Archivio per la categoria ‘VITA TRANSGENDER’

Questo blog, in questi quasi dieci anni, ha cercato di dare una casa alle persone non cisgender che però non si sentono rappresentate nè dalla narrativa transessuale, nè da quella queer, nè da quella cisgender.
Si tratta di persone portatrici di una tematica di genere, ma il cui modo di vivere la tematica è diverso sia da quello tipico delle persone transessuali (essere nati nel corpo sbagliato e/o identificarsi nettamente in un genere e/o desiderare una medicalizzazione e/o avere una disforia fisica col corpo), nè dagli attivisti queer (che hanno un approccio prevalentemente politico e sociale al genere, in continuità con i femminismi non binari e intersezionali, ma che spesso non hanno una personale disforia e urgenti istanze per migliorare la vita della propria persona, oltre ad abbracciare anche una serie di altre battaglie politiche appartenenti a una certa visione politico-economica, e in un certo senso anche uno stile di vita).

La letteratura transessuale e quella queer non riescono a descrivere questa fetta identitaria di persone gender variant, e coniano termini inadatti e inesatti.

Vi sono termini, per lo più associati ai/alle gender variant xy, che strizzano l’occhio, erroneamente, al mondo del feticismo e del bdsm, e che hanno un approccio più che altro sessuale o estetico. Termini come crossdresser, sissy, trav, indicano sicuramente una persona non medicalizzata che, nel privato o in ambienti protetti, veste abiti femminili, e la tematica di genere finisce nello sfondo, si immagina che essa non sia neanche presente in queste persone, che in realtà sono semplicemente descritte dai termini sbagliati.
Spesso si tratta di persone xy con una tematica di genere (femminile binario ma non solo), magari senza il desiderio di medicalizzazione, ma che nei panni femminili non ci finiscono per motivi di feticismo, di sadomasochismo o di esibizionismo.
Spesso però queste persone, che non sempre sono “velate”, anche se il binarismo sociale spesso le costringe ad esserlo al di fuori degli ambienti protetti, vengono marginalizzate dalle persone trans canoniche, racchiuse nelle parole “trav” e “crossdresser”, per sottolineare la loro non appartenza al mondo trans e non legittimità a definirsi tali.

Un altro universo marginalizzato, stavolta relativo alla realtà gender variant xx, è quello descritto erroneamente da parole nate in ambito queer, gender studies e femminismi vari: queste persone vengono descritte come gender queer, gender fluid, gender bender, gender rebel, etc etc e la loro varianza di genere, associata al desiderio di non medicalizzarsi e/o alla non identificazione completa con uno dei due generi, viene ricondotta forzatamente alla mera tematica relativa ai ruoli sociali, al loro accesso alla persona xx, alla lotta contro gli stereotipi, contro il sessismo ed il machismo.

Se alla persona gender variant non medicalizzata e non binaria “xy” viene attribuito un approccio meramente estetico e sessuale, alla persona xx viene attribuito un approccio legato al sociale e al ruolo.
Di fatto, gli altri, i cattedratici, gli psichiatri, e gli attivisti canonici LGBT, “decidono” che se non vuoi medicalizzarti e sei xy, la tua è una sperimentazione estetica e sessuale (in quanto tu nato maschio e quindi avvezzo al sesso più del nato femmina), se invece sei xx sicuramente non vuoi medicalizzarti perchè fondamentalmente non hai una tematica di identità di genere ma di ruolo, e quindi sotto sotto sei una donna oppressa dal machismo che puo’ collaborare alla grande lotta femminista sottoforma di queerqualcosa.

Poi c’è tutto il mondo “performante”, vicino al mondo gay e lesbico, dove chi di loro vuole sperimentare il genere lo fa spesso tramite forme artistiche, come l’esperienza drag queen e drag king, che da un lato rappresenta un buono sfogo e nascondiglio per persone che vivono da omosessuali cisgender ma fondamentalmente sono gender variant, di contro permette di sdrammatizzare ed esorcizzare nell’ambito “pulito” e “rispettabile” della performance artistica.

Necessaria è a questo punto una premessa: esistono persone realmente crossdresser, trav, queer, gender rebel, drag king e queen. E’ errato solo attribuire questi termini a chi ha una tematica di identità di genere.

I transessuali di oggi (non uso questo termine per indicare i transgender medicalizzati, ma per indicare quelle persone in transizione che non hanno rivedicazioni politiche transgender) hanno dimenticato il potere evocativo dell’esperienza politica transgender, e marginalizzano i non medicalizzati e coloro che hanno un genere non binario definendoli tramite questi nomi non appropriati, e che ammiccano a vari ambiti, ma non a quello dei diritti.
Spesso non solo non interessa loro portare avanti le battaglie di non medicalizzati e non binari, ma addirittura sono fortemente contrari, nella paura che i diritti per queste persone possano toglierli a loro, e l’esistenza stessa di queste persone possa fare perdere loro credibilità.

Sebbene per una persona gender non conforming non binaria sia interessante insistere per rivendicare per se stessa il termine “transgender”, insistendo che esso non sia fatto coincidere con “transessuale”, per queste persone sarebbe importante un sano (e momentaneo) separatismo di elaborazione pplitica e culturale.

Le realtà T che non sono conformi alla T canonica sono orfane persino di un nome che le definisca senza che vi sia un “non”, e quindi che sia sottolineato il fatto che esse sono solo una costola di un movimento molto più grande, visibile, e con istanze definite.
Non medicalizzati, non binari…non c’è un nome che dia dignità a questa comunità.

Inoltre ad essere visibili sono davvero in pochi, e finchè non vi sarà un nome che permetta a queste persone di identificarsi, si sentiranno sempre una timida costola della transessualità, in cui si chiederà sempre scusa per l’essere meno visibili (ma anche impossibilitati a dichiararsi senza derisioni ed incomprensioni), di non avere il “coraggio” di essere transessuali (quando in realtà si è semplicemente “altro), di avere una disforia prevalentemente sociale e non fisica (viene sempre detto timidamente “io, diversamente da te, in una società non binaria starei da dio e non avrei disforie”).

Come ci si può dichiarare al lavoro, in famiglia, e in tutti gli altri ambiti se prima non si ha un  nome? se si devono usare termini di ripiego “perchè così è più facile far capire”?.
Perchè quei pochi nomi che esistono sono in lingue straniere e non descrivono correttamente ciò che siamo? Perchè non siamo in grado di crearne noi?

Forse le nostre energie sono spesso “sprecate” in battaglie che hanno già molti militanti, e non siamo capaci di fare “separatismo” per definire la nostra subcultura, le nostre istanze, i nostri bisogni, per dare dignità alla nostra disforia anche se è diversa da quella delle persone transessuali, per far capire che il misgendering (ignorare il nostro genere ed attribuirci il genere grammaticale coerente col sesso di nascita) è grave anche se fatto su di noi. Forse siamo troppo deboli perchè qualcuno ha fatto passare l’idea che meritiamo il genere corretto solo se “passiamo“, e invece a noi i nostri corpi piacciono androgini, e non abbiamo intenzione di cambiare look o fisiologia per “meritare” il rispetto del nostro genere.

Forse abbiamo impiegato molto tempo a battaglie comuni e trasversali e poco a definire le nostre istanze: a far si che abbiano spazio le nostre istanze:
– l’istanza per cui anche noi desideriamo il supporto psicologico tramite la mutua, anche se non inizierà nessun percorso endocrinologico
– l’istanza che prevede che, se arrivasse sul tavolo una legge contro la transfobia, possa ricorrere ad essa anche chi non ha una “patente” di trans, e che sia una legge contro ogni violenza alla libertà di genere e non solo di “rispetto delle persone trans canoniche”
– l’istanza che permetta di avere il cambio anagrafico senza nessuna costrizione alla medicalizzazione
– l’istanza che preveda informazione sulla nostra specifica condizione sui posti di lavoro, nelle scuole, e in ambienti sanitari, per permetterci un accesso che non sia umiliante, vessatorio, e che cancelli le nostre identià.

Non escludo che si possa e si voglia fare attivismo anche in altre battaglie di più ampio respiro, contro il binarismo, per i diritti omo/bisessuali, ma se la persona dimentica la sua precisa istanza, nessuno la porterà avanti per lei.

Del resto anche Primo Levi diceva: “Se non sono io per me, chi sarà per me?”

