Intervista a Leo Ortolani, fumettista e “papà” della transgender Cinzia

Dopo la recensione alla splendida Graphic Novel “CINZIA”, dedicato alla favolosa transgender uscita dagli inchiostri del geniale fumettista Leo Ortolani, ecco l’intervista all’autore, in cui ci spiega la sua evoluzione e quella del personaggio.
E’ consigliata la lettura della recensione prima di procedere con l’intervista

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Come è venuta l’idea, ai tempi di RatMan,  di inserire un personaggio transgender?

La prima apparizione di CINZIA nella serie RAT-MAN è stata puramente casuale, come lo sono state apparizioni di altri personaggi.
E’ apparsa in una gag, abbastanza banale: un postino recapita al futuro supereroe un albo di Topolino e questi realizza di volere diventare RAT-MAN!
Sull’onda dell’entusiasmo, Rat-Man bacia il postino, che a sua volta realizza che vuole diventare donna e diventa “Cinzia, la lucciola della Quinta strada”. E riguardo al futuro di Cinzia, si precisa subito che “questa è un’altra storia”. E di fatto, la è diventata davvero.

L’intento era quindi di fare una battuta, con tutta la consapevolezza umoristica di un Leo Ortolani di 22 anni, che aveva sempre vissuto in casa e aveva zero esperienza di quello che c’era “là fuori”. La famosa “giungla” umana da cui, in un certo senso, era sempre stato tenuto al riparo dalla famiglia. Anche questa è un’altra storia, però non si può prescindere dalla storia personale dell’autore se si cerca di capire perchè ha fatto quello che ha fatto, nel corso della sua carriera.

Questa Cinzia, buttata lì per gioco, colpisce invece moltissimo la fantasia dei lettori, che iniziano a richiedermela fin da subito.

E di fatto, Cinzia appare anche nella storia successiva, TOPIN – The Wonder Mouse, in cui si presenta come giornalista della rivista “OMO”. Si abbandonano già i lampioni per una maggiore dignità del personaggio, tutto in due storie brevi. Dalla terza apparizione in poi, Cinzia entra a fare parte fissa del pantheon dei personaggi principali. E lì rimane, fino alla fine della serie, vent’anni dopo.

 

Perché hai pensato che sarebbe stato efficace se la compagna del tuo “antieroe” fosse stata una donna trans?

Essendo un fumetto comico, dove ogni personaggio è un po’ la parodia di se stesso, Rat-Man è la parodia del supereroe, Clara della moglie fedele, Brakko del poliziotto, Arcibaldo del maggiordomo e via dicendo, anche Cinzia assolve a questo incarico. E per massimizzare l’impatto umoristico, non c’era niente di meglio che farla diventare l’unica donna innamorata di Rat-Man. Che invece è ossessionato dalle donne con le tette grandi. Si parte per ridere, in maniera molto banale, ma la potenzialità di tutti questi personaggi, la loro tragicità e la loro epicità premono per uscire. E man mano che maturo come scrittore, mi accorgo che c’è tutto un mondo da raccontare, dietro vicende apparentemente comiche o ridicole. Si arriverà al punto in cui, in una storia metafumettistica, Cinzia è perfettamente consapevole del suo ruolo di personaggio a fumetti nato per fare ridere, che non coronerà mai il suo sogno di vivere una storia d’amore con Rat-Man. E’ una storia in tre parti, di dieci anni fa, ma totalmente in linea con la storia appena pubblicata. Ognuno dei personaggi nati su RAT-MAN si rivela, con il tempo e con le avventure narrate, ricco di sfaccettature e di profondità, Cinzia compresa. Rimangono le battute e le situazioni imbarazzanti, perché nella vita si ride e si piange, ma di certo nel corso del tempo Cinzia acquisisce una marcia in più (“vuoi vedere la leva del cambio?” direbbe lei).

 

In questi 20 anni la sensibilità sui nostri temi è molto cambiata, come “papà” di un personaggio transgender, come ha influenzato anche te e il tuo modo di rappresentarla?

In un certo senso, parto avvantaggiato, perchè in casa mia, di sessualità non se n’è mai parlato. La prima volta che ho avuto una ragazza, a diciotto anni, mio padre è venuto in camera mia e mi ha detto “Mi raccomando”. Tutta la mia educazione sessuale è stata condensata in quella frase. E siccome mio padre ha gli occhi grigio-ghiaccio alla Clint Eastwood, ha funzionato alla grande.

Questo non parlare di ciò che riguarda il sesso, ha avuto anche un aspetto positivo. Non mi è stata instillata nessuna forma di fobia o di diffidenza.

Quindi resto sempre sinceramente perplesso, di fronte a determinate prese di posizione delle persone, nei riguardi della sessualità degli altri.

Ti lascio immaginare quando escono certi discorsi dalla bocca di persone laureate, gente che crede ancora che essere gay sia una malattia. Gente che insegna nelle scuole.

In ogni modo, per quello che mi riguarda, l’amore verso i miei figli e le mie figlie di carta deve essersi accentuato con la paternità vera, per cui sono diventato ancora più mamma. E questo ha sicuramente aumentato quel senso di protezione che ho verso i miei personaggi. Ho cercato di capirli sempre di più, di immedesimarmi nelle loro vite, per vedere attraverso i loro occhi e sentire attraverso il loro cuore. Ti puoi immaginare come questo si sia tradotto nei riguardi di Cinzia.

Le storie di RAT-MAN sono cambiate, in questo senso, sono diventate più attente, archiviando certe leggerezze iniziali. A un certo punto ho scoperto che “Cinzia, il transessuale platinato” era in realtà “LA transessuale platinata”. C’è sempre da imparare. Ed è un processo inevitabile, se sei una persona che cresce. Andrea Plazzi, amico e redattore storico di tutte le mie testate, dice “si vede, che sei diventato adulto”. Ma forse scherzava!

