La bellezza androgina arriva in Italia: ce ne parla Sharlot Capuana di Trans Models

Dopo diversi articoli sul binarismo della bellezza, sulla bellezza androgina, sul binarismo dei concorsi di bellezza maschili e femminili, e dopo aver raccontato le straordinarie storie di modelli e modelli che sfilano con gli abiti del sesso opposto, intervistiamo Sharlot Capuana, esperta di comunicazione, fotografa e camera…woman, nonché fondatrice della prima Agenzia di modelli e modelle transgender e gender non conforming.

Ciao Sharlot. Parlaci di te. Cosa fai nella vita? Quali sono i tuoi interessi e passioni?

Sono ora una donna transgender, nato negli anni dell’atterraggio sulla luna il 1969, in un tempo, quello del 1900, e con una cifra ambigua e palindroma, il “69”.
Cresciuta nella prima periferia di Milano a Sesto San Giovanni genitori emigranti dal sud Italia a Milano: mamma operaia e padre impiegato postale, che aveva un unico, vero, interesse: dipingere dalla mattina alla sera.

Nel 1975 nasce mio fratello Tiziano: l’amore più grande della mia vita. Nel 1993 Tiziano muore, mio padre si ammala di depressione, già sulla buona strada da prima.
Io invece sbando per 5 anni. Da questo shock fortunatamente traggo il meglio, comprendo a 27 anni che la vita è un flash, che l’avrei dovuta vivere e che nessuno avrebbe potuto dirmi cosa dovevo fare della mia vita. Siamo gli artefici della nostra vita.

Rispetto ai miei amici, avevo i lineamenti del viso molto gentili, direi femminili, capelli castano chiaro, con i boccoli. Avevo molto successo con le ragazzine del quartiere. Infatti avevo possibilità maggiori di trovare la fidanzatina rispetto a miei amici. Ho avuto molte fidanzatine sia da piccolo anche poi quando crebbi: una volta addirittura vennero in due, mi presero da parte e mi chiesero se volevo essere il loro fidanzato. Ricordo che rimasi perplesso non sapevo cosa fare e cosa dire, ma poi dissi: “ma come faccio se dobbiamo uscire andare al cinema in tre?”.
Addirittura ricordo e non scordo una signora che mi disse : rivolgendosi a mia madre: “guarda… che bella bambina!” Guardai mia madre e dissi: “ma mamma! sono un bambino!”

La passione per l’arte arrivò da mio padre, la passione per la comunicazione arrivò dalle mie esperienze lavorative e studi in campo video, fotografici documentaristici. Lavorai e viaggiai per la stampa come fotografo, per la televisione come cameraman e video-reporter per una trasmissione video-cine-giornalistica documentarististica che andava in onda su RAI 2 in prima serata, condotta dal Giornalista Michele Santoro, questa esperienza lavorativa durata 8 anni con giornalisti al tempo poco conosciuti e ora molto noti. Questa esperienza mi formo sia lavorativamente parlando, sia a livello di crescita personale e di formare il mio caraterete in modo esponenziale.

La mia sessualità ad un certo punto mutò, era dentro di me, ma non capivo, ero già grandicello, avevo avuto molte belle ragazze. Ad un certo punto mi resi conto che ero attratto da le donne non perché le desideravo fisicamente anche se, si, ci ho fatto l’amore tante volte. Mi resi conto che mi piacevano da morire perché desideravo essere come loro! Da qui nasce anche la mia passione per la moda, ammiravo le modelle studiavo la loro bellezza, il loro portamento ma ancora inconsciamente.
Quando presi coscienza della ma vita sessuale cambiò radicalmente tutto intorno a me, non trovai più lavoro, mi staccai dalle amicizie, mi isolai per incominciare la mia transizione da uomo a donna. Dopo qualche hanno incontrai l’amore ed eccomi qua.

Ora sono Sharlot Capuana una donna transessuale, la mia passione il mio amore più grande è la fotografia ed è il modo con cui ho scelto di esprimermi di comunicare.
Amo l’arte in genere e ogni forma di comunicazione espressiva mi incuriosisce molto, come la moda ad esempio, amo la natura e fare sport correre e nuotare mi piacciono le arti marziali che ho praticato da maschietto per ben 7 anni da cui ho preso fierezza ed ho eliminato la paura ad affrontare le persone a testa alta e controllando sempre le situazioni che mi circondano nella vita.

Cosa faccio nella vita ? Ora sono una casalinga, mi occupo della casa dove vivo con il mio amore Costantino l’uomo che ho scelto di sposare.
e nel frattempo sto cercando di “ri-crearmi” una nuova posizione lavorativa e coltivo la mia immensa passione la fortografia, un processo che va avanti da tanti tanti anni .
Quello di cui sono sicura e che ho trovato finalmente, dopo anni di domande e profonda ricerca interiore, cosa devo raccontare fotograficamente!
Da questa lunga e profonda riflessione, ho compreso che è l’identità di genere che devo raccontare! Devo raccontare “il mio tempo” devo cercare di trasmettere a traverso la fotografia una nuova realtà, le nuove sessualità. Indago dall’interno, perché sono immersa in questa realtà, che è appunto un evoluzione dei genere sessuali un cambiamento epocale della cultura sessuale del mio tempo.

 

Come nasce l’idea di TransModels?

L’idea nasce da un articolo di giornale che ho letto esso parlava della prima agenzia di modelle/i transgender aperta a New York City.
Poi il fatto che è ho una forte passione per la fotografia di moda e la motivazione trainante probabilmente e che sono una donna e una fotografa transgender.
Tutti questi elementi insieme, mi hanno spinto naturalmente a cercare di fare la stessa cosa qui a Milano.

 

Dove siete? che rete di collaborazioni avete?

In Facebook c’è la pagina dell’Agenzia Trans Models Milano, per il momento non esiste una sede fisica o meglio esiste ma è casa mia… dove ho fatto i primi shooting con aspiranti modelle, naturalmente arriverà il momento che dovrò pensare ad una sede fisica adeguata per l’agenzia.
Collaborazioni? Bel punto di domanda! Da pochissimo mi ha contattata una ragazza che mi ha trovata perché ha letto l’articolo di giornale che Repubblica.it ha redatto sulla Agenzia Trans Models Milano. Ludovica il suo nome, ha esperienze lavorative presso agenzie di moda a Milano, si è proposta per collaborare con l’agenzia: ora valuterò.
Colgo occasione per comunicare che chi fosse interessato a collaborare può contattarmi a questa E-Mail: ag.transmodel@gmil.com, perché da sola non non riuscirò a coprire tutti i compiti necessari per far funzionare l’agenzia.
Non vi nascondo che sarei contenta se i miei collaboratori fossero persone trans.

Qual è l’obiettivo?

L’obiettivo, ma non è l’unica aspirazione, è quello di crearmi un lavoro e di conseguenza è di offrire opportunità lavorative alle persone transgender e LGBTQI.
Inoltre, cercherò di promuovere “carattere” e “personalità”, non solo corpi.
Darò precedenza e preferenze a persone che posso proporre lavorativamente parlando: certamente dovranno essere persone affidabili e sveglie, che si sanno relazionare con la società circostante in modo educato e gentile.

Cerchi modelli transgender in entrambe le direzioni di genere? E riguardo alle persone genderqueer?

Certamente cerco persone modelle e modelli transgender mtf e ftm.
Sono inoltre aperta a tutti i generi, e non generi: in realtà a l’agenzia non interessa “cosa sei o non sei” non importa, non porrò mai domande del genere per la selezione di modelle o modelli.
A me interessa, l’espressione dell’individuo, le caratteristiche del viso, del corpo.
Cercherò di proporre modelli e modelle uscendo dagli schemi di bellezza già prefissati nella società.
Posso dire che questo sta già accadendo. Ad esempio, Getty Images, agenzia fotografica dalla fama mondiale e con un archivio fotografico stellare, ha già aggiornato i sui hashtag proponendo modelli femminili comuni fuori dagli schemi preconfezionati.
Stiamo cavalcando l’onda! Avverto, questo è il tempo giusto per muoversi e per iniziare ad abbattere definitivamente tutti i muri che ci dividono dalla società di oggi e per quella di domani.

