Archivio per la categoria ‘PERSONAGGI OLTRE I GENERI’

Ho conosciuto Stefano Ferri prima su facebook (era rimasto colpito dalla mia citazione di benvenuto nel profilo: “nasciamo nudi, tutto il resto è travestitismo”), e poi di persona ad uno degli incontri Milk, in cui ha partecipato in quanto amico di una nostra socia e relatrice, Martina Manfrin.
Il blog, come sapete, si occupa di tutto l’universo “gender not conforming”, ovvero di tutte le persone che in qualche modo scardinano il binarismo sociale per cui chi nasce maschio può vestirsi, comportarsi, presentarsi solo come uomo e chi nasce femmina invece solo come donna .
Stefano Ferri, nel suo ribadire che, nonostante i vestiti femminili, rimane Stefano, padre, marito e manager, scardina completamente i dettami sociali, e rappresenta un “fastidio” non solo per gli etero bigotti, ma anche per le persone LGBT binarie e bigotte.
Stefano si definisce crossdresser, ma, diversamente da chi in genere pratica crossdressing, Stefania lo accompagna costantemente, dal 2002, nella sua vita di imprenditore, marito e padre.
In quest’intervista cerco disperatamente di etichettare quest’anima libera, di provocarla con domande sul binarismo dei generi, e in qualche modo, di fare amicizia.
A prescindere dai nomi propri, dalle definizioni, dai vestiti, Stefano è una bella persona, con una vita piena d’amore, circondata da persone che la amano e la accolgono nella sua preziosissima duplice natura, in cui maschile e femminile hanno trovato un equilibrio e un compromesso proprio quando Stefano ha deciso di non rinnegare nessuna delle due parti di se.

 

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Una tua video-intervista inizia con “Quando sono davanti allo specchio vedo una donna”. E’ una percezione estetica o va anche nel profondo?

Penso che sia un po’ tutt’e due. In fondo nessuno di noi allo specchio vede “la verità”, bensì l’immagine che ha di se stesso. Il mio è un caso limite ma non fa eccezione. E non è solo un fatto di estetica. In nessun modo potrei vedere nella mia immagine una donna se non con l’apporto di tutta la mia interiorità duplice.

Non usi parrucche, protesi, ed è una cosa che apprezzo molto. Credo che ogni sovrastruttura ci faccia sentire “travestiti” da qualcun altro, in un drammatico on/off, mentre un petto piatto, o un capello corto, possono essere femminili, se tali li vediamo e tali li rendiamo con la nostra espressione di genere. Sei d’accordo?

Sacrosanto!

Ti ho sentito usare come nome personale sia Stefano che Stefania, li usi indifferentemente? C’è un significato particolare che attribuisci all’un nome o all’altro?

No, io uso solo Stefano per nominare me. Io sono Stefano. Di Stefania vedete solo i vestiti, il resto è tutto e soltanto dentro di me, compresa la sua voce e le sue parole (per sentire le quali ovviamente mi occorre l’autoanalisi).

La tua è una tematica di identità di genere, di espressione di genere… o la descriveresti in altro modo?

Ho passato gran parte della mia vita finora a capire cosa mi succedesse dentro. Cosa “avessi” dentro. In realtà per quelli come me più che di identità di genere è meglio parlare di “natura duplice”, perché veramente io mi dibatto fra due parti di me: una è Stefano, l’uomo, e l’altra è Stefania, la donna, che sta dentro di me esattamente come in ogni uomo sta dentro una parte femminile ma, a differenza da quello che accade alla dilagante maggioranza degli uomini, vive una vita scissa dall’altra metà, condizionandone a suo modo l’esistenza (cioè prendendo a prestito il corpo di Stefano per vestirsi e ottenere così una sua riconoscibilità e visibilità – altrimenti sarebbe una donna invisibile e questo ovviamente Stefania non lo accetta: a nessuno piace essere invisibile).

Quando descrivi Stefano e Stefania, ne parli come due persone distinte, e per distinguerle spesso usi alcuni stereotipi. Anche alle donne puo’ piacere il calcio, le macchine, i gialli. E forse, in un mondo non binario, gli uomini si metterebbero lo smalto (come fanno certi metallari super etero).

