Archivio per la categoria ‘TRANSGENITORIALITA’

Quando ero al liceo, nell’anno 2000, parlavo a professori, genitori e compagni della GPA con entusiasmo. Ai tempi era una novità parlarne.
Non ero cosciente di essere T, ma ero cosciente di voler diventare genitore e non “madre, sia relativamente al mio ruolo come figura genitoriale, sia relativamente al non vivere l’esperienza della gestazione.
Già allora, come oggi, mi interessavano gli uomini, quindi pensai che era possibile avere un figlio geneticamente nostro tramite una volontaria che ci avrebbe potuto aiutare a diventare genitori.
Quando parlo di GPA non separo tanto quella che puo’ essere fatta da una coppia gay, un padre single, una coppia tra un uomo e una persona T, o una coppia etero: sono a favore di tutte le esperienze GPA che siano rispettose delle persone coinvolte.

Ma veniamo a noi: perché questo articolo, e perché oggi?

Sono iscritto al gruppo facebook “Libreria delle donne”.
Qualche giorno fa sulla mia home è apparso un post in cui una femminista citava con fierezza Busi, in una citazione piena di odio, misantropia, misandria e omofobia (interiorizzata). Non mi interessa perché Busi (come altri gay prima di lui) esprima contenuti omofobi, ma mi fa orrore vederlo citato dalle sedicenti femministe, sia in quanto lui storicamente misogino, sia in quanto non mi aspetterei una connivenza, o meglio, complicità attiva, delle femministe, con colui che usa tanta violenza verbale verso l’uomo padre.

“A me un uomo che si stringe al petto villoso un neonato come se fosse appena uscito dal suo di grembo di puerpero fa prima sgomento e poi mi fa venire una ridarella irrefrenabile.”

Sotto questo commento, una standing ovation di femministe a dire che è bravo, che è un grande, e che sottoscrivono ogni sillaba da lui detta.

In quel momento ho avuto un ricordo di mio nonno, d’estate, abbronzatissimo e a torso nudo, mentre portava in braccio il mio fratellino neonato, che “faceva il ruttino” e si addormentava solo con lui.
Quanto orrore nelle parole di Busi, e quanto svilimento delle figure maschili nella vita di un neonato.

Negli stessi giorni il mio caro amico Ethan Bonali mi ha portato all’attenzione un articolo della cara amica Monica Romano, riguardante la transfobia delle veterofemministe, soprattutto verso le donne trans.

Il veterofemminismo all’attacco delle donne transgender

Una volta la stessa Monica mi chiese come mai io, a differenza di lei, mi dico “antibinario” e non “femminista”, nonostante spesso le mie idee di indignazione per i comportamenti di molti uomini prevaricatori (non sempre biologici) verso il femminile coincidono con le sue, di donna transfemminista.
Eppure io continuo a ritenermi un antibinario, pronto a denunciare non solo la discriminazione verso la donna e “il femminile”, ma anche verso tutto cio’ che è gender not conforming, anche quando “maschile” o “ambiguo”.

Mi sono chiesto perché il veterofemminismo prenda queste posizioni violente, misandriche e transfobiche.

Forse dipende dal fatto (ma è una constatazione anacronistica e quindi priva di senso) che il loro movimento si chiami “femminismo” e non “donnismo” (anche se allora erano oscure le differenze tra il concetto di “femmina” e quello di “donna“). Loro non esaltano l’essere donna, quindi qualcosa di puramente psicologico, ma l’essere femmina, con tanto di esaltazione di utero, ovaie e vagina, una visione comunque svilente del femminile, anche nel caso si parlasse semplicemente di donne biologiche (il femminile, l’essere donna, è molto di più che qualche organo, che potrebbe esserci o non esserci).

Spesso vi è un legame anche con wicca, neopaganesimo, e altri culti new age che esaltano il femminile come mero dato fisico (mestruo, vagina, etc etc) e quindi anche loro evitano ad esempio la partecipazione alle loro cerimonie delle donne transgender (accettando invece, in un gesto privo di senso, gli uomini transgender, in quanto muniti degli accessori fisici che rendono “femmina”).

