagrafico non risolva il problema.
A parte che penso che ci dica questo, stia sottovalutando il potere di “carta canta, e del riconoscimento burocratico. Ma anche fosse così, anche ammesso che un medicalizzato coi documenti cambiati si rendesse conto che “non basta“, nulla gli impedisce, dopo, di intraprendere un percorso ormonale.
Quello che si cerca di far capire è che un percorso che modifica la biologia di una persona non può e non deve essere un obbligo, oppure una condizione che deve precedere il riconoscimento (al massimo, se la persona vuole questo, può decidere lei se fare il percorso prima, durante o dopo il cambio anagrafico).
Se per 10 “Nathan” che hanno cambiato i documenti senza (o senza prima) percorsi ormonali, 7 decidessero, dopo un po’ di vita al maschile con i documenti coerenti al suo genere, che ne hanno bisogno degli ormoni, e 3 invece decidessero che non ne hanno bisogno, non sarebbe comunque valsa la pena?

Chiunque, leggendo, condividerebbe i miei passaggi logici, ma, il vero “ma”, è che le persone T non medicalizzate sono poche, sono deboli, svantaggiate dal loro genere non conforme, sono in situazioni lavorative traballanti, sono “picaresche”, e tra loro si nascondono anche molti confusi che poi evolveranno in cisgender traumatizzati che non erano affatto trans o in transessuali in percorso classico, e che per tutti questi motivi, non hanno credibilità neanche nel mondo LGBT, e quindi è più facile tirare fuori qualche luogo comune per giustificare sia la loro mancanza di diritti, sia il fatto che nessuno si preoccuperà di portare avanti le loro istanze.

Ora siete convinti che sono trans?

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Nella mia vita di transgender non medicalizzato ho messo da parte l’idea di passare come uomo biologico.
Non che non succeda, ma è cosa abbastanza rara e comunque passo come ragazzo molto giovane.

Quello su cui mi sono sempre dovuto concentrare è stato convincere gli altri che “almeno” fossi trans, ovvero che non fossi una donna biologica cisgender (eterosessuale, bi, lesbica non importa).

Per farlo, dovevo sempre tenere un ineccepibile look maschile, dovevo sempre essere fasciato come una mummia, e portatore di una meravigliosa sfumatura alta anni trenta.

Al piccolo sgarro, le certezze delle associazioni lesbiche o di genitori di figli gay erano infrante, e cosi’ dovevo stare attento, prenotare per tempo il mio “ripetitivo” taglio dal barbiere Said sotto casa, per evitare che un centimetro di capelli generasse sgomento, distruggesse le sicurezze, rischiasse di non rassicurare tutte le persone, LGBT e non, ma soprattutto LGBT, che avevano bisogno, non avendo prove mediche, almeno di prove estetiche per avere la garanzia che io fossi realmente un “disforico, e che erano pronti a fomentare i loro dubbi sui T non medicalizzati, a carpire ogni segnale di ripensamento, di ritorno ad una vita al femminile, ad un amore per il proprio corpo e per un’estetica femminile.

Ho passato anni a privarmi di ogni vezzo estetico, anche di quelli unisex, che pero’ potevano generare confusione.
Un tempo ero metallaro, le unghie con lo smalto nero (solo in una mano), ciondoli esoterici al collo, capelli lunghi fino ai piedi, erano normali per me e per il mio batterista spaccapatate* e ruttatore. Ma ora non potevo più permetterlo.

Senza un ormone che ti cambi i connotati, come puoi dimostrare alla società che sei convinto e fermo nel tuo intento di viverti e vivere al maschile?

Un ftm non medicalizzato, diversamente da una mtf non medicalizzata, non può trasmettere cio’ che è (trans) attraverso il vestiario, perché ormai sono pochi i capi di abbigliamento che trasmettono incontrovertibilmente un desiderio di essere percepito come uomo.
Questo sarebbe di per se un bene, se l’apparente libertà estetica della donna non fosse sempre piena di se, piena di ma, e comunque circoscritta alla frivolezza della moda, dell’ammiccamento, e quindi solo all’apparenza (ben diverso sarebbe se una donna biologica cisgender pretendesse un trattamento pari all’uomo che va al di là dell’indossare un’ammiccante cravattino che scende in modo sexy giù tra i seni).

Un ftm non medicalizzato deve fare uno sforzo muscolare per il proprio passing non tanto come uomo biologico, ma come ftm credibile stesso, e questo sforzo crea un cortocircuito tra ciò che egli vuole e come egli deve apparire per essere trattato come vuole, persino dalla comunità LGBT stessa, anzi direi soprattutto da essa, perché paradossalmente gli eterosessuali sono talmente abituati al binarismo e disinformati su tutto l’apparato di transizioni, percorsi, etc etc che , se decide di accettare la cosa, mette da parte tutte le istanze sui cavilli estetici a prova del fatto.

