Intervista a Gabriele Belli, counselor in formazione e ideatore delle protesi ForToMan

Gabriele Belli, uomo transessuale, counselor a indirizzo bioenergetico, ed ideatore delle protesi genitali per ftm ForToMan.
Vediamo cosa ha da raccontarci…

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– Ciao Gabriele, raccontaci chi sei: età, provenienza, studi, passioni, professione…

Salve a tutti, grazie Nathan.
Ho 46 anni, sono nato a Roma e vivo a Milano da 17 anni. Sono diplomato ragioniere, ma ho sempre amato la Biologia, la Psicologia, la Comunicazione e e la Fisica Quantistica. Fin da piccolo mi caratterizzava una spiccata intelligenza emotiva che mi ha creato non pochi problemi nel relazionarmi con gli altri. Negli anni poi è invece diventata uno dei miei punti di forza.
– Raccontaci la tua storia in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

Ho percepito la mia identità maschile a 3 anni, senza farmi domande ero convinto di ciò che sentivo di essere. Il mio corpo non fisico, intrappolato sotto la pelle, si è sempre manifestato alla mia mente nonostante il mondo intorno a me mi rimandasse l’informazione contraria: non sei un maschio, sei una femmina. Io me ne fregavo e vivevo l’immagine dei miei pensieri pur sapendo già che la vita non mi avrebbe perdonato il fatto di essere venuto al mondo.
La sensazione di soffocamento è diventata insostenibile con la pubertà, lo sviluppo, e così a 18 anni ho cercato delle soluzioni a questo malessere senza nome. Il mio medico mi disse che al San Camillo di Roma facevano degli interventi particolari: attaccavano peni prelevati da cadaveri. L’immagine balzata alla mente era cosi lontana dalla mia idea di essere Uomo che mi arresi all’istante. Altre vicende familiari tra l’altro mi impegnavano molto e dunque per lungo tempo abbandonai ogni forma di ricerca e vissi semplicemente la mia relazione sentimentale con una donna, già felice di aver trovato una specie di “collocazione” sia personale che sociale. In quel deserto di affettività che era anche la mia famiglia d’origine, è stato comunque una specie di cordone ombelicale di nutrimento. È stato come dire: “il mondo non può darmi niente, allora per non morire di fame prendo ciò che c’è, e quel filo di cibo almeno mi sostenta”. Ho passato anni a chiedermi di cosa avessi davvero bisogno e non sono riuscito a darmi una risposta fino a 35 anni.
Penso che ogni persona che passa esperienze cosi profondamente dolorose come il non riconoscersi per lungo tempo nel proprio corpo, in un’età troppo giovane per fare propri certi strumenti di comprensione che possono aiutare, è come se lottasse ogni giorno e sopravvivesse con la volontà di dominare l’essere, o il non essere.
– Quali sono stati i punti di riferimento (associativi e umani) per il tuo percorso?

Ho avuto molti riferimenti umani: primo fra tutti lo psicologo che seguiva la mia compagna dell’epoca, che andò da lui perché mi percepiva uomo e pensava di avere lei un problema. Fu lui il primo, non avendomi mai conosciuto, a usare la parola “disforia di genere” e indicarmi la strada da percorrere e il professionista di riferimento che poi mi seguì per i successivi due anni: il Dott. Cantafio di Torino. Una volta cominciato il percorso a Torino, e iniziando a capire che forse esistevano altre realtà oltre la mia, cercai a Milano un’Associazione per confrontarmi con i miei “pari” e conobbi Daniele Brattoli, Monica Romano, Antonia Monopoli. Tra azioni e contraddizioni, Crisalide fu la mia prima “famiglia” GLBT. Come in ogni famiglia ci sono stati momenti piacevolmente indimenticabili, momenti di lotta condivisa e momenti di differenze di pensiero. Decisi di staccarmi dopo due anni perché per mia natura sono molto incline al “self made” e per inevitabili divergenze di opinioni, pur rimanendo comunque inalterata la stima verso le persone che ho citato e con le quali, oggi, stiamo ancora ragionando su un concreto scenario di collaborazione.
Nei due anni successivi “sono cresciuto” da solo, studiando, osservando, cercando me stesso al di là delle opinioni comuni, e mostrando al mondo ogni giorno la “mia” transizione, fino ad arrivare alla decisione, del tutto casuale, di mostrarla al pubblico mediatico del Grande Fratello. Sono stati anni di solitudine e riflessione, nei quali ho cercato la mia verità su che cos’è la transizione e come va affrontata. In quel periodo m sono avvicinato alla bioenergetica, ho ricominciato a meditare e a cercare una soluzione di comunicazione efficace. Dopo il Grande Fratello si è aperto un altro capitolo della mia vita.
Fuggendo dal “falò delle vanità”, che avrebbe voluto l’immagine di un transessuale FtM il cui corpo fosse l’ennesima dimostrazione di un’esibizione torbida, ho combattuto per mantenere una coerenza tra i miei ideali, la responsabilità di essere il primo FtM così pubblicamente esposto e le intime paure personali di perdere tutto quello che avevo costruito fino a lì: carriera e famiglia. Fu in quel periodo che ritrovai la mia anima associazionistica e affiancai Fabianna Tozzi nell’Associazione Transgenere. Fu un periodo fervido di idee, e capii l’importanza di essere una squadra, di rispettare l’anzianità di chi ci precede, l’umiltà di un confronto di idee tra passato, presente e futuro.
– Come è arrivata la scelta di un’esperienza di visibilità mediatica? Rimorsi? Rimpianti?

Come ho detto prima è stato casuale. Volevo fare qualcosa di determinante, qualcosa per aiutare le generazioni a venire nella possibilità di conoscere e scegliere. Da uomo di comunicazione (lavoravo nel marketing) mi sono visto come un “buon prodotto” televisivo e mi sono messo a disposizione del voyeurismo mediatico. Prima del GF una sessuologa mia amica mi propose di affiancarla per una puntata sul transessualismo per Odeon Tv, e lì mi resi conto che non temevo le telecamere, che per me parlare a una o mille persone era la stessa cosa. Quando qualche settimana dopo vidi la data dei provini del GF, andai. Senza aspettative, senza speranze di rimando narcisistico, semplicemente la voglia di aiutare “i figli di cui non sarei mai potuto essere padre” .
Non ho propriamente né rimorsi, né rimpianti, ho solo la consapevolezza che se avessi avuto accanto un’associazione mi sarei sentito meno solo contro i mulini a vento, e molte cose sarebbero potute essere spiegate meglio, agite da “noi” e non con il permesso e la concessione di qualche giornalista o presentatrice di grido. La pressione personale è stata molto forte e la sensazioni di fallimento mi ha turbato molte volte. Ho avuto molti dubbi su quello che potevo fare per essere davvero utile alla comunità GLBT, ed è stata dura in un momento personale di inizio transizione.
Poi, col tempo, maturando, superando gli interventi chirurgici e le difficoltà personali di aver perso lavoro e carriera ed essere diventato principalmente “il trans del grande fratello”, ho trovato nuovamente la mia forza, la mia coerenza e ho smesso di inquinare le mie azioni con le mie paure profonde. Ho capito che tutte le esperienze vissute, tutte, mi si erano presentate per arricchirmi e chiarirmi le idee, e che ognuno è artefice del proprio destino. Ho abbandonato il vecchio schema di pensiero giudicante che mi voleva perfetto” a ogni costo e per tutti. Quando ho deciso di collaborare nuovamente con un’Associazione ho portato come contributo semplicemente l’ottimismo di cominciare una nuova impresa, e il sorriso che mi illuminava gli occhi quando inventai la mia vita: l’umanità e la semplicità di essere me stesso.
– Gabriele Belli: un uomo eterosessuale. Ti sei mai interrogato sui corpi e sui generi che desideri? Hai mai messo in discussione la tua eterosessualità?

Si, lo faccio da sempre. Il mio amare e desiderare è sempre stato libero da schemi e pregiudizi. Semplicemente, fino a ora mi sono innamorato, legato sentimentalmente a donne, e se faccio un patto lo rispetto. Non possiamo controllare l’amore, ma finché amiamo una persona possiamo mantenere la promessa di starle al fianco. È un valore che ho sempre sentito dentro come frutto di una scelta libera, non come un obbligo. A oggi, per statistica si può definire eterosessuale.
– Che lavoro facevi prima di approdare al mondo del counseling e come ci sei arrivato?

