Lettera aperta a Marina Terragni, su trans, transmedicalisti e transcult

Al posto di commenti a status facebook, che si disperderebbero nei flames che ahimè dominano i social, ho pensato di rispondere a Marina, che ha tradotto un Manifesto di un gruppo di transmedicalisti inglesi, con una lettera aperta, che vuole solo mostrarle un altro punto di vista, e non attaccare il suo.

inglesi

Cara Marina,

all’interno del movimento LGBT sono uno dei meno critici verso il tuo pensiero, nonostante su molte cose il nostro pensiero diverga.
Mi hai citato (come appartenente al Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia) nel tuo libro “Gli uomini ci rubano tutto” e anche in un vecchio articolo per Avvenire, e, sempre del Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia avevi condiviso sui tuoi social il Comunicato Stampa di giugno.
Ecco, io condivido il tuo pensiero su molte cose: la condizione della donna nel mondo musulmano, ma anche di quella in Italia, oppressa dalle pretese dell’uomo etero, e anche su quella spinosa questione d’attualità di questa estate, sul bordello di bambole a Torino, e ti ringrazio anche per aver affiancato, negli anni Settanta e primi Ottanta le donne transgender nella loro battaglia per il riconoscimento legale del proprio genere d’elezione.

Tuttavia, a volte, mi dispiace leggerti quando scrivi di transgender relativamente al dibattito in corso attualmente.
Mi è capitato sottomano il tuo pezzo, “Essere transessuali contro il Transcult”, e vorrei darti il mio punto di vista di transgender ftm sul Manifesto dei transmedicalisti inglesi che citi, condividendone i contenuti.

Gli autori ed autrici del manifesto rivendicano per se stessi il termine “transessuali” (ormai deprecato dall’attivismo, per la sua origine psichiatrica e per il fatto che il “sesso”, oggettivamente, non si “cambia”), per indicare esclusivamente le persone in percorsi medicalizzati, prendendo le distanze dalle altre.

Portando avanti questo intento, queste persone si raccontano con un approccio patologizzante, con quella visione della propria condizione esistenziale che, nei gruppi di autocoscienza, molto simili a quelli che voi donne avete fatto decenni fa, proviamo a decostruire, passando da “ho una disforia” a “sono una persona trans”.

Nel loro manifesto, queste persone “transessuali” raccontano la loro storia dicendo del “bisogno” che hanno avuto dei medici per “essere esaminati” su “ciò che non andava”.
Parlano della via della medicalizzazione come l’unica legittima, l’unica che una persona sceglierebbe se fosse “veramente” trans, e sottintendono che sia giusto che, infondo, il mondo accetti una persona trans solo dopo che il suo aspetto sia tornato ad essere conforme a quanto socialmente atteso.
Solo così si possono avere vite “felici e produttive” e “contribuire alla società”.

Nel loro documento chiariscono che per i trans (medicalizzati) ormai tutti i diritti sono stati raggiunti e chiederne altri comprometterebbe il loro privilegio rispetto ai transgender “non med”, quindi non hanno voglia che alla società civile siano chiesti nuovi compromessi.

Inoltre bollano a “genuinamente” confusi (con un sano paternalismo) coloro che percorrono percorsi trans meno canonici e dicono che l’unica disforia possibile sia quella che comporta il desiderio del “cambio di sesso”, relagando tutto il resto ad un “disagio coi ruoli di genere”.

Immagino che come femministe vi sarete più volte trovate ad affrontare il problema di “essere il primo nemico di voi stesse” (come donne): quante donne avete aiutato ad emanciparsi dall’essere conniventi con l’immaginario “patriarcale” e dal proporre solo un unico modello dell’essere donna?
Quanto avete lavorato, insieme, col confronto, per decostruire questo pericoloso atteggiamento?

Ogni comunità deve fare critica interna. I gay devono combattere l’omofobia interiorizzata dei gay velati, magari di quelli che, nascondendosi nella Chiesa, propongono idee omofobe. Le donne, invece, devono lottare contro quelle donne che si sentono “più accettabili” di altre. So che questi sono discorsi “pericolosi”, perché il nemico principale rimane quello al di fuori delle nostre cerchie protette, ma questo non deve portarci a riflettere sui retaggi tossici che ci portiamo dietro, e che si portano dietro anche queste persone “transessuali” che, scrivendo questo documento, magari in buona fede, chiariscono che il loro sia l’unico modo legittimo di essere trans.
Quindi, proprio alla luce del lavoro che voi donne avete fatto su voi stesse, per “diventare” femministe, puoi capire la mia indignazione verso il pensiero di questo gruppo, e la mia preoccupazione verso il fatto che attivisti politici italiani riprendano questo pensiero, considerandolo giusto, onesto, sacrosanto, dimenticando quanto questo pensiero possa essere lesivo per chi transgender lo è, ma sta percorrendo un percorso diverso dal loro e non va delegittimato.

So quanto le femministe, molte di esse, abbiano a cuore la salute dei bambini questioning, e ci tengano che non si intervenga con la medicalizzazione prematuramente o in bambini che in realtà non sono transgender.
Se davvero il vostro punto di vista è questo, se siete così preoccupate degli effetti dei farmaci su queste persone, non dovreste essere le prime sostenitrici del percorso “non med” e del suo riconoscimento?

Premetto che anche se la medicalizzazione non è la mia strada, ho un enorme rispetto di coloro che hanno sentito di volerla fare per raggiungere la propria immagine di sé, ma se è sincera questa vostra preoccupazione sulle conseguenze della medicalizzazione, perché non sostenete i diritti di noi transgender non medicalizzati?
Se è vero che molte persone accedono alla medicalizzazione per un proprio sincero bisogno, altre ne farebbero a meno se una legge per il cambio documento le includesse senza chiedere il “pegno” di una cura ormonale di cui in alcuni casi non si sente il bisogno.

Se il problema è il “distinguere” tra “veri” e “falsi” trans prima di cambiare un documento, allora basterebbe far affiancare la persona, in questo percorso di cambiamento, da una figura opportunamente formata sui temi di identità di genere (e attualmente, a parte le grandi città, in Italia non è così, e molti professionisti o sono totalmente impreparati sul tema, oppure addirittura hanno approcci ideologicamente “riparativi”), in modo da assicurarsi (soprattutto per il bene della persona), che la scelta del cambio nome sia quella adatta alle sue esigenze.
Non sono d’accordo ad un approccio “patologizzante”, ovvero atto ad appurare se la persona “soffre o no di qualcosa”: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha depatologizzato la condizione transgender ed è questa la direzione verso la quale si sta andando.

Concludendo, se davvero la paura delle femministe è che l’autocertificazione possa, in pochi minuti, far si che un uomo etero maiale possa farsi rilasciare un documento al femminile per infilarsi negli spogliatoi femminili e fare il porco, io credo che ci siano molti strumenti giuridici per far si che questo non accada, per “bloccare all’ingresso” personaggi del genere (anche se mi chiedo davvero se un guardone arriverebbe a cambiare i documenti, cosa che comunque influirebbe sulla sua professione e sulla sua vita sociale, per infilarsi in uno spogliatoio e stare in mezzo alle donne nude, ma ormai da anni ho capito che alcuni uomini etero sono davvero capaci di tutto per essere molesti! basti pensare a tutti gli uomini etero che si reinventano queer, eteroflessibili e bisex solo per provarci con gli ftm non medicalizzati ed accedere alle loro forme fisiche femminili…).
Penso quindi che, se si lavorasse insieme, LGBT e femministe,  alle clausole da proporre in modo da evitare questi paradossi, potrebbe essere pensata anche in Italia una legge che permetta alle persone di cambiare i documenti senza l’obbligo di assumere ormoni, cosa che potrebbe rendere vivibili le vite di noi persone transgender non med e potrebbe permettere anche a chi volesse fare un percorso med di farlo con la serenità di aver già sui documenti il nome d’elezione.
Una legge di questo tipo, voluta anche da molti/e attivisti/e transgender medicalizzati/e italiani/e, come la nota attivista e scrittrice Monica Romano o l’avvocato ftm Gianmarco Negri, sarebbe una legge di civiltà anche per chi ha fatto percorsi canonici, poiché il riconoscimento delle nostre identità non dipenderebbe più da cambiamenti che “ci impegniamo a fare”, ma dall’identità personale di cui siamo portatori e portatrici.

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Trans is beautiful, oltre la retorica del passing

Bentrovati/e/* dopo le feste natalizie, in cui sicuramente siete ingrassati, e non vi sentite affatto “beautiful”.
Ecco un articolo che invece vuole valorizzare la bellezza della differenza, al di là della retorica del passing, dell’accettabilità, e del filtro del “cis-sessismo” nel considerarci attraenti.

trans is beautiful

Trans is beautiful?

Ho esitato a lungo prima di scegliere una parola “beautiful”, per via del tormentone che vorrebbe “beauty-full” come qualcosa che riguardi solo le donne (e in questo caso le donne transgender). Ho poi valutato che handsome o good lucking non sarebbero stati abbastanza “potenti”, e gorgeous, che considero per certi versi adeguato, sarebbe stato volgare, quindi alla fine ho ripreso Trans is beautiful, di Laverne Cox, splendida donna trans afroamericana, che ha lanciato questa campagna ripresa in Italia dall’attivista transgender Monica Romano e che sarà oggetto di un evento culturale che, insieme a Monica, faremo al Circolo Culturale TBIGL Rizzo Lari Milano (ex Harvey Milk), col progetto Transgenerità, cultura ed autocoscienza.
Ovviamente la mia elaborazione, che vuole essere il più possibile universare dal punto di vista di sessi e generi, avrà sempre una prospettiva “ftm”, e questo è inevitabile.

