Discorso dal palco del Milano Pride 2018 (percorsi transgender non med)

Discorso dal palco del #MilanoPride
#civilimanonabbastanza

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Qui il video

come fai ad essere coerente con te stesso quando il tuo corpo dice il contrario di quello che sei?
questa frase è tratta da un noto monologo di un un famoso pioniere del percorso ftm: Davide Tolu.

Ci sono uomini e donne che sono uomini e che sono donne, senza che il loro aspetto li faccia apparire tali.
Molti di questi vorrebbero dichiarare al mondo di esserlo, ma come trovare il coraggio di farlo in un mondo che basa la definizione sociale di un uomo e di una donna sull’aspetto fisico?

Parlo a tutte le persone sotto a questo palco, che fossero portatrici di un’identità di genere divergente dalle aspettative generate dal proprio corpo.
Quante volte abbiamo provato vergogna a dichiararci uomini, donne, o “altro”, solo perché avremmo dovuto usare una voce acuta per dire “sono un uomo”, o una voce profonda per dire “sono una donna”?

Quante volte i primi a provare imbarazzo in un’affermazione così forte siamo stati noi? Quante volte abbiamo considerato ragionevole il ricevere un “no” ad una richiesta di rispetto della nostra identità di genere?

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Io chiedo a voi tutte e tutti di fare questo atto di coraggio, di autodeterminazione, di riuscire a dichiarare al mondo ciò che siete, ciò che siamo.

So benissimo che, differentemente rispetto al percorso tracciato all’estero, di cui l’Argentina e Malta sono solo due dei tanti esempi, dove il cambio del genere e del nome anagrafico è permesso con una semplice richiesta amministrativa, in Italia viene richiesta ancora una medicalizzazione ormonale obbligatoria, e spesso, un aspetto rassicurante rispetto alle aspettative di genere, quando non anche l’adesione a stereotipi di genere.

Ma se è vero che la società non cambia senza la spinta delle leggi, le leggi non cambiano mai senza la spinta della società: c’è un’interdipendenza, e la nostra visibilità può fare da volano a questo cambiamento.

Chiediamo una legge che ci tuteli dalle discriminazioni per la nostra identità ed espressione di genere, e chiediamo una legge che ci permetta di avere un documento che riconosca la nostra esistenza, e lo chiediamo a voce alta, prendendo la parola per i diritti che ci riguardano e ci spettano, perché la presa di parola transgender, in questo momento, è fondamentale.
Se non io per me, chi per me?

Ed è per questo che dobbiamo fare uno sforzo, andare a votare anche se qualcuno ci costringe a fare la fila dal lato sbagliato, ma soprattutto, dobbiamo far sentire la nostra voce, in senso simbolico, ma non solo, ricordando che l’autorevolezza di una voce non si misura dalla corrispondenza al timbro che ci si attende.

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Concludo nel ricordare tre persone che negli ultimi anni ci hanno lasciato.
Il primo è il giornalista Alessandro Rizzo Lari, che è stato vicepresidente negli anni in cui sono stato presidente del Circolo Culturale tbigl+ Harvey Milk Milano, e che ne era la vera anima e il vero motore e a cui adesso abbiamo dedicato il nome del Circolo.
La seconda è Deborah Lambillotte, la più importante attivista transgender in Lombardia, e, se mi permettete, in Italia, che ha per la prima volta presentato la possibilità che una donna transgender possa anche amare altre donne.
Infine, voglio ricordare Corry Scifo, una persona che frequentava il Circolo Rizzo Lari, forse non un attivista nel senso classico del termine, ma sicuramente una persona che, nonostante la giovane età, ha lottato col sorriso con la sua malattia, portando questo sorriso e questa speranza in ogni nostra serata al circolo.

Infine, ringrazio il Circolo Rizzo Lari, ex Harvey Milk, e tutto quello che ho imparato negli 8 anni che ne sono stato presidente, e a Gianni Geraci, che, dandoci una sede, lo ha reso possibile e i colleghi attivisti del Progetto Identità di Genere, Monica RomanoLaura Caruso e Daniele Brattoli, ma anche ad altri attivisti transgender di Milano, con cui c’è stato sempre un aperto confronto, Gabriele Dario BelliAntonia Monopoli e Gianmarco Negri, per tutto quello che potranno darmi in futuro. Un grazie anche allo staff diProgetto GenderQueer e della rivista LGBT Il Simposio.

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Non Med: percorsi transgender non medicalizzati, 8 aprile 2018 a Milano

Domenica 8 aprile 2018, ore 18, al Circolo TBIGL+ Alessandro Rizzo Lari Milano (ex Harvey Milk), ci sarà un evento culturale, appartenente al calendario di Alessandro Rizzo Lari, dedicato alle persone transgender in percorsi non medicalizzati, ovvero le persone T che non apportano modifiche farmacologiche al proprio corpo, e chiedono il rispetto sociale della propria identità di genere.

Ecco il prezioso e dettagliato report di Giulia Terrosi, di “un altro genere di rispetto”.

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Interverranno Laura Caruso, attivista transgender non medicalizzata, e Nathan, ftm non med, autore di Progetto Genderqueer e presidente onorario del Circolo.

Saranno trattati temi legati al riconoscimento legale, alle possibilità (o non possibilità) di cambio “nome” o di cambio “nome e genere”, tematiche legate al passing, e al misgendering, alla sanità e alla professione.

La grafica del progetto “Non Med” è stata ideata, dopo un brainstorming con Laura e Nathan, dal grafico Sam Mera.
Interverranno anche Monica Romano come conduttrice, e Gianmarco Negri come avvocato.

Ecco le slide dell’evento!

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Le realtà promotrici sono:
Circolo Culturale TBIGL+ Alessandro Rizzo Lari Milano (ex Harvey Milk)
UAAR Milano
Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia
Progetto GenderQueer

Le realtà aderenti sono:
Libreria Antigone
Un altro genere di rispetto
Femminismo e altre liberazioni
Gruppo del Guado
Mille & una voce
Lieviti
Non una di meno Milano
Camminando
Non una di meno Verona

Evento su facebook

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Percorsi non medicalizzati: coming out, velatismo, esposizione sociale

Perché quasi tutte le persone non medicalizzate sono velate? Perché è così difficile esporsi? Quanto conta il passing? Quanto conta non avere una legge che tutela questa condizione? Quanto conta il binarismo e le aspettative sull’aspetto fisico?

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Il mio ritiro dall’attivismo associativo ha posto in me diversi interrogativi sul mio esistere, come persona, come professionista, e come uomo, al di fuori di quei contesti.
Non ho molti transgender non medicalizzati con cui confrontarmi, nel senso che quasi nessun transgender “non medicalizzato” rivendica questa identità (spesso usano, per definirsi, concetti che non mettono al centro questa diversità, ovvero la non medicalizzazione, ma mettono al centro la visione antibinaria o altro), ma con quei pochi che conosco, quasi sempre virtualmente, il piano del confronto non è mai lo stesso, perché, di solito, hanno scelto una visibilità e un’esposizione sociale diversa (minore) della mia.

Sarebbe facile fare una crociata contro i “cattivoni” velati, ma se invece avessi sbagliato io? Non voglio essere “elogiato” come coraggioso monaco guerriero: sono estremamente infastidio da questa componente “cattocomunista” dell’attivismo, che ci vuole guerrieri senza macchia, senza vita privata, devoti alla causa e all’aiuto dell’altro, di quello un pelo più fragile di te, a cui “dovresti” sacrificare quel poco di solidità che hai ottenuto.
No, non sono qui per questo, per chiedere “la beatitudine” alla chiesa LGBT. Io sono qui per capire “perché” gli altri non medicalizzati spesso decidono di non esporsi.