Vero anche questo. Parlo così per semplificare. La mia realtà interiore è già abbastanza contorta di suo, dunque per spiegarla preferisco “volare basso” dove posso.

Esistono tante definizione di autodeterminazione che scelgono le persone “gender not conforming” (transgender non medicalizzati, genderfluid, genderqueer…) Come mai la scelta della definizione “crossdresser“?

Perché è la parola che più facilmente spiega chi sono, senza costringermi a scendere ogni volta nei dettagli di cui sopra, che magari alla maggioranza delle persone risulterebbero stucchevoli o di difficile comprensione. Dicendo “crossdresser” dico sic et simpliciter quello che gli altri vedono: un uomo vestito da donna. Poi, se vogliono approfondire, sono ben felice di farlo.

Proponi l’aggiunta della C all’acronimo LGBT, ma in realtà la T comprende tutto ciò che è “gender not conforming“, ovvero non conforme, per identità o anche solo espressione di genere, alle norme sociali. La C non potrebbe quindi essere compresa nella T?

In generale hai ragione. Però esistono vari tipi di crossdressing. Ci sono crossdresser per libera scelta (spesso per protestare contro le convenzioni sociali), per ragioni professionali (gli attori en travesti), per iniziare un cammino di cambiamento di sesso. E poi ci sono quelli come me. Non ho mai riflettuto sul mio appartenere al gender not conforming, e magari ci appartengo, ma così, d’acchito, mi sembra che esso confligga con la mia duplice natura, che accoglie due nature in se stesse assolutamente conforming, cioè un uomo etero e una donna etero. Ecco perché propongo la C.

Secondo te, perché molte crossdresser, soprattutto attratte da donne, e in vite eterosessuali, snobbano gli LGBT?

Per paura, sicuramente. Questi crossdresser sono magari funzionari di banche o assicurazioni, o hanno ruoli pubblici ecc, per cui stanno molto attenti a non scoprirsi. Non li invidio: le autocensure sono l’anticamera dell’infelicità vera.

A Stefano piacciono le donne. Non è strano. Le persone non conformi di genere, aldilà di quello che si pensi, possono essere attratte da uomini, da donne, da entrambi. Nel tuo caso preferisci dirti uomo etero, donna lesbica, nessuno delle due, o entrambe le cose?

Sono uomo etero. E Stefania è donna etero. Innamorata persa di me.

E se invece Stefano e Stefania fossero innamorat* entrambi della tua splendida moglie?

Stefano lo è di sicuro. 🙂 Di Stefania non sono sicuro. Sono certo, però, che con lei ha alzato il suo controllo su di me, lasciandomi libero di andarci – cosa che ha fatto non più di due volte in tutta la mia vita. Può essere che lo abbia fatto per amore di me, più che per amore di lei. Se mi ama – e mi ama – come poteva lasciarmi all’esclusiva mercé di una donna invisibile?

Come noi persone T elaboriamo il nostro genere, chi ci accompagna (i e le partner) elaborano la loro affettività e il loro desiderio. Sei d’accordo? è il caso di tua moglie?

Di mia moglie penso in realtà una cosa un po’ diversa. Lei mi ha conosciuto che ancora mi vestivo da uomo, ma avevo già abbandonato gli abiti classici in favore di capi parecchio effeminati. Maschili ma effeminati (come era di moda alla fine degli anni Novanta). E le piacqui moltissimo così. Per cui, al di là dell’enorme sofferenza che il successivo irrompere di Stefania ha portato nelle nostre vite di marito e moglie, sono dell’idea che lei avesse “visto” inconsciamente Stefania e, sempre inconsciamente, le fosse piaciuta anche lei. Cioè le fosse piaciuta la mia natura duplice all’epoca ancora in nuce. Solo così mi spiego perché, sia pure nel dramma, non solo non mi ha mai lasciato ma pure ha voluto fare una figlia con me quando ormai ero crossdresser al 100%.

Ti definisci padre e non madre, ma conta cosi’ tanto? magari tu e tua moglie siete semplicemente genitori, e stefania ti rende un genitore dolce, piu dolce di un padre machista e stereotipato. Forse avere dei genitori cosi’ aperti renderà tua figlia una donna adulta in gamba e priva di pregiudizi, non credi? 