Cis-sessismo e cisplanning

Dobbiamo partire da due concetti: cis-sessismo e cis-planning.
Così come il sessismo (che considera un sesso biologico migliore dell’altro), e l’eterosessismo (che considera normale l’eterosessualità e la complementarità tra i sessi), il cis-sessismo riguarda il considerare “normale” (ed unica meritevole di dignirà) la condizione cisgender (non transgender), delineando come punto d’arrivo quello di sembrare il più possibile simili ai cisgender, esemplari indistinguibili dagli uomini nati maschi, dalle donne nate femmine.
Così come in mansplaining è quell’atteggiamento in cui l’uomo sa già tutto quello che deve fare una donna “per il suo bene”, il cisplanning riguarda quelle persone cisgender che hanno già deciso cosa deve fare la persona transgender per il suo bene, magari caricandola di aspettative binarie rispetto ai suoi comportamenti ed al suo aspetto.

La retorica del “passing”.

Il concetto di “passing” (apparire all’osservatore come una persona nata nel sesso relativo al proprio genere d’elezione) ha radici profonde nel cis-sessismo e nel cis-planning.
Nel cis-sessismo, che spesso è interiorizzato nella persona transgender, perché, senza modelli alternativi e senza “pillole di orgoglio trans” (che si ricevono presso le associazioni LGBT e il contatto con gli attivisti T), la persona transgender riesce ad immaginare se stessa solo come una “persona cis mancata“, e che quindi deve fare tutto il possibile per “assomigliare alla persona cis del suo genere d’elezione“, il tutto condito dalla triste e pietista retorica del “nato nel corpo sbagliato“.
Complice di tutto ciò è anche il cisplanning, che diventa ingerente se si pensa alle transizioni medicalizzate, e a parole che i professionisti della transizione (endocrinologi e chirurghi) pronunciano alla persona trans, come “risultato” e “passabilità“, in un’ottica per la quale la persona trans, secondo questi professionisti, non sta modificando il suo aspetto per trovare una maggiore rispondenza nell’immagine di sé (anche nei casi in cui quest’immagine dovesse divergere dalle aspettative binarie del “sembrare” maschio e femmina biologicamente tali), ma sta facendo il tutto per apparire “credibile”, per mimetizzarsi, per cancellare la sua peculiarità trans.
Secondo questo punto di vista, presente in molti operatori delle transizioni medicalizzate, il medico non è un ausilio per la persona transgender, nell’elaborare un aspetto che possa rispecchiare le sue aspettative su di sè, nella sua unicità, ma è a servizio della comunità, nel “tamponare” l’orrore che la comunità prova nel momento in cui si relaziona ad una persona visibilmente trans.
In quest’ottica di cisplanning ci sono anche avvocati e giudici, e questo è ravvisabile in alcune, molte, sentenze per il cambio nome e genere legale, in cui l’autorizzazione è concessa non tanto perché la persona ha raggiunto un suo equilibrio, ma perché essa è pronta (soprattutto da un punto di vista estetico) per rientrare nella comunità come appartenente al genere d’elezione senza “turbare” lo sguardo binario della popolazione.

Giovani persone transgender e binarismo delle famiglie

Spesso mi confronto con genitori di giovani persone trans. Nel loro “lutto” c’è molto binarismo. Molte di loro sembrano incapaci di capire che il figlio o la figlia è la stessa persona di prima e con cui hanno trascorso tantissimi momenti felici e di intimità familiare. Il loro binarismo, che riguarda già i ruoli, prima di riguardare le identità, fa si che l’unico modo per accogliere il figlio o la figlia sia vivere questo passaggio mentale del “lutto e della rinascita“, per la quale il precedente figlio (o figlia) è “morto” ed è stato sostituito dalla figlia (o figlio) del genere opposto, permettendo loro di partire, col pilota automatico, con tutti quegli atteggiamenti che riservano a chi è di un genere e non dell’altro. Ho conosciuto madri che trovavano fastidioso che il figlio ftm, universitario e che viveva ancora con loro, avesse interesse per questioni “femminili” (femminili?) come i capelli: quasi prevaleva il poter incasellare il figlio nei loro schemi di ruolo binario che accogliere il figlio transgender nella sua molteplicità e non binarietà.
Questi stessi genitori sono quelli che preferiscono transizioni rapide, indolori e “complete”, ed è per questo che, per questi genitori, è quasi più importante che si passi in fretta dalla figlia cheerleader al figlio quarterback e viceversa. Queste stesse famiglie non sono per nulla pronte ad accogliere, invece, un figlio o una figlia “non binary“, le cui istanze spesso, soprattutto se non c’è una medicalizzazione, vengono totalmente ignorate (quindi il figlio o la figlia viene trattato e appellato come da sesso biologico), nè delle transizioni medicalizzate in parte, ad esempio, senza la ricostruzione genitale.
Il problema di queste famiglie è che spesso gli unici riferimenti sono psicologi, psichiatri e medici non formati, carichi del loro stesso binarismo, e, tranne in casi privilegiati, queste famiglie non entrano mai in contatto con l’attivismo trans e l’orgoglio trans.
Anche da come parlano dei figli, come “affetti da disforia” e non come “persone transgender“, è chiaro che il loro linguaggio sia totalmente mediato da una visione medicalista e psichiatrizzante.

Deborah Lambillotte e i parametri per essere donna.

Deborah Lambillotte, una donna trans che ho stimato quando era in vita e che stimo ancora adesso, aveva una presenza “ingombrante”, ma ad ingombrare non era solo il suo corpo: era soprattutto la sua vivacissima intelligenza, la sua sagacia, la sua cultura.
Quando le fecero notare che non poteva essere “donna” perché le donne non erano così alte, rispose semplicemente che, essendo che “era un fatto” che lei era una donna, allora quei parametri andavano rivisti.
L’orgoglio transgender risiede in particolare nelle donne trans, proprio perché, anche quando medicalizzate (Deborah, ad esempio, aveva fatto una transizione medicalizzata canonica), spesso nel loro corpo permangono caratteristiche del sesso di origine, magari relative all’altezza o alla conformazione ossea, o magari anche il timbro della voce.
Questo, però, ha reso queste donne più forti, migliori, le ha rese le teoriche dell’orgoglio trans, le ha spinte ad immaginare modi diversi di essere donna, di pari dignità. Laverne Cox, ad esempio, sottolinea che una donna può essere bella anche con le spalle larghe, le mani grandi o essendo alta.

L’approccio medicalista

Con gli anni ho potuto analizzare il mio pensiero e trovare parole più precise e pertinenti per descriverlo. Io non ho nulla contro la medicalizzazione (che è il semplice ricorrere a terapie o interventi per trovare l’immagine di sé): io combatto la visione “medicalista” che i cis (e anche alcune persone trans) sovrappongono all’identità trans.
Mi capita spesso di parlare con medici che hanno una visione “dismorfofobica” della nostra condizione. La donna transgender, ad esempio, in questa visione, non è una persona di sesso maschile e di identità di genere femminile, ma è semplicemente un “uomo” che “si sente” donna e “desidera” “diventare” donna dal punto di vista fisico.
Oltre all’errore di linguaggio (l’attivismo trans ha combattuto il concetto di “diventare” e “sentirsi“), e l’errore scientifico (del sesso opposto non ci si “diventa“, ma al limite alcune caratteristiche possono essere adeguate o modificate per rispondere alle aspettative della persona transgender), il problema è che in quest’ottica viene cancellata l’identità di genere, che è il vero “motore” che porta le persone transgender (non tutte) a desiderare quei cambiamenti.
Il cuore della tematica transgender è l’identità, e non ciò che ne consegue, ovvero quei cambiamenti che mettiamo in atto per adeguare la nostra immagine al nostro sentire. Fuori da un’ottica “medicalista”, non c’è poi così differenza tra chi fa palestra, chi cambia alimentazione, vestiario e pettinatura e chi ricorre a forme hard o soft di medicalizzazione: dal punto di vista transgender è un continuum, mentre la visione medicalista (condita dallo delirio di onnipotenza della classe medica) divide in med e non med, considera “realmente trans” solo le persone “med”, e prova un senso di fastidio verso coloro che non hanno avuto bisogno dell’autorizzazione del mondo medico a dirsi uomo o donna.
Ricordo quell’amica trans che disse all’endocrinologo che voleva ridurre l’androcur perché non provava più piacere ed ebbe come risposta “ma così non sarà mai una ragazza“, e non è l’unico caso di “linguaggio tossico” relativo ai corpi trans (risultato, sofferenza..) e di visione cis-sessista e binaria dei nostri cambiamenti.

Uomo xx e donna xy

Fuori dalla visione psichiatrizzante (ricordiamo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha eliminato la disforia di genere dai disturbi mentali), che spesso ci viene imposta, uomo xx e donna xy sono semplici varianti dell’umanità, da sempre esistite, anche prima della medicalizzazione.
Se la condizione transgender viene rivendicata anche nel linguaggio, chiarendo che uomo e donna sono le identità di genere, e maschio e femmina le realtà genetiche, allora tra med e non med non c’è grande differenza: nessuno “si sente“, nessuno “diventa“, nessuno è più o meno maschio/femmina o più o meno uomo/donna, ma sono solo soluzioni diverse nel raggiungere l’immagine di sé.
Tra un uomo ftm medicalizzato e un ftm non medicalizzato, entrambi sono XX dal punto di vista del sesso genetico, ed entrambi sono uomini per quanto riguarda l’identità di genere. Uscendo dai linguaggi “medicalisti”, la condizione trans recupera la dignità di naturale variante presente nel genere umano.