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Nelle mie sperimentazioni elaborate per il precedente articolo (binarismo sulle app e i portali), ho provato a propormi anche come genderfluid, genderqueer, agender, etc etc.
Mi rendo conto che queste identità abbiano ancora meno rispetto delle identità “trans” canoniche.
Se una persona dice “ftm”, sta “informando” l’altro del punto di partenza (patata) e quello di arrivo (maschile), e viceversa anche se si dichiara mtf.
L’interlocutore ha bisogno di sapere come sei nato/a.
Se invece ti dichiari “genderfluid” senza accostare le f, le m, le partenze, e gli arrivi, l’interlocutore rimane disorientato, e matura il bisogno quasi ossessivo di “orientarsi” e capire che cosa sei biologicamente.
Se dichiarare di essere uomo ftm o donna mtf puo’ non essere accettato, ma mette a conoscenza l’interlocutore della genetica di chi si presenta come tale, chi si dichiara genderfluid, e magari vuole rendere indifferente la sua appartenenza genetica, disorienta e infastidisce. La sua identità fluida viene presa meno sul serio di quella degli ftm ed elle mtf, attira meno rispetto, e quindi si arriva a domande come “si ma sotto cos’hai?” oppure “ma come ti chiamavi all’anagrafe? qual è il tuo nome vero?”, come se quel dato oggettivo e burocratizzato mettesse ordine nell’anarchia che, illegittimamente, il genderfluid avrebbe voglia di mettere.
Inoltre non si mette in considerazione che un nome anagrafico per un genderfluid potrebbe essere disforico quanto per una persona trans canonica. Si insiste sul volerlo sapere, come se, caduto il binarismo dell’identità di genere, e la retorica del “nato nel corpo sbagliato“, le uniche certezze fossero il sesso di nascita e il nome anagrafico, come se la persona genderfluid fosse semplicemente un maschio o una femmina con ambizioni non binarie (che però valgono quel che valgono).
La genderfluid-fobia dovrebbe allarmare i trans canonici? Si.
Se ci accettano solo e soltanto perchè siamo una realtà meno lontana dai loro modi di ragionare per matrici, e se, caduti questi  dettami, diventano ostili e legati al corpo, cosa ci garantisce che ci accettino e ci capiscano “davvero“?

Nelle ultime settimane ho riflettuto sul termine uomo xx.
Alcune persone queer si infastidiscono per la scelta di usarlo per indicare me stesso e la non conformità di genere di origine genetica xx e di espressione maschile.
Premetto che non mi accodo a tutta la letteratura e saggistica di decostruzione del sesso biologico. E’ vero che esiste l’intersessualità, che molte persone, più di quanto si pensi, siano intersessuali e che si debba trovare un modo di esprimere sesso, genere e orientamento tenendo conto dell’intersessualità.
E’ anche molto frequente che delle persone trans agli inizi, con una buona dose di transfobia interiorizzata, amino fantasticare sul fatto che la loro identità di genere dipenda da una presunta e immaginaria intersessualità, che li “discolpa”.
Sarebbe più politicamente corretto, come si fa all’estero, usare “assegnato maschio” o “assegnato femmina” alla nascita. E’ una terminologia che diventa molto importante se stiamo parlando di persone intersessuali, per cui sarebbe incompleto e riduttivo parlare del loro sesso in modo binario (quindi ci si rifà a come esso è stato interpretato, probabilmente erroneamente).
Ma amo pensare che mi abbiano assegnato “female” perchè sono female e non perchè si siano sbagliati o siano stronzi. Il problema non è che io sia female, e che lo sia davvero (a prescindere poi dall’essere o non essere strutturalmente androgini), ma il fatto che nell’attuale società male/female contino più di man/woman, quando dovrebbero contare solo dal punto di vista sanitario, e non sociale/relazionale/lavorativo, ma qui entriamo nella sfera del binarismo sociale e fomentato dalla politica che quotidianamente noi attivisti combattiamo.
Onestamente non so perché a me il termine “uomo xx” stia simpatico.
Uomo e donna descrivono le identità di genere, e a descrivere i corpi di solito sono i termini maschio e femmina. Il mondo esterno a quello delle nostre riflessioni però non usa questi termini in modo corretto. Spesso maschio e femmina sostituiscono uomo e donna quando l’opinionista medio vuole parlare di queste persone ostentandone le caratteristiche e gli istinti (“quella è proprio femmina”, “da come agisce si vede proprio che è maschio“, “è l’istino della femmina“…),  e questi sono senz’altro utilizzi che ostacolano io mio potermi dire serenamente “femmina” (dato reale dal punto di vista biologico).
Di contro, anche se con la transizione “medicalizzata” non si “cambia sesso“, si è sicuramente una modifica estetica e funzionale molto importante dal punto di vista del “sesso biologico”, e maschio e femmina, che continuano ad essere corretti in linea teorica, diventano difficili da usare se parliamo di una persona medicalizzata (tramite ormoni e/o interventi).
XX ed XY invece non cambiano mai, fanno parte del nostro corredo genetico e nel parlare comune non sono ancora stati (sovra)caricati di significati comportamentali stereotipati.
XX è semplicemente la persona nata F che presumibilmente (al netto di tos, interventi) puo’ generare con una persona XY (che poi l’xx sia rasato a zero e l’xy abbia una mega parrucca bionda e un tacco dodici…diventa tutto molto relativo).
L’uomo xx è diverso dall’uomo xy? Si. Dirlo è transfobico? No.
L’uomo xx vive parte della sua vita in una condizione fisica/sociale diversa dall’uomo nato xy. Questa cosa influenza moltissimo la personalità dell’uomo xx, anche nel caso prendesse subito coscienza della sua identità di genere e/o del fatto di essere uomo trans (e credetemi, quelli della mia generazione potevano anche aver inquadrato chi erano, ma non si parlava tanto di ftm all’epoca, o di possibilità che un nato xx potesse essere “Trans”, o addirittura ftm gay). A prescindere da come e quando io abbia preso consapevolezza, e abbia pubblicamente dichiarato chi sono, tutto questo è stato preceduto da un’educazione e un modo di relazionarsi a me da parte degli altri che presupponeva che io fossi F e “una futura donna. Per quanto io (o altri) possa venire da una famiglia non binaria (avevo l’album di figurine dei calciatori, il motorino, suonavo basso e batteria, dicevo parolacce e bestemmiavo…), io ero socializzato come F e in modo diverso da come venisse socializzato mio fratello maschio biologico. Tutto questo è dipeso dal peso che la società (famiglia, scuola, e persino i catechisti) dà al fatto che una persona sia nata xx o xy. Se non ci fosse binarismo sociale probabilmente un uomo xx non avrebbe così tanto bisogno di rivendicare il suo imprinting come parte di se stesso che ha infine accettato e incluso.
Se non ci fosse binarismo sociale, l’uomo xx semplicemente prenderebbe consapevolezza di essere uomo e (medicalizzato o non), vivrebbe semplicemente da uomo, notando in se stesso dinamiche molto simili a quelle degli uomini geneticamente xy. Ma essendo che il binarismo è ancora fortissimo, l’uomo xx (come la donna xy) si porta dietro un retaggio che è difficile (e forse non utile) cancellare.
Questi imprinting però non rendono la persona t “meno uomo” o “meno donna”: è semplicemente un modo di essere uomo o donna che si arricchisce di un’esperienza diversa e puo’ generare una maggiore comprensione per il genere umano (a prescindere dall’appartenenza di sesso e genere).
Io sono uomo xx. Per me è importante dirmi uomo, ma è importante dirmi xx, demarcare la mia differenza da chi è maschio, e come uomo è stato socializzato fin dall’infanzia.
Per me è importante dirmi uomo xx perché è importante comunicare che non solo in un corpo maschile (dalla nascita) può albergare quel tipo di identità di genere che (forse per convenzione) chiamiamo maschile.
Per me è importante comunicare che in una società non binaria si potrebbe vivere liberamente come uomini xx, uomini xy, donne xx, donne xy, senza che il fatto che statisticamente le persone xx abbiano un’identità di genere e quelle xy abbiano l’identità di genere “diametralmente opposta” (che poi, sarà vero?) determini poi una regola e “legittimi” o meno alcune condizioni rispetto ad altre.
I termini trans-sessuale, o f TO m, m TO f, trasmettono una visione cis-sessista in cui i generi sono due, e sono intrinsecamente legati ai sessi (quindi al “cambiamento di sesso” se non ci troviamo nella dicotomia uomo-maschio / donna-femmina), quindi sono termini che non solo non hanno la mia simpatia (ciò non significa che poi non li usi se non ne abbia bisogno per semplificare), ma che non mi descrivono: nel mio percorso di vita (ma anche in quella di altre persone gender not conforming) non c’è nè quello che con una grande semplificazione chiamiamo “cambiamento di sesso“, nè un vero e proprio “cambiamento di genere” (semmai presa di consapevolezza).
Se proprio devo usare la T (in senso squisitamente trans-gender e dove intendo trans come al di là dei generi), allora preferisco usare uomo T, donna T, piuttosto che termini che sottolineano la “transessualità” del percorso e non la non conformità di genere.
MI rifaccio anche all’autrice ed amica Monica Romano, che, sicuramente partendo da presupposti meno rivoluzionar-conservatori dei miei, rivendica il termine “ragazza xy“, nel suo romanzo “Storie di ragazze xy“.
Credo sia importante ridurre la differenza tra noi e i cisgender a un mero dato cromosomico. Oltre ad essere simpatico a livello fonetico, ci ricorda quanto sia assurdo che i cromosomi possano, a causa del binarismo sociale, tracciare un destino per persone cis e trans
Alla luce di questo non con maggior imbarazzo di quando dico che sono B negativo, dico anche di essere xx, di avere un corpo di genetica femminile, probabilmente fertile, di essere stato assegnato come F alla nascita (e non per un errore dei medici), di aver anche vissuto per anni identificando me stesso come F (in un’epoca in cui una persona molto giovane non ha molte restrizioni di ruolo, e potevo tranquillamente fare le cose “da maschio“), e di aver poi preso consapevolezza come uomo. Di non desiderare di essere trattato come un uomo xy, o come un “maschio, ma semplicemente di essere rispettato come uomo xx (che non è meno uomo dell’uomo xy, sia chiaro), e soprattutto sottolineo che se oggi il mio impegno politico è soprattutto indirizzato contro il binarismo sociale e politico, contro una burocrazia che dà molto peso ai nostri cromosomi e alla nostra biologia piuttosto che alle nostre attitudini e capacità, è unicamente legato al fatto che sono un uomo xx, e non un uomo xy.

