Definizioni condivise, per un confronto consapevole sui generi

Quando questo blog ha aperto, non c’era materiale in italiano sugli argomenti trattati nel blog.
C’erano solo le associazioni, quasi tutte pensate per persone gay, lesbiche, e trans in percorsi canonici.
Oggi c’è addirittura troppo materiale. Molte persone che aprono blog e pagine facebook non hanno l’adeguata preparazione (o sono ancora in una fase questioning), e non provengono da un percorso di associazionismo e formazione in associazione, o mediante i testi di autori transgender.

Inoltre i tentativi di dialogo tra mondo LGBT e femminismi, mediati spesso dalla realtà virtuale e non dal dialogo vis a vis, ha creato molti equivoci, dovuti al fatto che si usano linguaggi differenti, o gli stessi termini per descrivere cose diverse.

Ho pensato di scrivere due righe ribadendo le definizioni. Ovviamente questo vuole essere un post “dialettico” e gli spunti di altre persone LGBT saranno utili a delineare meglio i significati in modo che siano maggiormente condivisi.
Binarismo 
Il binarismo è la tendenza a considerare legittime solo le espressioni identitarie “polarizzate” e “duali”.
Anche se il “binarismo” potrebbe essere applicato a qualsiasi visione “manicheista” della vita (alla politica, alla spiritualità, a qualsiasi tendenza a concepire le situazioni vedendo solo il bianco e nero), mi limiterei al suo significato nell’ambito LGBT.
Si parla di binarismo in relazione agli orientamenti sessuali/affettivi, alle biologie dei corpi, alle identità di genere, ai ruoli/espressioni di genere.
Quindi, la visione binaria comprende solo le dicotomie omo/etero, maschio/femmina, uomo/donna, maschile femminile.
Inoltre nella visione binaria, i percorsi di transizione devono essere sempre canonici e condurre una persona da una polarità all’altra.

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Identità di genere: Per convenzione, diversamente da quello che avviene nei femminismi, l’elaborazione culturale transgender ha chiarito che maschio e femmina si riferiscono ai sessi genetici (xy, xx, corpo maschile, corpo femminile) mentre uomo e donna al genere (che non riguarda aspetti fisici ma identitari) . Quindi una persona transgender è una persona che è maschio ma non è uomo, o è femmina ma non è donna.

Ruolo di genere, stereotipo di genere, espressione di genere.
Il concetto di “identità di genere” come qualcosa di radicalmente diverso da ruoli, espressioni e identità è presente nell’elaborazione culturale transgender ma poco al di fuori di essa.
Ruoli ed espressioni di genere sono considerati maschili, femminili o neutri solo in base a convenzioni sociali, variabili a seconda dei tempi e dei luoghi.
Sono sempre più le persone che vivono liberamente la propria espressione di genere, non aderendo a “ruoli” prestabiliti, ad aspettative sociali, o a stereotipi.
Sia le persone transgender che le persone cisgender possono avere espressioni di genere “divergenti” rispetto alle aspettative sociali: un uomo trans o un uomo cis potrebbero essere appassionati di uncinetto, o magari una donna trans o una donna cis potrebbero essere appassionate di arrampicate.
Avere espressioni di genere divergenti dalle aspettative sociali stereotipati non rende persone transgender.
Il non binarismo relativo ai ruoli di genere non rende una persona transgender, anche se ovviamente anche le persone transgender possono avere ruoli di genere non aderenti al binarismo.

 

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Antibinarismo
E’ la posizione politica che contrasta la visione “binaria”, che impone il “binarismo” come obbligatorio, ed è l’unica espressione personale accettata e incoraggiata.
L’antibinarismo non vuole cancellare le persone portatrici di orientamenti, corpi, identitò di genere, ruoli/espressioni di genere “binarie”, o percorsi di transizione canonici: semplicemente insiste affinché queste non siano le uniche condizioni lecite.

Binario/Non binario.
Come detto prima, alcune persone sono portatrici di orientamenti, corpi, identità di genere e ruoli/espressioni di genere binarie (e questo non è un problema, finché viene rispettato il fatto che altri potrebbero avere vissuti ed esigenze differenti), mentre alcune persone presentano una condizione di “non binarismo” riguardante il proprio orientamento (pansessualità, eteroflessibilità, omoflessibilità, bisessualità non transescludente), il proprio corpo (intersessualità), la propria identità di genere (genderqueer, genderfluid, agender, bigender, genderneutral…), i propri ruoli/espressioni di genere (tutte le persone non aderenti agli stereotipi maschili e femminili), il proprio percorso di transizione, nel caso di persone T (quindi percorsi non medicalizzati, percorsi androginizzanti, percorsi “strafottenti” rispetto al passing, percorsi che prevedono alcune modifiche medicalizzate e non altre).
Alcune persone si definiscono “non binarie”, ma è meglio chiarire sotto quale aspetto esse si definiscono “non binarie”. Spesso lo si è sotto più d’uno degli aspetti elencati.
Negli Usa “non binary” viene usato spesso come sinonimo di “persona con identità di genere non binaria”.

