Colonizzati dall’attivismo d’oltreoceano: le pericolose conseguenze dell’aver smesso di ragionare

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L’attivismo T “made in Italy” e il suo valore aggiunto

Nei miei 10 anni di attivismo ho avuto due riferimenti politico/culturali: quello nazionale, rispetto alla mia attività di blogger, e scrittore/vignettista satirico per Simposio e quello territoriale, come presidente del Circolo Culturale TBIGL Harvey Milk, oggi Rizzo Lari, e come attivista del Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia.

Gli Stati Uniti, l’Inghilterra, erano solo riferimenti lontani. Alcuni termini che arrivavano dall’America li ho trovati già negli scritti di autrici T italiane, come Monica Romano, Diana Nardacchione e altre saggiste.

Poi, questo linguaggio fatto di alcune parole assorbite dai pensatori precedenti, è stato arricchito e rivisitato dalla mia generazione. Alcuni pensatori T italiani, contemporanei, hanno scritto, su blog e carta stampata, e si sono influenzati tra loro, si sono citati nei reciproci scritti (ad esempio io sono davvero onorato di essere citato su Gender Revolution della cara Monica Romano), hanno riflettuto sulla terminologia, hanno rivisto termini e significati, e ne hanno introdotti di nuovi per concetti prima non messi a fuoco.

Potrei sembrare un pallone gonfiato nel dire che l’Italia, forse l’Europa, o il Mediterraneo, ha un’antica tradizione di “pensiero“: siamo un popolo storicamente abituato a ragionare.

E’ per questo che mi permetto di dire che su alcune cose siamo, come profondità di pensiero, più evoluti degli e delle influencer anglosassoni, divenuti santi laici negli ultimi due anni, a causa della battaglia tra femminismi transincludenti e transescludentitrapiantata in Italia visto che, nel “post-Cirinnà“, non avevamo più giocattolini ideologici a cui dedicarci ed è venuta l’idea di abbattere tutto ciò che era stato fatto in precedenza. Ed è stato quello il momento in cui il mondo dell’attivismo T italiano ha abbassato la guardia, dando alcuni concetti come ormai assodati (ad esempio il fatto che l’identità di genere esista, che cis significa “non trans”, che uomo/donna indichino i generi e maschio/femmina i sessi, ect etc).

L’importanzione obbligatoria di nuovi termini e metodi

E’ stato così che sono stati importati concetti nuovi, prima presentati come “opportunità”, infine diventati “obbligatori” se vuoi definirti attivista in Italia.
Ad esempio l’approccio “intersezionale” doveva essere un’opzione, ma oggi chi dichiara di non volersi occupare di migranti sex workers diventa automaticamente un insensibile stronzo.
Penso anche alla terminologia che fa riferimento alla genetica, xx ed xy, ripresa da Monica Romano nell’autobiografia “Storie di ragazze xy” e da me nella collana di vignette per la rivista il Simposio, “Storie di ragazzi xx“: adesso il delirio “intersezionale”, che vuole mettere in relazione per forza “trans” e “intersex” ha deciso che i termini AFAB e AMAB (Assigned Female/Male At Birth) che hanno sicuramente senso se usati su persone intersessuali (l’assegnazione effetivamente avviene, visto che vi è la compresenza di elementi fisici maschili e femminili), vengono estesi anche alle persone transgender. Se per anni si è fatto un gran lavoro per rendere universalmente condivisi nell’attivismo LGBT termini come maschio/femmina/xx/xy per parlare del sesso, e genere/uomo/donna per parlare del genere, ora una nuova generazione di transgender stranieri, spinti dall’ideologia o dalla disforia, vuole impedire ad altri transgender più risolti di dire “sono biologicamente maschio/femmina” o “sono xy/xx”.
Viene preferito un fumoso AFAB o AMAB, che mette in dubbio la possibilità che la persona sia cromosomicamente davvero xx o xy, “a meno che non faccia l’esame del cariotipo“. Sappiamo benissimo, però, che tra non intersessuali, e persino per una parte di intersessuali, il “binarismo” genetico xx/xy esiste ed è anche un modo poco invasivo per parlare dei corpi senza concentrarsi sulla genitalità, “depotenziandone” il valore sociale, riducendo tutto a una differenza genetica.
Tutto questo mi ricorda i tanti giovani (e non giovani) che arrivavano ai gruppi di autoaiuto e, per non prendersi la “responsabilità” di essere transgender, entravano i percolosi deliri biologici, sospettando intersessualità totalmente millantate che avrebbero “spiegato” il loro sentire, ipotizzando rilasci ormonali durante la gravidanza, o altro, per non ammettere, semplicemente, di essere transgender: uomini xx e donne xy.

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Giovani persone XX “questioning”: rischi e strumentalizzazioni

A delirare, però, nella “letteratura” (direi blogging) anglosassone, però, non sono solo queer e intersezionali: abbiamo anche tutta la barricata di femminismo del determinismo biologico, che se un tempo aveva un certo scetticismo ad accogliere persino le “sorelle” lesbiche, oggi si schiera in modo compatto contro il mondo transgender.
L’attacco è duplice: se le donne trans vengono attaccate per la loro richiesta di inclusione negli spazi politici riservati alle donne (ho scritto molto sul tema, evito di affrontare qui la questione), gli uomini trans vengono attaccati come “traditrici della causa” e considerati uno spauracchio, un triste e pericoloso destino destino da cui salvare giovinette biologicamente xx, che per loro sono “indubbiamente” butch (lesbiche) o tomboy (etero) che “potrebbero essere convinte, dalla società maschilista e dal culto trans, di essere ftm“.

C’è verità in questa paura, ed è vero che in alcune famiglie o contesti sociali una persona xx in età evolutiva comprende che è meglio definirsi qualsiasi cosa (e da qui i numerosi coming out “non binari” che vengono argomentati con riferimenti ai ruoli e non all’identità di genere, e sono quindi ovviamente dei “falsi positivi”) piuttosto che definirsi “donna”, per via dell’immagine svalutante e delle aspettative deprimenti trasmesse persino dagli altri componenti di sesso femminile di famiglia, scuole e società, ed è anche vero che il mondo trans italiano, da sempre impegnato contro il binarismo dei ruoli, oggi fa fatica a porre l’accento su questo problema, per via della strumentalizzazione che il mondo lesbico anglosassone (e recentemente anche italiano) sta facendo del problema, per attaccare, con la scusa della medicalizzazione dei minori (su cui non tutte le persone T hanno la stessa posizione), le persone transgender.

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Dal sito della mamma di una persona questioning, che oggi vive da butch lesbian

Non binary: liberi dalle identità o liberi dai ruoli?

In Italia, in cui per anni sono stati presenti, nella letteratura trans, termini come ftm, mtf e genderqueer (comprendeva tutte le persone T, xx ed xy, in percorsi non canonici), e in cui per anni si è parlato di “antibinarismo” come battaglia sociale contro i ruoli di genere tradizionali e obbligatori, si affaccia questo nuovo termine, “non binary”, applicato all’identità di genere e non al ruolo, ma che, vista l’ambiguità semantica, attrae una serie di persone che lo usano su se stesse per manifestare una presa di distanza dai generi come socialmente concepiti. Qualcuno dice che queste persone, un tempo, si sarebbero definite “checche” o “butch“, ma “non binary” è un termine universale, che può includere maschi e femmine, omo, etero o bi, ed è per questo che alla mia generazione piace.

Non sono qui a dire che non si può essere “non binary”, o che si dovrebbe tornare ai vecchi termini, perché sono Millennial quanto loro, e l’idea di un termine “unico” per parlare di persone portatrici di ruoli non conformi non mi dispiace. L’unica obiezione che faccio a chi si fa portatore di questa definizione è di fare chiarezza e capire se ciò che la spinge a definirsi “non binary” sia una tematica di ruoli o di identità, perché questo chiarimento li aiuterà nel percorso verso la scoperta ed accettazione di se stessi per ciò che sono realmente.

Desister? Disaster! Sovrapposizione tra piani diversi e poche idee, ma confuse.

Se in una società anglosassone, dove la sanità è privata, i giovanissimi “questioning” sull’identità di genere non vengono tanto interrogate sul “se” la loro tematica sia di ruoli o di identità (ammettiamolo, è un problema che riguarda soprattutto persone “native” del sesso femminile), in Italia ciò viene preso molto sul serio da attivisti T e operatori della transizione e infatti i casi di “desister” sono rarissimi e limitati ad alcune persone che avevano preso ormoni col “fai da te ed ad alcune persone adolescenti di biologia xx che si sperimentano come genderfluid sui social per periodi limitati. Questa differenza dovrebbe portare le femministe biologiste italiane a cercare di fare politica e cultura tenendo conto di questeimportanti differenze politiche, sociali, culturali, e di dialogare di più con gli attivisti T italiani, cosa che non avviene, secondo me, anche un po’ per cattiva fede.
Mi fa paura la lettura che le femministe anglosassoni, i genitori dei cosiddetti desister, e i desister stessi fanno del loro percorso di “rivisitazione” della definizione del sè rispetto all’identità di genere.
Il mantra è sempre questo: “Volevo fare cose che la società considera da maschio, e credevo che questo mi rendesse un uomo trans, invece ci vuole molto più coraggio a fare queste cose presentandosi come donna tomboy“. Vignette, meme, e status portano avanti questo concetto, con mamme felici che la loro figlia sia “solo” lesbica (il male minore, ai loro occhi), e che possono fare colazione con la figlia adolescente e la sua amata fidanzatina avendo “scampato” il terribile rischio di avere un figlio trans (e le lesbiche, quasi incapaci di capire di essere considerate “un male minore”, esaltano queste madri).
Quello che si capisce benissimo (se vieni dalla “scuola italiana” di attivismo transgender), dalla narrazione di questi percorsi “desister” che riguardano persone di biologia xx, è che queste persone non erano in grado di capire la differenza tra identità di genere e ruoli di generenè sono state sollecitate, dall’attivismo e dalla sanità, a riflettere su questo (come invece avviene in Italia). Inoltre, in queste persone, vi era spesso una grande lesbofobia (oltre alla misoginia) interiorizzata, che faceva rendere ai loro occhi più accettabile l’essere un ftm etero o una persona non binary attratta dalle donne piuttosto che essere semplicemente una donna lesbica e butch.