Alla luce di questo legame fortissimo tra “femmina” e “utero”, ecco le battaglie per il diritto (sacrosanto a mio parere) di abortire e quindi disporre liberamente dell’utero senza l’interferenza maschile (del padre del bambino, ad esempio), ed ecco la fortissima ostilità verso ogni forma di prostituzione femminile (la vagina è sacra, non puo’ essere “venduta” all’uomo, in una visione dove il sesso viene ricondotto ad una compravendita di vagine).

Da qui si passa all’ostilità per gli ftm, i quali “desidererebbero non avere la vagina, l’utero e le ovaie” e quindi sono dei traditori, degli ingrati. Hanno ricevuto il “dono” di accessori sacri come utero, vagina e ovaie, e desiderano sbarazzarsene.

La maternità viene vista non come qualcosa che riguarda il rapporto tra il bambino e la donna che compie il ruolo di madre, ma viene sopravvalutato e idealizzato il ruolo della gravidanza e, con condimento di new age misto pesce,  si parla di un legame indissolubile tra bambino e partoriente, che non puo’ essere in nessun caso interrotto (ma nel caso dell’aborto, misteriosamente, si!).

Questa visione svilisce una serie di soggetti coinvolti:
1) chi ha partorito per poi rompere il legame magico col bambino
– le ragazze vittime di gravidanze indesiderate, o che non possono permettersi di dare una vita dignitosa al figlio, che pur amano, e devono darlo in adozione
– le volontarie nella GPA, che hanno permesso a una coppia (etero o non etero) di avere un bambino
2) chi, pur essendo femmina, è diventata madre senza partorire
– le madri adottive in coppia eterosessuale, che non saranno mai viste come “vere” madri, perché il bambino si lega a loro quando è già nato.
– le madri impossibilitate ad usare il proprio utero (o madri donne trans) che sono diventate madri tramite la GPA
– la madre non biologica nelle coppie lesbiche, o entrambe se hanno adottato
– madri adottive e affidatarie, anche single
3) i padri
– i padri (anche quelli etero e anche quelli biologici), che non sono legati al figlio come lo è la madre biologica, e mai lo saranno
– le coppie di uomini gay che hanno un figlio, anche tramite adozione
– i padri single, adottivi e affidatari
– gli ftm che preferiscono usare la GPA, tramite madre surrogata (se in coppia con uomo biologico) o tramite la gravidanza della propria compagna (se in coppia con una donna biologica)

Le femministe, che in altri casi sono amiche delle battaglie LGBT (soprattutto battaglie lesbiche), nel caso della GPA stanno creando un fronte ostile e anche spesso grottesco contro le persone LGBT genitori o che vogliono diventarlo, usando argomentazioni degne delle sentinelle in piedi e Adinolfi.

 

Un ringraziamento a Monica Romano, Saverio Romani ed Ethan Bonali per essere parziali ispiratori di questo post