Una persona che ho molto aiutato, che si autodefinisce genderfluid, ma rivendica l’appartenenza all’ombrello transgender, e parla della sua disforia, ha scelto di fare attivismo, ma di farlo con un altro cognome. Ha un cognome molto comune, e credo che avrebbe potuto presidiare il web col cognome vero senza rischiare, ma la “paura” dell’essere identificato/a come “transgender” anche da chi lo/la conosce col nome anagrafico, magari tramite canali professionali, era altissima.

Questa persona è una di quelle che, senza fare una terapia ormonale, si espone di più, maggiormente rispetto agli altri. Mediamente le persone non med che conoscono sfidano ogni giorno la “censura” di facebook, provando ad aprire account (che spesso poi vengono chiusi, a volte per “vendetta” legata a segnalazioni a facebook, da parte di persone, spesso anch’esse LGBT,  con cui litigano per argomenti di attivismo) con cognomi esotici.
A volte, queste persone, in società, vivono con aspetti androgini (questo avviene più per persone di provenienza biologica XX), a volte no (vi è un on/off nel look), ma spesso il dato allarmante è che, spento il portatile, queste persone vengono “socializzate” come appartenenti al sesso biologico.

Partiamo da quelle persone che scelgono (magari sono spinte dalla disforia), di presentarsi al mondo con una aspetto “gender non conforming”. Il caso tipico è quello della persona di biologia xx che sceglie un aspetto maschile, ma che, a causa dei “limiti biologici”, riesce ad avere un aspetto al massimo androgino, dove “androgino” non deve essere pensato come qualcosa di erotico e intrigante, perché, se si supera l’asticella del consentito, l’ambiguità viene vista come brutta, anomala, e genera sospetto.

Però, questa persona xx, se la sua androginia è “ridotta” e “controllata”, e se è molto giovane, riesce a farne un punto di forza, ad integrarsi come ragazza lesbica, bisessuale o etero alternativa.
Se invece la sua androginia sarà “eccessiva”, oltre al limite “consentito”, ottenuto dalle battaglie femministe, se il suo cranio sarà troppo tosato, se le sue gambe saranno troppo pelose, questa persona potrà sì vivere, uscire di casa senza rischiare le percosse, ma non potrà mai “integrarsi” davvero nella società, inseguire le sue aspirazioni professionali, essere percepita come “altro” rispetto allo stigma di persona “poco raccomandabile”, “strana”, “ambigua”.
Lo stesso accade, se non di peggio, alle persone non medicalizzate di provenienza xy. Esse a volte limitano la medicalizzazione, se di questo si può parlare, alla rimozione della barba tramite la terapia laser, ma, se non portatrici di un buon “passing”, esse continuano ad essere viste come uomini “strani”, magari omosessuali, magari che hanno una “vita notturna” in non si sa bene quale nightclub.

E’ facile giudicare le persone “non medicalizzate”, dimenticando quanto è difficile per loro non solo fare coming out, ma che questo coming out venga preso sul serio.
E’ quasi come se la persona cis “perdonasse” la persona trans solo alla luce di un “sacrificio fisico”. E’ chiaro che le persone medicalizzate facciano determinati cambiamenti per il proprio desiderio di vedere la propria immagine più coerente a quella interiore, ma ciò non toglie che da fuori questo sarà visto come un sacrificio “necessario” per essere presi sul serio, come un “rituale tribale”, richiesto, affinchè il “capriccio” di essere rispettati possa essere ascoltato e accolto.

Senza il passing, senza un corpo che cambia velocemente nelle sue caratteristiche biologiche legate alla percezione del sesso di appartenenza, senza un certificato di una persona cisgender che “attesta” che la persona T non stia mentendo, i coming out delle persone T non vengono presi sul serio. Deve essere sempre attesa una particolare apertura mentale: nulla è dovuto, ed è sempre un mix tra una committenza illuminata (che accoglie l’istanza), e l’intelligenza, la cultura, la sfrontatezza della persona T non medicalizzata che fa questo coming out, un uso sapiente, ponderato e scelto delle parole, di ogni singola parola.

Molte persone non med preferiscono coming out soft che alludono a questioni di antibinarismo dei ruoli, o alla compresenza di entrambi i generi, o al non avere un genere, anche quando queste persone, osservando la loro disforia rispetto al nome, o alla grammatica, sono, di fatto, persone che si identificano chiaramente nel genere opposto al loro sesso, e non in “vie di mezzo”: a darmi ragione è aver osservato per 11 anni la comunità T, virtuale e non, e avere visto che, arrivata la medicalizzazione, spesso le definizioni “non binary” venivano accantonate, proprio perché spesso usate, comunicativamente, per farsi accettare in modo meno traumatico.
Del resto anche io spesso ho preso in considerazione, in casi abbastanza complessi, un coming out “genderqueer” piuttosto che uno da uomo trans. Poteva essere un modo veloce e semplice per eliminare i comportamenti fonte di disforia (l’uso del nome anagrafico, del genere grammaticale sbagliato, di alcune aspettative da stereotipo), senza generare aspettative di genere (ovvero che, accettato il fatto di considerare quella persona del genere opposto a quello di cui la consideravano prima, si generino aspettative sulla lunghezza dei suoi capelli, sui comportamenti, sulle reazioni, spesso dovute alla poca evoluzione mentale sui ruoli che ha la persona con cui dobbiamo fare coming out).

Questa parte del mio articolo potrebbe sembrare offensiva verso genderqueer e non binary. Eppure io credo che tante persone siano genderqueer e non binary, anche tante persone medicalizzate (magari hanno scelto una medicalizzazione parziale, per esaltare un non binarismo estetico che corrisponde alla loro identità di genere non binaria), ma anche che molte persone di identità definita pensino di essere “non binary” (definizione che riguarda l’identità e non i ruoli), solo perché sono uomini o donne contro il binarismo dei ruoli di genere o non aderenti agli stereotipi del genere d’elezione (caratteristica assai diffusa tra transgender non medicalizzati).

Inoltre, è come se la definizione “non binary” o “genderqueer” desse meno fastidio nell’attivismo trans. E’ come se dire di essere “non medicalizzati” in qualche modo mettesse in discussione o “offendesse” i percorsi canonici, e i vari litigi assurdi e irrispettosi che si possono osservare nei gruppi trans di facebook, quelli in cui da anni non scrivo più, ne sono la prova.

Insomma: definirsi “transgender non medicalizzato” porterebbe problemi in tutte le comunità, sia interne che esterne al mondo LGBT, mentre definirsi queer o non binary (non essendolo), darebbe un passaporto per una grande comunità, guidata dagli Stati Uniti, che veicola parole chiave più “rassicuranti”.

Passo al tema del cambio documenti.
In Italia, se sei non medicalizzato, non puoi cambiare i documenti. In altri stati basta una semplice pratica amministrativa.
Lotterò fino alla morte affinché una persona senza passing possa cambiare legamente i documenti.
Penso, però, a me, domani, con un bel nome marcatamente maschile, e questo aspetto. Per quanto alcune persone non med, spesso molto giovani, abbiano un discreto passing (magari fasciando il petto a vita, cosa che non è che faccia poi così “bene” a lungo andare), quasi tutte non arrivano a confondersi tra i cis, me compreso, e penso che, per come la società la pensa oggi, quel bellissimo nome potrebbe creare verso di me ancora più stigma. Sarebbe un “coming out” continuo, come persona trans, ovunque io andassi, o volessi lavorare. Qualcuno, per ignoranza, mi immaginerebbe “trans al contrario”, un uomo che vuole sembrare donna e ci riesce (visto lo scarso passing), ma “chissà cosa fa di notte al nightclub“).