In altri casi, però, altre persone xx desister raccontano il loro percorso di vita dicendo che hanno “desistito” per ragioni che riguardano il percorso medicalizzato: temevano effetti collaterali, non volevano perdere i capelli, non desideravano la peluria, o dipendere da un farmaco a vita, o si sono arrese all’idea che “non è possibile ricostruire un pene funzionante”.

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L’autocoscienza trans in Italia: identità di genere, esposizione sociale, desiderio di cambiamento fisico

Io provengo da una scuola d’attivismo che ha sempre affrontato le varie tematiche pertinenti alla vita di una persona T separatamente, anche nella lunga esperienza “clinica” nei gruppi di auto mutuo aiuto con le tante persone questioning che da essi sono passate: prima si parlava dell’intimo sentire della persona, quindi della sua reale identità di genere, poi dell’esposizione sociale che questa persona desiderava dare in quel momento a quest’identità, e infine delle modifiche “medicalizzate” che desiderava o meno, o dell’importanza che dava al passing (non sempre legato alla medicalizzazione, soprattutto in direzione mtf). Ad esempio, su un riconoscimento sociale che non passasse necessariamente dal “passing”abbiamo sempre lavorato molto. Quando la tua identità di genere è dichiarata, puoi costruire con altri strumenti, e non solo con il passing, una rispettabilità sociale, che ti permette di essere riconosciuto/a socialmente come appartenente al gruppo di coloro che hanno il tuo genere d’elezione: lo abbiamo imparato dalla generazione di trans precedente alla nostra, come Deborah Lambillotte, talmente autorevole che chiunque la considerava donna nonostante il suo corpo non proprio esile.

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Desister: siamo sicuri che nessuno di loro è transgender?

Queste “desister” fanno politica confondendo i piani, e vengono riempite di like di donne femministe, lesbiche e mamme palpitanti. Se interrogate sulla loro “autentica” identità di genere, spostano il tema sul “coraggio” che si ha a vivere socialmente come donna tomboy o come uomo ftm medicalizzato, oppure ti parlano di presunti effetti collaterali della tos e scelte “non invasive“.
Inoltre parlano delle persone trans come stereotipi viventi, donne oche aderenti ai più beceri stereotipi femminili ed ftm bulletti insensibili ai drammi del vivere al femminile in una società misogina: immaginare il mondo trans così, ovviamente, conferma la loro “coraggiosa” scelta di vivere da tomboy, e la “fortuna” di essersi salvate da un mondo che “sposta le persone da una gabbia all’altra“.
Quello che sto “insinuando”, dopo due chiacchiere con alcuni di loro, è che queste persone non sempre sono persone “cis che credevano di essere trans. Tante di loro sono persone T a cui il “vestito” della transizione canonica non stava a pennello.
Del resto, però, l’opzione “transgender non med” sembra esista ed abbia identità politica, anche se faticosamente, solo in Italia. All’estero, anche quando si parla di minori, sembra che le alternative siano sempre “accettarsi come giovane donna femminista” o “medicalizzarsi in fretta e furia per vivere un’adolescenza al maschile“. Non si parla mai di identità di genere, del come esprimerla, sperimentarla, anche da giovanissimi, ma tutto viene ricondotto ai corpi.
Del resto, questo tipo di attivismo femminista radicale, “critico verso i trans”, l’esistenza dell’identità di genere la nega e riconduce tutto ai corpi e ai ruoli, ed è per questo che diventa irrilevante “cosa” sia il desister (se la sua identità di genere sia maschile o femminile), ma lui/lei è semplicemente come si sta vivendo, quindi se vive da donna in un corpo da donna (non importa se per motivi sociali o di salute), “è” una donna.

Sgombrare il campo dall’esistenza dell’identità di genere permette di non farsi domande: chi torna a vivere al femminile è donna, lo era prima, lo è sempre stata, ed era stata semplicemente “plagiata” dal culto trans.

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Conclusione: quanto l’attivismo T italiano deve orientare un occhio all’Oltreoceano?

Concludo dicendo che per anni, finchè ho potuto, ho ignorato i blogger anglosassoni anche se lo sguardo delle femministe biologiste italiane e dei queer era rivolto lì (ma in quegli anni il dialogo era chiuso, sia coi queer che con le “biologiste”). Rivendicavo il lavoro che io, e i miei contemporanei “colleghi” attivisti T italiani, ma anche i nostri “padri” (o meglio: madri) italiani avevamo fatto con le loro opere saggistiche. Oggi, però i pochi dibattiti pubblici tra esponenti del mondo gaylesbico e del mondo trans dimostrano che i primi/le prime arrivano iper-informati/e sul dibattito d’oltreoceano, i secondi cadono dalle nuvole (giustamente: noi ci occupiamo di vissuti e di supporto ai giovani T, per sopperire alla carenza delle Istituzioni) e si radicalizzano sull’idea che si debba parlare dell’attivismo transgender di casa nostra. E’ questo, a parer mio, che non ha funzionato nel dibattito tenutosi un anno fa al Guado, con come relatori Enzo Cucco, Cristina Gramolini e Monica Romano.
Se in parte gli attivisti trans (non queer) italiani hanno ragione a pretendere che gli attivisti omosessuali/lesbiche evitino di ignorarli preferendo come “antagonisti” i queer italiani oppure i trans d’oltreoceano, forse l’unico modo per salvare capre e cavoli è sforzarci di seguire questo “twitterdibattito” e far si che il nostro background culturale, quello faticosamente costruito e che rischia di andare perduto, sia una solida baseper contestare le idee deliranti dell’una e dell’altra barricata, nessuna delle due realmente “amica” dei diritti trans, e in particolare dei diritti “trans non med”. Quindi, armiamoci di vocabolario, di corsi intensivi di inglese, e del traduttore di google, e cerchiamo di capirci qualcosa di questo assurdo ginepraio, prima che queste idee malsane arrivino qui e minaccino la roccaforte del nostro pensiero.

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Discorso dal palco del Milano Pride 2018 (percorsi transgender non med)

Discorso dal palco del #MilanoPride
#civilimanonabbastanza

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Qui il video

come fai ad essere coerente con te stesso quando il tuo corpo dice il contrario di quello che sei?
questa frase è tratta da un noto monologo di un un famoso pioniere del percorso ftm: Davide Tolu.

Ci sono uomini e donne che sono uomini e che sono donne, senza che il loro aspetto li faccia apparire tali.
Molti di questi vorrebbero dichiarare al mondo di esserlo, ma come trovare il coraggio di farlo in un mondo che basa la definizione sociale di un uomo e di una donna sull’aspetto fisico?

Parlo a tutte le persone sotto a questo palco, che fossero portatrici di un’identità di genere divergente dalle aspettative generate dal proprio corpo.
Quante volte abbiamo provato vergogna a dichiararci uomini, donne, o “altro”, solo perché avremmo dovuto usare una voce acuta per dire “sono un uomo”, o una voce profonda per dire “sono una donna”?

Quante volte i primi a provare imbarazzo in un’affermazione così forte siamo stati noi? Quante volte abbiamo considerato ragionevole il ricevere un “no” ad una richiesta di rispetto della nostra identità di genere?

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Io chiedo a voi tutte e tutti di fare questo atto di coraggio, di autodeterminazione, di riuscire a dichiarare al mondo ciò che siete, ciò che siamo.

So benissimo che, differentemente rispetto al percorso tracciato all’estero, di cui l’Argentina e Malta sono solo due dei tanti esempi, dove il cambio del genere e del nome anagrafico è permesso con una semplice richiesta amministrativa, in Italia viene richiesta ancora una medicalizzazione ormonale obbligatoria, e spesso, un aspetto rassicurante rispetto alle aspettative di genere, quando non anche l’adesione a stereotipi di genere.

Ma se è vero che la società non cambia senza la spinta delle leggi, le leggi non cambiano mai senza la spinta della società: c’è un’interdipendenza, e la nostra visibilità può fare da volano a questo cambiamento.

Chiediamo una legge che ci tuteli dalle discriminazioni per la nostra identità ed espressione di genere, e chiediamo una legge che ci permetta di avere un documento che riconosca la nostra esistenza, e lo chiediamo a voce alta, prendendo la parola per i diritti che ci riguardano e ci spettano, perché la presa di parola transgender, in questo momento, è fondamentale.
Se non io per me, chi per me?

Ed è per questo che dobbiamo fare uno sforzo, andare a votare anche se qualcuno ci costringe a fare la fila dal lato sbagliato, ma soprattutto, dobbiamo far sentire la nostra voce, in senso simbolico, ma non solo, ricordando che l’autorevolezza di una voce non si misura dalla corrispondenza al timbro che ci si attende.

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Concludo nel ricordare tre persone che negli ultimi anni ci hanno lasciato.
Il primo è il giornalista Alessandro Rizzo Lari, che è stato vicepresidente negli anni in cui sono stato presidente del Circolo Culturale tbigl+ Harvey Milk Milano, e che ne era la vera anima e il vero motore e a cui adesso abbiamo dedicato il nome del Circolo.
La seconda è Deborah Lambillotte, la più importante attivista transgender in Lombardia, e, se mi permettete, in Italia, che ha per la prima volta presentato la possibilità che una donna transgender possa anche amare altre donne.
Infine, voglio ricordare Corry Scifo, una persona che frequentava il Circolo Rizzo Lari, forse non un attivista nel senso classico del termine, ma sicuramente una persona che, nonostante la giovane età, ha lottato col sorriso con la sua malattia, portando questo sorriso e questa speranza in ogni nostra serata al circolo.

Infine, ringrazio il Circolo Rizzo Lari, ex Harvey Milk, e tutto quello che ho imparato negli 8 anni che ne sono stato presidente, e a Gianni Geraci, che, dandoci una sede, lo ha reso possibile e i colleghi attivisti del Progetto Identità di Genere, Monica RomanoLaura Caruso e Daniele Brattoli, ma anche ad altri attivisti transgender di Milano, con cui c’è stato sempre un aperto confronto, Gabriele Dario BelliAntonia Monopoli e Gianmarco Negri, per tutto quello che potranno darmi in futuro. Un grazie anche allo staff diProgetto GenderQueer e della rivista LGBT Il Simposio.