Per una volta devo dire che sono totalmente d’accordo con Giovanni dall’Orto.
Avevo un articolo sul tema in bozza da un po’, ma questo articolo sintetizza bene la mia opinione (so che arriverà la pioggia di insulti delle femministe, ma amen!)citazione di: https://www.facebook.com/notes/virginio-mazzelli/sulla-maternit%C3%A0-surrogata-per-le-coppie-omosessuali/894331067348473
Sulla maternità surrogata per le coppie omosessuali
Ieri a Padova https://www.facebook.com/dallortogi… , nonostante il tema del dibattito fosse la critica della teoria queer, come è tipico di un Paese in cui dibattere è ormai impossibile, fra il pubblico c’è stata chi ha approfittato del fatto che finalmente si stava dibattendo per chiedermi cosa ne pensassi… della maternità surrogata. Pratica su cui Daniela Danna ha appena pubblicato un libro molto critico http://www.danieladanna.it/ e sul quale sinceramente penso che il dibattito sarebbe urgente e necessario (e non c’è!). Siamo di fronte a uno di quei problemi di bioetica in cui la questione non è affatto in bianco e nero, come al solito affermano gli oppositori della pratica, ma anche qualche sostenitore meno avveduto degli altri. La posizione di Daniela Danna, ossia che a suo parere la pratica è ammissibile solo a titolo puramente gratuito e volontario, come dono, tendenzialmente è la mia, in quanto sono contrario, per principio, a qualsiasi commerciabilità di qualsiasi parte del corpo umano: denti, gameti, reni o polmoni: poco importa. (Questo fa parte di un ragionamento più ampio che include anche la contrarietà al concetto di brevettabilità del genoma vivente a qualsiasi titolo, che però vi risparmio). Ciò premesso, trovo impossibile il ricorso ad entrambe le posizioni che oggi si contendono l’arena. La gratuità assoluta, infatti, è impossibile, o se praticata innesca una serie di problemi etici non meno gravi di quello che intende risolvere. Una gravidanza infatti costa, quindi è solo logico garantire il rimborso delle spese sostenute “per conto terzi” (in caso contrario si creerebbe una discriminazione fra donne ricche e donne povere, e nient’altro). Inoltre dei rimborsi fa parte anche la perdita della capacità lavorativa, per la quale non a caso è previsto il congedo di maternità. Nemmeno questo può essere logicamente negato, trattandosi di un preciso diritto della donna. Supponiamo allora di attenerci all’osso di queste spese e di scoprire che il puro e semplice rimborso spese per figlio per conto terzi costerà in questo modo 20.000 dollari invece che 100.000 dollari. Il problema è che per una donna del Bangla Desh che vive lavorando, e guadagnando meno di un dollaro al giorno, 20.000 dollari di “rimborso” sono una fortuna tale da “incentivare” il “dono” della gravidanza per conto terzi…. solo, a retribuzioni molto più basse di quelle attuali. Un risultato, questo, che a livello mondiale finirebbe per incentivare anziché scoraggiare la prassi: diminuendo i prezzi si amplierebbe il mercato, come sempre avviene. A meno di voler pagare 20.000 dollari la donna “ariana” e 500 quella del Bangla Desh, dato che il suo corpo “vale” meno di quello di una donna bianca ed ariana e magari pure ammerrecana: soluzione che oltre ad essere iniqua non risolverebbe neppure lei il problema, dato che ci si ridurrebbe, alla fine, solo ad innescare un feroce dumping sulla quantità di denaro che finisce alle donne, e quindi daccapo a un aumento, non a una diminuzione, dello sfruttamento dei loro corpi. Visto che comunque una donna gravida deve mangiare bene (per il feto, ovviamente, mica per sé!), per chi vive con un dollaro al giorno sarebbe comunque conveniente restare incinta per conto terzi per potere almeno mangiare bene per nove mesi all’anno, senza contare che potrebbe comunque lavorare lo stesso per gran parte del periodo della gravidanza (le donne contadine hanno sempre lavorato fino al giorno del parto, che lo volessero o no. Il dare per scontata la maternità a casa in congedo lavorativo svela l’ottica borghese e benestante da cui