Lei

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“Lo faresti lo stesso se fossi sotto un altro top manager?”
Dall’altro lato vi era un imbarazzato silenzio.
“Dove sbaglio? Sono troppo colloquiale con voi? Dovrei fare come gli altri? Che si fanno rispettare?”
Dall’altro lato un impassibile sguardo.
Chissà cosa pensava. Forse, che a dire queste cose mi spinge quell’insicurezza di vedermi, come immagine, meno maschio degli altri manager. E’ come se temessi che vedessero la mia debolezza, che non mi percepissero come un maschio Alfa, che possano prendersi gioco di me lavorando poco e male, parlando alle mie spalle.
Mi guardo allo specchio, in bagno, dopo la riunione.
Adesso porto qualche millimetro di barba. Fino a qualche anno fa, un impiegato con la barba sarebbe stato visto come trasandato, ma adesso pare che faccia addirittura chic: tutto frutto di una cultura di zecche e di hipster che non condivido, ma cosa potrebbero pensare se io adesso fossi l’unico a non avere la barba?
Mi sciacquo il viso, ma non devo rimanere troppo in bagno. Potrebbero pensare che sono una mammoletta, come le donnine che vanno ad incipriarsi il naso. Mentre mi sciacquo tiro leggermente indietro i capelli. Inizio a stempiarmi, leggermente, anche se probabilmente sono l’unico ad essersene già accorto. Ahimè, sta succedendo nonostante il quintali di Minoxidil che uso senza troppo farmi notare da mia moglie.
L’aria è pervasa da un forte odore muschiato. Avrò esagerato col dopobarba?
Vedo quelle del quinto piano ciarlare sottovoce quando passo davanti a loro. Credo che mi abbiano addirittura ribattezzato col nome del forte profumo speziato che uso.
Credo che qualcuna abbia pure cercato su internet e ne abbia regalata una boccetta al fidanzato, magari immaginando di essere con me, mentre fa l’amore con lui.
Adesso è ora di tornare in ufficio. Noi top manager non abbiamo di certo le pause centellinate da un tassametro, ma è anche vero che se i polsini si bagnano magari si rovinano i gemelli.
Torno in ufficio. Ci lavoro da tredici anni ma ancora non lo sento come un posto rassicurante e mio. Dietro di me una vetrinetta con la collezione di pipe e di sigari dal mondo, e le Mont Blanc col pennino d’oro. La scrivania è enorme, e quasi vi scompare sopra la foto del mio matrimonio e la foto coi miei figli. Nella foto del mio matrimonio indosso il frac che lei aveva scelto per me. Ho i capelli tirati indietro. Lei è un’esplosione di femminilità: sopracciglia ad ala di gabbiano, capelli fatti crescere apposta per le nozze, e poi tagliati, da rituale, durante il viaggio di nozze. La gonna è gonfia e vaporosa, i gioielli sono tutti coordinati, e le dànno luce al suo viso.
Nella foto coi bambini ho un’aria triste, assente. Non dedico loro abbastanza tempo e lo so.
Sistemo ancora alcune carte e poi vado via: devo sbrigare un po’ di commissioni prima di tornare a casa.
Passo alla grande Coin all’angolo. All’ingresso una signorina mi accoglie indicandomi il reparto da uomo. Mi sento in dovere di darle spiegazioni. E’ una sbarbina che si e no avrà la terza media: perché uno come me dovrebbe darle spiegazioni?
Mi dirigo nel reparto femminile per comprare un regalo immaginario per una donna immaginaria.
Stringo tra le mani, senza farmi notare, un reggiseno le cui toppe setose rosa antico scivolano tra i miei polpastrelli. Ho il terrore che una donna, una cliente del negozio, mi veda e pensi che io sia un pervertito.
Mi dirigo a casa senza comprare niente. Mia moglie è paranoica, e pensa sempre che io dedichi quel poco tempo tra famiglia e lavoro a un’altra donna. Non sa quanto, ironia della sorte, abbia ragione.
Entro in casa, lei è in bagno con una delle sue mille maschere anti-age. Ha proprio ragione Fulvio, il mio amico del calcetto, a dire che a noi uomini le donne piacerebbero anche se fossero tutte in tuta, eppure lei spende, spende metà del mio stipendio, a comprare creme anti-qualcosa che non ha. Se dicessi che il suo viso è setoso come quando ci conoscemmo, a dodici anni, non mi crederebbe.
Ricordo i primi baci con lei, alle scuole medie. Setosa era la sua pelle, e setosa era la mia. Ricordo che in quegli anni c’erano i cartoni animati delle guerriere Sailor, e una di loro, che nella vita diurna era un bel ragazzo, per difendere la terra si trasformava in ciò che realmente era: una ragazza, una guerriera. Nel cartone animato la crisalide guerriera aveva una relazione con la bella e femminile protagonista, si univano in un bacio, e in me si scatenavano ingenue e infantili fantasie quando baciavo quella che sarebbe diventata mia moglie. I cartoni animati dell’epoca, dell’inizio degli anni novanta, erano una continua ispirazione per persone come me. Ranma baciava Akane quando era trasformato in ragazza, e mentre i miei compagni guardavano i porno di Rocco Siffredi, le mie fantasie sessuali consistevano nell’immaginare Xena ed Olimpia, immaginare di essere la protettiva virago Xena che si prende cura della dolce Olimpia.
Dovetti arrivare alle superiori per capire realmente. Ricordo quel pomeriggio, al cineforum della scuola, in cui, a causa dell’indisponibilità del film programmato, proiettarono “Tutto su mia madre” di Almodovar. C’erano i viados di strada, sieropositivi e dediti al meretriciato. All’inizio del film si vedeva che, quando ancora erano uomini avevano delle mogli, e pensai che fossero solo errori di gioventù. Grande fu la sorpresa quando scoprii che anche dopo che erano diventate donne avevano continuato ad amare le donne, metterle incinte, e persino contagiare loro l’hiv.
Era tutto così squallido, ma per un attimo io non mi ero più sentito solo. Non ebbi il coraggio di intervenire nel dibattito dopo il film, nè di parlarne con lei.
Passarono molti anni, anni in cui, a parte l’emozione di quel momento, conobbi molte figure di uomini che, come me, si sentivano donna. C’era Platinette, c’erano le ragazze del Grande Fratello, c’era Efe Bal, ma io mi sentivo così lontano da loro.
Per anni decisi di custodire un segreto, un segreto che mi porto avanti da quando, da bambino, mia sorella maggiore si divertiva sadicamente a vestirmi da donna, mettendomi un suo reggiseno e due arance dentro al posto delle tette, mi truccava posticciamente coi suoi trucchi plasticosi, e poi iniziava la sfilata. Lei rideva di me ma io,  a sua insaputa, ricordo con tenerezza quelle esperienze. Ricordo che leggevo di nascosto i suoi Cioè per capire il mondo delle ragazze. In parte io volevo capire le ragazze, che mi iniziavano a piacere, in parte io avrei voluto essere una di quelle ragazze che scriveva alla rubrica della bellezza e chiedeva consigli su come depilarsi.
Di anni, però, ne erano passati tanti. Avevo conosciuto il corpo femminile, tramite quello di mia moglie. Ci siamo sposati vergini, per via delle pressioni dei suoi genitori, testimoni di Geova, che l’avevano indottrinata in tal senso, ma questo veto autoimposto nei riguardi del sesso penetrativo ci diede la possibilità di sperimentare, da giovanissimi, il petting e le coccole, tutti quei rapporti che, non coinvolgendo direttamente i genitali, non ponevano tra noi una grande asimmetria. Saremmo potuti essere due uomini, due donne, due figure androgine, due anime affini. Nei rapporti non sono mai stato bravo o esperto. Abbiamo imparato insieme. Quando la toccavo, quando toccavo il suo corpo giovane e vellutato, per un attimo immaginavo di fare l’amore allo specchio.
Solo così riuscivo a provare piacere: immaginando che fossimo due ragazze lesbiche. Lei non lo ha mai saputo o immaginato, o almeno, spero.
Adesso lei è nel suo bagno. Ne abbiamo due in casa. Il mio è spartano. Giusto uno spazzolino elettrico e un regolatore per barba. Il suo bagno, un regno a me precluso, è un paradiso. C’è la zona trucchi, ordinati per funzione e tonalità, la zona prodotti per capelli, la zona con le creme, il peeling, lo scrubs, l’igiene personale. Chiude a chiave la stanza per evitare che i bambini entrino e rompano le sue trousse di cristallo, ma una volta sono riuscito ad entrare, mentre lei era al Lyons Club con le amiche.
Ricordo che quella sera il mio volto era diventato dolce e gentile sotto le pennellate dei prodotti che allora così maldestramente usavo. Ricordo che mentre il mio volto veniva liberato dalle tracce di spigolosità e virilità, l’emozione divenne piacere, un piacere erotico, un’esplosione liberatoria.
Oggi ho una cassetta degli attrezzi, in garage, ma dentro ci sono i prodotti che compro per me, dicendo di comprarli per una ragazza immaginaria. La mia pelle è più scura della sua, avrei avuto comunque una mia trousse personale, anche se io e lei fossimo state complici, anche se ho imparato col tempo, su internet, che la tonalità deve essere sempre leggermente più chiara.
Spesso la mia unica possibilità per essere me sono i viaggi di lavoro. C’è sempre un giorno libero che ci dànno, per visitare città straniere, e io lo dedico per stare in queste lussuose camere, da solo, ed essere me stessa.