Essenziale il contatto con altre persone trans: la varietà delle opzioni

Quando una giovane (e non giovane) persona transgender, appena scopertasi tale, entra a contatto con l’ambiente medico, spesso viene presentato di fronte a lui/lei il percorso standard, che ha come coronamento l’intervento ricostruttivo ai genitali.
Quando invece la persona trans entra a contatto con le associazioni e gli attivisti, viene fatto un lavoro sui concetti di identità di genere, ruolo di genere, espressione di genere, sulla visione che si ha di sè stessi, e sullo sguardo che l’altro ha verso di noi, che spesso ci influenza. Dopo un importante lavoro su di sé, la persona diventa cosciente di quali cambiamenti desidera intimamente per se stessa e quali invece sono indotti dall’esterno.
Alla luce di questo, è importante il confronto col variegato mondo dell’attivismo trans, non solo per lavorare sull’orgoglio relativamente alla propria condizione, ma anche per confrontarsi con vissuti divergenti, sia dal punto di vista estetico (med, non med, medicalizzato in parte), sia dal punto di vista identitario (ad esempio, tramite la realtà non binary).

Orgoglio maschile xx, quando si è invisibili

Un tasto dolente riguarda il maschile xx, che non viene “letto” come transgender, indipendentemente dal passing.
Un non med potrebbe apparire come una ragazza mascolina o una lesbica, o come un ragazzino biologicamente maschio, un med potrebbe apparire come un uomo nato maschio.
C’è una radice misogina in questa invisibilità della condizione transgender di biologia xx (tutto ciò che riguarda le persone nate femmine viene ignorato), ma ci sono anche motivi fisiologici (è più facile individuare come trans una persona con un vestiario indubbiamente femminile che ha dei tratti fisici tipicamente xy) e sociali (il vestiario maschile è diventato sempre più unisex, ed è per questo che le passing women venivano percepite come uomini, mentre una persona di biologia xx vestita da uomo, oggi, verrebbe percepita come donna).
Un altro problema è anche la poca caparbia del movimento ftm italiano e mondiale: quale miglior modo di rendere una realtà diffusa ed ordinaria se non quella di fare cultura in merito e diffonderla?

Percorsi alternativi e dignità

Sebbene il cuore mi porti a voler parlare dei percorsi alternativi che può intraprendere una persona transgender, spesso mi chiedo che senso abbia presentare la realtà non med quando questa in Italia non è riconosciuta.
A che titolo posso sensibilizzare le persone T a valutare anche questa opzione, se essa non consente il cambio del nome anagrafico e se le persone non sono sensibilizzate abbastanza per rivolgersi in modo corretto (senza deadnaming e misgendering) ad una persona “senza passing”?
Allo stesso modo, come possiamo esaltare i nostri molteplici modi di essere e di apparire in un contesto cis-sessista in cui il bullismo sui giovanissimi e il mobbing sugli adulti sono all’ordine del giorno?
“Trans is beautiful” non può e non deve essere soltanto uno slogan, un hashtag per il nostri selfie, ma deve essere una campagna quotidiana, per il nostro riconoscimento legale e sociale, per l’inclusione delle nostre particolarità in una società che è già multiculturale e multietnica, e dovrebbe fare un ennesimo salto per includere ed integrare anche noi.
Trans is beautiful è un lavoro costante che gli attivisti e le attiviste devono fare per dare dignità ai nostri percorsi e ai nostri modi d’essere.

 

 

 

 

Colonizzati dall’attivismo d’oltreoceano: le pericolose conseguenze dell’aver smesso di ragionare

Flags of Gay Pride and the US Divided Diagonally - 3D Render of the Gay Pride Rainbow Flag and the United States of America Flag with Silky Texture

L’attivismo T “made in Italy” e il suo valore aggiunto

Nei miei 10 anni di attivismo ho avuto due riferimenti politico/culturali: quello nazionale, rispetto alla mia attività di blogger, e scrittore/vignettista satirico per Simposio e quello territoriale, come presidente del Circolo Culturale TBIGL Harvey Milk, oggi Rizzo Lari, e come attivista del Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia.

Gli Stati Uniti, l’Inghilterra, erano solo riferimenti lontani. Alcuni termini che arrivavano dall’America li ho trovati già negli scritti di autrici T italiane, come Monica Romano, Diana Nardacchione e altre saggiste.

Poi, questo linguaggio fatto di alcune parole assorbite dai pensatori precedenti, è stato arricchito e rivisitato dalla mia generazione. Alcuni pensatori T italiani, contemporanei, hanno scritto, su blog e carta stampata, e si sono influenzati tra loro, si sono citati nei reciproci scritti (ad esempio io sono davvero onorato di essere citato su Gender Revolution della cara Monica Romano), hanno riflettuto sulla terminologia, hanno rivisto termini e significati, e ne hanno introdotti di nuovi per concetti prima non messi a fuoco.

Potrei sembrare un pallone gonfiato nel dire che l’Italia, forse l’Europa, o il Mediterraneo, ha un’antica tradizione di “pensiero“: siamo un popolo storicamente abituato a ragionare.

E’ per questo che mi permetto di dire che su alcune cose siamo, come profondità di pensiero, più evoluti degli e delle influencer anglosassoni, divenuti santi laici negli ultimi due anni, a causa della battaglia tra femminismi transincludenti e transescludentitrapiantata in Italia visto che, nel “post-Cirinnà“, non avevamo più giocattolini ideologici a cui dedicarci ed è venuta l’idea di abbattere tutto ciò che era stato fatto in precedenza. Ed è stato quello il momento in cui il mondo dell’attivismo T italiano ha abbassato la guardia, dando alcuni concetti come ormai assodati (ad esempio il fatto che l’identità di genere esista, che cis significa “non trans”, che uomo/donna indichino i generi e maschio/femmina i sessi, ect etc).

L’importanzione obbligatoria di nuovi termini e metodi

E’ stato così che sono stati importati concetti nuovi, prima presentati come “opportunità”, infine diventati “obbligatori” se vuoi definirti attivista in Italia.
Ad esempio l’approccio “intersezionale” doveva essere un’opzione, ma oggi chi dichiara di non volersi occupare di migranti sex workers diventa automaticamente un insensibile stronzo.
Penso anche alla terminologia che fa riferimento alla genetica, xx ed xy, ripresa da Monica Romano nell’autobiografia “Storie di ragazze xy” e da me nella collana di vignette per la rivista il Simposio, “Storie di ragazzi xx“: adesso il delirio “intersezionale”, che vuole mettere in relazione per forza “trans” e “intersex” ha deciso che i termini AFAB e AMAB (Assigned Female/Male At Birth) che hanno sicuramente senso se usati su persone intersessuali (l’assegnazione effetivamente avviene, visto che vi è la compresenza di elementi fisici maschili e femminili), vengono estesi anche alle persone transgender. Se per anni si è fatto un gran lavoro per rendere universalmente condivisi nell’attivismo LGBT termini come maschio/femmina/xx/xy per parlare del sesso, e genere/uomo/donna per parlare del genere, ora una nuova generazione di transgender stranieri, spinti dall’ideologia o dalla disforia, vuole impedire ad altri transgender più risolti di dire “sono biologicamente maschio/femmina” o “sono xy/xx”.
Viene preferito un fumoso AFAB o AMAB, che mette in dubbio la possibilità che la persona sia cromosomicamente davvero xx o xy, “a meno che non faccia l’esame del cariotipo“. Sappiamo benissimo, però, che tra non intersessuali, e persino per una parte di intersessuali, il “binarismo” genetico xx/xy esiste ed è anche un modo poco invasivo per parlare dei corpi senza concentrarsi sulla genitalità, “depotenziandone” il valore sociale, riducendo tutto a una differenza genetica.
Tutto questo mi ricorda i tanti giovani (e non giovani) che arrivavano ai gruppi di autoaiuto e, per non prendersi la “responsabilità” di essere transgender, entravano i percolosi deliri biologici, sospettando intersessualità totalmente millantate che avrebbero “spiegato” il loro sentire, ipotizzando rilasci ormonali durante la gravidanza, o altro, per non ammettere, semplicemente, di essere transgender: uomini xx e donne xy.

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Giovani persone XX “questioning”: rischi e strumentalizzazioni

A delirare, però, nella “letteratura” (direi blogging) anglosassone, però, non sono solo queer e intersezionali: abbiamo anche tutta la barricata di femminismo del determinismo biologico, che se un tempo aveva un certo scetticismo ad accogliere persino le “sorelle” lesbiche, oggi si schiera in modo compatto contro il mondo transgender.
L’attacco è duplice: se le donne trans vengono attaccate per la loro richiesta di inclusione negli spazi politici riservati alle donne (ho scritto molto sul tema, evito di affrontare qui la questione), gli uomini trans vengono attaccati come “traditrici della causa” e considerati uno spauracchio, un triste e pericoloso destino destino da cui salvare giovinette biologicamente xx, che per loro sono “indubbiamente” butch (lesbiche) o tomboy (etero) che “potrebbero essere convinte, dalla società maschilista e dal culto trans, di essere ftm“.

C’è verità in questa paura, ed è vero che in alcune famiglie o contesti sociali una persona xx in età evolutiva comprende che è meglio definirsi qualsiasi cosa (e da qui i numerosi coming out “non binari” che vengono argomentati con riferimenti ai ruoli e non all’identità di genere, e sono quindi ovviamente dei “falsi positivi”) piuttosto che definirsi “donna”, per via dell’immagine svalutante e delle aspettative deprimenti trasmesse persino dagli altri componenti di sesso femminile di famiglia, scuole e società, ed è anche vero che il mondo trans italiano, da sempre impegnato contro il binarismo dei ruoli, oggi fa fatica a porre l’accento su questo problema, per via della strumentalizzazione che il mondo lesbico anglosassone (e recentemente anche italiano) sta facendo del problema, per attaccare, con la scusa della medicalizzazione dei minori (su cui non tutte le persone T hanno la stessa posizione), le persone transgender.

