L’Architetta e il rigurgito machista e misogino

Il caso di attualità delle tre professioniste che hanno ottenuto Architetta nel timbro ha scatenato un rigurgito di machismo, che ha coinvolto architetti e ingegneri maschi populisti e misogini, ma anche commenti di donne professioniste che, al di là dell’opinione sulla questione grammaticale, hanno dimostrato di avere poca coscienza di genere.

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Ho un account che uso per la professione, e in cui, a parte alcuni amici intimi (LGBT e non), quasi tutte sono persone che partecipano alla vita “social” legata agli ambienti dell’architettura, dell’ingegneria e del design.

Le due bacheche (dei miei due account) propongono due panorami totalmente diversi: se in quello pensato per l’attivismo a volte mi indispone la monomania del gender, il “sinistrismo” esasperato, l’odio per chi mangia la carne, il politically correct estremo, nell’altro siamo ai livelli di “e i Marò?”
Ebbene si: l’architetto/ingegnere medio, almeno quello dei social, è un tizio che legge Il Giornale, che dà la colpa di tutto agli stranieri, etc etc.
Mi sono tappato il naso per molto tempo, perché infondo con questa gente interagisco rispetto al mio blog professionale, e speravo che fosse “irrilevante” l’avere una posizione politica diversa (del resto io ho una posizione politica diversa anche da chi è mio amico nell’altro account), ma chi è attivista matura, per forza di cose, una visione delle cose maggiormente profonda sul tema delle istanze e dei diritti civili, della cultura sulla diversità e sulle minoranze, e non riesce mai realmente ad occultare il suo pensiero in merito.

Tutto è nato quando mio contatto, un becero machista qualunquista, ha postato un articolo che parlava di 3 arch. donne che avevano ottenuto “Architetta” nel timbro.
Ovviamente il “gentil signore” vomitava su queste tre professioniste un sacco di stereotipi e preoccupazioni“, tra cui che si “rischiasse” che le donne non pagassero più InArCassa e che fossero “favorite” nel lavoro.
A questo si aggiungevano link a giornali populisti che avevano dato la notizia in modo becero, insulti alla Boldrini, provocazioni grammaticali prive di senso logico (InarcassO, entO, autistO), e misoginia sfrenata.

Ho provato a scrivere in merito sul mio blog di architettura, ma il risultato è stato pietoso: l’analfabetismo funzionale dei miei arch-amici facebook era molto più elevato rispetto al FB destinato all’attivismo: tutti hanno commentato l’articolo senza leggerlo.

Nessuno, neanche le lettrici professioniste donne, sembravano essersi accorte del punto dell’articolo: non tanto l’introduzione della parola architettA (per cui l’articolo dichiarava la mia preoccupazione per l’imposizione del femminile come unica opzione), ma il rigurgito becero, che rappresenta una cartina tornasole di quanto questo machismo sia presente nel mondo dei professionisti e delle professioniste dell’edilizia, e di quanto le donne se ne siano abituate, tanto da non riconoscerlo durante episodi come questo.

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Mi ha sorpreso l’esigenza dei colleghi maschi di “perculare” per far sì che nessuno, nella discussione, potesse prendere sul serio il tema. L’architetto maschio, che ha risposto, ha quindi cercato in tutti i modi di sminuire il problema facendo sì che i lettori percepissero il tutto come qualcosa di inutile e frivolo.
Benaltrismo alle stelle: l’importante era chiudere l’argomento, essendo risentiti persino che sia stato preso, talvolta ricordando altri problemi” delle donne (di cui però chi è intervenuto non si occupa, nè intende occuparsene), o addirittura “i problemi del professionista”, cancellando la tematica femminile e lasciando intendere, o proprio dichiarando, che la donna non è affatto danneggiata, ma sarebbe addirittura avvantaggiata.
Poi ci sono stati quelli che, per non rischiare di apparire maschilisti, hanno chiarito che la loro compagna ha le palle e lotta ogni giorno (…).
Poi sono arrivati quelli (e quelle: anche le donne), che hanno cominciato con la storia che quando si tratta di un “ruolo”, il neutro maschile va bene. Chissà come mai invece “operaio/a” e “impiegato/a” non è un “ruolo”: il femminile disturba solo quando si tratta di posizioni di punta?
Infine (e avrei voluto risparmiarveli, ma ci sono anche loro), quelli che hanno iniziato a fare battute sulle tette.

Poi sono arrivate le donne. Prima le ingegnere che hanno dovuto ribadire l’infantile contrasto Ing VS Arch dicendo che solo gli architetti possono masturbarsi su questi temi frivoli (una forma di machismo che al posto di avere xy che vessa xx, stavolta avrebbe il duro ingegnere, maschio o femmina che sia, che sfotte il leggiadro ed eccentrico architetto).
Poi sono arrivate quelle che si sono vantate della “cavalleria” dei colleghi maschi, oppure che si sono vantate di “avere le palle” ed essere capaci di farsi rispettare, e che “se una ha le palle non servono battaglie e non serve piangersi addosso (in pratica la disparità va bene, devono essere i singoli ad avere più palle della classe dominante?).
Credo che ci fosse, in queste donne, un bisogno estremo di dimostrare appoggio all’uomo, e distanza dalle tre “femministe, ribadendo quello che avevano detto loro: ovvero che si trattava di un tema frivolo, e che le tre professioniste erano tre pazze, ridicole, e ideologizzate.
Infine, quelle che, colpevolizzando la donna, dicevano che devono essere le donne ad evitare termini che possano scatenare machismo (parole che finiscono con tetta e tette), come se il problema non fosse il machismo dei colleghi. Insomma, siamo ai livelli della donna che viene violentata perché esce con la gonna. E queste sono signore laureate, e non certo in scienze del passeggio.
Nessuna sembrava indignata dal fatto che il 90% dei commenti era di uomini che credevano di avere il diritto di decidere come è giusto che la professionista donna venga chiamata o gradisca essere chiamata.

Infine abbiamo avuto il rigurgito di alcune femministe, “indignate” non tanto del rigurgito machista dei morti di figa architetti, nè della debolezza delle professioniste coinvolte, ma dalla mia precisazione che, a tutela delle persone gender non conforming, genderqueer, non binarie e non amanti del dualismo verbale esasperato, avrebbero continuato a preferire architetto. Nell’articolo dicevo anche che sarebbe interessante sforzarsi di trovare nuove forme, magari neutre, ma questo mi ha causato l’accusa di Hitler, perché ovviamente, secondo loro, è “Hitler” chi vuole garantire la scelta, e non chi invece vuole imporre una desinenza non gradita da tutti (e mi sembra maternalistico dire che chi preferisce architetto è per forza vittima del machismo interiorizzato).

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Come Architetto, come antibinario, non posso tacere davanti al machismo del mio ambiente. Nè su questo assurdo rigurgito di intolleranza e misoginia.
Sono, pero’, sia transgender, sia antibinario, e a cuore mi stanno soprattutto le persone gender non conforming, quelle non rettificate, e quelle di identità non allineata ai due poli (maschile e femminile), che preferirebbero forme neutre e che in un mondo dove la grammatica non è così connotata da A, O, peni e vagine, ci stanno meglio.
Imporre differenze grammaticali di genere (sto dicendo imporre, come unica possibilità) significa mettere a disagio persone non conforming xx ed xy che, in un mondo in cui le professioni esistono solo con quella differenza grammaticale, sentirebbero imposta la vocale sbagliata nei loro timbri.
E per quanto mi rendo conto che per le femministe sia un problema secondario, e che riguarda poche persone, per me è IL problema (ad ognuno il suo, no?).
Se rimanesse la scelta tra Architetto e Architetta, o se (ancora meglio!) si aggiungesse la possibilità di usare forme neutre (progettista, architect), molte persone potrebbero stare meglio, ma questo non sembra importare a molte “femministe”.

A questo punto, dopo aver visto atteggiamenti beceri da uomini machisti, da donne poco consapevoli, da donne ideologizzate, etc etc, mi chiedo davvero se io non abbia fatto bene a scegliere una carriera aziendale, circondato da donne che si sposano, partoriscono, supportate da un contratto a tempo indeterminato, perché non sono soggette ai ricatti della vita al femminile come finte partite iva, in un mondo basato sul binarismo di genere, quello dove a regnare è chi è “forte” socialmente, quindi il solito maschio etero che legge Il Giornale.

 

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La bellezza androgina arriva in Italia: ce ne parla Sharlot Capuana di Trans Models

Dopo diversi articoli sul binarismo della bellezza, sulla bellezza androgina, sul binarismo dei concorsi di bellezza maschili e femminili, e dopo aver raccontato le straordinarie storie di modelli e modelli che sfilano con gli abiti del sesso opposto, intervistiamo Sharlot Capuana, esperta di comunicazione, fotografa e camera…woman, nonché fondatrice della prima Agenzia di modelli e modelle transgender e gender non conforming.

Ciao Sharlot. Parlaci di te. Cosa fai nella vita? Quali sono i tuoi interessi e passioni?

Sono ora una donna transgender, nato negli anni dell’atterraggio sulla luna il 1969, in un tempo, quello del 1900, e con una cifra ambigua e palindroma, il “69”.
Cresciuta nella prima periferia di Milano a Sesto San Giovanni genitori emigranti dal sud Italia a Milano: mamma operaia e padre impiegato postale, che aveva un unico, vero, interesse: dipingere dalla mattina alla sera.

Nel 1975 nasce mio fratello Tiziano: l’amore più grande della mia vita. Nel 1993 Tiziano muore, mio padre si ammala di depressione, già sulla buona strada da prima.
Io invece sbando per 5 anni. Da questo shock fortunatamente traggo il meglio, comprendo a 27 anni che la vita è un flash, che l’avrei dovuta vivere e che nessuno avrebbe potuto dirmi cosa dovevo fare della mia vita. Siamo gli artefici della nostra vita.