“Lo faresti lo stesso se fossi sotto un altro top manager?”
Dall’altro lato vi era un imbarazzato silenzio.
“Dove sbaglio? Sono troppo colloquiale con voi? Dovrei fare come gli altri? Che si fanno rispettare?”
Dall’altro lato un impassibile sguardo.
Chissà cosa pensava. Forse, che a dire queste cose mi spinge quell’insicurezza di vedermi, come immagine, meno maschio degli altri manager. E’ come se temessi che vedessero la mia debolezza, che non mi percepissero come un maschio Alfa, che possano prendersi gioco di me lavorando poco e male, parlando alle mie spalle.
Mi guardo allo specchio, in bagno, dopo la riunione.
Adesso porto qualche millimetro di barba. Fino a qualche anno fa, un impiegato con la barba sarebbe stato visto come trasandato, ma adesso pare che faccia addirittura chic: tutto frutto di una cultura di zecche e di hipster che non condivido, ma cosa potrebbero pensare se io adesso fossi l’unico a non avere la barba?
Mi sciacquo il viso, ma non devo rimanere troppo in bagno. Potrebbero pensare che sono una mammoletta, come le donnine che vanno ad incipriarsi il naso. Mentre mi sciacquo tiro leggermente indietro i capelli. Inizio a stempiarmi, leggermente, anche se probabilmente sono l’unico ad essersene già accorto. Ahimè, sta succedendo nonostante il quintali di Minoxidil che uso senza troppo farmi notare da mia moglie.
L’aria è pervasa da un forte odore muschiato. Avrò esagerato col dopobarba?
Vedo quelle del quinto piano ciarlare sottovoce quando passo davanti a loro. Credo che mi abbiano addirittura ribattezzato col nome del forte profumo speziato che uso.
Credo che qualcuna abbia pure cercato su internet e ne abbia regalata una boccetta al fidanzato, magari immaginando di essere con me, mentre fa l’amore con lui.
Adesso è ora di tornare in ufficio. Noi top manager non abbiamo di certo le pause centellinate da un tassametro, ma è anche vero che se i polsini si bagnano magari si rovinano i gemelli.
Torno in ufficio. Ci lavoro da tredici anni ma ancora non lo sento come un posto rassicurante e mio. Dietro di me una vetrinetta con la collezione di pipe e di sigari dal mondo, e le Mont Blanc col pennino d’oro. La scrivania è enorme, e quasi vi scompare sopra la foto del mio matrimonio e la foto coi miei figli. Nella foto del mio matrimonio indosso il frac che lei aveva scelto per me. Ho i capelli tirati indietro. Lei è un’esplosione di femminilità: sopracciglia ad ala di gabbiano, capelli fatti crescere apposta per le nozze, e poi tagliati, da rituale, durante il viaggio di nozze. La gonna è gonfia e vaporosa, i gioielli sono tutti coordinati, e le dànno luce al suo viso.
Nella foto coi bambini ho un’aria triste, assente. Non dedico loro abbastanza tempo e lo so.
Sistemo ancora alcune carte e poi vado via: devo sbrigare un po’ di commissioni prima di tornare a casa.
Passo alla grande Coin all’angolo. All’ingresso una signorina mi accoglie indicandomi il reparto da uomo. Mi sento in dovere di darle spiegazioni. E’ una sbarbina che si e no avrà la terza media: perché uno come me dovrebbe darle spiegazioni?
Mi dirigo nel reparto femminile per comprare un regalo immaginario per una donna immaginaria.
Stringo tra le mani, senza farmi notare, un reggiseno le cui toppe setose rosa antico scivolano tra i miei polpastrelli. Ho il terrore che una donna, una cliente del negozio, mi veda e pensi che io sia un pervertito.
Mi dirigo a casa senza comprare niente. Mia moglie è paranoica, e pensa sempre che io dedichi quel poco tempo tra famiglia e lavoro a un’altra donna. Non sa quanto, ironia della sorte, abbia ragione.
Entro in casa, lei è in bagno con una delle sue mille maschere anti-age. Ha proprio ragione Fulvio, il mio amico del calcetto, a dire che a noi uomini le donne piacerebbero anche se fossero tutte in tuta, eppure lei spende, spende metà del mio stipendio, a comprare creme anti-qualcosa che non ha. Se dicessi che il suo viso è setoso come quando ci conoscemmo, a dodici anni, non mi crederebbe.
Ricordo i primi baci con lei, alle scuole medie. Setosa era la sua pelle, e setosa era la mia. Ricordo che in quegli anni c’erano i cartoni animati delle guerriere Sailor, e una di loro, che nella vita diurna era un bel ragazzo, per difendere la terra si trasformava in ciò che realmente era: una ragazza, una guerriera. Nel cartone animato la crisalide guerriera aveva una relazione con la bella e femminile protagonista, si univano in un bacio, e in me si scatenavano ingenue e infantili fantasie quando baciavo quella che sarebbe diventata mia moglie. I cartoni animati dell’epoca, dell’inizio degli anni novanta, erano una continua ispirazione per persone come me. Ranma baciava Akane quando era trasformato in ragazza, e mentre i miei compagni guardavano i porno di Rocco Siffredi, le mie fantasie sessuali consistevano nell’immaginare Xena ed Olimpia, immaginare di essere la protettiva virago Xena che si prende cura della dolce Olimpia.
Dovetti arrivare alle superiori per capire realmente. Ricordo quel pomeriggio, al cineforum della scuola, in cui, a causa dell’indisponibilità del film programmato, proiettarono “Tutto su mia madre” di Almodovar. C’erano i viados di strada, sieropositivi e dediti al meretriciato. All’inizio del film si vedeva che, quando ancora erano uomini avevano delle mogli, e pensai che fossero solo errori di gioventù. Grande fu la sorpresa quando scoprii che anche dopo che erano diventate donne avevano continuato ad amare le donne, metterle incinte, e persino contagiare loro l’hiv.
Era tutto così squallido, ma per un attimo io non mi ero più sentito solo. Non ebbi il coraggio di intervenire nel dibattito dopo il film, nè di parlarne con lei.
Passarono molti anni, anni in cui, a parte l’emozione di quel momento, conobbi molte figure di uomini che, come me, si sentivano donna. C’era Platinette, c’erano le ragazze del Grande Fratello, c’era Efe Bal, ma io mi sentivo così lontano da loro.
Per anni decisi di custodire un segreto, un segreto che mi porto avanti da quando, da bambino, mia sorella maggiore si divertiva sadicamente a vestirmi da donna, mettendomi un suo reggiseno e due arance dentro al posto delle tette, mi truccava posticciamente coi suoi trucchi plasticosi, e poi iniziava la sfilata. Lei rideva di me ma io,  a sua insaputa, ricordo con tenerezza quelle esperienze. Ricordo che leggevo di nascosto i suoi Cioè per capire il mondo delle ragazze. In parte io volevo capire le ragazze, che mi iniziavano a piacere, in parte io avrei voluto essere una di quelle ragazze che scriveva alla rubrica della bellezza e chiedeva consigli su come depilarsi.
Di anni, però, ne erano passati tanti. Avevo conosciuto il corpo femminile, tramite quello di mia moglie. Ci siamo sposati vergini, per via delle pressioni dei suoi genitori, testimoni di Geova, che l’avevano indottrinata in tal senso, ma questo veto autoimposto nei riguardi del sesso penetrativo ci diede la possibilità di sperimentare, da giovanissimi, il petting e le coccole, tutti quei rapporti che, non coinvolgendo direttamente i genitali, non ponevano tra noi una grande asimmetria. Saremmo potuti essere due uomini, due donne, due figure androgine, due anime affini. Nei rapporti non sono mai stato bravo o esperto. Abbiamo imparato insieme. Quando la toccavo, quando toccavo il suo corpo giovane e vellutato, per un attimo immaginavo di fare l’amore allo specchio.
Solo così riuscivo a provare piacere: immaginando che fossimo due ragazze lesbiche. Lei non lo ha mai saputo o immaginato, o almeno, spero.
Adesso lei è nel suo bagno. Ne abbiamo due in casa. Il mio è spartano. Giusto uno spazzolino elettrico e un regolatore per barba. Il suo bagno, un regno a me precluso, è un paradiso. C’è la zona trucchi, ordinati per funzione e tonalità, la zona prodotti per capelli, la zona con le creme, il peeling, lo scrubs, l’igiene personale. Chiude a chiave la stanza per evitare che i bambini entrino e rompano le sue trousse di cristallo, ma una volta sono riuscito ad entrare, mentre lei era al Lyons Club con le amiche.
Ricordo che quella sera il mio volto era diventato dolce e gentile sotto le pennellate dei prodotti che allora così maldestramente usavo. Ricordo che mentre il mio volto veniva liberato dalle tracce di spigolosità e virilità, l’emozione divenne piacere, un piacere erotico, un’esplosione liberatoria.
Oggi ho una cassetta degli attrezzi, in garage, ma dentro ci sono i prodotti che compro per me, dicendo di comprarli per una ragazza immaginaria. La mia pelle è più scura della sua, avrei avuto comunque una mia trousse personale, anche se io e lei fossimo state complici, anche se ho imparato col tempo, su internet, che la tonalità deve essere sempre leggermente più chiara.
Spesso la mia unica possibilità per essere me sono i viaggi di lavoro. C’è sempre un giorno libero che ci dànno, per visitare città straniere, e io lo dedico per stare in queste lussuose camere, da solo, ed essere me stessa.