Immagine

Dal sito della mamma di una persona questioning, che oggi vive da butch lesbian

Non binary: liberi dalle identità o liberi dai ruoli?

In Italia, in cui per anni sono stati presenti, nella letteratura trans, termini come ftm, mtf e genderqueer (comprendeva tutte le persone T, xx ed xy, in percorsi non canonici), e in cui per anni si è parlato di “antibinarismo” come battaglia sociale contro i ruoli di genere tradizionali e obbligatori, si affaccia questo nuovo termine, “non binary”, applicato all’identità di genere e non al ruolo, ma che, vista l’ambiguità semantica, attrae una serie di persone che lo usano su se stesse per manifestare una presa di distanza dai generi come socialmente concepiti. Qualcuno dice che queste persone, un tempo, si sarebbero definite “checche” o “butch“, ma “non binary” è un termine universale, che può includere maschi e femmine, omo, etero o bi, ed è per questo che alla mia generazione piace.

Non sono qui a dire che non si può essere “non binary”, o che si dovrebbe tornare ai vecchi termini, perché sono Millennial quanto loro, e l’idea di un termine “unico” per parlare di persone portatrici di ruoli non conformi non mi dispiace. L’unica obiezione che faccio a chi si fa portatore di questa definizione è di fare chiarezza e capire se ciò che la spinge a definirsi “non binary” sia una tematica di ruoli o di identità, perché questo chiarimento li aiuterà nel percorso verso la scoperta ed accettazione di se stessi per ciò che sono realmente.

Desister? Disaster! Sovrapposizione tra piani diversi e poche idee, ma confuse.

Se in una società anglosassone, dove la sanità è privata, i giovanissimi “questioning” sull’identità di genere non vengono tanto interrogate sul “se” la loro tematica sia di ruoli o di identità (ammettiamolo, è un problema che riguarda soprattutto persone “native” del sesso femminile), in Italia ciò viene preso molto sul serio da attivisti T e operatori della transizione e infatti i casi di “desister” sono rarissimi e limitati ad alcune persone che avevano preso ormoni col “fai da te ed ad alcune persone adolescenti di biologia xx che si sperimentano come genderfluid sui social per periodi limitati. Questa differenza dovrebbe portare le femministe biologiste italiane a cercare di fare politica e cultura tenendo conto di questeimportanti differenze politiche, sociali, culturali, e di dialogare di più con gli attivisti T italiani, cosa che non avviene, secondo me, anche un po’ per cattiva fede.
Mi fa paura la lettura che le femministe anglosassoni, i genitori dei cosiddetti desister, e i desister stessi fanno del loro percorso di “rivisitazione” della definizione del sè rispetto all’identità di genere.
Il mantra è sempre questo: “Volevo fare cose che la società considera da maschio, e credevo che questo mi rendesse un uomo trans, invece ci vuole molto più coraggio a fare queste cose presentandosi come donna tomboy“. Vignette, meme, e status portano avanti questo concetto, con mamme felici che la loro figlia sia “solo” lesbica (il male minore, ai loro occhi), e che possono fare colazione con la figlia adolescente e la sua amata fidanzatina avendo “scampato” il terribile rischio di avere un figlio trans (e le lesbiche, quasi incapaci di capire di essere considerate “un male minore”, esaltano queste madri).
Quello che si capisce benissimo (se vieni dalla “scuola italiana” di attivismo transgender), dalla narrazione di questi percorsi “desister” che riguardano persone di biologia xx, è che queste persone non erano in grado di capire la differenza tra identità di genere e ruoli di generenè sono state sollecitate, dall’attivismo e dalla sanità, a riflettere su questo (come invece avviene in Italia). Inoltre, in queste persone, vi era spesso una grande lesbofobia (oltre alla misoginia) interiorizzata, che faceva rendere ai loro occhi più accettabile l’essere un ftm etero o una persona non binary attratta dalle donne piuttosto che essere semplicemente una donna lesbica e butch.

In altri casi, però, altre persone xx desister raccontano il loro percorso di vita dicendo che hanno “desistito” per ragioni che riguardano il percorso medicalizzato: temevano effetti collaterali, non volevano perdere i capelli, non desideravano la peluria, o dipendere da un farmaco a vita, o si sono arrese all’idea che “non è possibile ricostruire un pene funzionante”.

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L’autocoscienza trans in Italia: identità di genere, esposizione sociale, desiderio di cambiamento fisico

Io provengo da una scuola d’attivismo che ha sempre affrontato le varie tematiche pertinenti alla vita di una persona T separatamente, anche nella lunga esperienza “clinica” nei gruppi di auto mutuo aiuto con le tante persone questioning che da essi sono passate: prima si parlava dell’intimo sentire della persona, quindi della sua reale identità di genere, poi dell’esposizione sociale che questa persona desiderava dare in quel momento a quest’identità, e infine delle modifiche “medicalizzate” che desiderava o meno, o dell’importanza che dava al passing (non sempre legato alla medicalizzazione, soprattutto in direzione mtf). Ad esempio, su un riconoscimento sociale che non passasse necessariamente dal “passing”abbiamo sempre lavorato molto. Quando la tua identità di genere è dichiarata, puoi costruire con altri strumenti, e non solo con il passing, una rispettabilità sociale, che ti permette di essere riconosciuto/a socialmente come appartenente al gruppo di coloro che hanno il tuo genere d’elezione: lo abbiamo imparato dalla generazione di trans precedente alla nostra, come Deborah Lambillotte, talmente autorevole che chiunque la considerava donna nonostante il suo corpo non proprio esile.

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Desister: siamo sicuri che nessuno di loro è transgender?

Queste “desister” fanno politica confondendo i piani, e vengono riempite di like di donne femministe, lesbiche e mamme palpitanti. Se interrogate sulla loro “autentica” identità di genere, spostano il tema sul “coraggio” che si ha a vivere socialmente come donna tomboy o come uomo ftm medicalizzato, oppure ti parlano di presunti effetti collaterali della tos e scelte “non invasive“.
Inoltre parlano delle persone trans come stereotipi viventi, donne oche aderenti ai più beceri stereotipi femminili ed ftm bulletti insensibili ai drammi del vivere al femminile in una società misogina: immaginare il mondo trans così, ovviamente, conferma la loro “coraggiosa” scelta di vivere da tomboy, e la “fortuna” di essersi salvate da un mondo che “sposta le persone da una gabbia all’altra“.
Quello che sto “insinuando”, dopo due chiacchiere con alcuni di loro, è che queste persone non sempre sono persone “cis che credevano di essere trans. Tante di loro sono persone T a cui il “vestito” della transizione canonica non stava a pennello.
Del resto, però, l’opzione “transgender non med” sembra esista ed abbia identità politica, anche se faticosamente, solo in Italia. All’estero, anche quando si parla di minori, sembra che le alternative siano sempre “accettarsi come giovane donna femminista” o “medicalizzarsi in fretta e furia per vivere un’adolescenza al maschile“. Non si parla mai di identità di genere, del come esprimerla, sperimentarla, anche da giovanissimi, ma tutto viene ricondotto ai corpi.
Del resto, questo tipo di attivismo femminista radicale, “critico verso i trans”, l’esistenza dell’identità di genere la nega e riconduce tutto ai corpi e ai ruoli, ed è per questo che diventa irrilevante “cosa” sia il desister (se la sua identità di genere sia maschile o femminile), ma lui/lei è semplicemente come si sta vivendo, quindi se vive da donna in un corpo da donna (non importa se per motivi sociali o di salute), “è” una donna.

Sgombrare il campo dall’esistenza dell’identità di genere permette di non farsi domande: chi torna a vivere al femminile è donna, lo era prima, lo è sempre stata, ed era stata semplicemente “plagiata” dal culto trans.

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Conclusione: quanto l’attivismo T italiano deve orientare un occhio all’Oltreoceano?

Concludo dicendo che per anni, finchè ho potuto, ho ignorato i blogger anglosassoni anche se lo sguardo delle femministe biologiste italiane e dei queer era rivolto lì (ma in quegli anni il dialogo era chiuso, sia coi queer che con le “biologiste”). Rivendicavo il lavoro che io, e i miei contemporanei “colleghi” attivisti T italiani, ma anche i nostri “padri” (o meglio: madri) italiani avevamo fatto con le loro opere saggistiche. Oggi, però i pochi dibattiti pubblici tra esponenti del mondo gaylesbico e del mondo trans dimostrano che i primi/le prime arrivano iper-informati/e sul dibattito d’oltreoceano, i secondi cadono dalle nuvole (giustamente: noi ci occupiamo di vissuti e di supporto ai giovani T, per sopperire alla carenza delle Istituzioni) e si radicalizzano sull’idea che si debba parlare dell’attivismo transgender di casa nostra. E’ questo, a parer mio, che non ha funzionato nel dibattito tenutosi un anno fa al Guado, con come relatori Enzo Cucco, Cristina Gramolini e Monica Romano.
Se in parte gli attivisti trans (non queer) italiani hanno ragione a pretendere che gli attivisti omosessuali/lesbiche evitino di ignorarli preferendo come “antagonisti” i queer italiani oppure i trans d’oltreoceano, forse l’unico modo per salvare capre e cavoli è sforzarci di seguire questo “twitterdibattito” e far si che il nostro background culturale, quello faticosamente costruito e che rischia di andare perduto, sia una solida baseper contestare le idee deliranti dell’una e dell’altra barricata, nessuna delle due realmente “amica” dei diritti trans, e in particolare dei diritti “trans non med”. Quindi, armiamoci di vocabolario, di corsi intensivi di inglese, e del traduttore di google, e cerchiamo di capirci qualcosa di questo assurdo ginepraio, prima che queste idee malsane arrivino qui e minaccino la roccaforte del nostro pensiero.