 

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Cisgender:
Le persone cisgender sono quelle non transgender. Cis è il contrario di trans (come cisalpino e transalpino). Si è “al di là” o “al di qua” di qualcosa, e la linea di confine è ciò che separa chi è trans da chi non lo è.
Chi non ha una tematica di identità di genere è cis.
Chi ha “solo” (il “solo” non è svalutativo) una tematica di ruoli, espressioni, lotta agli stereotipi di genere è cis.
Essere cis non determina l’adesione “supina” agli stereotipi di genere. Essere cis significa semplicemente non essere una persona transgender (o genderqueer, o genderfluid o di identità di genere non binaria).
Molte persone confondono cis con etero: come cis è chi non è trans, etero è relativo a chi non è omo/bi/pansessuale.
Una persona cis puo’ non essere etero, una persona etero puo’ non essere cis.
Nonostante alcuni blogger aggressivi disprezzino le persone cis (come altri blog aggressivi disprezzano gli etero), cis non è affatto un termine dispregiativo, e il “viverlo” come tale sta spingendo tante persone in un percorso di emancipazione dai ruoli e dagli stereotipi di genere a definirsi “transgender” (secondo un ombrello molto ampio proposto più dalla letteratura queer che dagli autori transgender)
Le logiche secondo cui “siamo tutti transgender” o “siamo tutti pansessuali” non funzionano quando vi sono delle istanze legali e sociali ben precise, di cui la persona T ha bisogno e la persona cis emancipata dai ruoli stereotipati no (il riconoscimento della propria identità di genere, del nome scelto, della richiesta che ci si rivolga a quella persona in modo corretto dal punto di vista grammaticale, e che la si tuteli rispetto alla transfobia e al mobbing).
Ci sono delle istanze relative alle persone cis che vivono un percorso di emancipazione dai ruoli, ma sono diverse da quelle transgender, anche se sicuramente la discriminazione che colpisce una persona transgender e una persona cis emancipata dagli stereotipi ha una matrice simile.

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Dalla disforia alla contestazione socio/culturale

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Gentilissimi,

come sapete da tempo, respingo, su me stesso, le definizioni non per una politica del “basta etichette“, politica che tra l’altro non condivido (sono un sostenitore delle definizioni), ma perché questi termini rappresentano un pacchetto di cose che non mi rappresenta a pieno, e non voglio che una definizione a cui non sono particolarmente legato finisca per creare polemiche interne al movimento, che dimenticano me come persona e cercano di verificare la mia “vera” appartenenza.

Ci sono due componenti in una persona che porta una tematica di identità di genere:
quella che investe la disforia (a qualcuno non piacerà il termine) fisica, verso se stessi e il proprio corpo, e quella che investe invece una disforia socio/culturale, che riguarda più la collocazione di se stessi rispetto al parametro “genere” nella società, e quindi, anche su questo piano, ha un suo peso l’immagine della persona, il nome anagrafico, l’essere socializzati come M, F, o altro.

Non voglio concentrarmi sull’inferno di rivendicazioni interne alla comunità, di conflitti e fraintendimenti tra esponenti dell’una o dell’altra istanza, esigenza, condizione.
In questo blog si è parlato in vari articoli dell’ indignazione che le persone transessuali canoniche, portatrici di una disforia soprattutto fisica, col proprio corpo, provano verso le persone che, seppur portatrici di una variabilità di genere, hanno una disforia più rivolta alla propria identità sociale e socializzazione rispetto al genere.
Spesso questa rabbia, disapprovazione, disconoscimento, porta l’altra “fazione“, quella dei disforici sociali, degli insofferenti al binarismo, a guardare con disprezzo e paternalismo chi, portatore di una disforia solo personale, si definisce “nato nel corpo sbagliato“, senza avanzare nessuna pretesa sociale e nessuna polemica sugli stereotipi e sulla transfobia, che chiede alle persone portatrici di una variabile di genere, di conformarsi il più possibile e di avere aspetti, comportamenti, orientamenti sessuali “rassicuranti“.

Sarebbe un errore dividere il mondo in pecore e capre.

Ci sono persone che, seppur portatrici di una disforia fisiologica, sono anche portatrici di una disforia sociale, e quindi, nonostante in queste persone sia molto forte il bisogno di avere un corpo che, anche nell’intimità della loro solitudine davanti allo specchio, risponda all’immagine che hanno di se, parallelamente contestano il binarismo sociale. Queste persone transessuali sono spesso amiche delle persone portatrici di una tematica di genere non canonica, perché hanno effettuato una transizione medicalizzata per se stessi e non per gli altri, quindi non si sentono lesi da chi non sente, almeno al momento, il bisogno di un percorso uguale al loro.

Parallelamente, ci sono persone che, nonostante in loro prevalga la contestazione sociopolitica, non è detto che siano prive di disforia.
In alcune di queste vi è una disforia fisica, ma potrebbero, per varie ragioni, non scegliere la medicalizzazione per superarla. In altri casi vi sono disforie che si manifestano su piani differenti (una disforia in relazione al nome anagrafico, o al genere grammaticale con cui ci si riferisce loro, oppure ancora con alcuni aspetti della sfera genitale).

Anche il tipo di cambiamenti che la persona con la tematica di genere sente di voler effettuare o meno sono legati al “tipo” di disforia che essa presenta: ci sarà chi si concentrerà sul tema del cambio del nome anagrafico e del genere, chi non si sente a disagio coi caratteri sessuali secondari (e quindi non sente l’esigenza della tos, terapia ormonale sostituiva), ma magari con quelli primari, chi ancora vive un’altalenanza nel tempo (o una compresenza) delle parti maschile e femminile e non pensa che la sua strada sia la medicalizzazione (o magari ne fa una parziale), chi invece riconduce il fastidio per il corpo a ragioni squisitamente sociali (il fastidio di non apparire del proprio genere, ma del proprio sesso di nascita, viene connesso interamente alla percezione altrui, e quindi, in un mondo binario come il nostro, la persona viene continuamente ferita da una socializzazione nel genere sbagliato,e  quindi desidera un cambio di immagine per sfuggire a questa pressione sociale).