In lussuosi negozi e centri commerciali compro regali per mia moglie e per Lei. Li divido prima di fare i bagagli del ritorno. E’ quello il momento più triste per me, in cui la chiudo, mi chiudo, in una valigia per ritrovarmi chissà dove e quando.
Lacrime quando lo struccante mi porta via dal mio viso.
Spesso compro a mia moglie cose non dissimili da quelle che compro per me. Quando fantastico su di me al femminile non c’è mai, accanto a me, un uomo. Non vivo fantasie con un uomo accanto per far esaltare la mia femminilità. Accanto a me vi è sempre una donna, una donna femminile. E’ per questo che spesso compro a mia moglie gli stessi accessori che compro o che vorrei comprare per me stessa: vedendoli indossare in mia presenza è come veder vivere in lei una parte di me, quella parte che non può esprimersi.
Lei non sa, non sospetta. Del resto…come potrebbe? Non mi abbandono mai ad estetiche o comportamenti ambigui. Io devo essere maschio, e non so se lo devo a me o agli altri.
Nelle ultime settimane ho pensato di farmi un piccolo regalo. L’accenno di barba mi permette di far crescere un po’ i capelli, ma mia moglie dice, con voce serena ma impenetrabile, che come capelli lunghi, in questa coppia, bastano i suoi, e che sarebbe gelosa se i miei dovessero risultare più belli.
Quando eravamo giovani ascoltavo David Bowie e Marylin Manson, insieme ad un sacco di altre rockstar glam, in cui uomini super etero e machisti camminavano sui tacchi degli stivaletti da cow boy, portavano lunghe chiome cotonate e parlavano in falsetto. In quegli anni, con la scusa del glam, e nascondere i miei esperimenti di femminilità dietro alla mera imitazione di super maschi animali da palco. Avevo lunghi capelli neri, e lei ne era un pò invidiosa, ma le piacevano. Frequentavamo un locale a tema, dove lei mi accompagnava entusiasta. Spesso, prima delle serate in cui andavamo li a bere birra e vodka ed ascoltare musica dal vivo di gruppi più o meno mediocri, andavamo da me in mansarda, dove lei mi aiutava a prepararmi. Smalto nero, trucco agli occhi, e piastra ai capelli. A volte mi metteva anche il suo rossetto nero,  e io mi sentivo un po’ come quando mi sorella mi conciava a festa, con la differenza che stavolta ero con la donna che sarebbe stata la mia compagna di vita. Ricordo come quella piccola trasgressione, all’insaputa dei suoi genitori bigotti, ci eccitava moltissimo entrambi, e ricordo molti baci in cui le nostre labbra si incrociavano scambiandosi rossetto nero ed argentato,e finivamo a fare petting spinto,per poi fermarci bruscamente per non finire a far l’amore. Quel rapporto completo non lo voleva lei per non perdere prematuramente la sua “virtù”, ma non lo volevo neanche io. Avrebbe distrutto la mia fantasia di noi due amiche, complici ed amanti. Non so se ad eccitarci c’era il fascino del proibito, o se in quei momenti, in cui le nostre lunghe ciocche nere si confondevano, mentre lei mi baciava il mio petto piatto e senza peli, e mentre mi riempivo del suo profumo vanigliato, vivevo l’illusione di congiungermi con l’uguale in un’alchemica simbiosi.
Era bello che questa fantasia continuasse anche dopo, quando al locale, mentre ci baciavamo, ci scambiavano per due ragazze ubriache e sporciaccione.
Cosa è rimasto di quegli anni? Oggi siamo intrappolati in una cavalleria rusticana di ruoli scritti da altri, come se fossimo i burattini in uno spettacolo di un artista di strada, che si muovono, si, ma solo tramite movimenti rigidi e rigorosamente previsti.
Dal lavoro, spesso, eludendo il firewall e navigando in anonimo, cerco uomini come me su internet. Ho trovato una mailing list, anni fa. Non sono sicuro che ci siano uomini coi miei desideri e con le mie fantasie, ma mi rassicura che abbiano una moglie, e che il loro principale problema sia come dirlo a lei.
Mi sentirei molto a disagio in un forum di omosessuali. A dire il vero mi sento sempre molto a disagio quando vedo un omosessuale, o quando qualcuno può, per qualche ignoto motivo, pensare che io lo possa essere. Per questo ho sempre paura a relazionarmi in spazi virtuali che potrebbero essere pieni di persone che si dicono simili a me, ma sono in realtà omosessuali che fanno le femmine.
Quando trovai quella lista virtuale, a breve avrei visitato Napoli per lavoro. Avevo conosciuto Jennifer, una sorellina di quelle parti, e ci saremmo viste per un confronto, davanti ad un caffè.
Quella volta avevo deciso di non usare solo l’albergo fornito dall’azienda, e avevo quindi prenotato parallelamente un alberghetto da una stella, dove sarei andato a cambiarmi.
Cosa sarebbe successo quando i nostri sguardi si sarebbero specchiati l’una davanti all’altra? Ero andata a cambiarmi, ma la matita mi tremava nella mano mentre tracciavo una linea sopra l’occhio per valorizzare il mio sguardo.
Ci saremmo dovute vedere al bar sotto l’albergo, ma quando uscii, al posto di sentirmi liberata, mi sentii fortemente a disagio. Bastarono pochi metri per uscire dall’albergo per avere addosso gli occhi basiti, perplessi o goderecci degli uomini. Quegli sguardi, fino a poco tempo fa, erano stati i miei. Sguardi avidi, prevaricanti, sguardi di chi si sente soggetto e non oggetto di corteggiamento. Accelerai il passo fino ad arrivare al bar. Lei era li. Ordinai il caffè con voce bassa. La mia voce non mi aveva mai dato disagio fino a quel momento. Jennifer parlava invece in falsetto ed era abbastanza a suo agio.
Mi raccontò di sua moglie, di come ha scoperto, e di come stanno dolorosamente divorziando, e mi sembrava di essere a tavola con una vecchia amica per caso ritrovata.
Gli sguardi su di noi,però, si fecero più insistenti, e le chiesi di andare via. Volle venire con me in albergo, ma non scorderò mai cosa successe.
Jennifer iniziò prima a guardare e toccare tutti gli oggetti del mio bagno, oggetti e cosmetica pregiata, che probabilmente mi invidiava,  poi iniziò a lusingarmi,a  dirmi quanto ero femminile io e quanto lo erano gli accessori che avevo addosso. La sua mano scorreva sulla mia coscia, accarezzava il collant, ma la cosa mi generava imbarazzo. Lei invece era molto eccitata, e presto l’altra mano raggiunse le sue parti intime, facendomi capire che avrebbe voluto farlo anche a me.
La congedai con grande imbarazzo, e quella notte piansi. Ero di nuovo sola.
Mi chiusi molto, lasciai la mailing list, anche se probabilmente c’erano tante persone come me, ma io non avevo le energie per aprirmi a loro, non di nuovo.
Qualche anno dopo una delle poche sorelline con cui ero rimasto in contatto, un collega libero professionista che si occupava di cantieristica, mi indicò un gruppo di auto mutuo aiuto per persone come noi. Si teneva una settimana si e una no, quindi avrei dovuto inventare due riunioni di lavoro serali per tenere a bada lei. Ci pensai molto, ma la voglia di rimettermi in discussione, stavolta in un luogo in cui vi erano più persone e minor rischio equivoci, era tanta.
Andai al maschile, con la mia giacca, la mia cravatta, il mio profumo muschiato: erano il mio scudo. Scoprii che più che per “persone come noi”, era il tutto organizzato da un’associazione di omosessuali e trans, e la cosa, che scoprii solo quendo ero già lì,  mi causò, inizialmente, molto disagio.
Con sorpresa, però, scoprii che chi in quell’associazione stava parlando di se, non era così lontano da me.
Oltre a persone come me, uomini che vogliono fare le donne, vi erano donne che volevano essere uomini. E alcune di loro avevano mariti, mariti a cui non sapevano come dire di non essere donne eterosessuali ma uomini gay. Le loro storie, raccontate a cuore aperto, provocavano a me un amaro sorriso. L’emozione fu per me talmente forte e sconvolgente che decisi di non andare più al gruppo di auto-aiuto.
La mia amica invece, lei l’ho rivista qualche mese fa. Mi è venuta incontro mentre uscivo da un pranzo di lavoro, e io ci ho messo un po’ a capire chi era. Non porta più parrucche ma ha una folta chioma sua. Ha divorziato dalla moglie e sta con una donna conosciuta nell’ambiente del bdsm, che prima di lei stava con una donna nata tale. Mi ha detto che non si occupa più di cantieristica ma ha aperto un locale con la nuova compagna, ma che un po’ il suo lavoro le manca.
Ho dovuto fare in fretta nello scambiare due chiacchiere. Avevo paura che mi vedessero con lei, che scoprissero chi sono.
Ogni giorno, quando vivo la mia routine, facendo il bullo coi miei sottoposti, quando lascio tagliare via, al barbiere dell’angolo, l’accenno di riccioli che mi erano costati mesi di attesa, perché mia moglie vuole essere l’unica detentrice della femminilità in casa, quando aspetto con ansia le trasferte di lavoro, quando compro furtivamente una gonna non sapendo quando e se la metterò mai, penso a ciò che, ormai, so di essere, e che non potrò mai realmente essere davvero.