Rispetto ai miei amici, avevo i lineamenti del viso molto gentili, direi femminili, capelli castano chiaro, con i boccoli. Avevo molto successo con le ragazzine del quartiere. Infatti avevo possibilità maggiori di trovare la fidanzatina rispetto a miei amici. Ho avuto molte fidanzatine sia da piccolo anche poi quando crebbi: una volta addirittura vennero in due, mi presero da parte e mi chiesero se volevo essere il loro fidanzato. Ricordo che rimasi perplesso non sapevo cosa fare e cosa dire, ma poi dissi: “ma come faccio se dobbiamo uscire andare al cinema in tre?”.
Addirittura ricordo e non scordo una signora che mi disse : rivolgendosi a mia madre: “guarda… che bella bambina!” Guardai mia madre e dissi: “ma mamma! sono un bambino!”

La passione per l’arte arrivò da mio padre, la passione per la comunicazione arrivò dalle mie esperienze lavorative e studi in campo video, fotografici documentaristici. Lavorai e viaggiai per la stampa come fotografo, per la televisione come cameraman e video-reporter per una trasmissione video-cine-giornalistica documentarististica che andava in onda su RAI 2 in prima serata, condotta dal Giornalista Michele Santoro, questa esperienza lavorativa durata 8 anni con giornalisti al tempo poco conosciuti e ora molto noti. Questa esperienza mi formo sia lavorativamente parlando, sia a livello di crescita personale e di formare il mio caraterete in modo esponenziale.

La mia sessualità ad un certo punto mutò, era dentro di me, ma non capivo, ero già grandicello, avevo avuto molte belle ragazze. Ad un certo punto mi resi conto che ero attratto da le donne non perché le desideravo fisicamente anche se, si, ci ho fatto l’amore tante volte. Mi resi conto che mi piacevano da morire perché desideravo essere come loro! Da qui nasce anche la mia passione per la moda, ammiravo le modelle studiavo la loro bellezza, il loro portamento ma ancora inconsciamente.
Quando presi coscienza della ma vita sessuale cambiò radicalmente tutto intorno a me, non trovai più lavoro, mi staccai dalle amicizie, mi isolai per incominciare la mia transizione da uomo a donna. Dopo qualche hanno incontrai l’amore ed eccomi qua.

Ora sono Sharlot Capuana una donna transessuale, la mia passione il mio amore più grande è la fotografia ed è il modo con cui ho scelto di esprimermi di comunicare.
Amo l’arte in genere e ogni forma di comunicazione espressiva mi incuriosisce molto, come la moda ad esempio, amo la natura e fare sport correre e nuotare mi piacciono le arti marziali che ho praticato da maschietto per ben 7 anni da cui ho preso fierezza ed ho eliminato la paura ad affrontare le persone a testa alta e controllando sempre le situazioni che mi circondano nella vita.

Cosa faccio nella vita ? Ora sono una casalinga, mi occupo della casa dove vivo con il mio amore Costantino l’uomo che ho scelto di sposare.
e nel frattempo sto cercando di “ri-crearmi” una nuova posizione lavorativa e coltivo la mia immensa passione la fortografia, un processo che va avanti da tanti tanti anni .
Quello di cui sono sicura e che ho trovato finalmente, dopo anni di domande e profonda ricerca interiore, cosa devo raccontare fotograficamente!
Da questa lunga e profonda riflessione, ho compreso che è l’identità di genere che devo raccontare! Devo raccontare “il mio tempo” devo cercare di trasmettere a traverso la fotografia una nuova realtà, le nuove sessualità. Indago dall’interno, perché sono immersa in questa realtà, che è appunto un evoluzione dei genere sessuali un cambiamento epocale della cultura sessuale del mio tempo.

 

Come nasce l’idea di TransModels?

L’idea nasce da un articolo di giornale che ho letto esso parlava della prima agenzia di modelle/i transgender aperta a New York City.
Poi il fatto che è ho una forte passione per la fotografia di moda e la motivazione trainante probabilmente e che sono una donna e una fotografa transgender.
Tutti questi elementi insieme, mi hanno spinto naturalmente a cercare di fare la stessa cosa qui a Milano.

 

Dove siete? che rete di collaborazioni avete?

In Facebook c’è la pagina dell’Agenzia Trans Models Milano, per il momento non esiste una sede fisica o meglio esiste ma è casa mia… dove ho fatto i primi shooting con aspiranti modelle, naturalmente arriverà il momento che dovrò pensare ad una sede fisica adeguata per l’agenzia.
Collaborazioni? Bel punto di domanda! Da pochissimo mi ha contattata una ragazza che mi ha trovata perché ha letto l’articolo di giornale che Repubblica.it ha redatto sulla Agenzia Trans Models Milano. Ludovica il suo nome, ha esperienze lavorative presso agenzie di moda a Milano, si è proposta per collaborare con l’agenzia: ora valuterò.
Colgo occasione per comunicare che chi fosse interessato a collaborare può contattarmi a questa E-Mail: ag.transmodel@gmil.com, perché da sola non non riuscirò a coprire tutti i compiti necessari per far funzionare l’agenzia.
Non vi nascondo che sarei contenta se i miei collaboratori fossero persone trans.

Qual è l’obiettivo?

L’obiettivo, ma non è l’unica aspirazione, è quello di crearmi un lavoro e di conseguenza è di offrire opportunità lavorative alle persone transgender e LGBTQI.
Inoltre, cercherò di promuovere “carattere” e “personalità”, non solo corpi.
Darò precedenza e preferenze a persone che posso proporre lavorativamente parlando: certamente dovranno essere persone affidabili e sveglie, che si sanno relazionare con la società circostante in modo educato e gentile.

Cerchi modelli transgender in entrambe le direzioni di genere? E riguardo alle persone genderqueer?

Certamente cerco persone modelle e modelli transgender mtf e ftm.
Sono inoltre aperta a tutti i generi, e non generi: in realtà a l’agenzia non interessa “cosa sei o non sei” non importa, non porrò mai domande del genere per la selezione di modelle o modelli.
A me interessa, l’espressione dell’individuo, le caratteristiche del viso, del corpo.
Cercherò di proporre modelli e modelle uscendo dagli schemi di bellezza già prefissati nella società.
Posso dire che questo sta già accadendo. Ad esempio, Getty Images, agenzia fotografica dalla fama mondiale e con un archivio fotografico stellare, ha già aggiornato i sui hashtag proponendo modelli femminili comuni fuori dagli schemi preconfezionati.
Stiamo cavalcando l’onda! Avverto, questo è il tempo giusto per muoversi e per iniziare ad abbattere definitivamente tutti i muri che ci dividono dalla società di oggi e per quella di domani.

Perché la bellezza è “binaria”? Come e quanto si sta diffondendo il concetto di bellezza dell’androginia?

Riguardo all’androginia, mi piace pensare di avere un certo occhio, che mi permette di scoprire singolarità. Forse è presunzione la mia, ma forse è solo fierezza di essere quella che sono e coraggio misto a convinzione e al desiderio di voler mostrare altro rispetto al solito, al già visto.
Ed è solo mostrando un’immagine “messaggio” che il pensiero gradualmente muta. E’ un processo di comunicazione e solo con la larga diffusione del messaggio, qualunque esso sia il messaggio, che si sviluppa un processo evolutivo del senso comune in una società, che sia positivo o negativo: un processo lento, per chi osserva.
Se il pensiero, però,  deve svilupparsi, e se questo è il suo tempo, prima o poi si svilupperà, se è ora!
lo farò come un fiore che spunta dall’asfalto, abbattendo tutte le barriere e le difficoltà.
Lo stesso processo di inclusione da parte della società, di noi persone transgender è in evoluzione ed questa evoluzione è mutata di peggio in meglio, attraverso il tempo.
Ricordo perfettamente la progressione, perché ci sono dentro e seguo l’evoluzione.
Se dovessi definire il mio ruolo su questa terra in questo tempo nella società in cui vivo mi definirei con questo ruolo è “osservatrice” da questo appunto nasce la mia più grande passione, la fotografia, la curiosità e l’entusiasmo per la natura e la scienza.

 

Alcune modelle che lavorano nella moda come indossatori per abiti da uomo.
Altri, modelli uomini, sfilano per capi femminili.
Cosa sta succedendo? è positivo?

Si è positivissimo, succede che delle realtà che prima erano meno evidenti, perché immature per il commercio, ora sono pronte per essere colte e gli stilisti come creatori di moda e costume, essi sono i primi a cogliere il frutto maturo e mostrarlo, alla sfilata popolare della Milano Fashion Week di turno.
Posso dire, che scattando fotografia Street Style (fotografia che osserva lo stile la moda delle persone per la strada) ho imparato moltissime cose, soprattutto durante le Milano Fashion Week. Ci sono abiti che trovo eccessivi, abiti che non sono assolutamente paratici, abiti orribili, abiti bellissimi. Tutto di pende dal proprio essere, dalle proprie esperienze, dalla propria bellezza interiore, da quello che si è visto e vissuto… dall’arte che è dentro di noi italiani, ma tutto poi in fine diventa molto personale e racconta chi siamo le nostre tendenze sessuali, il nostro ceto sociale: la moda ci posiziona ci definisce in una categoria, cosa che a me non piace. Non amo essere alla moda o, meglio, posso essere alla moda perché porto un capo che è di moda, ma lo indosso creando un il mio stile personale.
Sono felice se gli stilisti riescono a soddisfare l’esigenze di un gay. Ad esempio, un uomo potrebbe desiderare di portare un vestito simile a quello di un donna, ma che è stato disegnato per essere indossato da lui. Forse la cosa mi meraviglierà un po’, ma solo inizialmente. Alla fine è solo un abito! dentro c’è una persona, ed è quello deve contare! C’è chi si veste per coprirsi, e c’è chi si veste con style ! Entrambe le persone sono degne di rispetto.
A me piace moltissimo vedere le donne vestite da uomo con pantaloni giacca camicia bianca e cappello Borsalino: adoro questa visione, forse romantica.

Che ne pensi di Andrej(a) Pejic? Quando viveva ancora al maschile è stata scelta come modella per un reggiseno.
Penso sia bella la sua figura molto femminile, e non mi sarei accorta di nulla se non l’avessi letto. Come le donne che non hanno molto seno o lo hanno leggermente accento, la trovo sexy lo stesso. L’idea dei pubblicitari e del marchio non fa una grinza… se sta bene indossato da un uomo androgino, figuriamoci da una donna!