In lussuosi negozi e centri commerciali compro regali per mia moglie e per Lei. Li divido prima di fare i bagagli del ritorno. E’ quello il momento più triste per me, in cui la chiudo, mi chiudo, in una valigia per ritrovarmi chissà dove e quando.
Lacrime quando lo struccante mi porta via dal mio viso.
Spesso compro a mia moglie cose non dissimili da quelle che compro per me. Quando fantastico su di me al femminile non c’è mai, accanto a me, un uomo. Non vivo fantasie con un uomo accanto per far esaltare la mia femminilità. Accanto a me vi è sempre una donna, una donna femminile. E’ per questo che spesso compro a mia moglie gli stessi accessori che compro o che vorrei comprare per me stessa: vedendoli indossare in mia presenza è come veder vivere in lei una parte di me, quella parte che non può esprimersi.
Lei non sa, non sospetta. Del resto…come potrebbe? Non mi abbandono mai ad estetiche o comportamenti ambigui. Io devo essere maschio, e non so se lo devo a me o agli altri.
Nelle ultime settimane ho pensato di farmi un piccolo regalo. L’accenno di barba mi permette di far crescere un po’ i capelli, ma mia moglie dice, con voce serena ma impenetrabile, che come capelli lunghi, in questa coppia, bastano i suoi, e che sarebbe gelosa se i miei dovessero risultare più belli.
Quando eravamo giovani ascoltavo David Bowie e Marylin Manson, insieme ad un sacco di altre rockstar glam, in cui uomini super etero e machisti camminavano sui tacchi degli stivaletti da cow boy, portavano lunghe chiome cotonate e parlavano in falsetto. In quegli anni, con la scusa del glam, e nascondere i miei esperimenti di femminilità dietro alla mera imitazione di super maschi animali da palco. Avevo lunghi capelli neri, e lei ne era un pò invidiosa, ma le piacevano. Frequentavamo un locale a tema, dove lei mi accompagnava entusiasta. Spesso, prima delle serate in cui andavamo li a bere birra e vodka ed ascoltare musica dal vivo di gruppi più o meno mediocri, andavamo da me in mansarda, dove lei mi aiutava a prepararmi. Smalto nero, trucco agli occhi, e piastra ai capelli. A volte mi metteva anche il suo rossetto nero,  e io mi sentivo un po’ come quando mi sorella mi conciava a festa, con la differenza che stavolta ero con la donna che sarebbe stata la mia compagna di vita. Ricordo come quella piccola trasgressione, all’insaputa dei suoi genitori bigotti, ci eccitava moltissimo entrambi, e ricordo molti baci in cui le nostre labbra si incrociavano scambiandosi rossetto nero ed argentato,e finivamo a fare petting spinto,per poi fermarci bruscamente per non finire a far l’amore. Quel rapporto completo non lo voleva lei per non perdere prematuramente la sua “virtù”, ma non lo volevo neanche io. Avrebbe distrutto la mia fantasia di noi due amiche, complici ed amanti. Non so se ad eccitarci c’era il fascino del proibito, o se in quei momenti, in cui le nostre lunghe ciocche nere si confondevano, mentre lei mi baciava il mio petto piatto e senza peli, e mentre mi riempivo del suo profumo vanigliato, vivevo l’illusione di congiungermi con l’uguale in un’alchemica simbiosi.
Era bello che questa fantasia continuasse anche dopo, quando al locale, mentre ci baciavamo, ci scambiavano per due ragazze ubriache e sporciaccione.
Cosa è rimasto di quegli anni? Oggi siamo intrappolati in una cavalleria rusticana di ruoli scritti da altri, come se fossimo i burattini in uno spettacolo di un artista di strada, che si muovono, si, ma solo tramite movimenti rigidi e rigorosamente previsti.
Dal lavoro, spesso, eludendo il firewall e navigando in anonimo, cerco uomini come me su internet. Ho trovato una mailing list, anni fa. Non sono sicuro che ci siano uomini coi miei desideri e con le mie fantasie, ma mi rassicura che abbiano una moglie, e che il loro principale problema sia come dirlo a lei.
Mi sentirei molto a disagio in un forum di omosessuali. A dire il vero mi sento sempre molto a disagio quando vedo un omosessuale, o quando qualcuno può, per qualche ignoto motivo, pensare che io lo possa essere. Per questo ho sempre paura a relazionarmi in spazi virtuali che potrebbero essere pieni di persone che si dicono simili a me, ma sono in realtà omosessuali che fanno le femmine.
Quando trovai quella lista virtuale, a breve avrei visitato Napoli per lavoro. Avevo conosciuto Jennifer, una sorellina di quelle parti, e ci saremmo viste per un confronto, davanti ad un caffè.
Quella volta avevo deciso di non usare solo l’albergo fornito dall’azienda, e avevo quindi prenotato parallelamente un alberghetto da una stella, dove sarei andato a cambiarmi.
Cosa sarebbe successo quando i nostri sguardi si sarebbero specchiati l’una davanti all’altra? Ero andata a cambiarmi, ma la matita mi tremava nella mano mentre tracciavo una linea sopra l’occhio per valorizzare il mio sguardo.
Ci saremmo dovute vedere al bar sotto l’albergo, ma quando uscii, al posto di sentirmi liberata, mi sentii fortemente a disagio. Bastarono pochi metri per uscire dall’albergo per avere addosso gli occhi basiti, perplessi o goderecci degli uomini. Quegli sguardi, fino a poco tempo fa, erano stati i miei. Sguardi avidi, prevaricanti, sguardi di chi si sente soggetto e non oggetto di corteggiamento. Accelerai il passo fino ad arrivare al bar. Lei era li. Ordinai il caffè con voce bassa. La mia voce non mi aveva mai dato disagio fino a quel momento. Jennifer parlava invece in falsetto ed era abbastanza a suo agio.
Mi raccontò di sua moglie, di come ha scoperto, e di come stanno dolorosamente divorziando, e mi sembrava di essere a tavola con una vecchia amica per caso ritrovata.
Gli sguardi su di noi,però, si fecero più insistenti, e le chiesi di andare via. Volle venire con me in albergo, ma non scorderò mai cosa successe.
Jennifer iniziò prima a guardare e toccare tutti gli oggetti del mio bagno, oggetti e cosmetica pregiata, che probabilmente mi invidiava,  poi iniziò a lusingarmi,a  dirmi quanto ero femminile io e quanto lo erano gli accessori che avevo addosso. La sua mano scorreva sulla mia coscia, accarezzava il collant, ma la cosa mi generava imbarazzo. Lei invece era molto eccitata, e presto l’altra mano raggiunse le sue parti intime, facendomi capire che avrebbe voluto farlo anche a me.
La congedai con grande imbarazzo, e quella notte piansi. Ero di nuovo sola.
Mi chiusi molto, lasciai la mailing list, anche se probabilmente c’erano tante persone come me, ma io non avevo le energie per aprirmi a loro, non di nuovo.
Qualche anno dopo una delle poche sorelline con cui ero rimasto in contatto, un collega libero professionista che si occupava di cantieristica, mi indicò un gruppo di auto mutuo aiuto per persone come noi. Si teneva una settimana si e una no, quindi avrei dovuto inventare due riunioni di lavoro serali per tenere a bada lei. Ci pensai molto, ma la voglia di rimettermi in discussione, stavolta in un luogo in cui vi erano più persone e minor rischio equivoci, era tanta.
Andai al maschile, con la mia giacca, la mia cravatta, il mio profumo muschiato: erano il mio scudo. Scoprii che più che per “persone come noi”, era il tutto organizzato da un’associazione di omosessuali e trans, e la cosa, che scoprii solo quendo ero già lì,  mi causò, inizialmente, molto disagio.
Con sorpresa, però, scoprii che chi in quell’associazione stava parlando di se, non era così lontano da me.
Oltre a persone come me, uomini che vogliono fare le donne, vi erano donne che volevano essere uomini. E alcune di loro avevano mariti, mariti a cui non sapevano come dire di non essere donne eterosessuali ma uomini gay. Le loro storie, raccontate a cuore aperto, provocavano a me un amaro sorriso. L’emozione fu per me talmente forte e sconvolgente che decisi di non andare più al gruppo di auto-aiuto.
La mia amica invece, lei l’ho rivista qualche mese fa. Mi è venuta incontro mentre uscivo da un pranzo di lavoro, e io ci ho messo un po’ a capire chi era. Non porta più parrucche ma ha una folta chioma sua. Ha divorziato dalla moglie e sta con una donna conosciuta nell’ambiente del bdsm, che prima di lei stava con una donna nata tale. Mi ha detto che non si occupa più di cantieristica ma ha aperto un locale con la nuova compagna, ma che un po’ il suo lavoro le manca.
Ho dovuto fare in fretta nello scambiare due chiacchiere. Avevo paura che mi vedessero con lei, che scoprissero chi sono.
Ogni giorno, quando vivo la mia routine, facendo il bullo coi miei sottoposti, quando lascio tagliare via, al barbiere dell’angolo, l’accenno di riccioli che mi erano costati mesi di attesa, perché mia moglie vuole essere l’unica detentrice della femminilità in casa, quando aspetto con ansia le trasferte di lavoro, quando compro furtivamente una gonna non sapendo quando e se la metterò mai, penso a ciò che, ormai, so di essere, e che non potrò mai realmente essere davvero.