 

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Quarto anno di università per Ale, in una grande città del Nord, nessun amico.
Allo studentato dove risiedeva erano stati divisi in maschi e femmine, e si sentiva estraneo rispetto ai discorsi delle compagne di corridoio. Depilazioni, epilazioni, ricostruzione delle unghie col gel, tacchi 9, 10 e 12, e trucco tatuato semipermanente.
Anche all’università l’ambiente non era tanto diverso. Si aggiungeva una malcelata presunta superiorità da parte degli studenti indigeni, provenienti da ricche famiglie di città, figli d’arte, cresciuti a pane, Gucci e L0uis Vitton.

Non tornava a casa da molto tempo, preferiva percorrere infinite vie deserte, senza lo guardo dei passanti, in un’anonima città grigia, piuttosto che fare il protagonista di sgradevoli cene con copioni già scritti a casa di zie meridionali invadenti e ingombranti.
Qualcuno, i suoi cugini invidiosi, sposatisi a vent’anni, diceva che Ale, al nord, si nascondesse. Quello che non sapevano è che Ale lì aveva potuto essere chi realmente era, ed era nella sua provinciale cittadina meridionale che doveva nascondersi.
Ale non aveva voglia di recitare, di dare spiegazioni, di riceve domande stupide e binarie come “Quando ti sposi?“, “Hai trovato un fidanzato?“, “Come mai hai tagliato i capelli? Non preoccuparti…così sei ancora più femminile, tranquilla, cara!“.

Ale a Milano i capelli se li tagliava da solo. Era bastato un piccolo investimento al negozio CapelloPoint: un paio di forbici e un pettine scuola, e una clipper tagliacapelli con varie regolazioni. Bastava separare la parte corta, sotto e dietro, da quella appena lunga, di sopra, e, col supporto di un gioco di specchi che permetteva di vedere dietro e sui lati,  finalmente quintali di riccioli invidiati da zie e cugine zitelle avevano lasciato il posto ad un’acconciatura più adeguata.

Ale spariva sui vagoni delle metropolitane che percorreva su e giù per muoversi in città. Bastava un fasciacollo tenuto su alto e un occhio coperto interamente da un ciuffo emo ad allontanare lo sguardo delle e dei curiosi. Lo sguardo era proteso verso chi era più bizzarro e appariscente: i glamster di periferia, barboni, mendicanti, obese, e travestiti.
Ale guardava con impassibile rassegnazione la trans che le sedeva di fronte in metro: alta, ossuta, tacco sedici, capelli biondissimi, forse una parrucca, cerone spesso e pesante che copriva un residuo di alone di barba. Provava grande simpatia per quella ragazza, che, diversamente da lui, non era invisibile. Tutti guardavano perplessi e sgomenti quella ragazza infondo così binariamente conforme alle aspettative che la società ha verso le donne.
Quanta poca distanza c’era tra quella trans ed Ale. Sentiva questa vicinanza, non la comprendeva, ma la cosa che generava più sorpresa in lui era il vedere che lei attraeva l’attenzione e gli sguardi di tutti, mentre la sua diversità veniva ignorata, tollerata.
Ci fu un fugacissimo sguardo tra lui e quella trans. Entrambi avevano compreso perché si erano guardati con comprensione ed empatia, ma nessuno dei due fu capace di esprimerlo a parole, e di raccontarlo anche solo a se stesso.

Ale non aveva mai amato le regole non scritte della vestizione rituale femminile. Ci aveva camminato sui tacchi, una volta, alla laurea triennale. Li aveva dovuti togliere dopo poche decine di minuti, per continuare in tennis. Trucchi e profumi gli davano allergia alla pelle, ma forse, infondo, l’allergia si legava ad altro.
Allo studentato aveva trovato un annuncio: un tale, Nicola, si proponeva come maestro privato di chitarra elettrica. Scoprì che Nicola era a poche camere di distanza da lui, giusto aldilà del corridoio che, svoltanto, portava all’altra metà del cielo: l’ala dei maschi.
Si erano scambiati solo sms, ed è per questo che Nicola si sorprese nel vedere chi gli stava chiedendo lezioni. La stanza era disordinata, vi erano calzini e mutande dappertutto, e anche un mozzicone di canna o sigaretta. Vi era un grosso amplificatore portato su a sgamo e nascosto malamente da una bandiera della pace, pedali e pedaliere dappertutto, una vecchia Stratocaster e il Dante Agostini, la bibbia del solfeggio ritmico. Ai muri, poster di gruppi ed autori che salivano sul palco quando Nicola ed Ale non erano ancora nati. Nicola tolse gli occhiali da sole in stile Doors, tirò indietro i folti capelli mossi in stile Jim Morrison, e indicò ad Ale un traballante sgabello dietro ad un altrettanto traballante leggìo con alcuni spartiti per principianti.

Nicola era molto soddisfatto dei progressi che Ale faceva, maggiormente determinato rispetto ad altri alunni per cui una chitarra elettrica e uno spartito hard rock sarebbero stati maggiormente scontati. E così Ale aveva atteso intrepido il vaglia postale mandato da casa, quello che la mamma gli mandava affinchè “la sua piccola” potesse fiorire nella sua femminilità con accessori alla moda, senza sfigurare davanti alle raffinate colleghe del Nord, montate e  figlie di papà .
Teneva in mano i contanti prelevati poco prima dal BancoPosta quando si recò al negozio di strumenti musicali, consigliato da Nicola.
Signorina, desidera qualcosa? un microfono?
No, una chitarra elettrica?
Deve fare un regalo al suo ragazzo?
No, ma… è per un ragazzo…” Disse Ale timidamente, prima che il commesso si mettesse a mostrargli la Stratocaster di Hello Kitty o i simpatici modelli in rosa da parrocchia.

