L’asterisco e l’ingerenza femminista verso i gender non conforming

Una riflessione che parte dall’inclusione grammaticale delle persone gender non conforming per arrivare ai limiti dell’intersezionalità, al cis-sessismo e al colonialismo culturale.

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In questi giorni mi sono imbattuto in un articolo scritto da una femminista, penso della differenza, che condannava l’uso dell’asterisco, ribadendo che siamo “uomini e donne” e che “diversamente dall’etnia, questa differenza si manifesta prestissimo“: un cumulo di binarismo, innatismo, e “gender non conforming – fobia”.
Non mi interessa la guerra tra femminismi binari e femminismi anarcoqueer: mi sento distante da entrambe le correnti, e non ho vantaggi a prendere parte a una guerra che, essendo femmin-ista, non mi riguarda.
Se posso dire qualcosa a tutta la riflessione femminista, è il fatto di escludere i vissuti. Cattedre della differenza contro cattedre queer: persone cisgender che parlano di identità di genere…cancellando o ignorando i vissuti.
Si decide” a tavolino, in una guerra tra cattedre, se i generi sono due, tre o 24, ignorando il fatto che solo i vissuti contano.
Non si può teorizzare che i generi sono due quando di fatto ci sono persone di genere non conforme al maschile o al femminile. Una teoria non puo’ cancellare degli esseri umani: sarebbe come dire che le persone sono solo caucasiche o nere come la pece e che “non esistono” persone con colori della pelle diversi dal bianco e dal nero.
Forse si dovrebbe ascoltare ed osservare realmente la realtà.
Veniamo alla grammatica: le persone gender non conforming o le persone transgender (anche portatrici di identità binaria, ma con documenti e/o aspetto dissonanti), hanno imparato ad usare un linguaggio non connotato di genere quando parlano di sè: spesso l’interlocutore neanche se ne accorge, perché non è vero che la lingua italiana non permette di comporre frasi o di usare parole o perifrasi che non identificano il sesso di chi sta parlando: è solo questione di esercizio (per la persona) e di volontà (per gli altri).
Le associazioni LGBT, spesso, per indicare gruppi di genere misto, non usano il “maschile plurale” (discretamente comodo se sei ftm, ma un po’ urtante se sei mtf), ma non usano neanche la perifrasi binaria “uomini e donne”, che ribadisce il binarismo e cancella le persone gender non conforming.
Alcuni usano l’asterisco, altre forme omnigenere (con l’uso di “persona” al posto di uomo e donna), altri usano maschile, femminile E neutro (ex: benvenuti a tutti gli uomini, le donne e le persone di altri generi).
Questo a molte femministe non sta bene: chiamano, erroneamente, “neutro” cio’ che riguarda le persone “di altri generi (essere viola non significa essere bianco), dicono che nominare uomini, donne e “altro” sarebbe “lungo (quello che dicevano gli uomini quando loro volevano dire “uomini e donne) e dicono che il femminile (e di conseguenza il maschile) va rimarcato, proponendo una soluzione “binaria” che è offensiva e che cancella (non le donne, ma le persone gender non conforming).
E’ tutta una questione di pigrizia (“non è un problema mio, quindi me ne frego”). E’ vero che le lingue neolatine sono “binarie”, ma l’impegno può tutto, e cercare formule inclusive non è difficile.
L’unico ostacolo è che taluni (e talune), non poche persone, non hanno interesse a farlo.
Molte femministe, anche queer, trattano le persone non conforming con maternalismo e pietismo. L’atteggiamento “patriarcale” che rinfacciano all’uomo nei loro confronti, lo ripropongono verso le persone T, peccando di “colonialismo culturale” e “cis sessismo
Non è raro vedere, nei forum femministi, donne che “decidono” se una giovane adolescente trans ha il “diritto” di ricalcare gli stereotipi col trucco e parrucco che ha scelto, o se un ftm che ha partorito, pretendendo di essere padre e genitore e non “madre”, sta offendendo le donne: persone in cattedra che disquisiscono sui nostri vissuti.
Addirittura delle femministe mi hanno “corretto”, dicendo che quando si parla di discriminazione subita da una persona non conformi “non devo” usare binarismo o transfobia ma “patriarcato”, perché “se avessi letto i loro libri” (scritti da persone cis) “saprei” che tutto deriva dal patriarcato, e affermando ciò cancellano tutta la riflessione trans e le sue elaborazioni culturali.
Addirittura un ftm non è “autorizzato” a parlare di transmisandria quando le donne lesbiche o femministe lo respingono i insultano.

Alla luce di questo, col tempo, sono diventato un po’ “separatista“. Le grandi intersezioni tendono a mettere in primo piano i temi “nazionalpopolari” e oscurare i piccoli temi e i loro autori, facendo si’ che chiunque, anche chi non è formato e non vive una condizione, pensi di avere voce in capitolo su un tema, e cosi’ possiamo vedere femministe che “decidono” se qualcuno è o no trans, uomini etero poliamorosi che dicono che il binarismo non esiste, etc etc.
Non dico che il separatismo sia la strada corretta, ma è necessario l’ascolto: ascolto di chi, in prima persona, vive dei temi e delle problematiche sociali. E poi ci vuole tanta umilità, soprattutto dai militanti e dalle militanti (e da* militant*!) di lungo corso.

Poliamore: la parola a Laura Daniele, poliamoros*, genderfluid e bisex

Quando scrissi di Poliamore su questo blog, non c’erano (o non li trovaii io all’epoca) punti di riferimento in Italia. Alcune delle mie idee derivavano dalla visione che la comunità LGBT aveva del tema, non priva di pregiudizi.
Nel voler scrivere di nuovo in merito, dopo l’evento a tema proposto dalla mia associazione, ho preferito far parlare a chi questa realtà la vive, e far confrontare questa persona con tutti i miei dubbi, domande, e curiosità, in modo da smontare i pregiudizi involontari che io potrei avere sul tema, ma anche i lettori.
Laura Daniele è una persona bisessuale, poliamorosa e genderfluid, che ha deciso di rispondere ai miei/nostri dubbi. Ecco le sue risposte….