Sono stato un Marketing Manager per molti anni in una multinazionale del ramo elettrico, mi sono avvicinato alla PNL e al Coaching trovando in questi studi gli strumenti didattici di una mia naturale determinazione. Poi però, attraverso la Bioenergetica, la Gestalt e il Counseling ho imparato il piacere del corpo, il radicamento e l’ascolto dell’altro.
L’immagine del corpo è un’invenzione di quest’epoca: almeno per l’uso che se ne fa e per lo spettacolo che ne viene dato. Ma, sul rapporto che la mente stabilisce con esso in quanto scatola delle sorprese e distributore di emozioni, oggi come cento anni fa il silenzio in generale è ancora fitto. Oggi come allora il corpo viene guardato, radiografato, ecografato, analizzato. Molto raramente, anzi quasi mai, “sentito”, “ascoltato”, “toccato”, “compreso”, “amato”. E io sono sicuro che più lo si analizza, esibisce, modifica senza consapevolezza, meno esso esiste. La bioenergetica mi ha insegnato che il corpo non mente, ricorda e trattiene le nostre emozioni, e ci indica con chiarezza che cosa non va dentro di noi.
Per una persona transessuale il corpo sembra essere il nemico numero uno da destrutturare e modificare, invece io ho capito che è un validissimo alleato che segue senza contraddizioni le naturali modifiche di cui abbiamo bisogno, a patto di rispettarlo. E che tali modifiche sono frutto di una coerenza e non di semplici nevrosi o proiezioni. Per questo, “transizione consapevole” è il mio mantra, è la ricerca del sé nel corpo, con il corpo.
– Quale tipo di percorso hai fatto?
Bioenergetica e Gestalt sono i due indirizzi complementari ai quali faccio riferimento come approccio e percorso di formazione, che sottolineano in particolare il valore del corpo, come strumento per attivare l’energia, per entrare in contatto con se stessi e con gli altri, per far affiorare le emozioni ed esprimerle in maniera intensa e completa; l’importanza dell’esperienza vissuta, più che l’analisi verbale e l’interpretazione; la necessità di operare soprattutto nel presente, ovvero nel qui e ora; il coinvolgimento attivo ed empatico del terapeuta (counselor o psicoterapeuta, a seconda del tipo di relazione d’aiuto) con la sua intuizione, creatività e congruenza.
– Quale scuola e quale corrente hai seguito?
Sono iscritto alla SIBiG, Scuola Italiana di BioGestalt® di Milano. “Condividere e trasmettere” riassume la filosofia dei miei due insegnanti, i due fondatori della scuola, Alessandra Callegari e Riccardo Sciaky e si sposa perfettamente con la mia stessa linea di pensiero, ovvero la condivisione di una passione e il voler trasmettere una visione del mondo, della vita, della relazione che è riassunta nel termine BioGestalt®, unione armonica dell’approccio bioenergetico e di quello gestaltico, partendo dalla convinzione che noi esseri umani siamo un tutto corpo-emozioni-mente-spirito, che va conosciuto, nutrito, sviluppato.
– Quali sono i principali pregiudizi riguardanti il counseling?
Non mi sento di parlare di pregiudizi. L’importante è fare cultura, e quindi fare anche cultura di Counseling, senza sconfinare in ambiti professionali diversi, ma anzi collaborando fra professionisti diversi e complementari.
Il Counseling, in particolare, è una relazione d’aiuto professionale, il cui obiettivo è il miglioramento della qualità di vita del cliente: ovvero, aiuta le persone sostenendole nello sviluppo delle proprie potenzialità, per migliorare la capacità di autodeterminazione, prendere decisioni, attuare cambiamenti, confidando nelle proprie risorse. È uno spazio di ascolto e di riflessione, nel quale esplorare difficoltà relative a processi evolutivi, modalità comunicative, fasi di transizione o stati di crisi, e rinforzare capacità di scelta o di cambiamento. Proprio per questo può essere utile per accompagnare una persona che attraversa una fase importante di crescita, ma è anche utilissimo per accompagnare chi sta intorno a queste persone: familiari, amici, partner.
– Quali sono le tecniche che hai studiato, che preferisci, e più adatte a una persona transgender?

Non posso che ripetermi: per esperienza personale porto la mia testimonianza positiva con la Bioenergetica, in termini generali posso dire che quello di cui abbiamo bisogno è l’esperienza positiva del corpo nonostante gli anni accumulati di disagio e rimandi negativi. Al di là delle tecniche, quello che conta è la relazione, il modo di essere della persona che accompagna e aiuta un’altra persona. Ed è questo che ho imparato e sto ancora imparando. Perché solo un modo di essere davvero empatico, accettante, accogliente, privo di pregiudizi può aiutare l’altro, chiunque sia.
– Alcune scuole di counseling propongono lavori con il corpo e una persona T (che magari ha un corpo che genera ancora disforia) potrebbe avere paura a lavorare sotto questo aspetto: che cosa consigli per incoraggiarla?

Come dicevo, è la qualità della relazione che fa la differenza. All’interno di una buona relazione d’aiuto, si possono anche usare lavori corporei – a tempo debito, e sapendoli introdurre con equilibrio e cautela – ma prima ancora il cliente (se parliamo di counseling) deve poter fare un percorso di consapevolezza, che comprende via via anche la conoscenza del proprio corpo. Una buona base di partenza n questo senso è lavorare sul grounding, ovvero sul radicamento, sulla capacità di “avere i piedi per terra”, come si dice in bioenergetica.
Ogni stimolo che viene in contatto con il nostro corpo è percepito dall’organismo come piacevole o doloroso. Non esistono stimoli neutri, perché lo stimolo che non riesce a provocare una sensazione non viene percepito. Noi affrontiamo la vita, fin da quando veniamo al mondo, reagendo a tali stimoli e strutturando per difesa la nostra armatura caratteriale. Una persona transessuale, nella maggior parte dei casi, “memorizza” nel corpo una serie di impressioni sensoriali spiacevoli, che la portano a rifiutare il corpo stesso, a mortificarlo, o modificarlo esasperatamente, intervenendo però solo sulla superficie del problema.
Noi ci sentiamo traditi dal corpo. Recuperare un piacere che possa rendere immediati quegli stimoli che sono in armonia con i ritmi e i toni del nostro corpo vuol dire andare a migliorare lo stato d’animo, e rimanda a impressioni sensoriali positive. Questo porterà ad acquisire una maggiore obiettività, liberandosi dai sensi di colpa della sensazione di non essere amati, accettati, adeguati.
Nella nostra società veniamo nutriti dal senso di colpa: e questo non si riferisce soltanto alla lotta per essere visti per ciò che sentiamo di essere, ma anche al sentimento di ostilità. Gli esercizi di Bioenergetica aiutano a liberare la collera repressa, e a lavorare sulla auto-condanna, incrementando l’auto-accettazione, l’auto-determinazione e l’integrazione di ogni parte di se stessi. Non ha senso rifiutare qualcosa di sé per dare spazio a un’immagine idealizzata, ed è una cosa che ho provato sulla mia pelle, esplorando a fondo le mie proiezioni, le mie nevrosi, i miei limiti. Quando ho dato spazio a ogni polarità del mio essere, ho ritrovato il piacere di vivere, ho smesso di colpevolizzarmi e ho accettato di poter essere felice. Il corpo desidera il piacere, ed è la fonte da cui scaturiscono tutti i nostri sentimenti e pensieri.
– Percorso transgender: è qualcosa di medicolegale, o investe soprattutto altri aspetti?

Assolutamente investe tutti gli aspetti della vita di una persona. L’iter medicolegale oserei dire che è la parte più “semplice”, pur nelle sue lungaggini e difficoltà burocratiche e chirurgiche. Essere Transessuali per me è uno status, e ne rivendico da sempre il riconoscimento.
Io non mi sono mai esposto in maniera continuativa politicamente e rimanendo legato a una bandiera associativa GLBT; ho fatto qualcosa, certo, ma i più pensano che dopo la partecipazione al GF mi sia ritirato a vita privata godendo di chissà quali frutti e privilegi. In realtà continuo ogni giorno la mia personale e assertiva battaglia di “uomo in costante divenire” attraverso i miei studi, la formazione continua, l’associazione Camminando di cui faccio parte, il counseling, il coaching, la quotidiana vita di un uomo che ha integrato ogni sua esperienza e continua a raccontarsi, mostrarsi, esporsi a qualunque critica e giudizio, mettendo sempre e soprattutto in discussione se stesso.

 

– Percorsi: li facciamo solo noi persone transgender?
No! Ogni essere umano è in cammino. E chi lo nega vuol dire che gioca la partita della vita sempre e solo in difesa. Ma giocare in difesa vuol dire non fare mai gol. Quindi non avere obiettivi, non rischiare, non crescere, non evolversi.

 

– Segui molte persone transgender? Le segui sotto quali aspetti?
Ho seguito, consigliato e indirizzato centinaia di persone transgender negli ultimi sette anni e ne seguo ora qualche decina tramite i social.
Con l’Associazione e come tirocinante counselor è diverso. La struttura stessa impone più ordine e disciplina, dunque “seguire” in maniera informale, da fratello maggiore, è meno possibile. Sto seguendo comunque come tirocinante tre ragazzi tra i 20 e i 30 anni, in affiancamento ai nostri psicologi e sotto supervisione.
Gli aspetti per seguire una persona sono multidisciplinari. Ognuno è un mondo a sé: come un vestito su misura individuo fin dal primo colloquio le aree sulle quali lavorare per aiutare la persona a essere più radicata e presente nelle sue scelte e decidiamo insieme quale percorso la fa sentire più a suo agio. Il complimento più grande che mi ripaga di ogni sforzo o stanchezza è “qui mi sento a casa”.

 

– Minori e genitori: anche loro vengono seguiti da voi? Se sì, con quali accortezze?