Perché la bellezza è “binaria”? Come e quanto si sta diffondendo il concetto di bellezza dell’androginia?

Riguardo all’androginia, mi piace pensare di avere un certo occhio, che mi permette di scoprire singolarità. Forse è presunzione la mia, ma forse è solo fierezza di essere quella che sono e coraggio misto a convinzione e al desiderio di voler mostrare altro rispetto al solito, al già visto.
Ed è solo mostrando un’immagine “messaggio” che il pensiero gradualmente muta. E’ un processo di comunicazione e solo con la larga diffusione del messaggio, qualunque esso sia il messaggio, che si sviluppa un processo evolutivo del senso comune in una società, che sia positivo o negativo: un processo lento, per chi osserva.
Se il pensiero, però,  deve svilupparsi, e se questo è il suo tempo, prima o poi si svilupperà, se è ora!
lo farò come un fiore che spunta dall’asfalto, abbattendo tutte le barriere e le difficoltà.
Lo stesso processo di inclusione da parte della società, di noi persone transgender è in evoluzione ed questa evoluzione è mutata di peggio in meglio, attraverso il tempo.
Ricordo perfettamente la progressione, perché ci sono dentro e seguo l’evoluzione.
Se dovessi definire il mio ruolo su questa terra in questo tempo nella società in cui vivo mi definirei con questo ruolo è “osservatrice” da questo appunto nasce la mia più grande passione, la fotografia, la curiosità e l’entusiasmo per la natura e la scienza.

 

Alcune modelle che lavorano nella moda come indossatori per abiti da uomo.
Altri, modelli uomini, sfilano per capi femminili.
Cosa sta succedendo? è positivo?

Si è positivissimo, succede che delle realtà che prima erano meno evidenti, perché immature per il commercio, ora sono pronte per essere colte e gli stilisti come creatori di moda e costume, essi sono i primi a cogliere il frutto maturo e mostrarlo, alla sfilata popolare della Milano Fashion Week di turno.
Posso dire, che scattando fotografia Street Style (fotografia che osserva lo stile la moda delle persone per la strada) ho imparato moltissime cose, soprattutto durante le Milano Fashion Week. Ci sono abiti che trovo eccessivi, abiti che non sono assolutamente paratici, abiti orribili, abiti bellissimi. Tutto di pende dal proprio essere, dalle proprie esperienze, dalla propria bellezza interiore, da quello che si è visto e vissuto… dall’arte che è dentro di noi italiani, ma tutto poi in fine diventa molto personale e racconta chi siamo le nostre tendenze sessuali, il nostro ceto sociale: la moda ci posiziona ci definisce in una categoria, cosa che a me non piace. Non amo essere alla moda o, meglio, posso essere alla moda perché porto un capo che è di moda, ma lo indosso creando un il mio stile personale.
Sono felice se gli stilisti riescono a soddisfare l’esigenze di un gay. Ad esempio, un uomo potrebbe desiderare di portare un vestito simile a quello di un donna, ma che è stato disegnato per essere indossato da lui. Forse la cosa mi meraviglierà un po’, ma solo inizialmente. Alla fine è solo un abito! dentro c’è una persona, ed è quello deve contare! C’è chi si veste per coprirsi, e c’è chi si veste con style ! Entrambe le persone sono degne di rispetto.
A me piace moltissimo vedere le donne vestite da uomo con pantaloni giacca camicia bianca e cappello Borsalino: adoro questa visione, forse romantica.

Che ne pensi di Andrej(a) Pejic? Quando viveva ancora al maschile è stata scelta come modella per un reggiseno.
Penso sia bella la sua figura molto femminile, e non mi sarei accorta di nulla se non l’avessi letto. Come le donne che non hanno molto seno o lo hanno leggermente accento, la trovo sexy lo stesso. L’idea dei pubblicitari e del marchio non fa una grinza… se sta bene indossato da un uomo androgino, figuriamoci da una donna!

 

Tempo fa il blog aveva parlato di bellezza androgina, mostrando volti della moda e del cinema: vogliamo commentare insieme?

Le trovo molto intriganti e belle… sarà la tanta curiosità per l’ambiguo… spero di trovare soggetti simili per la mia agenzia.

Tempo fa ho parlato nel blog di miss e mister Italia e anche di miss e mister trans. Alla fine premiano quasi tutti (cis e trans) modelli estetici binari. Tu che ne pensi?

Penso che se questo è il modello preconfezionato del tempo. Questo è quello che la folla, la massa, il gregge desidera.
Essere donne transgender col seno e sedere grosso, anche sproporzionati, è essere donne oggi? Per gli uomini è avere i muscoli ?
Se ci si pensa, è come la moda: indossano un certo capo perché non sanno scegliere, non ne hanno la capacità la cultura, il gusto.
O tutti mangiano da MacDonald perché è facile e si risparmia.
Poi se si pensa alla chiesa… idem, chi non ha testa per pensare appunto !
Per il gregge la chiesa c’è, gli da da pensare, detta loro quello che è giusto da quello che è sbagliato. Penso, quindi, che sia semplicemente questione di cultura e intelligenza.
Un famoso pubblicitario disse: “volete la merda ? E io vela do!” per quello che mi riguarda questi non sono i miei modelli di bellezza, non mi piacciono ma li rispetto, standogli però lontano, anche perché mi sarebbe difficile intrattenere un discorso con persone così evidentemente superficiali.

 

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Miss e Mister Trans…cosa premiano?

Si avvicina “Miss Italia e non posso non dedicarvi un articolo.

L’attivismo antibinario e in parte anche quello LGBT promuovono la decostruzione degli stereotipi di genere, e spesso nel mirino finiscono, giustamente, i concorsi di bellezza, non tanto perché ad essere premiato è un mero dato fisico, ma soprattutto perché esso è portatore dei canoni estetici eterosessisti e binari.
Quasi tutte le “Miss Italia” sono modellate secondo il desiderio dell’uomo etero, e a volte le poche candidate androgine erano messe lì giusto per politically correct.

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Ricorderete l’articolo dedicato, un anno fa ad Alice Sabatini, Miss Italia 2015, androgina e sportiva, che ha guadagnato le simpatie del mondo LGBT

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Anche le associazioni LGBT, per finanziarsi e come atto di rivendicazione politica, promuovono concorsi come Mister Gay, Miss Trans e recentemente anche Mister Trans.
L’intento dovrebbe essere mostrare che un corpo può essere attraente anche se non è “scolpito” seguendo i dettami dell’eteronormatività (nel caso delle miss) e del machismo (nel caso dei mister).

Sarebbe bello promuovere (e che mediaticamente ciò arrivi anche al mondo etero) che si può essere belle anche senza lunghi boccoli, trucchi pesanti, orecchini ingombranti, e senza disporsi come cavalli in una scuderia.

Sarebbe bello che i concorsi nati in ambiti LGBT (per dare una spinta a quelli esterni all’ambito LGBT e non binario) valorizzassero altri aspetti relativi al fascino di uomini e di donne (cis e trans).

Esaminiamo l’esperienza delle varie edizioni di “Miss Trans”. Questa iniziativa nasce in seno a locali, serate gay, e associazioni, e, anno dopo anno, riceve il riconoscimento e il supporto delle istituzioni (a volte dei politici locali sono presenti in giuria).

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Le vincitrici (magari anche a causa dei maschietti etero presenti in giuria, ma non solo a causa loro) sono sempre donne trans con aspetti rassicuranti, ragazze che portano il giurato medio, binario, a pensare “embè, non avrei mai detto che è trans, sembra una donna vera!”, quindi a contare è soprattutto il passing, oltre ovviamente ad avvallare gli stereotipi binari, relativamente all’espressione di genere, già esposti per quanto riguarda Miss Italia “cis”.

Recentemente anche in Italia è approdato “Mister Trans“, che purtroppo da un lato sdogana un tema ancora poco trattato in italia (la bellezza dell’uomo ftm, e la condizione ftm in generale), dall’altro ad essere valorizzati e premiati continuano ad essere gli stereotipi di genere machisti (il ragazzo macho, con muscoli, peli e tatuaggi…) e rimane un valore quello del passing (“non avrei mai detto che quello era una donna! sembra un uomo vero!”)