Misgendering e Deadnaming nei percorsi non med, non binary, e no…passing.

Gentili readers,

come sapete ho “trasgredito” il mio ritiro dall’associazionismo con l’evento a tema “Non med”, appartentente al calendario di Alessandro Rizzo, e in programma da ancor prima della fine del mio mandato “presidenziale”.
Riflettere sul tema “non med” e confrontarmi con altri ed altre “non med” ha messo a fuoco alcuni aspetti relativi alla vita da persona T non medicalizzata ma con l’ambizione di rendere visibile e dichiarata la sua identità di genere.
Premetto che, per quanto mi riguarda, è una sfida che inseguo da anni, seppur con immense difficoltà.

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Immagine carinissima tratta da https://www.youtube.com/watch?v=VpomQ-Mkcc0

Senza un cambiamento biologico evidente, i nostri coming out vengono recepiti come annacquati, e qualcuno (magari gli LGB, magari i trans med) ci dirà che ciò dipende da noi, dal non essere abbastanza assertivi, ma non è così.
Spesso diventa difficile anche solo dirsi T, quando l’altra persona, presumibilmente etero e cisgender, ha davanti quello che ai suoi occhi appare come comunissimo “esemplare” di donna biologica o uomo biologico, magari persino eterosessuale.
E così in noi nasce la vergogna, la paura di essere presi per pazzi o per “patetici”, per il fatto di non corrispondere, agli occhi di chi deve accogliere o meno il nostro coming out o istanza, al suo immaginario di persona trans.

Premetto che per molti “trans” corrisponde inequivocabilmente ad una persona di sesso maschile, vestita da donna, che può aver subito della chirurgia, magari al viso o al seno, attratta dagli uomini, presumibilmente straniera e ovviamente sex worker.
Anche chi, sensibilizzato dai Dossier di Sabrina Ferilli, dovesse aver capito che ci sono anche trans non sex worker e che ci sono trans in entrambe le direzioni, si aspetta la persona trans “nata nel corpo sbagliato”, che desidera più che altro il cambiamento fisico, e che solo secondariamente intende chiedere il rispetto del genere d’elezione e del nome d’elezione, dato su cui queste trasmissioni televisive non si soffermano mai (anzi a volte insistono sul nome anagrafico d’origine).

Chi di noi è maggiormente sgamato, coraggioso e creativo, cerca di chiedere compromessi a datori di lavoro, capi, colleghi, amministratori di condominio, oppure ai fornitori ed i clienti, che entrano in contatto col nome anagrafico (magari per questioni retributive o burocratiche) e, una volta saputolo, tendono ad usarlo.
C’è chi trova compromessi riuscendo a non dire di essere trans, informazione che spesso peggiora la situazione, creando pettegolezzo, o invogliando quasi queste persone ad usare ancor di più il nome anagrafico, quando non a compatire la persona.
Magari qualcuno chiede semplicemente che sia usato un nome al posto di un altro, non dando chiare spiegazioni sul motivo, soprattutto quando il nuovo nome risulta unisex o un’abbrevazione di qualcosa che può declinarsi al maschile o al femminile. Queste soluzioni spesso, in mancanza di passing, riscontrano un maggiore successo, perché turbano di meno il sentire della persona comune, riportando la persona “gender non conforming” e “senza passing” in una dimensione di persona “alternativa” e non di persona “trans”.

Per simili motivi, spesso, alcuni trans non med, con identità binariamente maschile o femminile, decidono però di presentarsi come genderqueer/genderfluid/non binary, per evitare definizioni pesanti e “con una brutta reputazione”, come transessuale e trans, che sarebbero immediatamente ricondotte, dalla persona media, al disagio mentale o alla prostituzione, e usando definizioni più leggere e fresche, riconducibili, per chi è ignorante, ad una ribellione ai ruoli e agli stereotipi, più che ad una collocazione identitaria e legata ad una disforia (che però spesso è presente).
Premetto che non sto dicendo che le persone realmente genderqueer e non binary non esistano, così come esistono le persone bisessuali e pansessuali, ma è vero che queste definizioni spesso vengono usate per esporsi parzialmente in ambienti “ruvidi”, dove altri coming out verrebbero accolti molto peggio.
Io stesso mi sono reso conto, monitorando parole come “transgender” e  “transessuale” con Google Alert, allo scopo di farmi inviare tutti gli articoli che escono in Italia su questi temi, che il primo termine è quasi sempre associato ad articoli di attivismo, il secondo a risse, prostituzione, criminalità. Vogliamo davvero criticare chi sceglie bene ogni parola quando fa coming out col capo o coi vicini di casa?

Il problema di questi coming out e successive richieste, come far sparire il nome anagrafico da mail, buoni pasto, badge, oppure da verbali di condominio, o dall’elenco dei condòmini custodito dalla portinaia, reggono per periodi anche medio-lunghi (per mesi o per anni), ma poi quando un evento “turba” l’equilibrio, si ripiomba nel deadnaming.
Basta che esca una nuova legge sulla privacy, come il GDPR, e magari i datori di lavoro ti dicono che sono costretti a mettere in chiaro i tuoi dati anagrafici, che magari da anni non usava o conosceva nessuno escluso il tizio che ti prepara la busta paga, per una questione di trasparenza coi clienti, oppure basta che cambi la tua portinaia, e quella nuova magari non capisca che il nome anagrafico non lo deve rivelare, anche se hai provato a spiegarglielo, e magari lei lo pronunci per salutarti proprio davanti ad un tuo cliente, o magari ad un tuo fidanzato/a.

Poi si creano problemi complessi. Ad esempio, puoi di certo ordinare i pacchi su Amazon e su Ebay mettendo il semplice cognome, decorato da un simpatico Dr. se ci va, e tutto va bene finché a riceverli siamo noi, o una custode, e finché quel Dr. Cognome appare anche sul campanello. Peccato che poi capiti sempre che un pc ordinato su Amazon arrivi proprio quando tu e la custode non ci siete, e che vada ritirato alle poste di Vergate Sul Membro, dove non riconoscono che sia proprio “tu” la persona a cui dare quel pc. E poi abbiamo le bollette che arrivano col nome anagrafico, MA anche i romanzi del tale ftm di Domodossola che ha scritto sul suo doloroso coming out e ovviamente vuole regalare le copie all’attivista che lo ha ispirato, e te le invia col nome con cui ti ha conosciuto. A quel punto la custode, che ti vede vivere da solo, e avere pure un aspetto strano, cosa fa? Mette in giro strane voci sul fatto che ti travesti, hai un doppio nome, e una doppia vita, e tempo tre giorni tutti ti salutano col nome anagrafico quando passi mano nella mano col tuo nuovo fidanzato.

Quello che voglio farvi capire, con questi simpatici aneddoti, è che quando sei “non med”, misgendering e deadnaming sono all’ordine del giorno, e questo accade perché tu non riesci ad essere “forte” nella tua richiesta. Non dipende ovviamente da te, dalla tua forza interiore. Il problema è proprio che le condizioni non ti danno l’autorevolezza che la società, con le sue attuali convenzioni, richiederebbe.
Loro potrebbero capire se tu parlassi del tuo corpo che man mano comincerà a cambiare, sembrando sempre di più quello di coloro che loro chiamano uomini (o, nel caso della direzione opposta, donne). Loro capirebbero di più anche se tu “psichiatrizzassi” il tuo coming out, dicendo che sei “nato nel corpo sbagliato”, soffri di disforia di genere” (non parlerei mai così della disforia in un coming out), che “ti senti” uomo (o donna) o che vuoi “diventare” uomo (o donna). Sentirebbero le stesse parole che hanno sentito nel programma Rai della Ferilli. Forse potrebbero addirittura, anche in una stagione politica così aspra, provare tenerezza per te.

Poi però ci siamo noi: i transgender non medicalizzati. Certo possiamo “transizionare” anche tramite accorgimenti, tramite diete, tramite palestra, tramite il vestiario e il taglio di capelli, ma tutto ciò richiede uno sforzo continuo, perché il nostro corpo e la sua natura ci porta nella direzione opposta. Nel caso di noi ftm, i risultati della palestra dureranno poco se non siamo costanti, e comunque richiederanno un lavoro doppio rispetto ai “cugini” xy, se ingrassiamo perché siamo un po’ depressi, il grasso ci si depositerà sui fianchi o “sul balcone”, o ci verrà un facciottino tondo che eliminerà ogni rude e virile spigolosità del volto, e dovremmo abusare dei parrucchieri vista la velocità con cui i nostri ormoni fanno crescere i capelli, rivivendo continuamente il trauma di un barbiere che non ci fa accedere o di un parrucchiere gay che non capisce un cacchio e vuole farci fiorire nella “nostra femminilità”.

Poi ci sono gli amici, gli amici cis oppure trans medicalizzati, che ci dicono che “dobbiamo impegnarci”, e se da un lato sappiamo che a livello pratico hanno ragione (se mi pettino come Shakira ho poca possibilità di passare come uomo, ma anche come ftm postulante genere grammaticale maschile), ma che in qualche modo avvallano qualcosa che noi da sempre vogliamo combattere: gli stereotipi di genere. E’ forse meno maschio un motociclista coi capelli lunghi e ingellati? No, ma se sei ftm, e perdipiù non med, i capelli te li devi tagliare ogni mese. E’ un fatto.
Non è tanto una questione di “passing”: un ftm non med è raro che “passi” (anche se certe lesbiche butch vengono scambiate in continuazione per uomini e buttate fuori dai bagni delle donne), ma è un altro tipo di passing che inseguiamo: quello dell’apparire “almeno” trans, in modo da poter essere credibili come “nati nel corpo sbagliato. Insomma, dobbiamo “impegnarci” a sembrare perlomeno convinti nell’intento di apparire il più possibile maschili (se in direzione ftm) e femminili (se in direzione mtf), salvo poi subire dalle femministe e dagli attivisti gay storici un fiume di critiche perché “agli stereotipi di genere ormai ci crediamo solo noi trans”, quando in realtà è solo un modo per sfruttare il tanto odiato binarismo per convincere vicini di casa, baristi e colleghi di lavoro che “trans” lo siamo davvero.