C’è poi chi si identifica semplicemente come uomo o donna, in sovrapposizione con l’identità di chi maschio e femmina lo è dalla nascita, e chi rivendica una condizione differente, quella di uomini e donne non biologici coscienti di esserlo e di essere qualcosa di diverso, e quindi rivendica anche una differente collocazione sociale. Ho amiche transessuali fiere di essere donne non biologiche che, anche adesso, dopo il cambio dei documenti, rivendicano la loro differenza dalla donna biologica, se non esteticamente almeno identitariamente.

Nel mio caso mi sento molto vicino all’istanza di apparire sicuramente come uomo (ho un’identità di genere totalmente maschile), ma senza censurare il mio essere uomo non biologico.
Non sono, in questa mia esigenza, aiutato dalla direzione (dal sesso XX al genere maschile), perché essere “uomo non biologico” è poco leggibile.
Se incontriamo una persona nata maschio, anche poco androgina, vestita con panni femminili, sicuramente, anche essendo sicuri della sua nascita al maschile, la percepiremo come donna trans o come travestita.
Nella mia direzione invece non è detto che il mio vivere al maschile mi palesi al mondo come persona “maschile” (trav o trans verso il maschile), perché, a causa del maschilismo, ciò che ricorda la donna viene sempre e solo ricondotto all’essere donna e basta.
Di contro, se io facessi un percorso medicalizzato, in pochissimo tempo apparirei uomo biologico, e sarebbe cancellata la mia istanza di dare risalto alla mia particolarità come uomo non nato maschio, di mettere le giuste distanze da ciò che non sono, e che non sono stato nel mio passato. Sarei costretto, almeno alla vista, nei rapporti sociali occasionali, a “mistificare”.
Per me non è un problema che una persona come me non venga classificata nella T, e sorrido di chi mi scrive dicendo di “non sentirsi rappresentato“. Non sono transessuale, non ho il loro desiderio di cambiare “sesso” nè il loro desiderio di apparire biologicamente come nato del sesso opposto.
Sicuramente la mia istanza cozza con le regole binarie dell’attuale società, e questo mi ha reso, nel tempo, un attivista contro il binarismo di genere.

Le persone “nate nel corpo sbagliato” piacciono alla società, sia internamente alla comunità (hanno obiettivi simili e nasce una fratellanza/sorellanza), sia agli esterni (sono loro gli sbagliati, si correggono, e diventano normali “come noi”).
Le persone con una tematica di genere diversa, che magari intacca il binarismo, diventa un problema sia interno (nella comunità), sia esterno (ma se devo dirla tutta, soprattutto interno. per gli esterni spesso non ci sono grosse differenze tra chi gli ormoni li prende, chi non li prende, etc etc).

Credo che però quello della definizione come persona T di tutte le persone non propriamente transessuali o disforiche in senso classico sia un grosso tabù, anche del mondo associativo.
Per questioni di “policy“, tutte le persone vengono accolte con la definizione che hanno dato a se stesse, ma di fatto molte persone rimangono perplesse, se non addirittura si pongono con atteggiamenti di paternalismo, per indirizzare la persona o a cambiare definizione oppure ad adeguare i suoi cambiamenti fisici alla definizione.

Sebbene io, da attivista antibinario, possa pensare che chi si sente “ferito, offeso, non rappresentato dalle persone in percorsi non canonici” probabilmente ha qualcosa di irrisolto, o non ha fatto certi passi per il motivo giusto, mi rendo conto che se è veramente molto sentita l’esigenza di usare termini diversi per dividere chi ha una disforia più fisica da chi ha una disforia più sociopolitica, allora creiamoli.

Se posso permettermi, spero che non verranno pescati termini che spesso, per ripiego, il mondo “non canonico” usa per giustificare la propria non medicalizzazione: trav e crossdresser se nate maschio, queer et similia se nati femmina.

Se questo spartiacque viene sentito come necessario, indispensabile, non tanto perché stare sotto lo stesso “ombrello” offenda, ma perché non descrive e rappresenta le esigenze differenti, allora credo che sia possibile creare termini nuovi che non svalutino od offendino una delle due parti.

Credo che però sia i disforici fisici, sia quelli sociali, sia quelli che non provano disforia ma solo rivendicazione,provocazione, siano legati da una comune discriminazione:
la non libertà di genere.
E’ capitato che in alcuni pride, anche all’estero, impedissero a queer e drag king/queen di vestire i panni che desideravano vestire, perché “avrebbero offeso chi aveva ‘veramente’ la disforia“.
Premetto che nessuno, neanche un comitato che emette un dress code, possa decidere se una persona ha o meno la disforia, e che solo quella persona possa capire la sua strada, ma ammesso che queste persone volessero farlo solo per solidarietà verso la libertà di genere: perché castrarle?
Non importa come si vestono tutti i giorni (per loro libera scelta o per costrizione di partner o capi di lavoro che non accettano o condividono). I pride da sempre sono stati spazi di libertà di espressione, di genere e di orientamento, e anche attivisti anziani spesso ricordano il loro primo pride come primo momento di espressione di se stessi.

Dobbiamo smettere di interrogarci sulle condizioni personali degli altri e lavorare non tanto su ciò che ci divide, ma su ciò che ci accomuna.