Lo mostra anche l’articolo binario del sito gay.it, di cui cito due passi:
“primo concorso per trans che da donne sono diventati, con grande successo, uomini.”
“mostra i risultati incredibili di queste transizioni, cambi di sesso, che non sono di certo facili e, contempo, che diano davvero dei risultati incredibili

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Foto di mister trans: vince il ragazzo gender conforming e non quello più androgino accanto.

In poche parole, se non sapessimo che queste ragazze e questi ragazzi fossero trans, sarebbero candidati ideali per i programmi di Maria De Filippi, in quanto portatori di bellezze tipicamente polarizzate e portate avanti dal modello eterosessista.

Non sto dicendo che considero esteticamente sgradevoli queste donne e questi uomini, anzi li troverei adatti ed adatte a candidarsi e a vincere Miss e Mister Italia. E, se si proponessero, e subissero discriminazioni, mi batterei per loro.

Ma da un concorso proposto da un’associazione LGBT mi aspetto che i canoni per vincere siano altri, proprio per la valenza politica che un concorso promosso da noi, che siamo così critici verso i concorsi tradizionali, e che vogliamo tracciare una nuova rotta e dei nuovi spunti sulla bellezza e sul conformismo.

Miss Italia Trans è una bellissima donna, ma è rappresentativa dell’universo delle donne trans? O solamente delle donne trans che sentono come proprio un ruolo di genere tradizionalmente femminile? Perché in tutte queste edizioni non è mai stato dato spazio a una ragazza trans che, seppur medicalizzata, e seppur di identità di genere femminile, non rappresentasse un tipo estetico diverso? Una nerd, una rocchettara, una androgina. Perchè no?

Se i concorsi si chiamano Miss e Mister TRANS vuol dire che vogliono esaltare la bellezza dell’essere transgender e di esserne fieri. Che senso ha fare vincere persone chenon diresti mai che sono trans?” . Ridurci a merce davanti agli occhi di giurati etero e cisgender che decidono chi di noi è “venuto/a bene?”

Attenzione a non fraintendere. Quando si critica il binarismo dei concorsi, e il fatto che vengono premiate le persone aderenti ai ruoli di genere tradizionali (quelli tanto vantati dai complottisti del gender, quelli considerati innati e naturali), sia nei concorsi di bellezza cis, che in quelli LGBT, non si sta parlando nè di genderfluid, nè di non medicalizzati, in quanto anche rimanendo nell’universo di chi è portatore di un’identità di genere binaria e in un percorso medicalizzato vi sono tante varianti di espressioni di genere (esattamente come ci sono tra uomini e donne cis).

Qui non si giudica chi sente propria un’espressione di genere classicamente maschile e femminile. Anche io stesso amo fare il figo in giacca, cravatta e gemelli, con la pipa in bocca. Ma perché un concorso di mister trans dovrebbe essere vinto, magari di seguito, anno dopo anno, sempre e solo da chi (non diversamente da me) sente propria un’espressione di genere “binaria”, quando il maschile e le sue espressioni presentano una varietà infinta? (sia tra cis che tra trans?). 
Perchè i concorsi di miss trans hanno sempre e solo premiato UN solo ed unico modello femminile?

Se i vincitori di miss e di mister trans sono sempre e solo portatrici e portatori di un modello femminile e maschile stereotipato, all’esterno passerà l’immagine che tutte le trans e i trans incarnano questo modello, e ciò non è rappresentativo.

Per quanto riguarda “mister trans”, siamo solo alla prima edizione e credo che, nonostante lo strumento “concorso”, sia un buon modo di parlare di bellezza ftm, e di far conoscere questa realtà al di fuori delle cerchie T. Forse era troppo presto per sperare di vedere sul podio delle espressioni di maschile non canoniche.
Come dice Jonh Stuart Mill, ogni processo ha tre fasi: la fase dello scherno, in cui un’idea viene proposta da un pioniere che viene preso per pazzo; la fase della discussione, in cui si comincia già a parlare della cosa, in modo critico, e infine la fase dell’emancipazione.
Immaginate che il primo anno ci sia un/a candidato/a assolutamente non conforme, che non vince, nè entra nel podio, ma la gente comincia a parlarne, magari schernendolo.
Il secondo anno i candidati/e non conformi sono due o tre, e viene magari preso il secondo o terzo posto, in modo quasi “rappresentativo”(un po’ come quando Harvey Milk si candidò per la prima volta).
Il terzo anno magari una persona non conforme vince, e non per questo continua a vincere ogni anno, ma magari una volta è la bellezza curvy, una volta quella androgina, una volta quella inerente alle culture alternative, e via via il concetto di bellezza nel tempo cambia e si rinnova, diventando sempre più inclusivo.

A questo punto mi chiedo: che caratteristiche deve avere chi vince un concorso per persone transgender?
A chi queste persone devono piacere?
Come sono composte le giurie? Hanno al loro interno persone LGBT e in particolare T?
Il passing deve essere un valore che dà punteggio?
Anche appurato il passing, il o la partecipante deve avere poi un’aderenza ai ruoli di genere tradizionali?
Cosa differenzia i concorsi di Mister e Miss Trans dai concorsi di Miss e Mister Italia?
L’androginia non viene vista come qualcosa di attraente e avvenente?
Come possono le associazioni LGBT avvallare il fatto che i canoni per vincere siano binari, stereotipati, e quindi tutto cio’ contro cui combattono?
Perchè chi ha un’identità di genere binaria, e/o un’espressione di genere binaria, o ha fatto un percorso in cui ha soddisfatto un maggior bisogno di “passare” per biologico/a deve essere “premiato”?
Perché a vincere i concorsi “trans” è chi “non diresti mai che è trans“?

A voi la parola…

Quanto dà fastidio ad alcuni gay che gli ftm siano desiderabili per altri gay?

Oliver

Un amico mi ha inoltrato un commento che pare sia stato rivolto, per vie traverse, in una lista a tema queer ma che di fatto è binaria, al mio precedente articolo.
L’articolo era la trasposizione per iscritto del mio intervento all’evento “pansessualità e bisessualità”, in cui si parlava degli orientamenti eteroaffettivi “non trans-escludenti, ovvero delle persone (lesbiche, uomini etero) attratte da donne che non escludono le trans mtf e delle persone (donne etero, uomini gay) attratte da uomini che non escludono i trans ftm.

A sentirsi urtati dal disquisire di questo non sono stati nè le donne etero, nè gli uomini etero, nè tantomeno le lesbiche (che si stanno mostrando molto aperte e interessate al mondo delle trans e del transfemminismo e translesbismo): la lamentela è ovviamente partita da un gay.

Mentre il mondo si evolve e ormai sempre di più gli attivisti omosessuali sono sensibili alle tematiche T, rimane uno zoccolo duro di giovani universitari devoti ai vecchi attivisti, in un rapporto di devozione tutto maschile cis, in cui si organizzano simposi culturali che strizzano l’occhio a quel mondo antico tanto rimpianto in cui l’omosessualità era lecita ma la misoginia dilagava ed era data per scontata.

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Ecco il commento:

Questo articolo è un capolavoro. È l’incarnazione letterale dell’espressione: “discutere del sesso degli angeli”. I protagonisti, infatti, sono talmente angeli da lasciare i corpi in secondo piano, gli antagonisti sono diabolici gay discriminanti. Dal momento che non vogliono darlo a chi tra le gambe ha una vagina, ecco che stanno discriminando perché troppo legati al carnale (e la carne, si sa, è Regno di Satana).
Far notare che nel frattempo le prostitute transessuali vengono ammazzate, che in Italia non c’è la piccola soluzione, e che il matrimonio gay ce lo scordiamo ancora per dieci anni sarebbe veramente triviale, stupido e piccolo borghese. Di conseguenza, di fronte a tali raffinate questioni io mi ritiro a leggere Ockham e mi taccio.