Quante persone non med fanno coming out negli uffici, rivelando anche il nome con cui desiderano essere chiamati, ma dopo quella rivelazione, a volte fatta e rifatta molte volte, non cambia nulla? A volte addirittura le cose peggiorano, e i colleghi, completamente incapaci di comprendere la disforia, quel nome iniziano ad usarlo apposta giusto per essere divertenti o dispettosi. E’ successo a diverse mie amiche trans, di cui alcune anche medicalizzate, ma il cui passing era ostacolato dall’altezza e dalla voce.
Ma se non è neanche la medicalizzazione la “prova d’amore” che chi ci circonda pretende per prenderci sul serio, se è, banalmente, una questione di passing, chi non ce l’ha che cosa può fare? Deve arrendersi a una vita di deadnaming e di misgendering?

Eviterei gli approcci da “inqueersizione” secondo cui “gli etero sono tutti dei bastardi che non ci capiscono”, così come eviterei l’approccio secondo il quale la colpa è sempre nostra, siamo sempre troppo fragili, non ci sforziamo abbastanza, o non ci imbellettiamo abbastanza.
La verità sta nel mezzo. Le persone (la custode pettegola, il collega dispettoso, l’impiegata delle poste che il pacco non te lo vuole consegnare) non sono informate sui temi transgender e non riescono davvero a capire quanto la disforia distrugga una persona trans (anzi potrebbero vivere tutto come qualcosa di frivolo, un capriccio), ed è quindi importante pensare ad una strategia “ragionevole” per convincere queste persone del fatto che non essere chiamati in un certo modo è per noi importante. Come fare? I gruppi di autocoscienza T esistono anche per confrontare esperienze e poter mettere in atto le strategie vincenti più rodate, sempre che ce ne siano.
Se accettare che la persona media non è “bastarda” ma solo disinformata ci fa rimanere attaccati alla realtà in un’epoca in cui spesso delle narrazioni disforiche, miste a culto queer, ci portano alla negazione dell’evidenza, è anche vero che dobbiamo accettare che, in parte, la riluttanza ad accettare le nostre richieste, il non apparire abbastanza “credibile” per queste persone nella loro “scelta” di accettarci o meno come appartenenti al genere d’elezione, è legata ad una forma, consapevole o non consapevole, di “transfobia” (anche se forse si dovrebbe trovare un’altra parola, visto che la sfumatura che volevo dare non è ben rappresentata da “transfobia”).

Se fosse possibile per le persone T anche solo cambiare nome, se non genere, molti di questi imbarazzi (perlomeno quelli sul deadnaming, se non anche qualcuno sul misgendering) sarebbero evitati. Si tratterebbe di una versione 2.0 della “Piccola Soluzione, estesa ai non med, e ai non binary che non si sentono a proprio agio col loro nome anagrafico, e ne preferiscono uno unisex oppure coerente col genere d’elezione.

Di certo, avere un riconoscimento legale, ed avere il nome d’elezione su carta, spingerebbe le persone non med ad osare maggiormente con l’aspetto fisico, non dovendo più sottostare a funambolismi legati al vecchio nome anagrafico, e a gestire situazioni di velatismo in cui, sentendosi legalmente deboli, alcuni di noi vivono ancora magari per quanto riguarda relazioni umane o professionali molto occasionali (il dentista, l’ottico) in cui è presente il dover esibire il documento (fatture, ricevute) ma non vogliamo sconvolgere troppo col nostro aspetto (quindi ci facciamo la barba, se ftm, o andiamo in pantaloni se mtf).
Un riconoscimento legale, anche del semplice nome, ci farebbe sentire a nostro agio in tante situazioni della nostra vita, dal nome sul bancomat al ritiro di una raccomandata in posta.
Mi rendo conto che il movimento intersezionale ha portato tante nuove istanze, e che da due anni non si parli altro che di alcuni temi, ma le persone non med (binary e non binary) vivono ogni giorno situazioni di disforia, che invalidano la loro vita quotidiana (ad esempio anche il semplice gesto di mandare in giro il curriculum vitae o fare colloqui di lavoro senza provare vergogna e disforia).

So che molte persone trans med non sentono come propria questa battaglia, poichè quei cambiamenti li desideravano davvero e non li hanno di certo fatti per gli altri.
Però non si può sottovalutare il fatto che, anche se non avessero voluto farli, avrebbero dovuto, perché un giudice li imponeva affinché il loro aspetto fosse “rassicurante per la società”, e quindi non per il loro stesso benessere.
Sono convinto che i trans med, perlomeno gli attivisti, dovrebbero affiancare i non med in questa battaglia, anche se non ne sono burocraticamente toccati, per una questione politica e culturale: i nostri percorsi devono essere modellati in base ai nostri desideri e bisogni, e non a richieste esterne.
Il riconoscimento della condizione trans non med è quindi una battaglia di civiltà, che, oltre a dare dignità ai nostri percorsi, la restituisce a tutti i vissuti trans, rendendo il diritto di essere riconosciuti nel nostro genere d’elezione indipendente da ogni trattamento che ognuno di noi fa, o non fa, solo ed esclusivamente per il suo personale benessere.

Non Med: percorsi transgender non medicalizzati, 8 aprile 2018 a Milano

Domenica 8 aprile 2018, ore 18, al Circolo TBIGL+ Alessandro Rizzo Lari Milano (ex Harvey Milk), ci sarà un evento culturale, appartenente al calendario di Alessandro Rizzo Lari, dedicato alle persone transgender in percorsi non medicalizzati, ovvero le persone T che non apportano modifiche farmacologiche al proprio corpo, e chiedono il rispetto sociale della propria identità di genere.

Ecco il prezioso e dettagliato report di Giulia Terrosi, di “un altro genere di rispetto”.

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Interverranno Laura Caruso, attivista transgender non medicalizzata, e Nathan, ftm non med, autore di Progetto Genderqueer e presidente onorario del Circolo.

Saranno trattati temi legati al riconoscimento legale, alle possibilità (o non possibilità) di cambio “nome” o di cambio “nome e genere”, tematiche legate al passing, e al misgendering, alla sanità e alla professione.

La grafica del progetto “Non Med” è stata ideata, dopo un brainstorming con Laura e Nathan, dal grafico Sam Mera.
Interverranno anche Monica Romano come conduttrice, e Gianmarco Negri come avvocato.

Ecco le slide dell’evento!

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Le realtà promotrici sono:
Circolo Culturale TBIGL+ Alessandro Rizzo Lari Milano (ex Harvey Milk)
UAAR Milano
Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia
Progetto GenderQueer

Le realtà aderenti sono:
Libreria Antigone
Un altro genere di rispetto
Femminismo e altre liberazioni
Gruppo del Guado
Mille & una voce
Lieviti
Non una di meno Milano
Camminando
Non una di meno Verona

Evento su facebook

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Percorsi non medicalizzati: coming out, velatismo, esposizione sociale

Perché quasi tutte le persone non medicalizzate sono velate? Perché è così difficile esporsi? Quanto conta il passing? Quanto conta non avere una legge che tutela questa condizione? Quanto conta il binarismo e le aspettative sull’aspetto fisico?

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Il mio ritiro dall’attivismo associativo ha posto in me diversi interrogativi sul mio esistere, come persona, come professionista, e come uomo, al di fuori di quei contesti.
Non ho molti transgender non medicalizzati con cui confrontarmi, nel senso che quasi nessun transgender “non medicalizzato” rivendica questa identità (spesso usano, per definirsi, concetti che non mettono al centro questa diversità, ovvero la non medicalizzazione, ma mettono al centro la visione antibinaria o altro), ma con quei pochi che conosco, quasi sempre virtualmente, il piano del confronto non è mai lo stesso, perché, di solito, hanno scelto una visibilità e un’esposizione sociale diversa (minore) della mia.

Sarebbe facile fare una crociata contro i “cattivoni” velati, ma se invece avessi sbagliato io? Non voglio essere “elogiato” come coraggioso monaco guerriero: sono estremamente infastidio da questa componente “cattocomunista” dell’attivismo, che ci vuole guerrieri senza macchia, senza vita privata, devoti alla causa e all’aiuto dell’altro, di quello un pelo più fragile di te, a cui “dovresti” sacrificare quel poco di solidità che hai ottenuto.
No, non sono qui per questo, per chiedere “la beatitudine” alla chiesa LGBT. Io sono qui per capire “perché” gli altri non medicalizzati spesso decidono di non esporsi.

Una persona che ho molto aiutato, che si autodefinisce genderfluid, ma rivendica l’appartenenza all’ombrello transgender, e parla della sua disforia, ha scelto di fare attivismo, ma di farlo con un altro cognome. Ha un cognome molto comune, e credo che avrebbe potuto presidiare il web col cognome vero senza rischiare, ma la “paura” dell’essere identificato/a come “transgender” anche da chi lo/la conosce col nome anagrafico, magari tramite canali professionali, era altissima.

Questa persona è una di quelle che, senza fare una terapia ormonale, si espone di più, maggiormente rispetto agli altri. Mediamente le persone non med che conoscono sfidano ogni giorno la “censura” di facebook, provando ad aprire account (che spesso poi vengono chiusi, a volte per “vendetta” legata a segnalazioni a facebook, da parte di persone, spesso anch’esse LGBT,  con cui litigano per argomenti di attivismo) con cognomi esotici.
A volte, queste persone, in società, vivono con aspetti androgini (questo avviene più per persone di provenienza biologica XX), a volte no (vi è un on/off nel look), ma spesso il dato allarmante è che, spento il portatile, queste persone vengono “socializzate” come appartenenti al sesso biologico.

Partiamo da quelle persone che scelgono (magari sono spinte dalla disforia), di presentarsi al mondo con una aspetto “gender non conforming”. Il caso tipico è quello della persona di biologia xx che sceglie un aspetto maschile, ma che, a causa dei “limiti biologici”, riesce ad avere un aspetto al massimo androgino, dove “androgino” non deve essere pensato come qualcosa di erotico e intrigante, perché, se si supera l’asticella del consentito, l’ambiguità viene vista come brutta, anomala, e genera sospetto.