 

Tempo fa il blog aveva parlato di bellezza androgina, mostrando volti della moda e del cinema: vogliamo commentare insieme?

Le trovo molto intriganti e belle… sarà la tanta curiosità per l’ambiguo… spero di trovare soggetti simili per la mia agenzia.

Tempo fa ho parlato nel blog di miss e mister Italia e anche di miss e mister trans. Alla fine premiano quasi tutti (cis e trans) modelli estetici binari. Tu che ne pensi?

Penso che se questo è il modello preconfezionato del tempo. Questo è quello che la folla, la massa, il gregge desidera.
Essere donne transgender col seno e sedere grosso, anche sproporzionati, è essere donne oggi? Per gli uomini è avere i muscoli ?
Se ci si pensa, è come la moda: indossano un certo capo perché non sanno scegliere, non ne hanno la capacità la cultura, il gusto.
O tutti mangiano da MacDonald perché è facile e si risparmia.
Poi se si pensa alla chiesa… idem, chi non ha testa per pensare appunto !
Per il gregge la chiesa c’è, gli da da pensare, detta loro quello che è giusto da quello che è sbagliato. Penso, quindi, che sia semplicemente questione di cultura e intelligenza.
Un famoso pubblicitario disse: “volete la merda ? E io vela do!” per quello che mi riguarda questi non sono i miei modelli di bellezza, non mi piacciono ma li rispetto, standogli però lontano, anche perché mi sarebbe difficile intrattenere un discorso con persone così evidentemente superficiali.

 

Perché per una persona transgender è importante essere su Linkedin

I contatti filtrati permettono alla persona “gender non conforming” di valorizzarsi senza l’imbarazzo del nome non rettificato, dell’aspetto non conforme, ponendo l’accento sulle competenze, le visioni della vita e del mondo del lavoro.

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Linkedin è il social media che più aggiorno e sviluppo.
Non è un segreto che il tema “transgender e in carriera: si può” sia uno dei miei preferiti e maggiormente congeniali, come non è un segreto che io faccia parte di quella categoria di persone T che al liceo erano bullizzate non solo come T ma anche come nerd, e che negli anni abbia fatto di questo un punto di forza, interessandomi di Seo, social media management, personal branding, net branding, web content management, content marketing, blogging, storyteling, sociologia del contatto filtrato,e di tutte quelle strategie che permettono a un nerd di atteggiarsi da Geek, Enfant Prodige, Zuckemberg dei poveri, Millennial rampante e compagnia cantante.

Credo che sia facile, per una persona di aspetto “not conforming”, sentirsi più a proprio agio tramite un mezzo filtrato, ed è per questo che ho sempre mal tollerato le vetuste cariatidi di entrambi i sessi e le loro filippiche contro la modernità: internet è una risorsa, mette in primo piano te, le tue idee, le tue competenze, o, se vogliamo fare i trendy, “skills”.

Lo hanno ben capito tutti gli attivisti da tastiera, aspiranti “influencer”, appartenenti alle mille sfumature tra omo ed etero, e tra cis e trans, che avrebbero molto meno spazio se si proponessero dal vivo in ambienti colonizzati da identità “tradizionalmente diverse”.

I giovani transgender non medicalizzati, genderfluid, non binari etc etc sono molto abili nel destreggiarsi tra Facebook, Twitter, Google+, e tutti quei simpatici aggregatori che permettono di spammare, senza le dovute differenze di sfumature, spesso necessarie, lo stesso contenuto su mille social.

I social su cui però spesso le persone gender not conforming non approdano sono quelle che potrebbero accrescere il loro net branding dal punto di vista professionale, come Academia.edu o, ancora prima, Linkedin.

Me ne sono reso conto quando, importando il file XML della mia rubrica gmail sul mio profilo Linkedin (precedentemente riservato alla mia rete di contatti professionali), le uniche figure importate erano quelle di persone cisgender.

Le persone trans, soprattutto quelle non rettificate, non erano quasi mai presenti.
Vorrei quindi dare una mano alle persone trans in tal senso, sia quelle soddisfatte della propria carriera, sia quelle in cerca di nuove opportunità, sia quelle che vogliono compiere su loro stesse un “orientamento” rispetto alla loro professione: quelle che, in altre parole, vogliono “transizionare” di professione.

I primi scogli sono quelli del nome anagrafico e della foto. Mi permetto di dare consigli in tal senso perché il mio profilo Linkedin è molto seguito e apprezzato, almeno secondo le statistiche del portale stesso (sono il quinto contatto in una rete di cinquemila e il primo nella mia rete aziendale di duecento persone, e il mio Social Selling Index è all’80%), quindi penso che i compromessi da me proposti siano interessanti, o almeno da prendere in considerazione.
Forse non è intelligente aiutare altri a trovare lavoro, ma è pur vero che quasi nessuno di voi è Architetto, Bim Specialist, 3D Visualizer, né credo che vi occupiate di certificazioni energetiche, modellazione e rendering et similia…e comunque per me è sempre un piacere aiutare le persone transgender a migliorare il loro personal branding, perché più saranno visibili le qualità delle persone T, più tutta la comunità  T e i suoi singoli membri avranno prestigio e credibilità professionale.

Per quanto riguarda la foto, i migliori manuali consigliano un bel primo piano. Personalmente ho preferito una foto che mi inquadrasse non troppo da vicino, che mi raffigurasse in abiti maschili, ma non inequivocabili (non ho la cravatta) e la cui distanza dall’obiettivo permettesse all’osservatore di avere dubbi sul mio genere.
Personalmente chi mi contatta si rivolge a me al maschile, ma è anche vero che di solito si tende a rivolgersi al maschile a tutti i profili senior (per via del maschilismo vigente) e in generale alle persone di cui si ha dubbi sul genere (soprattutto se prive di “orpelli” femme). Questo è il sistema con cui ho risolto la mia personale situazione, ma ovviamente le soluzioni sono tante, e vanno sperimentate: la foto scelta deve farci sentire a nostro agio, e se ci rappresenta poco non lo saremo: sarebbe come presentarsi a un colloquio con un vestito che non è il nostro, e che non si pensi che dietro un monitor, compartecipando con un avatar, sia tanto diverso.

Per quanto riguarda il nome, Linkedin preferisce un nome ed un cognome, ma non credo siano fiscali per quanto riguarda la corrispondenza anagrafica. Se avete fatto coming out nella vostra rete professionale, o di ex studenti, professori e colleghi, vi consiglio di mettere direttamente il nome d’elezione e il nome che userete nella vostra vita professionale futura.
Nel mio caso ho preferito non inserire nè il nome anagrafico nè quello d’elezione, poiché preferisco valorizzare il cognome, che mi rende riconoscibile anche con vecchi contatti persi da decenni, a cui posso dire di me dopo che mi hanno aggiunto alla loro rete (diversamente da facebook, su Linkedin, a meno che tu non abbia il profilo premium, puoi messaggiare solo con chi è già nella tua rete). Inoltre io faccio un lavoro in cui firmo e personalmente preferisco spiegare in un secondo tempo il discorso nome d’elezione e nome anagrafico.
Alcuni professionisti (cisgender) decidono di mettere il titolo al posto del nome (Ingegner Carmelini), e, anche se la cosa non è particolarmente ben vista dal portale, viene tollerata.
Altri decidono di inserire un alias, che è l’alias con cui sono conosciuti, ad esempio, come blogger, o è il nome del loro progetto da freelance. Anche su questo punto, scegliete la soluzione a voi più congeniale, e non credete a chi vi dice che un profilo “ambiguo” sotto l’aspetto del genere non viene cliccato: io ricevo un sacco di proposte, nonostante probabilmente molti di loro abbiano dei dubbi sul mio genere.

Degli “handicap” comunicativi come una foto e un nome poco chiaro, in un mondo binario in cui non sapere il genere di una persona disorienta e non poco, devono essere compensati da una concretezza esasperata dei contenuti del profilo: quindi non abbiate vergogna, e compilate, compilate dettagliatamente mettendo precisi riferimenti ai luoghi dove avete lavorato e dove eventualmente vi referenzierebbero perché hanno un buon ricordo di voi.

Aggiungete ex compagni di scuola, di università, di lavori precedenti, ex capi, ex professori e, mi raccomando, chiedete loro la conferma delle skills oltre che delle referenze. Al limite, per incentivarli a farlo, fate anche voi un primo passo e referenziateli: un profilo senza nome e senza foto chiara deve essere ineccepibile rispetto a tutto il resto.

Capitalizzate le vostre attività extralavorative. Avete fatto attivismo? Avete tenuto blog e forum per anni? So che la tendenza è quella di ragionare con la mente dell’altro (e la mente dell’altro, guardacaso, è transfobica), ma non dimenticate che Linkedin è un portale straniero, e quindi gli algoritmi sono pensati con la logica dei portali stranieri, e all’estero non è un handicap essere un attivista, un blogger, un influencer, un opinion leader.
Non pensate a quanto queste attività siano lontane dalla vostra professione: alcune capacità acquisite nell’attivismo vi arricchiscono in generale come persone e come lavoratori: team building, problem solving e tanto altro.
E le notti a tradurre testi genderfluid dall’americano? Ci avranno skillati dal punto di vista delle lingue straniere? Si? Che aspetti: compila! 😀

Sei fermo da un po’ e non hai completato gli studi? Lanciati verso le nuove professioni legate al digitale. C’è grande richiesta di webdesigner, grafici, impaginatori, e tutto questo puoi impararlo a costo zero.
Grazie agli attivisti Opensource esistono un sacco di risorse free: Inkscape e GIMP per il disegno vettoriale e raster, Scribus per l’impaginazione (sarebbe bello che pubblicassi i tuoi saggi in pdf su Academia.edu, piuttosto che farli perdere nei meandri di qualche piattaforma blog che potrebbe non essere online tra qualche anno), e via via una serie di programmi free che variano da settore a settore (per noi renderisti ci sono Blender e Sketchup, ma scommetto che digitando su google “opensource” legato a concetti relativi al tuo settore troverai un programma free pronto ad essere imparato da te in poche ore di lavoro e olio di gomito!)
Il bello dei programmi opensource è la quantità infinita di materiale didattico free (video e in pdf) che gli sviluppatori e gli affezionati hanno prodotto e lasciato online.
Se tu volessi reinventarti come grafico imparando, per esempio, GIMP, troveresti con facilità diverse guide PDF anche solo cercando “guida pdf gimp” su google.
Se poi hai la fortuna di avere le licenze di papà nel tuo pc, allora ti informo che è facile reperire guide e videoguide anche di software non free.
Oggigiorno molti formatori del digitale hanno smesso di fare corsi a pagamento e li mettono gratuitamente sui loro canali youtube, avendo poi un ritorno di immagine nel loro settore o i proventi che google dà ai migliori e più cliccati youtubers: quindi non sentirti un ladro se ti sta formando gratis…pensa che il formatore ha i suoi interessi o, chi lo sa! Magari è solo narcisista 😀
Se preferisci invece la formazione tramite guide tradizionali, troverai su google un sacco di dispense in PDF di professori universitari, spesso nei siti degli atenei. Ce ne sono parecchie, ad esempio, su photoshop, e immagino non sia difficile trovarne relative ai programmi del tuo ambito.
Impegna qualche mese in questo e vedrai che le opportunità arriveranno, oltre a sentirti meglio tu (ci si sente bene quando si lavora per migliorare se stessi e imparare cose nuove).