è stato condotto fino ad ora il dibattito, quindi il bias di classe contenuto e mai manifestato nel dibattito: quello di una donna o di un uomo borghese e del primo mondo che sfrutta il corpo di una donna sottoproletaria/contadina e del terzo mondo). Il risultato finale, paradossale, sarebbe solo che la gravidanza per conto terzi non costerebbe meno all’utente finale (il prezzo lo fa la domanda, non l’offerta) però alle donne, che perderebbero potere contrattuale, finirebbe una quota nettamente minore della somma, tutto il resto rimarrebbe agli intermediari. Inoltre esploderebbero i contenziosi: che succede se la donna del Bangla Desh anziché mangiare bene usasse il denaro del cibo per pagare le medicine alla madre anziana, e il bimbo nascesse denutrito? Che doveri etici avrebbe il recettore del “dono” nel caso il bimbo nascesse affetto da handicap? O se cambiasse idea, e non pagasse, lasciandolo sul gobbone di una madre già disperata? Dopo tutto, ciascuno di noi è tenuto a onorare un contratto, mentre ognuno di noi è libero di rifiutare un dono. E non sto parlando delle 9999 persone che, entrate in un accordo di dono, lo rispetterebbero meticolosamente (per questi casi, non serve discutere di leggi). Parlo di quell’una persona su diecimila che non lo rispetterebbe, e per la quale le leggi sono pensate ed approvate. Ebbene: cosa deve prevedere una legge in caso di mancato rispetto degli accordi di dono? Deve esserci un contratto? Ma un contratto che preveda un rimborso, non potrebbe essere una banale compravendita mascherata da dono? Ci risiamo, daccapo: cambia il nome, non la sostanza. Questa si chiama ipocrisia, e non giustizia. Per evitare che tutto ciò possa accadere esiste, dal punto di vista logico, una sola soluzione: proibire la gravidanza per conto terzi SEMPRE, ANCHE su base di dono volontario. Cioè la posizione delle destre, che però non è quella di Daniela Danna. Ebbene: neppure la posizione delle destre sarebbe risolutiva. Escludendo la soluzione più semplice (affermare che il bambino è nato col metodo tradizionale durante un po’ di turismo sessuale, e qui si premierebbe l’ipocrisia, non la giustizia) niente impedisce che una organizzazione (che a questo punto sarebbe ovviamente criminale anziché medica) manifatturi un “surplus” di bambini abbandonati nel Terzo Mondo (magari in qualcuno dei troppi campi profughi di cui è costellato il mondo) offerti poi in adozione – [per le signore, figlio abbandonato di madre Tale de’ Tali e di padre ignoto, per i signori invece figlio di padre ben noto (e pagante) che riconosce come suo il minore e di “madre che non vuol essere nominata”] attraverso i canali internazionali attraverso i quali è sempre passata la “tratta dei bambini”. Il risultato sarebbe creare una occasione di mercato per la mafia, e non maggiore giustizia e soprattutto non maggiore “moralità” cattolica. Per fugare tutti questi dubbi esiste un unico modo per impedire lo sfruttamento economico del corpo delle donne: fare in modo che sulla Terra non esistano donne che vivono con meno di un dollaro al giorno. Un problema che però oggi come oggi non sta più a cuore assolutamente a nessuno. A iniziare proprio dai libertariani e dai propugnatori della “libertà delle donne di disporre del loro corpo” “anche” nel farsi pagare per una maternità surrogata. Forse però, chissà, molte di queste donne non sono affatto “libere” di vendere il loro corpo, forse, chissà, forse sono solo “costrette a farlo”, dalla fame. Sì, lo so che alcune no, eccetera, ma dire “alcune no” implica che “alcune sì”. Perché questo aspetto viene fuori se si parla di sesso, altrimenti è irrilevante? La maternità surrogata è insomma solo un sintomo, non la causa delle ingiustizie del mondo. Magari, preoccuparsi un poco più delle ingiustizie economiche non sarebbe una cattiva idea. E questo vale in primis per i cattolici sempre pronti a stracciarsi le vesti per la maternità surrogate, ma non per le madri, e i figli, letteralmente alla fame. Also spracht Giovanni Dall’Orto.