Poi ci sono quelle persone non med a cui basterebbe optare per un cambio nome, con la scelta di un nome ambiguo, neutro, esotico, che tolga loro la disforia, e che permetta alla persona in questione di presentarsi, in un modo molto transfobico, come appartenenti al genere d’elezione solo quando le condizioni al contorno lo permettono. Qualcuno potrebbe chiamare questa “piccola soluzione”, e io potrei anche essere d’accordo a questa opzione, se possa essere “scelta” in alternativa al “cambio di genere” come tradizionalmente concepito.
Potrebbe essere una soluzione al problema sanitario: una persona non med ha bisogno dell’assistenza medica relativa al suo sesso biologico, ed è bene che la sanità lo preveda, visto che esistono già situazioni imbarazzanti per i trans “med”, che in alcuni casi, anche loro, hanno bisogno di visite mediche relative al loro corpo di nascita.

D’altro lato, ciò che è sostenuto dalla legge, diventa automaticamente autorevole. Se da domani io fossi Arturo (nome a caso), per la legge, forse con maggiore libertà potrei vivere il mio maschile estetico, senza preoccuparmi di impelagarmi in tutti quei casi in cui la gente, leggendo il mio documento al femminile, mi guardava male per la mia sfumatura alta, o per i peli sulle gambe (anche se qui andrebbe aperta una parentesi sul perché una donna non possa scegliere un’immagine di questo tipo se lo vuole, presentandosi come donna, dopo tutti questi anni di femminismo).
Probabilmente la legittimazione legale nel genere maschile mi spingerebbe a vivere liberamente un’immagine maschile senza mille compromessi, giri di waltzer, e compagnia cantante.
In varie occasioni, in cui ero “burocratizzato” al maschile (anche solo da una tessera ad un’associazione o ad una biblioteca), molte persone mi hanno trattato al maschile perché “se c’era scritto così doveva essere così”. Non poteva essere altrimenti (magari dipende anche dalla scarsa informazione sugli ftm), non era per loro concepibile che se in quella tessera c’era scritto Nathan, io in realtà mi chiamassi in altro modo, e fossi “altro” rispetto a “uomo”.
Per questo credo fermamente che, seppur dovrebbe essere importante dare alternative “soft”, che permettano di integrarsi a persone che preferiscono un’esposizione minore, ma vogliono limitare la disforia, sia importante anche dare la possibilità di cambiare nome e genere a chi si sente pronto, senza preoccuparsi in modo paternalistico di “come faranno, poverini, ad integrarsi senza il passing”.

Tutti questi ragionamenti richiedono una sensibilità ed un’esperienza che chi ha avuto la possibilità di confrontarsi a lungo con altri transgender, anche medicalizzati (e rivendico il ruolo dei gruppi di confronto dal vivo, dove nascono spesso soluzioni inedite per i problemi di noi trans afflitti dal binarismo sociale), ha, ma non si deve pretendere che la persona “non med” sia sempre sgamata, maliziosa, portata a compromessi “funambolici” come posso esserlo io, con grande dispendio di energia.
E a dirla tutta, avrei preferito di gran lunga destinare ad altro le mie energie, magari alla mia promozione come professionista, senza dovermi preoccupare di creare un “brand” diverso dal mio nome, proprio per non dover dare spiegazioni sul perché esso differisce dal mio nome anagrafico, che spunta ogni volta che devo fare una ricevuta.
Quanto, questo stress di dover escogitare strategie sul nome anagrafico e sull’aspetto, di dover comunque fare i conti continuamente con sesso biologico, nome anagrafico, anche quando volevo pensare alla mia immagine di professionista, o, non so, di musicista semiprofessionista che fa parte di una band, mi ha scoraggiato?
Quante persone non rettificate non vanno a votare? Quanto il misgendering, l’incomprensione, la difficoltà a dare spiegazioni convincenti quando non hai il passing, azzoppa le nostre vite, la nostra autorevolezza, la nostra felicità?

E diventiamo, intendo come comunità non med, dei nomi farlocchi su facebook, continuamente funestati da chiusure dell’account, osservati dai nostri amici facebook, anche semplicemente gay, come cangianti, instabili, inaffidabili, e così anche dal mondo che ci vede fuori, quello a cui facciamo fatica a dare un nome disambiguo, italiano, semplice, che finisce con A od O, quello che non sa se ci vuole come vicini di casa, compagni di banco, o di materassino in palestra.

E così sono qui, mosso dai miei sentimenti contrastanti verso gli altri non med. Forse mi sono esposto troppo io, 10 anni fa, spinto dall’allora dirigenza dell’unica associazione che sembrava inclusiva per persone come me. Forse loro stessi si aspettavano, da parte mia, una transizione canonica che sarebbe arrivata a breve, e volevano che mi “sperimentassi” da persona esposta, ma dopo 10 anni posso dirvi che vivere da non med esposto, in uno stato che non ha delle leggi che mi tutelano per la mia diversità (soprattutto nel mio caso, per il quale, se mi si considera da sesso biologico, sono pure visto come unA eterosessuale, quindi neanche appartenente al mondo LGBT),  che non si è “abituato” alla visibilità delle persone non med (proprio perchè tutti sono velati, è un cane che si morde la coda), quindi ride ad ogni nostro coming out, lo ignora, lo “posticipa”.

Pensavo che espormi per tutti questi anni avrebbe aiutato altri non med a trovare il coraggio di esporsi, ma ne sono passati tanti. Mi hanno contattato, tempestato di domande, spesso morbose, su come riesco a vivere la mia vita, si sono fatti due conti, e hanno deciso di tornare alle loro vite in tacco dodici, da attraenti ragazze cisgender, oppure hanno fatto transizioni canoniche, mandandomi foto del petto operato mai richieste, condividendo con me la loro felicità, paternalisticamente proponendomela, per poi sparire per sempre dalla mia vita a causa di una loro scelta di vita “stealth”, e anche per il fatto che non ero mai stato loro amico, ma solo un infopoint per scegliere la strada migliore per loro.

Da un lato sono arrabbiato con tutti i vari Noah, Etienne, Pierangelo, Matthias, Dieghino e chi più ne ha più ne metta. Dall’altro, effettivamente, i non med hanno altre possibilità?
Se si presentano socialmente per il loro genere d’elezione, al netto di un interlocutore particolarmente illuminato, succede quanto ho scritto, e se si limitano ad una semplice androginia estetica, devono comunque “limitarla” (deve essere sexy e ammiccante, come quella di alcuni cantanti rock eterosessuali o di alcune donne provocanti in cravatta e con taglio sbarazzino) per non venir visti come scherzi della natura, ed esclusi da occasioni professionali e di inclusione sociale.

A questo punto cosa dire a questi ragazzi?
Se nessuno di noi è visibile, l’opinione pubblica non si abituerà mai al fatto che esistiamo. L’immaginario del mondo trans sarà sempre legato al passing, e le persone penseranno che sia una conditio sine qua non per essere rispettati nel proprio genere.
Se però le persone non med uscissero dai loro account con meravigliosi cognomi esotici, e cominciassero a vivere apertamente come transgender, allora forse negli anni, nei decenni, le cose cambierebbero.
E’ avendo un viso gentile, una voce sottile, ma dicendo “sono uomo”, avendo una voce profonda e un viso spigoloso e dicendo “sono donna”, che nelle coscienze cambierà qualcosa. I primi ci sbatteranno il muso, come forse è in parte successo a me, ma col tempo non sarà più così strano.
Siete abbastanza altruisti per fare un sacrificio che forse non avrà effetto nelle vostre vite, ma in quelle di chi verrà dopo di voi?
Molti di noi non riusciranno ad essere genitori, ma forse anche noi possiamo vivere questo “passaggio di consegne” coi nostri figli putativi.