Discorso dal palco del Milano Pride 2018 (percorsi transgender non med)

Discorso dal palco del #MilanoPride
#civilimanonabbastanza

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Qui il video

come fai ad essere coerente con te stesso quando il tuo corpo dice il contrario di quello che sei?
questa frase è tratta da un noto monologo di un un famoso pioniere del percorso ftm: Davide Tolu.

Ci sono uomini e donne che sono uomini e che sono donne, senza che il loro aspetto li faccia apparire tali.
Molti di questi vorrebbero dichiarare al mondo di esserlo, ma come trovare il coraggio di farlo in un mondo che basa la definizione sociale di un uomo e di una donna sull’aspetto fisico?

Parlo a tutte le persone sotto a questo palco, che fossero portatrici di un’identità di genere divergente dalle aspettative generate dal proprio corpo.
Quante volte abbiamo provato vergogna a dichiararci uomini, donne, o “altro”, solo perché avremmo dovuto usare una voce acuta per dire “sono un uomo”, o una voce profonda per dire “sono una donna”?

Quante volte i primi a provare imbarazzo in un’affermazione così forte siamo stati noi? Quante volte abbiamo considerato ragionevole il ricevere un “no” ad una richiesta di rispetto della nostra identità di genere?

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Io chiedo a voi tutte e tutti di fare questo atto di coraggio, di autodeterminazione, di riuscire a dichiarare al mondo ciò che siete, ciò che siamo.

So benissimo che, differentemente rispetto al percorso tracciato all’estero, di cui l’Argentina e Malta sono solo due dei tanti esempi, dove il cambio del genere e del nome anagrafico è permesso con una semplice richiesta amministrativa, in Italia viene richiesta ancora una medicalizzazione ormonale obbligatoria, e spesso, un aspetto rassicurante rispetto alle aspettative di genere, quando non anche l’adesione a stereotipi di genere.

Ma se è vero che la società non cambia senza la spinta delle leggi, le leggi non cambiano mai senza la spinta della società: c’è un’interdipendenza, e la nostra visibilità può fare da volano a questo cambiamento.

Chiediamo una legge che ci tuteli dalle discriminazioni per la nostra identità ed espressione di genere, e chiediamo una legge che ci permetta di avere un documento che riconosca la nostra esistenza, e lo chiediamo a voce alta, prendendo la parola per i diritti che ci riguardano e ci spettano, perché la presa di parola transgender, in questo momento, è fondamentale.
Se non io per me, chi per me?

Ed è per questo che dobbiamo fare uno sforzo, andare a votare anche se qualcuno ci costringe a fare la fila dal lato sbagliato, ma soprattutto, dobbiamo far sentire la nostra voce, in senso simbolico, ma non solo, ricordando che l’autorevolezza di una voce non si misura dalla corrispondenza al timbro che ci si attende.

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Concludo nel ricordare tre persone che negli ultimi anni ci hanno lasciato.
Il primo è il giornalista Alessandro Rizzo Lari, che è stato vicepresidente negli anni in cui sono stato presidente del Circolo Culturale tbigl+ Harvey Milk Milano, e che ne era la vera anima e il vero motore e a cui adesso abbiamo dedicato il nome del Circolo.
La seconda è Deborah Lambillotte, la più importante attivista transgender in Lombardia, e, se mi permettete, in Italia, che ha per la prima volta presentato la possibilità che una donna transgender possa anche amare altre donne.
Infine, voglio ricordare Corry Scifo, una persona che frequentava il Circolo Rizzo Lari, forse non un attivista nel senso classico del termine, ma sicuramente una persona che, nonostante la giovane età, ha lottato col sorriso con la sua malattia, portando questo sorriso e questa speranza in ogni nostra serata al circolo.

Infine, ringrazio il Circolo Rizzo Lari, ex Harvey Milk, e tutto quello che ho imparato negli 8 anni che ne sono stato presidente, e a Gianni Geraci, che, dandoci una sede, lo ha reso possibile e i colleghi attivisti del Progetto Identità di Genere, Monica RomanoLaura Caruso e Daniele Brattoli, ma anche ad altri attivisti transgender di Milano, con cui c’è stato sempre un aperto confronto, Gabriele Dario BelliAntonia Monopoli e Gianmarco Negri, per tutto quello che potranno darmi in futuro. Un grazie anche allo staff diProgetto GenderQueer e della rivista LGBT Il Simposio.

Misgendering e Deadnaming nei percorsi non med, non binary, e no…passing.

Gentili readers,

come sapete ho “trasgredito” il mio ritiro dall’associazionismo con l’evento a tema “Non med”, appartentente al calendario di Alessandro Rizzo, e in programma da ancor prima della fine del mio mandato “presidenziale”.
Riflettere sul tema “non med” e confrontarmi con altri ed altre “non med” ha messo a fuoco alcuni aspetti relativi alla vita da persona T non medicalizzata ma con l’ambizione di rendere visibile e dichiarata la sua identità di genere.
Premetto che, per quanto mi riguarda, è una sfida che inseguo da anni, seppur con immense difficoltà.

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Immagine carinissima tratta da https://www.youtube.com/watch?v=VpomQ-Mkcc0

Senza un cambiamento biologico evidente, i nostri coming out vengono recepiti come annacquati, e qualcuno (magari gli LGB, magari i trans med) ci dirà che ciò dipende da noi, dal non essere abbastanza assertivi, ma non è così.
Spesso diventa difficile anche solo dirsi T, quando l’altra persona, presumibilmente etero e cisgender, ha davanti quello che ai suoi occhi appare come comunissimo “esemplare” di donna biologica o uomo biologico, magari persino eterosessuale.
E così in noi nasce la vergogna, la paura di essere presi per pazzi o per “patetici”, per il fatto di non corrispondere, agli occhi di chi deve accogliere o meno il nostro coming out o istanza, al suo immaginario di persona trans.

Premetto che per molti “trans” corrisponde inequivocabilmente ad una persona di sesso maschile, vestita da donna, che può aver subito della chirurgia, magari al viso o al seno, attratta dagli uomini, presumibilmente straniera e ovviamente sex worker.
Anche chi, sensibilizzato dai Dossier di Sabrina Ferilli, dovesse aver capito che ci sono anche trans non sex worker e che ci sono trans in entrambe le direzioni, si aspetta la persona trans “nata nel corpo sbagliato”, che desidera più che altro il cambiamento fisico, e che solo secondariamente intende chiedere il rispetto del genere d’elezione e del nome d’elezione, dato su cui queste trasmissioni televisive non si soffermano mai (anzi a volte insistono sul nome anagrafico d’origine).

Chi di noi è maggiormente sgamato, coraggioso e creativo, cerca di chiedere compromessi a datori di lavoro, capi, colleghi, amministratori di condominio, oppure ai fornitori ed i clienti, che entrano in contatto col nome anagrafico (magari per questioni retributive o burocratiche) e, una volta saputolo, tendono ad usarlo.
C’è chi trova compromessi riuscendo a non dire di essere trans, informazione che spesso peggiora la situazione, creando pettegolezzo, o invogliando quasi queste persone ad usare ancor di più il nome anagrafico, quando non a compatire la persona.
Magari qualcuno chiede semplicemente che sia usato un nome al posto di un altro, non dando chiare spiegazioni sul motivo, soprattutto quando il nuovo nome risulta unisex o un’abbrevazione di qualcosa che può declinarsi al maschile o al femminile. Queste soluzioni spesso, in mancanza di passing, riscontrano un maggiore successo, perché turbano di meno il sentire della persona comune, riportando la persona “gender non conforming” e “senza passing” in una dimensione di persona “alternativa” e non di persona “trans”.

Per simili motivi, spesso, alcuni trans non med, con identità binariamente maschile o femminile, decidono però di presentarsi come genderqueer/genderfluid/non binary, per evitare definizioni pesanti e “con una brutta reputazione”, come transessuale e trans, che sarebbero immediatamente ricondotte, dalla persona media, al disagio mentale o alla prostituzione, e usando definizioni più leggere e fresche, riconducibili, per chi è ignorante, ad una ribellione ai ruoli e agli stereotipi, più che ad una collocazione identitaria e legata ad una disforia (che però spesso è presente).
Premetto che non sto dicendo che le persone realmente genderqueer e non binary non esistano, così come esistono le persone bisessuali e pansessuali, ma è vero che queste definizioni spesso vengono usate per esporsi parzialmente in ambienti “ruvidi”, dove altri coming out verrebbero accolti molto peggio.
Io stesso mi sono reso conto, monitorando parole come “transgender” e  “transessuale” con Google Alert, allo scopo di farmi inviare tutti gli articoli che escono in Italia su questi temi, che il primo termine è quasi sempre associato ad articoli di attivismo, il secondo a risse, prostituzione, criminalità. Vogliamo davvero criticare chi sceglie bene ogni parola quando fa coming out col capo o coi vicini di casa?

Il problema di questi coming out e successive richieste, come far sparire il nome anagrafico da mail, buoni pasto, badge, oppure da verbali di condominio, o dall’elenco dei condòmini custodito dalla portinaia, reggono per periodi anche medio-lunghi (per mesi o per anni), ma poi quando un evento “turba” l’equilibrio, si ripiomba nel deadnaming.
Basta che esca una nuova legge sulla privacy, come il GDPR, e magari i datori di lavoro ti dicono che sono costretti a mettere in chiaro i tuoi dati anagrafici, che magari da anni non usava o conosceva nessuno escluso il tizio che ti prepara la busta paga, per una questione di trasparenza coi clienti, oppure basta che cambi la tua portinaia, e quella nuova magari non capisca che il nome anagrafico non lo deve rivelare, anche se hai provato a spiegarglielo, e magari lei lo pronunci per salutarti proprio davanti ad un tuo cliente, o magari ad un tuo fidanzato/a.