Fatti un sito. Ormai molte piattaforme permettono di fare siti free e senza conoscenze di html e altri linguaggi. Fai un bel sito/biglietto da visita, e linkalo in tutti i tuoi social. Già solo farlo, scegliere i contenuti da mettere dentro, e a cosa dare priorità ti aiuterà a auto-orientarti professionalmente.

Il tempo che linkedin e i portali relativi alla crescita professionale richiedono non è inferiore a quello che richiede facebook, ma la magia è che sarà un esercizio di disintossicazione dai social generalisti, dalle conversazioni che non portano da nessuna parte, dalle polemiche sul sesso degli angeli che tanto inquinano il nostro mondo e che tanto tempo ci portano via.
Una volta un mio amico venne a casa mia per essere aiutato “coi social” a cambiare lavoro. Mi diede il suo pc e alla fine del mio operato non gli avevo aperto nuovi social…gli avevo solo disattivato facebook 😀

Impara a coltivare i tuoi social media in modo professionale. Hai presente tutto il tempo che impegni su Facebook? Mettere like, condividere status, scriverne di tuoi…ecco: impegnalo su Linkedin (che ha le stesse funzioni), e il tuo profilo scalerà le classifiche (e su questo ti consigli di monitorare sempre le statistiche per vedere come ti piazzi rispetto a ex colleghi, ex compagni di scuola e …cugini).
Postare e condividere su linkedin ha un doppio vantaggio: scopri che i tuoi amici cisgender sono “sul fallito andante” al livello professionale (e quindi smetti di pensare che il problema è che sei trans), e soprattutto ti dis-alieni alla monomania dell’identità di genere.
Facebook è un mondo vasto dove il tema di una bacheca lo fa anche la rete di amici, e se i tuoi amici sono tutti, che ne so, buddhisti, alla fine avrai tremila like quando posti aneddoti sulla vita del buddha o suoi “aforismi” e nessuno quando parli di qualcos’altro: alla fine sarai spinto a parlare solo del buddha e di quanto è bello e appagante essere buddhisti.
Ecco: su linkedin avrai l’opportunità di dire la tua sul mondo del lavoro, delineare i tuoi punti di vista, vedere chi la pensa come te, aggiungere o seguire professionisti interessanti, e spiare il mondo del lavoro, le sue dinamiche e i suoi cambiamenti, per ri-modellare il tuo profilo in modo che sia più “sexy” per il mondo del lavoro.

Solo su una cosa ti metto in guardia: stà lontano dagli sciacalli della crisi. Non impelagarti presso guru, santoni, formatori, motivatori, che cercheranno in tutti i modi di illuderti che la crisi non c’è e il problema sei tu. C’è un sacco di gente, o proprio un’intera categoria professionale, che sta lucrando sulla crisi.
Aggiungi prima persone della tua vita reale e virtuale (anche se non connesse al tuo settore): tuo cugino fa numero, e se fa numero il tuo profilo cresce 😀 e poi, quando avrai finito, aggiungi persone interessanti del tuo settore, potenziali colleghi, capi, recruiter, clienti, ma non farlo finché non avrai sistemato il tuo profilo, o potresti “bruciarteli”.

Se vorrai, per curiosità, potrai aggiungermi a Linkedin. Un lettore è sempre ben accetto nella mia rete di amici. Potresti notare che molte delle strategie che consiglio non le uso in prima persona,che le mie “skill” sono tutte banalissime competenze relative all’uso dei software del mio settore o delle competenze relative alla mia laurea, ma questo dipende solo dal fatto che io ho un profilo formativo e professionale abbastanza progressivo e standard, mentre i consigli che dò sono rivolti soprattutto ai giovani in cerca di nuovi stimoli.

Che altro dire? Tutti noi sappiamo quanto è brutto affrontare il mondo del lavoro, o un colloquio, quando sei gender non conforming e non sai mai quando dire di te, se dire di te…ma alla luce di questo perché non lasciar parlare un social professionale piuttosto che gettarsi nel mare magno dei cv inviati e guardati dai recruiter con la coda dell’occhio?

Forse questo articolo ti lascia perplesso/a, e ti capisco, ma è anche vero che i tentativi che noi facciamo per migliorare la nostra vita in qualche modo ci gasano, anche quando non sono efficaci, o non lo sono sùbito.
Del resto essere trans non significa dover avere sempre (anche nella ricerca del lavoro) un piano B?

Una persona vincente e in carriera, transgender, su linkedin
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Lei