E ora lasciate andare in pensione un vecchio, largo a voi, giovani. Riprendete le fila dove io le ho lasciate, esponetevi, fate “transizionare” la società insieme a voi.

Il diario di un ragazzo ftm ma gay, di un ragazzo gay ma ftm.

Cari lettori,

non so se sto per farvi leggere un saggio o una pagina di diario.
Sono un attivista di tradizione fortemente transgender: il vissuto prima di tutto, e dal vissuto, sempre dal vissuto, le riflessioni sociologiche.
Forse sarete abituati a saggisti, sociologi, antropologi di professione, ma quando questo blog è nato, alcuni temi non erano ancora arrivati in Italia, o forse non erano ancora stati “metabolizzati” in generale, e si è dovuto “inventare” un modo di parlarne.

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I miei primi contatti con la comunità LGBT sono stati, non ha senso negarlo, virtuali.
Vivevo in un paese in provincia, in un’Isola, ma provenivo da una delle prime famiglie “illuminate” che aveva internet, e io ero negli anni più importanti della mia adolescenza.

Non cercai siti transgender, forse non ce n’erano neanche. La mia consapevolezza al maschile non aveva “trans” nel suo bagaglio di parole. Le trans le avevo viste solo nei film di Almodòvar, al cinema (Tutto su mia madre). Mi ero sorpreso di come queste donne trans potessero essere anche “lesbiche”, così come mi ero sorpreso di un ragazzo ftm, assolutamente eterosessuale, che in modo sfuggente aveva partecipato ad un programma di Alda De Usanio, si chiamava Antonio, per poi sparire nell’oscurità senza che internet ne portasse traccia. Ero stato censurato nel tentativo di parlare di questi due spunti dati dai media per leggere me stesso, e così li avevo accantonati, forse immortalati in una pagina del mio diario virtuale di allora, per passare ad altro.

Era l’esperienza gay maschile quella che sentivo più vicina a ciò che provavo io. Ricordo un professore, un omosessuale velato, la cui omosessualità era il segreto di pulcinella, e a cui piacevano (anche se non credo sia andato mai “oltre“) i giovani corpi dei miei compagni del triennio del liceo. Esaltava, nel suo insegnamento di letteratura latina, gli amori fugaci tra uomini senior e ragazzi dai lineamenti gentili, e io fantasticavo immaginando di essere un Antinoo.
In quegli anni forse ho provato un’attrazione più sana che quella, penso del tutto mentale, per questo strano professore in là con gli anni: un mio compagno di scuola, non della mia classe, effeminato. Ci scrivevamo su MSN, inizialmente gli avevo fatto uno “scherzo” con un account al maschile, per cui si era preso una cotta (ai tempi pensavo che fosse uno “scherzo”, ma in realtà quei momenti erano gli unici in cui mi sentivo davvero me stesso). Ci vedevamo di rado, e c’è stato anche qualcosa tra noi. Qualche bacio, lui che mi accarezzava i capelli della nuca mentre “facevo finta di dormire” appoggiando la testa su un tavolo. Eravamo entrambi privi di esperienze sessuali e a volte mi chiedo se quelle esperienze maldestre e mai “genitali” che avevamo fatto fossero state solo un modo di entrare in contatto io con la mia disforia e lui con la sua omosessualità, allora ancora latente.

Nel 2002, a cavallo tra il mio diploma e il mio trasferimento a Milano, nacque Gay.tv. Ero già stato in chat luixlui, quelle instabili chat java di fine anni 90-inizio 2000, e anche in tutte quelle mailing list di yahoo in cui i ragazzi gay si conoscevano e si sfogavano sulle loro vite disastrate e represse.
Tutto questo, però, e dobbiamo essere onesti a rivelarlo, faceva parte della mia vita in modo incostante. Passavano settimane in cui prendevano il sopravvento i problemi di salute, o familiari, oppure la fretta di dare gli esami in tempo, o l’amore per un bel ragazzo androgino dai lunghi capelli, come lo sono tanti, anche eterosessuali, in quell’età, e il cercare un modo per piacergli senza tra dire me stesso.

Poi c’erano le sperimentazioni. Quella volta ad un concerto metal in cui, anche se avevo i capelli fino alle spalle, una maglietta nera con una stampa heavy metal aveva più o meno mascherato il petto, ridotto grazie alla mia magrezza di allora, e per poche ore avevo provato un’inattesa esperienza di “passing”, e mi ero fatto dei film su come sarebbe diverso vivere da ragazzo. Ma quell’esperienza non la chiamai “trans“, perché per me quelle cose che sentivo dire, raramente e sempre in modo grottesco, sui media, sul “cambio di sesso“, non mi appartenevano.

E poi la chat, la chat gay, dove puoi essere Juri, o Gabriele, o anche un banalissimo Marco, nomi sempre diversi in modo da non potermi affezionare a quel “me”, esserlo solo per qualche ora, sentendo il desiderio del ragazzo che c’è dall’altra parte. Riesci a sedurlo con le tue parole, che percorrono un corpo, quello del giovane uomo, che conosci benissimo, che desideri tantissimo, che desideri avere, ma desideri anche possedere.
E poi c’erano di disegni. Colori a cera, ad olio, matite, pennarelli, rapidograph: tutto per scolpire una spalla, una schiena, anche una semplice mano maschile, e tante foto rubate, in viaggio, sui mezzi, per strada, a quei ragazzi dai lunghi capelli, dai volti timidi, che mi apparivano così dolci, gentili, sensibili, tanto da poter apparire innocui ai miei occhi di giovane persona che voleva sfuggire dai ruoli dicotomici, dall’essere in coppia con un maschile forte, che avrebbe richiesto un femminile prorompente, che non desideravo e di cui non ero, nè volevo essere, capace.

Sono passati anni, anni che ho passato in una relazione con uno di questi ragazzi “gentili“, che aveva avuto già una ragazzaccia tomboy, e per cui il mio aspetto, il mio “piglio“, la mia personalità non era un problema, ma un valore aggiunto, sempre che poi, socialmente, la mia identità, che era stata da me tratteggiata e disegnata sempre meglio e sempre maggiormente, non fosse esplicitata, per non “umiliare” il suo ruolo di parte maschile della coppia, unica parte maschile.

La nostra relazione finì quando l’impulso di fare attivismo, una volta laureato, un pò di fretta e in anticipo (solo l’indipendenza economica mi avrebbe tolto dalla clandestinità identitaria), divenne prepotente. Legavo all’attivismo il desiderio di potermi vivere come ragazzo gay.

Sarà stata la giovane età, che, una volta tagliati i folti capelli castani, che arrivavano oltre le spalle, mi consentiva una discreta androginia, ma trovai un luogo dove come ragazzo gay, in mezzo ad altri ragazzi gay, tra cui Stefano Aresi, allora presidente, potessi esistere.
Non mi addentrai al di fuori: c’erano persone anziane, regine del movimento gay e, soprattutto, lesbico, per cui io dovevo essere solo e soltanto una ragazzina etero, e non dovevo permettermi di invadere il loro mondo.
In quegli anni non c’era un’associazione trans. Ma fu un ragazzo gay, un attivista gay, non lo dimenticherò mai, a dirmi “Tu sei trans, sei un ragazzo, un ragazzo come me”.