Binarismo ed antibinarismo

Gentili lettori,

non è forse arrivato il momento di analizzare, a livello di definizioni, l’argomento del blog?
Cosa è il binarismo?

Innanzitutto meglio chiarire che per “binarismo”, in questo blog, intendiamo il “binarismo riguardo ai ruoli di genere, alle identità di genere, agli orientamenti sessuali”,
anche se personalmente sono contrario a tutte le visioni dicotomiche e quindi binarie (anche su altri piani non legati all’universo LGBT)

Il binarismo di orientamento sessuale è quella visione dicotomica in cui una persona puo’ essere attratta solo dai maschi o solo dalle femmine (monosessismo), o nel caso di bisessualità, essa viene concepita in modo binario (la persona è attratta dagli uomini perché da loro cerca alcune cose, dalle donne in quanto in loro ne cerca altre opposte, e magari vive anche un’incompletezza quando è in coppia solo con una donna o solo con un uomo).

L’antibinarismo di orientamento sessuale propone infinite possibilità e combinazioni in uno spettro in cui ognuno di noi ha un orientamento sessuale (omo, etero o una via intermedia), o comunque ha un orientamento che dà precedenza al corpo (persone male-oriented o female-oriented, quindi attratte solo da maschi o da femmine in senso fisico) o ha un orientamento che dà la precedenza alla mente del partner (persone men-oriented o women-oriented, attratte quindi da persone di identità di genere maschile o da persone di identità di genere femminile).
L’antibinarismo di orientamento sessuale non “insinua” che l’orientamento sia scelto o variabile, innato o costruito, semplicemente che esistono infinite combinazioni ed è inutile, superfluo e deleterio indagarle e biasimarle.

Il binarismo di identità di genere è un’ottica “transessuale” che vede solo due identità di genere nette e definite (quella di uomo e quella di donna). Quando una persona ha un’identità di genere dissonante dal corpo biologico (maschio o femmina) si parla di persona “nata nel corpo sbagliato” e si individua la transizione come la cura, il riposizionamento, e quindi il ritorno al naturale “binarismo eterosessista“, in quanto spesso queste persone “nate nel corpo sbagliato” sono transessuali eterosessuali, che dopo la transizione si sposano, adottano, incarnano le identità tradizionali e soprattutto lasciano le associazioni.

L’antibinarismo di identità di genere rivendica l’esistenza di molte e variegate identità di genere, e soprattutto un’infinita possibilità di percorsi di transizione medicalizzata e non, tutti legittimi.
Non si fa una scala a chi è più o meno “legittimamente” T, nè si associa la polarizzazione più o meno netta di genere al percorso di transizione scelto (non è detto che un ftm non medicalizzato sia di identità di genere meno maschile, nè che uno medicalizzato non possa invece percepirsi come identità intermedia, ma aver comunque desiderato il percorso medicalizzato completo). Si ribadisce che l’orientamento sessuale non è affatto legato all’identità di genere.
Questa visione viene anche detta “transgender”

Il binarismo di ruoli e stereotipi di genere (quindi non più identità, ma ruoli) ha una visione innatista delle predisposizioni di chi nasce maschio e di chi nasce femmina, e ritiene che i ruoli sociali siano intrinsechi e non inculcati, che siano predisposizioni naturali, che ne avremmo conferma anche in una immaginaria società neutra  scevra da stereotipi, dove i bambini inseguirebbero comunque gli archetipi del rosa e del celeste. (visione giusnaturalista)

L’antibinarismo di ruoli e stereotipi di genere rivendica il fatto che ogni società ha attribuito ruoli diversi agli uomini e alle donne, che sono diventati, all’interno di quella subcultura, apparentemente “naturali”, ma il cambiamento di luoghi, e di tempi, dimostra una grande adattabilità delle persone a nuovi ruoli, ne conferma il ruolo prevalentemente di controllo sociale, e lascia intendere che l’essere umano sia una spugna che assimila i ruoli proposti, ma che potenzialmente può sceglierne e rivendicarne altri, al di fuori delle aspettative, secondo le sue personali predisposizioni (che variano non da maschi a femmine, ma da persona a persona)

 

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Questa negazione chiamata “genere”

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Un tempo non esistevano gli “etero”.
Era la condizione ovvia, come è “ovvio” che abbiamo due braccia e due gambe.
Poi sono “arrivati” i gay e qualcuno ha deciso di auto-denominarsi “normale” per de-limitarsi da loro.
Oggi gli etero stessi hanno imparato questa parolina: etero.
Infondo i maghi hanno inventato “babbani” per definire noi che non lo siamo!
Poi è nata la parola cisgender, molto poco conosciuta, ma etimologicamente semplice
(come trans-alpino e cis-alpino…aldilà e aldiquà).
Ma chi la usa? una cricca di trans colti. E’ una parola che, di fatto , non esiste.

A “non esistere” è anche l’identità di genere, perché se quasi tutte le persone
hanno una coincidenza tra sesso biologico e una determinata identità di genere, se 
la coincidenza è totale, il genere non emerge, non esiste.
E così il grande mondo fuori dal transgenderismo riflette solo e soltanto sul ruolo di genere, e teorizza, tanto, troppo, tra foucoltiani, esistenzialisti, materialisti, decostruttivisti, poststrutturalisti e molto altro, di cui non mi vergogno di non sapere nulla, perché il percorso transgender è esperienziale, e si basa su pochi termini: oltre a identità di genere/orientamento sessuale/ruolo, che viaggiano paralleli come in una matrice con infinite combinazioni, abbiamo la dicotomia cis/trans e quella binario/non binario.
Tutto qua: il linguaggio dell’elaborazione trans non ha bisogno di altro.