D’accordissimo. Il mondo sarebbe migliore se tanti padri e tante madri “risolvessero” appieno la loro natura sessuale e non “passassero” ai figli le loro repressioni. Il bullismo nasce da questo, secondo me.

Ultima domanda, che ti faccio più da musicista che da saggista su temi LGBT…C:
so che ami i beatles. Hai mai pensato, magari da ragazzo, di suonare o cantare in una band?

Sì, ho suonato per due anni il banjo in una band dixieland. Avevo 18-20 anni. Poi ho lasciato perdere e mi sono dedicato alla chitarra classica. Penso che Stefania desiderasse serenate d’amore solo per lei. 🙂

 

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Nella settimana della pride week il milk ha organizzato l’evento dedicato alla rappresentazione delle persone LGBT nei media, e il giorno prima, all’evento “le persone transgender si raccontano”, la relatrice Laura Caruso ha parlato di come i media presentano le storie delle persone T in televisione.
In passato il milk ha sviluppato, in un laboratorio cinematografico, condotto da Alessandro Martini e Marco Borserio, una ricerca, che passava dalla fantascienza alla commedia, di tutti i personaggi LGBT e come essi venivano rappresentati prima dell’era will e grace. Un esempio molto positivo, tutto italiano, viene dato ad esempio dal figlio gay di un commissario triestino (per maggiori info cliccate qui)
Sia la commedia (i Jefferson), sia la fantascienza (soprattutto Star Trek), avevano fornito esempi di transgenderismo non legati alla prostituzione.
La ricerca condotta allora tralasciava il filone dei telefilm del crimine, perché spesso le persone LGBT non erano valorizzate e “restituite correttamente”:

Se mi rifaccio alla mia esperienza, la mia autodeterminazione è arrivata in un periodo in cui facebook non era diffuso.
Al liceo non mi era facile, nel mio paesiello, venire a sapere dell’esistenza degli ftm o della transomosessualità, e gli unico contatti furono il timido invito del transessuale Antonio nel programma di Alda De Usanio chiamato “la scelta”, e le translesbiche di Tutto su mia madre di Almodovar.
Soprattutto il secondo esempio però rimaneva ancorato alla prostituzione e alla sieropositività.
Dovetti aspettare i miei anni universitari per conoscere Max Sweeney, ftm gay di L word
http://thelword.wikifoundry.com/page/Max+Sweeney

Da grande appassionato di telefilm del crimine, devo dire che i telefilm post 2000, americani, a tema “crime”, presentano degli esempi di personaggi transgender davvero significativi.

“Law and order”  in una puntata presenta una piccola mtf , aiutata da una professoressa, anch’essa mtf, che cerca di farsi accettare dal severo padre conservatore.
http://www.afterellen.com/general-news/45220-law-order-svu-tackles-trans-issues-with-a-familiar-face

In “The Closer”, il tenente Provenza deve accettare che il suo vecchio collega puttaniere, che ha perso di vista e che deve rivedere per un caso, ha poi transizionato ed è una distinta signora anziana, che gli spiega il fatto che è ancora una filibustiera per quanto riguarda le donne, e che quindi è lesbica!
http://www.thebacklot.com/the-closer-puts-on-latex-funbags-and-a-matronly-dress/12/2009/

In “Cold Case” sono davvero tante le puntate dedicate alle minoranze razziali, alle donne emancipate, e alle persone LGBT. Spicca la puntata in cui Samantha Randall, preferisce definire sè stessa come Sam, veste abiti maschili e chiede per sè il genere maschile, ma non è attratto dalle donne, bensì dagli uomini, e vi è una particolare attrazione col suo migliore amico.
http://coldcase.wikia.com/wiki/Samantha_%22Sam%22_Randall

In “Senza Traccia”, Stephanie è una trans “stealth”, cristiana, che canta in un coro, e, alla morte del padre, decide di riallacciare col suo passato, soprattutto con moglie e figli, avuti nella sua vita passata da uomo etero.
https://it.wikipedia.org/wiki/Senza_traccia

In tutti questi casi, ben lontani dalla prostituzione (adolescenti ftm ed mtf, donne trans in carriera, etc etc), i personaggi rappresentano vittime e dispersi, ovvero è stato deciso dagli sceneggiatori di caratterizzarli come tali.
Sono stati esempi ben costruiti, ben lontani dal pietismo con cui i nostri talk show strumentalizzano le persone trans, facendole apparire sempre piagnone e oggetto della pietà dello spettatore.