Divertiamoci a fare l’analisi del testo, come fosse una poesia di Cecco Angiolieri

Questo articolo è un capolavoro (sarcasmo).
È l’incarnazione letterale dell’espressione: “discutere del sesso degli angeli” (ovviamente se si parla di trans si parla di sesso degli angeli e di cose inutili, inutili ad un gay che sente e pretende come unica tematica quella degli uomini biologici attratti dagli uomini biologici e trova superfluo il parlare di altro).
I protagonisti, infatti, sono talmente angeli da lasciare i corpi in secondo piano, (l’analfabeta funzionale deve essersi perso il passo in cui si diceva che un’attrazione per un corpo androgino non è affatto asessuata, e che percepirla come tale significa screditare, in modo “pacatamente” transfobo, chi è attratto dall’androginia, e anche la bellezza stessa delle persone androgine e gender non conforming, che secondo questi binari non possono essere oggetto di desiderio, non tanto per se stessi, cosa che sarebbe comprensibile, ma neanche per altri)
gli antagonisti sono diabolici gay discriminanti.(in realtà il lettore distratto non si è accorto che si parla anche di ftm gay, o di gay in coppia con ftm, ma ovviamente per lui nessuno di questi due casi è un “gay“. si tratta ovviamente in un caso di una donna etero, nell’altro di un uomo etero, quindi il cattivo gay è quello che schecca e scappa quando sente la parola “vagiàaaina”!!!)
Dal momento che non vogliono darlo a chi tra le gambe ha una vagina,
(il gay che scrive mette talmente tanto al centro il suo pene, che è davvero convinto che tutta letteratura pansessuale e dedicata agli orientamenti non binari sia tutta una macchinazione atta a convincere gli omosessuali attratti solo dal fallo, quindi una parte degli omosessuali, a “dare” l’uccello a chi ha la vagina, magari con una bella penetrazione vaginale, essendo loro non abbastanza dotati di immaginazione da comprendere i tanti modi in cui un uomo ftm può dare e provare piacere, e fermi all’idea che sesso sia “infilare una chiave in una toppa“)
ecco che stanno discriminando perché troppo legati al carnale (e la carne, si sa, è Regno di Satana).(deve essersi perso la parte in cui si diceva che l’attrazione che i partner delle persone T provano per le persone T è tutt’altro che platonica)
Far notare che nel frattempo le prostitute transessuali vengono ammazzate,(a parte l’uso della vetero-parola transessuale in luogo di transgender, ecco il momento del benaltrismo, scommetto che lui impiega il 90% del tempo del suo attivismo a salvare le trans dal femminicidio)
che in Italia non c’è la piccola soluzione, (a parte che l’attivismo T non usa da un decennio il concetto di “piccola soluzione“…se seguisse il blog o le attività dell’associazione che ha proposto l’evento relativo all’intervento contestato saprebbe che si è estremamente sensibile alla rettifica anagrafica delle persone non medicalizzate)
e che il matrimonio gay ce lo scordiamo ancora per dieci anni (quindi si deve parlare sempre dei gay cisgender e dei loro problemi?)
sarebbe veramente triviale, stupido e piccolo borghese. (come se l’autore del blog fosse un punkabbestia comunista che taccia tutti d’esser borghesi, e non uno che guadagna molto più di questo simpatico gay pontificatore)
Di conseguenza, di fronte a tali raffinate questioni (che non ha l’intelligenza di capire) io mi ritiro a leggere Ockham e mi taccio (appunto, se consideri superfluo questo articolo e la sua tematica, perché sei venuto a rompere le scatole?).

Probabilmente questi sono quelli che considerano di cattivo gusto l’etero medio e buzzurro che dice “ahò, come se fà a prendere er cacchio, a me fa specie”.
Non hanno torto a definire omofobo questo eterello, ma poi loro stessi scheccano schifando la vagina (questo però non viene visto come misogino o “eterofobo“, perché alle minoranze si perdona tutto….)
http://www.mirror.co.uk/news/world-news/its-like-partially-deflated-balloon-7210095

Concludendo….Tutto questo ha senso precisarlo se l’articolo fosse rivolto a criticare chi ha un orientamento binario e non a parlare di chi invece ha orientamenti non binari.

E anche se fosse, come mai si sentono così tanto toccati i gay? e non le lesbiche, i e le etero?
Quale tematica smuove in alcuni gay il fatto che un ftm gay possa essere oggetto di attrazione per un gay cisgender? Cosa lo disturba nel fatto che ciò succeda? Paura della competizione?

Forse dovrei evitare di rispondere agli imbecilli che vogliono rimanere anonimi, oppure agli anonimi che vogliono rimanere imbecilli…

Orientamenti non trans-escludenti

Gentilissimi lettori e lettrici, questo articolo è stato pubblicato per gli amici del gruppo Sordi Lgbt Milano, i quali con mio enorme piacere hanno scelto il nostro evento “Bisessualità e Pansessualità: una riflessione su sessualità, desideri ed affettività in una prospettiva non binaria”, previsto per la Pride Week 2016 di Milano.

Il mio intervento era pieno di parole tecniche, spesso non italiane, spesso poco traducibili da parte degli interpreti del linguaggio dei segni (ma credo poco interpretabile per tutti coloro che non conoscono ancora questi termini), ma a me fa enorme piacere renderlo disponibile per iscritto con le opportune spiegazioni e link alle parole chiave, per tutti coloro che avessero voglia di approfondire.

Il titolo del mio intervento è : Orientamenti non trans-escludenti.
Premetto che parlare di orientamenti non binari non rappresenta un giudizio per chi ha un orientamento binario, esattamente così come parlare di omosessualità non è un giudizio verso gli etero 🙂

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Una visione vetusta degli orientamenti fa si che essi siano visti:

    1. solamente sotto l’aspetto sessuale e non quello affettivo
    2. in modo binario (omosessuale, eterosessuale)
    3. a determinarli è sempre il proprio sesso biologico e quello del/della partner

Il superamento di questa visione ha portato a parlare di:

  1. orientamento erotico-affettivo
  2. orientamenti intermedi tra omo ed etero (come bi e pan)
  3. l’orientamento non fa più riferimento ai sessi biologici (dell’amante e dell’amato/a) ma ai generi

CAPITOLO UNO: il passaggio da “sessuale” ad “erotico-affettivo”

Penso che siamo tutti d’accordo sul fatto che sia i transgender e gli asessuali sono sempre esistiti, ma solo da relativamente poco tempo hanno portato le loro istanze e lo hanno fatto insieme alla comunità omosessuale.
Se i primi, i transgender, hanno portato il tema della differenza tra sesso biologico e orientamento sessuale, mettendo quindi in discussione il concetto stesso di orientamento (è gay un uomo attratto dai maschi, o dagli uomini?), la presenza di attivisti asessuali ha sollecitato un dibattito già presente da decenni: se anche gli asessuali hanno un orientamento affettivo (o come preferiscono dire, romantico), allora non si può parlare di orientamento facendo riferimento solo al sesso, ma si deve dare spazio e attenzione a ciò che davvero fa da protagonista nel determinare l’orientamento di una persona: l’affettività.
Del resto ci sono tante persone che, se esaminate limitatamente all’orientamento sessuale, potrebbero dirsi attratte da entrambi i sessi e/o generi (bisessuali?), ma che poi tendono a formare relazioni (progettuali e non) solamente con un sesso e/o genere, e credo che ciò sia maggiormente rilevante quando si parla di diritti e di istanze.
Il parlare di orientamento eroticoaffettivo e non più di orientamento “sessuale” , non mettendo più al centro l’attività sessuale, può portare ad approcci che rendono secondari i corpi e i genitali.
Secondo questa nuova visione, le persone potranno essere viste, in relazione al loro orientamento erotico/affettivo, in relazione a quanto sono portate o predisposte a creare relazioni con le donne, oppure con gli uomini, oppure indifferentemente con uomini o con donne, o con una maggiore preferenza per un genere, poiché maggiormente compatibili con una personalità femminile, oppure con una maschile, o indifferentemente con l’una o l’altra, o con una maggiore preferenza per un genere.

Mettere in risalto i generi e non i corpi potrebbe far borbottare gli attivisti vecchio stampo, far pensare che ci avviamo verso una visione bigotta e moralista dove il desiderio e l’attrazione vengono censurati e messi forzatamente in secondo piano.