Seguirono mesi di euforia di genere, nello sperimentarmi al maschile. La mia iscrizione su gayromeo come ragazzo, i tanti ragazzi che mi contattavano, il mio primo fidanzato gay, un attivista. Non sapeva nulla di trans, e i suoi riferimenti culturali erano proprio quegli attivisti storici che non avrebbero mai capito una situazione come la mia.
Non ero ancora molto maschile, ma lui sapeva vedermi uomo, e mi tenne la mano quando andammo alla mia prima proiezione di un documentario trans, dove vidi per la prima volta delle persone trans (si trattava di Antonia Monopoli, Porpora Marcasciano e Mirella Izzo). Mi tenne la mano, e, mentre si parlava di fidanzate di ftm, fece una domanda sui fidanzati degli ftm. Mi commosse tanto, e anche se la nostra storia durò solo quattro mesi, lo ricordo come il mio primo amore gay.

Poi venne un ragazzo di gayromeo, spregiudicato e libertino. Con lui tante peripezie, mentre io mi vivevo da attivista intransigente, figlio di una visione “in giacca e cravatta”, assorbita in quegli anni da chi mi fu padre in tema d’attivismo, e lui così libertino. Mi sembrava di vivere quella vita, anche se più che altro la vivevo ascoltando le sue narrazioni: una vita fatta di incontri fugaci, poliamore, chat sessuali, fatti davvero assurdi che fa a chi vive alla giornata tra un incontro e l’altro, e di cui rimanevo sopreso, però trattenendomi (perché la sorpresa mi riportava alla mia educazione xx, da cui mi ero faticosamente staccato).

Poi è arrivata la fiaccolata. La grande fiaccolata per una legge contro l’omotransfobia. Eravamo in quattro, inesperti e spiantati. Qualche vecchio attivista ci aiutò guidandoci coi contatti stampa, indicandoci quali permessi chiedere. Fu lì che conobi Deborah Lambillotte, quella donna trans di cui avevo sempre sentito parlare da Alessandro Martini, e grazie alla quale aveva compreso la mia definizione di ftm gay, ma i nostri sguardi si incrociarono per pochi minuti, perché la reincontrai molti anni dopo su facebook, non facendo in tempo a rivederla, vista la sua prematura scomparsa.

E poi ci furono gli anni di Pier Pour Hom, libreria gay sotto la guida di un imprenditore omosessuale, libreria che guardavo con occhioni spalancati da ragazzino curioso, piena di icone di una virilità prorompente. Timidamente avevo già mosso i miei primi passi all’interno di quella libreria, nella sua vecchia sede, accompagnato dal mio primo amore gay. Avevo soggezione per l’esuberante proprietario, un uomo gay di mezza età. Per me essere in quel luogo del maschile gay era un’emozione, un’emozione che, ora che tutte le librerie sono “intersezionali”, un po’ mi manca, anche se, in effetti, se Pier fosse stato un po’ meno intersezionale, io stesso non avrei potuto avere accesso.
Ora però, vi ero tornato da presidente milk, a fare da “padrone di casa” a Patrioli, a Paterlini e a tutti i miei miti giovanili, di un’adolescenza gay non vissuta a pieno.
E poi le corse fino alla metropolitana per cercare di parlare con Giovanni Dall’Orto, di cui da giovane avevo letto i libri, identificandomi con uno di quei timidi ragazzini “diversi” pronti a fare difficili coming out in famiglie di provincia. Ai tempi non avrei mai potuto immaginare che ne sarei diventato interlocutore, nemico politico.

Poi gli anni della presidenza, di cui in questo blog ho tanto parlato. Ma anche gli anni dei grandi amori, delle grandi convivenze, della quotidianità gay. Un compagno gay con cui convivere, avere altri amici gay, altre coppie gay con cui parlare di banalità, come la gestione della convivenza. Gli anni in cui il milk si trasformava in un’associazione Transgender e Bisessuale, e in cui la stabilità sentimentale e il cambio politico mi ha allontanato da quel mondo gay di cui sono diventato “figlio” prima di diventarlo del mondo trans, ma di cui mi sono sempre sentito un figlio illegittimo, un figlio indesiderato, un ammesso col permesso di soggiorno, revocabile in qualsiasi momento.

Quando sono diventato attivista, non esisteva una cultura “ftm gay”. Quasi tutti gli ftm gay erano bisessuali. Quasi tutti desideravano il corpo maschile, ma alla fine preferivano il contatto con quello femminile perché quello maschile dava loro disforia.
Ho provato qualcosa di simile con un mio ex fidanzato di Bolzano, molto androgino, piccolo, delicato, le cui mie manone ingombravano la sua intera schiena nell’abbraccio, facendomi sentire (come percezione fisica) molto grosso e molto uomo. Tuttavia, quando lo baciai, mi sembrò quasi di baciare qualcos’altro dall’uomo, e per me che non ho esperienze con le donne, narrare questo è difficoltoso. Per quanto un esile corpo molto femminile mi faccia sentire uomo, molto uomo, grazie alle fantasie accese dagli stereotipi, continuo a provare attrazione verso altri tipi di uomo gay e bisex.

E così, dopo essere stato questioning, aver dovuto trovare strumenti e compromessi per esistere, dopo essere diventato prima un attivista gay, poi un attivista ftm, dopo aver cercato di colmare un vuoto, che mi logorava, in una cultura ftm, politica e saggistica, che mancava, ed averlo fatto coi miei scarsi strumenti (del resto ho studiato altro), ho infine desiderato di porre fine alla mia solitudine come uomo ftm e gay, senza riuscirci.

Molte volte, sempre meno negli anni, gli uomini gay, taluni, non giovani, hanno cercato di marginalizzarmi e colpirmi. Offesi dal fatto che un ftm si possa dire uomo, e anche uomo gay, in quanto attratto dagli uomini, sono scaduti in insulti personali, definendo me, e gli altri ftm gay, come “donne etero“, dicendo che noi “usurpavamo” la definizione gay.
Eppure io avrei voluto degli ftm gay con cui confrontarmi.
Sono diverso sia dai gay cisgender, sia dagli ftm etero.
L’orientamento sessuale non è qualcosa che influisce solo su chi ti porti a letto o chi ami: cambia completamente le tue relazioni e il tuo modo di relazionarti.
Dopo anni in gruppi di autoaiuto, negli anni in cui, tranne poche amicizie, tra cui Alessandro Rizzo, le mie amicizie erano più che altro T, ho capito che il confronto con gli ftm etero non mi completerà mai abbastanza, così come non mi completa quello con le donne trans, che paradossalmente (soprattutto se mtf lesbiche, come Monica Romano e Laura Caruso), sento più vicine a me rispetto agli ftm etero.
Spesso sento in loro un modello, quello del maschio eterosessuale cis, che io sento lontano, da cui da giovane mi sono sentito oppresso. So che un gay può essere misogino a modo suo, forse anche di più, e ne sono stato vittima, bersaglio di chi come uomo T non mi ha mai voluto accettare, ma comunque ho sempre sentito una mia forte appartenenza all’universo maschile, e in particolare a quello maschile gay.

Questa nuova tendenza dell’attivismo LGBT a mettere al centro le tematiche femministe, inerenti al corpo delle donne, e non più le battaglie come la legge contro l’omotransfobia e la rettifica per i transgender non canonici, non mi interessa e mi genera disforia. Ho sempre sentito un forte bisogno di confronto col maschile, col maschile trans, col maschile gay.
Avrei voluto che si facesse “subcultura” come ftm gay, per l’esperienza che ci accomuna sia di trans (e so bene che è importante, prepotentemente importante), sia di gay (e non si creda che questa identità sia per noi meno influente di quanto lo è per i gay cis).