Dopo che ebbe un suo strumento, Ale iniziò a fare progressi rapidi. Era intraprendente, e presto mise un annuncio per un gruppo PunkRock. Si trattava di ragazzi di periferia, lavativi che avevano interrotto gli studi per cattiva condotta, anarchici ed idealisti, e anche un po’ puzzoni, ma erano rimasti piacevolmente colpiti dalla candidatura di Ale, sia perché inattesa, sia perchè era andato lì col sorriso, nonostante avesse dovuto percorrere chilometri a piedi, cambiando tre autobus, con un amplificatore portatile e una chitarra con custodia rigida.
Quel gruppo di disadattati, esclusi da famiglie e comitive per la loro stranezza, era diventato una famiglia per Ale. Loro erano diversi dalle borghesi colleghe con la puzza sotto al naso dell’università.
Ale era un nerd e uno smanettone, e bastò registrare un demo per farlo finire sul bancone di qualsiasi locale che facesse musica dal vivo.
Ben presto un locale specializzato in musica alternativa prese in considerazione la loro candidatura. I Rimozione Forzata sarebbero andati in scena.
Erano le ultime prove prima del concerto. Tra i ragazzi c’era molta tensione e si decideva la scaletta della serata, ogni singola frase, gesto, e si finì per parlare della presenza scenica.
“I capelli, però, scioglili”, gli aveva detto, con disinvoltura, lo sdentato batterista Ettore.
Ale non credeva che quella frase gli avrebbe potuto fare così male.
Si era sentito accettato fino a quel momento: perché poi quella frase del cazzo? Ale portava i capelli, di media lunghezza, legati in alto per mostrare la parte rasata e laterale sotto. Perché avrebbe dovuto scioglierli? In quanto materiale femminile del gruppo? Mercanzia da mostrare ed ostentare? Per salvarsi dal rischio che pensassero che fosse un ragazzo, come gli altri? Ma soprattutto…era per quello che avevano scelto lui e non gli altri?
Ettore era stato chiaramente un coglione, ma neanche lo sapeva. Lui aveva la sua bella cresta decolorata, e gli altri avevano i capelli lunghi raccolti in folti codini e nessuna intenzione di sciogliere i capelli per vederli fluttuare tra le corde del basso o della chitarra, o tra i tasti delle tastiere.
Ale non voleva assecondare le richieste sessiste del suo batterista, ma voleva comunque che il suo primo concerto fosse memorabile. Non voleva apparire come una sexy bambolona dark, ma voleva comunque avere presenza scenica in modo non dissimile rispetto ai suoi amici animali (da palco).

Fu in quel momento che gli venne in mente del parrucchiere per uomo che ogni giorno, per quattro anni, aveva visto passando per andare all’università. Era stato un barbiere per molto tempo, ma ora il vecchio proprietario aveva preso un ragazzo ad aiutarlo,  formato come parrucchiere per donna, e all’insegna scolorita “Barbiere“, si era aggiunto un posticcio tassellino di cartone, con una maldestra scritta “e da donna“.
Il barbiere, in questi anni, aveva spesso visto Ale passare. Era siciliano, attaccava bottone con chi gli stesse simpatico a pelle, e, quando Ale passava, diceva sempre “perché non vieni qui a farteli tagliare da me?
Ale ne era lusingato, ma era soddisfatto di essere barbiere di se stesso, fin quando non ebbe voglia di fare un ciuffo viola, o blu, come quello del suo invidiatissimo ed androgino bassista emo.
Era la prima volta che, passando per quella vetrina, vedeva la decalcomania sul vetro che indicava che venivano fatte anche colorazioni. Doveva essere proprio destino. Chissà quando sarebbe stato sopreso il suo “amico” barbiere nel vederlo varcare quella soglia.
Si immaginava già dentro con un giornale a parlare di calcio e formula uno, in attesa mentre vedeva fare le barbe gli anziani signori, e le creste colorate agli studentelli del primo anno, anche loro, come lui, liberi dagli sguardi censori dei genitori,a  cercare un po’ di libertà ed emancipazione.

Tanta fu la delusione quando, entrando, il barbiere non corse ad accoglierlo, ma fece un cenno al nuovo garzone, che non sapeva essere il nuovo addetto al pubblico femminile.
Il ragazzo era quello che gli sboccati punk del suo gruppo avrebbero chiamato una cula persa.
“Come ti chiami?”
“Ale”
“Alessandra o Alessia?”
“Sono Ale?”
“Devi fare la piega? Sistemare il taglio?”
“No, vorrei una ciocca blu, o viola, qui nel ciuffo, come quella del mio bassista”
Il ragazzo lo guardava perplesso e con la mano al mento: “Direi sicuramente viola, hai una foto di come li vorresti?
Si, certo” disse Ale prendendo il mano lo smartphone. Vi era la foto di Raffa, il bassista emo.
Il giovane parrucchiere fece uno sguardo schifato, e prese il suo di tablet, mostrando raffinate signore borghesi con tinte mesciate, lo shatoush, il degradè, il balayage e non so quale altra sciccherìa.
“Io però vorrei proprio i capelli come lui, – disse Ale facendosi coraggio – come il mio bassista”.
Cara, vedo cosa posso fare, tu siediti e fidati di me“.

Mentre Ale veniva impiastricciato con puzzolente decolorante, una signora burbera, con in testa una classica tintura, borbottava col parrucchiere:
Tu non mi fai mai i colori che voglio! tu pensi che io sia ignorante!
Il parrucchiere annuiva imbarazzato dall’ingombrante signora peperina
E comunque te lo meriti di essere maltrattato da noi donne! Si sa, noi donne quando vogliamo cambiare look è perché siamo insoddisfatte della nostra vita, e quindi ci sfoghiamo con te!
E poi, girandosi verso Ale
Signora, lei conferma? Che noi donne siamo cosi? Che siamo terribili?
Ale abbassava lo sguardo. Il parrucchiere andò nel retrobottega a prendere un tubetto mogano per la vecchia.
Lei sussurrò ad Ale “Non fidarti di quello là, fa sempre i tagli e colori che vuole lui! Io sono mesi che gli chiedo di farmeli biondi come la Clerici, ma lui dice che ho la pelle olivastra e me li continua a fare rossi!
Certo quelle parole non erano incoraggianti, né l’atteggiamento di ostentata disapprovazione che aveva avuto il parrucchiere alla vista dell’outfit richiesto da Ale…ma era tardi, il concerto era a breve, Ale aveva già chili di decolorante in testa.

E ora una colatina di tinta!” Disse giulivamente la checca pazza impiastricciando Ale con una tinta ancora più puzzolente.
Dopo il risciacquo, il sosia uscito male di Solange fece una piega tutta gonfia e cotonata, ma i capelli non erano nè viola nè blu, nè il colore partiva dalle punte, nè era limitato a poche ciocche, ma soprattutto era di un vezzoso rosa maiale.
Soddisfatta, caaaaara?
Ma non è viola!” disse timidamente Ale, mentre si guardava con impellente desiderio di nascondere quel colore infilando la testa dentro un secchio di fango.
A quel punto il parrucchiere eliminàò dalla sua voce ogni residuo di gentilezza che si rivolge al cliente pagante “Si che è viola“, e aggiunse, con voce risentita,”ma non le conosci le nuance?
Ma non è per niente come in foto! – continuò Ale insistendo – Potete rifarmelo del colore che ho scelto?
Quel colore non lo abbiamo, non ce lo chiede nessuna” disse stizzito il coiffeur.
Mentre Ale, sentendosi una pecora al macello, pagava il suo “Shampo, Piega, Taglio e Colore – Donna“, con un bel pezzo da cento euro (avere la vulva costa!), il parrucchiere borbottava col titolare barbiere, per giustificarsi sul quadretto a cui aveva appena assistito, dicendo
Ste provinciali, è venuta qua che sembrava un uomo, l’ho fatta rinascere, e si lamenta pure!

Ale uscì da li, prendendo vari semafori rossi col suo Scarabeo, per raggiungere in tempo il locale. I commenti dei colleghi musicisti furono pessimi, e dopo il concerto un ubriacone ci provò in modo imbarazzante, tanto da costringere Ale ad essere manesco. Erano bastate pochi tocchi di rosa in un disordinato caschetto per ravvivare i b0llenti spiriti di uno zoticone. Il compenso la mamma e le zie avevano visto le foto, su facebook, del concerto, e si erano entusiasmate per la fioritura della loro adorata rampolla femmina.

Pochi giorni dopo Ale dovette confrontarsi con lo specchio e fare i conti con quel makeover imposto con fare supponente da un effeminato hairstylist che aveva cercato di “correggerlo”. Forbici e pettine non servivano, stavolta, nè il pettinino regolatore della clipper. Il rosa non si era limitato a delle ciocche o alle punte, ma raggiungeva la radice e non schiariva nel tempo, nè era stato possibile coprirlo con colori naturali che invano Ale aveva cercato di buttarci sopra, spendendo gli ultimi soldi del vaglia postale arrivato dal sud. Se avessero fatto come aveva chiesto, colorando le punte, forse Ale avrebbe potuto salvare capre e cavoli in modo diverso.
Non rimaneva che tagliare tutto, striscia dopo striscia, non di certo con piacere, visto che l’ultima cosa che avrebbe voluto è denudarsi a tal punto, ma con un leggero sollievo, vedendo quelle ciocche rosa cadere a terra una dopo l’altra, e quel millimetro di castano spuntare dalla cute dando speranza di una lenta “guarigione” verso un’espressione estetica più consona.