Però, questa persona xx, se la sua androginia è “ridotta” e “controllata”, e se è molto giovane, riesce a farne un punto di forza, ad integrarsi come ragazza lesbica, bisessuale o etero alternativa.
Se invece la sua androginia sarà “eccessiva”, oltre al limite “consentito”, ottenuto dalle battaglie femministe, se il suo cranio sarà troppo tosato, se le sue gambe saranno troppo pelose, questa persona potrà sì vivere, uscire di casa senza rischiare le percosse, ma non potrà mai “integrarsi” davvero nella società, inseguire le sue aspirazioni professionali, essere percepita come “altro” rispetto allo stigma di persona “poco raccomandabile”, “strana”, “ambigua”.
Lo stesso accade, se non di peggio, alle persone non medicalizzate di provenienza xy. Esse a volte limitano la medicalizzazione, se di questo si può parlare, alla rimozione della barba tramite la terapia laser, ma, se non portatrici di un buon “passing”, esse continuano ad essere viste come uomini “strani”, magari omosessuali, magari che hanno una “vita notturna” in non si sa bene quale nightclub.

E’ facile giudicare le persone “non medicalizzate”, dimenticando quanto è difficile per loro non solo fare coming out, ma che questo coming out venga preso sul serio.
E’ quasi come se la persona cis “perdonasse” la persona trans solo alla luce di un “sacrificio fisico”. E’ chiaro che le persone medicalizzate facciano determinati cambiamenti per il proprio desiderio di vedere la propria immagine più coerente a quella interiore, ma ciò non toglie che da fuori questo sarà visto come un sacrificio “necessario” per essere presi sul serio, come un “rituale tribale”, richiesto, affinchè il “capriccio” di essere rispettati possa essere ascoltato e accolto.

Senza il passing, senza un corpo che cambia velocemente nelle sue caratteristiche biologiche legate alla percezione del sesso di appartenenza, senza un certificato di una persona cisgender che “attesta” che la persona T non stia mentendo, i coming out delle persone T non vengono presi sul serio. Deve essere sempre attesa una particolare apertura mentale: nulla è dovuto, ed è sempre un mix tra una committenza illuminata (che accoglie l’istanza), e l’intelligenza, la cultura, la sfrontatezza della persona T non medicalizzata che fa questo coming out, un uso sapiente, ponderato e scelto delle parole, di ogni singola parola.

Molte persone non med preferiscono coming out soft che alludono a questioni di antibinarismo dei ruoli, o alla compresenza di entrambi i generi, o al non avere un genere, anche quando queste persone, osservando la loro disforia rispetto al nome, o alla grammatica, sono, di fatto, persone che si identificano chiaramente nel genere opposto al loro sesso, e non in “vie di mezzo”: a darmi ragione è aver osservato per 11 anni la comunità T, virtuale e non, e avere visto che, arrivata la medicalizzazione, spesso le definizioni “non binary” venivano accantonate, proprio perché spesso usate, comunicativamente, per farsi accettare in modo meno traumatico.
Del resto anche io spesso ho preso in considerazione, in casi abbastanza complessi, un coming out “genderqueer” piuttosto che uno da uomo trans. Poteva essere un modo veloce e semplice per eliminare i comportamenti fonte di disforia (l’uso del nome anagrafico, del genere grammaticale sbagliato, di alcune aspettative da stereotipo), senza generare aspettative di genere (ovvero che, accettato il fatto di considerare quella persona del genere opposto a quello di cui la consideravano prima, si generino aspettative sulla lunghezza dei suoi capelli, sui comportamenti, sulle reazioni, spesso dovute alla poca evoluzione mentale sui ruoli che ha la persona con cui dobbiamo fare coming out).

Questa parte del mio articolo potrebbe sembrare offensiva verso genderqueer e non binary. Eppure io credo che tante persone siano genderqueer e non binary, anche tante persone medicalizzate (magari hanno scelto una medicalizzazione parziale, per esaltare un non binarismo estetico che corrisponde alla loro identità di genere non binaria), ma anche che molte persone di identità definita pensino di essere “non binary” (definizione che riguarda l’identità e non i ruoli), solo perché sono uomini o donne contro il binarismo dei ruoli di genere o non aderenti agli stereotipi del genere d’elezione (caratteristica assai diffusa tra transgender non medicalizzati).

Inoltre, è come se la definizione “non binary” o “genderqueer” desse meno fastidio nell’attivismo trans. E’ come se dire di essere “non medicalizzati” in qualche modo mettesse in discussione o “offendesse” i percorsi canonici, e i vari litigi assurdi e irrispettosi che si possono osservare nei gruppi trans di facebook, quelli in cui da anni non scrivo più, ne sono la prova.

Insomma: definirsi “transgender non medicalizzato” porterebbe problemi in tutte le comunità, sia interne che esterne al mondo LGBT, mentre definirsi queer o non binary (non essendolo), darebbe un passaporto per una grande comunità, guidata dagli Stati Uniti, che veicola parole chiave più “rassicuranti”.

Passo al tema del cambio documenti.
In Italia, se sei non medicalizzato, non puoi cambiare i documenti. In altri stati basta una semplice pratica amministrativa.
Lotterò fino alla morte affinché una persona senza passing possa cambiare legamente i documenti.
Penso, però, a me, domani, con un bel nome marcatamente maschile, e questo aspetto. Per quanto alcune persone non med, spesso molto giovani, abbiano un discreto passing (magari fasciando il petto a vita, cosa che non è che faccia poi così “bene” a lungo andare), quasi tutte non arrivano a confondersi tra i cis, me compreso, e penso che, per come la società la pensa oggi, quel bellissimo nome potrebbe creare verso di me ancora più stigma. Sarebbe un “coming out” continuo, come persona trans, ovunque io andassi, o volessi lavorare. Qualcuno, per ignoranza, mi immaginerebbe “trans al contrario”, un uomo che vuole sembrare donna e ci riesce (visto lo scarso passing), ma “chissà cosa fa di notte al nightclub“).

Poi ci sono quelle persone non med a cui basterebbe optare per un cambio nome, con la scelta di un nome ambiguo, neutro, esotico, che tolga loro la disforia, e che permetta alla persona in questione di presentarsi, in un modo molto transfobico, come appartenenti al genere d’elezione solo quando le condizioni al contorno lo permettono. Qualcuno potrebbe chiamare questa “piccola soluzione”, e io potrei anche essere d’accordo a questa opzione, se possa essere “scelta” in alternativa al “cambio di genere” come tradizionalmente concepito.
Potrebbe essere una soluzione al problema sanitario: una persona non med ha bisogno dell’assistenza medica relativa al suo sesso biologico, ed è bene che la sanità lo preveda, visto che esistono già situazioni imbarazzanti per i trans “med”, che in alcuni casi, anche loro, hanno bisogno di visite mediche relative al loro corpo di nascita.

D’altro lato, ciò che è sostenuto dalla legge, diventa automaticamente autorevole. Se da domani io fossi Arturo (nome a caso), per la legge, forse con maggiore libertà potrei vivere il mio maschile estetico, senza preoccuparmi di impelagarmi in tutti quei casi in cui la gente, leggendo il mio documento al femminile, mi guardava male per la mia sfumatura alta, o per i peli sulle gambe (anche se qui andrebbe aperta una parentesi sul perché una donna non possa scegliere un’immagine di questo tipo se lo vuole, presentandosi come donna, dopo tutti questi anni di femminismo).
Probabilmente la legittimazione legale nel genere maschile mi spingerebbe a vivere liberamente un’immagine maschile senza mille compromessi, giri di waltzer, e compagnia cantante.
In varie occasioni, in cui ero “burocratizzato” al maschile (anche solo da una tessera ad un’associazione o ad una biblioteca), molte persone mi hanno trattato al maschile perché “se c’era scritto così doveva essere così”. Non poteva essere altrimenti (magari dipende anche dalla scarsa informazione sugli ftm), non era per loro concepibile che se in quella tessera c’era scritto Nathan, io in realtà mi chiamassi in altro modo, e fossi “altro” rispetto a “uomo”.
Per questo credo fermamente che, seppur dovrebbe essere importante dare alternative “soft”, che permettano di integrarsi a persone che preferiscono un’esposizione minore, ma vogliono limitare la disforia, sia importante anche dare la possibilità di cambiare nome e genere a chi si sente pronto, senza preoccuparsi in modo paternalistico di “come faranno, poverini, ad integrarsi senza il passing”.

Tutti questi ragionamenti richiedono una sensibilità ed un’esperienza che chi ha avuto la possibilità di confrontarsi a lungo con altri transgender, anche medicalizzati (e rivendico il ruolo dei gruppi di confronto dal vivo, dove nascono spesso soluzioni inedite per i problemi di noi trans afflitti dal binarismo sociale), ha, ma non si deve pretendere che la persona “non med” sia sempre sgamata, maliziosa, portata a compromessi “funambolici” come posso esserlo io, con grande dispendio di energia.
E a dirla tutta, avrei preferito di gran lunga destinare ad altro le mie energie, magari alla mia promozione come professionista, senza dovermi preoccupare di creare un “brand” diverso dal mio nome, proprio per non dover dare spiegazioni sul perché esso differisce dal mio nome anagrafico, che spunta ogni volta che devo fare una ricevuta.
Quanto, questo stress di dover escogitare strategie sul nome anagrafico e sull’aspetto, di dover comunque fare i conti continuamente con sesso biologico, nome anagrafico, anche quando volevo pensare alla mia immagine di professionista, o, non so, di musicista semiprofessionista che fa parte di una band, mi ha scoraggiato?
Quante persone non rettificate non vanno a votare? Quanto il misgendering, l’incomprensione, la difficoltà a dare spiegazioni convincenti quando non hai il passing, azzoppa le nostre vite, la nostra autorevolezza, la nostra felicità?

E diventiamo, intendo come comunità non med, dei nomi farlocchi su facebook, continuamente funestati da chiusure dell’account, osservati dai nostri amici facebook, anche semplicemente gay, come cangianti, instabili, inaffidabili, e così anche dal mondo che ci vede fuori, quello a cui facciamo fatica a dare un nome disambiguo, italiano, semplice, che finisce con A od O, quello che non sa se ci vuole come vicini di casa, compagni di banco, o di materassino in palestra.