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⦁ Innanzitutto dicci qualcosa di te. Età, provenienza, sesso, genere, orientamento affettivo e sessuale, professione/percorso di studi, passioni e hobbies

Ho 30 anni, sono originari* del Vicentino, genere gender-fluid (cioè con un’identità di genere parzialmente maschile e parzialmente femminile) ed orientamento affettivo bisessuale.
Ho studiato al liceo fino ad ottenere la maturità scientifico-tecnologica ed attualmente sono impiegato programmatore.
Tra le mie passioni posso annoverare la lettura, la musica (ascoltarla e suonarla), giochi da tavolo, giochi di ruolo(da tavolo e dal vivo).

⦁ Quando hai capito di essere poly? Chi sa di te? (lavoro famiglia, etc etc) Fai anche attivismo in merito? Se si, come?

Ci tengo a far presente che durante l’adolescenza, quando ho iniziato a capire meglio il mio orientamento sessuale e le mie preferenze affettive/relazionali, nonché il mio genere, parole come “poliamore” ancora non c’erano(o quantomeno non erano giunte al mio orecchio).
Persino l’esistenza della bisessualità mi era ancora sconosciuta, per non parlare della fluidità di genere (maschile-femminile).
Di conseguenza è stato piuttosto difficile per me comprendere e accettare la mia indole poliamorosa, mi vergognavo dei miei desideri e dei miei pensieri, ero certa nessuno mi avrebbe mai potuto accettare per come ero e, peggio di tutto, pensavo di essere solo io ad essere così.
Ciò che principalmente desideravo era un rapporto di affetto e amore con più di una persona, in un rapporto dove i partner fossero consci e d’accordo con questo tipo di relazione. La connotazione fisica era secondaria, in quanto ho spesso dato più importanza alla parte emotiva della relazione.

Sul posto di lavoro ovviamente tengo tutte queste cose per me, principalmente perchè preferisco essere giudicato per i miei risultati lavorativi piuttosto che per la mia vita personale e privata.
La mia famiglia lo sa perchè ho fatto coming out anni fa, la questione genderfluid non gli è stata chiara e per la maggiore viene, diciamo, “ignorata” così come la bisessualità che è stata piuttosto osteggiata inizialmente ed ora viene ignorata con decisione.

Nello specifico riguardo al poliamore la mia famiglia accetta con riserva la cosa considerandola una situazione temporanea e senza futuro, purtroppo.
Col passare del tempo, conoscendo persone nuove e vivendo a Padova ho avuto la possibilità di ampliare di molto le mie conoscenze su queste realtà e darmi la possibilità di viverle con maggiore libertà.
Faccio attivismo riguardo al poliamore parlandone con le persone che conosco e rispondendo alle loro domande e ai loro dubbi sulla questione, partecipando ad incontri liberi che avvengono a Padova dove chiunque può partecipare, esporre i propri dubbi e ascoltare le esperienze mie e di altre persone poliamorose per farsi un’idea di che cosa siano le relazioni affettive comprese nella definizione di “poliamore” o “non-monogamie etiche”.
Ci tengo a sottolineare che non si tratta di “proselitismo”, ma semplicemente di informazione rivolta a chi vuole porre delle domande sull’argomento.
(Quel tipo di informazione che avrei fermamente voluto avere io in più giovane età e non ho mai avuto la possibilità di chiedere. )

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⦁ Quali sono state le reazioni al tuo coming out come poly? Quali gli ambienti più ostili e quali quelli più favorevoli?

Le reazioni al mio coming out poli solitamente vanno dalla curiosità alla perplessità, reazioni ostili non ne ho fortunatamente ricevute. L’ambiente meno favorevole che ho trovato al mio coming out poli è stato nella mia famiglia, ma mi considero comunque una persona più fortunata rispetto ad altre perché sia i miei genitori che mio fratello maggiore mi hanno comunque rassicurato sul loro affetto nonostante quelle che definiscono le mie “stranezze” (pressoché incomprensibili ai miei genitori).

Quando ti sei scopert* poliamoros*?  Si dice poliamoros* o poliamorista?

Principalmente dalla prima adolescenza dove mi sono res* conto di desiderare un rapporto affettivo con più persone (a prescindere dalla componente sessuale), ho accettato la cosa a 25 anni, quando ho conosciuto le prime persone poliamorose.

Riguardo alla questione “poliamoroso” o “poliamorista” devo ammettere che non mi tocca molto, di conseguenza non sono molto informato a riguardo.
Per rispondere a questa tua domanda preferisco rimandare ad un sito dove viene spiegato da persone più competenti di me in materia.

Quando viene coniato il termine poliamore?

Per questa domanda tecnica ammetto di aver preferito ricercare la definizione corretta su Wikipedia, essendo ben spiegata mi permetto di citarla:

“Il termine è stato coniato indipendentemente da più persone, tra cui Morning Glory Zell-Ravenheart che introdusse il termine «relazione poliamorosa» nel suo articolo A Bouquet of Lovers nel 1990, e Jennifer Wesp che creò su Usenet il newsgroup alt.polyamory nel 1992.[2] Tuttavia occorrenze del termine sono state reperite già a partire dagli anni sessanta, e le relazioni poliamorose sono ovviamente esistite da ben prima che il termine venisse creato. Molto probabilmente il termine è da far risalire all’opera di Charles Fourier che nel suo Il nuovo mondo amoroso descrive in maniera dettagliata questo genere di rapporti. Non è un caso che la sua opera sia stata pubblicata proprio nei primi anni 60 influenzando massicciamente il dibattito del tempo.”

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Qualcuno parla di due modalità poliamorose: lone wolf, ovvero la persona che ha più relazioni, tutti/e sanno delle altre relazioni, ma non sono amici/partner tra loro, e “tribal”, in cui tutte le persone sono tra loro intrecciate da amore/amicizia. Puoi spiegarci la differenza tra queste due modalità, tra altre ulteriori oltre a queste, e tutte le sfumature e vie di mezzo? Potresti poi dirci quali sono invece quelle o quella che tu preferisci?