Non è un paese per GenderQueer

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Quarto anno di università per Ale, in una grande città del Nord, nessun amico.
Allo studentato dove risiedeva erano stati divisi in maschi e femmine, e si sentiva estraneo rispetto ai discorsi delle compagne di corridoio. Depilazioni, epilazioni, ricostruzione delle unghie col gel, tacchi 9, 10 e 12, e trucco tatuato semipermanente.
Anche all’università l’ambiente non era tanto diverso. Si aggiungeva una malcelata presunta superiorità da parte degli studenti indigeni, provenienti da ricche famiglie di città, figli d’arte, cresciuti a pane, Gucci e L0uis Vitton.

Non tornava a casa da molto tempo, preferiva percorrere infinite vie deserte, senza lo guardo dei passanti, in un’anonima città grigia, piuttosto che fare il protagonista di sgradevoli cene con copioni già scritti a casa di zie meridionali invadenti e ingombranti.
Qualcuno, i suoi cugini invidiosi, sposatisi a vent’anni, diceva che Ale, al nord, si nascondesse. Quello che non sapevano è che Ale lì aveva potuto essere chi realmente era, ed era nella sua provinciale cittadina meridionale che doveva nascondersi.
Ale non aveva voglia di recitare, di dare spiegazioni, di riceve domande stupide e binarie come “Quando ti sposi?“, “Hai trovato un fidanzato?“, “Come mai hai tagliato i capelli? Non preoccuparti…così sei ancora più femminile, tranquilla, cara!“.