Poi vengo a sapere che Opus Dei, quelli delle terapie riparative e compagnia cantante hanno riunito in un gran calderone tutte le teorie che non identificano uomo/maschio/etero/maschile e donna/femmina/etero/femminile
e le hanno chiamate “teorie gender“, usando termini che tra l’altro valicano il lessico tecnico di questi studi, che essi abbiano matrice femminista , queer oppure di “lignaggio transgender.

Ad ogni modo, è davvero scandaloso che il programma UNAR sia stato censurato da quattro genitori bigotti che hanno starnazzato.
Il contenuto di questi programmi “de-generati“? Semplicemente che nei problemini non si scrivesse che mamma guadagna di meno e che fa lavori da donna. Ma ovviamente qualcuno pensa che, crollato il binarismo, diventino tutti gay, bisessuali e transgender.

Che tristezza, credo che di passi ne stiamo facendo davvero tanti. Indietro.

Binarismo e Fluidità

Binarismo & Fluidità

FONTE http://diariodidioniso.blogspot.it/2012/03/binarismo-fluidita.html?zx=bab1cdce210eb601

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Due concetti importanti ruotano intorno alla scelta personale di genere: binarismo e fluidità.
Tutti coloro che si sono posti il problema di capire quale sia realmente il genere di appartenenza hanno individuato sicuramente i due opposti, maschile e femminile, ma molti sono concordi nell’affermare che non sono le sole opzioni disponibili, ma che, anzi, esse sono praticamente infinite, come porre i due estremi maschile/femminile su un segmento e considerare tutti gli infiniti punti che li uniscono. Considerando inoltre che c’è chi non si identifica né con un estremo, né con l’altro e neanche con le possibilità intermedie, quindi non solo è al di fuori del binarismo maschio/femmina, ma completamente al di la di queste definizioni non ritrovando in esse nulla che possa descrivere la loro identità di genere. Quindi possiamo affermare che le possibili identità di genere sono: maschile, femminile, un numero infinito di possibilità intermedie tra queste due opzioni, un numero infinito di possibilità al di la di esse.
Sulla modalità con la quale si sceglie e si mantiene la propria identità di genere poi, si innesta il concetto di “fluidità” che porta alla definizione di “genderfluid” per chi ci si riscontri. Secondo questo concetto i nostri generi sarebbero “fluidi” invece di essere rigidamente fissati. Nell’arco della vita si occuperanno diverse “stazioni” di genere spostandosi da una all’altra come normale evoluzione personale in quanto l’identità di genere non è considerata necessariamente stabile.
Sposando questi due concetti di binarismo (o non binarismo) e fluidità (o non fluidità) nascono alcuni equivoci. Chi considera l’identità di genere come fluida infatti finisce per attribuire questa caratteristica anche a persone transessuali “accusate” di poter tornare sui propri passi a piacimento, ignorando il percorso, il più delle volte sofferto e difficile, che hanno compiuto o stanno compiendo. Secondo questi individui niente affatto “fluidi” invece il concetto stesso di fluidità nega la lotta interna che si innesca con l’identità di genere e che è invece molto tipica delle persone transessuali, binarie e non, che si ritrovano in un vero e proprio conflitto di genere veicolato per lo più da pressioni esterne che svolgono un ruolo inibitorio sull’identità.
Purtroppo è molto complicato, per chi non si sia posto problemi riguardo al proprio genere, capire quale sia l’entità di questo conflitto interiore. Allo scopo di avvicinarci a tale concetto partiamo dall’inizio. Al concepimento a chiunque viene attribuito un sesso biologico che, all’atto della nascita, stabilisce il genere del nascituro, maschio/femmina (ci sono alcune eccezioni biologiche a questo concetto ma meriteranno un accurato discorso a parte). Lentamente, e il più delle volte attraverso il comportamento del resto del mondo nei confronti del bambino, si sviluppa l’identità di genere di questo individuo che è dipendente da come esso comincia a percepirsi. A seconda della discrepanza tra come esso si percepisce e come gli altri lo percepiscono (e quindi lo trattano) si lanciano i primi eventuali semi del conflitto di identità di genere. Se questa discrepanza è nulla o molto ridotta, va tutto al meglio, non c’è conflitto di nessun tipo e probabilmente l’individuo in questione non avrà nessun motivo che lo porterà ad interrogarsi sul proprio genere, vivrà serenamente senza neanche porsi il problema di cosa l’identità di genere sia. Se invece la discrepanza è ampia, se il genere “assegnato” non si adatta alla percezione di se stessi, allora si ricade in una situazione molto dolorosa della quale si prende sempre maggiore coscienza crescendo e non è detto che di pari passo si individuino le soluzioni a quello che innegabilmente viene percepito come un problema.
Molti definiscono questa fase come “cercare disperatamente di fermare un treno in corsa”. Altri come il ritrovarsi in un corpo che non è il proprio, come se da qualche parte qualcuno avesse fatto un madornale errore. Non si hanno strumenti per capirsi, spesso si è ostacolati o sminuiti dai propri stessi familiari o dal proprio partner, si finisce per cumulare tante domande e nessuna risposta, soprattutto quando l’identità tanto cercata non ricade nel binarismo dei generi e quindi vengono a mancare anche le definizioni per lasciarsi capire. Questo e altro, analizzando le storie di diversi transgender se ne può avere prova, è il conflitto di identità di genere. E’ davvero una delle cose più complicate da comprendere per chi non ci sia passato, ma non si può assolutamente negare che di conflitto si tratti e come tale, può produrre una certa quantità di danni interiori.
Un tipico iter personale può vedere una persona nascere come donna ed essere allevata come tale, con pressioni sociali più o meno marcate a seconda del tipo di cultura che la circonda. Al liceo essa potrà cominciare a sentirsi come se non fosse esattamente una ragazza ma, mancando completamente tutte le conoscenze e gli strumenti per una corretta comprensione di questa inadeguatezza, è molto difficile che riesca ad identificarne le cause come dovute alla propria identità di genere. Nella prima maturità essa potrà definirsi come genderfluid, oscillando tra una definizione femminile e una genderqueer, finendo per non sentirsi affatto una donna ma continuando, per pace mentale, a tollerare che il resto del mondo si appelli a lei con pronomi femminili, almeno fino a che non sentirà che è arrivato il momento di ripudiarli del tutto. Percorso tipico e complesso anche considerando che restano davvero in pochi quelli che, avendolo intrapreso secondo le proprie caratteristiche e le proprie aspettative, lo dichiarano concluso. Il più delle volte si ritiene che esso continui in qualche modo, anche quando si è arrivati alla vera e propria riassegnazione, e che una parte di sé sia sempre in fase di assestamento o elaborazione, senza considerare i momenti di autocoscienza in cui è veramente difficile attribuire parole comuni al proprio sentire interno.
Per i transgender nient’affatto “fluidi” questo percorso è vissuto come un tormento, passare in inadeguate stazioni alla ricerca di sé è un atto doloroso. Ma è innegabile che molti transgender, arrivati alla fine del proprio percorso, spesso anche chirurgicamente e legalmente, si siano accorti che il loro nuovo genere non è quello adatto a definirli in quanto l’identità tanto agognata è al di là del binarismo dei generi. Allo stesso tempo molti genderqueer alla fine del loro percorso hanno trovato una propria serena collocazione all’interno dello stesso binarismo che pensavano non potesse definirli.
Nelle persone genderfluid, pur riconoscendo un percorso articolato di ricerca della propria identità, raramente si ritrova lo stesso senso opprimente di erroneità tipico degli individui transgender. Il loro più grande dramma è il non essere riconosciuti, da molti neanche considerati, se non addirittura accusati di finzione visto che la loro scelta non li porterà probabilmente mai sotto un bisturi o nell’aula di un tribunale per la riassegnazione del genere. Addirittura una delle accuse più inaspettate che viene loro rivolta viene proprio dal mondo transgender che li accusa di creare un “inutile scompiglio tra i generi” che ostacolerebbe l’accettazione da parte della società dei diritti transgender.
Io credo che la società non sia vittima di “inutile scompiglio tra i generi” dovuto alle persone genderfluid, credo piuttosto faccia molta fatica a capire chiunque faccia un percorso personale verso la propria identità di genere. Dividere il mondo in due categorie rende tutto più facile, peccato che le persone facili non lo siano affatto. Ognuno percorre la propria strada, ma va tenuto conto che per molti è sofferta, sceglie la definizione che maggiormente si avvicina al proprio sentire interiore, ma non è detto che sia immutabile o che riesca a descriverli pienamente, sceglie una tipologia di pronomi e non costa proprio nulla rispettarli e non lasciarsi ingannare dall’esteriorità solo perché quanto ne è al di sotto non risponde a canoni immediatamente classificabili.
Pubblicato da Lucifer