Il cambiamento maggiore su Cinzia si vede proprio nel libro a lei dedicato. E’ sempre la Cinzia che conosciamo, ma è anche una Cinzia diversa. Non volevo utilizzare la Cinzia della serie di RAT-MAN, perché si trascinava dietro un fardello di passato ingombrante. A livello narrativo e pure a livello di sviluppo del personaggio. Così ho flesso i muscoli e ho fatto io, il balzo nel vuoto, portando Cinzia a un nuovo livello di consapevolezza. Mia e sua. E ne è uscita una Cinzia anche fisicamente più vera.

Al punto che quando ho terminato di disegnare la storia, per qualche giorno ho avuto paura. Paura di essermi forse spinto troppo in là, dove magari tutti i miei lettori non mi avrebbero seguito.

Che quando parlo di Cinzia, sui social, seguono sempre una serie di battute sulle dimensioni.

Che è il modo base con cui il lettore medio di Rat-Man si relaziona con il personaggio. E invece mi hanno sorpreso, amando incondizionatamente anche questa “nuova” Cinzia. Ma è tutto merito suo. E’ lei, che comunque la guardi, è sempre favolosa.

 

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Ogni personaggio è parte di chi lo ha disegnato: c’è un po’ di Cinzia anche in te? Sei anche tu un po’ “favoloso”?

Devo dire che durante gli incontri su CINZIA ho sfoggiato con un certo senso di orgoglio la spilla “FAVOLOSA” che mi hanno regalato le ragazze del MIT, alla libreria IGOR, quando abbiamo fatto la presentazione del libro.

Che posso dirti, sicuramente c’è un poco di Cinzia anche in me, anche se alla fine resto miseramente cisgender, che è un po’ come essere un babbano nel mondo di Harry Potter.

 

Cinzia è molto cambiata, sia esteticamente, che interiormente: la nuova Cinzia è più bella, più naturale, più intelligente, colta e sagace: come mai questo cambiamento?

In realtà Cinzia è sempre stata bella, intelligente, colta e sagace. Forse doveva essere appena più naturale e ho cercato di plasmarla in quel senso. Tutte queste caratteristiche le vedete emergere bene in CINZIA perché qui è la protagonista assoluta del libro. Prima era la spalla di Rat-Man, era appannata dalla stupidità dell’altro mio figlio, amatissimo, ma più impegnativo.

E per quanto riguarda la bellezza, ho voluto fosse bellissima, perché l’accettazione passa anche attraverso la bellezza.

 

In alcuni punti della Graphic Novel si capisce che conosci bene il nostro mondo e le nostre problematiche: per costruire la nuova Cinzia, hai avuto contatti con le associazioni transgender o la letteratura transgender?

Inizialmente avrei voluto incontrare e parlare con persone transgender, poi ho avuto paura di essere influenzato dalle storie private di queste persone, così mi sono limitato alla letteratura e a quello che trovavo a livello artistico, soprattutto cinematografico, per capire meglio il loro mondo. Che poi è anche il mondo dove vivo io, perché la realtà è che siamo tutti sullo stesso pianeta. E’ come ci relazioniamo, che lo divide tra “il mio” e “il loro”. Io vorrei che fosse semplicemente “il nostro”. In ogni modo, filosofia da geologi a parte, è stato interessante anche leggere articoli o letteratura transfobica, per capire cosa devono affrontare queste persone e c’è da restare davvero a bocca aperta. Alcune cose le ho utilizzate per l’associazione creata nel libro, “Natura e Famiglia”, inserendole come battute, ma sono considerazioni che alcune associazioni fanno sul serio.

Come è stato accolta la Graphic Novel dal tuo pubblico storico, e come dal “nuovo” pubblico della comunità LGBT?

Posso dire che dopo una settimana che il libro era uscito, ero abbastanza frastornato dai complimenti e dalle manifestazioni d’affetto, sia da parte dei lettori usuali, sia da parte di amici e colleghi che fanno parte delle associazioni LGBT, sia da parte delle associazioni stesse, come il MIT di Bologna.

Ora, non dico per fare quello che si schernisce, ma sinceramente non credevo che CINZIA avrebbe toccato il cuore della gente in questo modo. Mi conosco, sono una persona che ha dentro anche Rat-Man, quindi non credevo di riuscire a fare chissà poi che cosa…

Sapevo di avere fatto una buona storia, questo sì, ma non avrei mai immaginato questa accoglienza.

Per dire, l’anno precedente ho realizzato C’E’ SPAZIO PER TUTTI, un libro monumentale sulla conquista dello spazio, un libro che è stato portato sulla Stazione Spaziale Internazionale, diventando di fatto il primo fumetto al mondo ad andare nello spazio… Eppure non ha suscitato nemmeno la metà dell’entusiasmo che ha suscitato CINZIA.

E di questo, ringrazio tutti. A partire dalla casa editrice, la Bao Publishing, che ha voluto questa storia, senza però sapere effettivamente cosa avrei realizzato.
Sono rimasti colpiti anche loro.
Ma è Cinzia. Erano trent’anni che aspettava questa occasione. Da quella breve storia del 1989, dove faceva il postino.
Era pronta per un primo piano.

A quando un personaggio ftm? magari un nuovo amore per Cinzia…(noi ftm nerd ne saremmo onorati)

Guarda, non ci ho mai pensato, veramente, concentrandomi soprattutto su di lei, quindi su un personaggio mtf. Credo che a parte una vignetta del libro in cui c’è una comparsa ftm (durante la prima riunione LGBTQI), se dovessi inserirlo adesso, mi criticherebbero, dicendomi che voglio cavalcare il tema! Che non ho più idee! :DDD

Ma forse la realtà è che essendo un uomo, forse mi viene più naturale pensare a una trasformazione in donna…quella famosa percentuale di Cinzia che c’è in me!

Dopo il successo del volume su Cinzia, pensi di farle vivere nuove avventure? Cosa dobbiamo aspettarci?