Penso ad alcune battute sentite in luoghi di lavoro del mio passato, dove il mio essere “veramente” uomo era sotto indagine, o si chiedevano come usassi la protesi con gli uomini, se fossi attivo o passivo, e quanto fossi disposto a pagare per fare provare esperienze passive a questi machi etero da strapazzo. Oppure l’insistenza nel farmi provare sessualmente la donna, per essere messo un po’ meglio nella scala della diversità. Battute simili venivano rivolte ai gay cisgender di quegli studi professionali: non alle donne, non alle trans, non alle lesbiche. Venivo coinvolto nella gara a chi ce l’aveva più grosso, più lungo. Erano luoghi dove avevo deciso di non nascondere nè il mio essere trans ftm, nè il mio essere gay, anche se sarebbe stato comodo presentarmi nella condizione standard di persona che fa un determinato percorso per poter raggiungere l’amore eterosessuale per la donna, un pacchetto semplice da capire e confezionale, ma che avrebbe offeso il mio complesso e profondo modo di identificarmi col maschile senza avere bisogno che la donna completi, con la sua presenza accanto a me, la mia virilità. Non è forse una riflessione che, magari un po’ diversamente, fa un ragazzo gay nell’accettarsi come uomo anche se non etero?
Spacciarmi per etero avrebbe ridotto, ai loro occhi ipovedenti, la mia identità maschile a una performance per attrarre di più la donna, o le donne in generale, lettura ingannevole e offensiva per i tanti ftm eterosessuali che non si identificano certo come uomini per fare manbassa di fanciulle.

Avrei davvero voluto potermi confrontare con altre persone ftm e gay, ma negli anni, a parte account di facebook spariti dopo pochi mesi, non ho avuto presente fisse e durature nella mia vita. Avrei voluto gestire con loro il difficile coming out, fatto da un me giovanissimo, con una famiglia che si è abituata al tuo timido, e innocuo, sguardo sul maschile, limitato a qualche poster degli efebici Take That, avrei voluto gestire col loro supporto i complicati coming out sui luoghi di lavoro, le mie prime relazioni coi ragazzi gay quando ancora non eravamo, noi ftm gay, una categoria “protetta” all’interno di gayromeo, dove chi ha gusti di nicchia può venire a pescarci, eppure sono stato solo, sono stato a mia insaputa “padre” di una cultura dopo averne tanto ricercato uno io, un padre politico che non è mai arrivato, nè gay, nè trans.

Apolide, figlio di nessuno, mi sono dovuto prendere uno spazio che non era mio, spingendo e spintonando, in un mondo dove chi ha il mio corpo viene zittito, silenziato, e deve alzare la voce per prendere la parola, che non ha mai la precedenza per passare.

Ora che mi sono ritirato mi chiedo se ho lasciato un segno, un solco, se la mia voce non molto profonda ha lasciato un’eco nel movimento, e in chi verrà dopo di me.

Vorrei immaginare nuove generazioni di ftm gay, non vagamente pansessuali, ma gay, prendere in mano la possibilità di fare cultura come ftm gay, e non farsi dire da nessuno che non sono abbastanza trans, o abbastanza gay, che non hanno il diritto di parlare come uomini, o come uomini che amano gli uomini.
Avrei voglia di vedere nuove generazioni di ftm liberarsi da quel triste retaggio dell’educazione sessuofobica che binariamente viene impartita alle nate femmine, che ci porta a non poter dire che un corpo ci piace in un certo modo, se ha determinate caratteristiche fisiche, esattamente come è concesso agli uomini biologici, etero o gay che siano, senza doversi nascondere negli inculcati “ma l’amore è cieco, quando ci piace l’anima“.
Vorrei che ci fossero ftm come me, fissati con la politica e poco inclini a saune e “porcilai” (adoro questa parola gergale, che uso assolutamente in modo neutro), ma che ci siano anche ftm con pc pieni di porno di Lucas Kazan e cellulari pieni di foto di manzi nudi. Vorrei che questi ftm gay trovassero un loro modo di scheccare e di fare genderfucking senza chiedere il permesso ai gay cisgender, e senza chiederle permesso agli ftm etero.

Vorrei che gli ftm gay producessero arte, racconti, letteratura, saggistica, e non quei disegni manga in stile terza media che vedo su Deviant Art. Vorrei vedere dei cognomi accanto a quei nomi, ahimè, strani ed esotici, di cui sono il primo portatore. Vorrei vedere fierezza. Vorrei che i ragazzi ftm gay uscissero fuori, e che non si lasciassero spaventare, che tirassero fuori le unghie (laccate?) e che tirassero forcine.
Vorrei che si facessero valere, in un momento in cui io, dopo la morte del mio vero amico gay, Alessandro Rizzo, mi sento stanco, demotivato.

Oggi è il primo San Valentino da single. Curioso che sia finito a scrivere questo papiro sull’amore omosessuale transgender.
Storyteller? Blogger? Saggista? Incapace di mettere una fine? Logorroico? Spero che qualcuno sia in ascolto, e che la mia storia, al di là delle sue valenze narrative e personali, possa aver acceso qualche ricordo in voi lettori, cis e trans.

Stanotte abbraccerò un orsetto di peluche come quando ero alle scuole elementari, e magari una magia lo trasformerà in un Teddy Bear, che potrebbe tenere compagnia ad un ftm gay “divorziato” per la notte.

P.s. Romeos, meraviglioso film del 2011 che narra la vita din un ftm gay

Gay sta a bisessuale come trans sta a … ? (è il momento di autodefinirci)

E’ il momento di dare una definizione per i percorsi non canonici trans. Senza usare il “non”

Quando iniziai a percorrere la mia strada di consapevolezza e di attivismo dovetti aspettare alcuni anni prima di trovare una persona che sentissi a me vicina.
Un giorno su un portale allora chiamato GayRomeo conobbi un ragazzo che ai tempi si definiva gay, e a cui dissi di essere attivista.

Col tempo la nostra relazione finì, ma la nostra amicizia no, e, confrontandosi con una persona di genere non conforme, lui riuscì ad ammettere a se stesso e agli altri di non essere completamente omosessuale, di provare attrazione per uomini androgini e donne androgine, quasi di preferirli, ma  a quel punto iniziò a riflettere su come entrare nel mondo gay aveva censurato questa sua identità ed istanza schiacciandolo nell’identità politica gay, facendogli credere che la sua presenza nel movimento era dovuta non alla sua bisessualità e alla rivendicazione di essa, ma alla sua “parte omosessuale” e alla difesa dei diritti omosessuali. A causa dello stigma da parte del mondo etero, ma soprattutto da parte del mondo omosessuale, e alla convenienza che questo mondo aveva a tenerlo tra le sue file di attivisti, era diventato uno dei tanti militanti contro l’omofobia e per i matrimoni gay.

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Oggi Leonardo è un attivista per la pansessualità e la bisessualità, insiste che nelle scuole, nella sanità e sui posti di lavoro si parli di bisessualità e pansessualità, nonchè di bifobia e panfobia, e milita contro il binarismo.
Fare attivismo con lui mi piaceva perché, anche se in condizioni diverse, condividevamo l’essere sospesi tra il mondo dei cis/etero e quello dei gay e trans, che ci accettava ma con riserva, col permesso di soggiorno, solo se “accettavamo” di definirci come loro. Ciò per lui comportava l’atto semplice (ma non banale) di definirsi gay. Per quanto riguarda me, il pegno da pagare era l’essere transessuale, fare la mia bella transizione medicalizzata e canonica, raccontare le mie trans narratives sulla mia infanzia binaria nel corpo sbagliato, mettere la mia bella cravatta, tatuarmi il simbolo trans, fare palestra, e guardare sotto le gonnelle.