Binari e Antibinari…un po’ d’ordine.

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maschio/femmina: identità genetiche
uomo/donna: identità psicologiche e sociali
 CONDIZIONI DI NASCITA:
Maschio, genetica xy
Femmina, genetica xx
Ermafrodita, caratteri primari ambigui, possibili differenze genetiche (es: xxy)
Intersessuale: caratteri secondari ambigui, possibili differenze ormonali (varie sindromi).
Crudelmente vengono spesso riconvertiti alla nascita a seconda del loro organo riproduttivo (presenza di gonadi o ovaie).
Androgino/a: persona con un corpo maschile o femminile, con aspetto apparentemente ambiguo
ORIENTAMENTI SESSUALI E AFFETTIVI
Omosessuale – Omoaffettivo/a: persona attratta dallo stesso sesso/genere
Eterosessuale – Eteroaffettivo/a: persona attratta dal sesso/genere opposto
Bisessuale – Biaffettivo/a: persona attratta da persone di sesso/genere maschile e da persone di sesso/genere femminile
Pansessuale – Panaffettivo/a: persona attratta da persone indipendentemente dal sesso o dal genere

IDENTITA’ DI GENERE:

Cisgender: persona in cui vi è coincidenza tra sesso biologico e identità di genere
Transgender: persona totalmente o parzialmente dis-identificazione con l’identità di genere appioppata alla nascita.
Transessuale-Transgender medicalizzato/a: persona che decide di transizionare di sesso oltre che di genere tramite transizioni medicalizzate totali o parziali.

Alcune precisazioni:

– le drag queen e i drag king non sono transgender (è una performance).
– il fenomeno del travestitismo è legato al fetish e non all’identità di genere
– spesso persone del mondo del sex working non sono realmente trans ma fanno modifiche fisiche (come le protesi al seno o altro) solo per le physique du role del loro lavoro. Alcune persone transessuali li chiamano “viados” proprio per prenderne le distanze, altre lo trovano estremamente dispregiativo e preferiscono non usare questa parola in nessun caso.