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Lauren Hennessy è un transgender in direzione ftm che non è interessato al percorso medicalizzato. E’ geneticamente femmina, ma è uomo (identità di genere maschile). Ha preso coscienza della sua identità di genere maschile da piccolo.

Non è “solo” una questione di “non voler fare l’intervento”. Non è interessato neanche agli ormoni, tuttavia chiede rispetto per la sua identità di genere maschile, e richiede l’uso di pronomi maschili.

Lauren è eterosessuale. Ha una compagna che non si definisce nè lesbica, nè bisessuale, e sono felici insieme.

“So di essere una minoranza anche nell’universo transgender. Sono un transgender che ha deciso di non fare la transizione, e credo sia importante. Non credo che uno debba essere obbligato alla transizione”.

 

Elliott Sailors, la modella travestita da modello: "Gli uomini lavorano più a lungo"

La bellissima Elliott Sailors, 31 anni, è stata a lungo una modella di successo. Poi si è tagliata i capelli, ha nascosto il seno e ha intrapreso una nuova carriera, questa volta come modello. E da quel momento il successo è diventato planetario. Elliott è diventata un caso dividendo il pubblico tra chi la critica e chi ne sostiene, invece, la spregiudicatezza. E spiega così il suo gesto: “Gli uomini non hanno bisogno di sembrare molto giovani, quindi adesso posso lavorare per molto tempo. Ho sfruttato una di quelle cose per cui stavo male da giovane, i tratti mascolini”

Tratto da http://www.repubblica.it/persone/2013/10/26/foto/ellio_sailor_da_modella_a_modello_per_lavorare-69521395/1/#1

Avete mai notato che diciamo “un bell’uomo” o “una bella donna”, o bel ragazzo, o bella ragazza, per parlare di estetica?
Ma se diciamo “una bella persona”, stiamo parlando della sua intelligenza o bontà…
Il desiderio è sempre solo binario e sessuato…
Eppure ultimamente spopolano i modelli e le modelle androgine, spesso impegnate a sfilare per l’altro sesso.
Sicuramente il loro successo è dovuto alla loro unicità e trasgressione dal modello binario…ma la loro presenza educa, perchè comunque se fossero maggiormente diffuse cadrebbero a poco a poco gli stilemi binari del look maschile e femminile.
Non dico che dovremmo diventare un mondo di androgini oppure che tutte le donne dovrebbero abbracciare il ruolo maschile e le gli uomini quello femminile….
Sto solo dicendo che se uomini e donne si sentissero liberi di abbracciare anche solo qualche tratto da stereotipo riservato all’altro genere (estetico o comportamentale), ci sarebbe piu’ inclusione, verso ogni variante dell’essere donna, uomo, o anche altro.
A questo punto mi sovviene il fatto che in alcune epoche la nobiltà (maschile) indossasse parrucche fatiscenti e tacchi dodici…eppure quello era il modello di virilità dell’epoca…quindi c’era binarismo anche allora, e forse ce ne sarà anche in questo mondo di donne valchirie con lati rasati e uomini iper depilati.
Guardare già come le butch dei reality show (Emma Marrone, Alessandra Amoroso, Laura Bono), hanno spinto giovani ragazze etero a rapare le tempie senza
sentirsi minimamente lesbiche o transgender.
Di certo sarebbe difficile oggi immaginare persone che non sono nè transgender (che hanno motivi di identità) nè omosessuali (che hanno motivi di ruolo), trasgredire cosi’ tanto l’estetica canonica maschile/femminile. C’è da dire che attualmente molte caratteristiche estetiche sono radicate in un richiamo a un genere o all’altro, quindi le persone “non glbt” provano una repulsione per queste “devianze”. Non dico che un domani vedremo uomini e donne etero cisgender andare in giro come i personaggi qui sotto, ma ci sono infinite vie di mezzo.
C’è anche da dire che questo è un discorso solo estetico, ma l’estetica è lo specchio della cultura dei popoli, e fa da indicatore del cambiamento.
Che dire? ai posteri l’ardua sentenza…ecco la carrellata di androginia