Durante la fase di scrittura del libro, mi sono divertito al punto da pensare a una sorta di serie dedicata a Cinzia e a Tamara, una cosa alla WILL e GRACE, telefilm che amo e che mi ha ispirato per la leggerezza del libro stesso.

Tuttavia, al momento non credo che farò altre storie con Cinzia, come protagonista assoluta.

Lei e Tamara compariranno ancora, a esempio nella prossima storia di STAR RATS, ma un libro come CINZIA è una cosa che ti capita una volta sola, nella vita.

E quanto capita, è favoloso.

 

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Il “Maschio Alfa” di Danilo Ruocco, intervista all’autore

Danilo Ruocco, scrittore e attivista LGBT, era già stato intervistato sul tema del BDSM: oggi torna sul nostro blog per la sua ultima opera “Maschio Alfa – i corpi non mentono“. A lui la parola…

danilo ruocco maschio alfa

Ciao Danilo, cosa ti ha dato ispirazione per questa nuova opera?


Da anni pubblico in diversi siti tematici. Si tratta di un tipo di scrittura molto particolare perché è pensata per un lettore frettoloso che legge quel determinato “pezzo” che gli interessa e se ne va altrove, magari tornando nel tuo spazio solo dopo diverso tempo. Raramente (o, forse, mai), infatti, un lettore di un blog si mette a leggere tutti i post dal primo all’ultimo!

Sentivo, però, l’esigenza di dar vita a una relazione con i miei lettori più duratura e “intima”. Per far ciò ho pensato a un prodotto editoriale “finito”, ma in grado di rinnovarsi nel tempo, ovvero a una serie di pubblicazioni che possono essere lette indipendentemente l’una dall’altra, ma che hanno in comune il fatto di essere dei testi “a-genere”. A tale serie ho dato il titolo di “Maschio Alfa”.


Si tratta di narrativa, saggistica o altro?

Si tratta di tutto questo: definisco “Maschio Alfa” un testo “a-genere” in quanto non può essere catalogato in un genere editoriale predefinito. In ogni “Maschio Alfa”, infatti, conto, come ho fatto in “Maschio Alfa. I corpi non mentono”, di poter inserire testi narrativi, poetici, autobiografici e saggistici che abbiano tra loro un fil rouge che li percorre.


“I corpi non mentono”… un sottotitolo che mette in allerta le persone T (una persona T pensa che il suo corpo “menta”, nel senso che inganna rispetto alla sua identità. Tu, invece, cosa intendevi?

Il corpo è il tramite attraverso il quale si conosce e si assimila la realtà che ci circonda. Ed è attraverso il corpo che entriamo in relazione e in contatto con l’altro diverso da noi.

Può succedere, però, di non riuscire a dare subito una giusta collocazione a tutte le molteplici relazioni che intratteniamo con le persone della nostra quotidianità: a volte, ad esempio, pensiamo di non essere attratti sessualmente da una certa persona, ma di relazionarci con essa solo per motivi di natura professionale o amicale. Poi arriva un involontario contatto tra i corpi e la vera natura di quella determinata relazione ci balza agli occhi perché il corpo ha vibrato in un certo particolarissimo modo… Non so se, con la risposta, sono riuscito a spiegare perché, secondo me, i corpi non mentono…

Chi sono i protagonisti della tua opera?

I molteplici maschi alfa che vengono descritti nei vari pezzi che danno vita al libro e i loro relativi branchi.

danilo ruocco

Il maschio “alfa” si relaziona solo con uomini o anche con donne?

Molti dei maschi alfa da me descritti sono bisessuali e non fanno mistero di esserlo, quindi, si relazionano sessualmente sia con donne e sia con uomini e, a volte, con entrambi contemporaneamente: sono o no dei capi branco!

Maschio “alfa” è necessariamente legato al BDSM? E, se si, come?

Il mio maschio alfa è convinto che in tutte le relazioni vi sia sempre una dinamica di potere e sessualmente pratica il BDSM.

Un BDSM che può prendere varie forme, da quella più mentale o ritualizzata che si stabilisce con un certo tipo di slave, ad altre molto più fisiche e, a volte, violente.

Come conciliare l’essere “alfa” con l’essere “non etero”? Lo stereotipo fa coincidere alfa ed etero

Si tratta, appunto, di uno stereotipo: in realtà, un maschio alfa esercita il proprio potere indipendentemente dal sesso a cui appartiene ogni componente del suo branco. Potere che, a volte, rinsalda e ribadisce proprio attraverso atti di natura sessuale. Atti che non importa se appartengono alla sessualità omosessuale. Ciò che importa e a cui un maschio alfa è sensibile è, infatti, il ruolo che assume durante tali atti: è e vuole restare attivo e dominante.

Il maschio alfa ha necessariamente un ruolo sessuale solo attivo?

Sì, ribadisco: non solo attivo, ma anche dominante.

Il maschio alfa può essere dolce?

Ovviamente sì! Una volta che è sicuro che l’altro gli riconosce di essere il maschio alfa, non ha alcuna difficoltà a lasciarsi andare a momenti di tenerezza. L’importante è che la propria supremazia non venga messa in discussione o la tenerezza scambiata per sottomissione.

Padri e figli: come si legano alla tematica del maschio alfa?

Non so rispondere. Devo pensarci… Magari ci risentiamo quando avrò pubblicato un “Maschio Alfa. Padri e figli”!

Arte, cultura, scienza, politica, cinematografia: quale figure hanno ispirato il tuo immaginario di maschio alfa?

Un elenco rischierebbe di essere incompleto e mi spiacerebbe non nominare qualcuno che, invece, ha molto influito sul mio immaginario. Preferisco, perciò, tacere per non fare un torto a qualcuno.