La motivazione di questa presa di posizione è il fatto che chi prova desideri mono-sessuali e binari (chi è gay nel senso che è attratto dal corpo geneticamente maschile, o chi è lesbica nel senso che è attratta dal corpo geneticamente femminile) pensa che gli orientamenti rivisitati nella chiave del genere possano minacciare e cancellare l’accezione che loro hanno dell’orientamento, legato ai corpi.

In realtà la loro visione è pacatamente transfoba, poiché esclude che le persone in cui sesso e genere non sono canonicamente coniugati possano essere oggetto di desiderio per alcune (non poche) persone (che non sia al massimo una curiosità effimera e morbosa) e che addirittura possano essere scelti come partner.
Quindi se gli orientamenti vengono riletti includendo chi prova attrazione per le persone gender not conforming, allora automaticamente chi desidera queste persone deve essere per forza attratto dalla loro “mente”, come se si trattasse di corpi asessuati, o di corpi brutti in quanto non conformi, da cui essere attratti “nonostante” la loro non conformità e non certo “per”.

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CAPITOLO DUE: il passaggio da una visione “binaria degli orientamenti (omo/etero) ad una visione inclusiva degli orientamenti bi e pan

Nel precedente capitolo ho usato la parola “preferenza”. Questa è una parola quasi tabù all’interno della comunità LGBT, perché ce l’hanno appioppata, parlando con leggerezza e anche con “relativismo” dei nostri orientamenti, come se fossero reversibili, “curabili”, effimeri.
Non posso escludere che non vi sia anche una, volontaria o involontaria, bifobia.
Rileggere gli orientamenti in chiave “non binaria” potrebbe rivendicare, nel caso di persone con orientamenti non nettamente omo o etero, il termine “preferenza”, poichè molte persone non hanno un interesse uguale verso i sessi/generi, ma a volte vi è un maggiore interesse verso uno dei due sessi o verso un genere in particolare, pur non escludendo il desiderio, l’attrazione, l’affettività verso l’altro.

Vengono considerate persone bisessuali tutte coloro che hanno un orientamento che non esclude persone di genere femminile e maschile, qualunque sia la sfumatura dell’orientamento (che vi sia una preferenza per il maschile o per il femminile non importa). Quando l’orientamento bisessuale non è polarizzato solo verso uomini biologici e donne biologiche, ma vi è un atteggiamento di non esclusione verso le persone transgender, spesso si usa il termine pansessuale, ma non tutti coloro che hanno un orientamento bisessuale non binario scelgono questo termine. Alcuni preferiscono il termine bi, nonostante la sua etimologia contenga implicitamente una visione duale e binaria.

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CAPITOLO TRE: a determinare gli orientamenti si considerano i generi e non i sessi, sia dell’amante-desiderante, sia dell’amato/a-desiderato/a

Così come gli asessuali (ma non a-romantici) hanno portato a mettere in discussione il termine “orientamento sessuale” per approdare al termine “orientamento erotico/affettivo”, le persone trangender hanno portato a mettere in discussione la determinazione stessa degli orientamenti sessuali.

Premetto che per sesso si intende il sesso genetico/biologico e per genere si intende l’identità di genere della persona.

Oggi, ad esempio, se si deve parlare dell’orientamento di un ftm, a prescindere dai suoi genitali o dalle sue apparenze, il suo orientamento sarà declinato in base alla sua identità di genere, quindi egli sarà uomo ftm etero se attratto dalle donne, uomo ftm gay se attratto dagli uomini e non il contrario.

Se in coppia con una donna, questa coppia verrà chiamata etero, se in coppia con un uomo, sarà chiamata coppia gay.

La compagna dell’ftm, in quanto attratta da lui, non potrà essere considerata lesbica, e il compagno dell’ftm di conseguenza non potrà essere considerato etero.

Nel parlare degli orientamenti non “trans-escludenti, devo per forza parlare sia di pan-fobia, sia di trans-fobia, sia del fenomeno di incomprensione e fraintendimento che colpisce le persone trans, i e le loro partner.

Tutti noi conosciamo il sessismo, e chi di noi frequenta l’attivismo LGBT sicuramente conosce l’etero-sessismo, che è quell’atteggiamento che ci fa percepire il mondo secondo regole non scritte relative al mondo eterosessuale. Si parla poco, e se ne parla solo nel mondo transgender e pansessuale, del cis-sessismo, ovvero quella visione del mondo che detta regole non scritte secondo la prospettiva di chi non è transgender (appunto, i cisgender). Essa viene usata anche quando si parla delle relazioni che le persone trans hanno con partner cis.

Spesso la visione cis-sessista viene assorbita dalle alcune persone transgender e gender not conforming, che iniziano a pensarsi in coppia come ripiego, e non come partner scelto o scelta in quanto tale.

Ci sono persone che addirittura hanno una maggiore preferenza per le persone trans o androgine. Si è diffuso recentemente il termine (forse dal suono cacofonico)  skoliosessuale, rivolto a chi è particolarmente attratto dalle persone gender not conforming. Esso non deve essere associata ai fetish, altrimenti potremmo anche dire che una donna lesbica sia una “feticista” delle donne, o un uomo gay un “feticista” degli uomini, quindi cosa renderebbe “feticista” chi trova attraente l’androginia?

Non si deve però pensare che, nella maggioranza dei casi, vi sia una ricerca in particolare della persona T o androgina. Spesso questa caratteristica del (o della) partner diventa una delle tante che costituiscono la persona per cui si prova fascino. Infatti a sopravvalutare sessi, generi, la loro consonanza o dissonanza è chi ha una visione binaria e quindi tutto ciò ha un risalto, e rimane poco spazio a tutte le altre caratteristiche che compongono l’individuo nella sua complessità e che lo rendono interessante/attraente.

Per un amico binario la cosa rilevante è che stai con una trans. Per un amico non binario sarà rilevante che personalità ha, cosa ti ha colpito di lei, in che ufficio lavora, cosa legge e che musica ascolta.

Ci sono donne lesbiche che scelgono una compagna che è T, ma il fatto che essa sia T non è nè il motivo della scelta, nè un deterrente: semplicemente una donna cisgender (biologica) si innamora (e/o ne ha desiderio) di una donna, che nel caso particolare è una donna transgender, ma è prima di tutto donna, e quindi la sua figura è compatibile col desiderio eroticoaffettivo della compagna lesbica (anche se questo lascerà basito chi ha una visione degli orientamenti legata più ai corpi che all’essenza).

Il fatto che questa donna cisgender e lesbica sia attratta da una donna transgender non la rende meno lesbica e non la rende “automaticamente” bisessuale o pansessuale. Dire che i (e le) partner delle persone T debbano essere “almeno” bisessuali è un atteggiamento transfobico, poichè è probabile che una donna etero, attratta solo da uomini, sia attratta da un ftm e lo scelga come compagno, così come un uomo etero, attratto solo dalla femminilità e non dalla virilità, scelga una donna transgender.

Se le persone T ricevono transfobia sia dalla comunità omosessuale, sia da chi ne è esterno, ciò capita anche a chi, per caso o per scelta, si ritrova partner di una persona T.

Spesso quella visione per cui i partner T sono un ripiego è la visione delle persone che circondano il o la partner della persona T. Ci sarà magari nostalgia per i o le partner precedenti che ha avuto l’amico/a cisgender, ci saranno dubbi per l’orientamento sessuale e affettivo dell’amico o amica storica, che “si credeva” di conoscere, e la bifobia e la transfobia si uniranno nell’atteggiamento di mancata accoglienza e incoraggiamento per la nuova relazione.

Ad creare un vergognoso e pericoloso connubbio tra l’atteggiamento transfobo e quello bifobo rispetto alla coppia in cui una delle due persone è T è la visione binaria. Una coppia cis/trans rimescola le carte e dà fastidio, perché chi la circonda si sente messo in discussione e deve rivisitare i concetti di uomo e di donna, di omo e di etero, e non vuole farlo.
E così, quando un uomo omosessuale attratto solo da maschi, o una donna lesbica attratta solo da femmine, sente parlare di orientamenti non binari o non transescludenti, e sente come “delegittimato” il suo dirsi gay o dirsi lesbica (quando invece queste persone sono sì omosessuali, ma sono solo uno dei tanti modi di essere omosessuale), non è diverso da un etero che, sentendo parlare di gay, sente minacciata la sua definizione di “normale”.

