Percorsi non medicalizzati: coming out, velatismo, esposizione sociale

Perché quasi tutte le persone non medicalizzate sono velate? Perché è così difficile esporsi? Quanto conta il passing? Quanto conta non avere una legge che tutela questa condizione? Quanto conta il binarismo e le aspettative sull’aspetto fisico?

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Il mio ritiro dall’attivismo associativo ha posto in me diversi interrogativi sul mio esistere, come persona, come professionista, e come uomo, al di fuori di quei contesti.
Non ho molti transgender non medicalizzati con cui confrontarmi, nel senso che quasi nessun transgender “non medicalizzato” rivendica questa identità (spesso usano, per definirsi, concetti che non mettono al centro questa diversità, ovvero la non medicalizzazione, ma mettono al centro la visione antibinaria o altro), ma con quei pochi che conosco, quasi sempre virtualmente, il piano del confronto non è mai lo stesso, perché, di solito, hanno scelto una visibilità e un’esposizione sociale diversa (minore) della mia.

Sarebbe facile fare una crociata contro i “cattivoni” velati, ma se invece avessi sbagliato io? Non voglio essere “elogiato” come coraggioso monaco guerriero: sono estremamente infastidio da questa componente “cattocomunista” dell’attivismo, che ci vuole guerrieri senza macchia, senza vita privata, devoti alla causa e all’aiuto dell’altro, di quello un pelo più fragile di te, a cui “dovresti” sacrificare quel poco di solidità che hai ottenuto.
No, non sono qui per questo, per chiedere “la beatitudine” alla chiesa LGBT. Io sono qui per capire “perché” gli altri non medicalizzati spesso decidono di non esporsi.

Una persona che ho molto aiutato, che si autodefinisce genderfluid, ma rivendica l’appartenenza all’ombrello transgender, e parla della sua disforia, ha scelto di fare attivismo, ma di farlo con un altro cognome. Ha un cognome molto comune, e credo che avrebbe potuto presidiare il web col cognome vero senza rischiare, ma la “paura” dell’essere identificato/a come “transgender” anche da chi lo/la conosce col nome anagrafico, magari tramite canali professionali, era altissima.

Questa persona è una di quelle che, senza fare una terapia ormonale, si espone di più, maggiormente rispetto agli altri. Mediamente le persone non med che conoscono sfidano ogni giorno la “censura” di facebook, provando ad aprire account (che spesso poi vengono chiusi, a volte per “vendetta” legata a segnalazioni a facebook, da parte di persone, spesso anch’esse LGBT,  con cui litigano per argomenti di attivismo) con cognomi esotici.
A volte, queste persone, in società, vivono con aspetti androgini (questo avviene più per persone di provenienza biologica XX), a volte no (vi è un on/off nel look), ma spesso il dato allarmante è che, spento il portatile, queste persone vengono “socializzate” come appartenenti al sesso biologico.

Partiamo da quelle persone che scelgono (magari sono spinte dalla disforia), di presentarsi al mondo con una aspetto “gender non conforming”. Il caso tipico è quello della persona di biologia xx che sceglie un aspetto maschile, ma che, a causa dei “limiti biologici”, riesce ad avere un aspetto al massimo androgino, dove “androgino” non deve essere pensato come qualcosa di erotico e intrigante, perché, se si supera l’asticella del consentito, l’ambiguità viene vista come brutta, anomala, e genera sospetto.

Però, questa persona xx, se la sua androginia è “ridotta” e “controllata”, e se è molto giovane, riesce a farne un punto di forza, ad integrarsi come ragazza lesbica, bisessuale o etero alternativa.
Se invece la sua androginia sarà “eccessiva”, oltre al limite “consentito”, ottenuto dalle battaglie femministe, se il suo cranio sarà troppo tosato, se le sue gambe saranno troppo pelose, questa persona potrà sì vivere, uscire di casa senza rischiare le percosse, ma non potrà mai “integrarsi” davvero nella società, inseguire le sue aspirazioni professionali, essere percepita come “altro” rispetto allo stigma di persona “poco raccomandabile”, “strana”, “ambigua”.
Lo stesso accade, se non di peggio, alle persone non medicalizzate di provenienza xy. Esse a volte limitano la medicalizzazione, se di questo si può parlare, alla rimozione della barba tramite la terapia laser, ma, se non portatrici di un buon “passing”, esse continuano ad essere viste come uomini “strani”, magari omosessuali, magari che hanno una “vita notturna” in non si sa bene quale nightclub.