Harmony Boucher

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Casey Legler

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Simone Cucuzza

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Andrej Pejic

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Bryce Jamison

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Antonella Lo Coco, x factor
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Recensisco solo ora il film “Albert Nobbs”.
Quest’anno è stato un grande anno per il film che hanno parlato di identità/ruolo di genere spesso rimanendo volutamente indefiniti.
Dopo “Romeos”, che narra l’amore omosessuale tra un ftm e un ragazzo biologico, abbiamo potuto vedere Tomboy, che, come “La mia vita in rosa” lasciava allo spettatore molti interrogativi e sfumava nella nebulosità, lasciando, come al solito, ogni comunità a rivendicare il film come proprio.

E’ poi giunto il momento di “Albert Nobbs”, pellicola voluta da Glenn Close, dopo che per trent’anni l’ha portata in giro come spettacolo teatrale.

Nobbs è un cameriere rinomato ed apprezzato, che ha girato i migliori alberghi del Nord Europa. In un mondo e in un’epoca in cui i ruoli sono così definiti, dove è comune avere i capelli rossi e non avere barba, Nobbs passa quasi inosservato e fino alla morte nessuno si accorge che è biologicamente femmina.

Crede di essere l’unico finchè non conosce Hubert Page, anche lui “travestito”, ma, pur rimamendo nell’ambiguità (non si capisce se è una lesbica, una bisessuale, una persona che ha dovuto vivere al maschile per convenienza…), presenta una tipologia di ruolo di genere maschile totalmente diversa: Page è un uomo del popolo, un operaio…è disinvolto, guarda le donne con desiderio, nonostante il suo “passing” sia peggiore (l’attrice è stata anche meno sottoposta al trucco). Quando Albert conosce Hubert gli si apre un mondo. Hubert è quello che lui vorrebbe essere. E’ integrato, è normalizzato…ha una moglie, una casa, una vita privata, ha una persona che sa e accetta il suo segreto. Hubert, ex moglie di un ubriacone, assume la sua identità e diventa un’imbianchino. Poi “per frenare le malelingue”, sposa la sua coinquilina, che ama fino alla morte. Hubert è bene integrato nel suo ruolo di genere maschile e di “padre di famiglia”…ma forse è cosciente del suo essere comunque sempre una donna, tanto che è pur vero che a casa veste abiti maschili, ma “per prudenza”… (i vicini potrebbero vedere…).

Problematica la questione del doppiaggio. In inglese Albert e Hubert non si danno mai il maschile e il femminile. In italiano hanno scelto di far si che, con Hubert, che sa di lui/lei, Albert si dia il femminile (dice chiaramente: mi hai scopertA), ma poi vediamo anche che ha dei forti blocchi col suo corpo (magari anche dovuti alla paura folle di essere scopert*), e che quando viene chiesto il suo nome continua a dire che il suo “vero” nome è Albert, anche con l’unica persona che sapeva di lui, che poteva capire.
Tabaccheria A. Nobbs…la tabaccheria dei suoi sogni, quella che voleva aprire. A per cosa? Non lo sapremo mai…
Suggestione o disforia? In un mondo così sessista diventa difficile dirlo.
Del resto quando, nella seconda metà del film, Hubert propone ad Albert ingombranti abiti femminili, lui/lei corre sentendosi libera, mentre Hubert è quasi a disagio (e a dirla tutta esteticamente sembra una drag queen anche piuttosto brutta). Divertente il momento in cui Hubert e Albert escono da casa di Hubert vestiti da donne e un gentiluomo le saluta con galanteria…pone una riflessione agli osservatori più attenti su come l’abito faccia il monaco, e chi ha vissuto da travestito, transessuale o transgender lo sa bene.
Albert sogna una normalità, quella che è riuscito ad avere il più giovane Hubert. Una attività, una casa, e una normalizzazione sociale da sogno piccolo borghese. Non si sa se sia realmente attratto da donne ( è piuttosto asessuato), ma quando scopre che l’amico Hubert ha una moglie, una persona che sa il suo segreto e che lo accetta, si immagina come proprietario della tabaccheria, dove la gente andava a prendere il tè, nel loro salottino, con la moglie addetta alle faccende “da donna”…
Del resto prima di quel momento aveva già pensato di mettere a frutto i risparmi di una vita aprendo una sua attività. Ne parla col dottore. Lui dice “beh, una tabaccheria, una cosa da uomini…”, e Albert “ma al bancone potrebbe starci una donna…” (magari immagina se stesso libero dalla grande bugia che lo accompagnava dall’adolescenza)…ma il dottore rilancia: “prenderete moglie?”, come se stesse dichiarando che un’attività affidata a una donna è una follia..può essere al massimo una dipendente, o la moglie del padrone, nulla di più…
E quando inizia ad immaginare al suo fianco la graziosa quanto oca ragazza consigliatogli da Hubert, non è neanche in grado di baciarla o toccarla, e prova in realtà un grande affetto genitoriale per lei (che è un personaggio abbastanza stereotipato…ragazzina lasciva vittima di mascalzone che la lascia incinta ed abbandona).