Poi si creano problemi complessi. Ad esempio, puoi di certo ordinare i pacchi su Amazon e su Ebay mettendo il semplice cognome, decorato da un simpatico Dr. se ci va, e tutto va bene finché a riceverli siamo noi, o una custode, e finché quel Dr. Cognome appare anche sul campanello. Peccato che poi capiti sempre che un pc ordinato su Amazon arrivi proprio quando tu e la custode non ci siete, e che vada ritirato alle poste di Vergate Sul Membro, dove non riconoscono che sia proprio “tu” la persona a cui dare quel pc. E poi abbiamo le bollette che arrivano col nome anagrafico, MA anche i romanzi del tale ftm di Domodossola che ha scritto sul suo doloroso coming out e ovviamente vuole regalare le copie all’attivista che lo ha ispirato, e te le invia col nome con cui ti ha conosciuto. A quel punto la custode, che ti vede vivere da solo, e avere pure un aspetto strano, cosa fa? Mette in giro strane voci sul fatto che ti travesti, hai un doppio nome, e una doppia vita, e tempo tre giorni tutti ti salutano col nome anagrafico quando passi mano nella mano col tuo nuovo fidanzato.

Quello che voglio farvi capire, con questi simpatici aneddoti, è che quando sei “non med”, misgendering e deadnaming sono all’ordine del giorno, e questo accade perché tu non riesci ad essere “forte” nella tua richiesta. Non dipende ovviamente da te, dalla tua forza interiore. Il problema è proprio che le condizioni non ti danno l’autorevolezza che la società, con le sue attuali convenzioni, richiederebbe.
Loro potrebbero capire se tu parlassi del tuo corpo che man mano comincerà a cambiare, sembrando sempre di più quello di coloro che loro chiamano uomini (o, nel caso della direzione opposta, donne). Loro capirebbero di più anche se tu “psichiatrizzassi” il tuo coming out, dicendo che sei “nato nel corpo sbagliato”, soffri di disforia di genere” (non parlerei mai così della disforia in un coming out), che “ti senti” uomo (o donna) o che vuoi “diventare” uomo (o donna). Sentirebbero le stesse parole che hanno sentito nel programma Rai della Ferilli. Forse potrebbero addirittura, anche in una stagione politica così aspra, provare tenerezza per te.

Poi però ci siamo noi: i transgender non medicalizzati. Certo possiamo “transizionare” anche tramite accorgimenti, tramite diete, tramite palestra, tramite il vestiario e il taglio di capelli, ma tutto ciò richiede uno sforzo continuo, perché il nostro corpo e la sua natura ci porta nella direzione opposta. Nel caso di noi ftm, i risultati della palestra dureranno poco se non siamo costanti, e comunque richiederanno un lavoro doppio rispetto ai “cugini” xy, se ingrassiamo perché siamo un po’ depressi, il grasso ci si depositerà sui fianchi o “sul balcone”, o ci verrà un facciottino tondo che eliminerà ogni rude e virile spigolosità del volto, e dovremmo abusare dei parrucchieri vista la velocità con cui i nostri ormoni fanno crescere i capelli, rivivendo continuamente il trauma di un barbiere che non ci fa accedere o di un parrucchiere gay che non capisce un cacchio e vuole farci fiorire nella “nostra femminilità”.

Poi ci sono gli amici, gli amici cis oppure trans medicalizzati, che ci dicono che “dobbiamo impegnarci”, e se da un lato sappiamo che a livello pratico hanno ragione (se mi pettino come Shakira ho poca possibilità di passare come uomo, ma anche come ftm postulante genere grammaticale maschile), ma che in qualche modo avvallano qualcosa che noi da sempre vogliamo combattere: gli stereotipi di genere. E’ forse meno maschio un motociclista coi capelli lunghi e ingellati? No, ma se sei ftm, e perdipiù non med, i capelli te li devi tagliare ogni mese. E’ un fatto.
Non è tanto una questione di “passing”: un ftm non med è raro che “passi” (anche se certe lesbiche butch vengono scambiate in continuazione per uomini e buttate fuori dai bagni delle donne), ma è un altro tipo di passing che inseguiamo: quello dell’apparire “almeno” trans, in modo da poter essere credibili come “nati nel corpo sbagliato. Insomma, dobbiamo “impegnarci” a sembrare perlomeno convinti nell’intento di apparire il più possibile maschili (se in direzione ftm) e femminili (se in direzione mtf), salvo poi subire dalle femministe e dagli attivisti gay storici un fiume di critiche perché “agli stereotipi di genere ormai ci crediamo solo noi trans”, quando in realtà è solo un modo per sfruttare il tanto odiato binarismo per convincere vicini di casa, baristi e colleghi di lavoro che “trans” lo siamo davvero.

Quante persone non med fanno coming out negli uffici, rivelando anche il nome con cui desiderano essere chiamati, ma dopo quella rivelazione, a volte fatta e rifatta molte volte, non cambia nulla? A volte addirittura le cose peggiorano, e i colleghi, completamente incapaci di comprendere la disforia, quel nome iniziano ad usarlo apposta giusto per essere divertenti o dispettosi. E’ successo a diverse mie amiche trans, di cui alcune anche medicalizzate, ma il cui passing era ostacolato dall’altezza e dalla voce.
Ma se non è neanche la medicalizzazione la “prova d’amore” che chi ci circonda pretende per prenderci sul serio, se è, banalmente, una questione di passing, chi non ce l’ha che cosa può fare? Deve arrendersi a una vita di deadnaming e di misgendering?

Eviterei gli approcci da “inqueersizione” secondo cui “gli etero sono tutti dei bastardi che non ci capiscono”, così come eviterei l’approccio secondo il quale la colpa è sempre nostra, siamo sempre troppo fragili, non ci sforziamo abbastanza, o non ci imbellettiamo abbastanza.
La verità sta nel mezzo. Le persone (la custode pettegola, il collega dispettoso, l’impiegata delle poste che il pacco non te lo vuole consegnare) non sono informate sui temi transgender e non riescono davvero a capire quanto la disforia distrugga una persona trans (anzi potrebbero vivere tutto come qualcosa di frivolo, un capriccio), ed è quindi importante pensare ad una strategia “ragionevole” per convincere queste persone del fatto che non essere chiamati in un certo modo è per noi importante. Come fare? I gruppi di autocoscienza T esistono anche per confrontare esperienze e poter mettere in atto le strategie vincenti più rodate, sempre che ce ne siano.
Se accettare che la persona media non è “bastarda” ma solo disinformata ci fa rimanere attaccati alla realtà in un’epoca in cui spesso delle narrazioni disforiche, miste a culto queer, ci portano alla negazione dell’evidenza, è anche vero che dobbiamo accettare che, in parte, la riluttanza ad accettare le nostre richieste, il non apparire abbastanza “credibile” per queste persone nella loro “scelta” di accettarci o meno come appartenenti al genere d’elezione, è legata ad una forma, consapevole o non consapevole, di “transfobia” (anche se forse si dovrebbe trovare un’altra parola, visto che la sfumatura che volevo dare non è ben rappresentata da “transfobia”).

Se fosse possibile per le persone T anche solo cambiare nome, se non genere, molti di questi imbarazzi (perlomeno quelli sul deadnaming, se non anche qualcuno sul misgendering) sarebbero evitati. Si tratterebbe di una versione 2.0 della “Piccola Soluzione, estesa ai non med, e ai non binary che non si sentono a proprio agio col loro nome anagrafico, e ne preferiscono uno unisex oppure coerente col genere d’elezione.

Di certo, avere un riconoscimento legale, ed avere il nome d’elezione su carta, spingerebbe le persone non med ad osare maggiormente con l’aspetto fisico, non dovendo più sottostare a funambolismi legati al vecchio nome anagrafico, e a gestire situazioni di velatismo in cui, sentendosi legalmente deboli, alcuni di noi vivono ancora magari per quanto riguarda relazioni umane o professionali molto occasionali (il dentista, l’ottico) in cui è presente il dover esibire il documento (fatture, ricevute) ma non vogliamo sconvolgere troppo col nostro aspetto (quindi ci facciamo la barba, se ftm, o andiamo in pantaloni se mtf).
Un riconoscimento legale, anche del semplice nome, ci farebbe sentire a nostro agio in tante situazioni della nostra vita, dal nome sul bancomat al ritiro di una raccomandata in posta.
Mi rendo conto che il movimento intersezionale ha portato tante nuove istanze, e che da due anni non si parli altro che di alcuni temi, ma le persone non med (binary e non binary) vivono ogni giorno situazioni di disforia, che invalidano la loro vita quotidiana (ad esempio anche il semplice gesto di mandare in giro il curriculum vitae o fare colloqui di lavoro senza provare vergogna e disforia).

So che molte persone trans med non sentono come propria questa battaglia, poichè quei cambiamenti li desideravano davvero e non li hanno di certo fatti per gli altri.
Però non si può sottovalutare il fatto che, anche se non avessero voluto farli, avrebbero dovuto, perché un giudice li imponeva affinché il loro aspetto fosse “rassicurante per la società”, e quindi non per il loro stesso benessere.
Sono convinto che i trans med, perlomeno gli attivisti, dovrebbero affiancare i non med in questa battaglia, anche se non ne sono burocraticamente toccati, per una questione politica e culturale: i nostri percorsi devono essere modellati in base ai nostri desideri e bisogni, e non a richieste esterne.
Il riconoscimento della condizione trans non med è quindi una battaglia di civiltà, che, oltre a dare dignità ai nostri percorsi, la restituisce a tutti i vissuti trans, rendendo il diritto di essere riconosciuti nel nostro genere d’elezione indipendente da ogni trattamento che ognuno di noi fa, o non fa, solo ed esclusivamente per il suo personale benessere.