IDENTITA’ POLITICHE (riguardano i ruoli di genere)

 

Binario: persona che concepisce l’universo in un dualismo di maschile/femminile, gay/etero e crede che le predisposizioni a un ruolo, un’attitudine, un mestiere, un hobby, siano dovuti principalmente a influssi genetici e ormonali e la prima distinzione fondamentale sia appunto quella uomo/donna o maschio/femmina.
Antibinario: persona che si oppone al binarismo di genere (maschio/femmina, gay/etero) ed all’eterosessismo (la normalità è “maschi e femmine li creò” e “l’uomo è fatto per stare con la donna”), e contesta i ruoli maschili e femminile e le aspettative ad essi connessi.
Ovviamente puo’ essere Antibinario una persona di qualsiasi orientamento sessuale e/o identità di genere.
E ORA GIOCHIAMO CON LE COMBINAZIONI!
ESEMPI DI PERSONE NON BINARIE
Maschio genetico, uomo cisgender, eterosessuale, antibinario-> è appassionato di uncinetto e/o gli piacciono le donne androgine
Femmina genetica, donna cisgender, eterosessuale, antibinaria -> ha l’aspetto che vuole e fa quello che vuole, non asseconda il desiderio dell’uomo etero, non ne ha bisogno per piacere agli uomini. se non la vogliono, che si aggrappino!
Maschio genetico, uomo cisgender, pansessuale, antibinario-> fino a ieri era stato solo con donne biologiche (o uomini biologici), poi ha perso la testa per un ftm (o una mft)…e ha capito che si amano le persone e non i loro organi genitali
Femmina genetica, uomo transgender ftm, etero, antibinario-> si ritiene di identità di genere maschile, ma non gli interessa ricalcare lo stereotipo di uomo. Se tutti sono in jeans e in camicia, non va in cravatta. Non gli deve piacere per forza il calcio. non deve per forza portare i capelli rasati e andare in palestra. Interpreta la sua spontanea visione di maschile

ESEMPI DI PERSONE NON BINARIE

Femmina androgina, donna cisgender, eterosessuale, binaria -> soffre il fatto che il suo corpo sia androgino, l’androginia è una condizione fisica solo a volte ricercata. per una donna etero può anche essere un peso.

Maschio genetico, uomo cisgender, bisessuale, binario -> gli piacciono le donne con la gonna, gli omoni pelosi, ma prova schifo per le persone transgender e per l’androginia
Femmina genetica, uomo transessuale ftm, eterosessuale, binario-> è nato femmina, ha transizionato, si considerava “sbagliato“, ma ora si è “corretto“, ed è un uomo etero. Non approva le stramberie e le ambiguità
Femmina genetica, donna cisgender, lesbica, binaria -> è attratta da altre donne lesbiche, formano coppie “binarie” ed eteromimetiche in cui una è un po’ mascolina e fa il ruolo da maschia, l’altra è femminile, non approvano il mondo trans, esaltano la bellezza dell’essere donne, odiano l’uomo e il patriarcato e lo considerano il male della società.

Perché gay e lesbiche anziani/e considerano i queer dei ….

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Ragazzi, anni fa ho dedicato un post alle persone bisessuali e i pregiudizi che li opprimono, supportato dalle ricerche di Bproud…oggi mi esprimo sui cosiddetti queer.

Quanto iniziai il mio percorso di consapevolezza, e poi di attivismo, cercavo un “nome” a ciò che ero, una definizione che sintetizzasse “ftm gay non medicalizzato”.
Dopo sei anni ancora non trovo definizioni più stringate della sopra riportata, ma essere detentore di questi tre concetti (ftm passi, gay ancora adesso stranisce, non medicalizzato è inaccettabile!) mi rendeva isolato dalle comunità gay, lesbica e transessuale.

I primi e gli unici a tendermi la mano, in quel periodo, furono coloro che si definivano “queer”.

Si trattava di un grande calderone di persone molto diverse tra loro.
Quelle che provavano interesse e mi attenzionavano erano persone, di fatto, con una visione non binaria di ruoli, identità e orientamenti, a prescindere che poi personalmente avessero o meno un’identità di genere e/o un orientamento sessuale definito.
In sostanza, a prescindere dal fatto che fossero o meno detentori di un orientamento sessuale non nettamente omo od etero, un’identità di genere non nettamente maschile o femminile, e/o un’espressione di genere non polarizzata, essi avevano un atteggiamento rispettoso e “agnostico” verso una diversità rara e particolare come quella di cui io ero portatore.

Sono passati anni, e nonostante queste persone dall’orientamento non binario, dall’identità non binaria, o semplicemente rispettosi della condizione altrui continuino a definirsi (secondo me a torto) queer, ho conosciuto altre categorie di persone che usano queer per autodefinirsi. Onestamente questi “falsi fluidi” però non hanno intersecato realmente la mia vita. Essendo la loro “fluidità” solo teorica, accademica, o un paravento per l’incapacità di definirsi gay, non erano interessati a me, né in senso eroticoaffettivo, e “di conseguenza” (conseguenza che non dovrebbe esserci…che di fatto c’è), neanche come interlocutore politico o compagno di battaglia.
Da un lato abbiamo persone poco risolte e con posizioni politiche deboli, altre sono inconcludenti e prive di istanze specifiche, altre addirittura esibizioniste e portatrici di un’ambiguità costruita a tavolino.