Sì, sono seguiti nella nostra Associazione lavorando in équipe dove un terapeuta segue il minore e un altro terapeuta segue i genitori. Si valuta l’ipotesi di incontri insieme (ove richiesto), e ovviamente i terapeuti si confrontano ciclicamente per mantenere una linea di percorso rassicurante ed efficace per entrambe le parti.

 

– Come si pone il “tuo” counseling sul tema del non binarismo di genere e di orientamento?

Sorrido alla domanda. Non esiste un “mio” Counseling, e il Counseling in generale, di qualunque orientamento, deve portare la persona alla sua personale e totale espressione di sé viva e vibrante. Dunque non esiste assolutamente una “posizione” rispetto al binarismo o al non binarismo, la premessa basilare di un buon Counseling è accompagnare la persona alla completa salute, intesa non come assenza di malattia, bensì come stato di benessere, fisico mentale e sociale. Il Counseling biogestaltico valorizza il diritto alla diversità, l’originalità irriducibile di ogni individuo. Mira al mantenimento e allo sviluppo di questo benessere armonioso, e non alla guarigione o riparazione di un qualsivoglia disagio che sottintenderebbe un riferimento implicito a uno stato di normalità.

 

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– Essere uomo: le trappole degli stereotipi di genere e la difficoltà ad accogliere anche una parte femminile nella propria espressione di genere: una tematica non solo FtM, ma maschile in generale: ce ne parli?

Ho fatto molti seminari in varie sedi negli ultimi anni su questo tema. Uno che mi viene in mente è: “Incontro con lo sguardo sociale – Uomini in trappola – Donne in catene”.
Quando si parla di identità di genere, ogni persona si sente in qualche modo coinvolta, quasi minacciata dal confronto con il diverso, che lo costringe a cercare di prenderne le distanze. Nel distanziarlo da sé, e nel renderlo invisibile attraverso processi di diniego sociale, lo si priva del diritto fondamentale di esistere.

Per quanto riguarda gli FtM, l’apparente privilegio di indistinguibilità con i maschi genetici, che si raggiunge esteticamente con gli ormoni, lungi dall’essere un reale privilegio, dimostra una forma molto più subdola di sottomissione: in questo caso il pregiudizio di una società maschilista si manifesta nel rendere “inesistenti. Così, spesso si cade nella ricerca di soluzioni che non diano troppo fastidio, senza eccessive pretese, all’insegna dell’adattamento.

Transizionare da femmina a maschio significa essere “promossi” nella società che innegabilmente ancora oggi riconosce maggiore importanza agli uomini piuttosto che alle donne, ma anche questa è una trappola: infatti l’essenza dell’ordine patriarcale è proprio questa legittimazione del singolo soggetto maschile, convalidata dai pari del suo stesso sesso, e che naturalizza gli uomini detentori del potere.

C’è dell’altro, poi, che non va dimenticato nella storia maschile, al di là di ogni controversia con l’altra parte del mondo: si tende a dimenticare che una parte cospicua di uomini è vittima di maschi barbari, nonostante oggi portino la cravatta, che trattano i loro uguali per genere con violenze e vessazioni pari a quelle esercitate verso le donne. Questa categoria prepotente, violenta, dispotica, di maschi dominanti e dominatori, non ha mai cessato di offendere, eliminare o rinchiudere in ghetti di varia natura tutti coloro che tentassero di svincolarsi dalle divinità falliche, di prendere le distanze dai patriarcati culturali, religiosi e politici di ogni tempo. Sembra impossibile poter vivere serenamente una visione della vita, da uomo, alternativa a quella maschio-centrica.

 

– La falloplastica è un tema tabù. Spesso gli FtM che ne parlano vengono invitati a ridimensionare il valore del fallo, vengono un po’ accusati di machismo, fallocrazia, binarismo… Ma non è forse legittimo desiderare di avere un pene?

È legittimo desiderare di essere felici, e altrettanto giusto conoscere e il valore del proprio desiderio. Ho seguito vari ragazzi il cui bisogno principale era fare la falloplastica, e si identificavano con il risultato della stessa per i più disparati motivi: minusvalore, mancanza di autostima, inadeguatezza. Penso che questi siano i presupposti sbagliati per affrontare un intervento così invasivo e ancora chirurgicamente poco soddisfacente. Ho altresì conosciuto FtM molto consapevoli di voler affrontare questo intervento per se stessi, per il piacere di vedersi e toccarsi in sintonia con l’immagine di sé, per sentirsi completi, senza però identificarsi con l’oggetto del proprio desiderio. Si sentivano uomini completi e coerenti a prescindere; e davanti all’opportunità di fare una falloplastica, ne hanno valutato i pro e i contro e hanno scelto.

 

– Il desiderio del pene è solo legato ai rapporti sessuali, o è molto più profondo?

Sono certo che è molto più profondo. Ma in un’epoca che è tripudio di operazioni chirurgiche, di tagli e di aggiunte, sembra che la “cura” sia tutta meccanica, che si tratti di lunghezze e di larghezze, di dosi e di aggiunte. Il desiderio viene identificato con la sua parte fisica e questa è la maniera più sofisticata di negare al desiderio la propria verità. La manipolazione del desiderio è la capacità di rendere sordi rispetto a quanto di disturbante ha da dire.
Tutti sembrano sapere che cosa desidera un uomo o una donna, o un persona queer, trans, gay, lesbica. Nel caso del pene si apre uno scenario lungo decenni, dai primi studi psicoanalitici. C’è una specie di infantilismo nel desiderio del pene da parte di un uomo, perché come bambino si permette di mettere le proprie fantasie nella realtà. Eppure il desiderio è canzonatorio e contraddittorio nel suo essere ludico: sono stati versati fiumi di inchiostro sulla prepotenza della virilità maschile, ed è difficile non tentare di moralizzarla. Ma la questione sta nell’accettare che perfino la dolcezza (o, per un FtM, l’assenza di un pene) non sia una virtù. Il desiderio ha ragione, una ragione che può essere presa per arrogante ma sa dirci molto di noi.

 

– Perché ai rapporti penetrativi viene ancora attribuito machismo?

Questo è un nodo difficile da scogliere: il desiderio maschile è ancora visto come una pretesa, una prepotenza, un modo di far sfuggire il piacere a un servizio o a una schiavitù. Io penso che penetrare ed essere penetrati è un gioco di desideri incrociati, ma ci vorrà molto tempo prima che la sfasatura originaria venga sanata.

 

– Sappiamo del tuo progetto For To Man. Che particolarità hanno le protesi di ForTo Man?

ForToMan è nato per un mio bisogno di completezza. Dieci anni fa ne studiai le forme, i materiali, cercando per me stesso il meglio. L’unico sito che mostrava un realismo eccezionale, almeno dalle foto, era estero e le cifre in dollari per le protesi davvero proibitive. Un mio amico ne acquistò una e la delusione fu immensa: il pene era bello da vedere ma pesantissimo, importabile perché faceva una “gobba” piegandolo sia verso l’alto che il verso basso. Dopo qualche mese di utilizzo solo per i rapporti si cominciò anche a “sfaldare”. Ben 500 dollari più costi di dogana buttati.

Da quella delusione, per empatia con lui e per il mio stesso bisogno, cominciai a cercare una soluzione chiedendo informazioni a chi faceva trucchi scenici e agli odontotecnici, almeno per la loro esperienza dei materiali. Acquistai online un piccolo “packer” pieno e morbido da un sito tedesco, lo copiai, lo inventai cavo come un imbuto e poi da lì ne feci un altro per un mio amico. Altri ragazzi ai quali mostravo la mia soluzione mi chiesero misure maggiori, e da lì, copiando falli di dimensioni medie ma con la funzione per urinare e l’asta per renderlo duro, passo dopo passo sono arrivato a creare un laboratorio dedicato. La svolta per accuratezza estetica l’abbiamo fatta l’anno scorso. Ho fatto fare dei calchi da peni originali, e ormai, con la massima conoscenza dei materiali, possiamo replicare un modello come fosse l’originale.

 

– Uno dei maggiori limiti delle protesi è che il loro uso è limitato al sesso “vaginale” (che non è per forza il sesso eterosessuale, visto che esistono donne col pene e uomini con la vagina!) Questa riflessione è stata da fatta? Come avete risolto la questione?

Non c’è stata una riflessione mirata, semplicemente perché come ideatore contemplo tutte le possibilità di benessere che può dare la completezza di una protesi: orale, anale, vaginale. Ognuno è libero di usarlo seconda le proprie fantasie. Esiste la versione “Realdoe” che dà eventualmente la possibilità a un FtM di esplorare la penetrazione vaginale come una prolunga della sensazione maschile di avere un pene.

 

– Usando le vostre protesi vi è piacere psicologico. In qualche modo vi è anche piacere fisico?

Veramente quando ho ideato le protesi il mio obiettivo è stato quello del piacere fisico, l’aspetto psicologico era talmente ovvio che non era in discussione. La base di appoggio è personalizzata a seconda della individuale sensibilità del clitoride, e a tal proposito io sono sempre a disposizione per scegliere insieme al cliente la “sua” soluzione. Abbiamo risultati di piacere fisico da parte dei nostri acquirenti pari al 90%. Il 10% che non riesce a raggiungere l’orgasmo è la naturale percentuale di chi ha problemi a lasciarsi andare e a vivere con serenità l’uso di un “sex toy, per quanto realistico.