E così sono qui, mosso dai miei sentimenti contrastanti verso gli altri non med. Forse mi sono esposto troppo io, 10 anni fa, spinto dall’allora dirigenza dell’unica associazione che sembrava inclusiva per persone come me. Forse loro stessi si aspettavano, da parte mia, una transizione canonica che sarebbe arrivata a breve, e volevano che mi “sperimentassi” da persona esposta, ma dopo 10 anni posso dirvi che vivere da non med esposto, in uno stato che non ha delle leggi che mi tutelano per la mia diversità (soprattutto nel mio caso, per il quale, se mi si considera da sesso biologico, sono pure visto come unA eterosessuale, quindi neanche appartenente al mondo LGBT),  che non si è “abituato” alla visibilità delle persone non med (proprio perchè tutti sono velati, è un cane che si morde la coda), quindi ride ad ogni nostro coming out, lo ignora, lo “posticipa”.

Pensavo che espormi per tutti questi anni avrebbe aiutato altri non med a trovare il coraggio di esporsi, ma ne sono passati tanti. Mi hanno contattato, tempestato di domande, spesso morbose, su come riesco a vivere la mia vita, si sono fatti due conti, e hanno deciso di tornare alle loro vite in tacco dodici, da attraenti ragazze cisgender, oppure hanno fatto transizioni canoniche, mandandomi foto del petto operato mai richieste, condividendo con me la loro felicità, paternalisticamente proponendomela, per poi sparire per sempre dalla mia vita a causa di una loro scelta di vita “stealth”, e anche per il fatto che non ero mai stato loro amico, ma solo un infopoint per scegliere la strada migliore per loro.

Da un lato sono arrabbiato con tutti i vari Noah, Etienne, Pierangelo, Matthias, Dieghino e chi più ne ha più ne metta. Dall’altro, effettivamente, i non med hanno altre possibilità?
Se si presentano socialmente per il loro genere d’elezione, al netto di un interlocutore particolarmente illuminato, succede quanto ho scritto, e se si limitano ad una semplice androginia estetica, devono comunque “limitarla” (deve essere sexy e ammiccante, come quella di alcuni cantanti rock eterosessuali o di alcune donne provocanti in cravatta e con taglio sbarazzino) per non venir visti come scherzi della natura, ed esclusi da occasioni professionali e di inclusione sociale.

A questo punto cosa dire a questi ragazzi?
Se nessuno di noi è visibile, l’opinione pubblica non si abituerà mai al fatto che esistiamo. L’immaginario del mondo trans sarà sempre legato al passing, e le persone penseranno che sia una conditio sine qua non per essere rispettati nel proprio genere.
Se però le persone non med uscissero dai loro account con meravigliosi cognomi esotici, e cominciassero a vivere apertamente come transgender, allora forse negli anni, nei decenni, le cose cambierebbero.
E’ avendo un viso gentile, una voce sottile, ma dicendo “sono uomo”, avendo una voce profonda e un viso spigoloso e dicendo “sono donna”, che nelle coscienze cambierà qualcosa. I primi ci sbatteranno il muso, come forse è in parte successo a me, ma col tempo non sarà più così strano.
Siete abbastanza altruisti per fare un sacrificio che forse non avrà effetto nelle vostre vite, ma in quelle di chi verrà dopo di voi?
Molti di noi non riusciranno ad essere genitori, ma forse anche noi possiamo vivere questo “passaggio di consegne” coi nostri figli putativi.

E ora lasciate andare in pensione un vecchio, largo a voi, giovani. Riprendete le fila dove io le ho lasciate, esponetevi, fate “transizionare” la società insieme a voi.

Il diario di un ragazzo ftm ma gay, di un ragazzo gay ma ftm.

Cari lettori,

non so se sto per farvi leggere un saggio o una pagina di diario.
Sono un attivista di tradizione fortemente transgender: il vissuto prima di tutto, e dal vissuto, sempre dal vissuto, le riflessioni sociologiche.
Forse sarete abituati a saggisti, sociologi, antropologi di professione, ma quando questo blog è nato, alcuni temi non erano ancora arrivati in Italia, o forse non erano ancora stati “metabolizzati” in generale, e si è dovuto “inventare” un modo di parlarne.

Romeos1

I miei primi contatti con la comunità LGBT sono stati, non ha senso negarlo, virtuali.
Vivevo in un paese in provincia, in un’Isola, ma provenivo da una delle prime famiglie “illuminate” che aveva internet, e io ero negli anni più importanti della mia adolescenza.

Non cercai siti transgender, forse non ce n’erano neanche. La mia consapevolezza al maschile non aveva “trans” nel suo bagaglio di parole. Le trans le avevo viste solo nei film di Almodòvar, al cinema (Tutto su mia madre). Mi ero sorpreso di come queste donne trans potessero essere anche “lesbiche”, così come mi ero sorpreso di un ragazzo ftm, assolutamente eterosessuale, che in modo sfuggente aveva partecipato ad un programma di Alda De Usanio, si chiamava Antonio, per poi sparire nell’oscurità senza che internet ne portasse traccia. Ero stato censurato nel tentativo di parlare di questi due spunti dati dai media per leggere me stesso, e così li avevo accantonati, forse immortalati in una pagina del mio diario virtuale di allora, per passare ad altro.

Era l’esperienza gay maschile quella che sentivo più vicina a ciò che provavo io. Ricordo un professore, un omosessuale velato, la cui omosessualità era il segreto di pulcinella, e a cui piacevano (anche se non credo sia andato mai “oltre“) i giovani corpi dei miei compagni del triennio del liceo. Esaltava, nel suo insegnamento di letteratura latina, gli amori fugaci tra uomini senior e ragazzi dai lineamenti gentili, e io fantasticavo immaginando di essere un Antinoo.
In quegli anni forse ho provato un’attrazione più sana che quella, penso del tutto mentale, per questo strano professore in là con gli anni: un mio compagno di scuola, non della mia classe, effeminato. Ci scrivevamo su MSN, inizialmente gli avevo fatto uno “scherzo” con un account al maschile, per cui si era preso una cotta (ai tempi pensavo che fosse uno “scherzo”, ma in realtà quei momenti erano gli unici in cui mi sentivo davvero me stesso). Ci vedevamo di rado, e c’è stato anche qualcosa tra noi. Qualche bacio, lui che mi accarezzava i capelli della nuca mentre “facevo finta di dormire” appoggiando la testa su un tavolo. Eravamo entrambi privi di esperienze sessuali e a volte mi chiedo se quelle esperienze maldestre e mai “genitali” che avevamo fatto fossero state solo un modo di entrare in contatto io con la mia disforia e lui con la sua omosessualità, allora ancora latente.

Nel 2002, a cavallo tra il mio diploma e il mio trasferimento a Milano, nacque Gay.tv. Ero già stato in chat luixlui, quelle instabili chat java di fine anni 90-inizio 2000, e anche in tutte quelle mailing list di yahoo in cui i ragazzi gay si conoscevano e si sfogavano sulle loro vite disastrate e represse.
Tutto questo, però, e dobbiamo essere onesti a rivelarlo, faceva parte della mia vita in modo incostante. Passavano settimane in cui prendevano il sopravvento i problemi di salute, o familiari, oppure la fretta di dare gli esami in tempo, o l’amore per un bel ragazzo androgino dai lunghi capelli, come lo sono tanti, anche eterosessuali, in quell’età, e il cercare un modo per piacergli senza tra dire me stesso.

Poi c’erano le sperimentazioni. Quella volta ad un concerto metal in cui, anche se avevo i capelli fino alle spalle, una maglietta nera con una stampa heavy metal aveva più o meno mascherato il petto, ridotto grazie alla mia magrezza di allora, e per poche ore avevo provato un’inattesa esperienza di “passing”, e mi ero fatto dei film su come sarebbe diverso vivere da ragazzo. Ma quell’esperienza non la chiamai “trans“, perché per me quelle cose che sentivo dire, raramente e sempre in modo grottesco, sui media, sul “cambio di sesso“, non mi appartenevano.

E poi la chat, la chat gay, dove puoi essere Juri, o Gabriele, o anche un banalissimo Marco, nomi sempre diversi in modo da non potermi affezionare a quel “me”, esserlo solo per qualche ora, sentendo il desiderio del ragazzo che c’è dall’altra parte. Riesci a sedurlo con le tue parole, che percorrono un corpo, quello del giovane uomo, che conosci benissimo, che desideri tantissimo, che desideri avere, ma desideri anche possedere.
E poi c’erano di disegni. Colori a cera, ad olio, matite, pennarelli, rapidograph: tutto per scolpire una spalla, una schiena, anche una semplice mano maschile, e tante foto rubate, in viaggio, sui mezzi, per strada, a quei ragazzi dai lunghi capelli, dai volti timidi, che mi apparivano così dolci, gentili, sensibili, tanto da poter apparire innocui ai miei occhi di giovane persona che voleva sfuggire dai ruoli dicotomici, dall’essere in coppia con un maschile forte, che avrebbe richiesto un femminile prorompente, che non desideravo e di cui non ero, nè volevo essere, capace.

Sono passati anni, anni che ho passato in una relazione con uno di questi ragazzi “gentili“, che aveva avuto già una ragazzaccia tomboy, e per cui il mio aspetto, il mio “piglio“, la mia personalità non era un problema, ma un valore aggiunto, sempre che poi, socialmente, la mia identità, che era stata da me tratteggiata e disegnata sempre meglio e sempre maggiormente, non fosse esplicitata, per non “umiliare” il suo ruolo di parte maschile della coppia, unica parte maschile.

La nostra relazione finì quando l’impulso di fare attivismo, una volta laureato, un pò di fretta e in anticipo (solo l’indipendenza economica mi avrebbe tolto dalla clandestinità identitaria), divenne prepotente. Legavo all’attivismo il desiderio di potermi vivere come ragazzo gay.