Presto presi le distanze da questi “profili” di sedicenti queer, sostituendo alla mia autodefinizione di persona antibinaria la definizione di trans-gender, considerandolo letteralmente “persona al di la dei generi”, pur continuando a militare anche nella lotta contro gli stereotipi di genere e i ruoli di genere, che opprimono persone GLBT e non, e facendo informazione a riguardo nel mondo dell’attivismo ma soprattutto nel mondo eterosessuale (che spesso ha assorbito questo punto di vista in modo sorprendente!).

Rifletterei sui meccanismi mentali di diffidenza dei GLT verso “i fluidi”.
Per immedesimarmi, provo a immaginare l’esistenza di qualcosa di ancora piu’ diverso e raro rispetto alla mia condizione, che quindi io potrei, egoisticamente, sentire come qualcosa che distrae dalle mie istanze.
Che ne so, ad esempio un “bigender”, che decantasse su internet questa appartenenza ma poi vivesse come da sesso genetico al lavoro, col partner e con la famiglia, portando tutto sul filosofico e teorico, senza  avere istanze concrete, se non speculative. Attaccherei questo bigender? Lo screditerei? direi che in realtà è un trans velato? Direi che le sue battaglie distraggono dalla mia? Promuoverei il fatto di non prenderlo sul serio? Lo accoglierei male se si presentasse nella mia associazione?

E ora esploriamo la visione che un gay, una lesbica, e la maggior parte dei transessuali hanno di coloro che si autodefiniscono “queer”…

– Questi queer sono dei cretini, pensano che l’orientamento sessuale e l’identità di genere siano una scelta: questo pregiudizio nasce dal fatto che i sedicenti teorici della teoria queer sono innumerevoli e i sedicenti queer sono ancora di più, ma spesso si dà una lettura distorta degli studi di genere e dei suoi contenuti, quindi l’autodeterminazione del proprio ruolo di genere (esempio: un uomo etero appassionato di uncinetto che non smette di sentirsi uomo ed etero e reinterpreta il suo ruolo di genere aldilà dei pregiudizi che subirà) viene confusa con l’autodeterminazione dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale.
Altro malinteso sul concetto di scelta deriva dal fatto che queer/antibinario è un’identità politica, quindi è una scelta, come lo è una posizione di partito o religiosa, ma una persona queer/antibinaria ha ANCHE un orientamento sessuale e ANCHE un’identità di genere, e quelle non le sceglie.

– i queer sono donne e uomini omosessuali velati. Un tempo si facevano chiamare bisessuali…non perché i bisessuali non esistano, ma perché parte degli autodefiniti bisessuali erano furbastri opportunisti che alternavano al loro matrimonio etero alcune avventurette con persone dello stesso sesso, ma anche persone che volevano fare attivismo ma non avevano il coraggio di autodefinirsi omosessuali (senza interagire mai con persone di sesso opposto, però! nè desiderandolo!). Questa seconda categoria a volte usava su se stesso la definizione di queer, associata a concetti riportati a copia e incolla maldestramente come “io mi sento uomo gay, ma anche donna etero! / io mi sento lesbica ma anche uomo etero” e facendo semplicemente incazzare i militanti gay con concetti idioti tipo la fica interiore e similari.
Continuo a precisare che queer è un’identità politica: la lotta al binarismo sociale, e che una persona queer può avere un orientamento sessuale qualsiasi e un’identità di genere qualsiasi, perchè queer non è nell’uno e nell’altro, e se una persona si definisce solo come queer credo che si, rientri nella categoria di velati malcelati!
Ultimamente alcune persone “accademicamente queer” (omosessuali donne e uomini, ma di ambiente accademico) mi hanno precisato il fatto che loro sono omosessuali (e solo omosessuali) ma politicamente e filosoficamente queer. A conferma che è una visione filosofica, non un orientamento o un’identità di genere.

– il queer è uno che, confondendo identità di genere e orientamento sessuale, si considera “di un terzo sesso”. Come i “froci” dell’epoca di Mieli (“io non sono una donna, non sono un uomo, sono frocio”). Ovviamente questa posizione è idiota, anacronistica, scientificamente confutata e non dice questo la teoria queer.

– il queer è un transessuale che non ha il coraggio di transizionare o di esporsi come trans.
Come il mucchio di persone sedicenti queer nasconde omosessuali velati/e, è possibile che nasconda persone che non hanno il coraggio di definirsi trans o di transizionare. Ma va ricordato che ci sono persone che desiderano non transizionare (ma è più corretto chiamarle transgender), e che comunque un trans puo’ essere o non essere ANCHE queer, essendo che queer NON è un’identità di genere, ma un’identità politica a cui si associa anche un’identità di genere cisgender, transgender, transessuale.

– il queer è uno che dice che tutti siamo bisessuali: attenzione…dire che i ruoli di genere sono convenzioni sociali, e che in realtà il 90% dei nostri comportamenti sono inculcati da un sistema binario e non dovuti a influssi ormonali/genetici, non significa dire che potenzialmente chiunque, caduti questi ruoli, sarà attratto indistintamente da persone con la figa o  con il pene. Se qualcuno dice questo, non è un profeta della teoria queer.

– il queer è un anarcoide vegano da centri sociali pieno di rasta e dilatatori: alcuni sedicenti queer professano una condizione di relativismo e anarchia che abbraccia anche tematiche non inerenti al genere e al sociale…inneggiano al precariato come forma estrema dell’essere queer (anche quello imposto? mah…). Di certo se questa gente si professa queer si capisce perchè gay e lesbiche militanti odino la teoria queer!

Se avete altri pregiudizi e altri stereotipi sui queer, segnalatemeli…
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Nath