Mi sorprende il fatto che la perbenista regia ha messo a queste due “donne” un  trauma. Quello di Hubert è già stato enunciato, quello di Albert…una madre putativa, un’istruzione superiore, poi povertà e poi uno stupro di gruppo…e l’impossibilità di emanciparsi come donna…e lui amava il suo lavoro come cameriere elogiato da tutti per il suo zelo.
Le domande sulla sua identità, sull’accettazione da parte di una potenziale partner, se le fa solo dopo aver conosciuto Hubert, conoscenza che, involontariamente, lo porterà alla morte.
Del resto anche Hubert trovava la sua forza, ad esempio, nell’avere una compagna che lo accettava. “lei era il mio mondo” dirà quando lei muore.
In quell’episodio, Albert, confuso più che mai sul proprio orientamento sessuale, arriva a ipotizzare di andare a vivere con Hubert assumendo il ruolo della sua moglie defunta…e Hubert lo guarda scioccato ma comprensivo…alla fine Albert vorrebbe solo stare con una persona che lo accetta…nel film non prova desideri sessuali (l’unico momento in cui lo vediamo “sessuale” è quando sorride appena a una battuta maliziosa di una cameriera).

Tristissimo il finale, in cui, scoperto il suo segreto, tutti rinnegano la sua bravura come cameriere..lo privano di tutto…rubando ogni suo risparmio…privandolo anche della memoria.

Sembra quasi che l’unico ad accorgersi della realtà biologica di Albert e Hubert sia il bambino borghese vestito alla marinara, che, a inizio e fine film, li osserva pensieroso e poi quando viene guardato con freddezza, scappa.

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Tomboy, libere di essere maschiacci Anche se è dispregiativo