Recentemente, anche per motivazioni personali, mi sto dedicando alle possibilità di genitorialità per le persone transgender.
Ci sono due principali associazioni che si occupano di genitorialità LGBT:

– famiglie arcobaleno, si occupa di coppie omosessuali che programmano la genitorialità, tramite adozione, GPA (gestazione per altri), eterologa, ovodonazione….
– genitori rainbow,  si occupa di persone LGBT diventate genitori in coppie etero, prima della consapevolezza del loro orientamento sessuale e/o identità di genere (anche se magari c’era qualche bisessuale in precedente coppia etero, ad esempio, che ora invece si trova in coppia gay, ma ha fatto dei figli nella relazione precedente).

Se genitori raibow ha iscritti ed attivisti transgender (sia ftm che sono diventate genitori con un marito o compagno, sia mtf che sono diventate genitrici con una moglie o compagna), in famiglie arcobaleno non sono ancora presenti molte coppie con una persona transgender che stanno programmando una genitorialità, adottiva o supportata dalla tecnologia.

C’è da dire che le combinazioni e le casistiche sono infinite, e anche le intersezioni con casistiche di coppie etero , sia con casistiche di coppie gay, e questo è ancora più aggravato dal fatto che le coppie omosessuali non siano riconosciute in italia (nè come coppia, nè come coppia genitrice), e che la tos sterilizza (e vengono quindi eliminate le possibilità di genitorialità genetica).

Proviamo a parlare di genitorialità adottiva

Ad esempio un ftm omosessuale (sposato con un compagno uomo biologico o ftm rettificato come uomo per la legge, presumibilmente gay o bisessuale,) per adottare un figlio dovrebbe per forza farlo prima di qualsiasi transizione, senza nessuna diagnosi disforica, con un aspetto il piu’ possibile binario, senza che il suo nome come attivista esca troppo fuori, per apparire estremamente “accettabile” come “donna” agli assistenti sociali che, estremamente binari, vorrebbero vedere in lui una “madre” piu che un genitore, quindi le aspettative sono estremamente binarie.
Lo stesso problema si porrebbe se fosse un ftm eterosessuale con una compagna trans ma ancora burocraticamente maschio.

Un ftm eterosessuale invece (sposato con una compagna donna biologica o mtf rettificata come donna per la legge, presumibilmente eterosessuale o bisessuale), potrebbe adottare solo dopo la sua rettifica, in quanto dovrebbe risultare uomo per legge per sposare una donna in italia e poi con lei adottare.
Se invece stesse con un altro ftm non rettificato, sarebbero comunque due donne per la legge fino a che uno dei due non cambiasse i documenti, ma a questo punto l’ftm non rettificato dovrebbe stare attento alle aspettative binarie (come detto sopra) degli assistenti sociali.

Una mtf lesbica, esattamente come un ftm omosessuale, potrebbe provare l’adozione con una donna biologica (o con un ftm non rettificato che ancora risulta donna per la legge) prima di qualsiasi transizione, ma anche li bisognerebbe contrastare le aspettative binarie.

Infine una mtf etero impegnata con un uomo (etero o bisex, ftm rettificato o uomo biologico), potrebbe adottare dopo la sua rettifica anagrafica, ma non prima (risulterebbero gay e non potrebbero sposarsi).

Proviamo invece a parlare di genitorialità biologica con supporti scientifici

Un ftm gay con un compagno biologico potrebbe congelare gli voluti da pre T, e poi ricorrere alla GPA nei paesi dove è legale e dove le donne sono ben liete di aiutare altri a diventare genitori (di solito hanno già molti figli ma hanno molto piacere a vivere la gravidanza, tanto da desiderare il farlo per aiutare altre persone), facendo fecondare l’ovulo dallo sperma del compagno, ed avendo quindi un figlio geneticamente della coppia.
E’ piu o meno la stessa prassi a cui ricorre un uomo fertile con una compagna che produce ovuli ma non puo’ o vuole usare il suo utero

Un ftm etero invece potrebbe anche lui congelare gli ovuli da pre T, e poi ricorrere alla fecondazione eterologa, per far si che la compagna sia madre biologica, e lui sia genitore genetico, essendo l’ovo-donatore

Una mtf lesbica potrebbe congelare dello sperma da pre T e poi inseminare la sua compagna (lesbica o bisessuale)

Se la coppia è composta da un ftm e una mtf, potrebbero congelare ovuli e sperma per poi ricorrere alla GPA