Questa domanda è molto complessa, poliamore è un termine ombrello che comprende diversi tipi di relazioni affettive diverse da quella culturalmente più diffusa e promulgata della coppia monogama uomo-donna.
Le due caratteristiche principali del poliamore sono la non-monogamia e la consensualità di tutte le parti coinvolte.
Di conseguenza c’è chi per il suo percorso di vita e le sue preferenze si trova in relazione con più partner che non hanno un rapporto di amicizia o affettivo tra di loro (magari per differenti orientamenti sessuali o semplicemente perché non si trovano così interessanti l’un l’altr*), in altri casi invece anche tra i partner di una persona si formano legami più forti, dall’amicizia fino a veri e propri rapporti amorosi.
In quest’ultimo caso si vengono a formare dei gruppi, a seconda del numero di persone coinvolte si possono definire come un trio, un quartetto o più.
Dopodiché qualunque variante tra uno e l’altro tipo di relazione possiate immaginare sicuramente sta già venendo vissuto da qualcuno, e magari ha anche già ricevuto una denominazione (in caso vi servisse un termine per definirvi parlando con qualcuno).

Amicizie tra ex…sono più frequenti nel mondo poly? Che ne pensi tu, in prima persona?

L’unico motivo per cui immagino (ma premetto che non ho dati statistici a riguardo perciò esprimo solo un mio personale parere) che le amicizie con ex possano essere più frequenti in ambito poli potrebbe essere il maggior lavoro su se stessi e sulla comunicazione nel rapporto poliamoroso che possono aiutare ad evitare rotture brusche che lasciano l’amaro in bocca e guastano i rapporti.
Credo che nel permanere di un’amicizia con un ex incidano il modo in cui si è chiuso il rapporto e l’intensità dello stesso.
Allo stesso tempo il non ricorrere a “schemi prestabiliti” potrebbe aiutare a superare la più comune mancanza di contatti dopo la chiusura del rapporto affettivo.
Mi spiego meglio: pensando soprattutto ai più giovani (ma non solo!) l’inizio di una relazione con un/una partner si basa sul semplice accordo dell’esistenza di una relazione affettiva tra i due (ad esempio: “Stiamo assieme” o “Siamo una coppia”) che in sé comprende una serie di regole comuni il più delle volte non esplicitate (ad esempio il fatto che la relazione sia monogama o che l’altra persona rinunci ad uscire con gli amici per stare con il partner, per citare alcuni esempi comuni).
Spesso, per imbarazzo o semplicemente perché non si contempla la possibilità di parlarne chiaramente, queste regole difficilmente vengono discusse dalla coppia, soprattutto inizialmente.
Ma ogni coppia, così come ogni rapporto poliamoroso, sono formati da persone diverse le une dalle altre, e non tutti hanno gli stessi desideri o gli stessi bisogni. Cucire” la relazione su misura in base alle persone coinvolte permette ai partner di comunicare profondamente e chiaramente i propri bisogni, le proprie possibilità ed i propri limiti in maniera che l’altr* partner possa esserne consapevole, decidere di accettarli e capire come comportarsi.
Dal momento in cui per i rapporti multipli questo insieme di regole non scritte non esiste, il lavoro di “cucitura” della relazione è d’obbligo per creare delle fondamenta solide.
Questo potrebbe di conseguenza anche permettere più facilmente la possibilità di mantenere contatti con ex-partner, anche di buona amicizia. (Cosa che tranquillamente avviene anche dopo il termine di rapporti monogami, ovviamente)

In prima persona posso dire che con alcuni dei miei ex è rimasta una buona amicizia mentre con altri una volta interrotto il rapporto non ci sono stati ulteriori contatti perchè comunque, nonostante il lavoro su se stessi(che non a tutti dà risultati negli stessi tempi) anche nelle relazioni poliamorose così come in quelle monogame le rotture definitive (e anche dolorose) dei rapporti esistono.

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Cosa sono le monogamie etiche? E che si intende per monogamia etica?

Per monogamia (o poligamia o poliandria) etica si intende un tipo di relazione basato sull’onestà e la trasparenza tra i partner.

Come chiamate i “monoamoristi”?

Non posso parlare a nome dell’intera comunità poliamorosa ovviamente, ma se devo parlare di una persona con preferenze monogame la definisco così o semplicemente monogama.

Differenza tra poliamore, coppia aperta, battitori liberi (chi è single non deve essere fedele a nessuno), e fedifraghi/adulteri

Ci tengo particolarmente a parlare della differenza tra poliamore e fedifraghi/adulteri, proprio perché come già dicevo una delle principali e più importanti caratteristiche del poliamore è la consensualità. Questo significa che tutte le parti coinvolte devono essere a conoscenza dell’esistenza degli altri partner e soprattutto essere d’accordo.
Una relazione affettiva di qualunque tipo cresce sana su regole stabilite esplicitamente tra le parti, nel caso della coppia monogama una delle regole è che non ci siano altri partner oltre alle due persone coinvolte, nel poliamore invece sono diverse a seconda di ciascuna situazione specifica.
Di conseguenza andiamo dalla coppia aperta che si basa sulla regola di avere rapporti sessuali con altre persone senza coinvolgimento affettivo(da molti non considerata come poliamore in quanto non comprende il coinvolgimento affettivo di più partner ma solo fisico) al singolo che preferisce non coltivare una relazione con una persona sola ma con più partner con la stessa intensità, e con ciascuno di essi si accorda sulla regola di non unicità del rapporto affettivo.
Ci sono poi diversi altri casi di cui vi invito ad approfondire nei link che indicherò successivamente per chi può essere curioso o interessato.

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Il poliamore è fare sesso con più persone, amandole tutte quante, oppure si possono avere anche partner di solo sesso/amicizia?

Come spiegato precedentemente, la seconda opzione.
Anche se per molti non viene considerato poliamore nel momento in cui non vi sono relazioni affettive tra più di due partner.

Alcuni parlano di relazioni tutte alla pari, altre di una relazione principale ed altre secondarie. Spiegaci meglio…

Semplicemente nelle relazioni con più di una persona si può vivere un’intensità uguale o simile per tutti i rapporti affettivi in cui si è coinvolti ed in quel caso si definiscono relazioni alla pari, nel caso in cui l’intensità del rapporto sia differente da partner a partner (per le più svariate motivazioni) si può definire una relazione primaria rispetto ad un’altra, di conseguenza secondaria.

Poli…amore: ma cosa si intende esattamente per “amore”?

Che cos’è l’amore nel poliamore? Direi semplicemente l’amore che una persona può provare nei confronti di un’altra, solo che anziché accadere con una persona sola alla volta, avviene con più di una persona nello stesso tempo.