di Stefania Ulivi

Le parole, si sa, non sono mai neutre. E dunque che si usi un dispregiativo– maschiaccio – per indicare quelle ragazzine che nell’età di passaggio tra l’essere bambini e il ritrovarsi adulti si divertono con i giochi considerati da ragazzo, non sanno che farsene di scarpette rosa, e sono pronte a fare un falò di barbie/winx/pollypocket già la dice lunga. L’inglese, come spesso capita, risulta più neutro: tomboy. Ma anche in paesi più illuminati del nostro sul fronte dell’accettazione dell’altrui identità, specie se sessuale, ma non solo, per le tomboy i tempi non sono facili. Se ne è accorta Céline Sciamma quando si è trattato di mettere insieme il cast per il suo film che si intitola proprio Tomboy, un caso ai botteghini francesi, molto premiato ai festival. Scovare una maschiaccia non è stato facile neanche in Francia, finché non ha trovato Zoé Héran. A quel punto ha scritturato anche i suoi amici: bambini veri, una rarità al cinema, tutti molto a loro agio davanti alla cinepresa. Costato poco e realizzato anche per questioni di budget a tempo di record,Tomboy segue da vicinissimo i turbamenti della giovane Laure (la piccola Zoé). Capelli a zazzera, passione autentica per il calcio, gran voglia di essere accettata a scatola chiusa, senza dover dare troppe spiegazioni. Il film è un gioiello. Veramente. Esce da noi il 7, cercate di non farvelo scappare (è sempre un problema trovare tempo per il cinema, lo sappiamo, ma questo merita visioni collettive, con figli, amichetti, amiche, mariti, fidanzati, genitori, vicini di casa). E’ un’ode alla libertà di essere quel che si vuole. Dice la regista – che si è andata a cercare da sola i soldi che le servivano perché, spiega, “è l’unico modo per fare cinema veramente libero e indipendente” –  che ogni volta che lo ha presentato al pubblico, è stata colpita da quante persone, donne e uomini, avessero delle storie da raccontare. E il bisogno di farlo. Céline Sciamma, lo racconta  nell’intervista video qui sopra, è stata un maschiaccio, in anni in cui forse, anche se è un paradosso dirlo, era più facile esserlo. Anche a me è capitato: una delle delusioni più cocenti l’ho vissuta in quinta elementare. Avevo vinto, piuttosto miracolosamente va detto, un concorso di disegno cittadino. La premiazione era in Comune, accompagnata dalla maestra. Il premio un fantastico pallone di cuoio ( una rarità nei tempi antedecathlon). Fantastico per i maschi. Per le femmine il trofeo era una orrida bambola con un insulso vestitino a balze giallo e degli stivaletti in similpelle e uno sguardo così ebete che ancora lo ricordo. L’ho odiata come pochi altri oggetti in vita mia. Non era una bambola, era il simulacro di quello che si dava per scontato dovesse piacermi. Alle medie l’oggetto del disprezzo sono stati i cuscini all’uncinetto con le balze. Chi è stato ragazzino negli anni ’70 non può dimenticare. Gli altri, per fortuna, non li conoscono: sono stati spazzati via. Meritato oblio. Venivano realizzati, durante le ore di applicazioni tecniche, in molesti accostamenti di colore (giallo sole, marrone nutella, verde pisello) che li rendevano ancora più mostruosi (e infatti finivamo regolarmente sui sedili posteriosi delle automobili: nemmeno i più liberali li accettavano in salotto). Realizzati dalle femmine, s’intende: i maschi si esercitavano con circuiti elettrici, modellini realizzati a traforo. Come accadde per il pallone, anche in quel caso chiesi di poter fare anche io come i maschi. No, non si poteva. A ognuno il suo. Oggi che tante cose son più facili – e le applicazioni tecniche separate archiviate – sfuggire i cliché, in particolare quelli di genere, mi sembra invece più arduo. Ogni volta che vedo una ragazzina un po’ ragazzaccio le auguro che nessuno interferisca con giudizi e pressioni. Così come per i ragazzi che preferiscono il pattinaggio al calcio, i gorgheggi alle gare di rutti. In questo caso il temine è ancora più connotato e spregiativo:femminuccia. Il bello di avere dieci/dodici/quattordici anni è che è un’età in cui tutto sembra possibile. Da madre di figlio maschio mi lancio in discussioni appassionate con lui e i suoi amici sul tema “cose ma maschio”, “cose da femmina”, categorie granitiche di giudizio e analisi  della propria ed altrui natura. Finisco spesso in minoranza, ostinandomi a metterle in discussione, ma, come si dice, il dibattito è aperto. I modelli di genere sono fortissimi, e chi prova a uscire dal gruppo il più delle vlte non è compreso. Se avete figli o nipoti o amici che vanno alle medie, fate una prova: contate quante ragazzine hanno i capelli corti: se ne trovate più di tre in una sola classe vi pago il biglietto del cinema… Le pressioni sulle ragazzine verso un modello unico di femminilità, che arriva dritta dai calendari nostalgici dei camionisti, sono enormi. Non è una scope rta, in un paese dove il machismo è forse l’unico punto di contatto rimasto tra governati e governanti. Ma a voi sembra possibile che maschiaccio e femminuccia siano un marchio e non, semplicemente, modi di essere? Ps. Non c’entra certo, ma il caso vuole che il correttore automatico del computer non riconosca la parola celine e si ostini a correggere il nome della Sciamma (che avendo origini italiane non se ne stupirà) in veline. Le parole non sono neutre, non credete? fonte: qui