Forse una fine trash per questo articolo cosi’ ricercato: ma se po’ ccampà così?

*L’autore vive in ambienti triviali, a contatto con bulli, bestemmiatori, misogini, persone scurrili, e quindi replica questo linguaggio per enfatizzare i concetti e non in quanto complice di questo clima maschilista ed omotransfobico

quando siamo soli davanti allo specchio…

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Un articolo che so che non piacerà, perché ci metto tanto di mio, dai miei studi precedenti, dalla mia laurea specialistica in Architettura e Società, e dalle infinite disquisizioni sul metodo delle scienze umane fatte in sociologia, in sociologia urbana, in estetica, in filosofia della conservazione, in urbanistica e in ogni disciplina che mi ha influenzato in tal senso.

Ricordo la mia insolenza durante una lezione di religione alle medie.
“quando siamo soli con la nostra coscienza”, aveva detto il prete.
non siamo mai soli con la nostra coscienza, perché la coscienza altro non è che un costrutto di dettami e valori trasmessi da genitori, parenti, insegnanti e catechisti“.
Ci fu un lungo silenzio, dopo questa mia risposta, e poi si passò con nonchalance ad altri argomenti.

Nel mondo transessuale, che è molto distante da me come formazione ed imprinting socioculturale, ho spesso sentito dire
“quando sono solo davanti allo specchio”.
La mia formazione non mi impedisce di dire, anche se non è politicamente corretto, che noi non siamo soli, né con la nostra coscienza, né col il nostro specchio.
Mi sento la stessa personcina insolente che stavolta precisa dicendo che quello specchio, e il nostro sguardo su esso, altro non è che il nostro immaginario di bellezza, influenzato da usi e costumi dell’epoca e del luogo.

Probabilmente in un mondo dove la cravatta è un accessorio sexy da donna, e solo da donna, nessun ftm ne vorrebbe fare uso,
e in un mondo dove tutti gli uomini, soprattutto i piu virili, hanno rigogliosi seni a palloncino, nessun ftm vorrebbe mastectomizzarsi.

Quando parlo di estetiche androgine, c’è sempre qualcuno che si dice “genuinamente” portato/a e desideroso/a di un’estetica binaria, e rivendica il suo diritto di andare dal parrucchiere o dalla manicure.
Attenzione: il dire che un desiderio nasce da un imprinting educativo e sociale non significa delegittimarlo.

Di questa società siamo ugualmente figli sia io, sia una butch femminista, sia una trans che desidera i boccoli biondi, sia la più oca delle segretarie bionde.
L’ammettere che siamo socialmente influenzati, come parliamo in italiano perché siamo in Italia, con l’accento della regione in cui abbiamo trascorso il periodo di influenza fonetica (0-13 anni), e probabilmente in famiglie più o meno cristiane, non significa delegittimare le nostre predisposizioni o scelte di vita, i nostri amori, i nostri feticci, la nostra immagine di se, i valori e le priorità. Significa semplicemente ammetterne l’inevitabile condizionamento, che ci sarebbe in qualsiasi società, poiché uomo (nel senso di persona) è animale sociale.

L’ammettere però che una società esiste ed è inevitabile non ci deve pero’ portare a pensare che essa sia immutabile, perché non lo è stata e non lo sarà nel tempo.
Semmai dobbiamo ammettere che la categoria degli avanguardisti visionari non coincide per forza con quella delle persone LGBT. Ci saranno persone trans felici del binarismo, e persone non trans che auspicheranno a una società che dia sempre più la possibilità di esprimersi anche in modo non binario e i cui modelli pro(im)posti diventino sempre meno legati all’organo genitale dei soggetti.

Che poi queste avanguardie e la loro attività di informazione diano fastidio a persone LGBT e non, che vorrebbero “solo” la lotta all’omotransfobia e i matrimoni gay, ma vorrebbero che non sia messo in discussione il binarismo, non è un problema mio, nè credo ci sia una soluzione, al momento.

Ad ogni modo, le avanguardie lavorano per il domani. Noi raccogliamo i frutti del lavoro delle suffragette e di Stonewall, e qualcuno, qualche avanguardista del futuro, raccoglierà i frutti del mio lavoro.
Chi ci teme non si rende conto che il futuro che cambierà  non sarà né il suo né il mio, ma quello di generazioni lontane.

Riflessioni sul passing

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In questi giorni ho riflettuto sul passing e cosa intendiamo quando usiamo questa parola.
Il passing è la capacità di una persona transgender di sembrare del sesso opposto a quello di nascita, ovvero del sesso relativo al proprio genere d’elezione.
Ho scoperto che il passing non riguarda solo la persona, ma anche e soprattutto il contesto.