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Faccio alcuni esempi che ovviamente non sono rappresentativi della realtà di ciò che accade, poichè le persone binarie sono sempre meno.

Se un uomo etero vede un ftm fidanzato con un gay, si sentirà minacciato nella sua definizione se anche lui ne è spontaneamente attratto. Allo stesso modo un gay non attratto dagli ftm si sentirà minacciato se un altro gay invece ne è attratto tanto da starci insieme, ed usa la stessa definizione che lui ha scelto per sè. Lo stesso succede alle donne (lesbiche ed etero) quando una loro amica intraprende una relazione con un ftm. E lo stesso succede quando è una propria amica o un proprio amico a fidanzarsi con una trans mtf.

Siamo talmente fragili, e a dirla tutta, monosessisti e bifobici, che non facciamo caso alle altre caratteristiche dei e delle partner che i nostri amici e conoscenti ci presentano. Siamo talmente tanto binari e abituati a connotare le persone per i genitali che è il genere non conforme al sesso che ci turba e ci fa sentire minacciati.

Il binarismo, che un tempo faceva sembrare una minaccia le persone omosessuali (ora per fortuna succede solo con i quattro stronzi dei partiti estremisti e reazionari da 1%), oggi, assodato che l’omosessualità maschile e quella femminile rientrano in una simpatica e ordinata matrice 2×2 insieme a gli e le eterosessuali, se entrano in gioco bisessuali, pansessuali e transgender, viene fuori un meraviglioso ventaglio di possibilità di attrazioni ed affettività, e questo, al posto di sorprenderci e arricchirci, ci spaventa.

Note sull’essere transgender non medicalizzato/a

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Gentili lettori,

mi hanno spesso chiesto di parlare di cosa significa essere transgender e “non medicalizzati“. 
Io non sono molto favorevole ad esprimermi se la richiesta arriva sotto questi termini.

Quando si usa un “non”, tacitamente e in modo strisciante, si lascia intendere che quel non faccia divergere da una norma, da una convenzione, e che quindi si debba giustificare un’identità o condizione.

Il fatto che non esista un termine che non contenga un “non” per descrivere i transgender che “non” compiono una transizione medicalizzata, lascia intendere che ci si aspetta che tutti i transgender percorrano quell’iter, e che tutto il resto sia eccezione.

Eppure i transgender sono esistiti da sempre, da molto prima che la scienza desse la possibilità di agire sul proprio sesso in modo da renderlo funzionalmente ed esteticamente simile a quello opposto, ovvero a quello che molti transgender sentirebbero maggiormente appropriato per se stessi.

Parlando dei transgender del passato sarebbe superfluo definirli “non medicalizzati”, ma ora che la possibilità di medicalizzazione esiste, viene data per scontata, e viene considerato bizzarro che una persona non desideri usare questa possibilità.

Vi è anche spesso una forma di delegittimazione delle persone transgender del passato, spesso rivendicate da femministe, gay e lesbiche, a prova che comunque ancora una volta la medicalizzazione (anche nel caso fosse impossibile per il fatto che all’epoca non esistesse) rimane l’unico strumento per rendere credibile una persona T.
Quando non presente, si fa leva sul “ragionevole dubbio” che queste persone non fossero trans ma solo omosessuali (uomini e donne) in cerca di conformismo sociale come etero socializzati nel sesso opposto, o di donne in cerca di un’emancipazione che potevano avere solo in panni maschili (teorie valide per alcuni di questi personaggi, ma non per tutti).

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In un mondo non burocratizzato come quello del passato, e il cui binarismo dei ruoli rendeva più facile il “passing” di una persona non medicalizzata (si pensi ad Albert Nobbs), queste persone (a cui spesso bastava cambiare città per cambiare socialmente genere) erano molto più felici delle persone T di oggi, il cui nome anagrafico appare stampato pure sulla tessera della Coop.

L’esigenza della medicalizzazione per dare credibilità a una persona T , chi danneggia?
Apparentemente colpisce solo per persone non medicalizzate, ma ad essere colpita è l’intera comunità transgender.

Cosa significa essere transgender? E’ transgender colui che , nato di un sesso genetico, manifesta un’identità di genere che, secondo la norma statistica, è in “disaccordo” col suo sesso genetico.

Molte persone transgender vivono questo “disaccordo” in modo “disforico“.
Talvolta la disforia ha una natura maggiormente personale (il disagio è col proprio corpo, che la persona T considera non appropriato a rappresentare la propria identità di genere), talvolta è più sociale (la persona T soffre il suo mancato riconoscimento come appartenente al genere d’elezione), talvolta tocca altri aspetti (solo caratteri sessuali secondari, o solo primari, o la sfera sessuale, o il nome anagrafico), talvolta vi è la compresenza di tutti questi aspetti “disforici”.
Inutile e di stampo discriminatorio delineare uno spartiacque tra vissuti disforici riconducibili alla condizione trans e invece casi in cui la persona non va considerata trans.

In base al tipo di disforia che una persona transgender vive, essa “sceglie” che tipo di percorso fare, di cambio di immagine, di eventuale medicalizzazione, di visibilità.
Ho messo “sceglie” tra virgolette perchè la scelta è sempre apparente, ed è dettata dalle pressioni che la disforia della persona fa alla persona stessa, spingendola a muoversi in una direzione o nell’altra.

In alcune persone la disforia spesso varia anche nel tempo: più una persona si sperimenta e verifica come possibile il riconoscimento del proprio genere (magari anche iniziando col presentarsi come appartenente al proprio genere anche solo virtualmente, all’inizio), più aumenta la disforia quando torna a sentirsi percepito come appartenente al sesso genetico (ma questo non succede a tutte le persone T, alcune hanno una disforia perenne e che si manifesta in tenerissima età).

Di solito chi delegittima i transgender non medicalizzati lo fa perché ha una visione del tutto corporea della condizione trans.
La persona trans mft per lui è un maschio che si sente femmina e che diventa femmina.
Per la persona che esprime questa visione, e che di solito non riconosce la differenza tra sesso e genere, e respinge il concetto stesso di identità di genere, la persona trans “si sente” (quindi  un soggettivo percepire) e che “diventa” (quindi a renderla “trans” è il cambiamento del corpo) donna.
Questa visione non delegittima solo i non medicalizzati ma tutte le persone trans, perché se nega ai non medicalizzati di definirsi persone transgender, d’altra parte definisce trans le persone medicalizzate, ma per il motivo sbagliato, quindi si tratta di una visione, in buona o cattiva fede, con un buon contenuto di transfobia.

La cosa strana è che questa visione è condivisa anche da alcune persone transessuali vecchio stampo, le quali vogliono “escludere” dalla T chi ha fatto percorsi diversi dal loro, sminuendo un tipo di disforia diversa (come se lo stendardo dell’essere T non fosse la fierezza ma la cattolicissima gara a chi soffre di più) e pensando che l’istanza principale di chi non prende ormoni non sia tanto il riconoscimento della propria identità, ma quasi il voler stare per forza sotto l’ombrellone T.

Questo fa si che spesso le persone non medicalizzate, che di certo lottano per il riconoscimento della propria identità di genere, e non certo per avere un patentino T, abbiano più successo nel mondo esterno alla comunità LGBT, in cui una persona accetta o non accetta, senza tante speculazioni filosofiche o pretese che una persona faccia una medicalizzazione di cui l’etero medio o media non è neanche a conoscenza.

Il primo passo per le persone non medicalizzate che desiderano fare rivendicazione politica sarebbe quello di trovare un termine che le definisca senza usare un “non“, senza considerarle una “costola” di qualcos’altro.
Un mio collega tamarro mi spiegava che nell’ambiente dei tatuatori esiste un termine gergale che definisce in “non tatuati”, ormai in minoranza…non vorrei che quando nasce qualcosa di nuovo, che poi diventa maggioranza, ad essere definiti con il “non” e a doversi giustificare siano coloro che “non” fanno qualcosa, che questo qualcosa sia tatuarsi o medicalizzarsi non importa.