Intervista a Piergiorgio Paterlini: il mio amore non può farti male

Intervistiamo Piergiorgio Paterlini, scrittore e giornalista, autore di “Ragazzi che amano ragazzi” (1991), libro che ha cambiato l’immaginario di più generazioni di persone omosessuali, rimanendo letteralmente sommerso da lettere di lettori e lettrici, e che adesso ha scritto un libro su Harvey Milk, “Il mio amore non può farti male, vita (e morte) di Harvey Milk.

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Piergiorgio Paterlini, sei stato il punto di riferimento di generazioni di giovani omosessuali: che in quel “Pater” contenuto nel tuo nome ci sia un destino?

Destino o no – “nomen omen” – un po’ papà lo sono sempre stato, in effetti.

Quale l’età media di chi ti scrive?

Dai 13 ai 70 anni e oltre. Ma la media non credo faccia 40.

Centinaia, forse migliaia, di lettere ricevute negli anni. Cosa è cambiato dagli anni 90? Cosa cambia tra Nord e Sud? Da città a provincia?

Migliaia, migliaia. Dovremmo essere attorno alle 10.000 in 30 anni. Mi è capitato di calcolare che fa – la media qui ha senso – una al giorno. Per tre decenni.
Nord e Sud per la mia esperienza non ha mai fatto differenza vera. Idem per città e provincia. Sorprendente ma è così.

Coming out? Quali quelli più temuti? A scuola? Sul lavoro? in famiglia?

Famiglia, senza dubbio. Cosa che fa molto pensare a molte cose.

Cosa è cambiato dagli anni Novanta?

Ci vorrebbe un intero libro per un’analisi minimamente accettabile.

“Velatismo”: ti scrivono anche persone che vivono apparenti vite eterosessuali? magari con mogli, compagne, fidanzate e figli, o forse questo succedeva più nel passato?

No, in genere no. Ma – ovviamente – quasi tutti quelli che mi scrivono hanno avuto periodi più o meno lunghi di “velatismo”, per usare la tua espressione. Mi scrivono dopo, quando hanno smesso – da poco o da tanto – di giocare a nascondino.

Ti scrivono e ti hanno scritto solo ragazzi o anche ragazze? Quali eventuali differenze?

Anche ragazze. Moltissime. Nessuna differenza. E questo mi ha definitivamente convinto che il mio libro era, è – come volevo – letteratura. Non giornalismo. Perché il giornalismo dura un giorno, la letteratura dura per sempre. Ma soprattutto è solo nei “personaggi” di un romanzo o di un racconto che puoi identificarti profondamente e tendenzialmente per sempre. Al di là del genere, del tempo, del contesto. Quando leggi Dostoevskij (e sia chiaro che non mi sto paragonando, o un po’ sì, perché no, del resto?) ti identifichi nei personaggi e nelle situazioni e nelle emozioni ecc ecc ecc che tu sia un maschio o una femmina e spesso indipendentemente dal fatto che il personaggio sia maschile o femminile. Soprattutto non ti rendi neanche conto che stai leggendo un libro magari su un treno ad Alta Velocità e i personaggi in cui ti identifichi, che ti commuovono, che so, si stanno spostando in carrozze guidate da cocchieri. La letteratura è questo miracolo. E questa non credo sia l’ultima delle ragioni della straordinaria, inaspettata e rarissima longevità (e attualità ancora oggi, nonostante racconti un mondo scomparso) di “Ragazzi che amano ragazzi”.

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Parliamo della tua ultima opera su Harvey Milk, “il mio amore non può farti male“: come mai la scelta di questo bellissimo titolo? E’ una citazione?

Ho inventato questo titolo perché era bellissimo. No, non è una citazione.

Quali tratti senti affini di questo personaggio e quali senti più distanti?

Sarebbe un discorso molto lungo e complesso. Mi identifico in alcune cose, in altre meno. Mi sembra importante soprattutto oggi sottolineare la sua ferma convinzione della necessità della politica. E l’idea che puoi anche essere eletto da una “lobby”, ma poi devi rappresentare tutti e occuparti di tutti e dei problemi di tutti.

Perché la scelta della prima persona e come hai gestito il rischio di tradire il personaggio “interepretandolo” tramite le tue parole?

La prima persona perché ormai è la mia scelta stilistica di gran lunga prevalente. E poi perché è sicuramente quella più coinvolgente per il lettore, rivolgersi a lui in modo diretto, come se gli stessi parlando. Sono stato molto fedele ai dati storici e ho anche inventato molto, mi sono preso insomma tutta la mia libertà di narratore, trattandosi programmaticamente di una “biografia romanzata“. E’ stato anche il modo per fare il punto e ribadire le principali convinzioni e battaglie mie di questi anni. Ho dato voce a Milk e Milk ha dato voce a me. Senza tradirlo, credo. Senza “utilizzarlo” strumentalmente, con grande rispetto anzi.

Ti rivolgi a giovani LGBT o anche a persone eterosessuali da formare?

A tutti. Assolutamente.

Ti rivolgi a lettori di che età?

Parlo a un ragazzo o a una ragazza di 13 anni. Ma – scrivendo – ho sempre avuto in mente lettori di ogni età.

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Entrare nell’immaginario: noi persone T, soprattutto ftm, ci poniamo l’obiettivo politico di “entrare nell’immaginario collettivo“, essere riconosciuti per quello che siamo, essere rispettati, diventare i fratelli, i colleghi di lavoro, i cognati di qualcuno: essere “ordinari”.
Questo lavoro è stato fatto prima dalle donne T e prima ancora dalle persone omosessuali, e tu hai fatto parte di questo lavoro culturale: vuoi parlarcene?