Ale fece gli esami universitari rimanenti. Nessuno disse nulla, all’università nessuno si scompone per una testa rasata, ma poi i mesi passarono, e i capelli tornarono di una lunghezza tale da consentire la tanto agognata, sofferta ma desiderata invisibilità. Ale discusse la tesi quinquennale ed entrò, coi suoi pesanti anfibi neri, mondo del lavoro.
Pensava che quell’esperienza, di “teoria riparativa” parrucchieristica, sarebbe stata solo una parentesi sgradevole, ma che col tempo sarebbe riuscito a comunicare al mondo chi era.
Col tempo andò sempre peggio. Relazioni disastrose con ragazzi etero in cerca di altro, colloqui andati male che ignoravano la sua laurea a pieni voti, lavori mediocri, promozioni non date.
Del resto, ragazzi, non è un paese per genderqueer.

Tra qualche giorno sarà la giornata della visibilità transgender.

Si sente spesso parlare di visibilità” relativamente alle minoranze.

“Il negro è più fortunato del gay, perché non deve dirlo a sua madre”, dice un proverbio poco politically correct. Non fa riferimento solo al fatto che chi è di colore ha una comunità di riferimento di persone come lui, ma anche al fatto che la pelle e il suo colore sono visibili a prescindere dalla propria volontà.

Non è così per quanto riguarda l’essere LGBT, o comunque, non sempre.

Facciamo l’esempio di una persona omosessuale: potrebbe essere visibile in tre modi.
Il primo è se si tratta di una persona attivista a dichiarata, il secondo se dà visibilità a una relazione omosessuale, il terzo è se è (come si dice a volte con un filo di disprezzo) “evidente”, ovvero se si tratta di un uomo molto effeminato o di una donna molto mascolina (e quindi, vista l’ignoranza comune, chi ha un’espressione di genere non canonico è per forza una persona omosessuale…).

Essere trans invece non è legato alla visibilità di una relazione, ma è una condizione personale. Alla luce di questo, una persona trans, potrebbe essere velata solo in due casi: prima (o senza) iniziare un percorso di visibilità del suo genere, o, sovente, alla conclusione di quel percorso (modalità stealth), dove per conclusione si intende la rettifica anagrafica e un “passing” che permetta di confondersi esteticamente con i cisgender.

Il cambiamento (non per forza medicalizzato) inizialmente dà visibilità alla condizione T, perchè trasforma la persona apparentemente cisgender/gender not conforming, in una persona aderente alla sua vera espressione di genere, anche visivamente. Il contrasto di questa manifestazione pubblica di un genere, non “conforme” al sesso biologico, crea visibilità.

Questa visibilità spesso viene, man mano, persa andando avanti con l’iter di transizione, o semplicemente avendo un buon passing, a volte anche solo per caso e per fortuna (anche se non sempre poi viene vissuta come una fortuna, e più avanti spiegherò il perché).

Le persone visibili nell’universo T sono quindi quelle di cui si percepisce l’appartenenza ad al genere d’elezione, ma non al sesso relativo a quel genere.
Se stiamo parlando di transgender in percorso medicalizzato (transessuali, anche se non tutti amano questo termine, ma altri mi bacchetterebbero se non lo usassi), spesso questa visibilità viene persa andando avanti col percorso di cambiamento fisico, e ad essa di sostituisce, nel caso di persone T attiviste o visibili per scelta, al dichiararsi ancora trans e con orgoglio, nonostante l’aspetto non palesi più questa identità (ad esempio l’attivista Monica Romano).

Se la medicalizzazione, quindi, permette di rendere visibile il proprio genere, talvolta, soprattutto in direzione ftm, permette anche di (o costringe anche a) cancellare le tracce visibili del proprio percorso, quando lo si desidererebbe, ma anche quando non lo si vorrebbe assolutamente. Il testosterone è uno strumento potente, efficace e veloce, rispetto alla tos riservata alle donne T, che, nel bene e nel male, genera cambiamenti più graduali e quindi a volte meglio metabolizzati dalla persona (questo a prescindere dagli strumenti culturali ed emozionali delle singole persone).
Dopo pochi mesi un ragazzo transessuale ftm è un nato maschio per tutti coloro che non lo conoscevano da prima e a cui non si dichiara tale.
Per un ftm in tos da alcuni mesi, l’unico modo di essere visibile come persona T è dichiararsi tale. 

La persona in direzione ftm, anche a causa del fatto che molte persone, e ancora di più fino a qualche anno fa, non sanno che esistono i transgender in direzione ftm,  non è solo più favorita all’invisibilità (o sfavorita nella visibilità) nel post-transizione, a causa della “potenza” del testosterone, ma è anche più favorita all’invisibilità (o sfavorita nella visibilità) anche nel pre-transizione o nei percorsi non medicalizzati.

Se una donna T inizia ad essere visibile come tale quando inizia ad avere un’immagine con elementi ed accessori squisitamente femminili (tagli di capelli, abiti, scarpe…), poiché il mondo di oggi ha gli strumenti culturali per fare un dovuto distinguo tra lei e l’uomo omosessuale, il ragazzo ftm non medicalizzato o pre-transizione, a causa delle diffuse mode unisex, può essere tranquillamente scambiato per una donna lesbica o una donna etero poco femminile o sciatta, se non aderente alle mode rock o di sinistra.

Credo che infondo ci sia una scomoda verità dietro a questa maggiore invisibilità dei percorsi di chi nasce XX: ovvero la cancellazione del femminile, il disinteresse per ciò che è, lo stesso disinteresse che ha ad esempio la Bibbia verso il lesbismo (mentre si accanisce verso la sodomia), o comunque in generale si ha per tutto ciò che è F di nascita.

Non a caso, prima,  ho detto che la direzione ftm “favorisce l’invisibilità” per chi la cerca, ma “sfavorisce la visibilità” a chi invece la ambisce e la desidera profondamente.
Questa “poca leggibilità” della condizione ftm agli inizi crea grandi difficoltà, malintesi, poco rispetto dell’identità di genere della persona e scarsa tendenza a prendere sul serio la cosa fino alla medicalizzazione,e , quando non avviene perché non desiderata, una tendenza a leggere il percorso come qualcosa di per forza legato al femminismo, al lesbismo o al queer, come qualcosa di volubile, di fluido, di non definitivo (del resto, chissà come mai, chi nasce femmina è condannato/a al pregiudizio di una maggiore flessibilità di generi, orientamenti, e ruoli, forse in relazione al pregiudizio che vuole la donna più fragile e plastica dell’uomo).

Questa invisibilità genera sicuramente frustrazione, ma protegge. Un ragazzo ftm non medicalizzato potrebbe sembrare un ragazzino biologico, o una donna sciatta o lesbica, ma molto probabilmente non verrà pestato in una metropolitana o in un sottopassaggio. Anche questo finto vantaggio è figlio del maschilismo. Ad indignare, tanto da meritare una “punizione fisica”,  infondo, è “l’uomo che si vuole spacciare per donna”, ovviamente per fregare il virilissimo uomo etero e provare a portarlo verso l’omosessualità….

Nel caso delle donne T, spesso la visibilità, almeno inizialmente, non la si vorrebbe. Non quella obbligata da un aspetto che rende visibile il sesso di provenienza. Eppure quella visibilità non desiderata, che accompagna la donna T fin dalle prime uscite al femminile,  e poi per molto tempo, a volte per sempre, rappresenta una forza, e rende la donna T libera dalla frustrazione dell’invisibilità che spesso vive un ragazzo ftm, che sia prigioniero di un corpo apparentemente biologicamente maschile, che cancella la ricchezza di un percorso, sia che sembri di donna e femmina, seppur alternativa.

Cosa c’entra la visibilità estetica con la visibilità politica? Molto, perché non è un caso che le prime attiviste siano state delle donne trans e travestite, e non di sicuro degli omosessuali in cravatta. La visibilità, il doverla portare sulla pelle ogni giorno, non diversamente da come un nero porta la sua pelle nera, dà forza. E’ per questo che molte donne T, anche dopo aver adeguato il loro aspetto al loro sentire, decidono di rivendicare il loro essere T e producono letteratura.

Per me, transgender non medicalizzato, è un continuo barcamenarmi tra le due invisibilità tipiche del mio percorso, e la ricerca di un’immagine che mi permetta di essere sempre visibile come uomo, ma non come maschio, che poi è ciò che io sono e, quindi, che voglio apparire.
L’unico strumento che ho, per vincere queste due invisibilità (il rischio di sembrare una femmina donna, o di sembrare un maschio uomo), è quella del creare visibilità dichiarandomi per ciò che sono, anche se sarà faticoso farlo ogni giorno con persone diverse, e per sempre.
Tuttavia, questa visibilità che mi causa una lotta continua ogni giorno, è quella che mi permette, nonostante tutto, di non dimenticarmi mai chi sono.