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Alcuni poly non tendono forse ad essere giudicanti verso i mono? Danno per scontata la loro infedeltà, minor trasparenza…

È difficile rapportarsi con una realtà che troppo spesso risulta giudicante nei tuoi confronti e a volte alcune persone tendono a comportarsi allo stesso modo con la controparte.
È un atteggiamento che esiste in alcuni individui di entrambe le posizioni ideologiche e purtroppo non solo non è costruttivo, ma anche nocivo per la pacifica comprensione e convivenza.

Gelosia: è un argomento di forte riflessione nel mondo poly, ma a volte viene giudicata tout court. Non pensi che ci possano essere forme “sane” di gelosia, magari all’esterno del poliamore?

A dir la verità ritengo la gelosia un sentimento poco piacevole da provare, di conseguenza fatico a trovargli una connotazione particolarmente positiva.
Del resto è un sentimento che possiamo provare e non ci fa bene stigmatizzarlo e negarlo. Ci aiuta di più accettare la sua presenza dentro di noi per poterlo elaborare.

Credo che il più delle volte la gelosia nasca da una forma di insicurezza, in sé stessi o nel rapporto.
Come la maggior parte delle persone anch’io l’ho provata e mi sono confrontato sull’argomento con amic* o conoscenti, le componenti più diffuse che ho trovato sono finora:
– la preoccupazione di perdere il/la partner e/o le sue attenzioni,
– la paura che il partner dedichi ad altr* le attenzioni che invece si vorrebbero in esclusiva,
– la preoccupazione di “perdere” nel confronto con gli altri e scoprire che il partner preferisce loro a noi.

Ho avuto modo di riflettere personalmente su questi aspetti e devo dire che non è stato facile!
Ho compreso che non è sano per me avere “bisogno” del partner, come se tutto il mondo girasse intorno a lui/lei. Sembra ovvio per alcuni, ma non per altri l’importanza di mantenere la propria individualità all’interno del rapporto pur ragionando nell’ottica del mantenimento del benessere di entrambi.
Ho quindi imparato a considerare la relazione affettiva come un bel valore aggiunto al nostro percorso di vita, ma non qualcosa di fondamentale per completarci.
Nel momento in cui io sto bene con me stess* iniziare una relazione affettiva con una o più persone mi richiede di sacrificare del tempo e delle energie che potrei dedicare a me, ma mi dà anche una serie di aspetti positivi che credo valgano il sacrificio.

Poi è importante ricordarsi che se noi e il nostro partner ci siamo scelti in base a quanto dicevo prima è perché stiamo bene l’un* con l’altr*, di conseguenza nessuno dei due interromperà facilmente il rapporto senza motivazioni più che valide.
Nel rapporto poliamoroso, per esempio, non è necessario che una nuova relazione richieda la cessazione della relazione già esistente, ma sicuramente richiede di stabilire delle regole perché tutti si sentano a proprio agio nella situazione.

Il fatto che al/alla nostr* partner interessi un’altra persona non significa che noi non gli/le risultiamo più interessanti, ma semplicemente che anche un’altra persona incontra il suo interesse.
Nella nostra cultura veniamo cresciuti con l’idea che per noi esista solo un’anima gemella, ma è una credenza che al confronto poi con la realtà ci crea delle aspettative che facilmente possono venire deluse.

Insomma, per evitare di dilungarsi ulteriormente sull’argomento (sul quale si potrebbe tranquillamente discutere per ore essendo piuttosto vasto!) posso dire che può succedere di provare interesse per qualcun altro nonostante si sia in una relazione (dopo la fase iniziale di innamoramento è importante che il mondo al di fuori della coppia torni ad esistere per i partner ), partendo sempre dalle regole stabilite tra le parti anche l’autostima ed il rispetto verso l’altr* partner permettono di gestire la situazione e soprattutto la questione gelosia al meglio.

Credo che la gelosia sia un sentimento che esiste nella maggior parte di noi (e in quanto tale vada accettato) e su cui lavorare assieme al/ai partner, senza vergogna o accuse (per questo ritengo sia importante parlarne prima che la gelosia faccia male innescando reazioni impulsive).

Certo non è semplice parlare apertamente delle proprie emozioni con la persona che amiamo e che, quindi, con una reazione negativa può farci soffrire più di altre, ma riuscire a farlo con la dovuta delicatezza è una buona dimostrazione di fiducia che aiuta i partner a capirsi meglio, a rassicurarsi l’un l’altro e a discutere le regole della relazione per permettere alle parti la giusta serenità nella relazione.
Un’altra importante componente da ricordare è trovare il giusto equilibrio tra la protezione di noi stess*, come delle nostre necessità, e l’interesse per il benessere della persona amata.
Nessuno può dire che sia facile, né per le coppie monogame né per quelle non-monogame!

C’è chi è di indole più o meno tendente alla gelosia, interrogarsi su che pensieri ricorrono nella nostra testa quando proviamo questo sentimento “scomodo” ci può aiutare a capire le cause prime che lo scatenano e aiutarci a lavorarci sopra.
Posso solo consigliare(come mi disse una psicologa con cui mi confrontai tempo fa) un buon lavoro su se stessi, moltissima comunicazione chiara e trasparente tra i partner e fiducia nel rapporto.

Solo un’ultima cosa mi permetto di dire: ho sentito spesso affermare che la gelosia dimostra che i nostri partner ci tengono veramente a noi… Devo ammettere che questa definizione non mi piace per nulla, un/una partner può tranquillamente dimostrare di tenere a noi con mille attenzioni positive differenti in modo più sereno che soffrire e limitare la nostra libertà per paura, insicurezza o senso di possesso.

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Poliamore e tradimento: quando una persona aggiunge una relazione al di fuori di quelle dichiarate e condivise, non è comunque un tradimento?

Il tradimento esiste anche nel poliamore in quanto tradimento delle regole decise assieme alle parti coinvolte.
La trasgressione di queste regole si può definire tradimento a prescindere che esse siano di monogamía o di altro genere.
Per portare un esempio tra i molti, nel caso di una relazione comprendente 3-4 persone in cui si è deciso di comune accordo di non iniziare altre relazioni al di fuori del trio/quartetto aggiungere una relazione senza averne prima parlato con gli altri è un tradimento delle regole condivise, così come potrebbe esserlo in una coppia(monogama) con le stesse regole.

⦁ Rapporti tra un poly e un non poly: come gestirli?