Mi servirebbe anche qui un intero libro. Ma forse lo hai già riassunto bene tu. Lavorare per rendere visibili gli invisibili (che per me è il primo diritto, poiché equivale al diritto di vivere, nientemeno) e renderli “ordinari”: una parola che soprattutto oggi trovo molto coraggiosa e che condivido completamente. Quando è uscito “Ragazzi che amano ragazzi” qualcuno si è indignato perché questi ragazzi, invece di sognare la rivoluzione, sognavano di poter andare a fare la spesa insieme al supermercato tenendosi per mano (senza essere insultati o aggrediti, ovviamente). Allora, e forse anche oggi, è questo che è rivoluzionario, altro che la riproposizione di modelli vecchi, superati, “banali”. Per andare oltre tutto questo – e certo che bisognerà andarci – occorre però passare prima per questa fondamentale comprensione.

Infine, che messaggio lanci ai e alle giovani LGBT di oggi?

Lo stesso di Milk: la speranza in un futuro migliore, una speranza fatta di impegno per costruirlo, questo futuro migliore.

 

Essere non binary tra mille avversità: intervista ad Aleister Erika Lupano

Intervistiamo Aleister Erika Lupano, persona non binaria, pansessuale, attualmente non med, e attivista per la causa “non binary” che ci parlerà delle difficoltà delle persone non binarie, per via della mancanza di diritti e di rispetto per la propria condizione.

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Ti definisci Genderqueer, Genderfluid o Non Binary? quali le differenze che attribuisci a questi termini?

Persona non binaria o persona con identità di genere androgina.
Posso poi sbagliare ma direi che non binary é una definizione che include tutte le persone con un’identità di genere non binaria. Gender fluid é una specifica identità di genere.
Genderqueer? per come vedo usare il termine sembra un maxi contenitore che include chiunque sfidi i ruoli e gli stereotipi di genere. Ma incluse persone Cis con espressione di genere fuori della media

Usi un nome maschile, femminile, neutro, una combinazione tra essi?

Un nome maschile e uno femminile. Sarà sciocco ma mi dà un senso di equilibrio, il secondo nome anagrafico non lo volevo cambiare perché è uno dei pochi ricordi di mia nonna…. Così ho cambiato il primo

Chi sa di te? E chi, pur sapendo, ignora la tua istanza e continua a rivolgersi a te come se fossi donna?

Il mio compagno e miei amici che mi hanno sempre sostenuto.
Mia madre è un TERF latente. Fa finta di dimenticarsene. Beh almeno, dopo anni di liti, ha smesso di fare proselitismo TERF con me.
Al lavoro, siccome lo ho cambiato di recente, non ho ancora fatto coming out ufficiale.

Oltre ad essere non binary, sei anche non med? O pensi di medicalizzare il tuo percorso in futuro?

Sto considerando una parziale medicalizzazione. In parte per ragioni di salute (dovrò sottopormi a interventi per rimozioni di fibromi e spero di convincere il chirurgo per optare per l’isterectomia), in parte sto valutando l’assunzione di ormoni per androginizzare il corpo. Mi voglio comunque prende del tempo e pensarci bene, non sono caramelle.

Alcuni pensano che il non binarismo riguardi solo i ruoli di genere e/o l’orientamento sessuale. Spiega in che senso se di identità non binaria

Non sono un uomo, non sono una donna. Sono qualcuno che è entrambe le cose fuse assieme, come Ermafrodito nella leggenda.

Ti interessano uomini, donne, entrambi?

Sono pansessuale

Come viene accolta l’istanza non binary nelle famiglie? E come nel mondo del lavoro?

Da schifo. Mediamente fanno finita di non capire, di dimenticarse, ecc. Spesso si arriva all’aperta negazione e dileggio, se non all’insulto libero

I non med e i non binary hanno delle istanze comuni? ha senso lottare insieme?

Entrambi sfidano il concetto statico di cosa voglia essere uomo/donna, ma soprattutto che non puoi essere considerato reale finché non hai pagato in prezzo predefinito in termini di medicalizzazione. Per la maggioranza delle persone se non cambi completamente il tuo corpo, fino agli interventi di riassegnazione, ha diritto legale e morale di esistere.

Lo scherno nei nostri coming out: perché vengono ignorati? è una questione di passing?

Si ma non solo. Penso che molta gente non sia affatto contenta delle scelte di vita che ha fatto, quindi quando vedono qualuno che non rienta in categorie facilmente incasellabili gli scatta l’invidia. Molta gente si auto castra psicologicamente (in tutti i campi della vita) rendendosi infelice per comprare un finto senso di sicurezza e approvazione sociale. Quando vedono un diverso l’odio scatta perché lo percepiscono più libero e felice di loro.
Se loro hanno “dovuto” pagare un prezzo così alto per la loro stessa infelicità il fatto che chi viva diversamente possa stare bene è vissuto come una profonda ingiustizia.
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Cinzia, la graphic novel dell’iconica transgender di Leo Ortolani

E’ uscita la Graphic Novel di Leo Ortolani, dedicata alla transgender platinata e iconica postina “Cinzia”. Il personaggio, rivisitato ed evoluto, è davvero strepitoso. In attesa dell’intervista all’autore, ecco la mia recensione

cinzia leo ortolani

Una Graphic Novel interamente dedicata a Cinzia

Quando approdai a Milano, nel 2002, come studente imberbe (imberbe anche perché vivevo ancora come ragazza!) del Politecnico di Milano, scoprii la cultura Nerd, e, tramite il mio ex, conobbi Leo Ortolani e Rat-Man.
E’ un fumetto che mi ha tenuto compagnia per tutto il mio percorso universitario.
Ricordo quando, iniziando a prendere consapevolezza della mia transgenerità, scrissi ad Ortolani per “riprenderlo” sulla sua rappresentazione di Cinzia e degli altri personaggi femminili. Avevamo avuto uno scambio cortese di idee.
Poi, dopo tanti anni, scopro per caso che è uscita una Graphic Novel interamente dedicata a Cinzia, e una cosa mi colpisce in particolare: la sua nuova immagine.
Il suo corpo è bello, nel suo essere marcatamente transgender, ma in modo non più volgare. Cinzia è decisa, libera, ignora lo sguardo giudicante delle persone, donne e uomini che siano.