Credo che le persone T non medicalizzate, e non di certo solo io, che ormai invado i vostri schermi da un decennio, debbano iniziare a raccontarsi, senza porre l’accento sul fastidiosissimo modo in cui vengono discriminate internamente (fatto verissimo, ma che oscurerebbe l’opportunità di farsi conoscere senza porre sfumature buie e polemiche), ma raccontando come è possibile essere socializzati per il proprio genere d’elezione, intessere amicizie, relazioni con persone attratte dal proprio genere e non dal proprio sesso genetico, trovare un compromesso con la propria disforia, essere visibili in quanto persone T nonostante un passing non eccellente (questo però non è sempre detto: conosco persone non medicalizzate, soprattutto MtF, con un passing migliore di persone in ormoni ed operate).

Forse le persone non medicalizzate hanno anche una grande opportunità nell’educazione sociale, e la loro involontaria risorsa è proprio io “non passing“.
Se il non passing, da un certo punto di vista, genera sofferenze a mancanza di riconoscimento per quello che si è, esso pone un dilemma etico: per essere rispettati per il proprio genere dobbiamo “sembrare” di sesso coerente col nostro genere?
Di certo se questa discrepanza genera una sofferenza personale, allora è giusto procedere con un cambio di immagine a volte aiutato da ormoni e chirurgia, ma quando la persona non lo ritiene necessario, utile, strategico, “deve” farlo per forza, se vuole il riconoscimento della sua identità di genere?

Se la persona non medicalizzata, quindi, viene riconosciuta per il suo genere da amici, parenti, familiari, colleghi di lavoro, e chiunque “sappia”, è possibile che sia “travisata” da un occhio estraneo (se non ha un buon passing), ma questa condizione, che puo’ arrecare sofferenza e disagio, puo’ rappresentare un’opportunità, ovvero non dimenticarsi del problema sociale del binarismo dei ruoli, ovvero del fatto che, dal momento in cui si viene percepiti di un certo sesso biologico, ci si aspetti determinati comportamenti.

Una persona non medicalizzata, che non sempre viene riconosciuta per il proprio genere, sarà quindi sempre più sensibile al problema del binarismo sociale rispetto ai ruoli di genere.

Un altro punto interessante del percorso non medicalizzato e del “non passing” è l’essere visibile in quanto persona T.
Ammettiamo che una donna T non medicalizzata sia visibile in quanto donna non biologica e una T medicalizzata no (come detto sopra, non sempre questo è vero).

La donna T che appare come tale sarà sicuramente svantaggiata se il suo obiettivo è integrarsi in un mondo binario, ma potrà rivendicare la sua differenza rispetto alle donne biologiche e la sua particolarità di donna T, rivendicarla personalmente e politicamente.

Il discorso ha più senso se si parla di Ftm, visto che la transizione tramite testosterone cancella ogni traccia di androginia nel corpo della persona, rendendolo, forse a volte a parte la stazza (ma non sempre, ci sono ftm che di base sono alti e “fisicati”), identico ad un corpo maschile da vestito.
Personalmente ho fatto della non medicalizzazione il mio percorso perché, pur definendomi di identità di genere maschile (non fluida, non intermedia, non “altro”), io considero il mio percorso di vita totalmente diverso da quello di un uomo genetico, e non voglio che la mia immagine possa cancellare questo mio vissuto.
In poche parole, io sono di genere maschile, ma non sono, nè voglio sembrare, di sesso maschile. Non mi interessa sembrare nato maschio, costruire un’infanzia da maschio che non ho avuto, perché ciò che sono (compresa la mia lotta antibinaria sul tema dei ruoli di genere) lo devo al mio particolare percorso di vita, diverso da quello di un uomo genetico.
Alcuni di voi direbbero “a questo punto perché non ti vesti da donna e vivi da donna”?
Eh no. Io rivendico la mia diversità dall’uomo genetico (sesso maschile e genere maschile) ma anche dalla donna genetica (sesso femminile e genere femminile), quindi se mi “spacciassi” come femmina e donna, emulandone immagine e comportamenti, farei un torto a me e mistificherei.
E’ importante chiarire che il mio non rinnegare l’essere un uomo T e non Cis non deve lasciar pensare che a me stia bene ricevere il genere grammaticale femminile o essere considerato “altro” dall’essere uomo, perchè un uomo T è un uomo quanto quello cis. Non è quantitativamente meno uomo, ma è qualitativamente un uomo diverso (ma sono diversi anche gli uomini cis tra di loro).

Non mi aspetto che tutti capiscano il mio percorso, e preciso che il motivo per cui IO non sono medicalizzato non è lo stesso che spinge altri a non essere medicalizzati (chi è spinto da motivi spirituali, chi da motivi di salute, chi da motivi di visibilità, chi non ha alcuna disforia col corpo).

Cio’ che è importante e che chi non percorre la via della medicalizzazione ha lo stesso diritto di riconoscimento della propria identità di genere, perché non è l’estetica che ci rende meritevoli del rispetto, e il non “sembrare” non legittima gli altri (soprattutto se attivisti) a non dover rivolgersi a noi in modo corretto, e non per galateo o per farci un piacere, ma perché è loro dovere di attivisti LGBT, se si definiscono tali.

Perché la bellezza è binaria?

Quando si dice “androginia”, l’immagine che passa negli occhi di chi ascolta questo termine è quella di una ragazza magra, molto magra. Capelli corti ma fashion. Una giacca e cravatta di allusione maschile ma progettate per lei. Qualche tocco di colore nei capelli per rassicurare. Trucco cattivo, aggressivo.
In altri, rari, casi, appare un modello giovane e figo. E’ un passerella, camiciolla aperta con petto tornito senza un pelo. Boccoli biondi stile gruppo anni novanta di fratelli dal nord Europa.
Ad ogni modo, se sei una persona androgina, devi essere molto bella, molto magra, e con connotati rassicuranti.
Antibinario/a si, ma con moderazione.
Devi rappresentare quell’eccezione che serve a confermare la regola.

In realtà esattamente come chi è completamente gender conforming, anche le persone androgine spesso e volentieri sono in sovrappeso, basse, con gli occhiali, con nasi e denti non perfetti, ma tuttavia per tutta questa gente c’è molta poca tolleranza rispetto a quella riservata ai “normali” brutti.

Quello che intendo dire è che nella nostra società essere androgini/e non è un diritto.
Tempo fa avevo sollevato il fatto che per dire che è una persona è bella dobbiamo per forza dire “bell’uomo, bella donna”, ma mai “bella persona”, altrimenti, privato del suo impatto sessuato, il termine assume caratteri psicologici. Una nonnina è una bella persona. Una ragazza giovane è una bella ragazza o donna.

Mi ha molto fatto riflettere ciò che ha detto una mia amicizia facebook.

La società ci insegna che il corpo femminile, di base, per propria natura, fa schifo. È brutto, indesiderabile, anche un po’ disgustoso.
Pensateci. Ci lamentiamo dell’infibulazione ma non ci accorgiamo che la stessa mentalità castrante nei confronti del corpo femminile ci appartiene, saldata a doppio filo con il consumismo, resa appetibile, e noi la seguiamo come pecore: il corpo femminile può raggiungere la decenza solo se viene modificato (con depilazione, diete, trucco e parrucco). Sennò è naturale, quindi bestiale, e quindi brutto.
Il corpo maschile è perfetto com’è. Può, o forse deve essere un po’ bestiale: se viene curato “troppo” è un corpo “da frocio”. L’uomo nasce maschio. La donna nasce mostro, diventa femmina solo attraverso una forma di auto-repressione fisica.
Certo “ognuno ha i suoi gusti”, ma sono i tuoi gusti o quelli che il mondo ha deciso per te? I tuoi gusti fanno male a qualcuno? Fanno male a te stesso?
Siamo tutti attraenti, amabili e normali come mamma ci ha fatti. Piantiamola di sentirci manchevoli di qualcosa, di provare vergogna per il nostro aspetto, di trasformare il nostro corpo in un’autostrada per le opinioni altrui. L’unica cosa che dovremmo chiederci allo specchio è “questo sono veramente io, o qualcuno che degli altri mi hanno convinto ad essere?” Insomma, perché davanti alla libertà che ci salverebbe siamo sempre così pigri?
P.S rivendicare la libertà e poi continuare a giudicare gli altri come fossero manichini non vale

Quando ho iniziato a leggere ho pensato: “che intende dicendo che il corpo femminile viene considerato disgustoso“?
Ero ormai così calato nel chiamare “corpo femminile” quello delle donne che si vedono in giro (colleghe e tizie in metropolitana) che mi sono distratto da cio’ che poi sarebbe stato chiaro nel resto dello status:
stava parlando del corpo femminile quello vero, quello che abbiamo dimenticato, abituati ormai al corpo artefatto e preteso dalla società.