Credo sia un compromesso difficile da raggiungere nel momento in cui sono presenti altri partner, ammetto che personalmente non saprei bene come gestirla, soprattutto nel momento in cui dalla parte poli sono già presenti altri partner o si presentano nel corso della relazione.

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⦁Genitorialtà condivisa: cosa ne pensate? Se un gruppo di poly volesse progettare una genitorialità? E’ un tema dibattuto?

Posso dire che so dell’esistenza di famiglie poligenitoriali e personalmente le considero alla pari delle famiglie numerose che erano frequenti in Italia e negli anni passati dove nella stessa famiglia convivevano diverse generazioni e i bambini avevano più figure adulte a cui fare riferimento.
Da ciò che ho potuto leggere e discutere nei gruppi di discussione ritengo si tratti comunque di un tema dibattuto all’interno della comunità poli, soprattutto per l’ampia gamma di differenti tipi di relazioni non monogame esistenti, ciascuno con le sue caratteristiche e necessità.

⦁ “Scorporare” il matrimonio. Se io desiderassi un progetto di genitorialità con una persona, un amore romantico con un’altra, la sfera sessuale con un’altra ancora, la dimensione patrimoniale con un’altra ancora, come potrei tutelare legalmente queste mie esigenze? Sono temi dibattuti nel mondo poli?

Sono temi dibattuti, esistenti ma difficili da gestire nel momento in cui non esistono ancora leggi che permettano questo senza possibili difficoltà nel momento in cui si abbia necessità di tutelare legalmente tutti i propri affetti.

⦁ Poliamore e bisessualità: due temi spesso confusi, possiamo a fare chiarezza?

Non si tratta di nulla di complicato in realtà, ma è difficile fare chiarezza senza ricevere informazioni chiare e corrette.
Il poliamore è uno stile relazionale (come lo è la monogamia) mentre la bisessualità è un orientamento sessuale e affettivo (come l’eterosessualità, l’omosessualità o l’asessualità).
Possono esistere una coppia gay, lesbica o etero così come possono esistere un trio o un quartetto (o più) con all’interno persone con lo stesso o con diversi orientamenti sessuali.

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⦁ [Inserisco questa domanda su suggerimento dell’intervistat*, perché è una “domanda latente” ed è molto importante fare informazione in merito]
Avere rapporti fisici con più partner aumenta il rischio di contrarre MTS (Malattie sessualmente trasmissibili)?

In realtà no, soprattutto se non si dà per scontata la propria o altrui buona salute come fin troppo spesso accade!
E importante preoccuparsi di questo aspetto, a prescindere che ci si trovi in una relazione monogama, poli o nel momento in cui siamo single e cerchiamo rapporti occasionali.
Con preoccuparsi intendo innanzitutto proteggersi durante i rapporti (ci sono ormai una vasta gamma di prodotti pensati per la protezione della nostra salute: dai profilattici specifici per i diversi tipi di utilizzi, ai preservativi femminili, al dental dam per alcuni tipi di rapporti orali). Non siate timidi/e e chiedete in farmacia o fate una semplice ricerca di questi termini su google!
Altra pratica importante è fare periodici controlli tramite test e analisi.
Molti non lo sanno ma in diversi ospedali è possibile fare le analisi per HIV ed epatite gratuitamente e anonimamente, così come alcuni consultori mettono a disposizione un servizio ginecologico per minori e/o persone meno abbienti.
E’ buona norma fare le analisi del sangue almeno una volta all’anno anche se non si è cambiato partner negli ultimi mesi o anni, e non dimenticare che alcune di queste malattie non si trasmettono solo tramite rapporto penetrativo.

La scelta di non utilizzare protezioni in un rapporto, che sia con una o più persone, deve essere una scelta consapevole e condivisa da parte di tutti, preceduta da dei controlli medici che accertino la perfetta salute di tutti i partner coinvolti.
Può sembrare ovvio per alcuni, ma meno per altri: controllarsi tramite test, visite ed analisi non è una cosa di cui vergognarsi, ma un buon comportamento igienico che ci permette di proteggere e conservare al meglio la nostra preziosa salute e anche quella del/dei partner.

Probabilmente si nota (vista la prolissità della risposta), ma questo è un aspetto che mi sta molto a cuore perché purtroppo non ho avuto occasione di ricevere una corretta educazione sessuale durante la mia crescita e ho conosciuto le buone pratiche per la corretta prevenzione dalle MTS oltre i 25 anni, quando nel mio primo rapporto poliamoroso uno dei ragazzi con cui ero in relazione si è preso il tempo (e la pazienza) di spiegarmi tutto (per mia fortuna è uno studente di medicina che ha frequentato diversi corsi di specializzazione sull’argomento).
Sapersi proteggere e saper proteggere i nostri partner invece è un argomento importante che trovo fondamentale affrontare fin dall’adolescenza!

⦁Come proteggere i luoghi di incontro poly dallo sguardo o la curiosità pruriginosa di chi poli non è, ma cerca incontro facile?

Credo la cosa migliore sia organizzare incontri o eventi poli di cui sia a conoscenza principalmente la comunità poli (attraverso gruppi facebook o forum nei siti di riferimento), comunque rimane l’esistenza di luoghi di incontro dove persone poliamorose e persone semplicemente curiose possono conoscersi e discutere in un ambiente tranquillo, spero aiutino a far capire a chi si avvicina con la speranza di un incontro facile che questa realtà probabilmente non è ciò che cerca.