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“Lo faresti lo stesso se fossi sotto un altro top manager?”
Dall’altro lato vi era un imbarazzato silenzio.
“Dove sbaglio? Sono troppo colloquiale con voi? Dovrei fare come gli altri? Che si fanno rispettare?”
Dall’altro lato un impassibile sguardo.
Chissà cosa pensava. Forse, che a dire queste cose mi spinge quell’insicurezza di vedermi, come immagine, meno maschio degli altri manager. E’ come se temessi che vedessero la mia debolezza, che non mi percepissero come un maschio Alfa, che possano prendersi gioco di me lavorando poco e male, parlando alle mie spalle.
Mi guardo allo specchio, in bagno, dopo la riunione.
Adesso porto qualche millimetro di barba. Fino a qualche anno fa, un impiegato con la barba sarebbe stato visto come trasandato, ma adesso pare che faccia addirittura chic: tutto frutto di una cultura di zecche e di hipster che non condivido, ma cosa potrebbero pensare se io adesso fossi l’unico a non avere la barba?
Mi sciacquo il viso, ma non devo rimanere troppo in bagno. Potrebbero pensare che sono una mammoletta, come le donnine che vanno ad incipriarsi il naso. Mentre mi sciacquo tiro leggermente indietro i capelli. Inizio a stempiarmi, leggermente, anche se probabilmente sono l’unico ad essersene già accorto. Ahimè, sta succedendo nonostante il quintali di Minoxidil che uso senza troppo farmi notare da mia moglie.
L’aria è pervasa da un forte odore muschiato. Avrò esagerato col dopobarba?
Vedo quelle del quinto piano ciarlare sottovoce quando passo davanti a loro. Credo che mi abbiano addirittura ribattezzato col nome del forte profumo speziato che uso.
Credo che qualcuna abbia pure cercato su internet e ne abbia regalata una boccetta al fidanzato, magari immaginando di essere con me, mentre fa l’amore con lui.
Adesso è ora di tornare in ufficio. Noi top manager non abbiamo di certo le pause centellinate da un tassametro, ma è anche vero che se i polsini si bagnano magari si rovinano i gemelli.
Torno in ufficio. Ci lavoro da tredici anni ma ancora non lo sento come un posto rassicurante e mio. Dietro di me una vetrinetta con la collezione di pipe e di sigari dal mondo, e le Mont Blanc col pennino d’oro. La scrivania è enorme, e quasi vi scompare sopra la foto del mio matrimonio e la foto coi miei figli. Nella foto del mio matrimonio indosso il frac che lei aveva scelto per me. Ho i capelli tirati indietro. Lei è un’esplosione di femminilità: sopracciglia ad ala di gabbiano, capelli fatti crescere apposta per le nozze, e poi tagliati, da rituale, durante il viaggio di nozze. La gonna è gonfia e vaporosa, i gioielli sono tutti coordinati, e le dànno luce al suo viso.
Nella foto coi bambini ho un’aria triste, assente. Non dedico loro abbastanza tempo e lo so.
Sistemo ancora alcune carte e poi vado via: devo sbrigare un po’ di commissioni prima di tornare a casa.
Passo alla grande Coin all’angolo. All’ingresso una signorina mi accoglie indicandomi il reparto da uomo. Mi sento in dovere di darle spiegazioni. E’ una sbarbina che si e no avrà la terza media: perché uno come me dovrebbe darle spiegazioni?
Mi dirigo nel reparto femminile per comprare un regalo immaginario per una donna immaginaria.
Stringo tra le mani, senza farmi notare, un reggiseno le cui toppe setose rosa antico scivolano tra i miei polpastrelli. Ho il terrore che una donna, una cliente del negozio, mi veda e pensi che io sia un pervertito.
Mi dirigo a casa senza comprare niente. Mia moglie è paranoica, e pensa sempre che io dedichi quel poco tempo tra famiglia e lavoro a un’altra donna. Non sa quanto, ironia della sorte, abbia ragione.
Entro in casa, lei è in bagno con una delle sue mille maschere anti-age. Ha proprio ragione Fulvio, il mio amico del calcetto, a dire che a noi uomini le donne piacerebbero anche se fossero tutte in tuta, eppure lei spende, spende metà del mio stipendio, a comprare creme anti-qualcosa che non ha. Se dicessi che il suo viso è setoso come quando ci conoscemmo, a dodici anni, non mi crederebbe.
Ricordo i primi baci con lei, alle scuole medie. Setosa era la sua pelle, e setosa era la mia. Ricordo che in quegli anni c’erano i cartoni animati delle guerriere Sailor, e una di loro, che nella vita diurna era un bel ragazzo, per difendere la terra si trasformava in ciò che realmente era: una ragazza, una guerriera. Nel cartone animato la crisalide guerriera aveva una relazione con la bella e femminile protagonista, si univano in un bacio, e in me si scatenavano ingenue e infantili fantasie quando baciavo quella che sarebbe diventata mia moglie. I cartoni animati dell’epoca, dell’inizio degli anni novanta, erano una continua ispirazione per persone come me. Ranma baciava Akane quando era trasformato in ragazza, e mentre i miei compagni guardavano i porno di Rocco Siffredi, le mie fantasie sessuali consistevano nell’immaginare Xena ed Olimpia, immaginare di essere la protettiva virago Xena che si prende cura della dolce Olimpia.
Dovetti arrivare alle superiori per capire realmente. Ricordo quel pomeriggio, al cineforum della scuola, in cui, a causa dell’indisponibilità del film programmato, proiettarono “Tutto su mia madre” di Almodovar. C’erano i viados di strada, sieropositivi e dediti al meretriciato. All’inizio del film si vedeva che, quando ancora erano uomini avevano delle mogli, e pensai che fossero solo errori di gioventù. Grande fu la sorpresa quando scoprii che anche dopo che erano diventate donne avevano continuato ad amare le donne, metterle incinte, e persino contagiare loro l’hiv.
Era tutto così squallido, ma per un attimo io non mi ero più sentito solo. Non ebbi il coraggio di intervenire nel dibattito dopo il film, nè di parlarne con lei.
Passarono molti anni, anni in cui, a parte l’emozione di quel momento, conobbi molte figure di uomini che, come me, si sentivano donna. C’era Platinette, c’erano le ragazze del Grande Fratello, c’era Efe Bal, ma io mi sentivo così lontano da loro.
Per anni decisi di custodire un segreto, un segreto che mi porto avanti da quando, da bambino, mia sorella maggiore si divertiva sadicamente a vestirmi da donna, mettendomi un suo reggiseno e due arance dentro al posto delle tette, mi truccava posticciamente coi suoi trucchi plasticosi, e poi iniziava la sfilata. Lei rideva di me ma io,  a sua insaputa, ricordo con tenerezza quelle esperienze. Ricordo che leggevo di nascosto i suoi Cioè per capire il mondo delle ragazze. In parte io volevo capire le ragazze, che mi iniziavano a piacere, in parte io avrei voluto essere una di quelle ragazze che scriveva alla rubrica della bellezza e chiedeva consigli su come depilarsi.
Di anni, però, ne erano passati tanti. Avevo conosciuto il corpo femminile, tramite quello di mia moglie. Ci siamo sposati vergini, per via delle pressioni dei suoi genitori, testimoni di Geova, che l’avevano indottrinata in tal senso, ma questo veto autoimposto nei riguardi del sesso penetrativo ci diede la possibilità di sperimentare, da giovanissimi, il petting e le coccole, tutti quei rapporti che, non coinvolgendo direttamente i genitali, non ponevano tra noi una grande asimmetria. Saremmo potuti essere due uomini, due donne, due figure androgine, due anime affini. Nei rapporti non sono mai stato bravo o esperto. Abbiamo imparato insieme. Quando la toccavo, quando toccavo il suo corpo giovane e vellutato, per un attimo immaginavo di fare l’amore allo specchio.
Solo così riuscivo a provare piacere: immaginando che fossimo due ragazze lesbiche. Lei non lo ha mai saputo o immaginato, o almeno, spero.
Adesso lei è nel suo bagno. Ne abbiamo due in casa. Il mio è spartano. Giusto uno spazzolino elettrico e un regolatore per barba. Il suo bagno, un regno a me precluso, è un paradiso. C’è la zona trucchi, ordinati per funzione e tonalità, la zona prodotti per capelli, la zona con le creme, il peeling, lo scrubs, l’igiene personale. Chiude a chiave la stanza per evitare che i bambini entrino e rompano le sue trousse di cristallo, ma una volta sono riuscito ad entrare, mentre lei era al Lyons Club con le amiche.
Ricordo che quella sera il mio volto era diventato dolce e gentile sotto le pennellate dei prodotti che allora così maldestramente usavo. Ricordo che mentre il mio volto veniva liberato dalle tracce di spigolosità e virilità, l’emozione divenne piacere, un piacere erotico, un’esplosione liberatoria.
Oggi ho una cassetta degli attrezzi, in garage, ma dentro ci sono i prodotti che compro per me, dicendo di comprarli per una ragazza immaginaria. La mia pelle è più scura della sua, avrei avuto comunque una mia trousse personale, anche se io e lei fossimo state complici, anche se ho imparato col tempo, su internet, che la tonalità deve essere sempre leggermente più chiara.
Spesso la mia unica possibilità per essere me sono i viaggi di lavoro. C’è sempre un giorno libero che ci dànno, per visitare città straniere, e io lo dedico per stare in queste lussuose camere, da solo, ed essere me stessa.
In lussuosi negozi e centri commerciali compro regali per mia moglie e per Lei. Li divido prima di fare i bagagli del ritorno. E’ quello il momento più triste per me, in cui la chiudo, mi chiudo, in una valigia per ritrovarmi chissà dove e quando.
Lacrime quando lo struccante mi porta via dal mio viso.
Spesso compro a mia moglie cose non dissimili da quelle che compro per me. Quando fantastico su di me al femminile non c’è mai, accanto a me, un uomo. Non vivo fantasie con un uomo accanto per far esaltare la mia femminilità. Accanto a me vi è sempre una donna, una donna femminile. E’ per questo che spesso compro a mia moglie gli stessi accessori che compro o che vorrei comprare per me stessa: vedendoli indossare in mia presenza è come veder vivere in lei una parte di me, quella parte che non può esprimersi.
Lei non sa, non sospetta. Del resto…come potrebbe? Non mi abbandono mai ad estetiche o comportamenti ambigui. Io devo essere maschio, e non so se lo devo a me o agli altri.
Nelle ultime settimane ho pensato di farmi un piccolo regalo. L’accenno di barba mi permette di far crescere un po’ i capelli, ma mia moglie dice, con voce serena ma impenetrabile, che come capelli lunghi, in questa coppia, bastano i suoi, e che sarebbe gelosa se i miei dovessero risultare più belli.
Quando eravamo giovani ascoltavo David Bowie e Marylin Manson, insieme ad un sacco di altre rockstar glam, in cui uomini super etero e machisti camminavano sui tacchi degli stivaletti da cow boy, portavano lunghe chiome cotonate e parlavano in falsetto. In quegli anni, con la scusa del glam, e nascondere i miei esperimenti di femminilità dietro alla mera imitazione di super maschi animali da palco. Avevo lunghi capelli neri, e lei ne era un pò invidiosa, ma le piacevano. Frequentavamo un locale a tema, dove lei mi accompagnava entusiasta. Spesso, prima delle serate in cui andavamo li a bere birra e vodka ed ascoltare musica dal vivo di gruppi più o meno mediocri, andavamo da me in mansarda, dove lei mi aiutava a prepararmi. Smalto nero, trucco agli occhi, e piastra ai capelli. A volte mi metteva anche il suo rossetto nero,  e io mi sentivo un po’ come quando mi sorella mi conciava a festa, con la differenza che stavolta ero con la donna che sarebbe stata la mia compagna di vita. Ricordo come quella piccola trasgressione, all’insaputa dei suoi genitori bigotti, ci eccitava moltissimo entrambi, e ricordo molti baci in cui le nostre labbra si incrociavano scambiandosi rossetto nero ed argentato,e finivamo a fare petting spinto,per poi fermarci bruscamente per non finire a far l’amore. Quel rapporto completo non lo voleva lei per non perdere prematuramente la sua “virtù”, ma non lo volevo neanche io. Avrebbe distrutto la mia fantasia di noi due amiche, complici ed amanti. Non so se ad eccitarci c’era il fascino del proibito, o se in quei momenti, in cui le nostre lunghe ciocche nere si confondevano, mentre lei mi baciava il mio petto piatto e senza peli, e mentre mi riempivo del suo profumo vanigliato, vivevo l’illusione di congiungermi con l’uguale in un’alchemica simbiosi.
Era bello che questa fantasia continuasse anche dopo, quando al locale, mentre ci baciavamo, ci scambiavano per due ragazze ubriache e sporciaccione.
Cosa è rimasto di quegli anni? Oggi siamo intrappolati in una cavalleria rusticana di ruoli scritti da altri, come se fossimo i burattini in uno spettacolo di un artista di strada, che si muovono, si, ma solo tramite movimenti rigidi e rigorosamente previsti.
Dal lavoro, spesso, eludendo il firewall e navigando in anonimo, cerco uomini come me su internet. Ho trovato una mailing list, anni fa. Non sono sicuro che ci siano uomini coi miei desideri e con le mie fantasie, ma mi rassicura che abbiano una moglie, e che il loro principale problema sia come dirlo a lei.
Mi sentirei molto a disagio in un forum di omosessuali. A dire il vero mi sento sempre molto a disagio quando vedo un omosessuale, o quando qualcuno può, per qualche ignoto motivo, pensare che io lo possa essere. Per questo ho sempre paura a relazionarmi in spazi virtuali che potrebbero essere pieni di persone che si dicono simili a me, ma sono in realtà omosessuali che fanno le femmine.
Quando trovai quella lista virtuale, a breve avrei visitato Napoli per lavoro. Avevo conosciuto Jennifer, una sorellina di quelle parti, e ci saremmo viste per un confronto, davanti ad un caffè.
Quella volta avevo deciso di non usare solo l’albergo fornito dall’azienda, e avevo quindi prenotato parallelamente un alberghetto da una stella, dove sarei andato a cambiarmi.
Cosa sarebbe successo quando i nostri sguardi si sarebbero specchiati l’una davanti all’altra? Ero andata a cambiarmi, ma la matita mi tremava nella mano mentre tracciavo una linea sopra l’occhio per valorizzare il mio sguardo.
Ci saremmo dovute vedere al bar sotto l’albergo, ma quando uscii, al posto di sentirmi liberata, mi sentii fortemente a disagio. Bastarono pochi metri per uscire dall’albergo per avere addosso gli occhi basiti, perplessi o goderecci degli uomini. Quegli sguardi, fino a poco tempo fa, erano stati i miei. Sguardi avidi, prevaricanti, sguardi di chi si sente soggetto e non oggetto di corteggiamento. Accelerai il passo fino ad arrivare al bar. Lei era li. Ordinai il caffè con voce bassa. La mia voce non mi aveva mai dato disagio fino a quel momento. Jennifer parlava invece in falsetto ed era abbastanza a suo agio.
Mi raccontò di sua moglie, di come ha scoperto, e di come stanno dolorosamente divorziando, e mi sembrava di essere a tavola con una vecchia amica per caso ritrovata.
Gli sguardi su di noi,però, si fecero più insistenti, e le chiesi di andare via. Volle venire con me in albergo, ma non scorderò mai cosa successe.
Jennifer iniziò prima a guardare e toccare tutti gli oggetti del mio bagno, oggetti e cosmetica pregiata, che probabilmente mi invidiava,  poi iniziò a lusingarmi,a  dirmi quanto ero femminile io e quanto lo erano gli accessori che avevo addosso. La sua mano scorreva sulla mia coscia, accarezzava il collant, ma la cosa mi generava imbarazzo. Lei invece era molto eccitata, e presto l’altra mano raggiunse le sue parti intime, facendomi capire che avrebbe voluto farlo anche a me.
La congedai con grande imbarazzo, e quella notte piansi. Ero di nuovo sola.
Mi chiusi molto, lasciai la mailing list, anche se probabilmente c’erano tante persone come me, ma io non avevo le energie per aprirmi a loro, non di nuovo.
Qualche anno dopo una delle poche sorelline con cui ero rimasto in contatto, un collega libero professionista che si occupava di cantieristica, mi indicò un gruppo di auto mutuo aiuto per persone come noi. Si teneva una settimana si e una no, quindi avrei dovuto inventare due riunioni di lavoro serali per tenere a bada lei. Ci pensai molto, ma la voglia di rimettermi in discussione, stavolta in un luogo in cui vi erano più persone e minor rischio equivoci, era tanta.
Andai al maschile, con la mia giacca, la mia cravatta, il mio profumo muschiato: erano il mio scudo. Scoprii che più che per “persone come noi”, era il tutto organizzato da un’associazione di omosessuali e trans, e la cosa, che scoprii solo quendo ero già lì,  mi causò, inizialmente, molto disagio.
Con sorpresa, però, scoprii che chi in quell’associazione stava parlando di se, non era così lontano da me.
Oltre a persone come me, uomini che vogliono fare le donne, vi erano donne che volevano essere uomini. E alcune di loro avevano mariti, mariti a cui non sapevano come dire di non essere donne eterosessuali ma uomini gay. Le loro storie, raccontate a cuore aperto, provocavano a me un amaro sorriso. L’emozione fu per me talmente forte e sconvolgente che decisi di non andare più al gruppo di auto-aiuto.
La mia amica invece, lei l’ho rivista qualche mese fa. Mi è venuta incontro mentre uscivo da un pranzo di lavoro, e io ci ho messo un po’ a capire chi era. Non porta più parrucche ma ha una folta chioma sua. Ha divorziato dalla moglie e sta con una donna conosciuta nell’ambiente del bdsm, che prima di lei stava con una donna nata tale. Mi ha detto che non si occupa più di cantieristica ma ha aperto un locale con la nuova compagna, ma che un po’ il suo lavoro le manca.
Ho dovuto fare in fretta nello scambiare due chiacchiere. Avevo paura che mi vedessero con lei, che scoprissero chi sono.
Ogni giorno, quando vivo la mia routine, facendo il bullo coi miei sottoposti, quando lascio tagliare via, al barbiere dell’angolo, l’accenno di riccioli che mi erano costati mesi di attesa, perché mia moglie vuole essere l’unica detentrice della femminilità in casa, quando aspetto con ansia le trasferte di lavoro, quando compro furtivamente una gonna non sapendo quando e se la metterò mai, penso a ciò che, ormai, so di essere, e che non potrò mai realmente essere davvero.