La mia istanza veniva sempre schiacciata. C’era sempre un ombrello che doveva comprendermi, e quasi mi faceva il “piacere” e l’onore di comprendermi, cancellando poi le mie istanze, mostrandosi contrario, o paternalisticamente dicendo che ci sarebbe stato tempo, in futuro, per le mie istanze, in un mondo migliore, quando noi saremo tutti morti. nel frattempo le mie braccia (rubate all’architettura?) erano pronte a portare i loro picchetti, per migliorare le loro condizioni di vita.
Io, orfano di una comunità che mi accogliesse e mi includesse, per anni mi sono nascosto nella T come chi, essendo bisessuale, si è nascosto nella G.

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Tutti erano fieri di noi, noi coraggiosi che facevamo dei coming out (con parole che non ci definivano e non sentivamo nostre), perchè non rimanevamo nascosti come chi, nella mia situazione, viveva da cis, o come chi, essendo bi, viveva da etero.
C’era chi non riusciva a comprendere la nostra coppia, perché non voleva credere alla sua bisessualità (per loro era gay) nè alla mia non conformità di genere (per loro ero donna). Queste due affermazioni, se affermate inseme, creavano un paradosso, secondo il quale noi non potevamo essere, o essere stati, coppia, ma ne eravamo divertiti, perché era l’ennesima conferma del non rientrare nei loro schemi binari, in cui se qualcuno è fuori da cis, trans, omo, etero, non esiste o si sta definendo in modo sbagliato, per confusione o mancanza di coraggio.

Non c’è ancora un termine per “i bisessuali” dell’identità di genere, o meglio, ce ne sono troppi (ma sono stati coniati da altri).
Puzzano di teoria queer, oppure sottolineano un “passaggio” che molti come me non sentono proprio.

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Se trans fosse recepito come speculare di cis, si parlerebbe di essere al di là o al di quà dei confini del genere. Purtroppo però nella percezione comune “trans” sottolinea un passaggio e un cambiamento, spesso fisico, o anche di ruolo di genere, che magari ha senso se si parla di trans medicalizzati, ma ha meno senso se si parla di tutte le altre variabili di genere, che più che sottolineare, nel definirsi, il “cambiamento” (quel “to” di FtoM e di MtoF), sottolineano la differenza, una differenza, una non conformità, che c’è da sempre e non si riduce ad una metamorfosi.

Se oggi bi e pansessuale sono termini abbastanza chiari per definire l’universo di orientamenti eroticoaffettivi tra omo ed etero, non c’è ancora un termine per descrivere la condizione delle persone tra cisgender e transessuale.
Quando i primi bisessuali alzarono la testa per fare attivismo, subito gay e lesbiche misero sulle loro spalle il peso degli errori e della viltà di chi, in passato, essendo bisessuale o gay velato, aveva vissuto nell’ombra, nascondendosi in matrimoni etero e nella rassicurante vita sociale da “normale“.

Anche con noi lo fanno. Ci paragonano ai travestiti del sabato sera, i top manager con moglie e figli. Alle signorine che sono maschietti su facebook ma poi sono, nella vita reale, solo ragazze con smalti metallizzati e capelli verdi. A chi cambia definizione e polarità di genere una volta a settimana, in una nevrotica e instancabile creazione e disattivazione di profili facebook e twitter, e ci dicono che siamo pochi, picareschi, incapaci di metterci nome, cognome e faccia, incapaci di formalizzare le nostre istanze.

Ma quando alcuni di noi (non troppi), riusciranno a produrre un documento con istanze chiare, come hanno fatto le famose 49 lesbiche, e quando chiederemo al gay, lesbiche, transessuali, pensatori queer, intersessuali, bisessuali, asessuali, di sottoscriverle?
Quando chiederemo di essere compresi in una legge “contro la transfobia” che non comprenda solo periziati e ormonati, così come i bisessuali hanno chiesto di essere compresi in una legge “contro l’omofobia” che tuteli tutti gli orientamenti e non solo quello omo, quando chiederemo il riconoscimento delle persone non binarie e non medicalizzate, loro firmerano con noi o polemizzeranno?
Penseranno che estendere i diritti a noi tolga qualcosa a loro?

Come gli etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio?
Questi sono interrogativi che avranno risposta solo quando ci faremo sentire.
Nel frattempo i bisessuali sono arrivati alla loro quarta giornata della visibilità bisessuale, e coinvolgono sempre più persone, hanno introdotto la parola “Bifobia, che ormai sentiamo usare anche da parlamentari.
E’ il momento che i “non-” dell’identità di genere si facciano sentire.

Se sei uno/a/* di noi, scrivici.
progettogenderqueer@gmail.com

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Non binari e non medicalizzati: un separatismo culturale per definirci senza un “non”

Questo blog, in questi quasi dieci anni, ha cercato di dare una casa alle persone non cisgender che però non si sentono rappresentate nè dalla narrativa transessuale, nè da quella queer, nè da quella cisgender.
Si tratta di persone portatrici di una tematica di genere, ma il cui modo di vivere la tematica è diverso sia da quello tipico delle persone transessuali (essere nati nel corpo sbagliato e/o identificarsi nettamente in un genere e/o desiderare una medicalizzazione e/o avere una disforia fisica col corpo), nè dagli attivisti queer (che hanno un approccio prevalentemente politico e sociale al genere, in continuità con i femminismi non binari e intersezionali, ma che spesso non hanno una personale disforia e urgenti istanze per migliorare la vita della propria persona, oltre ad abbracciare anche una serie di altre battaglie politiche appartenenti a una certa visione politico-economica, e in un certo senso anche uno stile di vita).

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La letteratura transessuale e quella queer non riescono a descrivere questa fetta identitaria di persone gender variant, e coniano termini inadatti e inesatti.

Vi sono termini, per lo più associati ai/alle gender variant xy, che strizzano l’occhio, erroneamente, al mondo del feticismo e del bdsm, e che hanno un approccio più che altro sessuale o estetico. Termini come crossdresser, sissy, trav, indicano sicuramente una persona non medicalizzata che, nel privato o in ambienti protetti, veste abiti femminili, e la tematica di genere finisce nello sfondo, si immagina che essa non sia neanche presente in queste persone, che in realtà sono semplicemente descritte dai termini sbagliati.
Spesso si tratta di persone xy con una tematica di genere (femminile binario ma non solo), magari senza il desiderio di medicalizzazione, ma che nei panni femminili non ci finiscono per motivi di feticismo, di sadomasochismo o di esibizionismo.
Spesso però queste persone, che non sempre sono “velate”, anche se il binarismo sociale spesso le costringe ad esserlo al di fuori degli ambienti protetti, vengono marginalizzate dalle persone trans canoniche, racchiuse nelle parole “trav” e “crossdresser”, per sottolineare la loro non appartenza al mondo trans e non legittimità a definirsi tali.

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Un altro universo marginalizzato, stavolta relativo alla realtà gender variant xx, è quello descritto erroneamente da parole nate in ambito queer, gender studies e femminismi vari: queste persone vengono descritte come gender queer, gender fluid, gender bender, gender rebel, etc etc e la loro varianza di genere, associata al desiderio di non medicalizzarsi e/o alla non identificazione completa con uno dei due generi, viene ricondotta forzatamente alla mera tematica relativa ai ruoli sociali, al loro accesso alla persona xx, alla lotta contro gli stereotipi, contro il sessismo ed il machismo.

Se alla persona gender variant non medicalizzata e non binaria “xy” viene attribuito un approccio meramente estetico e sessuale, alla persona xx viene attribuito un approccio legato al sociale e al ruolo.
Di fatto, gli altri, i cattedratici, gli psichiatri, e gli attivisti canonici LGBT, “decidono” che se non vuoi medicalizzarti e sei xy, la tua è una sperimentazione estetica e sessuale (in quanto tu nato maschio e quindi avvezzo al sesso più del nato femmina), se invece sei xx sicuramente non vuoi medicalizzarti perchè fondamentalmente non hai una tematica di identità di genere ma di ruolo, e quindi sotto sotto sei una donna oppressa dal machismo che puo’ collaborare alla grande lotta femminista sottoforma di queerqualcosa.