Ale a Milano i capelli se li tagliava da solo. Era bastato un piccolo investimento al negozio CapelloPoint: un paio di forbici e un pettine scuola, e una clipper tagliacapelli con varie regolazioni. Bastava separare la parte corta, sotto e dietro, da quella appena lunga, di sopra, e, col supporto di un gioco di specchi che permetteva di vedere dietro e sui lati,  finalmente quintali di riccioli invidiati da zie e cugine zitelle avevano lasciato il posto ad un’acconciatura più adeguata.

Ale spariva sui vagoni delle metropolitane che percorreva su e giù per muoversi in città. Bastava un fasciacollo tenuto su alto e un occhio coperto interamente da un ciuffo emo ad allontanare lo sguardo delle e dei curiosi. Lo sguardo era proteso verso chi era più bizzarro e appariscente: i glamster di periferia, barboni, mendicanti, obese, e travestiti.
Ale guardava con impassibile rassegnazione la trans che le sedeva di fronte in metro: alta, ossuta, tacco sedici, capelli biondissimi, forse una parrucca, cerone spesso e pesante che copriva un residuo di alone di barba. Provava grande simpatia per quella ragazza, che, diversamente da lui, non era invisibile. Tutti guardavano perplessi e sgomenti quella ragazza infondo così binariamente conforme alle aspettative che la società ha verso le donne.
Quanta poca distanza c’era tra quella trans ed Ale. Sentiva questa vicinanza, non la comprendeva, ma la cosa che generava più sorpresa in lui era il vedere che lei attraeva l’attenzione e gli sguardi di tutti, mentre la sua diversità veniva ignorata, tollerata.
Ci fu un fugacissimo sguardo tra lui e quella trans. Entrambi avevano compreso perché si erano guardati con comprensione ed empatia, ma nessuno dei due fu capace di esprimerlo a parole, e di raccontarlo anche solo a se stesso.

Ale non aveva mai amato le regole non scritte della vestizione rituale femminile. Ci aveva camminato sui tacchi, una volta, alla laurea triennale. Li aveva dovuti togliere dopo poche decine di minuti, per continuare in tennis. Trucchi e profumi gli davano allergia alla pelle, ma forse, infondo, l’allergia si legava ad altro.
Allo studentato aveva trovato un annuncio: un tale, Nicola, si proponeva come maestro privato di chitarra elettrica. Scoprì che Nicola era a poche camere di distanza da lui, giusto aldilà del corridoio che, svoltanto, portava all’altra metà del cielo: l’ala dei maschi.
Si erano scambiati solo sms, ed è per questo che Nicola si sorprese nel vedere chi gli stava chiedendo lezioni. La stanza era disordinata, vi erano calzini e mutande dappertutto, e anche un mozzicone di canna o sigaretta. Vi era un grosso amplificatore portato su a sgamo e nascosto malamente da una bandiera della pace, pedali e pedaliere dappertutto, una vecchia Stratocaster e il Dante Agostini, la bibbia del solfeggio ritmico. Ai muri, poster di gruppi ed autori che salivano sul palco quando Nicola ed Ale non erano ancora nati. Nicola tolse gli occhiali da sole in stile Doors, tirò indietro i folti capelli mossi in stile Jim Morrison, e indicò ad Ale un traballante sgabello dietro ad un altrettanto traballante leggìo con alcuni spartiti per principianti.

Nicola era molto soddisfatto dei progressi che Ale faceva, maggiormente determinato rispetto ad altri alunni per cui una chitarra elettrica e uno spartito hard rock sarebbero stati maggiormente scontati. E così Ale aveva atteso intrepido il vaglia postale mandato da casa, quello che la mamma gli mandava affinchè “la sua piccola” potesse fiorire nella sua femminilità con accessori alla moda, senza sfigurare davanti alle raffinate colleghe del Nord, montate e  figlie di papà .
Teneva in mano i contanti prelevati poco prima dal BancoPosta quando si recò al negozio di strumenti musicali, consigliato da Nicola.
Signorina, desidera qualcosa? un microfono?
No, una chitarra elettrica?
Deve fare un regalo al suo ragazzo?
No, ma… è per un ragazzo…” Disse Ale timidamente, prima che il commesso si mettesse a mostrargli la Stratocaster di Hello Kitty o i simpatici modelli in rosa da parrocchia.

Dopo che ebbe un suo strumento, Ale iniziò a fare progressi rapidi. Era intraprendente, e presto mise un annuncio per un gruppo PunkRock. Si trattava di ragazzi di periferia, lavativi che avevano interrotto gli studi per cattiva condotta, anarchici ed idealisti, e anche un po’ puzzoni, ma erano rimasti piacevolmente colpiti dalla candidatura di Ale, sia perché inattesa, sia perchè era andato lì col sorriso, nonostante avesse dovuto percorrere chilometri a piedi, cambiando tre autobus, con un amplificatore portatile e una chitarra con custodia rigida.
Quel gruppo di disadattati, esclusi da famiglie e comitive per la loro stranezza, era diventato una famiglia per Ale. Loro erano diversi dalle borghesi colleghe con la puzza sotto al naso dell’università.
Ale era un nerd e uno smanettone, e bastò registrare un demo per farlo finire sul bancone di qualsiasi locale che facesse musica dal vivo.
Ben presto un locale specializzato in musica alternativa prese in considerazione la loro candidatura. I Rimozione Forzata sarebbero andati in scena.
Erano le ultime prove prima del concerto. Tra i ragazzi c’era molta tensione e si decideva la scaletta della serata, ogni singola frase, gesto, e si finì per parlare della presenza scenica.
“I capelli, però, scioglili”, gli aveva detto, con disinvoltura, lo sdentato batterista Ettore.
Ale non credeva che quella frase gli avrebbe potuto fare così male.
Si era sentito accettato fino a quel momento: perché poi quella frase del cazzo? Ale portava i capelli, di media lunghezza, legati in alto per mostrare la parte rasata e laterale sotto. Perché avrebbe dovuto scioglierli? In quanto materiale femminile del gruppo? Mercanzia da mostrare ed ostentare? Per salvarsi dal rischio che pensassero che fosse un ragazzo, come gli altri? Ma soprattutto…era per quello che avevano scelto lui e non gli altri?
Ettore era stato chiaramente un coglione, ma neanche lo sapeva. Lui aveva la sua bella cresta decolorata, e gli altri avevano i capelli lunghi raccolti in folti codini e nessuna intenzione di sciogliere i capelli per vederli fluttuare tra le corde del basso o della chitarra, o tra i tasti delle tastiere.
Ale non voleva assecondare le richieste sessiste del suo batterista, ma voleva comunque che il suo primo concerto fosse memorabile. Non voleva apparire come una sexy bambolona dark, ma voleva comunque avere presenza scenica in modo non dissimile rispetto ai suoi amici animali (da palco).