Vita transgender raccontata con ironia

Non è chiaro se Cinzia sia in un percorso medicalizzato o non lo sia (il fumetto dà maggiore spazio alle relazioni sociali della protagonista), ma rivedo in lei tutte le difficoltà che noi persone transgender con documenti difformi dobbiamo affrontare ogni giorno, come la ricerca di un lavoro che renda giustizia alla nostra formazione.
Emergono anche altri elementi, come la complicità della nonna, l’amicizia di un’altra donna transgender che si accontenta del fare la cam-girl, mentre Cinzia insiste a voler trovare un lavoro diurno, il sadismo della psichiatra che non vuole concedere la perizia, e che pratica misgendering verso Cinzia, chiamandola col nome anagrafico Paul, la demenzialità delle associazioni nel perdersi in tematiche barocche e lontane dai bisogni delle persone, il sentire di non avere un posto in un mondo binario basato su due poli, quello maschile e femminile, opposti e complementari, la battaglia per la depsichiatrizzazione della condizione transgender, il lesbismo transescludente, la sofferta decisione di lavorare indossando panni e identità maschile, i deliri del complottismo “anti-gender”, e un amore mediato da una menzogna sulla propria identità.

Il tutto è condito da un sapore di musical (iù meic mi fiiiil, laic e netural uomaaaan!), gli alleati, come l’immancabile coinquilina trans e la task force “trucco e parrucco istantaneo”.

La Cinzia di ieri e la nuova Cinzia

La Cinzia di ieri era nata come “donzella” di un supereroe trash, e poteva essere divertente pensare che, parodisticamente, la donna di un “anti-eroe” potesse essere transessuale.
La Cinzia di oggi, liberandosi dell’essere “ombra” di Rat-Man, rinasce a nuova vita, come protagonista.
E’ meraviglioso come sia cambiato il modo in cui Cinzia viene disegnata: è ancora squisitamente trans nel suo corpo (ma sono venuti meno elementi che la rendevano “grottesca”), ma è iconica. Le sue forme, così sinuose e belle, androgine, sono definite da vestiti appariscenti, leopardati: Cinzia è fiera di essere transgender e si presenta nella sua favolosità.
Se la Cinzia del passato era disegnata sull’immaginario del giovane nerd, metallaro e “morto di figa”, oggi Cinzia, nella sua nuova veste, è una donna forte, una sopravvissuta, un’amazzone coraggiosa e resiliente che trova sempre un modo per sopravvivere e risolvere i problemi.
Speriamo in nuove avventure di questa nuova Cinzia, che tanto ha da insegnare a chi, del mondo transgender, conosce poco. Il libro non è agiografico: non perde il cinismo e la comicità graffiante di cui Ortolani è sempre stato capace, ma senza mai ferire la sensibilità del lettore o lettrice LGBT.
Ringraziamo Leo Ortolani, per il lavoro di ricerca sui temi T, e per la sua capacità di rivisitare il personaggio. Da fan, mi scuso con lui per le parole dure e per non essere riuscito ad amare fino in fondo la vecchia “Cinzia”, e spero possa apprezzare il mio slancio sincero ed autentico nel proporre alle persone transgender e non binary questo suo nuovo lavoro.

Trans is beautiful, oltre la retorica del passing

Bentrovati/e/* dopo le feste natalizie, in cui sicuramente siete ingrassati, e non vi sentite affatto “beautiful”.
Ecco un articolo che invece vuole valorizzare la bellezza della differenza, al di là della retorica del passing, dell’accettabilità, e del filtro del “cis-sessismo” nel considerarci attraenti.

trans is beautiful

Trans is beautiful?

Ho esitato a lungo prima di scegliere una parola “beautiful”, per via del tormentone che vorrebbe “beauty-full” come qualcosa che riguardi solo le donne (e in questo caso le donne transgender). Ho poi valutato che handsome o good lucking non sarebbero stati abbastanza “potenti”, e gorgeous, che considero per certi versi adeguato, sarebbe stato volgare, quindi alla fine ho ripreso Trans is beautiful, di Laverne Cox, splendida donna trans afroamericana, che ha lanciato questa campagna ripresa in Italia dall’attivista transgender Monica Romano e che sarà oggetto di un evento culturale che, insieme a Monica, faremo al Circolo Culturale TBIGL Rizzo Lari Milano (ex Harvey Milk), col progetto Transgenerità, cultura ed autocoscienza.
Ovviamente la mia elaborazione, che vuole essere il più possibile universare dal punto di vista di sessi e generi, avrà sempre una prospettiva “ftm”, e questo è inevitabile.

Cis-sessismo e cisplanning

Dobbiamo partire da due concetti: cis-sessismo e cis-planning.
Così come il sessismo (che considera un sesso biologico migliore dell’altro), e l’eterosessismo (che considera normale l’eterosessualità e la complementarità tra i sessi), il cis-sessismo riguarda il considerare “normale” (ed unica meritevole di dignirà) la condizione cisgender (non transgender), delineando come punto d’arrivo quello di sembrare il più possibile simili ai cisgender, esemplari indistinguibili dagli uomini nati maschi, dalle donne nate femmine.
Così come in mansplanning è quell’atteggiamento in cui l’uomo sa già tutto quello che deve fare una donna “per il suo bene”, il cisplanning riguarda quelle persone cisgender che hanno già deciso cosa deve fare la persona transgender per il suo bene, magari caricandola di aspettative binarie rispetto ai suoi comportamenti ed al suo aspetto.

La retorica del “passing”.