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Un giorno sono capitato per un rilievo architettonico in un centro estetico unisex.
C’erano delle donne in fila. L’agenda era piena ma loro premevano per un’urgentissimo “Occhi di bambola”.
Per chi non lo sa, occhi di bambola è un sistema di lavorazione di ciglia artificiali.
La donna in questione era isterica. Se non avesse “ricostruito” (sarebbe più onesto dire costruito) ciglia e unghie gel entro sera, sarebbe andato in malora il matrimonio della sorella.
Queste donne in attesa erano li, pronte per il tagliando settimanale e mensile, come delle drogate in fila per ricevere la dose, anche un po’ in astinenza a dire il vero.
Donne transessuali (female to fake female) che però non prendono ormoni, o meglio che, con la scusa di avere un bel ciclo regolare (come se il ciclo regolare esistesse), prendono ormoni femminili.
Donne “in transizione” verso un femminile artefatto e costruito, pronte a piallare i loro corpi, modificarli, trasformarli, renderli accettabili agli uomini, persino a quelli gay, e alle altre donne, in costante competizione su cose futili.

La persona dello status però si sbaglia. Anche l’uomo mediamente ha il dovere di trasformare il suo corpo.
La natura dona corpi maschili e femminili che, se lasciati allo stato brado, non sono dissimili tra loro.
Ma uomini e donne devono impegnarsi a renderli il più possibile diversi con queste “transizioni”

E’ un dovere degli uomini e donne creare una differenziazione fisica, per sottostare alle leggi del binarismo.
Sarebbe scandaloso e increscioso che una persona, senza tutti questi artifizi, potesse erroneamente apparire dell’altro sesso. Vergognoso, increscioso, grave. Il binarismo è un dovere
Pensiamo ai bambini. Se in mutande, è difficile capirne il sesso senza degli orpelli che ne demarchino il binarismo.
E tutto ciò è educativo, necessario.

Ci sono persone, anche non glbt, che per natura non tendono al binarismo, e non si vedono a proprio agio in questa transizione verso modelli binari. Eppure queste persone sono soggette a vari tipi di bullismo e disappunto, anche banalmente consigli “in buona fede” insistenti, di amiche, colleghe, parenti…

Di contro, ci sono persone glbt, in particolare trans, che desiderano fortemente un aspetto non solo coerente con la propria identità di genere, ma binario.
Vivono malissimo il periodo di transizione, o pre transizione, che li porta a subire un’androginia indesiderata, e tutto il bullismo, lo sgomento, l’incomprensione che caratterizza chi è portatore d’androginia.
Mi chiedo non tanto se queste persone sarebbero transgender in un mondo antibinario (lo sarebbero ovviamente), ma se tenderebbero a quest’immagine binaria e normalizzante, o se è solo uno strumento per non essere considerati brutti, strani e grotteschi.
Probabilmente alcuni, molti, desidererebbero un’espressione di genere binaria, come del resto molti cisgender.
Tuttavia, anche se il discorso disturba, se l’androginia non fosse brutta e sbagliata, molte persone, trans e non, vivrebbero a proprio agio senza le sovrastrutture estetiche che altro non sono che un passaporto normalizzatore.

Forse un giorno l’androginia avrà diritto di cittadinanza, e scopriremo solo allora chi realmente è interessato/a a modelli estetici e comportamentali binari.
Il resto è solo ipotesi, perchè viziato è il campione di indagine. Viziato dalla società, dal modelli esistenti, dal concetto di normalità e di bellezza che viene imposto attualmente. Solo quando decadranno questi stereotipi potremmo capire cosa è realmente desiderato e sentito come proprio.
Il resto è solo un’accozzaglia di ipotesi, spesso faziose.

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Vivere al di fuori del binarismo è possibile?

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Oggi ho sentito un amico che non sentivo da molto tempo.
Lui è genderqueer e ha iniziato un percorso ormonale soft per androginizzare il suo aspetto.
Quando l’ho sentito, mesi fa, mi aveva detto chiaramente di desiderare dei dosaggi soft perché il suo desiderio era quello di mantenere un aspetto androgino e non marcatamente connotato.

Oggi appare ai miei occhi come un uomo di mezza età.
E’ calvo, dalla maglietta vedo il petto molto peloso. Sui documenti c’è scritto un nome maschile, che non è quello che usava quando ci siamo conosciuti, ma è molto marcatamente maschile.

Mi ha spiegato che i motivi che lo hanno spinto ad una via binaria, sia sociale, sia burocratica, sia biologica sono stati causati da limiti di due tipi: biologici e burocratici.
Assumere ormoni maschili in piccole dosi era possibile nel momento in cui aveva organi sessuali che producevano ormoni femminili e si creava un mix. Un mix che esiste già in corpi maschili e femminili, ma che nel suo caso veniva leggermente spinto verso la virilizzazione.

Fece un intervento di ridimensionamento del petto. Da una quinta ad una prima.
A questo aspetto androgino corrispondeva però un documento femminile. Non esiste altra definizione nei documenti. O sei uomo o sei donna. E quella voce di media frequenza, quella peluria accennata da adolescente, stonava molto con quel Maria Rosa (nome di fantasia).

Fu così che il mio amico, in un primo tempo felice per il suo aspetto androgino, decise di togliere utero ed ovaie per cambiare i documenti. Già da tempo subiva pressioni binarie dal suo endocrinologo, che, a causa del binarismo, tendeva a dargli dosi di testosterone da cavallo perchè “cosi’ funziona il percorso”. A quel punto era diventato sempre più virile il suo aspetto e sempre maggiormente a rischio le sue ovaie ed utero e togliere tutto alla fine sembro’ l’unica via per salvare capre e cavoli, anche se il mio amico pianse, perché aveva previsto altro.

Avrebbe voluto fare una tos mista, introducendo ormoni sia maschili che femminili, non producendone più autonomamente, ma per lui era previsto il testosterone, quindi lo prese, e il suo petto divenne piatto come quello degli uomini biologici, dopo un secondo intervento.

Ora “è un uomo”, lo è anche per la legge. Per la legge è come se lo fosse sempre stato, perché i documenti vengono sostituiti retroattivamente. La sua androginia fisica è stata spazzata via, cosi’ come il riconoscimento della sua androginia mentale. Ora è un neo-uomo come tanti, con alle spalle un percorso transessuale come tanti.

Anche al lavoro è stato favorito dal completamento del percorso, perchè prima non era concepito, non era previsto. Era un errore di codice di Matrix, ora invece è “normale“. Non lo avrebbe mai voluto, ma è successo.

Ha provato in tanti anni a convincere psicologi, medici, endocrinologi, che lui avrebbe solo voluto che alla sua mente androgina corrispondesse un corpo androgino e una burocrazia che desse visibilità a questo essere.

Ma ora è un uomo transessuale calvo, peloso, e con un petto perfettamente maschile.
Mi dice che meglio cosi’ che vivere da donna, ma la cosa triste è che ci possa scegliere solo tra due possibilità, per non finire emarginato, se non malato o privo di cittadinanza giuridica.

Quindi la risposta è no, davanti a questo caffè amaro e a questo mio amico, che alla fine ho visto di persona, vi dico no.

Non è possibile vivere al di fuori del binarismo.

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