Una donna XY veramente speciale

Il libro della dott.ssa Monica Romano, “Trans – Storie di ragazze XY” , è un manifesto per la libertà di identità di genere, di orientamento sessuale e di modificare e gestire la propria immagine come, quando e quanto lo si desidera.
Monica, tramite il racconto romanzato della sua vita, attraverso il personaggio di Ilenia, ci conduce, tramite il suo romanzo di formazione, attraverso le sue esperienze ed emozioni, guidandoci anche a comprendere i suoi ideali e ciò da cui sono scaturiti.

Il romanzo ha vari piani di lettura. 
Ilenia non si racconta mai al maschile (al massimo sono gli altri che la fraintendono rivolgendosi a lei al maschile), né rivela il suo nome anagrafico, in quanto del tutto irrilevante, e di utilità solo del lettore o della lettrice pruriginosi.
La ragazza parla sempre di se al femminile e in prima persona, in modo che chi legge possa percepirla fin dall’inizio come chi è realmente, indipendentemente dall’immagine esteriore.

Molte sono state le donne, anche eterosessuali, che si sono immedesimate in Ilenia, nella sua apparente fragilità, che cela una prorompente forza d’animo.
Ilenia è una vincente. Nata da una famiglia umile, riesce a migliorare la sua condizione economico/sociale, portando a termine un percorso di studi, laureandosi a pieni voti e accedendo al mondo delle professioni, rivestendo posizioni prestigiose (come una presidenza), trovando l’equilibrio in una relazione stabile con una compagna.
La storia di Ilenia sarebbe quella di una vincente anche fosse stata una cisgender, e sapere che non lo è ci fa capire che persona straordinaria sia Ilenia, e quindi Monica.

E’ un romanzo in cui non solo le donne possono immedesimarsi e da cui non solo il mondo eterosessuale (maschile e femminile) ha da imparare. Ilenia parla a tutti coloro che, in un corpo XY, sono portatori, o portatrici, di una femminilità che il mondo binario non accetta. Molti uomini, non solo omo e bisessuali, ricordando la propria infanzia ed adolescenza, possono riconoscersi in quella giovanissima figura androgina e delicata che diventa oggetto di bullismo solo in quanto non conforme ai canoni binari, quando l’unica “colpa”, se così si puo’ dire, di Ilenia, era quella di essere se stessa.
Il romanzo riflette ,e fa riflettere chi legge, sul fatto che le persone, trans e non, sono semplicemente loro stesse, ed è la società a collocarle, decidendo poi il loro grado di accettabilità sociale, e deve essere la persona stessa a rivendicare il diritto all’autodeterminazione.

Sicuramente molte persone transgender avranno rivisto sè stesse nel bullismo subìto in gioventù, e molto spesso, purtroppo, non solo in gioventù, e non intendo solo persone transgender xy:
questo libro, vero manifesto di libertà dei generi, può dare tanto alle persone transgender xx, che, dopo un’infanzia e un’adolescenza che li ha costretti ad essere socializzati al femminile, in un mondo maschilistae  machista, compiono un viaggio di scoperta e di espressione del proprio maschile.

Tramite il personaggio di Sam, che è un personaggio realmente esistito, ma con assonanze fortissime con la protagonista, questo libro sarà amato da tutte le persone portatrici di un’identità non binaria o di una visione della vita e dei ruoli assolutamente antibinaria e a favore di una massima libertà dagli stereotipi.

Il romanzo di Monica è quindi davvero un libro notevole, scritto con grandi capacità narrative, che non stanca mai, che riesce a presentare contenuti politici al di fuori delle ideologie, accompagnando chi legge in un percorso di consapevolezza e di emancipazione.
Ilenia/Monica, in poche parole, fa transizionare con se anche chi legge (sia essa una persona transgender o cisgender), in una transizione che non riguarda una metamorfosi fisica, ma un cammino introspettivo e auto-analitico atto a elaborare e riscoprire la propria identità al di la dei generi.
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Vi aspettiamo il 5 Marzo alle 17.00 in Via Soperga 36, alla presentazione del libro organizzato da Il Guado e Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano

 

Ecco a voi l’intervista fatta all’autrice. Le domande sono adatte ai lettori e alle lettrici di questo blog: pansessuali, transgender non medicalizzati, portatori di identità non binarie, attivisti contro il binarismo di genere. Temevo che l’autrice, che è tra l’altro un’amica e una preziosa collaboratrice, si sarebbe sentita “stuzzicata”, e invece pare aver gradito le mie “oltraggiose” domande 😀

 

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Monica, spesso le persone T hanno un atteggiamento remissivo e un senso di inferiorità verso il mondo “normalizzato“. Tu invece nel libro riporti chiaramente la tua fierezza, e in vari punti (come quando parli dei napoletani alla soglia dell’analfabetismo) ti manifesti cosciente di essere intellettivamente e culturalmente superiore alla media. Te lo fa pesare la transfoba e binaria professoressa di liceo.
Pensi che persone T abbiano bisogno di un po’ di sano snobismo verso un mondo mediocre che non le comprende e, per ignoranza, le disprezza?
Essere persone trans* in un mondo binario è molto difficile, quindi benvenga anche un po’ di sano snobismo se può essere d’aiuto.
In fin dei conti viviamo in un sistema che è costantemente svalutante e stigmatizzante rispetto a corpi, identità e modalità espressive non conformi alla dualità “maschio-femmina=uomo-donna”.
Dobbiamo fronteggiare un sistema culturale e di significati che non solo non ci prevede, ma che apertamente ci osteggia.
Qualcuno, durante la prima presentazione milanese del mio libro, ha definito “eroiche” le nostre vite, i nostri cammini…
Se ci è d’aiuto quindi, io direi (so con la tua approvazione) che possiamo anche, e legittimamente, tirarcela un po’. Male certo non ci fa.
L’orgoglio, così come la cultura, sono potenti antidoti alla transfobia interiorizzata e alle brutture di un sistema spesso violento nel normarci e imporci una dualità che non ci appartiene e non ci rappresenta.