E’ facile giudicare le persone “non medicalizzate”, dimenticando quanto è difficile per loro non solo fare coming out, ma che questo coming out venga preso sul serio.
E’ quasi come se la persona cis “perdonasse” la persona trans solo alla luce di un “sacrificio fisico”. E’ chiaro che le persone medicalizzate facciano determinati cambiamenti per il proprio desiderio di vedere la propria immagine più coerente a quella interiore, ma ciò non toglie che da fuori questo sarà visto come un sacrificio “necessario” per essere presi sul serio, come un “rituale tribale”, richiesto, affinchè il “capriccio” di essere rispettati possa essere ascoltato e accolto.

Senza il passing, senza un corpo che cambia velocemente nelle sue caratteristiche biologiche legate alla percezione del sesso di appartenenza, senza un certificato di una persona cisgender che “attesta” che la persona T non stia mentendo, i coming out delle persone T non vengono presi sul serio. Deve essere sempre attesa una particolare apertura mentale: nulla è dovuto, ed è sempre un mix tra una committenza illuminata (che accoglie l’istanza), e l’intelligenza, la cultura, la sfrontatezza della persona T non medicalizzata che fa questo coming out, un uso sapiente, ponderato e scelto delle parole, di ogni singola parola.

Molte persone non med preferiscono coming out soft che alludono a questioni di antibinarismo dei ruoli, o alla compresenza di entrambi i generi, o al non avere un genere, anche quando queste persone, osservando la loro disforia rispetto al nome, o alla grammatica, sono, di fatto, persone che si identificano chiaramente nel genere opposto al loro sesso, e non in “vie di mezzo”: a darmi ragione è aver osservato per 11 anni la comunità T, virtuale e non, e avere visto che, arrivata la medicalizzazione, spesso le definizioni “non binary” venivano accantonate, proprio perché spesso usate, comunicativamente, per farsi accettare in modo meno traumatico.
Del resto anche io spesso ho preso in considerazione, in casi abbastanza complessi, un coming out “genderqueer” piuttosto che uno da uomo trans. Poteva essere un modo veloce e semplice per eliminare i comportamenti fonte di disforia (l’uso del nome anagrafico, del genere grammaticale sbagliato, di alcune aspettative da stereotipo), senza generare aspettative di genere (ovvero che, accettato il fatto di considerare quella persona del genere opposto a quello di cui la consideravano prima, si generino aspettative sulla lunghezza dei suoi capelli, sui comportamenti, sulle reazioni, spesso dovute alla poca evoluzione mentale sui ruoli che ha la persona con cui dobbiamo fare coming out).

Questa parte del mio articolo potrebbe sembrare offensiva verso genderqueer e non binary. Eppure io credo che tante persone siano genderqueer e non binary, anche tante persone medicalizzate (magari hanno scelto una medicalizzazione parziale, per esaltare un non binarismo estetico che corrisponde alla loro identità di genere non binaria), ma anche che molte persone di identità definita pensino di essere “non binary” (definizione che riguarda l’identità e non i ruoli), solo perché sono uomini o donne contro il binarismo dei ruoli di genere o non aderenti agli stereotipi del genere d’elezione (caratteristica assai diffusa tra transgender non medicalizzati).

Inoltre, è come se la definizione “non binary” o “genderqueer” desse meno fastidio nell’attivismo trans. E’ come se dire di essere “non medicalizzati” in qualche modo mettesse in discussione o “offendesse” i percorsi canonici, e i vari litigi assurdi e irrispettosi che si possono osservare nei gruppi trans di facebook, quelli in cui da anni non scrivo più, ne sono la prova.

Insomma: definirsi “transgender non medicalizzato” porterebbe problemi in tutte le comunità, sia interne che esterne al mondo LGBT, mentre definirsi queer o non binary (non essendolo), darebbe un passaporto per una grande comunità, guidata dagli Stati Uniti, che veicola parole chiave più “rassicuranti”.