Come vedete ogni possibile combinazione puo’ ricorrere alla genitorialità assistita o adottiva, ma purtroppo ci sono troppi ostacoli
nessuna possibilità nè di riconoscimento della coppia “omosessuale” (anche apparentemente omosessuale, se i due coniugi risultano dello stesso sesso per la legge italiana), nè di genitorialità adottiva
poche possibilità di adozione per quanto riguarda coppie “apparentemente etero” (dove c’è una persona transgender non rettificata e partner di sesso opposto ma di genere uguale), poichè  gli assistenti sociali si rifanno a standard estremamente binari
nessuna possibilità di genitorialità assistita dall’aiuto tecnologico in italia (gpa, fecondazione eterologa, inseminazione, ovodonazione…)

Un altro grosso limite è l’assenza di associazioni che accolgono le istanze di persone trans e loro partner che stanno progettando una genitorialità e avrebbero bisogno di tecnologie non dissimili da quelle delle coppie omo o etero parzialmente sterili, seppur con alcune peculiarità dovute alla previsione della tos (il congelamento di ovuli e sperma prima di iniziarla) e/o alla disforia di genere (il desiderio di non usare un utero seppur funzionante o un pene fecondante seppur funzionante biologicamente, e di preferire quindi GPA, ovodonazione, eterologa, inseminazione…).

Mi sono confrontato con molti genitori gay  e lesbiche, e li ho spesso trovati molto sorpresi nel vedere desiderio di genitorialità in persone transgender.
Credo che l’errore sia nel confondere “genitore” con madre/padre. Si pensa che un ftm nel suo non essere donna, non voglia essere madre, che non vuol dire non voler essere genitore, e lo stesso vale per una mtf, che sicuramente non vuole essere padre ma vorrebbe magari essere genitore.
La confusione sta sempre nel ricondurre non sono l’essere genitori a un binarismo madre/padre (come fanno gli assistenti sociali delle adozioni), ma anche il pensare che se una persona ha donato lo spermatozoo per la fecondazione di un figlio, sarà sempre un padre e non una madre, e che se invece ha contribuito con un ovulo (o con una gravidanza fatta solo in quanto mirata all’obiettivo di un figlio), allora puo’ essere solo una madre e non un padre.
Questi errori sono commessi anche da persone LGBT e non solo da etero ignoranti.

Spero che questo articolo faccia chiarezza, ma vista la complessità che ho trovato a descrivere l’estrema varietà di casistiche, se qualcuno dovesse essere rimasto confuso, mi rendo disponibile a chiarimenti sulla terminologia.

La mentalità cattolica ci ha spinto a legare il sesso alla procreazione.
Ciò fa si che si vedano di cattivo occhio tutte le coppie (anche etero) che non finalizzino la loro unione al figliare, e addirittura anche una delle cause di allontanamento del coniuge è legata a questa mancata volontà.
Ma vi è un meccanismo inverso, che prevede che sia la “sessualità” (il “naturale tentativo”) a dare la genitorialità a una coppia o a una “femmina”.
Anche l’adozione , tecnicamente estesa anche ai “fertili”, prevede un “filtro” dei richiedenti che non hanno problemi di sterilità.
Ho sentito di una donna che “non se la sentiva” di compiere la gravidanza, ma alla fine è stata “instradata” da un counselor verso la gioia di partorire e portare il bimbo in grembo.
(In realtà vogliono scartare i filantropi e i salvatori del mondo che vogliono adottare per pietismo e non per altro).
Lo stesso per quanto riguarda la fecondazione assistita, che prevede “un anno di tentativi naturali” (non si sa bene dimostrabili come).
Anche io, come transgender, se volessi adottare usando la “carta che canta” (i miei documenti al femminile, sposato con una persona coi documenti al maschile), sarei sottoposto a un colloquio binario atto a dimostrare che sarei una buona madre (e non un buono genitore), come già successo ad amiche trav, inscatolate nel ruolo di uomo etero, per poter accedere all’adozione.
Io personalmente preferirò comunque un’adozione di un neonato o una genitorialità tramite utero in affitto, per evitare che arrivi un bambino grande già “inquinato” dal binarismo e che desideri una mamma, quindi che mi rifiuti come genitore o ci rifiuti come coppia di genitori.
Quindi il binomio sesso/genitorialità continua ad opprimere minoranze, e non si riesce a far capire che questo binomio di natura abramitica non dovrebbe influenzare le leggi di uno stato laico.
Spero nel confronto con persone transgender e asessuali.
A presto!