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Poi c’è tutto il mondo “performante”, vicino al mondo gay e lesbico, dove chi di loro vuole sperimentare il genere lo fa spesso tramite forme artistiche, come l’esperienza drag queen e drag king, che da un lato rappresenta un buono sfogo e nascondiglio per persone che vivono da omosessuali cisgender ma fondamentalmente sono gender variant, di contro permette di sdrammatizzare ed esorcizzare nell’ambito “pulito” e “rispettabile” della performance artistica.

Necessaria è a questo punto una premessa: esistono persone realmente crossdresser, trav, queer, gender rebel, drag king e queen. E’ errato solo attribuire questi termini a chi ha una tematica di identità di genere.

I transessuali di oggi (non uso questo termine per indicare i transgender medicalizzati, ma per indicare quelle persone in transizione che non hanno rivedicazioni politiche transgender) hanno dimenticato il potere evocativo dell’esperienza politica transgender, e marginalizzano i non medicalizzati e coloro che hanno un genere non binario definendoli tramite questi nomi non appropriati, e che ammiccano a vari ambiti, ma non a quello dei diritti.
Spesso non solo non interessa loro portare avanti le battaglie di non medicalizzati e non binari, ma addirittura sono fortemente contrari, nella paura che i diritti per queste persone possano toglierli a loro, e l’esistenza stessa di queste persone possa fare perdere loro credibilità.

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Sebbene per una persona gender non conforming non binaria sia interessante insistere per rivendicare per se stessa il termine “transgender”, insistendo che esso non sia fatto coincidere con “transessuale”, per queste persone sarebbe importante un sano (e momentaneo) separatismo di elaborazione pplitica e culturale.

Le realtà T che non sono conformi alla T canonica sono orfane persino di un nome che le definisca senza che vi sia un “non”, e quindi che sia sottolineato il fatto che esse sono solo una costola di un movimento molto più grande, visibile, e con istanze definite.
Non medicalizzati, non binari…non c’è un nome che dia dignità a questa comunità.

Inoltre ad essere visibili sono davvero in pochi, e finchè non vi sarà un nome che permetta a queste persone di identificarsi, si sentiranno sempre una timida costola della transessualità, in cui si chiederà sempre scusa per l’essere meno visibili (ma anche impossibilitati a dichiararsi senza derisioni ed incomprensioni), di non avere il “coraggio” di essere transessuali (quando in realtà si è semplicemente “altro), di avere una disforia prevalentemente sociale e non fisica (viene sempre detto timidamente “io, diversamente da te, in una società non binaria starei da dio e non avrei disforie”).

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Come ci si può dichiarare al lavoro, in famiglia, e in tutti gli altri ambiti se prima non si ha un  nome? se si devono usare termini di ripiego “perchè così è più facile far capire”?.
Perchè quei pochi nomi che esistono sono in lingue straniere e non descrivono correttamente ciò che siamo? Perchè non siamo in grado di crearne noi?

Forse le nostre energie sono spesso “sprecate” in battaglie che hanno già molti militanti, e non siamo capaci di fare “separatismo” per definire la nostra subcultura, le nostre istanze, i nostri bisogni, per dare dignità alla nostra disforia anche se è diversa da quella delle persone transessuali, per far capire che il misgendering (ignorare il nostro genere ed attribuirci il genere grammaticale coerente col sesso di nascita) è grave anche se fatto su di noi. Forse siamo troppo deboli perchè qualcuno ha fatto passare l’idea che meritiamo il genere corretto solo se “passiamo“, e invece a noi i nostri corpi piacciono androgini, e non abbiamo intenzione di cambiare look o fisiologia per “meritare” il rispetto del nostro genere.

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Forse abbiamo impiegato molto tempo a battaglie comuni e trasversali e poco a definire le nostre istanze: a far si che abbiano spazio le nostre istanze:
– l’istanza per cui anche noi desideriamo il supporto psicologico tramite la mutua, anche se non inizierà nessun percorso endocrinologico
– l’istanza che prevede che, se arrivasse sul tavolo una legge contro la transfobia, possa ricorrere ad essa anche chi non ha una “patente” di trans, e che sia una legge contro ogni violenza alla libertà di genere e non solo di “rispetto delle persone trans canoniche”
– l’istanza che permetta di avere il cambio anagrafico senza nessuna costrizione alla medicalizzazione
– l’istanza che preveda informazione sulla nostra specifica condizione sui posti di lavoro, nelle scuole, e in ambienti sanitari, per permetterci un accesso che non sia umiliante, vessatorio, e che cancelli le nostre identià.

Non escludo che si possa e si voglia fare attivismo anche in altre battaglie di più ampio respiro, contro il binarismo, per i diritti omo/bisessuali, ma se la persona dimentica la sua precisa istanza, nessuno la porterà avanti per lei.

Del resto anche Primo Levi diceva: “Se non sono io per me, chi sarà per me?”

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Si ma…il tuo “vero” nome? sotto hai patata o pisello?

Mentre chi si dichiara ftm o mtf sta dando all’interlocutore precise indicazioni sul proprio corpo di nascita, chi si dichiara genderfluid “irrita” l’interlocutore, che spesso, infondo, è solo interessato a sapere cosa hai nelle mutande.

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Nelle mie sperimentazioni elaborate per il precedente articolo (binarismo sulle app e i portali), ho provato a propormi anche come genderfluid, genderqueer, agender, etc etc.
Mi rendo conto che queste identità abbiano ancora meno rispetto delle identità “trans” canoniche.

Se una persona dice “ftm“, sta “informando” l’altro del punto di partenza (patata) e quello di arrivo (maschile), e viceversa anche se si dichiara mtf.
L’interlocutore ha bisogno di sapere come sei nato/a.
Se invece ti dichiari “genderfluid” senza accostare le f, le m, le partenze, e gli arrivi, l’interlocutore rimane disorientato, e matura il bisogno quasi ossessivo di “orientarsi” e capire che cosa sei biologicamente.

Se dichiarare di essere uomo ftm o donna mtf puo’ non essere accettato, ma mette a conoscenza l’interlocutore della genetica di chi si presenta come tale, chi si dichiara genderfluid, e magari vuole rendere indifferente la sua appartenenza genetica, disorienta e infastidisce. La sua identità fluida viene presa meno sul serio di quella degli ftm ed elle mtf, attira meno rispetto, e quindi si arriva a domande come “si ma sotto cos’hai?” oppure “ma come ti chiamavi all’anagrafe? qual è il tuo nome vero?”, come se quel dato oggettivo e burocratizzato mettesse ordine nell’anarchia che, illegittimamente, il genderfluid avrebbe voglia di mettere.

Inoltre non si mette in considerazione che un nome anagrafico per un genderfluid potrebbe essere disforico quanto per una persona trans canonica. Si insiste sul volerlo sapere, come se, caduto il binarismo dell’identità di genere, e la retorica del “nato nel corpo sbagliato“, le uniche certezze fossero il sesso di nascita e il nome anagrafico, come se la persona genderfluid fosse semplicemente un maschio o una femmina con ambizioni non binarie (che però valgono quel che valgono).

La genderfluid-fobia dovrebbe allarmare i trans canonici? Si.
Se ci accettano solo e soltanto perchè siamo una realtà meno lontana dai loro modi di ragionare per matrici, e se, caduti questi  dettami, diventano ostili e legati al corpo, cosa ci garantisce che ci accettino e ci capiscano “davvero“?