Sarà stata la giovane età, che, una volta tagliati i folti capelli castani, che arrivavano oltre le spalle, mi consentiva una discreta androginia, ma trovai un luogo dove come ragazzo gay, in mezzo ad altri ragazzi gay, tra cui Stefano Aresi, allora presidente, potessi esistere.
Non mi addentrai al di fuori: c’erano persone anziane, regine del movimento gay e, soprattutto, lesbico, per cui io dovevo essere solo e soltanto una ragazzina etero, e non dovevo permettermi di invadere il loro mondo.
In quegli anni non c’era un’associazione trans. Ma fu un ragazzo gay, un attivista gay, non lo dimenticherò mai, a dirmi “Tu sei trans, sei un ragazzo, un ragazzo come me”.

Seguirono mesi di euforia di genere, nello sperimentarmi al maschile. La mia iscrizione su gayromeo come ragazzo, i tanti ragazzi che mi contattavano, il mio primo fidanzato gay, un attivista. Non sapeva nulla di trans, e i suoi riferimenti culturali erano proprio quegli attivisti storici che non avrebbero mai capito una situazione come la mia.
Non ero ancora molto maschile, ma lui sapeva vedermi uomo, e mi tenne la mano quando andammo alla mia prima proiezione di un documentario trans, dove vidi per la prima volta delle persone trans (si trattava di Antonia Monopoli, Porpora Marcasciano e Mirella Izzo). Mi tenne la mano, e, mentre si parlava di fidanzate di ftm, fece una domanda sui fidanzati degli ftm. Mi commosse tanto, e anche se la nostra storia durò solo quattro mesi, lo ricordo come il mio primo amore gay.

Poi venne un ragazzo di gayromeo, spregiudicato e libertino. Con lui tante peripezie, mentre io mi vivevo da attivista intransigente, figlio di una visione “in giacca e cravatta”, assorbita in quegli anni da chi mi fu padre in tema d’attivismo, e lui così libertino. Mi sembrava di vivere quella vita, anche se più che altro la vivevo ascoltando le sue narrazioni: una vita fatta di incontri fugaci, poliamore, chat sessuali, fatti davvero assurdi che fa a chi vive alla giornata tra un incontro e l’altro, e di cui rimanevo sopreso, però trattenendomi (perché la sorpresa mi riportava alla mia educazione xx, da cui mi ero faticosamente staccato).

Poi è arrivata la fiaccolata. La grande fiaccolata per una legge contro l’omotransfobia. Eravamo in quattro, inesperti e spiantati. Qualche vecchio attivista ci aiutò guidandoci coi contatti stampa, indicandoci quali permessi chiedere. Fu lì che conobi Deborah Lambillotte, quella donna trans di cui avevo sempre sentito parlare da Alessandro Martini, e grazie alla quale aveva compreso la mia definizione di ftm gay, ma i nostri sguardi si incrociarono per pochi minuti, perché la reincontrai molti anni dopo su facebook, non facendo in tempo a rivederla, vista la sua prematura scomparsa.

E poi ci furono gli anni di Pier Pour Hom, libreria gay sotto la guida di un imprenditore omosessuale, libreria che guardavo con occhioni spalancati da ragazzino curioso, piena di icone di una virilità prorompente. Timidamente avevo già mosso i miei primi passi all’interno di quella libreria, nella sua vecchia sede, accompagnato dal mio primo amore gay. Avevo soggezione per l’esuberante proprietario, un uomo gay di mezza età. Per me essere in quel luogo del maschile gay era un’emozione, un’emozione che, ora che tutte le librerie sono “intersezionali”, un po’ mi manca, anche se, in effetti, se Pier fosse stato un po’ meno intersezionale, io stesso non avrei potuto avere accesso.
Ora però, vi ero tornato da presidente milk, a fare da “padrone di casa” a Patrioli, a Paterlini e a tutti i miei miti giovanili, di un’adolescenza gay non vissuta a pieno.
E poi le corse fino alla metropolitana per cercare di parlare con Giovanni Dall’Orto, di cui da giovane avevo letto i libri, identificandomi con uno di quei timidi ragazzini “diversi” pronti a fare difficili coming out in famiglie di provincia. Ai tempi non avrei mai potuto immaginare che ne sarei diventato interlocutore, nemico politico.

Poi gli anni della presidenza, di cui in questo blog ho tanto parlato. Ma anche gli anni dei grandi amori, delle grandi convivenze, della quotidianità gay. Un compagno gay con cui convivere, avere altri amici gay, altre coppie gay con cui parlare di banalità, come la gestione della convivenza. Gli anni in cui il milk si trasformava in un’associazione Transgender e Bisessuale, e in cui la stabilità sentimentale e il cambio politico mi ha allontanato da quel mondo gay di cui sono diventato “figlio” prima di diventarlo del mondo trans, ma di cui mi sono sempre sentito un figlio illegittimo, un figlio indesiderato, un ammesso col permesso di soggiorno, revocabile in qualsiasi momento.

Quando sono diventato attivista, non esisteva una cultura “ftm gay”. Quasi tutti gli ftm gay erano bisessuali. Quasi tutti desideravano il corpo maschile, ma alla fine preferivano il contatto con quello femminile perché quello maschile dava loro disforia.
Ho provato qualcosa di simile con un mio ex fidanzato di Bolzano, molto androgino, piccolo, delicato, le cui mie manone ingombravano la sua intera schiena nell’abbraccio, facendomi sentire (come percezione fisica) molto grosso e molto uomo. Tuttavia, quando lo baciai, mi sembrò quasi di baciare qualcos’altro dall’uomo, e per me che non ho esperienze con le donne, narrare questo è difficoltoso. Per quanto un esile corpo molto femminile mi faccia sentire uomo, molto uomo, grazie alle fantasie accese dagli stereotipi, continuo a provare attrazione verso altri tipi di uomo gay e bisex.

E così, dopo essere stato questioning, aver dovuto trovare strumenti e compromessi per esistere, dopo essere diventato prima un attivista gay, poi un attivista ftm, dopo aver cercato di colmare un vuoto, che mi logorava, in una cultura ftm, politica e saggistica, che mancava, ed averlo fatto coi miei scarsi strumenti (del resto ho studiato altro), ho infine desiderato di porre fine alla mia solitudine come uomo ftm e gay, senza riuscirci.

Molte volte, sempre meno negli anni, gli uomini gay, taluni, non giovani, hanno cercato di marginalizzarmi e colpirmi. Offesi dal fatto che un ftm si possa dire uomo, e anche uomo gay, in quanto attratto dagli uomini, sono scaduti in insulti personali, definendo me, e gli altri ftm gay, come “donne etero“, dicendo che noi “usurpavamo” la definizione gay.
Eppure io avrei voluto degli ftm gay con cui confrontarmi.
Sono diverso sia dai gay cisgender, sia dagli ftm etero.
L’orientamento sessuale non è qualcosa che influisce solo su chi ti porti a letto o chi ami: cambia completamente le tue relazioni e il tuo modo di relazionarti.
Dopo anni in gruppi di autoaiuto, negli anni in cui, tranne poche amicizie, tra cui Alessandro Rizzo, le mie amicizie erano più che altro T, ho capito che il confronto con gli ftm etero non mi completerà mai abbastanza, così come non mi completa quello con le donne trans, che paradossalmente (soprattutto se mtf lesbiche, come Monica Romano e Laura Caruso), sento più vicine a me rispetto agli ftm etero.
Spesso sento in loro un modello, quello del maschio eterosessuale cis, che io sento lontano, da cui da giovane mi sono sentito oppresso. So che un gay può essere misogino a modo suo, forse anche di più, e ne sono stato vittima, bersaglio di chi come uomo T non mi ha mai voluto accettare, ma comunque ho sempre sentito una mia forte appartenenza all’universo maschile, e in particolare a quello maschile gay.

Questa nuova tendenza dell’attivismo LGBT a mettere al centro le tematiche femministe, inerenti al corpo delle donne, e non più le battaglie come la legge contro l’omotransfobia e la rettifica per i transgender non canonici, non mi interessa e mi genera disforia. Ho sempre sentito un forte bisogno di confronto col maschile, col maschile trans, col maschile gay.
Avrei voluto che si facesse “subcultura” come ftm gay, per l’esperienza che ci accomuna sia di trans (e so bene che è importante, prepotentemente importante), sia di gay (e non si creda che questa identità sia per noi meno influente di quanto lo è per i gay cis).

Penso ad alcune battute sentite in luoghi di lavoro del mio passato, dove il mio essere “veramente” uomo era sotto indagine, o si chiedevano come usassi la protesi con gli uomini, se fossi attivo o passivo, e quanto fossi disposto a pagare per fare provare esperienze passive a questi machi etero da strapazzo. Oppure l’insistenza nel farmi provare sessualmente la donna, per essere messo un po’ meglio nella scala della diversità. Battute simili venivano rivolte ai gay cisgender di quegli studi professionali: non alle donne, non alle trans, non alle lesbiche. Venivo coinvolto nella gara a chi ce l’aveva più grosso, più lungo. Erano luoghi dove avevo deciso di non nascondere nè il mio essere trans ftm, nè il mio essere gay, anche se sarebbe stato comodo presentarmi nella condizione standard di persona che fa un determinato percorso per poter raggiungere l’amore eterosessuale per la donna, un pacchetto semplice da capire e confezionale, ma che avrebbe offeso il mio complesso e profondo modo di identificarmi col maschile senza avere bisogno che la donna completi, con la sua presenza accanto a me, la mia virilità. Non è forse una riflessione che, magari un po’ diversamente, fa un ragazzo gay nell’accettarsi come uomo anche se non etero?
Spacciarmi per etero avrebbe ridotto, ai loro occhi ipovedenti, la mia identità maschile a una performance per attrarre di più la donna, o le donne in generale, lettura ingannevole e offensiva per i tanti ftm eterosessuali che non si identificano certo come uomini per fare manbassa di fanciulle.

Avrei davvero voluto potermi confrontare con altre persone ftm e gay, ma negli anni, a parte account di facebook spariti dopo pochi mesi, non ho avuto presente fisse e durature nella mia vita. Avrei voluto gestire con loro il difficile coming out, fatto da un me giovanissimo, con una famiglia che si è abituata al tuo timido, e innocuo, sguardo sul maschile, limitato a qualche poster degli efebici Take That, avrei voluto gestire col loro supporto i complicati coming out sui luoghi di lavoro, le mie prime relazioni coi ragazzi gay quando ancora non eravamo, noi ftm gay, una categoria “protetta” all’interno di gayromeo, dove chi ha gusti di nicchia può venire a pescarci, eppure sono stato solo, sono stato a mia insaputa “padre” di una cultura dopo averne tanto ricercato uno io, un padre politico che non è mai arrivato, nè gay, nè trans.