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Ebbene si, io avrò dei figli.
Non so bene come, ma li avrò.
Ho la grande paura di trasmettere la mia “ideologia antibinaria” a questi bambini e bambine, trasformandoli in dei piccoli disadattati.
E’ una paura che non mi lascia dormire, anche se dal mio punto di vista sono gli altri bambini ad essere instradati, cresciuti tramite stereotipi ed aspettative violente. instradati
Ma sono instradamenti di maggioranza, non creano piccoli diversi.
Se avessi dei figli io invece sarei ben soddisfatto degli insegnamenti che io ed il mio compagno daremmo loro, ma infelici dal vederli confusi e basiti quando le maestre e i parenti vomiterebbero loro addosso il loro conformismo.
E cosi’ i bambini potrebbero avere un rifiuto verso noi genitori, causa della loro diversità, cosi’ come io, da piccolo, contrastavo l’anticonformismo che mia madre “mi imponeva” (ovvero che le griffe non erano importanti, che gli orpelli erano superflui, e io ero l’unico coglione a farne a meno, e mi sentivo un diverso).
L’unica speranza è che i miei figli saranno figli di un mondo migliore, quello del futuro.

Ho litigato miliardi di volte con attivisti gay e lesbiche che volevano mettere come prima, e a volte unica, istanza GTLB, quella dei matrimonio same sex.
Finché un giorno, mentre studiavo le leggi dei paesi europei e non, ho scoperto che tutti gli stati con leggi all’avanguardia sulle persone transgender e i loro documenti, avevano sempre e inesorabilmente approvato delle leggi all’avanguardia sui matrimoni omosessuali.
Ho pensato che anche in quegli stati la maturità politica e sociale fosse arrivata prima alla comprensione dei gay, e poi a quella dei transgender, e che avesse agito così anche la rispettiva comunità di attivisti.
Poi ho riflettuto sui vincoli che uno stato come il nostro pone alle persone transgender per cambiare documento: transizione medicalizzata e sterilità.
In uno stato privo di legislazione sulle coppie gay, c’è ancora una fondamentale differenza tra maschi e femmine. Un maschio può sposare esclusivamente una femmina, e viceversa. Questo è contrario a cià che si dice: ovvero che maschi e femmine hanno pari diritti. Se un maschio può sposare una femmina, ma una femmina non può sposare una femmina, vi è un evidente problema di disparità.

Ora immaginiamo che un ragazzo ftm eterosessuale cambiasse i documenti senza prendere ormoni, e sposasse la sua compagna, legalmente, ottenendo tutti i diritti di una coppia etero.
Agli occhi di chi vuole osservare le persone transgender solo per la loro biologia e riproduttività, sarebbe di fatto una coppia tra due femmine, magari anche fertili, in uno stato dove non esiste il matrimonio gay.
Lo stessa sarebbe se una ragazza mft non in transizione sposasse, dopo la rettifica dei documenti, secondo il modello di legge Argentina, un maschio biologico.
Omofobi, fascisti, cattolici e benpensanti potrebbero pensare che, alla luce del fatto che per loro non esiste una reale differenza tra identità di genere ed orientamento sessuale,  un sacco di gay e lesbiche, magari gay effeminati e lesbiche butch, avrebbero potuto fare il “sacrificio legale” di cambiare genere per poter sposare la persona amata.
E chi dice, con tutta onestà, che non sarebbe successo?
In uno stato in cui ovviamente c’è una legislazione che permette ad ogni persona di sposarne un’altra, questo “imbarazzo” non esiste.