Nel libro appare il personaggio di Sam. Viene presentato come ftm ma poi chiarisce di aver capito che più che una persona di identità di genere maschile, è una persona oppressa dagli stereotipi femminili. Questo personaggio sicuramente troverà la simpatia del tuo pubblico, costituito prevalentemente di lettrici donne esterne al mondo LGBT, ma non rischia di creare un equivoco già presente nel mondo extra-trans, secondo cui una donna mtf è legittimamente di genere femminile, mentre nel percorso opposto si tratta non di ftm ma di donne insofferenti al ruolo femminile imposto da millenni di maschilismo?
No, questo rischio non lo vedo.
Ilenia, la nostra protagonista, è una donna transgender che affronta un percorso di autodeterminazione che riguarda anche il suo corpo e la sua esteriorità.
Sam, nella sua ricerca di una definizione che vada oltre lo schema binario parte, anche grazie al confronto con la protagonista, identificando ciò che non è: un uomo transgender.
La differenziazione dalle persone transgender è il primo passo di Sam verso la sua consapevolezza e il suo cammino, che non è quello della protagonista, nè degli amici transgender della protagonista (anche uomini transgender con cui Ilenia, ad un certo punto della narrazione, inizia a collaborare nell’ambito dell’associazionismo trans*).
Qual è il percorso di Sam? Dove l* porterà?
Anticipiamo che il nome del tuo blog mio caro Nathan, potrebbe suggerire la risposta…
che i tuoi lettori potranno scoprire  solo acquistando il mio libro e leggendo la storia 😉

Nel tuo romanzo sono pochissimi, forse assenti, i personaggi maschili positivi. Forse giusto Ottavio, amico gay d’infanzia di tua madre, e la coppia di ftm gay.
Perché hai scelto di dedicare un romanzo interamente alle donne?
Esistono attualmente nella tua vita dei personaggi positivi maschili? Se si, si tratta di uomini LGBT o anche di etero cisgender?
Il mio è un libro (trans*) femminista. A partire dal titolo.Questo per ragioni politiche, ma anche di elaborazione culturale (della nostra subcultura): io mi rivolgo in primis alle altre donne transgender raccontando la storia di Ilenia, con la dichiarata intenzione di inviare loro un messaggio.
Certo anche la mia storia personale ha determinato questa impostazione: le figure importanti e determinanti della mia vita fino ad oggi, sono state figure femminili. E credo che questo, lo dico apertamente, non sia stato casuale.
So che l’accusa di misandrìa, che viene mossa d’ufficio a tutte le femministe, mi aspetta dietro l’angolo, ma la cosa non mi spaventa granchè.
Detto questo, ovviamente nella mia vita gli uomini esistono.
Ho dei cari amici, certo selezionatissimi (non dimentichiamo di essere snob ;D) e molto importanti per me.
Nel romanzo la protagonista si scopre lesbica gradualmente, scoprendo inizialmente il corpo femminile da una persona T non medicalizzata, per poi passare all’esigenza di una persona accanto, di identità di genere femminile.
Una lettrice outsider potrebbe pensare che questo “scoprirsi lesbica” sia arrivato un po’ per caso, quando invece sappiamo che non è così.
Non darei questa lettura.
Ilenia è prima di tutto una donna che ama oltre le caratteristiche meramente sessuali della persona, quindi una pansessuale. Che si ritrova definita “lesbica”, ad un certo punto della storia, dal contesto.
Non è lei a “scoprirsi”, è il mondo attorno che la definisce così.
E lei accetta di buon grado e fa sua questa definizione.
Il libro, destinato a un pubblico eterosessuale, si concentra sul bullismo subito dagli etero: donne insensibili e forse un po’ invidiose, uomini machisti o pruriginosi.
Nella tua esperienza di attivista hai subito bullismo anche da persone LGBT?
Lesbiche che hanno cercato di ricondurti al tuo non essere “nata femmina“, uomini gay benaltristi che hanno minimizzato le tue battaglie, o altre trans in percorsi maggiormente canonici rispetto al tuo?
Certo che sì!
Ne ho parlato recentemente anche in un’intervista per il blog “Io sono minoranza”.
Anche all’interno del movimento esiste la transfobia, eccome.
Ho avuto a che fare con attivisti gay che mi hanno trattato con sufficienza per il solo fatto che sono una donna transgender. Troppo spesso noi donne T* veniamo considerate aprioristicamente stupide e frivole, quasi delle minus habens. E’ terribile!
Poi c’è chi ritiene che le persone transgender dovrebbero stare fuori dal movimento LGBTI, e che il movimento dovrebbe tornare ad essere solo gay (qualcuno ha anche promosso una petizione su Change.org a questo scopo). Trovo simili posizioni di retroguardia e, oltre che inaccettabili, pericolose.
Ci sono poi veterofemministe che si permettono di delegittimarci affermando che non possiamo sposare il femminismo perché non siamo biologicamente femmine, come se fosse l’ovulazione a determinare una posizione politica e non, magari, le pesanti discriminazioni che le donne transgender subiscono perché considerate “traditrici del patriarcato” in un sistema maschilista e fallocentrico.
O ancora attiviste lesbiche sconvolte (sic!) all’idea che una donna transgender possa essere lesbica a sua volta, che tentano di mettere in piedi ridicole barricate.
Ricordo ad esempio come anni fa (non so se oggi sia ancora così) il regolamento di Lista Lesbica Italiana prevedesse la non ammissione delle donne transgender “rettificate o meno” (era scritto proprio così).
 Non fraintendermi: la mia non vuole, ovviamente, essere una generalizzazione.
I casi che ho citato sono certamente minoritari, e lo sono fortunatamente sempre di più.

Le cose cambiano, stanno cambiando, grazie soprattutto al ricambio generazionale. Senza dimenticare che contribuire a cambiare le cose anche all’interno del movimento LGBT è comunque una forma di attivismo.

 Gli attivisti vecchio stampo ci tengono a precisare che, come i sessi genetici, anche i generi sono due.
Nel libro apri uno spiraglio quando parli di una T al posto della M o della F sul codice fiscale.
I generi sono realmente due, o infiniti? Oppure, semplicemente, essere donna T è diverso da essere donna genetica, per il bagaglio di esperienze che dei vissuti diversi comportano?


Il genere sessuale non è altro che un’idea, una categoria interpretativa della realtà.
La realtà è molto più complessa, ricca e piena di sfumature delle categorie che tentano di interpretarla.
La visione binaria, l’idea che i generi siano soltanto due è una semplificazione che sempre meno sa spiegare la realtà. E come tutte le idee ormai inadatte ad interpretare il reale, verrà sostituita da altre idee, altre visioni più corrispondenti e funzionali.
Le battaglie per la libertà di genere nelle democrazie occidentali vanno  e andranno avanti, raggiungendo obiettivi impensabili fino a qualche decennio fa (si pensi alla battaglia per la despichiatrizzazione della condizione transgender, che prima poi porterà al depennamento della nostra condizione dai vari DSM e ICD).
Questo, se saremo fortunati, porterà il graduale affermarsi di una visione non duale e binaria dei generi, l’arcobaleno che spesso richiamo anche nel mio libro.

Nel libro parli dei tuoi dubbi in quegli anni nel far aderire la tua biologia a quella di una nata femmina. Approfondisci il tema del passing, del conformismo, del fare la transizione per se stessi o per gli altri. Questo è un argomento tabù nel mondo trans. Sembra quasi non si possa dire che in percorsi meno ragionati del tuo qualcuno non abbia fatto qualcosa solo per il passing o solo per il cambio documento. E’ l’ora di fare una seria riflessione interna al mondo T su questo argomento?

Andrebbe fatta una seria riflessione sul bisogno di omologazione di molte persone trans*, sul problema della transfobia interiorizzata che, non dimentichiamolo, ci riguarda tutt*.
Su quanto troppo spesso il “canto delle sirene” che si accompagna all’idea della “nuova vita” ci spinga a dimenticare e rinnegare quello che siamo, quell’esperienza che può invece essere reinterpretata come un bellissimo bagaglio, un dono.
Questa riflessione andrebbe fatta assolutamente fuori da Facebook, in luoghi reali, guardandoci negli occhi.
Ricominciamo a incontrarci, a organizzare convegni, conferenze, riunioni, semplici pizzate!

Ormai hai i documenti rettificati da molto tempo, e sei bona (so che mi permetterai di dirlo solo perchè sono ftm e gay). Perché destini così tanto tempo ai diritti delle persone T?

Il complimento di un uomo gay è sempre apprezzatissimo 😉

Per l’esattezza ho documenti rettificati dal 2007.
Non sono sparita, né intendo sparire in futuro, cedendo al canto delle sirene.
Non voglio dimenticare chi sono, ho ancora bisogno di stare con altre persone trans*.
E ho capito che ne avrò bisogno per il resto della mia vita, perché la transizione non finisce mai, come mi diceva Deborah Lambillotte, attivista di Arcitrans, alla fine degli anni ’90.
Più vado avanti, più capisco che questa frase è vera.
Il nostro cammino non finisce mai, e questo è bellissimo.
Quando capisci che nell’essere trans* non c’è nulla di brutto, ma che le brutture stanno nel contesto, non certo in noi e nei nostri percorsi, sei liber*.
Mi dedico alla battaglia per la libertà di genere da 15 anni, e davvero spero di averne davanti almeno altri 15 come quelli che mi sono lasciata alle spalle.

Prima di salutarci, un’ultima domanda…Sappiamo che adesso sei attivista in un’associazione mista e non solo rivolta a persone T (“sappiamo” è ironico, chi intervista è presidente del circolo 😀). Il libro descrive invece una parte precedente della tua vita. C’è continuità tra queste due esperienze? 