Fu in quel momento che gli venne in mente del parrucchiere per uomo che ogni giorno, per quattro anni, aveva visto passando per andare all’università. Era stato un barbiere per molto tempo, ma ora il vecchio proprietario aveva preso un ragazzo ad aiutarlo,  formato come parrucchiere per donna, e all’insegna scolorita “Barbiere“, si era aggiunto un posticcio tassellino di cartone, con una maldestra scritta “e da donna“.
Il barbiere, in questi anni, aveva spesso visto Ale passare. Era siciliano, attaccava bottone con chi gli stesse simpatico a pelle, e, quando Ale passava, diceva sempre “perché non vieni qui a farteli tagliare da me?
Ale ne era lusingato, ma era soddisfatto di essere barbiere di se stesso, fin quando non ebbe voglia di fare un ciuffo viola, o blu, come quello del suo invidiatissimo ed androgino bassista emo.
Era la prima volta che, passando per quella vetrina, vedeva la decalcomania sul vetro che indicava che venivano fatte anche colorazioni. Doveva essere proprio destino. Chissà quando sarebbe stato sopreso il suo “amico” barbiere nel vederlo varcare quella soglia.
Si immaginava già dentro con un giornale a parlare di calcio e formula uno, in attesa mentre vedeva fare le barbe gli anziani signori, e le creste colorate agli studentelli del primo anno, anche loro, come lui, liberi dagli sguardi censori dei genitori,a  cercare un po’ di libertà ed emancipazione.

Tanta fu la delusione quando, entrando, il barbiere non corse ad accoglierlo, ma fece un cenno al nuovo garzone, che non sapeva essere il nuovo addetto al pubblico femminile.
Il ragazzo era quello che gli sboccati punk del suo gruppo avrebbero chiamato una cula persa.
“Come ti chiami?”
“Ale”
“Alessandra o Alessia?”
“Sono Ale?”
“Devi fare la piega? Sistemare il taglio?”
“No, vorrei una ciocca blu, o viola, qui nel ciuffo, come quella del mio bassista”
Il ragazzo lo guardava perplesso e con la mano al mento: “Direi sicuramente viola, hai una foto di come li vorresti?
Si, certo” disse Ale prendendo il mano lo smartphone. Vi era la foto di Raffa, il bassista emo.
Il giovane parrucchiere fece uno sguardo schifato, e prese il suo di tablet, mostrando raffinate signore borghesi con tinte mesciate, lo shatoush, il degradè, il balayage e non so quale altra sciccherìa.
“Io però vorrei proprio i capelli come lui, – disse Ale facendosi coraggio – come il mio bassista”.
Cara, vedo cosa posso fare, tu siediti e fidati di me“.

Mentre Ale veniva impiastricciato con puzzolente decolorante, una signora burbera, con in testa una classica tintura, borbottava col parrucchiere:
Tu non mi fai mai i colori che voglio! tu pensi che io sia ignorante!
Il parrucchiere annuiva imbarazzato dall’ingombrante signora peperina
E comunque te lo meriti di essere maltrattato da noi donne! Si sa, noi donne quando vogliamo cambiare look è perché siamo insoddisfatte della nostra vita, e quindi ci sfoghiamo con te!
E poi, girandosi verso Ale
Signora, lei conferma? Che noi donne siamo cosi? Che siamo terribili?
Ale abbassava lo sguardo. Il parrucchiere andò nel retrobottega a prendere un tubetto mogano per la vecchia.
Lei sussurrò ad Ale “Non fidarti di quello là, fa sempre i tagli e colori che vuole lui! Io sono mesi che gli chiedo di farmeli biondi come la Clerici, ma lui dice che ho la pelle olivastra e me li continua a fare rossi!
Certo quelle parole non erano incoraggianti, né l’atteggiamento di ostentata disapprovazione che aveva avuto il parrucchiere alla vista dell’outfit richiesto da Ale…ma era tardi, il concerto era a breve, Ale aveva già chili di decolorante in testa.

E ora una colatina di tinta!” Disse giulivamente la checca pazza impiastricciando Ale con una tinta ancora più puzzolente.
Dopo il risciacquo, il sosia uscito male di Solange fece una piega tutta gonfia e cotonata, ma i capelli non erano nè viola nè blu, nè il colore partiva dalle punte, nè era limitato a poche ciocche, ma soprattutto era di un vezzoso rosa maiale.
Soddisfatta, caaaaara?
Ma non è viola!” disse timidamente Ale, mentre si guardava con impellente desiderio di nascondere quel colore infilando la testa dentro un secchio di fango.
A quel punto il parrucchiere eliminàò dalla sua voce ogni residuo di gentilezza che si rivolge al cliente pagante “Si che è viola“, e aggiunse, con voce risentita,”ma non le conosci le nuance?
Ma non è per niente come in foto! – continuò Ale insistendo – Potete rifarmelo del colore che ho scelto?
Quel colore non lo abbiamo, non ce lo chiede nessuna” disse stizzito il coiffeur.
Mentre Ale, sentendosi una pecora al macello, pagava il suo “Shampo, Piega, Taglio e Colore – Donna“, con un bel pezzo da cento euro (avere la vulva costa!), il parrucchiere borbottava col titolare barbiere, per giustificarsi sul quadretto a cui aveva appena assistito, dicendo
Ste provinciali, è venuta qua che sembrava un uomo, l’ho fatta rinascere, e si lamenta pure!

Ale uscì da li, prendendo vari semafori rossi col suo Scarabeo, per raggiungere in tempo il locale. I commenti dei colleghi musicisti furono pessimi, e dopo il concerto un ubriacone ci provò in modo imbarazzante, tanto da costringere Ale ad essere manesco. Erano bastate pochi tocchi di rosa in un disordinato caschetto per ravvivare i b0llenti spiriti di uno zoticone. Il compenso la mamma e le zie avevano visto le foto, su facebook, del concerto, e si erano entusiasmate per la fioritura della loro adorata rampolla femmina.

Pochi giorni dopo Ale dovette confrontarsi con lo specchio e fare i conti con quel makeover imposto con fare supponente da un effeminato hairstylist che aveva cercato di “correggerlo”. Forbici e pettine non servivano, stavolta, nè il pettinino regolatore della clipper. Il rosa non si era limitato a delle ciocche o alle punte, ma raggiungeva la radice e non schiariva nel tempo, nè era stato possibile coprirlo con colori naturali che invano Ale aveva cercato di buttarci sopra, spendendo gli ultimi soldi del vaglia postale arrivato dal sud. Se avessero fatto come aveva chiesto, colorando le punte, forse Ale avrebbe potuto salvare capre e cavoli in modo diverso.
Non rimaneva che tagliare tutto, striscia dopo striscia, non di certo con piacere, visto che l’ultima cosa che avrebbe voluto è denudarsi a tal punto, ma con un leggero sollievo, vedendo quelle ciocche rosa cadere a terra una dopo l’altra, e quel millimetro di castano spuntare dalla cute dando speranza di una lenta “guarigione” verso un’espressione estetica più consona.