Il concetto di “passing” (apparire all’osservatore come una persona nata nel sesso relativo al proprio genere d’elezione) ha radici profonde nel cis-sessismo e nel cis-planning.
Nel cis-sessismo, che spesso è interiorizzato nella persona transgender, perché, senza modelli alternativi e senza “pillole di orgoglio trans” (che si ricevono presso le associazioni LGBT e il contatto con gli attivisti T), la persona transgender riesce ad immaginare se stessa solo come una “persona cis mancata“, e che quindi deve fare tutto il possibile per “assomigliare alla persona cis del suo genere d’elezione“, il tutto condito dalla triste e pietista retorica del “nato nel corpo sbagliato“.
Complice di tutto ciò è anche il cisplanning, che diventa ingerente se si pensa alle transizioni medicalizzate, e a parole che i professionisti della transizione (endocrinologi e chirurghi) pronunciano alla persona trans, come “risultato” e “passabilità“, in un’ottica per la quale la persona trans, secondo questi professionisti, non sta modificando il suo aspetto per trovare una maggiore rispondenza nell’immagine di sé (anche nei casi in cui quest’immagine dovesse divergere dalle aspettative binarie del “sembrare” maschio e femmina biologicamente tali), ma sta facendo il tutto per apparire “credibile”, per mimetizzarsi, per cancellare la sua peculiarità trans.
Secondo questo punto di vista, presente in molti operatori delle transizioni medicalizzate, il medico non è un ausilio per la persona transgender, nell’elaborare un aspetto che possa rispecchiare le sue aspettative su di sè, nella sua unicità, ma è a servizio della comunità, nel “tamponare” l’orrore che la comunità prova nel momento in cui si relaziona ad una persona visibilmente trans.
In quest’ottica di cisplanning ci sono anche avvocati e giudici, e questo è ravvisabile in alcune, molte, sentenze per il cambio nome e genere legale, in cui l’autorizzazione è concessa non tanto perché la persona ha raggiunto un suo equilibrio, ma perché essa è pronta (soprattutto da un punto di vista estetico) per rientrare nella comunità come appartenente al genere d’elezione senza “turbare” lo sguardo binario della popolazione.

Giovani persone transgender e binarismo delle famiglie

Spesso mi confronto con genitori di giovani persone trans. Nel loro “lutto” c’è molto binarismo. Molte di loro sembrano incapaci di capire che il figlio o la figlia è la stessa persona di prima e con cui hanno trascorso tantissimi momenti felici e di intimità familiare. Il loro binarismo, che riguarda già i ruoli, prima di riguardare le identità, fa si che l’unico modo per accogliere il figlio o la figlia sia vivere questo passaggio mentale del “lutto e della rinascita“, per la quale il precedente figlio (o figlia) è “morto” ed è stato sostituito dalla figlia (o figlio) del genere opposto, permettendo loro di partire, col pilota automatico, con tutti quegli atteggiamenti che riservano a chi è di un genere e non dell’altro. Ho conosciuto madri che trovavano fastidioso che il figlio ftm, universitario e che viveva ancora con loro, avesse interesse per questioni “femminili” (femminili?) come i capelli: quasi prevaleva il poter incasellare il figlio nei loro schemi di ruolo binario che accogliere il figlio transgender nella sua molteplicità e non binarietà.
Questi stessi genitori sono quelli che preferiscono transizioni rapide, indolori e “complete”, ed è per questo che, per questi genitori, è quasi più importante che si passi in fretta dalla figlia cheerleader al figlio quarterback e viceversa. Queste stesse famiglie non sono per nulla pronte ad accogliere, invece, un figlio o una figlia “non binary“, le cui istanze spesso, soprattutto se non c’è una medicalizzazione, vengono totalmente ignorate (quindi il figlio o la figlia viene trattato e appellato come da sesso biologico), nè delle transizioni medicalizzate in parte, ad esempio, senza la ricostruzione genitale.
Il problema di queste famiglie è che spesso gli unici riferimenti sono psicologi, psichiatri e medici non formati, carichi del loro stesso binarismo, e, tranne in casi privilegiati, queste famiglie non entrano mai in contatto con l’attivismo trans e l’orgoglio trans.
Anche da come parlano dei figli, come “affetti da disforia” e non come “persone transgender“, è chiaro che il loro linguaggio sia totalmente mediato da una visione medicalista e psichiatrizzante.

Deborah Lambillotte e i parametri per essere donna.

Deborah Lambillotte, una donna trans che ho stimato quando era in vita e che stimo ancora adesso, aveva una presenza “ingombrante”, ma ad ingombrare non era solo il suo corpo: era soprattutto la sua vivacissima intelligenza, la sua sagacia, la sua cultura.
Quando le fecero notare che non poteva essere “donna” perché le donne non erano così alte, rispose semplicemente che, essendo che “era un fatto” che lei era una donna, allora quei parametri andavano rivisti.
L’orgoglio transgender risiede in particolare nelle donne trans, proprio perché, anche quando medicalizzate (Deborah, ad esempio, aveva fatto una transizione medicalizzata canonica), spesso nel loro corpo permangono caratteristiche del sesso di origine, magari relative all’altezza o alla conformazione ossea, o magari anche il timbro della voce.
Questo, però, ha reso queste donne più forti, migliori, le ha rese le teoriche dell’orgoglio trans, le ha spinte ad immaginare modi diversi di essere donna, di pari dignità. Laverne Cox, ad esempio, sottolinea che una donna può essere bella anche con le spalle larghe, le mani grandi o essendo alta.