 

– Ci sono diverse dimensioni, colori e materiali?

Abbiamo protesi di quattro dimensioni diverse, in modo da coprire la maggior parte delle esigenze. Negli anni abbiamo ascoltato tutte le richieste e, tralasciando per filosofia aziendale la produzione di dimensioni extra long ed extra large, spaziamo tra i 9/10 cm per le protesi funzione STP fino ai 15/17 cm x 14 per i 3 in 1. Sfumature realistiche policromatiche a richiesta del cliente: chiara, media o scura ed eventualmente asiatica.
Quanto al materiale, è il migliore al mondo: silicone al platino medicale, usato nell’industria cinematografica e ospedaliera

 

– Le protesi risolvono anche il problema dei bagni pubblici?

Assolutamente sì. Diventa solo più difficile usare gli orinatoi a parete perché per la protesi più piccola serve un minimo di “gioco” per spostarla sotto l’uretra e inclinarla verso il basso per far defluire l’urina. Ma in generale la sola possibilità di poter urinare di spalle alla porta è già un grande vantaggio.

 

– Sono protesi da portare solo durante i rapporti o quotidianamente?

Si possono portare 24 ore su 24.

 

– Qual è la consistenza delle protesi?

Morbida come pelle, a meno che uno non scelga una durezza maggiore. Basta chiedere.

 

– Una domanda conclusiva: chi è Gabriele Belli oggi?

Un uomo che continua a guardare la vita con piacevole stupore e illimitata fiducia nel futuro, nonostante la consapevolezza che ogni giorno ci siano prove da superare. Un imprenditore al servizio di una comunità in continua crescita ed evoluzione.

L’esperienza ftm eterosessuale: ce ne parla Liv Ferracchiati, regista di Stabat Mater

Sono stato ospite di Liv Ferracchiati due volte: durante Peter Pan guarda sotto le gonne, e durante Stabat Mater, due capitoli di una trilogia che narra il vissuto di un ftm pre transizione ed eterosessuale.
Ho deciso di intervistarlo sull’opera teatrale di cui è regista e drammaturgo e del come ha deciso di rappresentare il suo protagonista, un trentenne ftm, ma soprattutto sulle peculiarità del maschile espresso da un ftm eterosessuale, e di quanto l’amore per le donne caratterizzi il suo modo di essere uomo.

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Ciao Liv, toglimi una curiosità…il ragazzo xx del secondo capitolo, sarà forse Peter Pan un po’ cresciuto?

Se il primo capitolo della trilogia raccontava del periodo pre-adolescenziale, questo secondo capitolo si concentra sui problemi dei giovani lavoratori: la carriera, la convivenza, la stabilità.

Non so se sia Peter Pan un po’ cresciuto, direi che è un altro personaggio, ma certo delle somiglianze ci sono, alla fine si tratta di una trilogia e anche se non è come per i capitoli di un libro o come per le puntante di una serie tv qualche legame tra le varie parti c’è sicuramente.
Il secondo capitolo si focalizza sulla vita adulta, si parla di scelte e del momento in cui si decide di farne o di non farne. Si racconta della difficoltà di assumersi responsabilità, di stabilizzarsi. Insomma, quello che succede a chiunque intorno ai trent’anni. Comunque chiamarlo “ragazzo xx” per quanto corretto e specifico mi fa sorridere.

 

Riprendo una chiave di lettura proposta da uno spettatore etero impertinente: il protagonista “ci prova con qualsiasi donna circolante, per confermare la sua virilità“: quanto questa è una tematica ftm (di alcuni ftm), e quanto invece è una tematica, in generale, del maschile eterosessuale?

Come hai capito che lo spettatore fosse etero? L’aveva detto?
Per l’impertinente è plausibile che lo fosse.
Il protagonista non ci prova con qualsiasi donna o almeno non lo sappiamo, vediamo che ha una fidanzata e che incontra un’altra donna.
Non lo sto difendendo, non so cosa fa nella sua vita privata e credo siano fatti suoi, però se si vuole parlare della seconda adolescenza che vive una persona transgender quando riscopre se stessa è un altro discorso. È vero che, dato che ti stai riscoprendo e ricostruendo, hai bisogno di affermare non la tua virilità, ma te stesso e sei te stesso anche con la complicità dell’altro sesso (se il tuo orientamento è eterosessuale). Riguardo al fatto che gli uomini etero (cisgender o transgender) tendano ad affermare la propria virilità seducendo donne, non lo so, mi sembra una generalizzazione, credo ci siano uomini e uomini e credo che facciano qualcosa di simile pure le donne e pure gli uomini omosessuali e pure le donne omosessuali, etc.
In ogni caso, credo non sia un problema. Flirtare può essere molto divertente.

 

Le attrici si cambiano d’abito in scena, credo sia una tecnica teatrale ma…quanto hai voluto farci vedere le donne con l’occhio del protagonista, e, forse, del tuo?

Cioè stai dicendo che di solito io vedo donne che si spogliano? Purtroppo sono meno fortunato di quanto tu ritenga. Scherzi a parte, i cambi a vista delle due donne fanno parte del racconto a livello scenico, indicano che tutte e due le donne del protagonista, che si chiama Andrea, sono costantemente presenti nella sua mente anche quando lui non è con loro.

 

A proposito di Andrea…perché preferisci che non vengano detti i nomi in scena?

Perché fa subito soap opera e non mi piace.

 

Il protagonista ci tiene che la compagna non stia in tuta…è forse un modo, per alcuni uomini ftm, di confermare la propria mascolinità accompagnandosi da donne costantemente iper femminili?

Non posso parlare per tutti gli uomini transgender e transessuali eterosessuali, ma non credo si tratti di questo.
Lì si fa riferimento alla vita di coppia che si va via via logorando per colpa della routine, si parla del fatto che può capitare che si faccia sempre meno caso all’altro, la tuta è un pretesto per raccontare questo. Credo capiti in tutte le coppie, di qualsiasi tipo. Ultima questione che un po’ esula, è vero che le sigle sono più veloci, ma credo che proprio noi stessi dovremmo cominciare ad usarle di meno, perché bisogna mettere di più il focus sulle persone. Mi riferisco alla comodissima, lo so bene, dicitura: “FtM”.

Il protagonista desidera avere un pene, come gli uomini biologici ed è terrorizzato dall’idea di essere scartato in luogo di un uomo biologico. Questo desiderio è stato criticato da uno spettatore, mentre io lo considero legittimo. Quanto contano i genitali, funzionalmente e simbolicamente, nell’identità di una persona?

Personalmente credo che contino molto meno di altre cose, come sapere chi si è, essere consapevoli che si può essere uomini in tanti modi, che si è uomini in tanti modi anche se nasci biologicamente tale.
Chiaramente il desiderio di avere un corpo più congruente alla percezione che hai di te stesso è un desiderio legittimo e in questo rientrano anche gli organi genitali. Credo però che più vai avanti nel percorso mentale di comprensione di quello che sei e più si possa ottenere una serenità, anche se non si è quello che si sarebbe voluto essere. Non è affatto semplice, ma ingaggiare una gioiosa lotta contro l’ostilità della vita può far stare meglio.

 

Ad un certo punto il protagonista finisce sotto al tavolo, con le due compagne che parlano di lui…è forse una citazione di “Peter pan guarda sotto le gonne“?

Questa è una annotazione interessante, lì per lì, intendo quando stavamo montando la scena, non c’ho pensato, mi sembrava semplicemente un’azione giusta da fargli fare, però quando l’ho rivista subito dopo ho collegato anch’io. Quindi non è una citazione voluta, ma si vede che in qualche modo la connessione tra Peter e Andrea si è concretizzata di più.

 

Che tipo di studi e di lavoro sul personaggio ha fatto l’attrice che ha (magistralmente) impersonato il ragazzo T?

Alice Raffaelli è di formazione una danzatrice, quindi è partita dal corpo. Intanto aveva già lavorato su Peter Pan, ovviamente una questione diversa perché lì si tratta di un bambino e qui c’è un uomo da interpretare, senza scimmiottare la mascolinità.
Alice è un’interprete raffinata e molto del lavoro lo fa autonomamente (come ogni bravo attore dovrebbe fare), osserva, suppongo. Credo abbia osservato molto gli uomini in giro per strada o non so dove. Inoltre lei ha una caratteristica personale, la sua energia può essere più morbida o più dura e questo l’aiuta nell’adattarsi ad un personaggio maschile. Quindi è partita dal corpo e io ho cercato di aiutarla nel trovare la misura, poi si è lavorato molto sul testo, sulla sua analisi, cercando di chiarirle ogni bit di pensiero, ogni impulso che il personaggio ha, in modo che, via via, tutto diventasse per lei organico e naturale.

 

 

Madre e coming out: quanto è difficile, per una madre, comprendere il percorso ftm del figlio?