Ale fece gli esami universitari rimanenti. Nessuno disse nulla, all’università nessuno si scompone per una testa rasata, ma poi i mesi passarono, e i capelli tornarono di una lunghezza tale da consentire la tanto agognata, sofferta ma desiderata invisibilità. Ale discusse la tesi quinquennale ed entrò, coi suoi pesanti anfibi neri, mondo del lavoro.
Pensava che quell’esperienza, di “teoria riparativa” parrucchieristica, sarebbe stata solo una parentesi sgradevole, ma che col tempo sarebbe riuscito a comunicare al mondo chi era.
Col tempo andò sempre peggio. Relazioni disastrose con ragazzi etero in cerca di altro, colloqui andati male che ignoravano la sua laurea a pieni voti, lavori mediocri, promozioni non date.
Del resto, ragazzi, non è un paese per genderqueer.

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Vivere al di fuori del binarismo è possibile?

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Oggi ho sentito un amico che non sentivo da molto tempo.
Lui è genderqueer e ha iniziato un percorso ormonale soft per androginizzare il suo aspetto.
Quando l’ho sentito, mesi fa, mi aveva detto chiaramente di desiderare dei dosaggi soft perché il suo desiderio era quello di mantenere un aspetto androgino e non marcatamente connotato.

Oggi appare ai miei occhi come un uomo di mezza età.
E’ calvo, dalla maglietta vedo il petto molto peloso. Sui documenti c’è scritto un nome maschile, che non è quello che usava quando ci siamo conosciuti, ma è molto marcatamente maschile.

Mi ha spiegato che i motivi che lo hanno spinto ad una via binaria, sia sociale, sia burocratica, sia biologica sono stati causati da limiti di due tipi: biologici e burocratici.
Assumere ormoni maschili in piccole dosi era possibile nel momento in cui aveva organi sessuali che producevano ormoni femminili e si creava un mix. Un mix che esiste già in corpi maschili e femminili, ma che nel suo caso veniva leggermente spinto verso la virilizzazione.

Fece un intervento di ridimensionamento del petto. Da una quinta ad una prima.
A questo aspetto androgino corrispondeva però un documento femminile. Non esiste altra definizione nei documenti. O sei uomo o sei donna. E quella voce di media frequenza, quella peluria accennata da adolescente, stonava molto con quel Maria Rosa (nome di fantasia).

Fu così che il mio amico, in un primo tempo felice per il suo aspetto androgino, decise di togliere utero ed ovaie per cambiare i documenti. Già da tempo subiva pressioni binarie dal suo endocrinologo, che, a causa del binarismo, tendeva a dargli dosi di testosterone da cavallo perchè “cosi’ funziona il percorso”. A quel punto era diventato sempre più virile il suo aspetto e sempre maggiormente a rischio le sue ovaie ed utero e togliere tutto alla fine sembro’ l’unica via per salvare capre e cavoli, anche se il mio amico pianse, perché aveva previsto altro.

Avrebbe voluto fare una tos mista, introducendo ormoni sia maschili che femminili, non producendone più autonomamente, ma per lui era previsto il testosterone, quindi lo prese, e il suo petto divenne piatto come quello degli uomini biologici, dopo un secondo intervento.

Ora “è un uomo”, lo è anche per la legge. Per la legge è come se lo fosse sempre stato, perché i documenti vengono sostituiti retroattivamente. La sua androginia fisica è stata spazzata via, cosi’ come il riconoscimento della sua androginia mentale. Ora è un neo-uomo come tanti, con alle spalle un percorso transessuale come tanti.

Anche al lavoro è stato favorito dal completamento del percorso, perchè prima non era concepito, non era previsto. Era un errore di codice di Matrix, ora invece è “normale“. Non lo avrebbe mai voluto, ma è successo.

Ha provato in tanti anni a convincere psicologi, medici, endocrinologi, che lui avrebbe solo voluto che alla sua mente androgina corrispondesse un corpo androgino e una burocrazia che desse visibilità a questo essere.

Ma ora è un uomo transessuale calvo, peloso, e con un petto perfettamente maschile.
Mi dice che meglio cosi’ che vivere da donna, ma la cosa triste è che ci possa scegliere solo tra due possibilità, per non finire emarginato, se non malato o privo di cittadinanza giuridica.

Quindi la risposta è no, davanti a questo caffè amaro e a questo mio amico, che alla fine ho visto di persona, vi dico no.

Non è possibile vivere al di fuori del binarismo.

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Conformismo da città

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La venuta di mia madre a milano per girare per agenzie immobiliari mi ha illuminato.
Lei ha sempre visto come superflue le mie battaglie contro il binarismo, e ora so anche perché.

Mia madre vive in un contesto provinciale in cui le persone, nel contesto “tribale” del paese, hanno un ruolo e , col tempo, vengono conosciute e accettate/incluse nella loro particolarità.
Quindi mia madre è una dottoressa emancipata, che acquista automobili, case, dirige la professione, e persino nel bigotto “paesiello” del sud la trattano come merita, per i feedback che dà.

Quando abbiamo girato per comprare la casa a Milano ho osservato il tentativo degli agenti immobiliari di trattarla da “zignooooraaa“, ovvero come “la moglie di qualcuno“, di inquadrarla, come fa il bravo commerciante figlio della PNL.
Mia madre a milano non era una “dottoressa“, ma una “signora“, una delle tante, e , mi ripeto, “la moglie di qualcuno“.

Me ne sono andato dal paese per evitare il bigottismo, ma in città l’incasellamento è frenetico, necessario, insostenibile.
E’ la mentalità del “fast food”, in cui i piatti devono essere serviti velocemente e senza fronzoli, così come le etichette.

Anche io subisco questa violenza, essere incasellato e inquadrato, tanto che ho smesso di usare i mezzi pubblici e, muovendomi in scooter, evito tutti i contatti superflui, evito che decidano cosa sono per potersi relazionare, mi chiudo nella mia bella misantropia.

In un paese tutti sanno che Mario è un ragazzo di colore adottato da una famiglia ricca, che fa l’università e parla in dialetto lombardo. In città è solo un negro a cui dare del tu e chiedere i documenti.

Forse si dovrebbe tornare, e non solo per questioni di binarismo, al sano contatto umano da paese, dove, essendo personali i rapporti, puoi spiegare le cose, cercare di farti comprendere, e non vivere un continuo barcamenarsi tra estranei che devono decidere cosa sei e non comprendere chi sei.