Ho conosciuto Stefano Ferri prima su facebook (era rimasto colpito dalla mia citazione di benvenuto nel profilo: “nasciamo nudi, tutto il resto è travestitismo”), e poi di persona ad uno degli incontri Milk, in cui ha partecipato in quanto amico di una nostra socia e relatrice, Martina Manfrin.
Il blog, come sapete, si occupa di tutto l’universo “gender not conforming”, ovvero di tutte le persone che in qualche modo scardinano il binarismo sociale per cui chi nasce maschio può vestirsi, comportarsi, presentarsi solo come uomo e chi nasce femmina invece solo come donna .
Stefano Ferri, nel suo ribadire che, nonostante i vestiti femminili, rimane Stefano, padre, marito e manager, scardina completamente i dettami sociali, e rappresenta un “fastidio” non solo per gli etero bigotti, ma anche per le persone LGBT binarie e bigotte.
Stefano si definisce crossdresser, ma, diversamente da chi in genere pratica crossdressing, Stefania lo accompagna costantemente, dal 2002, nella sua vita di imprenditore, marito e padre.
In quest’intervista cerco disperatamente di etichettare quest’anima libera, di provocarla con domande sul binarismo dei generi, e in qualche modo, di fare amicizia.
A prescindere dai nomi propri, dalle definizioni, dai vestiti, Stefano è una bella persona, con una vita piena d’amore, circondata da persone che la amano e la accolgono nella sua preziosissima duplice natura, in cui maschile e femminile hanno trovato un equilibrio e un compromesso proprio quando Stefano ha deciso di non rinnegare nessuna delle due parti di se.

 

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Una tua video-intervista inizia con “Quando sono davanti allo specchio vedo una donna”. E’ una percezione estetica o va anche nel profondo?

Penso che sia un po’ tutt’e due. In fondo nessuno di noi allo specchio vede “la verità”, bensì l’immagine che ha di se stesso. Il mio è un caso limite ma non fa eccezione. E non è solo un fatto di estetica. In nessun modo potrei vedere nella mia immagine una donna se non con l’apporto di tutta la mia interiorità duplice.

Non usi parrucche, protesi, ed è una cosa che apprezzo molto. Credo che ogni sovrastruttura ci faccia sentire “travestiti” da qualcun altro, in un drammatico on/off, mentre un petto piatto, o un capello corto, possono essere femminili, se tali li vediamo e tali li rendiamo con la nostra espressione di genere. Sei d’accordo?

Sacrosanto!

Ti ho sentito usare come nome personale sia Stefano che Stefania, li usi indifferentemente? C’è un significato particolare che attribuisci all’un nome o all’altro?

No, io uso solo Stefano per nominare me. Io sono Stefano. Di Stefania vedete solo i vestiti, il resto è tutto e soltanto dentro di me, compresa la sua voce e le sue parole (per sentire le quali ovviamente mi occorre l’autoanalisi).

La tua è una tematica di identità di genere, di espressione di genere… o la descriveresti in altro modo?

Ho passato gran parte della mia vita finora a capire cosa mi succedesse dentro. Cosa “avessi” dentro. In realtà per quelli come me più che di identità di genere è meglio parlare di “natura duplice”, perché veramente io mi dibatto fra due parti di me: una è Stefano, l’uomo, e l’altra è Stefania, la donna, che sta dentro di me esattamente come in ogni uomo sta dentro una parte femminile ma, a differenza da quello che accade alla dilagante maggioranza degli uomini, vive una vita scissa dall’altra metà, condizionandone a suo modo l’esistenza (cioè prendendo a prestito il corpo di Stefano per vestirsi e ottenere così una sua riconoscibilità e visibilità – altrimenti sarebbe una donna invisibile e questo ovviamente Stefania non lo accetta: a nessuno piace essere invisibile).

Quando descrivi Stefano e Stefania, ne parli come due persone distinte, e per distinguerle spesso usi alcuni stereotipi. Anche alle donne puo’ piacere il calcio, le macchine, i gialli. E forse, in un mondo non binario, gli uomini si metterebbero lo smalto (come fanno certi metallari super etero).

Vero anche questo. Parlo così per semplificare. La mia realtà interiore è già abbastanza contorta di suo, dunque per spiegarla preferisco “volare basso” dove posso.

Esistono tante definizione di autodeterminazione che scelgono le persone “gender not conforming” (transgender non medicalizzati, genderfluid, genderqueer…) Come mai la scelta della definizione “crossdresser“?

Perché è la parola che più facilmente spiega chi sono, senza costringermi a scendere ogni volta nei dettagli di cui sopra, che magari alla maggioranza delle persone risulterebbero stucchevoli o di difficile comprensione. Dicendo “crossdresser” dico sic et simpliciter quello che gli altri vedono: un uomo vestito da donna. Poi, se vogliono approfondire, sono ben felice di farlo.

Proponi l’aggiunta della C all’acronimo LGBT, ma in realtà la T comprende tutto ciò che è “gender not conforming“, ovvero non conforme, per identità o anche solo espressione di genere, alle norme sociali. La C non potrebbe quindi essere compresa nella T?

In generale hai ragione. Però esistono vari tipi di crossdressing. Ci sono crossdresser per libera scelta (spesso per protestare contro le convenzioni sociali), per ragioni professionali (gli attori en travesti), per iniziare un cammino di cambiamento di sesso. E poi ci sono quelli come me. Non ho mai riflettuto sul mio appartenere al gender not conforming, e magari ci appartengo, ma così, d’acchito, mi sembra che esso confligga con la mia duplice natura, che accoglie due nature in se stesse assolutamente conforming, cioè un uomo etero e una donna etero. Ecco perché propongo la C.

Secondo te, perché molte crossdresser, soprattutto attratte da donne, e in vite eterosessuali, snobbano gli LGBT?

Per paura, sicuramente. Questi crossdresser sono magari funzionari di banche o assicurazioni, o hanno ruoli pubblici ecc, per cui stanno molto attenti a non scoprirsi. Non li invidio: le autocensure sono l’anticamera dell’infelicità vera.

A Stefano piacciono le donne. Non è strano. Le persone non conformi di genere, aldilà di quello che si pensi, possono essere attratte da uomini, da donne, da entrambi. Nel tuo caso preferisci dirti uomo etero, donna lesbica, nessuno delle due, o entrambe le cose?

Sono uomo etero. E Stefania è donna etero. Innamorata persa di me.

E se invece Stefano e Stefania fossero innamorat* entrambi della tua splendida moglie?

Stefano lo è di sicuro. 🙂 Di Stefania non sono sicuro. Sono certo, però, che con lei ha alzato il suo controllo su di me, lasciandomi libero di andarci – cosa che ha fatto non più di due volte in tutta la mia vita. Può essere che lo abbia fatto per amore di me, più che per amore di lei. Se mi ama – e mi ama – come poteva lasciarmi all’esclusiva mercé di una donna invisibile?

Come noi persone T elaboriamo il nostro genere, chi ci accompagna (i e le partner) elaborano la loro affettività e il loro desiderio. Sei d’accordo? è il caso di tua moglie?

Di mia moglie penso in realtà una cosa un po’ diversa. Lei mi ha conosciuto che ancora mi vestivo da uomo, ma avevo già abbandonato gli abiti classici in favore di capi parecchio effeminati. Maschili ma effeminati (come era di moda alla fine degli anni Novanta). E le piacqui moltissimo così. Per cui, al di là dell’enorme sofferenza che il successivo irrompere di Stefania ha portato nelle nostre vite di marito e moglie, sono dell’idea che lei avesse “visto” inconsciamente Stefania e, sempre inconsciamente, le fosse piaciuta anche lei. Cioè le fosse piaciuta la mia natura duplice all’epoca ancora in nuce. Solo così mi spiego perché, sia pure nel dramma, non solo non mi ha mai lasciato ma pure ha voluto fare una figlia con me quando ormai ero crossdresser al 100%.

Ti definisci padre e non madre, ma conta cosi’ tanto? magari tu e tua moglie siete semplicemente genitori, e stefania ti rende un genitore dolce, piu dolce di un padre machista e stereotipato. Forse avere dei genitori cosi’ aperti renderà tua figlia una donna adulta in gamba e priva di pregiudizi, non credi? 

D’accordissimo. Il mondo sarebbe migliore se tanti padri e tante madri “risolvessero” appieno la loro natura sessuale e non “passassero” ai figli le loro repressioni. Il bullismo nasce da questo, secondo me.

Ultima domanda, che ti faccio più da musicista che da saggista su temi LGBT…C:
so che ami i beatles. Hai mai pensato, magari da ragazzo, di suonare o cantare in una band?

Sì, ho suonato per due anni il banjo in una band dixieland. Avevo 18-20 anni. Poi ho lasciato perdere e mi sono dedicato alla chitarra classica. Penso che Stefania desiderasse serenate d’amore solo per lei. 🙂

 

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