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In un precedente articolo parlo di come spesso gli attivisti LGBT, che lottano per l’emancipazione professionale e per quella sentimentale (ovvero per l’arrivo di normative che tutelino e legittimino questi aspetti della vita delle persone LGBT), poi sono quelli ad averne, sul piano personale, meno bisogno, in quanto sono un po’ dei monaci guerrieri, votati alla causa, e con vite professionali e sentimentali disastrate.
Perchè ciò avviene? e chi è dentro queste dinamiche è felice?

Quando è stato approvato il registro delle unioni civili, anche same sex, le coppie che si sono registrate erano quasi tutte coppie di persone GLB non legate all’attivismo. Coppie omosessuali che vivevano apertamente la propria relazione, ma che non avevano mai fatto militanza nell’associazionismo.
Queste coppie, molte delle quali sono state da me intercettate per interviste od altro, erano composte da persone affermate anche professionalmente, e cosi’ mi sono venuti in mente tutti i conferenzieri che parlano di GLBT e diritti a lavoro, ma che paradossalmente il lavoro loro per primi non lo hanno, o hanno scelto lavori part time o poco impegnativi (e quindi con poco margine di crescita) per permettersi l’attivismo.
Sarebbe troppo semplice dire che fanno bene i LGBT “integrati” che non “perdono tempo” nella rivendicazione dei diritti e sono loro per primi delle prove viventi virtuose, ma essi vivono anche di rendita grazie al sacrificio che i monaci guerrieri LGBT fanno per loro.

Molti motivi portano un attivista ad essere, ad esempio, meno incline alla coppia. Pochi partner accettano la militanza, e poi vi è un fattore intrinseco: la persona GLBT attivista ha fatto tanto, e perso tanto, per essere sè stessa, tanto che diventa poco paziente anche nel coltivare la relazione sacrificando parte di se stessa, una parte che, per portare avanti, ha fatto si che lei perdesse tanto (magari famiglia d’origine, lavoro, tanti amici, relazioni precedenti o comunque buoni rapporti con partner precedenti…).
A questo si aggiungono altri fattori, che sono più generali per le le persone LGBT (anche non attiviste): mancanza di modelli, mancanza dell’incoraggiamento di parenti, amici e colleghi, mancanza di leganti come matrimoni e figli, ma spesso anche di sistemi meno invasivi (convivenze con spostamento residenza, beni comuni comprati insieme…spesso nelle coppie LGBT manca anche solo questo, e si va per anni avanti in via informale, senza che la coppia abbia tracce burocratiche alle spalle, persino quelle attualmente consentite).

Per quanto riguarda invece la carriera, sono favoriti sicuramente gli LGBT velati, ma anche quelli dichiarati, ma poco esposti politicamente.
Ho parlato molto con gli attivisti LGBT per testare il loro desiderio di carriera e crescita professionale, e spesso è venuto fuori che non si trattava di persone ambiziose che pero’ avevano dovuto rinunciare per l’attivismo, ma piu’ che altro di persone che usavano l’attivismo come paravento per un disinteresse di crescita professionale, o per lo meno della loro (poi magari facevano attivismo per i diritti a lavoro delle persone LGBT “in generale”).

Di contro gli attivisti GLBT rimproverano i velati, o comunque coloro che vivono la loro realtà LGBT apertamente ma senza dedicare tempo alle rivendicazioni, di omotransfobia interiorizzata, di non volersi mescolare agli attivisti, o di sentirsi superiore.
Ho spesso notato che spesso piu’ che omotransfobia è una questione di classe sociale.
La persona LGBT in carriera e che viene guardata alla pari dai colleghi etero e cisgender, non sente di avere qualcosa da condividere in tavolate di persone con cui condivide lo status LGBT, ma nient’altro.

Per concludere, io sono un attivista, ma ho sempre cercato di non perdere di vista carriera e famiglia, di non far si che l’attivismo mi facesse perdere di vista queste importanti mete.
Ho perso tanto in questi anni, sia a livello di affettività, sia di carriera, ma l’attivismo mi ha dato tanto e mi ha reso la persona che sono adesso, quella che si rende conto che vuole riprendere in mano carriera e famiglia.
Rimango in attesa delle vostre opinioni sull’annosa questione.