Comprare casa essendo transgender

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Ebbene si.
Anche io sto cercando casa da comprare.
Vorrei prendere un grazioso e piccolo trilocale, con una zona notte con un letto da una piazza e mezza e un grande armadio,
una stanzetta compartimentata con un bel “living” , uno studiolo e la mia enorme libreria, e infine una cucina abitabile.
Ho fatto varie visite, e in alcuni posti neanche mi hanno fatto firmare il foglio, nè chiesto nome e cognome, o numero di telefono: sono andato là, ho spiegato le mie esigenze, e ho visto gli immobili. Neanche mi hanno dato il femminile, nè forse il maschile. Era irrilevante.
Ma poi è successo che ho incontrato PierCiccio (nome di pura fantasia), e ho fatto una visita immobiliare del tutto surreale.

“Buon giorno”
“buon giorno, lei era la signora che aspettavo?”
“sono l’architetto, ho la visita con voi alle 16.00”
“ehm…carmela! che bel nome” (ovviamente è un nome di fantasia)
“lo odio”
“eh si, dite tutte cosi’…ma è cosi femminile”
“appunto”
(penso, ma porco zio, non vede come mi vesto? capisco che ha la scheda col mio documento e il nome femminile, ma sveglia !! che venditore sei se non applichi la tua PLN al soggetto? è vero che il maestri pennellari ti insegnano a ripetere allo sfinimento il nome per risvegliare la dolcezza ancestrale di quando da bambini ci chiamavano per nome…ma adatta un po’ le lezioni del tuo santone del marketing…a chi c’hai davanti!)

[nel frattempo ci avviamo all’immobile. inizia ad elogiare il quartiere…]

“ma quella non è una setta pentecostale?”
“si, e i bambini e le bambine si vestono come una volta, maschietti con la cravattina, femminucce col la gonnellina, come era “da noi” un tempo” (ma da noi chi? non sono cristiano!)
“ehm…per fortuna non piu”
“li poi c’è la scuola per i bambini, e la chiesa cattolica, comoda a due passi per la domenica…”
“-_-”

[arriviamo all’immobile]

“lei signora non puo’ saperlo, ma qui siamo in classe D” (perché? se ho la fica non posso saperlo? sono certificatore e architetto abilitato, e lavoro nel mercato real estate….)
“come vede la casa è molto grande, e c’è un grande como’ per i trucchi che la signora intende lasciare, perchè io l’ho sempre detto, il regno della donna è sacro! e per questo c’è anche un’ampia cucina…”
“non credo di aver mai usato trucchi”
“si certo, lei è bella, non ne ha bisogno… e poi l’ampia cucina, il regno della donna…”
“come ho già detto, preferirei una cucina piccola, ma uno studio professionale”
“ah, cosa fa suo marito?”
“fa il casalinguo, ma IO sono architetto”
(in imbarazzo lui…sto sconvolgendo i suoi stereotipi)
“e poi qui un’ampia scarpiera, per le migliaia di scarpe che sicuramente avrà”
“si, tutte da tennis ovviamente”
“e poi questi spazi ampi, che NOI DEL SUD (ma chi te se nculaaa) siamo abituati ad avere, perchè, diciamolo…la donna non puoi castrarla…ogni tanto LEI deve spostare i mobili, per sentirsi bene, anche mia moglie lo fa! lei vuole cambiare!”
“beh, meglio i mobili che il marito, no?”
(seguono cinque minuti di silenzio…)

avviandoci verso l’agenzia, gli arriva una chiamata e lo sento dire
“Concetta? sà che proprio è un bel nome?”
ma lo dice a tutte? mi sa che la pnl non se l’è studiata tanto bene…anche fossi stato una donna…poraccio…che figuracce…

La cravatta magica

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Siamo in ritardo.
Sono uscito tardi dal lavoro, nonostante avessi chiesto il permesso anni luce prima.
Ma poi un cliente rompicoglioni manda una mail di fuoco a due minuti dall’inizio del tuo permesso, e devi richiamarlo, devi farlo.

Sono sudato, indosso una tuta unisex, che sono costretto a mettere per non turbare i miei colleghi col classico maschile. L’alternativa sarebbe una delle minogonne giropassera delle ragazze che saltellano attorno al mio capo coi loro caschetti in stile Valentina.

Non ho trovato una cabina telefonica dentro la quale cambiarmi, e così sono a casa, con lui, che è già pronto, col suo abito maschile. Mi aiuta ad entrare nel mio smoking dopo essermi tolto di dosso litri di sudore.

Dovrebbe farmi incazzare l’abito classico il 23 luglio, ma non importa. lo indosso con fierezza.
Lui mi aiuta a stringere forte il mio petto dentro una fascia che sembra quasi un corsetto settecentesco, ma facciamo diverse prove, e alla fine non c’è traccia del mio petto. E’ piatto come il suo, forse di più.

Rischio l’auto-androfilia guardandomi allo specchio. Lo smoking è impeccabile su di me. Risplende il bianco della camicia, contrasta col nero della giacca, e anche l’ultimo bottone è chiuso.

Stiamo per uscire, e lui mi ferma. “La cravatta!“. Come posso averla dimenticata. E’ lei il mio lasciapassare per il mio passing. Da solo, quella fascia stretta e quell’abito maschile non basterebbe. Non mi renderebbe abbastanza uomo agli occhi degli altri. Si distrarrebbero, mi riterrebbero simile a quelle maliziose androgine che mettono dei tailleur sempre più sbarazzini.

Non basterebbe neanche la mia impeccabile acconciatura classica maschile, anni trenta. Non basterebbero i chili di dopobarba. Non basterebbe il fatto che mi sono appena fatto la barba eliminando quella pelurietta da viso da ragazza. Solo un viso impeccabile può lasciar credere che da esso sia stata tolta via la barba.

Ho un pesante orologio al polso. Non so neanche se ho corretto l’ora legale, ma deve dare risalto al mio polso, distrarre dal fatto che è sottile. Ricordo quando lo comprai, in una gioielleria di Treviglio, e passai con la signora, che mi disse che, essendo subacqueo, sul fondo del mare avrei potuto incontrare una bella sirena.
Quanto sbagliava quella signora. Non sapeva che io vado alla ricerca di bei tritoni, mica di sirene!

E così io e lui, il mio fedelissimo compagno di sventure, ci avviamo all’incontro al club, quello in cui sono ammessi solo i gentiluomini, e al massimo le loro devotissime mogli. Al club sono tutti etero, o meglio, il problema non si pone. Sono “normali“. Lui mi racconta di quanta fatica ha fatto in questi anni a nascondere la sua omosessualità.

E poi arrivo io, io per loro sono Nathan, me lo hanno scritto persino sulla tessera.
Entriamo alla serata, e sono terrorizzato di non passare, ma ho lei, ho la cravatta magica. Lei può confutare ogni dubbio, perché in quel mondo etero e binario nessuno può credere che esiste una persona di sesso femminile così pazza da recarsi in smoking a una cena di gentiluomini e consorti. Mi aggrappo a lei, ai gemelli, alla spilla sulla giacca.

