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Gentilissimi,

manco da molte settimane, che sono state per me di profonda riflessione sui temi che spesso condividiamo su questo blog.

Una delle tematiche a me cara è quella dello sviluppo della propria identità a prescindere dal(l’identità di) gendere.
Non può essere trascurato però il fatto che il percorso di una persona transgender non medicalizzata, o più o meno senza passing, (la chiameremo, per semplificare, T not conforming) è radicalmente diverso da quello di una persona transessuale o di una persona omo/bisessuale.

La persona omo/bisessuale dichiara il suo orientamento o la sua relazione non etero e da quel punto può continuare a concentrarsi su tutti gli altri aspetti della sua vita.
La persona transessuale può dichiararsi, iniziare un percorso, e decidere in seguito se continuare a rimanere dichiarata come persona trans oppure vivere il proprio genere senza dettagliare il proprio passato.
La persona T not conforming , anche quella visibile, ha una visibilità poco leggibile, che va continuamente spiegata, soprattutto coloro che percorrono la direzione che passa da una fisicità F a una realtà sociale al maschile.

Molti pensano che il ghetto porti alle monomanie di tema e di ossessione, pensano che frequentare associazioni o giri lgbt porti a sviluppare principalmente i temi dell’orientamento e dell’identità, dimenticando e tralasciando il resto, e una parziale prova vivente sono gli attivisti, mediamente poco emancipati (carriera, relazioni sentimentali) oltre al profilo di attivisti LGBT.
Di contro, la persona LGBT nel mondo vero, che poco ha coltivato la tematica della rivendicazione dei diritti, ha potuto meglio coltivare la carriera, la coppia. Le statistiche parlano.
Ma queste regole valgono anche per i transgender, i genderfluid, i T non medicalizzati?

Nei “ghetti”, che non sono solamente barricate politiche e picchetti, ma spesso veri e propri focolai di cultura che passano dalla meditazione al teatro, a gruppi di autoaiuto su vari temi, non per forza legati ad orientamento e identità, queste persone non devono continuamente ripetere ciò che sono, ma possono, dando per scontato questa prima cosa, concentrarsi su chi sono.

Ad un corso di teatro LGBT la persona T “not conforming ” puo’ concentrarsi sui personaggi che deve interpretare, sulla dizione, l’improvvisazione e l’interpretazione. In un corso di teatro “generalista”, sarebbero tutti distratti da “cosa” lui è, piuttosto che da “chi” è come attore.
Lo stesso se fossimo in un gruppo di AutoAiuto sul tema delle relazioni, o della professione. In ambiente protetto si potrebbe riflettere su quanto l’esigenza di carriera, di stabilità. di affetto, o di altro, dando per scontato il “cosa” è la persona T non medicalizzata, e potendo analizzare, in ambiente variegato, quanto queste esigenze dipendono, o magari sono inficiate, dall’essere LGBT. In un gruppo ama generalista, la persona sarebbe sommersa di domande, diventerebbe” il trans” del gruppo, e chi ascolta non avrebbe gli strumenti per analizzare certi meccanismi.

Anche nella vita quotidiana, puo’ essere veramente pesante dover sempre mettere “premesse“. Magari ad una cena di lavoro, o di semplice compagnia, il tutto deve essere sempre invaso dalle premesse, che si spera siano solo un cappello introduttivo al dialogo che si svilupperà nell’arco della cena, ma che poi purtroppo finiscono per diventare l’unico argomento, o comunque quello che poi sarà ricordato, di cui si parlerà, e magari sarà anche travisato, non tanto per cattiva fede, ma per mancanza di strumenti interpretativi.
E magari la persona T not conforming presente voleva parlare di altro, ma non è possibile, per via del fardello estetico e comunicativo che si ritrova.
A questo punto…dove la persona T not conforming puo’ essere se stessa al di fuori dei temi di genere?

Per essere se stessa, la persona LGBT ,ed in particolare quella T non conforming, deve dis-alienarsi dalla sua identità, non nel senso che deve abbandonarla, ma piuttosto darla per scontata, e cominciare a lavorare su cio’ che vuole davvero.
Cio’ , spesso, purtroppo, puo’ succedere solo nella “confort zone” che ha costruito, in cui questa informazione viene data per scontata, che non significa per forza “ghetto LGBT“, ma piuttosto una rete di contatti rassicurante costruita nel tempo, in modo accurato e prudente, comprendente persone selezionate piuttosto per l’intelligenza e la capacità di elaborare, empatizzare.

Questo non vuole essere un consiglio verso la persona T a rimanere intrappolata in una rete piccola e stretta, ma piuttosto vuole essere un grosso chiarimento sugli ambienti protetti e la loro funzione, come punto per spiccare il volo, o comunque costante punto di riferimento, per una persona che porta il fardello sociale di vivere una realtà poco leggibile e poco comprensibile nella nostra società binaria.