Credo moltissimo, perché ai suoi occhi il figlio tradisce quello che lei ha “prodotto”, ossia una femmina pronta a divenire una donna.
Viene tradito il suo orizzonte d’attesa e in più c’è l’incognita di come il figlio venga accolto in società. Credo però che i genitori debbano accogliere sempre con meno preoccupazione e sempre con più gioia questa rivelazione, perché se è vero che è più difficile, questa casualità della vita permette al proprio figlio di avere una visione più complessa e più vicina alla totalità della natura dell’essere umano.
In più il supporto di un genitore è fondamentale.

 

questa cosa non me la dovevi fare“….cosa intende la madre esattamente?
Intende proprio questo, il tradimento di cui ho parlato prima. Il tradimento delle speranze che lei aveva riposto sulla propria figlia.

 

Quanto differisce l’esperienza dell’ftm gay da quella dell’ftm etero?

Non lo so.
Suppongo che un uomo transgender o transessuale omosessuale sia, per certi versi, ancora meno accettato o più difficilmente compreso, perché c’è ancora molta ignoranza e confusione anche tra i concetti più elementari, quali quelli di orientamento sessuale e di identità di genere. Anche in questo caso oserei dire però che è più un problema di chi ignora che non di chi lo vive.

 

Quanto l’amare le donne fa parte dell’identità maschile di un ftm etero?

Beh, a seconda di quanto gli piacciono. Credo che l’amore sia una componente fondante nella costruzione dell’identità di un individuo, più che altro perché l’identità si forma anche attraverso gli incontri che si fanno nella vita.

 

Quanta difficoltà ha ancora la gente a distinguere orientamento e identità?

Ne parlavo prima, troppa e soprattutto si pensa che sia solo una questione degli omosessuali o dei transessuali, invece sono concetti che riguardano tutti, solo che fa paura ammetterlo.

 

Ci dài qualche anticipazione sul terzo capitolo?

“Un eschimese in Amazzonia” è un lavoro diverso dagli altri due, così come “Peter Pan guarda sotto le gonne” lo è da “Stabat Mater”, intanto per una questione di linguaggi usati. L’anticipazione che posso dare è che questa volta ci si concentrerà sul rapporto tra individuo transgender e società.

 

Ultima domanda: quanto è difficile il coming out come persona T nel mondo dell’arte e del teatro?

Credo che nel mondo dell’arte e del teatro sia meno difficile che in altri ambiti, ma non perché le persone siano davvero più aperte, le persone sono le stesse ovunque.  Il motivo forse sta nel fatto che ci si aspetta di più “la stranezza”, ma quello che mi affanno a precisare è che non c’è niente di strano. La stranezza la vede chi non conosce, chi non sa, chi ignora, appunto.
Personalmente non amo molto dire di default: “Ciao sono un uomo trasngender”, perché è come sbattere in faccia qualcosa di cui inizialmente non c’è bisogno di parlare, perché sul lavoro principalmente lavori e poco importa che identità di genere hai. Però vivendo a stretto contatto con le persone poi il discorso esce e allora lì non ci si può tirare indietro anche se, a volte, spiegare sempre tutto dall’origine del mondo può essere faticoso, ma va fatto.
Io non ho mai incontrato nessuna difficoltà, quello che poi credo stia succedendo è che la voce, in qualche modo, si stia diffondendo e suppongo che intorno a me si stiano creando miti e leggende molto interessanti, se così si può dire.

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La bellezza androgina arriva in Italia: ce ne parla Sharlot Capuana di Trans Models

Dopo diversi articoli sul binarismo della bellezza, sulla bellezza androgina, sul binarismo dei concorsi di bellezza maschili e femminili, e dopo aver raccontato le straordinarie storie di modelli e modelli che sfilano con gli abiti del sesso opposto, intervistiamo Sharlot Capuana, esperta di comunicazione, fotografa e camera…woman, nonché fondatrice della prima Agenzia di modelli e modelle transgender e gender non conforming.

Ciao Sharlot. Parlaci di te. Cosa fai nella vita? Quali sono i tuoi interessi e passioni?

Sono ora una donna transgender, nato negli anni dell’atterraggio sulla luna il 1969, in un tempo, quello del 1900, e con una cifra ambigua e palindroma, il “69”.
Cresciuta nella prima periferia di Milano a Sesto San Giovanni genitori emigranti dal sud Italia a Milano: mamma operaia e padre impiegato postale, che aveva un unico, vero, interesse: dipingere dalla mattina alla sera.

Nel 1975 nasce mio fratello Tiziano: l’amore più grande della mia vita. Nel 1993 Tiziano muore, mio padre si ammala di depressione, già sulla buona strada da prima.
Io invece sbando per 5 anni. Da questo shock fortunatamente traggo il meglio, comprendo a 27 anni che la vita è un flash, che l’avrei dovuta vivere e che nessuno avrebbe potuto dirmi cosa dovevo fare della mia vita. Siamo gli artefici della nostra vita.

Rispetto ai miei amici, avevo i lineamenti del viso molto gentili, direi femminili, capelli castano chiaro, con i boccoli. Avevo molto successo con le ragazzine del quartiere. Infatti avevo possibilità maggiori di trovare la fidanzatina rispetto a miei amici. Ho avuto molte fidanzatine sia da piccolo anche poi quando crebbi: una volta addirittura vennero in due, mi presero da parte e mi chiesero se volevo essere il loro fidanzato. Ricordo che rimasi perplesso non sapevo cosa fare e cosa dire, ma poi dissi: “ma come faccio se dobbiamo uscire andare al cinema in tre?”.
Addirittura ricordo e non scordo una signora che mi disse : rivolgendosi a mia madre: “guarda… che bella bambina!” Guardai mia madre e dissi: “ma mamma! sono un bambino!”

La passione per l’arte arrivò da mio padre, la passione per la comunicazione arrivò dalle mie esperienze lavorative e studi in campo video, fotografici documentaristici. Lavorai e viaggiai per la stampa come fotografo, per la televisione come cameraman e video-reporter per una trasmissione video-cine-giornalistica documentarististica che andava in onda su RAI 2 in prima serata, condotta dal Giornalista Michele Santoro, questa esperienza lavorativa durata 8 anni con giornalisti al tempo poco conosciuti e ora molto noti. Questa esperienza mi formo sia lavorativamente parlando, sia a livello di crescita personale e di formare il mio caraterete in modo esponenziale.

La mia sessualità ad un certo punto mutò, era dentro di me, ma non capivo, ero già grandicello, avevo avuto molte belle ragazze. Ad un certo punto mi resi conto che ero attratto da le donne non perché le desideravo fisicamente anche se, si, ci ho fatto l’amore tante volte. Mi resi conto che mi piacevano da morire perché desideravo essere come loro! Da qui nasce anche la mia passione per la moda, ammiravo le modelle studiavo la loro bellezza, il loro portamento ma ancora inconsciamente.
Quando presi coscienza della ma vita sessuale cambiò radicalmente tutto intorno a me, non trovai più lavoro, mi staccai dalle amicizie, mi isolai per incominciare la mia transizione da uomo a donna. Dopo qualche hanno incontrai l’amore ed eccomi qua.

Ora sono Sharlot Capuana una donna transessuale, la mia passione il mio amore più grande è la fotografia ed è il modo con cui ho scelto di esprimermi di comunicare.
Amo l’arte in genere e ogni forma di comunicazione espressiva mi incuriosisce molto, come la moda ad esempio, amo la natura e fare sport correre e nuotare mi piacciono le arti marziali che ho praticato da maschietto per ben 7 anni da cui ho preso fierezza ed ho eliminato la paura ad affrontare le persone a testa alta e controllando sempre le situazioni che mi circondano nella vita.

Cosa faccio nella vita ? Ora sono una casalinga, mi occupo della casa dove vivo con il mio amore Costantino l’uomo che ho scelto di sposare.
e nel frattempo sto cercando di “ri-crearmi” una nuova posizione lavorativa e coltivo la mia immensa passione la fortografia, un processo che va avanti da tanti tanti anni .
Quello di cui sono sicura e che ho trovato finalmente, dopo anni di domande e profonda ricerca interiore, cosa devo raccontare fotograficamente!
Da questa lunga e profonda riflessione, ho compreso che è l’identità di genere che devo raccontare! Devo raccontare “il mio tempo” devo cercare di trasmettere a traverso la fotografia una nuova realtà, le nuove sessualità. Indago dall’interno, perché sono immersa in questa realtà, che è appunto un evoluzione dei genere sessuali un cambiamento epocale della cultura sessuale del mio tempo.

 

Come nasce l’idea di TransModels?

L’idea nasce da un articolo di giornale che ho letto esso parlava della prima agenzia di modelle/i transgender aperta a New York City.
Poi il fatto che è ho una forte passione per la fotografia di moda e la motivazione trainante probabilmente e che sono una donna e una fotografa transgender.
Tutti questi elementi insieme, mi hanno spinto naturalmente a cercare di fare la stessa cosa qui a Milano.

 

Dove siete? che rete di collaborazioni avete?