L’approccio medicalista

Con gli anni ho potuto analizzare il mio pensiero e trovare parole più precise e pertinenti per descriverlo. Io non ho nulla contro la medicalizzazione (che è il semplice ricorrere a terapie o interventi per trovare l’immagine di sé): io combatto la visione “medicalista” che i cis (e anche alcune persone trans) sovrappongono all’identità trans.
Mi capita spesso di parlare con medici che hanno una visione “dismorfofobica” della nostra condizione. La donna transgender, ad esempio, in questa visione, non è una persona di sesso maschile e di identità di genere femminile, ma è semplicemente un “uomo” che “si sente” donna e “desidera” “diventare” donna dal punto di vista fisico.
Oltre all’errore di linguaggio (l’attivismo trans ha combattuto il concetto di “diventare” e “sentirsi“), e l’errore scientifico (del sesso opposto non ci si “diventa“, ma al limite alcune caratteristiche possono essere adeguate o modificate per rispondere alle aspettative della persona transgender), il problema è che in quest’ottica viene cancellata l’identità di genere, che è il vero “motore” che porta le persone transgender (non tutte) a desiderare quei cambiamenti.
Il cuore della tematica transgender è l’identità, e non ciò che ne consegue, ovvero quei cambiamenti che mettiamo in atto per adeguare la nostra immagine al nostro sentire. Fuori da un’ottica “medicalista”, non c’è poi così differenza tra chi fa palestra, chi cambia alimentazione, vestiario e pettinatura e chi ricorre a forme hard o soft di medicalizzazione: dal punto di vista transgender è un continuum, mentre la visione medicalista (condita dallo delirio di onnipotenza della classe medica) divide in med e non med, considera “realmente trans” solo le persone “med”, e prova un senso di fastidio verso coloro che non hanno avuto bisogno dell’autorizzazione del mondo medico a dirsi uomo o donna.
Ricordo quell’amica trans che disse all’endocrinologo che voleva ridurre l’androcur perché non provava più piacere ed ebbe come risposta “ma così non sarà mai una ragazza“, e non è l’unico caso di “linguaggio tossico” relativo ai corpi trans (risultato, sofferenza..) e di visione cis-sessista e binaria dei nostri cambiamenti.

Uomo xx e donna xy

Fuori dalla visione psichiatrizzante (ricordiamo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha eliminato la disforia di genere dai disturbi mentali), che spesso ci viene imposta, uomo xx e donna xy sono semplici varianti dell’umanità, da sempre esistite, anche prima della medicalizzazione.
Se la condizione transgender viene rivendicata anche nel linguaggio, chiarendo che uomo e donna sono le identità di genere, e maschio e femmina le realtà genetiche, allora tra med e non med non c’è grande differenza: nessuno “si sente“, nessuno “diventa“, nessuno è più o meno maschio/femmina o più o meno uomo/donna, ma sono solo soluzioni diverse nel raggiungere l’immagine di sé.
Tra un uomo ftm medicalizzato e un ftm non medicalizzato, entrambi sono XX dal punto di vista del sesso genetico, ed entrambi sono uomini per quanto riguarda l’identità di genere. Uscendo dai linguaggi “medicalisti”, la condizione trans recupera la dignità di naturale variante presente nel genere umano.

Essenziale il contatto con altre persone trans: la varietà delle opzioni

Quando una giovane (e non giovane) persona transgender, appena scopertasi tale, entra a contatto con l’ambiente medico, spesso viene presentato di fronte a lui/lei il percorso standard, che ha come coronamento l’intervento ricostruttivo ai genitali.
Quando invece la persona trans entra a contatto con le associazioni e gli attivisti, viene fatto un lavoro sui concetti di identità di genere, ruolo di genere, espressione di genere, sulla visione che si ha di sè stessi, e sullo sguardo che l’altro ha verso di noi, che spesso ci influenza. Dopo un importante lavoro su di sé, la persona diventa cosciente di quali cambiamenti desidera intimamente per se stessa e quali invece sono indotti dall’esterno.
Alla luce di questo, è importante il confronto col variegato mondo dell’attivismo trans, non solo per lavorare sull’orgoglio relativamente alla propria condizione, ma anche per confrontarsi con vissuti divergenti, sia dal punto di vista estetico (med, non med, medicalizzato in parte), sia dal punto di vista identitario (ad esempio, tramite la realtà non binary).

Orgoglio maschile xx, quando si è invisibili

Un tasto dolente riguarda il maschile xx, che non viene “letto” come transgender, indipendentemente dal passing.
Un non med potrebbe apparire come una ragazza mascolina o una lesbica, o come un ragazzino biologicamente maschio, un med potrebbe apparire come un uomo nato maschio.
C’è una radice misogina in questa invisibilità della condizione transgender di biologia xx (tutto ciò che riguarda le persone nate femmine viene ignorato), ma ci sono anche motivi fisiologici (è più facile individuare come trans una persona con un vestiario indubbiamente femminile che ha dei tratti fisici tipicamente xy) e sociali (il vestiario maschile è diventato sempre più unisex, ed è per questo che le passing women venivano percepite come uomini, mentre una persona di biologia xx vestita da uomo, oggi, verrebbe percepita come donna).
Un altro problema è anche la poca caparbia del movimento ftm italiano e mondiale: quale miglior modo di rendere una realtà diffusa ed ordinaria se non quella di fare cultura in merito e diffonderla?

Percorsi alternativi e dignità

Sebbene il cuore mi porti a voler parlare dei percorsi alternativi che può intraprendere una persona transgender, spesso mi chiedo che senso abbia presentare la realtà non med quando questa in Italia non è riconosciuta.
A che titolo posso sensibilizzare le persone T a valutare anche questa opzione, se essa non consente il cambio del nome anagrafico e se le persone non sono sensibilizzate abbastanza per rivolgersi in modo corretto (senza deadnaming e misgendering) ad una persona “senza passing”?
Allo stesso modo, come possiamo esaltare i nostri molteplici modi di essere e di apparire in un contesto cis-sessista in cui il bullismo sui giovanissimi e il mobbing sugli adulti sono all’ordine del giorno?
“Trans is beautiful” non può e non deve essere soltanto uno slogan, un hashtag per il nostri selfie, ma deve essere una campagna quotidiana, per il nostro riconoscimento legale e sociale, per l’inclusione delle nostre particolarità in una società che è già multiculturale e multietnica, e dovrebbe fare un ennesimo salto per includere ed integrare anche noi.
Trans is beautiful è un lavoro costante che gli attivisti e le attiviste devono fare per dare dignità ai nostri percorsi e ai nostri modi d’essere.

 

 

 

 

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