Mi soffermo sul caso di una persona transgender non medicalizzata o medicalizzata da poco, in direzione female to male. Se questa persona si trovasse in provincia, dove il look di uomini e donne è molto binario, o se si trovasse a contatto con persone anziane, o fuori da tutti i giri LGBT, poco abituati a vedere lesbiche mascoline, quel ragazzo avrebbe un’alta possibilità di essere scambiato per un ragazzo biologico.
Facendo un esempio tratto dal mio vissuto, paradossalmente sono passato come ragazzo biologico a bolzano, sia con ristoratori di mezza età, che con adolescenti sull’autobus, sia ad un evento di azione cattolica, dove io e il mio amico Leonardo (andati lì per ragioni di attivismo), siamo stati percepiti entrambi come ragazzi biologici (ma solo lui lo è).
La cosa divertente è che paradossalmente si passa in ambienti più binari, ambienti dove magari, se sapessero che sei un ragazzo non biologico, non supporterebbero per nulla i tuoi diritti.

Non sempre però la dinamica è questa. Mi è capitato che io apparissi come uno dei tanti ragazzi gay (biologici) in associazioni LGBT come il Milk, dove chiaramente sono presenti esempi di maschilità molto diversi (anche efebi, effeminati, etc etc), ma che in ambienti machisti in cui l ‘uomo medio è un tatuato che parla di calcio e figa, e la donna media volteggia in tacco dodici, i presenti, avendomi conosciuto, per ragioni di collaborazioni dove c’erano di mezzo i miei documenti, come di sesso femminile, mi considerassero donna in automatico, un pò per la conoscenza precedente dei documenti, un pò perchè una figura come me in quell ‘ambiente viene vista come lontana dall ‘uomo, seppur strana come figura femminile. Di contro basta che arrivi, sempre in quello stesso ambiente, uno o una nuova a cui non vengo presentato al femminile, per far si che a prima vista si convinca che sono uomo (con successive ed imbarazzanti gaffes e commedie degli equivoci).

Influente è anche con chi la persona si accompagna. Faccio un esempio: in questi giorni è stata a milano mia madre, e abbiamo girato per comprare un televisore e uno scrittoio. Vedermi accanto a questa giovane madre, molto femminile, e molto materna (mi tratta come se fossi ancora teen ager), ha creato in tutti, ma proprio tutti, i venditori con cui siamo entrati in contatto, l’illusione che io fossi uno studente universitario, figlio di mia madre, ed alcuni di essi addirittura hanno sottolineato alcuni stereotipi, ovvero che è normale per un ragazzo volere un televisore al top, come per la loro moglie avere un frullatore al top (*_*).

Questi sono esempi di passing che avvengono prima che la persona si presenti con un nome coerente col genere d’elezione o magari usi su se stessa il genere d’elezione, o che qualcun altro lo faccia sulla persona t in presenza dell’estraneo.
Altre dinamiche legate alle possibilità di passing sono legate a queste suggestioni. Se la persona di aspetto ambiguo arriva in un ambiente con degli amici che la conoscono e l’appellano col genere d’elezione, le persone estranee, anche colte da dubbi relativi alla sua ambiguità fisica, soprattutto se poco esperte di mondo transgender ( e in particolare transgender ftm), tenderanno ad assecondare la percezione di genere già introdotta da chi conosce la persona.
Per questo è importante che in un ambiente sociale la persona T venga tesserata e accolta come da genere d’elezione, per confermare e rafforzare la percezione del gruppo del genere della persona T.

Sempre tornando al passing rafforzato da chi accompagna la persona trans, passo molto facilmente se sono in compagnia di donne, sia transgender che biologiche, o fidanzati o filarini molto effeminati e giovani (in quel caso come giovane gay anche io), o in generale se mi accompagno con ragazzi sotto i trenta (ad esempio se andassi in giro con mio fratello, universitario, e ci percepirebbero come ragazzi etero coetanei, amici), ma ho difficoltà a passare se mi accompagno di un partner magari gay o bisex, ma dalle sembianze virili (dieci anni in più di me, o, semplicemente, bear). L’occhio dell’osservatore è talmente abituato a voler vedere coppie etero, che se vede una coppia in cui un* dei due ha un aspetto ambiguo, tenderà a vederlo di sesso opposto all’altr*, quindi è ovvio che venga più facile vedermi come la moglie del barbuto peloso che l’efebuccio dei gaybear.