In Facebook c’è la pagina dell’Agenzia Trans Models Milano, per il momento non esiste una sede fisica o meglio esiste ma è casa mia… dove ho fatto i primi shooting con aspiranti modelle, naturalmente arriverà il momento che dovrò pensare ad una sede fisica adeguata per l’agenzia.
Collaborazioni? Bel punto di domanda! Da pochissimo mi ha contattata una ragazza che mi ha trovata perché ha letto l’articolo di giornale che Repubblica.it ha redatto sulla Agenzia Trans Models Milano. Ludovica il suo nome, ha esperienze lavorative presso agenzie di moda a Milano, si è proposta per collaborare con l’agenzia: ora valuterò.
Colgo occasione per comunicare che chi fosse interessato a collaborare può contattarmi a questa E-Mail: ag.transmodel@gmil.com, perché da sola non non riuscirò a coprire tutti i compiti necessari per far funzionare l’agenzia.
Non vi nascondo che sarei contenta se i miei collaboratori fossero persone trans.

Qual è l’obiettivo?

L’obiettivo, ma non è l’unica aspirazione, è quello di crearmi un lavoro e di conseguenza è di offrire opportunità lavorative alle persone transgender e LGBTQI.
Inoltre, cercherò di promuovere “carattere” e “personalità”, non solo corpi.
Darò precedenza e preferenze a persone che posso proporre lavorativamente parlando: certamente dovranno essere persone affidabili e sveglie, che si sanno relazionare con la società circostante in modo educato e gentile.

Cerchi modelli transgender in entrambe le direzioni di genere? E riguardo alle persone genderqueer?

Certamente cerco persone modelle e modelli transgender mtf e ftm.
Sono inoltre aperta a tutti i generi, e non generi: in realtà a l’agenzia non interessa “cosa sei o non sei” non importa, non porrò mai domande del genere per la selezione di modelle o modelli.
A me interessa, l’espressione dell’individuo, le caratteristiche del viso, del corpo.
Cercherò di proporre modelli e modelle uscendo dagli schemi di bellezza già prefissati nella società.
Posso dire che questo sta già accadendo. Ad esempio, Getty Images, agenzia fotografica dalla fama mondiale e con un archivio fotografico stellare, ha già aggiornato i sui hashtag proponendo modelli femminili comuni fuori dagli schemi preconfezionati.
Stiamo cavalcando l’onda! Avverto, questo è il tempo giusto per muoversi e per iniziare ad abbattere definitivamente tutti i muri che ci dividono dalla società di oggi e per quella di domani.

Perché la bellezza è “binaria”? Come e quanto si sta diffondendo il concetto di bellezza dell’androginia?

Riguardo all’androginia, mi piace pensare di avere un certo occhio, che mi permette di scoprire singolarità. Forse è presunzione la mia, ma forse è solo fierezza di essere quella che sono e coraggio misto a convinzione e al desiderio di voler mostrare altro rispetto al solito, al già visto.
Ed è solo mostrando un’immagine “messaggio” che il pensiero gradualmente muta. E’ un processo di comunicazione e solo con la larga diffusione del messaggio, qualunque esso sia il messaggio, che si sviluppa un processo evolutivo del senso comune in una società, che sia positivo o negativo: un processo lento, per chi osserva.
Se il pensiero, però,  deve svilupparsi, e se questo è il suo tempo, prima o poi si svilupperà, se è ora!
lo farò come un fiore che spunta dall’asfalto, abbattendo tutte le barriere e le difficoltà.
Lo stesso processo di inclusione da parte della società, di noi persone transgender è in evoluzione ed questa evoluzione è mutata di peggio in meglio, attraverso il tempo.
Ricordo perfettamente la progressione, perché ci sono dentro e seguo l’evoluzione.
Se dovessi definire il mio ruolo su questa terra in questo tempo nella società in cui vivo mi definirei con questo ruolo è “osservatrice” da questo appunto nasce la mia più grande passione, la fotografia, la curiosità e l’entusiasmo per la natura e la scienza.

 

Alcune modelle che lavorano nella moda come indossatori per abiti da uomo.
Altri, modelli uomini, sfilano per capi femminili.
Cosa sta succedendo? è positivo?

Si è positivissimo, succede che delle realtà che prima erano meno evidenti, perché immature per il commercio, ora sono pronte per essere colte e gli stilisti come creatori di moda e costume, essi sono i primi a cogliere il frutto maturo e mostrarlo, alla sfilata popolare della Milano Fashion Week di turno.
Posso dire, che scattando fotografia Street Style (fotografia che osserva lo stile la moda delle persone per la strada) ho imparato moltissime cose, soprattutto durante le Milano Fashion Week. Ci sono abiti che trovo eccessivi, abiti che non sono assolutamente paratici, abiti orribili, abiti bellissimi. Tutto di pende dal proprio essere, dalle proprie esperienze, dalla propria bellezza interiore, da quello che si è visto e vissuto… dall’arte che è dentro di noi italiani, ma tutto poi in fine diventa molto personale e racconta chi siamo le nostre tendenze sessuali, il nostro ceto sociale: la moda ci posiziona ci definisce in una categoria, cosa che a me non piace. Non amo essere alla moda o, meglio, posso essere alla moda perché porto un capo che è di moda, ma lo indosso creando un il mio stile personale.
Sono felice se gli stilisti riescono a soddisfare l’esigenze di un gay. Ad esempio, un uomo potrebbe desiderare di portare un vestito simile a quello di un donna, ma che è stato disegnato per essere indossato da lui. Forse la cosa mi meraviglierà un po’, ma solo inizialmente. Alla fine è solo un abito! dentro c’è una persona, ed è quello deve contare! C’è chi si veste per coprirsi, e c’è chi si veste con style ! Entrambe le persone sono degne di rispetto.
A me piace moltissimo vedere le donne vestite da uomo con pantaloni giacca camicia bianca e cappello Borsalino: adoro questa visione, forse romantica.

Che ne pensi di Andrej(a) Pejic? Quando viveva ancora al maschile è stata scelta come modella per un reggiseno.
Penso sia bella la sua figura molto femminile, e non mi sarei accorta di nulla se non l’avessi letto. Come le donne che non hanno molto seno o lo hanno leggermente accento, la trovo sexy lo stesso. L’idea dei pubblicitari e del marchio non fa una grinza… se sta bene indossato da un uomo androgino, figuriamoci da una donna!

 

Tempo fa il blog aveva parlato di bellezza androgina, mostrando volti della moda e del cinema: vogliamo commentare insieme?

Le trovo molto intriganti e belle… sarà la tanta curiosità per l’ambiguo… spero di trovare soggetti simili per la mia agenzia.

Tempo fa ho parlato nel blog di miss e mister Italia e anche di miss e mister trans. Alla fine premiano quasi tutti (cis e trans) modelli estetici binari. Tu che ne pensi?

Penso che se questo è il modello preconfezionato del tempo. Questo è quello che la folla, la massa, il gregge desidera.
Essere donne transgender col seno e sedere grosso, anche sproporzionati, è essere donne oggi? Per gli uomini è avere i muscoli ?
Se ci si pensa, è come la moda: indossano un certo capo perché non sanno scegliere, non ne hanno la capacità la cultura, il gusto.
O tutti mangiano da MacDonald perché è facile e si risparmia.
Poi se si pensa alla chiesa… idem, chi non ha testa per pensare appunto !
Per il gregge la chiesa c’è, gli da da pensare, detta loro quello che è giusto da quello che è sbagliato. Penso, quindi, che sia semplicemente questione di cultura e intelligenza.
Un famoso pubblicitario disse: “volete la merda ? E io vela do!” per quello che mi riguarda questi non sono i miei modelli di bellezza, non mi piacciono ma li rispetto, standogli però lontano, anche perché mi sarebbe difficile intrattenere un discorso con persone così evidentemente superficiali.

 

Bagni e transgender FtM

Non binari e non medicalizzati: un separatismo culturale per definirci senza un “non”

Questo blog, in questi quasi dieci anni, ha cercato di dare una casa alle persone non cisgender che però non si sentono rappresentate nè dalla narrativa transessuale, nè da quella queer, nè da quella cisgender.
Si tratta di persone portatrici di una tematica di genere, ma il cui modo di vivere la tematica è diverso sia da quello tipico delle persone transessuali (essere nati nel corpo sbagliato e/o identificarsi nettamente in un genere e/o desiderare una medicalizzazione e/o avere una disforia fisica col corpo), nè dagli attivisti queer (che hanno un approccio prevalentemente politico e sociale al genere, in continuità con i femminismi non binari e intersezionali, ma che spesso non hanno una personale disforia e urgenti istanze per migliorare la vita della propria persona, oltre ad abbracciare anche una serie di altre battaglie politiche appartenenti a una certa visione politico-economica, e in un certo senso anche uno stile di vita).

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La letteratura transessuale e quella queer non riescono a descrivere questa fetta identitaria di persone gender variant, e coniano termini inadatti e inesatti.