Non Med: percorsi transgender non medicalizzati, 8 aprile 2018 a Milano

Domenica 8 aprile 2018, ore 18, al Circolo TBIGL+ Alessandro Rizzo Lari Milano (ex Harvey Milk), ci sarà un evento culturale, appartenente al calendario di Alessandro Rizzo Lari, dedicato alle persone transgender in percorsi non medicalizzati, ovvero le persone T che non apportano modifiche farmacologiche al proprio corpo, e chiedono il rispetto sociale della propria identità di genere.

Ecco il prezioso e dettagliato report di Giulia Terrosi, di “un altro genere di rispetto”.

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Interverranno Laura Caruso, attivista transgender non medicalizzata, e Nathan, ftm non med, autore di Progetto Genderqueer e presidente onorario del Circolo.

Saranno trattati temi legati al riconoscimento legale, alle possibilità (o non possibilità) di cambio “nome” o di cambio “nome e genere”, tematiche legate al passing, e al misgendering, alla sanità e alla professione.

La grafica del progetto “Non Med” è stata ideata, dopo un brainstorming con Laura e Nathan, dal grafico Sam Mera.
Interverranno anche Monica Romano come conduttrice, e Gianmarco Negri come avvocato.

Ecco le slide dell’evento!

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Le realtà promotrici sono:
Circolo Culturale TBIGL+ Alessandro Rizzo Lari Milano (ex Harvey Milk)
UAAR Milano
Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia
Progetto GenderQueer

Le realtà aderenti sono:
Libreria Antigone
Un altro genere di rispetto
Femminismo e altre liberazioni
Gruppo del Guado
Mille & una voce
Lieviti
Non una di meno Milano
Camminando
Non una di meno Verona

Evento su facebook

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Percorsi non medicalizzati: coming out, velatismo, esposizione sociale

Perché quasi tutte le persone non medicalizzate sono velate? Perché è così difficile esporsi? Quanto conta il passing? Quanto conta non avere una legge che tutela questa condizione? Quanto conta il binarismo e le aspettative sull’aspetto fisico?

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Il mio ritiro dall’attivismo associativo ha posto in me diversi interrogativi sul mio esistere, come persona, come professionista, e come uomo, al di fuori di quei contesti.
Non ho molti transgender non medicalizzati con cui confrontarmi, nel senso che quasi nessun transgender “non medicalizzato” rivendica questa identità (spesso usano, per definirsi, concetti che non mettono al centro questa diversità, ovvero la non medicalizzazione, ma mettono al centro la visione antibinaria o altro), ma con quei pochi che conosco, quasi sempre virtualmente, il piano del confronto non è mai lo stesso, perché, di solito, hanno scelto una visibilità e un’esposizione sociale diversa (minore) della mia.

Sarebbe facile fare una crociata contro i “cattivoni” velati, ma se invece avessi sbagliato io? Non voglio essere “elogiato” come coraggioso monaco guerriero: sono estremamente infastidio da questa componente “cattocomunista” dell’attivismo, che ci vuole guerrieri senza macchia, senza vita privata, devoti alla causa e all’aiuto dell’altro, di quello un pelo più fragile di te, a cui “dovresti” sacrificare quel poco di solidità che hai ottenuto.
No, non sono qui per questo, per chiedere “la beatitudine” alla chiesa LGBT. Io sono qui per capire “perché” gli altri non medicalizzati spesso decidono di non esporsi.

Una persona che ho molto aiutato, che si autodefinisce genderfluid, ma rivendica l’appartenenza all’ombrello transgender, e parla della sua disforia, ha scelto di fare attivismo, ma di farlo con un altro cognome. Ha un cognome molto comune, e credo che avrebbe potuto presidiare il web col cognome vero senza rischiare, ma la “paura” dell’essere identificato/a come “transgender” anche da chi lo/la conosce col nome anagrafico, magari tramite canali professionali, era altissima.

Questa persona è una di quelle che, senza fare una terapia ormonale, si espone di più, maggiormente rispetto agli altri. Mediamente le persone non med che conoscono sfidano ogni giorno la “censura” di facebook, provando ad aprire account (che spesso poi vengono chiusi, a volte per “vendetta” legata a segnalazioni a facebook, da parte di persone, spesso anch’esse LGBT,  con cui litigano per argomenti di attivismo) con cognomi esotici.
A volte, queste persone, in società, vivono con aspetti androgini (questo avviene più per persone di provenienza biologica XX), a volte no (vi è un on/off nel look), ma spesso il dato allarmante è che, spento il portatile, queste persone vengono “socializzate” come appartenenti al sesso biologico.

Partiamo da quelle persone che scelgono (magari sono spinte dalla disforia), di presentarsi al mondo con una aspetto “gender non conforming”. Il caso tipico è quello della persona di biologia xx che sceglie un aspetto maschile, ma che, a causa dei “limiti biologici”, riesce ad avere un aspetto al massimo androgino, dove “androgino” non deve essere pensato come qualcosa di erotico e intrigante, perché, se si supera l’asticella del consentito, l’ambiguità viene vista come brutta, anomala, e genera sospetto.

Però, questa persona xx, se la sua androginia è “ridotta” e “controllata”, e se è molto giovane, riesce a farne un punto di forza, ad integrarsi come ragazza lesbica, bisessuale o etero alternativa.
Se invece la sua androginia sarà “eccessiva”, oltre al limite “consentito”, ottenuto dalle battaglie femministe, se il suo cranio sarà troppo tosato, se le sue gambe saranno troppo pelose, questa persona potrà sì vivere, uscire di casa senza rischiare le percosse, ma non potrà mai “integrarsi” davvero nella società, inseguire le sue aspirazioni professionali, essere percepita come “altro” rispetto allo stigma di persona “poco raccomandabile”, “strana”, “ambigua”.
Lo stesso accade, se non di peggio, alle persone non medicalizzate di provenienza xy. Esse a volte limitano la medicalizzazione, se di questo si può parlare, alla rimozione della barba tramite la terapia laser, ma, se non portatrici di un buon “passing”, esse continuano ad essere viste come uomini “strani”, magari omosessuali, magari che hanno una “vita notturna” in non si sa bene quale nightclub.

E’ facile giudicare le persone “non medicalizzate”, dimenticando quanto è difficile per loro non solo fare coming out, ma che questo coming out venga preso sul serio.
E’ quasi come se la persona cis “perdonasse” la persona trans solo alla luce di un “sacrificio fisico”. E’ chiaro che le persone medicalizzate facciano determinati cambiamenti per il proprio desiderio di vedere la propria immagine più coerente a quella interiore, ma ciò non toglie che da fuori questo sarà visto come un sacrificio “necessario” per essere presi sul serio, come un “rituale tribale”, richiesto, affinchè il “capriccio” di essere rispettati possa essere ascoltato e accolto.

Senza il passing, senza un corpo che cambia velocemente nelle sue caratteristiche biologiche legate alla percezione del sesso di appartenenza, senza un certificato di una persona cisgender che “attesta” che la persona T non stia mentendo, i coming out delle persone T non vengono presi sul serio. Deve essere sempre attesa una particolare apertura mentale: nulla è dovuto, ed è sempre un mix tra una committenza illuminata (che accoglie l’istanza), e l’intelligenza, la cultura, la sfrontatezza della persona T non medicalizzata che fa questo coming out, un uso sapiente, ponderato e scelto delle parole, di ogni singola parola.

Molte persone non med preferiscono coming out soft che alludono a questioni di antibinarismo dei ruoli, o alla compresenza di entrambi i generi, o al non avere un genere, anche quando queste persone, osservando la loro disforia rispetto al nome, o alla grammatica, sono, di fatto, persone che si identificano chiaramente nel genere opposto al loro sesso, e non in “vie di mezzo”: a darmi ragione è aver osservato per 11 anni la comunità T, virtuale e non, e avere visto che, arrivata la medicalizzazione, spesso le definizioni “non binary” venivano accantonate, proprio perché spesso usate, comunicativamente, per farsi accettare in modo meno traumatico.
Del resto anche io spesso ho preso in considerazione, in casi abbastanza complessi, un coming out “genderqueer” piuttosto che uno da uomo trans. Poteva essere un modo veloce e semplice per eliminare i comportamenti fonte di disforia (l’uso del nome anagrafico, del genere grammaticale sbagliato, di alcune aspettative da stereotipo), senza generare aspettative di genere (ovvero che, accettato il fatto di considerare quella persona del genere opposto a quello di cui la consideravano prima, si generino aspettative sulla lunghezza dei suoi capelli, sui comportamenti, sulle reazioni, spesso dovute alla poca evoluzione mentale sui ruoli che ha la persona con cui dobbiamo fare coming out).

Questa parte del mio articolo potrebbe sembrare offensiva verso genderqueer e non binary. Eppure io credo che tante persone siano genderqueer e non binary, anche tante persone medicalizzate (magari hanno scelto una medicalizzazione parziale, per esaltare un non binarismo estetico che corrisponde alla loro identità di genere non binaria), ma anche che molte persone di identità definita pensino di essere “non binary” (definizione che riguarda l’identità e non i ruoli), solo perché sono uomini o donne contro il binarismo dei ruoli di genere o non aderenti agli stereotipi del genere d’elezione (caratteristica assai diffusa tra transgender non medicalizzati).