Da ormai tre anni lavoro al Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano ed è una bella esperienza, anche perché differente rispetto alle precedenti.
Io sono nata come militante nell’attivismo trans* puro, e ci sono rimasta per molti anni, prima in Arcitrans e poi in Crisalide Azione Trans, che erano associazioni gestite da persone transgender per persone transgender.
Il nostro era un attivismo che aveva connotati (non statutariamente, ma nella prassi sì) anche separatisti, perché allora avvertivamo l’esigenza di stare fra noi per confrontarci, crescere anche culturalmente e politicamente, elaborare nuove visioni e linguaggi.
Un’esperienza importantissima, e secondo me ancora necessaria in Italia.
Il Milk è invece un contesto misto e plurale, realmente TBGL (non solo nello statuto), nel senso che al suo interno ci sono attivisti bisessuali, transgender, etero, lesbiche, gay.
C’è sicuramente un filo rosso che lega le due esperienze, perché all’interno del Milk ho potuto traghettare il mio bagaglio esperienziale in un contesto molto plurale e arricchente, un grande laboratorio di idee e visioni.
E così è nato il progetto dedicato all’identità di genere, rivolto a persone transgender o di genere non conforme, e in generale a chiunque cerchi un confronto sul tema dell’identità di genere, che oggi può vantare uno sportello dedicato, un gruppo di auto mutuo aiuto ed eventi culturali ad hoc.

Link alla Pagina Facebook del Romanzo

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Intervista di Nathan Bonnì

Essere attivisti ma anche emancipati sentimentalmente e professionalmente

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In un precedente articolo parlo di come spesso gli attivisti LGBT, che lottano per l’emancipazione professionale e per quella sentimentale (ovvero per l’arrivo di normative che tutelino e legittimino questi aspetti della vita delle persone LGBT), poi sono quelli ad averne, sul piano personale, meno bisogno, in quanto sono un po’ dei monaci guerrieri, votati alla causa, e con vite professionali e sentimentali disastrate.
Perchè ciò avviene? e chi è dentro queste dinamiche è felice?

Quando è stato approvato il registro delle unioni civili, anche same sex, le coppie che si sono registrate erano quasi tutte coppie di persone GLB non legate all’attivismo. Coppie omosessuali che vivevano apertamente la propria relazione, ma che non avevano mai fatto militanza nell’associazionismo.
Queste coppie, molte delle quali sono state da me intercettate per interviste od altro, erano composte da persone affermate anche professionalmente, e cosi’ mi sono venuti in mente tutti i conferenzieri che parlano di LGBT e diritti a lavoro, ma che paradossalmente il lavoro loro per primi non lo hanno, o hanno scelto lavori part time o poco impegnativi (e quindi con poco margine di crescita) per potersi permettere di essere attivisti.
Sarebbe troppo semplice dire che fanno bene i LGBT “integrati” che non “perdono tempo” nella rivendicazione dei diritti e sono loro per primi delle prove viventi virtuose, ma essi vivono anche di rendita grazie al sacrificio che i monaci guerrieri LGBT fanno per loro.

Molti motivi portano un attivista ad essere, ad esempio, meno incline alla coppia. Pochi partner accettano la militanza, e poi vi è un fattore intrinseco: la persona LGBT attivista ha fatto tanto, e perso tanto, per essere sè stessa, tanto che diventa poco paziente anche nel coltivare la relazione sacrificando parte di se stessa, una parte che, per portare avanti, ha fatto si che lei perdesse tanto (magari famiglia d’origine, lavoro, tanti amici, relazioni precedenti o comunque buoni rapporti con partner precedenti…).
A questo si aggiungono altri fattori, che sono più generali per le le persone LGBT (anche non attiviste): mancanza di modelli, mancanza dell’incoraggiamento di parenti, amici e colleghi, mancanza di leganti come matrimoni e figli, ma spesso anche di sistemi meno invasivi (convivenze con spostamento residenza, beni comuni comprati insieme…spesso nelle coppie LGBT manca anche, semplicemente, questo, e si va per anni avanti in via informale, senza che la coppia abbia tracce burocratiche alle spalle, persino quelle attualmente consentite).

Per quanto riguarda invece la carriera, sono favoriti sicuramente gli LGBT velati, ma anche quelli dichiarati, ma non esposti politicamente.
Ho parlato molto con gli attivisti LGBT per testare il loro desiderio di carriera e crescita professionale, e spesso è venuto fuori che in molti casi non si trattava di persone ambiziose che pero’ avevano dovuto rinunciare per l’attivismo, ma più che altro di persone che usavano l’attivismo come paravento per un disinteresse di crescita professionale, o per lo meno della loro (poi magari facevano attivismo per i diritti a lavoro delle persone LGBT “in generale”).

Di contro gli attivisti LGBT rimproverano i velati, o comunque coloro che vivono la loro realtà LGBT apertamente ma senza dedicare tempo alle rivendicazioni, di omotransfobia interiorizzata, di non volersi mescolare agli attivisti, o di sentirsi superiori.
Ho spesso notato che spesso più che omotransfobia è una questione di classe sociale.
La persona LGBT in carriera e che viene guardata alla pari dai colleghi etero e cisgender, non sente di avere qualcosa da condividere in tavolate di persone con cui condivide lo status LGBT, ma nient’altro.

Per concludere, io sono un attivista, ma ho sempre cercato di non perdere di vista carriera e famiglia, di non far si che l’attivismo mi facesse perdere di vista queste che, per me, sono importanti mete.
Ho perso tanto in questi anni, sia a livello di affettività, sia di carriera, ma l’attivismo mi ha dato tanto e mi ha reso la persona che sono adesso, quella che si rende conto che vuole riprendere in mano carriera e famiglia.
Rimango in attesa delle vostre opinioni sull’annosa questione.

Ghetti, Monomanie, Confort Zone, per persone T non conforming

Gentilissimi,

manco da molte settimane, che sono state per me di profonda riflessione sui temi che spesso condividiamo su questo blog.

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Una delle tematiche a me cara è quella dello sviluppo della propria identità a prescindere dal(l’identità di) genere.
Non può essere trascurato però il fatto che il percorso di una persona transgender non medicalizzata, o più o meno senza passing, (la chiameremo, per semplificare, T not conforming) è radicalmente diverso da quello di una persona transessuale o di una persona omo/bisessuale.

La persona omo/bisessuale dichiara il suo orientamento o la sua relazione non etero e da quel punto può continuare a concentrarsi su tutti gli altri aspetti della sua vita.
La persona transessuale può dichiararsi, iniziare un percorso, e decidere in seguito se continuare a rimanere dichiarata come persona trans oppure vivere il proprio genere senza dettagliare il proprio passato.
La persona T not conforming , anche quella visibile, ha una visibilità poco leggibile, che va continuamente spiegata, soprattutto coloro che percorrono la direzione che passa da una fisicità F a una realtà sociale al maschile.

Molti pensano che il ghetto porti alle monomanie di tema e di ossessione, pensano che frequentare associazioni o giri lgbt porti a sviluppare principalmente i temi dell’orientamento e dell’identità, dimenticando e tralasciando il resto, e una parziale prova vivente sono gli attivisti, mediamente poco emancipati (carriera, relazioni sentimentali) oltre al profilo di attivisti LGBT.
Di contro, la persona LGBT nel mondo vero, che poco ha coltivato la tematica della rivendicazione dei diritti, ha potuto meglio coltivare la carriera, la coppia. Le statistiche parlano.
Ma queste regole valgono anche per i transgender, i genderfluid, i T non medicalizzati?

Nei “ghetti”, che non sono solamente barricate politiche e picchetti, ma spesso veri e propri focolai di cultura che passano dalla meditazione al teatro, a gruppi di autoaiuto su vari temi, non per forza legati ad orientamento e identità, queste persone non devono continuamente ripetere ciò che sono, ma possono, dando per scontato questa prima cosa, concentrarsi su chi sono.

Ad un corso di teatro LGBT la persona T “not conforming ” puo’ concentrarsi sui personaggi che deve interpretare, sulla dizione, l’improvvisazione e l’interpretazione. In un corso di teatro “generalista”, sarebbero tutti distratti da “cosa” lui è, piuttosto che da “chi” è come attore.
Lo stesso se fossimo in un gruppo di AutoAiuto sul tema delle relazioni, o della professione. In ambiente protetto si potrebbe riflettere su quanto l’esigenza di carriera, di stabilità. di affetto, o di altro, dando per scontato il “cosa” è la persona T non medicalizzata, e potendo analizzare, in ambiente variegato, quanto queste esigenze dipendono, o magari sono inficiate, dall’essere LGBT. In un gruppo ama generalista, la persona sarebbe sommersa di domande, diventerebbe” il trans” del gruppo, e chi ascolta non avrebbe gli strumenti per analizzare certi meccanismi.

Anche nella vita quotidiana, puo’ essere veramente pesante dover sempre mettere “premesse“. Magari ad una cena di lavoro, o di semplice compagnia, il tutto deve essere sempre invaso dalle premesse, che si spera siano solo un cappello introduttivo al dialogo che si svilupperà nell’arco della cena, ma che poi purtroppo finiscono per diventare l’unico argomento, o comunque quello che poi sarà ricordato, di cui si parlerà, e magari sarà anche travisato, non tanto per cattiva fede, ma per mancanza di strumenti interpretativi.
E magari la persona T not conforming presente voleva parlare di altro, ma non è possibile, per via del fardello estetico e comunicativo che si ritrova.
A questo punto…dove la persona T not conforming puo’ essere se stessa al di fuori dei temi di genere?

Per essere se stessa, la persona LGBT ,ed in particolare quella T non conforming, deve dis-alienarsi dalla sua identità, non nel senso che deve abbandonarla, ma piuttosto darla per scontata, e cominciare a lavorare su cio’ che vuole davvero.
Cio’ , spesso, purtroppo, puo’ succedere solo nella “confort zone” che ha costruito, in cui questa informazione viene data per scontata, che non significa per forza “ghetto LGBT“, ma piuttosto una rete di contatti rassicurante costruita nel tempo, in modo accurato e prudente, comprendente persone selezionate piuttosto per l’intelligenza e la capacità di elaborare, empatizzare.

Questo non vuole essere un consiglio verso la persona T a rimanere intrappolata in una rete piccola e stretta, ma piuttosto vuole essere un grosso chiarimento sugli ambienti protetti e la loro funzione, come punto per spiccare il volo, o comunque costante punto di riferimento, per una persona che porta il fardello sociale di vivere una realtà poco leggibile e poco comprensibile nella nostra società binaria.