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Silvia: referente LGBT per Rifondazione, femminista, etero, pastafariana e drag king

Quante cose è Silvia Conca! referente sui diritti LGBT per Rifondazione Comunista, femminista, donna etero, pastafariana e drag king

Ho conosciuto Silvia Conca ad una cena Pastafariana organizzata al Circolo Culturale Harvey Milk Milano, nel periodo in cui aveva una delle sue sedi a Sesto San Giovanni. Mi ha colpito molto il fatto che fosse attivista in un’associazione femminista, ma mista e trasversale. E’ stato per questo che, quando Rifondazione Comunista l’ha nominata referente per le tematiche LGBTQIAP, ho deciso di intervistarla…

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Ciao Silvia: raccontaci di te. Provenienza, età, studi, professione, passioni…

Ciao! Sono originaria di Gravina in Puglia, un bellissimo paese dell’Alta Murgia per cui nutro un grande amore, ma vivo da qualche anno nell’hinterland milanese, a Cinisello Balsamo, un luogo con cui sto sviluppando un legame speciale. Dalla provincia alla periferia, mi piace guardare il mondo dal margine.
Ho 33 anni e ho studiato da fotografa, professione che provo a fare. In questo momento sto studiando comunicazione digitale e spero di riuscire a valorizzare le competenze fotografiche in quell’ambito. Non è facile, perché i miei sono settori di lavoro attraversati dalla precarietà, dall’intermittenza, dalla tendenza al pagamento in visibilità, ma non sono una che si arrende facilmente, anzi, sto provando a concepire un intervento politico su queste problematiche, oltre ad aspirare a una maggiore stabilità individuale. La politica è il mio modo di stare al mondo, una passione totalizzante che vivo cercando di coniugare teoria e pratica, strada e pensatoio, relazioni e studio. Resta poco tempo per coltivare altre passioni in maniera sistematica, ma cerco di passarlo all’insegna della curiosità, sperimentando cose nuove.

 

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Parlaci di Luca, il fedelissimo bearino etero che ti accompagna in tutte le tue peripezie e tuo con-sorte

Io e Luca ci siamo conosciuti in Abruzzo nel 2009: facevamo i volontari nella tendopoli per terremotati di San Biagio in Tempera. Quel progetto, nato per iniziativa del Partito della Rifondazione Comunista e poi capace di allargarsi e acquisire una vita propria con le Brigate di Solidarietà Attiva , non ha solo generato una relazione collettiva tra politica e soggetti sociali, ma anche legami umani immediati, forti, duraturi.
Il nostro è stato ed è un legame d’amore scandito dalla militanza.

Luca ha 37 anni, fa il sistemista informatico, è curioso e espansivo e passa il suo tempo libero a dividersi le riunioni con me. Karl Marx veniva chiamato da sua moglie “orsacchiotto selvatico“, il tuo definirlo “bearino” mi ha fatto pensare a quello e mi ha strappato un sorriso.

 

pastafariana

E poi c’è la tematica religione e la politica, parlaci di te come atea/agnostica, pastafariana e attivista nel partito

Non riesco a immaginarmi in una dimensione spirituale di alcun tipo. Rispetto chi riesce a trovare conforto nell’idea di essere parte di un disegno su questa terra e oltre la morte. Io accolgo con serenità, invece, i miei limiti da essere umano finito che vive qui e ora ed è destinato alla morte. Cerco di vivere una vita piena e di attenermi a princìpi etici che, nel loro rigore, sono frutto del mio stare al mondo e della responsabilità che sento nei confronti dell’appartenenza all’umanità con le sue contraddizioni. Le contraddizioni mi interessano più dei dogmi in ogni ambito.

Sono stata pastezzata col nome di Puttanesca di Porto qualche anno fa, ma non sono mai riuscita a dare un contributo costante alla Chiesa Pastafariana per via dei troppi impegni. Non manco mai, però, di fare un salto negli spezzoni festosi e colorati della Chiesa durante i cortei, se non altro per “suggere” qualche sacra bevanda e onorare la mia appartenenza. Trovo l’operazione pastafariana interessante, capace di mettere in luce con l’ironia le contraddizioni della categoria di laicità negli ordinamenti giuridici contemporanei.

È proprio la laicità, poi, che mi interessa in ambiti politici più ingessati come quelli della militanza in Rifondazione Comunista. È un concetto che nel senso comune ha un’interpretazione del tutto positiva, ma la realtà è più complicata delle aspettative. Per laicità storicamente si intende il processo di passaggio del potere normativo e punitivo dalla Chiesa allo Stato nell’epoca in cui si è consolidata la nascita degli Stati-Nazione: questo passaggio di potere non ha comportato un distacco automatico dai principi religiosi, ma solo un cambio al vertice.

L’Illuminismo ha prodotto un cambiamento, ma il vizio originario del concetto di laicità resta. Abbiamo visto quanto ha pesato l’influenza della Chiesa Cattolica sulla legislazione attraverso operazioni formalmente laiche come il Concordato, cioè un patto tra Stati, il potere di un partito come la DC, la presenza organizzata nei partiti della Seconda Repubblica. Ne paghiamo le conseguenze sulla nostra pelle. La situazione si complica con la schizofrenia europea rispetto alle nuove fedi che si stanno affermando attraverso i processi migratori. Si passa dalle concessioni alla Sharia al divieto del velo. Si continuano a contrapporre islam moderato e fondamentalista, mentre si sottovaluta il fenomeno dell’islamismo politico. Proprio rispetto a questi temi ci aiuta l’elaborazione del popolo curdo, che sta combattendo in prima linea contro l’Isis, ma mette in luce le mancanze della laicità rispetto a un’idea di società libera e autodeterminata.

A me piacerebbe che come partito riuscissimo a far vivere l’idea di laicità che si è affermata nel senso comune in categorie nuove tutte da inventare.

 

Tu e Luca avete sempre avuto a cuore le tematiche LGBT, perché?

Nel suo caso credo che l’interesse sia frutto della curiosità che lo anima per tutto ciò che non vive direttamente e che lo stimola a riflettere. Lui tende a mediare l’empatia con la razionalità.

Per me è diverso. Sono una donna che ha trovato nell’analisi femminista della realtà risposte alla sua condizione in un mondo in cui il patriarcato è riuscito a reinventarsi. Quelle risposte, però, erano parziali. Ho trovato nella comunità LGBTQI le stesse forme di oppressione con una declinazione diversa, l’obbligo ad aderire alle stesse norme, alle stesse gabbie. Si sono innescati in me, quindi, tanto un processo di solidarietà istintiva, quanto una riflessione profonda che ha dato nuova linfa alle mie stesse lotte. La costruzione di relazioni nel riconoscimento reciproco dà una forza, un senso di liberazione collettiva nei differenti posizionamenti a cui ormai non posso più rinunciare. Il mio femminismo è transfemminismo queer e non potrei più viverlo in maniera diversa.

 

manolo

Essere donna etero e cisgender non impedisce di mettere in discussione ruoli, stereotipi e di riflettere sulla propria espressione di genere. Ci parli di questa tua ricerca, non dimenticando l’esperienza Drag King?