Inoltre, è come se la definizione “non binary” o “genderqueer” desse meno fastidio nell’attivismo trans. E’ come se dire di essere “non medicalizzati” in qualche modo mettesse in discussione o “offendesse” i percorsi canonici, e i vari litigi assurdi e irrispettosi che si possono osservare nei gruppi trans di facebook, quelli in cui da anni non scrivo più, ne sono la prova.

Insomma: definirsi “transgender non medicalizzato” porterebbe problemi in tutte le comunità, sia interne che esterne al mondo LGBT, mentre definirsi queer o non binary (non essendolo), darebbe un passaporto per una grande comunità, guidata dagli Stati Uniti, che veicola parole chiave più “rassicuranti”.

Passo al tema del cambio documenti.
In Italia, se sei non medicalizzato, non puoi cambiare i documenti. In altri stati basta una semplice pratica amministrativa.
Lotterò fino alla morte affinché una persona senza passing possa cambiare legamente i documenti.
Penso, però, a me, domani, con un bel nome marcatamente maschile, e questo aspetto. Per quanto alcune persone non med, spesso molto giovani, abbiano un discreto passing (magari fasciando il petto a vita, cosa che non è che faccia poi così “bene” a lungo andare), quasi tutte non arrivano a confondersi tra i cis, me compreso, e penso che, per come la società la pensa oggi, quel bellissimo nome potrebbe creare verso di me ancora più stigma. Sarebbe un “coming out” continuo, come persona trans, ovunque io andassi, o volessi lavorare. Qualcuno, per ignoranza, mi immaginerebbe “trans al contrario”, un uomo che vuole sembrare donna e ci riesce (visto lo scarso passing), ma “chissà cosa fa di notte al nightclub“).

Poi ci sono quelle persone non med a cui basterebbe optare per un cambio nome, con la scelta di un nome ambiguo, neutro, esotico, che tolga loro la disforia, e che permetta alla persona in questione di presentarsi, in un modo molto transfobico, come appartenenti al genere d’elezione solo quando le condizioni al contorno lo permettono. Qualcuno potrebbe chiamare questa “piccola soluzione”, e io potrei anche essere d’accordo a questa opzione, se possa essere “scelta” in alternativa al “cambio di genere” come tradizionalmente concepito.
Potrebbe essere una soluzione al problema sanitario: una persona non med ha bisogno dell’assistenza medica relativa al suo sesso biologico, ed è bene che la sanità lo preveda, visto che esistono già situazioni imbarazzanti per i trans “med”, che in alcuni casi, anche loro, hanno bisogno di visite mediche relative al loro corpo di nascita.

D’altro lato, ciò che è sostenuto dalla legge, diventa automaticamente autorevole. Se da domani io fossi Arturo (nome a caso), per la legge, forse con maggiore libertà potrei vivere il mio maschile estetico, senza preoccuparmi di impelagarmi in tutti quei casi in cui la gente, leggendo il mio documento al femminile, mi guardava male per la mia sfumatura alta, o per i peli sulle gambe (anche se qui andrebbe aperta una parentesi sul perché una donna non possa scegliere un’immagine di questo tipo se lo vuole, presentandosi come donna, dopo tutti questi anni di femminismo).
Probabilmente la legittimazione legale nel genere maschile mi spingerebbe a vivere liberamente un’immagine maschile senza mille compromessi, giri di waltzer, e compagnia cantante.
In varie occasioni, in cui ero “burocratizzato” al maschile (anche solo da una tessera ad un’associazione o ad una biblioteca), molte persone mi hanno trattato al maschile perché “se c’era scritto così doveva essere così”. Non poteva essere altrimenti (magari dipende anche dalla scarsa informazione sugli ftm), non era per loro concepibile che se in quella tessera c’era scritto Nathan, io in realtà mi chiamassi in altro modo, e fossi “altro” rispetto a “uomo”.
Per questo credo fermamente che, seppur dovrebbe essere importante dare alternative “soft”, che permettano di integrarsi a persone che preferiscono un’esposizione minore, ma vogliono limitare la disforia, sia importante anche dare la possibilità di cambiare nome e genere a chi si sente pronto, senza preoccuparsi in modo paternalistico di “come faranno, poverini, ad integrarsi senza il passing”.

Tutti questi ragionamenti richiedono una sensibilità ed un’esperienza che chi ha avuto la possibilità di confrontarsi a lungo con altri transgender, anche medicalizzati (e rivendico il ruolo dei gruppi di confronto dal vivo, dove nascono spesso soluzioni inedite per i problemi di noi trans afflitti dal binarismo sociale), ha, ma non si deve pretendere che la persona “non med” sia sempre sgamata, maliziosa, portata a compromessi “funambolici” come posso esserlo io, con grande dispendio di energia.
E a dirla tutta, avrei preferito di gran lunga destinare ad altro le mie energie, magari alla mia promozione come professionista, senza dovermi preoccupare di creare un “brand” diverso dal mio nome, proprio per non dover dare spiegazioni sul perché esso differisce dal mio nome anagrafico, che spunta ogni volta che devo fare una ricevuta.
Quanto, questo stress di dover escogitare strategie sul nome anagrafico e sull’aspetto, di dover comunque fare i conti continuamente con sesso biologico, nome anagrafico, anche quando volevo pensare alla mia immagine di professionista, o, non so, di musicista semiprofessionista che fa parte di una band, mi ha scoraggiato?
Quante persone non rettificate non vanno a votare? Quanto il misgendering, l’incomprensione, la difficoltà a dare spiegazioni convincenti quando non hai il passing, azzoppa le nostre vite, la nostra autorevolezza, la nostra felicità?

E diventiamo, intendo come comunità non med, dei nomi farlocchi su facebook, continuamente funestati da chiusure dell’account, osservati dai nostri amici facebook, anche semplicemente gay, come cangianti, instabili, inaffidabili, e così anche dal mondo che ci vede fuori, quello a cui facciamo fatica a dare un nome disambiguo, italiano, semplice, che finisce con A od O, quello che non sa se ci vuole come vicini di casa, compagni di banco, o di materassino in palestra.

E così sono qui, mosso dai miei sentimenti contrastanti verso gli altri non med. Forse mi sono esposto troppo io, 10 anni fa, spinto dall’allora dirigenza dell’unica associazione che sembrava inclusiva per persone come me. Forse loro stessi si aspettavano, da parte mia, una transizione canonica che sarebbe arrivata a breve, e volevano che mi “sperimentassi” da persona esposta, ma dopo 10 anni posso dirvi che vivere da non med esposto, in uno stato che non ha delle leggi che mi tutelano per la mia diversità (soprattutto nel mio caso, per il quale, se mi si considera da sesso biologico, sono pure visto come unA eterosessuale, quindi neanche appartenente al mondo LGBT),  che non si è “abituato” alla visibilità delle persone non med (proprio perchè tutti sono velati, è un cane che si morde la coda), quindi ride ad ogni nostro coming out, lo ignora, lo “posticipa”.

Pensavo che espormi per tutti questi anni avrebbe aiutato altri non med a trovare il coraggio di esporsi, ma ne sono passati tanti. Mi hanno contattato, tempestato di domande, spesso morbose, su come riesco a vivere la mia vita, si sono fatti due conti, e hanno deciso di tornare alle loro vite in tacco dodici, da attraenti ragazze cisgender, oppure hanno fatto transizioni canoniche, mandandomi foto del petto operato mai richieste, condividendo con me la loro felicità, paternalisticamente proponendomela, per poi sparire per sempre dalla mia vita a causa di una loro scelta di vita “stealth”, e anche per il fatto che non ero mai stato loro amico, ma solo un infopoint per scegliere la strada migliore per loro.

Da un lato sono arrabbiato con tutti i vari Noah, Etienne, Pierangelo, Matthias, Dieghino e chi più ne ha più ne metta. Dall’altro, effettivamente, i non med hanno altre possibilità?
Se si presentano socialmente per il loro genere d’elezione, al netto di un interlocutore particolarmente illuminato, succede quanto ho scritto, e se si limitano ad una semplice androginia estetica, devono comunque “limitarla” (deve essere sexy e ammiccante, come quella di alcuni cantanti rock eterosessuali o di alcune donne provocanti in cravatta e con taglio sbarazzino) per non venir visti come scherzi della natura, ed esclusi da occasioni professionali e di inclusione sociale.

A questo punto cosa dire a questi ragazzi?
Se nessuno di noi è visibile, l’opinione pubblica non si abituerà mai al fatto che esistiamo. L’immaginario del mondo trans sarà sempre legato al passing, e le persone penseranno che sia una conditio sine qua non per essere rispettati nel proprio genere.
Se però le persone non med uscissero dai loro account con meravigliosi cognomi esotici, e cominciassero a vivere apertamente come transgender, allora forse negli anni, nei decenni, le cose cambierebbero.
E’ avendo un viso gentile, una voce sottile, ma dicendo “sono uomo”, avendo una voce profonda e un viso spigoloso e dicendo “sono donna”, che nelle coscienze cambierà qualcosa. I primi ci sbatteranno il muso, come forse è in parte successo a me, ma col tempo non sarà più così strano.
Siete abbastanza altruisti per fare un sacrificio che forse non avrà effetto nelle vostre vite, ma in quelle di chi verrà dopo di voi?
Molti di noi non riusciranno ad essere genitori, ma forse anche noi possiamo vivere questo “passaggio di consegne” coi nostri figli putativi.

E ora lasciate andare in pensione un vecchio, largo a voi, giovani. Riprendete le fila dove io le ho lasciate, esponetevi, fate “transizionare” la società insieme a voi.