Andrebbero fatti discorsi diversi se si parla di ftm o di mtf.
Ad esempio una mtf potrebbe essere percepita come un uomo effeminato, come una persona trans o trav, o come una donna biologica, mentre, a causa della grande ignoranza che c’è verso le persone ftm, spesso la persona viene percepita o come donna mascolina/trasandata/lesbica o direttamente come un ragazzo biologico (magari molto giovane), ma raramente viene percepito come “ragazzo trans”.

Ci sarebbero molte riflessioni da fare sul passing. E’, da un punto di vista di battaglia antibinaria, scandaloso che basti spogliare un corpo xx di qualsiasi orpello socialmente femminile per farlo “passare” come un corpo di giovane ragazzo. A che livelli di binarismo sociale siamo se accade spesso e volentieri questo? Il corpo in questione potrebbe essere quello di un garazzo ftm all’inizio, ma anche di una donna androgina, non avvezza al look tradizionalmente femminile, che potrebbe, involontariamente, “passare” come ragazzo, e magari, da donna emancipata, sentirsi offesa da cio’.
Ma il fatto che il binarismo sociale aiuta le persone transgender a “passare” è, in senso utilitaristico, una manna dal cielo, per persone transgender che non vogliono ultimare o fare la transizione medicalizzata, o che comunque rimangono androgine nonostante la tos.

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Che fretta c’era, maledetta parrucchiera!

Volevo un taglio semplice, cantavano “Gli atroci“, gruppo metal underground, che narrava il dramma di un ragazzo capellone, a suo modo antibinario ed anticonformista, nell’andare dal barbiere, e trovarsi tosato “come moda comanda“.

Drammi simili vive un transgender ftm non medicalizzato (ovvero una persona biologicamente xx, femmina, di identità di genere maschile, che quindi vuole apparire come un ragazzo, coerentemente con la sua identità mentale)

Da anni provo a cambiare “artigiano“, ma i risultati sono disastrosi.

Se quando una persona con uno scarso passing può andare a comprare accessori e vestiti dicendo di comprarli per qualcun altro, coi capelli si deve per forza sottoporre l’artigiano al “traumadi fare, a colui che gli appare come una donna, un taglio da uomo (o viceversa)
Le resistenze psicologiche a tale operazione sono notevoli, tanto che spesso riscontravo un miglior passing a distanza dai tagli (quindi, paradossalmente, quando avevo i capelli più lunghi), rispetto al momento del taglio fresco, a causa del fatto che i parrucchieri (e persino i barbieri) che avevano visto in me un corpo femminile, avevano, contravvenendo alle mie direttive, cercato di femminilizzarmi, volumizzando, tagliando i capelli in modo che apparissero con una linea femminile, creando simpatici ciuffi da fatina sulle basette, o annullandole proprio, proponendo odiosi vezzi asimmetrici…

Questo limite l’ho riscontrato sia nei miei tentativi di propormi in saloni unisex, dove mi confrontavo con operatori poco abituati ai tagli maschili (non avevano neanche le lame per pulire il collo e le basette), sia nei miei tentativi di propormi ai barbieri (col rischio di vedersi davanti un veto totale tipo: “scusa ma non faccio le donne…dopo una risposta come questa cosa rimane da dire? spiegare che sono transgender?).

Qualche risultato migliore con i parrucchieri etnici, ma solo per ritocchi semplici, visto che si presentano due problemi: il primo è quello igienico (e non per pregiudizi, ma perché li ho visti lavorare), l’altro è un problema di comprensione (una cinese continuava a ripetere “solo sotto“, facendomi capire di aver capito, mentre mi tosava l’intero cranio e io, senza occhiali, appuravo l’accaduto troppo tardi).

In parrucchieri unisex ho spesso riscontrato il loro bisogno di potermi rendere, se non femminile, almeno, eccentricA. Forse per incapacità tecnica, o forse per volontà di rendermi alternativA, mi fanno spesso contrasti (non richiesti), tra parti lunghe e parti “tosate” in stile donnina strana punkabbestia , paggetto di versailles o Giovanna D’Arco dei poveri.

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Ricordo,  in modo allucinante, un parrucchiere che, “considerandomi un taglio semplice”, mi aveva affidato a una principiante, dicendole davanti a me, quasi rassegnato, “li vuole cosi’, che ci possiamo fare“, disapprovando apertamente ciò che avevo chiesto.

Infine, essendo io esperto barbiere e parrucchiere per passione (taglio i capelli a tutti i miei ex e anche a diverse persone LGBT), ho anche provato a tagliarmeli da solo, ma è davvero difficile un risultato armonico e di impeccabile esecuzione, anche con gli specchietti “retrovisori” in bagno, visto che ho sì un’idea ben precisa di come voglio apparire, ma di contro sono anche un perfezionista e soffro a vedermi auto-infliggermi tagli imprecisi.

Rimane quindi il dramma, espresso nel demenziale e tragicomico oggetto del post 🙂