Apolide, figlio di nessuno, mi sono dovuto prendere uno spazio che non era mio, spingendo e spintonando, in un mondo dove chi ha il mio corpo viene zittito, silenziato, e deve alzare la voce per prendere la parola, che non ha mai la precedenza per passare.

Ora che mi sono ritirato mi chiedo se ho lasciato un segno, un solco, se la mia voce non molto profonda ha lasciato un’eco nel movimento, e in chi verrà dopo di me.

Vorrei immaginare nuove generazioni di ftm gay, non vagamente pansessuali, ma gay, prendere in mano la possibilità di fare cultura come ftm gay, e non farsi dire da nessuno che non sono abbastanza trans, o abbastanza gay, che non hanno il diritto di parlare come uomini, o come uomini che amano gli uomini.
Avrei voglia di vedere nuove generazioni di ftm liberarsi da quel triste retaggio dell’educazione sessuofobica che binariamente viene impartita alle nate femmine, che ci porta a non poter dire che un corpo ci piace in un certo modo, se ha determinate caratteristiche fisiche, esattamente come è concesso agli uomini biologici, etero o gay che siano, senza doversi nascondere negli inculcati “ma l’amore è cieco, quando ci piace l’anima“.
Vorrei che ci fossero ftm come me, fissati con la politica e poco inclini a saune e “porcilai” (adoro questa parola gergale, che uso assolutamente in modo neutro), ma che ci siano anche ftm con pc pieni di porno di Lucas Kazan e cellulari pieni di foto di manzi nudi. Vorrei che questi ftm gay trovassero un loro modo di scheccare e di fare genderfucking senza chiedere il permesso ai gay cisgender, e senza chiederle permesso agli ftm etero.

Vorrei che gli ftm gay producessero arte, racconti, letteratura, saggistica, e non quei disegni manga in stile terza media che vedo su Deviant Art. Vorrei vedere dei cognomi accanto a quei nomi, ahimè, strani ed esotici, di cui sono il primo portatore. Vorrei vedere fierezza. Vorrei che i ragazzi ftm gay uscissero fuori, e che non si lasciassero spaventare, che tirassero fuori le unghie (laccate?) e che tirassero forcine.
Vorrei che si facessero valere, in un momento in cui io, dopo la morte del mio vero amico gay, Alessandro Rizzo, mi sento stanco, demotivato.

Oggi è il primo San Valentino da single. Curioso che sia finito a scrivere questo papiro sull’amore omosessuale transgender.
Storyteller? Blogger? Saggista? Incapace di mettere una fine? Logorroico? Spero che qualcuno sia in ascolto, e che la mia storia, al di là delle sue valenze narrative e personali, possa aver acceso qualche ricordo in voi lettori, cis e trans.

Stanotte abbraccerò un orsetto di peluche come quando ero alle scuole elementari, e magari una magia lo trasformerà in un Teddy Bear, che potrebbe tenere compagnia ad un ftm gay “divorziato” per la notte.

P.s. Romeos, meraviglioso film del 2011 che narra la vita din un ftm gay

Gay sta a bisessuale come trans sta a … ? (è il momento di autodefinirci)

E’ il momento di dare una definizione per i percorsi non canonici trans. Senza usare il “non”

Quando iniziai a percorrere la mia strada di consapevolezza e di attivismo dovetti aspettare alcuni anni prima di trovare una persona che sentissi a me vicina.
Un giorno su un portale allora chiamato GayRomeo conobbi un ragazzo che ai tempi si definiva gay, e a cui dissi di essere attivista.

Col tempo la nostra relazione finì, ma la nostra amicizia no, e, confrontandosi con una persona di genere non conforme, lui riuscì ad ammettere a se stesso e agli altri di non essere completamente omosessuale, di provare attrazione per uomini androgini e donne androgine, quasi di preferirli, ma  a quel punto iniziò a riflettere su come entrare nel mondo gay aveva censurato questa sua identità ed istanza schiacciandolo nell’identità politica gay, facendogli credere che la sua presenza nel movimento era dovuta non alla sua bisessualità e alla rivendicazione di essa, ma alla sua “parte omosessuale” e alla difesa dei diritti omosessuali. A causa dello stigma da parte del mondo etero, ma soprattutto da parte del mondo omosessuale, e alla convenienza che questo mondo aveva a tenerlo tra le sue file di attivisti, era diventato uno dei tanti militanti contro l’omofobia e per i matrimoni gay.

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Oggi Leonardo è un attivista per la pansessualità e la bisessualità, insiste che nelle scuole, nella sanità e sui posti di lavoro si parli di bisessualità e pansessualità, nonchè di bifobia e panfobia, e milita contro il binarismo.
Fare attivismo con lui mi piaceva perché, anche se in condizioni diverse, condividevamo l’essere sospesi tra il mondo dei cis/etero e quello dei gay e trans, che ci accettava ma con riserva, col permesso di soggiorno, solo se “accettavamo” di definirci come loro. Ciò per lui comportava l’atto semplice (ma non banale) di definirsi gay. Per quanto riguarda me, il pegno da pagare era l’essere transessuale, fare la mia bella transizione medicalizzata e canonica, raccontare le mie trans narratives sulla mia infanzia binaria nel corpo sbagliato, mettere la mia bella cravatta, tatuarmi il simbolo trans, fare palestra, e guardare sotto le gonnelle.

La mia istanza veniva sempre schiacciata. C’era sempre un ombrello che doveva comprendermi, e quasi mi faceva il “piacere” e l’onore di comprendermi, cancellando poi le mie istanze, mostrandosi contrario, o paternalisticamente dicendo che ci sarebbe stato tempo, in futuro, per le mie istanze, in un mondo migliore, quando noi saremo tutti morti. nel frattempo le mie braccia (rubate all’architettura?) erano pronte a portare i loro picchetti, per migliorare le loro condizioni di vita.
Io, orfano di una comunità che mi accogliesse e mi includesse, per anni mi sono nascosto nella T come chi, essendo bisessuale, si è nascosto nella G.

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Tutti erano fieri di noi, noi coraggiosi che facevamo dei coming out (con parole che non ci definivano e non sentivamo nostre), perchè non rimanevamo nascosti come chi, nella mia situazione, viveva da cis, o come chi, essendo bi, viveva da etero.
C’era chi non riusciva a comprendere la nostra coppia, perché non voleva credere alla sua bisessualità (per loro era gay) nè alla mia non conformità di genere (per loro ero donna). Queste due affermazioni, se affermate inseme, creavano un paradosso, secondo il quale noi non potevamo essere, o essere stati, coppia, ma ne eravamo divertiti, perché era l’ennesima conferma del non rientrare nei loro schemi binari, in cui se qualcuno è fuori da cis, trans, omo, etero, non esiste o si sta definendo in modo sbagliato, per confusione o mancanza di coraggio.

Non c’è ancora un termine per “i bisessuali” dell’identità di genere, o meglio, ce ne sono troppi (ma sono stati coniati da altri).
Puzzano di teoria queer, oppure sottolineano un “passaggio” che molti come me non sentono proprio.

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Se trans fosse recepito come speculare di cis, si parlerebbe di essere al di là o al di quà dei confini del genere. Purtroppo però nella percezione comune “trans” sottolinea un passaggio e un cambiamento, spesso fisico, o anche di ruolo di genere, che magari ha senso se si parla di trans medicalizzati, ma ha meno senso se si parla di tutte le altre variabili di genere, che più che sottolineare, nel definirsi, il “cambiamento” (quel “to” di FtoM e di MtoF), sottolineano la differenza, una differenza, una non conformità, che c’è da sempre e non si riduce ad una metamorfosi.

Se oggi bi e pansessuale sono termini abbastanza chiari per definire l’universo di orientamenti eroticoaffettivi tra omo ed etero, non c’è ancora un termine per descrivere la condizione delle persone tra cisgender e transessuale.
Quando i primi bisessuali alzarono la testa per fare attivismo, subito gay e lesbiche misero sulle loro spalle il peso degli errori e della viltà di chi, in passato, essendo bisessuale o gay velato, aveva vissuto nell’ombra, nascondendosi in matrimoni etero e nella rassicurante vita sociale da “normale“.

Anche con noi lo fanno. Ci paragonano ai travestiti del sabato sera, i top manager con moglie e figli. Alle signorine che sono maschietti su facebook ma poi sono, nella vita reale, solo ragazze con smalti metallizzati e capelli verdi. A chi cambia definizione e polarità di genere una volta a settimana, in una nevrotica e instancabile creazione e disattivazione di profili facebook e twitter, e ci dicono che siamo pochi, picareschi, incapaci di metterci nome, cognome e faccia, incapaci di formalizzare le nostre istanze.

Ma quando alcuni di noi (non troppi), riusciranno a produrre un documento con istanze chiare, come hanno fatto le famose 49 lesbiche, e quando chiederemo al gay, lesbiche, transessuali, pensatori queer, intersessuali, bisessuali, asessuali, di sottoscriverle?
Quando chiederemo di essere compresi in una legge “contro la transfobia” che non comprenda solo periziati e ormonati, così come i bisessuali hanno chiesto di essere compresi in una legge “contro l’omofobia” che tuteli tutti gli orientamenti e non solo quello omo, quando chiederemo il riconoscimento delle persone non binarie e non medicalizzate, loro firmerano con noi o polemizzeranno?
Penseranno che estendere i diritti a noi tolga qualcosa a loro?

Come gli etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio?
Questi sono interrogativi che avranno risposta solo quando ci faremo sentire.
Nel frattempo i bisessuali sono arrivati alla loro quarta giornata della visibilità bisessuale, e coinvolgono sempre più persone, hanno introdotto la parola “Bifobia, che ormai sentiamo usare anche da parlamentari.
E’ il momento che i “non-” dell’identità di genere si facciano sentire.

Se sei uno/a/* di noi, scrivici.
progettogenderqueer@gmail.com

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