I ruoli mi interessano più degli stereotipi, che ritengo solo una manifestazione del problema, il modo in cui la società decodifica le norme che perpetua. La lotta contro gli stereotipi troppo spesso diventa una lotta per imporre stereotipi diversi: la trovo poco determinante al fine di una trasformazione complessiva. Mi viene in mente, in un altro ambito, per esempio, il movimento per la body positivity, che anziché lottare contro l’imposizione dell’obbligo alla bellezza, si scaglia contro un’idea stereotipata di bellezza, rafforzando l’idea che il nostro corpo abbia soprattutto una funzione decorativa. A me piace pensare al corpo nel suo complesso, come materia viva, avamposto di autodeterminazione e percezione sensoriale, incarnazione fisica di quello che siamo e strumento per attraversare il mondo al di là del modo in cui viene percepito. Credo che questo approccio abbia molto a che fare con l’espressione di genere: penso alla vita delle persone trans, alle opzioni che hanno per definire la percezione pubblica di ciò che sono, tra l’invasività della medicalizzazione e le difficoltà del passing quando si imboccano cammini diversi. La corporeità non può essere ridotta ad apparenza, l’apparenza non può essere ridotta a estetica.

Io ho cominciato a pensare alla mia espressione di genere a partire da quel lavoro di riflessione sul mio corpo, ma è stata l’esperienza come Drag King a dare risposte chiare ai miei dubbi. Ho partecipato a un laboratorio di Zarra Bonheur (Slavina e Rachele Borghi) e mi si è aperto un mondo. Performando la maschilità ho capito come performo la femminilità tutti i giorni.

Ho decostruito i miei automatismi e ne ho individuato le ragioni culturali. Il mio king si chiama Manolo, è evidentemente gay (del resto non ho un buon rapporto col machismo eterosessuale) e combatte con le sue insicurezze. È stato bellissimo rappresentare il suo coming out.

 

Il tuo partito ti ha scelto come responsabile nazionale per i temi LGBT. Quale pensi che sarà il tuo contributo?

L’obiettivo principale, che non voglio mai perdere di vista, è distruggere le condizioni che hanno portato alla mia elezione da parte della Direzione Nazionale, perché mi rendo conto del rischio di risultare o addirittura di diventare sovradeterminante.
Pur essendo affiancata da una compagna interna al movimento LGBTQI in Segreteria, sono consapevole tanto dei rischi quanto del vuoto evidenziato dal mio ruolo. Un vuoto di cultura politica, perché abbiamo compagni gay e compagne lesbiche anche in ruoli dirigenti, ma il partito ha rinunciato a fare elaborazione collettiva sulle tematiche LGBTQI per troppi anni, lasciandoli soli in una condizione di doppia militanza. Il mio compito sarà quello di riannodare i fili, trovare una modalità funzionale all’autorganizzazione dei compagni e delle compagne, socializzare gli strumenti teorici di cui mi sono dotata negli anni e possono aiutarli nel loro lavoro politico, evidenziare e far vivere i nessi con altre battaglie (non a caso, il nome della mia delega è “Politiche LGBTQI e intersezionalità“).

 

Quali i temi LGBT che ti stanno più a cuore?

Sinceramente li trovo tutti importanti. Sono temi che hanno sempre qualcosa da dire, perché vivono nelle esistenze e nelle resistenze quotidiane di tante persone. Possono esprimere un potenziale trasformativo o un modo per trovare un posto in questo mondo così com’è, possono manifestarsi con gioia vitale o rabbia, con leggerezza o con dolore. Disegnano una visione caleidoscopica del mondo e fare classifiche rischierebbe di invisibilizzarne alcuni.
Ne scelgo, quindi, solo uno a titolo esemplificativo: la condizione delle persone intersessuali. Credo che sia paradigmatica della violenza autoritaria del mondo in cui viviamo. Sottoporre bambin* ignar* a interventi e cure ormonali, a mutilazioni e sterilizzazioni, non permettere che si autodeterminino, patologizzare la mancata aderenza alla visione binaria del sesso biologico, fornire ai genitori solo informazioni strettamente mediche per non problematizzare delle pratiche devastanti: tutto questo è inconcepibile, imperdonabile. L’approccio occidentale all’intersessualità è il corrispettivo di ciò che avviene in altre parti del mondo con le mutilazioni genitali femminili: si violano i corpi per ragioni estetico-culturali. La differenza è che sull’intersessualità non c’è un vero dibattito pubblico.

pride 2014

Una certa sinistra estrema è omofoba e binaria, come pensi di dialogare con loro e “portarli a ragionare“?

Credo che nessuna comunità politica e sociale sia immune alle discriminazioni covate nel suo profondo. Vale anche per le organizzazioni di sinistra, perché coltivano la presunzione di lottare per un mondo migliore senza però mettersi​ profondamente in discussione collettivamente e personalmente. Questa elusività è descritta benissimo da Audre Lorde quando racconta il suo viaggio in Unione Sovietica.

Credo che la cosa migliore da fare, in un’epoca in cui c’è un dibattito pubblico efficacissimo e diffuso su questi temi al quale anche i compagni e le compagne hanno accesso, sia parlare un linguaggio più specifico, adatto a chi è abituato a ragionare di politica. Insomma, credo che si debba far irrompere l’elaborazione politica LGBTQI, uno straordinario patrimonio di pratiche e pensiero, nella nostra elaborazione generale. In qualche caso l’operazione è già riuscita in automatico, penso alla categoria di pinkwashing usata persino dai settori più ostili e rigidi, che rimangono stupefatti quando ne scoprono l’origine interna al movimento. Credo anche che questa debba essere un’operazione di recupero di una storia che è anche nostra.
Al prossimo Milano Pride  (ci troverete nello spezzone della rete Nessuna Persona è Illegale ) vorremmo partecipare con cartelli che rivendichino l’appartenenza al movimento operaio, comunista e di sinistra di tanti esponenti del movimento LGBTQI, includendo anche persone non binarie come per esempio Leslie Feinberg e Claude Cahun.
Il tema del binarismo è pressoché ignoto dalle nostre parti, purtroppo. Questo può essere un primo stimolo.