Vi sono termini, per lo più associati ai/alle gender variant xy, che strizzano l’occhio, erroneamente, al mondo del feticismo e del bdsm, e che hanno un approccio più che altro sessuale o estetico. Termini come crossdresser, sissy, trav, indicano sicuramente una persona non medicalizzata che, nel privato o in ambienti protetti, veste abiti femminili, e la tematica di genere finisce nello sfondo, si immagina che essa non sia neanche presente in queste persone, che in realtà sono semplicemente descritte dai termini sbagliati.
Spesso si tratta di persone xy con una tematica di genere (femminile binario ma non solo), magari senza il desiderio di medicalizzazione, ma che nei panni femminili non ci finiscono per motivi di feticismo, di sadomasochismo o di esibizionismo.
Spesso però queste persone, che non sempre sono “velate”, anche se il binarismo sociale spesso le costringe ad esserlo al di fuori degli ambienti protetti, vengono marginalizzate dalle persone trans canoniche, racchiuse nelle parole “trav” e “crossdresser”, per sottolineare la loro non appartenza al mondo trans e non legittimità a definirsi tali.

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Un altro universo marginalizzato, stavolta relativo alla realtà gender variant xx, è quello descritto erroneamente da parole nate in ambito queer, gender studies e femminismi vari: queste persone vengono descritte come gender queer, gender fluid, gender bender, gender rebel, etc etc e la loro varianza di genere, associata al desiderio di non medicalizzarsi e/o alla non identificazione completa con uno dei due generi, viene ricondotta forzatamente alla mera tematica relativa ai ruoli sociali, al loro accesso alla persona xx, alla lotta contro gli stereotipi, contro il sessismo ed il machismo.

Se alla persona gender variant non medicalizzata e non binaria “xy” viene attribuito un approccio meramente estetico e sessuale, alla persona xx viene attribuito un approccio legato al sociale e al ruolo.
Di fatto, gli altri, i cattedratici, gli psichiatri, e gli attivisti canonici LGBT, “decidono” che se non vuoi medicalizzarti e sei xy, la tua è una sperimentazione estetica e sessuale (in quanto tu nato maschio e quindi avvezzo al sesso più del nato femmina), se invece sei xx sicuramente non vuoi medicalizzarti perchè fondamentalmente non hai una tematica di identità di genere ma di ruolo, e quindi sotto sotto sei una donna oppressa dal machismo che puo’ collaborare alla grande lotta femminista sottoforma di queerqualcosa.

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Poi c’è tutto il mondo “performante”, vicino al mondo gay e lesbico, dove chi di loro vuole sperimentare il genere lo fa spesso tramite forme artistiche, come l’esperienza drag queen e drag king, che da un lato rappresenta un buono sfogo e nascondiglio per persone che vivono da omosessuali cisgender ma fondamentalmente sono gender variant, di contro permette di sdrammatizzare ed esorcizzare nell’ambito “pulito” e “rispettabile” della performance artistica.

Necessaria è a questo punto una premessa: esistono persone realmente crossdresser, trav, queer, gender rebel, drag king e queen. E’ errato solo attribuire questi termini a chi ha una tematica di identità di genere.

I transessuali di oggi (non uso questo termine per indicare i transgender medicalizzati, ma per indicare quelle persone in transizione che non hanno rivedicazioni politiche transgender) hanno dimenticato il potere evocativo dell’esperienza politica transgender, e marginalizzano i non medicalizzati e coloro che hanno un genere non binario definendoli tramite questi nomi non appropriati, e che ammiccano a vari ambiti, ma non a quello dei diritti.
Spesso non solo non interessa loro portare avanti le battaglie di non medicalizzati e non binari, ma addirittura sono fortemente contrari, nella paura che i diritti per queste persone possano toglierli a loro, e l’esistenza stessa di queste persone possa fare perdere loro credibilità.

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Sebbene per una persona gender non conforming non binaria sia interessante insistere per rivendicare per se stessa il termine “transgender”, insistendo che esso non sia fatto coincidere con “transessuale”, per queste persone sarebbe importante un sano (e momentaneo) separatismo di elaborazione pplitica e culturale.

Le realtà T che non sono conformi alla T canonica sono orfane persino di un nome che le definisca senza che vi sia un “non”, e quindi che sia sottolineato il fatto che esse sono solo una costola di un movimento molto più grande, visibile, e con istanze definite.
Non medicalizzati, non binari…non c’è un nome che dia dignità a questa comunità.

Inoltre ad essere visibili sono davvero in pochi, e finchè non vi sarà un nome che permetta a queste persone di identificarsi, si sentiranno sempre una timida costola della transessualità, in cui si chiederà sempre scusa per l’essere meno visibili (ma anche impossibilitati a dichiararsi senza derisioni ed incomprensioni), di non avere il “coraggio” di essere transessuali (quando in realtà si è semplicemente “altro), di avere una disforia prevalentemente sociale e non fisica (viene sempre detto timidamente “io, diversamente da te, in una società non binaria starei da dio e non avrei disforie”).

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Come ci si può dichiarare al lavoro, in famiglia, e in tutti gli altri ambiti se prima non si ha un  nome? se si devono usare termini di ripiego “perchè così è più facile far capire”?.
Perchè quei pochi nomi che esistono sono in lingue straniere e non descrivono correttamente ciò che siamo? Perchè non siamo in grado di crearne noi?

Forse le nostre energie sono spesso “sprecate” in battaglie che hanno già molti militanti, e non siamo capaci di fare “separatismo” per definire la nostra subcultura, le nostre istanze, i nostri bisogni, per dare dignità alla nostra disforia anche se è diversa da quella delle persone transessuali, per far capire che il misgendering (ignorare il nostro genere ed attribuirci il genere grammaticale coerente col sesso di nascita) è grave anche se fatto su di noi. Forse siamo troppo deboli perchè qualcuno ha fatto passare l’idea che meritiamo il genere corretto solo se “passiamo“, e invece a noi i nostri corpi piacciono androgini, e non abbiamo intenzione di cambiare look o fisiologia per “meritare” il rispetto del nostro genere.

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Forse abbiamo impiegato molto tempo a battaglie comuni e trasversali e poco a definire le nostre istanze: a far si che abbiano spazio le nostre istanze:
– l’istanza per cui anche noi desideriamo il supporto psicologico tramite la mutua, anche se non inizierà nessun percorso endocrinologico
– l’istanza che prevede che, se arrivasse sul tavolo una legge contro la transfobia, possa ricorrere ad essa anche chi non ha una “patente” di trans, e che sia una legge contro ogni violenza alla libertà di genere e non solo di “rispetto delle persone trans canoniche”
– l’istanza che permetta di avere il cambio anagrafico senza nessuna costrizione alla medicalizzazione
– l’istanza che preveda informazione sulla nostra specifica condizione sui posti di lavoro, nelle scuole, e in ambienti sanitari, per permetterci un accesso che non sia umiliante, vessatorio, e che cancelli le nostre identià.

Non escludo che si possa e si voglia fare attivismo anche in altre battaglie di più ampio respiro, contro il binarismo, per i diritti omo/bisessuali, ma se la persona dimentica la sua precisa istanza, nessuno la porterà avanti per lei.

Del resto anche Primo Levi diceva: “Se non sono io per me, chi sarà per me?”

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Si ma…il tuo “vero” nome? sotto hai patata o pisello?

Mentre chi si dichiara ftm o mtf sta dando all’interlocutore precise indicazioni sul proprio corpo di nascita, chi si dichiara genderfluid “irrita” l’interlocutore, che spesso, infondo, è solo interessato a sapere cosa hai nelle mutande.

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Nelle mie sperimentazioni elaborate per il precedente articolo (binarismo sulle app e i portali), ho provato a propormi anche come genderfluid, genderqueer, agender, etc etc.
Mi rendo conto che queste identità abbiano ancora meno rispetto delle identità “trans” canoniche.

Se una persona dice “ftm“, sta “informando” l’altro del punto di partenza (patata) e quello di arrivo (maschile), e viceversa anche se si dichiara mtf.
L’interlocutore ha bisogno di sapere come sei nato/a.
Se invece ti dichiari “genderfluid” senza accostare le f, le m, le partenze, e gli arrivi, l’interlocutore rimane disorientato, e matura il bisogno quasi ossessivo di “orientarsi” e capire che cosa sei biologicamente.

Se dichiarare di essere uomo ftm o donna mtf puo’ non essere accettato, ma mette a conoscenza l’interlocutore della genetica di chi si presenta come tale, chi si dichiara genderfluid, e magari vuole rendere indifferente la sua appartenenza genetica, disorienta e infastidisce. La sua identità fluida viene presa meno sul serio di quella degli ftm ed elle mtf, attira meno rispetto, e quindi si arriva a domande come “si ma sotto cos’hai?” oppure “ma come ti chiamavi all’anagrafe? qual è il tuo nome vero?”, come se quel dato oggettivo e burocratizzato mettesse ordine nell’anarchia che, illegittimamente, il genderfluid avrebbe voglia di mettere.

Inoltre non si mette in considerazione che un nome anagrafico per un genderfluid potrebbe essere disforico quanto per una persona trans canonica. Si insiste sul volerlo sapere, come se, caduto il binarismo dell’identità di genere, e la retorica del “nato nel corpo sbagliato“, le uniche certezze fossero il sesso di nascita e il nome anagrafico, come se la persona genderfluid fosse semplicemente un maschio o una femmina con ambizioni non binarie (che però valgono quel che valgono).