Pensiamo ad un altro caso. Ftm Gay e Mtf Lesbiche, di cui è piena zeppa l’associazione “genitori rainbow”, i quali, consapevoli o no della loro situazione di identità di genere, si sono sposati legalmente (e magari anche in chiesa).
A queste persone, dopo il cambio dei documenti (che loro ottengono tramite una regolare transizione), viene cancellato il matrimonio, anche se il o la partner vogliono continuare la relazione. Agli occhi dello stato sarebbero una coppia omosessuale, e ovviamente l’italia in tal senso non vuole imbarazzi.
Un amico ftm italoamericano in U.S.A. è divorziato, ma nei documenti italiani da poco ottenuti è single, in quanto lui, adesso legalmente uomo, non può essere divorziato da un altro uomo, anche se quel rapporto risaliva alla sua vita al femminile.

L’imbarazzo continua per quanto riguarda i figli (anche se su questo scriverò in separata sede).
Se la persona trans, pre T, ha adottato con il o la partner, e dopo transiziona, alla cancellazione del matrimonio c’è il rischio che i figli vengano portati via.
C’è questo pericolo anche nel caso di figli naturali, ma più che altro se il o la partner non accetta la transizione della persona T, e quindi fa ostruzionismo, anche se ci sono stati alcuni casi in cui la coppia impotente ha subito l’intervento degli assistenti sociali, spesso coinvolti tramite insegnanti bigotti, e anche la coppia unita ha dovuto vedersela brutta.

In sostanza, quello che voglio dire è che sbagliano gay e lesbiche a porre sempre al centro il matrimonio gay, ma sbagliano anche le persone transgender di qualsivoglia orientamento sessuale a sottovalutare questa battaglia.

Ringrazio Francesco Cerri, che anni fa mi stimolò  a riflettere sulla causa matrimonio gay 🙂

Ho messo in grassetto le cose che giornalisticamente mi hanno urtato…ma riporto la notizia per conoscenza. di certo potevano evitare di sottolineare che la figlia, trasformata in una stucchevole frociara, si emoziona a vedere che la genitrice è shoes fetish

RITROVA IL SUO VERO PADRE
DOPO 22 ANNI: MA È UN TRANS

padre_trans

Era solo una ragazzina di 19 anni quando sua madre le confessò che l’uomo che lei chiamava papà non era in realtà il suo vero padre. Emily Wallis, 22 anni, da allora si mise alla ricerca del pugile tatuato di cui la mamma, Ann, aveva tanto parlato, che era soprannominato “lo Stallone italiano”.

Ma anziché incontrare un Rocky Balboa, Emily si è ritrovata davanti una donna truccata, in minigonna e con dei vertiginosi tacchi a spillo: Clive, infatti, ora si chiama Chloe, è un travestito ed ha ben 82 paia di scarpe.

“Quando l’ho vista, non sapevo che fare, le ho detto ‘Stai meglio di me, mi piacciono le tue scarpe’ – ha raccontato Emily al Daily Mirror – per anni ho sognato la mia famiglia riunita, che mio padre e mia madre tornassero insieme. Dopo aver visto mio padre, però, sono abbastanza sicura che sia difficile che ciò accada”.

Ann, che vive a Hastings, in Gran Bretagna, raccontò a Emily che il suo vero padre era Clive, con cui aveva avuto una relazione, ma che era partito per l’Australia prima di sapere della sua gravidanza. Tornato dalla terra dei canguri, Clive incontrò Ann, che le disse di avere una figlia ma gli impedì di parlarle fino ai suoi 21 anni.

L’uomo tornò così in Australia, nell’attesa che Ann gli permettesse di conoscere finalmente sua figlia. Tornato di nuovo, Emily è riuscita dunque ad abbracciare per la prima volta suo padre, anche se non è propriamente il padre che si aspettava di avere.

da LEGGO.IT

http://www.vip.it/ragazza-ritrova-il-padre-diventato-un-trans/