 

Rossobruni e nuovi reazionari: parliamone…

Le Sentinelle in Piedi e Adinolfi non hanno quella “patina” rossa, sono solo brunissimi clericofascisti. Fusaro, invece, rappresenta perfettamente ciò che comunemente si intende per rossobrunismo: è un ciarlatano che manipola il pensiero di Marx, di Gramsci, per far passare concetti reazionari nel nostro dibattito. Sogna la distruzione dell’attuale sistema economico-sociale per tornare indietro a un idilliaco passato che però non era affatto idilliaco, perché attraversato dallo sfruttamento,dalla violenza, dal dominio dell’uomo sulla donna, dalla cancellazione dei bisogni e dei desideri di gran parte dell’umanità. Quello è stato un vero Pensiero Unico Dominante, contro il quale le masse si sono ribellate, nelle piazze così come nelle loro vite quotidiane. Il capitalismo oggi è tutt’altro che un Pensiero Unico, si nutre della frammentazione delle identità in un mondo tanto complesso, ci tratta come nicchie di consumo e sfruttamento, mentre vive uno scontro interno tra tendenze reazionarie e tendenze liberal.

Fusaro è un rossobruno autentico, un corpo estraneo che vuole distruggere la nostra cultura politica. Chi lo prende sul serio spesso non lo è (un tempo per rossobruni intendevamo gli infiltrati), semplicemente cerca risposte semplicistiche alla nostra crisi di consenso.

boh

Trasversalità: è qualcosa che ti appartiene come persona e come attivista?

Cito ancora Audre Lorde, una pensatrice a cui devo molto: “Non esistono battaglie monotematiche perché le nostre vite non sono monotematiche”.

Io preferisco parlare di intersezionalità, una categoria che sembra quasi una moda nei movimenti e tra noi è ancora quasi sconosciuta: ho voluto fortemente che fosse presente nel nome della mia delega, trovando il consenso del nuovo Segretario nazionale Maurizio Acerbo che per fortuna la conosceva, essendo attento a certi temi.

Da comunista non potrei mai rinunciare a una visione di classe, a sottolineare come la struttura produttiva capitalistica plasma le nostre vite. Da femminista non potrei mai mettere da parte la gabbia in cui, nonostante mille lotte e mille passi in avanti, è ancora confinata la mia vita di donna e così via. C’è una rete, spesso invisibile, di oppressioni connesse. Non sarà possibile una liberazione integrale senza renderla pienamente visibile nel suo complesso e nei suoi intrecci.

 

Pensi che la battaglia LGBT contro il “binarismo di genere obbligatorio” sia compatibile con la tua visione femminista? Ci racconti un po’ il “tuo” femminismo?

Il mio è un femminismo non binario. Alcune tendenze binarie del femminismo mi irritano profondamente: sono essenzialiste, riproducono le strutture di dominio, non parlano a quello che sono e a quello che sento. A partire da me, non le riconosco. Credo che le radici del patriarcato risiedano proprio nel binarismo obbligatorio, nella donna pensata come complementare all’uomo, quindi privata della possibilità di seguire percorsi autodeterminati fuori da questo canone.

milleunavoce

Fai parte di un’associazione femminista mista che ha “preceduto” le “mode” intersezionali: ci racconti quest’esperienza, di cui tu e Luca fate parte?

Facciamo parte di Mille&UnaVoce , che da anni è diventata un punto di riferimento culturale a Cinisello Balsamo. Non credo che l’intersezionalità sia stata all’inizio un punto di vista consapevole, ma ha animato sempre più le attività di un’associazione la cui caratteristica più importante secondo me è il dialogo tra generazioni diverse, oltre al ruolo attivo degli uomini. Abbiamo organizzato tante iniziative, dalle rassegne cinematografiche alle visite a luoghi poco noti e spesso legati alla storia della Milano popolare, dalle mostre d’arte alle rappresentazioni teatrali e musicali, affrontando tanti temi: la violenza di genere, il lavoro, la guerra, la solidarietà tra pari, la disabilità, il lesbismo, l’omogenitorialità e così via. Il nostro prossimo obiettivo è partecipare al progetto Obiezione Respinta, contribuendo con i dati relativi al nostro territorio alla mappatura nazionale dell’obiezione di coscienza.

col segretario nazionale al congresso

Quali sono le prossime mosse che tu ed il partito intendete fare per i diritti LGBT?

La lotta per i diritti in un paese democratico ha sempre due volti: quello istituzionale e quello nelle piazze.

Dal primo punto di vista, nel nostro piccolo (non essendo più in Parlamento), continuiamo a rivolgere un’attenzione inequivocabile per i diritti LGBTQI a tutti i livelli, dai comuni al Parlamento Europeo, dove abbiamo una compagna come Eleonora Forenza che ha un profilo politico decisamente queer. Dico inequivocabile perché la vicenda dell’approvazione della legge Cirinnà, coi suoi tratti fortemente discriminatori, dimostra che non si possono cercare compromessi sui diritti delle persone. È un errore che abbiamo fatto anche noi quando eravamo al governo, con l’inconcludente discussione sui Dico. Abbiamo imparato la lezione e scelto di non fare più parte di coalizioni di centrosinistra che portavano a dover mediare le posizioni con componenti clericali.
Il matrimonio egualitario, pieni diritti per i figli e le figlie delle coppie omogenitoriali, una legge ben fatta contro le violenze omo-lesbo-bi-transfobiche, un’educazione sessuale inclusiva nelle scuole, la possibilità di cambiare il genere anagrafico senza patologizzazioni e sterilizzazioni, il divieto di adozione del “metodo Money” e affini per i/le bambin* intersessuali, il contrasto alle discriminazioni sul lavoro: queste battaglie non sono negoziabili.

Purtroppo le istituzioni sono dominate da forze che su questo trattano al ribasso, quando va bene. Serve una sinistra d’alternativa forte, che metta al centro della sua azione politica i diritti civili e sociali. Stiamo dando il nostro contributo a costruirla.

La lotta per i diritti nelle istituzioni, però, si nutre della vitalità delle piazze, di un lavoro culturale che il movimento sta facendo egregiamente. Vogliamo esserci anche noi per costruire consapevolezza e sostegno sociale a queste rivendicazioni. Il movimento, però, spesso vede i partiti politici come semplici interlocutori istituzionali, chiedendo al massimo l’adesione al Pride, preferendo dialogare con la società civile organizzata per un lavoro politico più ampio. Mi piacerebbe contribuire a produrre un cambiamento in questo, per operare fianco a fianco tutto l’anno fuori dai palazzi del potere.