La genderfluid-fobia dovrebbe allarmare i trans canonici? Si.
Se ci accettano solo e soltanto perchè siamo una realtà meno lontana dai loro modi di ragionare per matrici, e se, caduti questi  dettami, diventano ostili e legati al corpo, cosa ci garantisce che ci accettino e ci capiscano “davvero“?

Perché preferisco “uomo xx” (e donna xy) a ftm, mtf, e altre definizioni

Nelle ultime settimane ho riflettuto sul termine uomo xx.

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Alcune persone queer si infastidiscono per la scelta di usarlo per indicare me stesso e la non conformità di genere di origine genetica xx e di espressione maschile.
Premetto che non mi accodo a tutta la letteratura e saggistica di decostruzione del sesso biologico. E’ vero che esiste l’intersessualità, che molte persone, più di quanto si pensi, siano intersessuali e che si debba trovare un modo di esprimere sesso, genere e orientamento tenendo conto dell’intersessualità.

E’ anche molto frequente che delle persone trans agli inizi, con una buona dose di transfobia interiorizzata, amino fantasticare sul fatto che la loro identità di genere dipenda da una presunta e immaginaria intersessualità, che li “discolpa.

Sarebbe più politicamente corretto, come si fa all’estero, usare “assegnato maschio” o “assegnato femmina” alla nascita (AFAB, Assigned Female At Birth, AMAB, Assigned Male At Birth).
E’ una terminologia che diventa molto importante se stiamo parlando di persone intersessuali, per cui sarebbe incompleto e riduttivo parlare del loro sesso in modo binario (quindi ci si rifà a come esso è stato interpretato, probabilmente erroneamente).

Tuttavia amo pensare che mi abbiano assegnato “female” perchè sono female e non perchè si siano sbagliati o siano dei manigoldi. Il problema non è che io sia female, e che lo sia davvero (a prescindere poi dall’avere o meno un’immagine androgina), ma il fatto che nell’attuale società male/female contino più di man/woman, quando dovrebbero contare solo dal punto di vista sanitario, e non sociale/relazionale/lavorativo, ma qui entriamo nella sfera del binarismo sociale e fomentato dalla politica che quotidianamente noi attivisti combattiamo.

Onestamente non so perché a me il termine “uomo xx” stia simpatico.
Uomo e donna descrivono le identità di genere, e a descrivere i corpi di solito sono i termini maschio e femmina. Il mondo esterno a quello delle nostre riflessioni però non usa questi termini in modo corretto. Spesso maschio e femmina sostituiscono uomo e donna quando l’opinionista medio vuole parlare di queste persone ostentandone le caratteristiche e gli istinti (“quella è proprio femmina”, “da come agisce si vede proprio che è maschio“, “è l’istino della femmina“…),  e questi sono senz’altro utilizzi che ostacolano io mio potermi dire serenamente “femmina” (dato reale dal punto di vista biologico).

Di contro, anche se con la transizione “medicalizzata” non si “cambia sesso“, si è sicuramente una modifica estetica e funzionale molto importante dal punto di vista del “sesso biologico”, e maschio e femmina, che continuano ad essere corretti in linea teorica, diventano difficili da usare se parliamo di una persona medicalizzata (tramite ormoni e/o interventi).

XX ed XY invece non cambiano mai, fanno parte del nostro corredo genetico e nel parlare comune non sono ancora stati (sovra)caricati di significati comportamentali stereotipati.
XX è semplicemente la persona nata F che presumibilmente (al netto di tos, interventi) puo’ generare con una persona XY (che poi l’xx sia rasato a zero e l’xy abbia una mega parrucca bionda e un tacco dodici…diventa tutto molto relativo).

L’uomo xx è diverso dall’uomo xy? Si. Dirlo è transfobico? No.
L’uomo xx vive parte della sua vita in una condizione fisica/sociale diversa dall’uomo nato xy. Questa cosa influenza moltissimo la personalità dell’uomo xx, anche nel caso prendesse subito coscienza della sua identità di genere e/o del fatto di essere uomo trans (e credetemi, quelli della mia generazione potevano anche aver inquadrato chi erano, ma non si parlava tanto di ftm all’epoca, o di possibilità che un nato xx potesse essere “Trans”, o addirittura ftm gay). A prescindere da come e quando io abbia preso consapevolezza, e abbia pubblicamente dichiarato chi sono, tutto questo è stato preceduto da un’educazione e un modo di relazionarsi a me da parte degli altri che presupponeva che io fossi F e “una futura donna. Per quanto io (o altri) possa venire da una famiglia non binaria (avevo l’album di figurine dei calciatori, il motorino, suonavo basso e batteria, dicevo parolacce e bestemmiavo…), io ero socializzato come F e in modo diverso da come venisse socializzato mio fratello maschio biologico. Tutto questo è dipeso dal peso che la società (famiglia, scuola, e persino i catechisti) dà al fatto che una persona sia nata femmina o maschio. Se non ci fosse binarismo sociale probabilmente un uomo xx non avrebbe così tanto bisogno di rivendicare il suo imprinting come parte di se stesso che ha infine accettato e incluso.

Se non ci fosse binarismo sociale, l’uomo xx semplicemente prenderebbe consapevolezza di essere uomo e (medicalizzato o non), vivrebbe semplicemente da uomo, notando in se stesso dinamiche molto simili a quelle degli uomini geneticamente xy. Ma essendo che il binarismo è ancora fortissimo, l’uomo xx (come la donna xy) si porta dietro un retaggio che è difficile (e forse non utile) cancellare.

Questi imprinting però non rendono la persona t “meno uomo” o “meno donna”: è semplicemente un modo di essere uomo o donna che si arricchisce di un’esperienza diversa e puo’ generare una maggiore comprensione per il genere umano (a prescindere dall’appartenenza di sesso e genere).

Io sono uomo xx. Per me è importante dirmi uomo, ma è importante dirmi xx, demarcare la mia differenza da chi è maschio, e come uomo è stato socializzato fin dall’infanzia.
Per me è importante dirmi uomo xx perché è importante comunicare che non solo in un corpo maschile (dalla nascita) può albergare quel tipo di identità di genere che (forse per convenzione) chiamiamo maschile.
Per me è importante comunicare che in una società non binaria si potrebbe vivere liberamente come uomini xx, uomini xy, donne xx, donne xy, senza che il fatto che statisticamente le persone xx abbiano un’identità di genere e quelle xy abbiano l’identità di genere “diametralmente opposta” (che poi, sarà vero?) determini poi una regola e “legittimi” o meno alcune condizioni rispetto ad altre.

I termini trans-sessuale, o f TO m, m TO f, trasmettono una visione cis-sessista in cui i generi sono due, e sono intrinsecamente legati ai sessi (quindi al “cambiamento di sesso” se non ci troviamo nella dicotomia uomo-maschio / donna-femmina), quindi sono termini che non solo non hanno la mia simpatia (ciò non significa che poi non li usi se non ne abbia bisogno per semplificare), ma che non mi descrivono: nel mio percorso di vita (ma anche in quella di altre persone gender non conforming) non c’è nè quello che con una grande semplificazione chiamiamo “cambiamento di sesso“, nè un vero e proprio “cambiamento di genere” (semmai presa di consapevolezza).

Se proprio devo usare la T (in senso squisitamente trans-gender e dove intendo trans come al di là dei generi), allora preferisco usare uomo T, donna T, piuttosto che termini che sottolineano la “transessualità” del percorso e non la non conformità di genere.
MI rifaccio anche all’autrice ed amica Monica Romano, che, sicuramente partendo da presupposti meno rivoluzionar-conservatori dei miei, rivendica il termine “ragazza xy“, nel suo romanzo “Storie di ragazze xy“.

Credo sia importante ridurre la differenza tra noi e i cisgender a un mero dato cromosomico. Oltre ad essere simpatico a livello fonetico, ci ricorda quanto sia assurdo che i cromosomi possano, a causa del binarismo sociale, tracciare un destino per persone cis e trans.

Alla luce di questo non con maggior imbarazzo di quando dico che sono B negativo, dico anche di essere xx, di avere un corpo di genetica femminile, probabilmente fertile, di essere stato assegnato come F alla nascita (e non per un errore dei medici, ma perché il mio sesso biologico è F), di aver anche vissuto per anni identificando me stesso come F (in un’epoca in cui una persona molto giovane non ha molte restrizioni di ruolo, e potevo tranquillamente fare le cose “da maschio“), e di aver poi preso consapevolezza come uomo. Di non desiderare di essere trattato come un uomo xy, o come un “maschio, ma semplicemente di essere rispettato come uomo xx (che non è meno uomo dell’uomo xy, sia chiaro), e soprattutto sottolineo che se oggi il mio impegno politico è soprattutto indirizzato contro il binarismo sociale e politico, contro una burocrazia che dà molto peso ai nostri cromosomi e alla nostra biologia piuttosto che alle nostre attitudini e capacità, è unicamente legato al fatto che sono un uomo xx, e non un uomo xy.