Un anziano signore si rivolge a me dicendo, parlando della moglie, “non può capire, loro non hanno fatto il militare!“. Sorrido, mi invento che il militare io non l’ho fatto, perché ai miei tempi bastava rimandarlo per studi universitari per qualche anno, e poi non sarebbe stato più obbligatorio. Cerco di rubare ricordi dalle vite dei miei ex, coetanei, per crearmi un passato mio credibile come ragazzo.

Poi si parla di quanto sono sciupafemmene con le ragazze, e come esse sono gelose con me. Io sorrido imbarazzato e mi sento come quei gay che sono velati per forza maggiore, perché si dà per scontata la loro eterosessualità, e tacere è come acconsentire ad esserlo, eterosessuali.

Una moglie baldanzosa mi chiede dove sono i bagni, e quando torna mi racconta delusa che ci sono le turche, e che “noi maschietti” in questo siamo molto più favoriti, che per “loro donne” è diverso. Quando potrei capirla, ma lei non lo sa, non lo ipotizza nemmeno.

Si fa un brindisi. Alle nostre compagne. Che ci sopportano. Guardo lui e lo ringrazio di sopportarmi. Ride ricordandomi che “va bene tutto, ma non sono mica la tua donna!“.
Un tizio racconta della sua filantropia, e ogni cinque minuti, parlando di quando ha fatto il volontario in Africa, ribadisce che sicuramente queste immagini che racconta spaventeranno le signore, inquadrate come povere fanciulle timorose di tutto, ingenue, e intrappolate nella loro femminilità.

Le signore si sorprendono di non vedermi giocare coi loro figli adolescenti, anche loro compressi dentro ai loro smoking. Si stupiscono al sapere che ho trent’anni.
Come fa contrasto il mio essere un professionista affermato, laureato, abilitato, e che lavora da anni, presidente di un’associazione, col mio aspetto da enfant prodige, da figlio adolescente di qualcuno e non da effettivo tesserato del club filantropico.
Quanto fa contrasto la mia pipa danese da trecentocinquanta euro mentre mi apparto in zona ingresso con fare pensieroso ed introspettivo.

Mi dicono che c’è un grande editore, alla fine della tavolata. Chi mi accompagna ne ha bisogno, e sono io colui che lo mette in contatto coi pezzi grossi. Mentre aspettiamo che abbia il tempo di venire da noi, chiacchieriamo con due giovanotti miei coetanei (o almeno, loro lo credono).

Il caldo impervia e uno di loro fa da apripista: toglie la cravatta.
Seguono gli altri ragazzini e poi persino il mio accompagnatore e anche io, dimenticando il suo potere simbolico, la tolgo e la metto via.
Nel frattempo l’anziano editore si avvicina a noi ma, diversamente dagli altri illustri ospiti e filantropi, mi salta e va direttamente dal mio accompagnatore. In quel momento ricordo che non ho più al collo il mio amuleto.

Sono diventato invisibile, come una qualsiasi moglie o figlio. La rimetto, frettolosamente. Il nodo viene male, ma ormai è troppo tardi. L’incantesimo si è rotto…

Il bagno sbagliato…

Perché dico sempre che binarismo è una piaga sociale e distrugge anche le persone transgender?
E’ proprio il dramma dietro allo scambio di genere che logora il nostro passing.
Sono talmente terrorizzati di offendere una madre di famiglia, irsuta e baffuta, dandole il maschile, che sarebbero capaci di darlo anche a uno yeti, se avesse scritto Carmela sul documento, o avesse il vocino acuto.
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In un luogo senza spazio, in un tempo senza tempo…

Estate. Piena estate. Ristoranti vuoti. Me ne vado a brighellonare da solo, in un ristorante cinese semivuoto, e, dopo aver finito di mangiare, ed aver pagato, mi metto su le cuffie con la musica a palla.
Mi dirigo al bagno, due porte di fronte a me. A quale pensate che io mi diriga? A quella del bagno degli uomini, come faccio già al lavoro, e, se potessi, se avessi una casa con due bagni differenziati, lo farei quasi quasi anche a casa 🙂
La musica metal mi separa da quello che sta succedendo dietro di me, a dir poco apocalittico.
Una voce con accento cinese si solleva preoccupata e terrorizzata alle  mie spalle.
“ZignoooooLa! “(signora)
Io chiaramente non le sento, e se le avessi sentite le avrei ignorate, anche semplicemente in buona fede, non essendo abituato ad essere chiamato così. Persino quando non passo, di solito dicono signorina. Ma si vede che sto invecchiando anche io!
Zignoooola, zignoooola! Continuano a volermi chiamare. A salvare questa povera innocente che, per ingenuità e per una sbadatagine tipica delle donnine distratte, sta commettendo un pericoloso sbaglio.
Come sarà offeso il suo cuore sensibile dopo che, vergognatasi del fatale errore, si troverà di fronte a degli imponenti orinatoi! E che imbarazzo per quella dolce fanciulla se il suo sguardo dovesse incrociare quello di un uomo che, imbarazzato, dovrebbe dirle a bruciapelo che è finita, poverina, nel bagno sbagliato?
Le due cinesi continuano, sempre più insistentemente e a volume più alto, a pronunciare quello “zignola”, mentre i pochi presenti del ristorante ammutoliscono il loro brusio, concentrando lo sguardo su di me, finché con uno scatto felino, una delle due cinesi corre per “salvarmi”, ma è preceduta da una signora, a me più vicina, che si alza e mi scuote la spalla, avvertendomi che le due cinesi “da ore” provano a chiamarmi.

 

Tutta questa vicenda mi ricorda tanto un episodio a me raccontato dalla cara amica Valeria.
In un negozio di panetteria, dove uno dei due era fortemente ambiguo, la ressa si schiacciava attorno al panettiere per la baguette calda appena sfornata. Tutti i frequentatori si erano accorti dell’effeminatezza del panettiere, ma nessuno osava parlarne, un po’ come coloro che vedevano i vestiti del re nudo.
Si leva la voce, di un cliente nuovo, che passava per casa.
“Signora, è il mio turno!”. L’effeminato non fa una piega, lo serve in modo diligente, ma a creare imbarazzo è la folla sbraitante che cala in un profondo silenzio, guardando il neocliente, che , terrorizzato dallo sbaglio, cala anche lui in un imbarazzante silenzio.

Cosa può esserci di più grave di sbagliare il genere di una persona adulta?
Ancora ancora lo si tollera coi bambini e le bambine piccole, se privi di orpelli di genere.
Ma con gli adulti rimane uno dei peggiori tabù, e questo causa l’imbarazzo di tutte le persone transgender o transessuali non rettificate e/o con un cattivo passing.