Passo al tema del cambio documenti.
In Italia, se sei non medicalizzato, non puoi cambiare i documenti. In altri stati basta una semplice pratica amministrativa.
Lotterò fino alla morte affinché una persona senza passing possa cambiare legamente i documenti.
Penso, però, a me, domani, con un bel nome marcatamente maschile, e questo aspetto. Per quanto alcune persone non med, spesso molto giovani, abbiano un discreto passing (magari fasciando il petto a vita, cosa che non è che faccia poi così “bene” a lungo andare), quasi tutte non arrivano a confondersi tra i cis, me compreso, e penso che, per come la società la pensa oggi, quel bellissimo nome potrebbe creare verso di me ancora più stigma. Sarebbe un “coming out” continuo, come persona trans, ovunque io andassi, o volessi lavorare. Qualcuno, per ignoranza, mi immaginerebbe “trans al contrario”, un uomo che vuole sembrare donna e ci riesce (visto lo scarso passing), ma “chissà cosa fa di notte al nightclub“).

Poi ci sono quelle persone non med a cui basterebbe optare per un cambio nome, con la scelta di un nome ambiguo, neutro, esotico, che tolga loro la disforia, e che permetta alla persona in questione di presentarsi, in un modo molto transfobico, come appartenenti al genere d’elezione solo quando le condizioni al contorno lo permettono. Qualcuno potrebbe chiamare questa “piccola soluzione”, e io potrei anche essere d’accordo a questa opzione, se possa essere “scelta” in alternativa al “cambio di genere” come tradizionalmente concepito.
Potrebbe essere una soluzione al problema sanitario: una persona non med ha bisogno dell’assistenza medica relativa al suo sesso biologico, ed è bene che la sanità lo preveda, visto che esistono già situazioni imbarazzanti per i trans “med”, che in alcuni casi, anche loro, hanno bisogno di visite mediche relative al loro corpo di nascita.

D’altro lato, ciò che è sostenuto dalla legge, diventa automaticamente autorevole. Se da domani io fossi Arturo (nome a caso), per la legge, forse con maggiore libertà potrei vivere il mio maschile estetico, senza preoccuparmi di impelagarmi in tutti quei casi in cui la gente, leggendo il mio documento al femminile, mi guardava male per la mia sfumatura alta, o per i peli sulle gambe (anche se qui andrebbe aperta una parentesi sul perché una donna non possa scegliere un’immagine di questo tipo se lo vuole, presentandosi come donna, dopo tutti questi anni di femminismo).
Probabilmente la legittimazione legale nel genere maschile mi spingerebbe a vivere liberamente un’immagine maschile senza mille compromessi, giri di waltzer, e compagnia cantante.
In varie occasioni, in cui ero “burocratizzato” al maschile (anche solo da una tessera ad un’associazione o ad una biblioteca), molte persone mi hanno trattato al maschile perché “se c’era scritto così doveva essere così”. Non poteva essere altrimenti (magari dipende anche dalla scarsa informazione sugli ftm), non era per loro concepibile che se in quella tessera c’era scritto Nathan, io in realtà mi chiamassi in altro modo, e fossi “altro” rispetto a “uomo”.
Per questo credo fermamente che, seppur dovrebbe essere importante dare alternative “soft”, che permettano di integrarsi a persone che preferiscono un’esposizione minore, ma vogliono limitare la disforia, sia importante anche dare la possibilità di cambiare nome e genere a chi si sente pronto, senza preoccuparsi in modo paternalistico di “come faranno, poverini, ad integrarsi senza il passing”.

Tutti questi ragionamenti richiedono una sensibilità ed un’esperienza che chi ha avuto la possibilità di confrontarsi a lungo con altri transgender, anche medicalizzati (e rivendico il ruolo dei gruppi di confronto dal vivo, dove nascono spesso soluzioni inedite per i problemi di noi trans afflitti dal binarismo sociale), ha, ma non si deve pretendere che la persona “non med” sia sempre sgamata, maliziosa, portata a compromessi “funambolici” come posso esserlo io, con grande dispendio di energia.
E a dirla tutta, avrei preferito di gran lunga destinare ad altro le mie energie, magari alla mia promozione come professionista, senza dovermi preoccupare di creare un “brand” diverso dal mio nome, proprio per non dover dare spiegazioni sul perché esso differisce dal mio nome anagrafico, che spunta ogni volta che devo fare una ricevuta.
Quanto, questo stress di dover escogitare strategie sul nome anagrafico e sull’aspetto, di dover comunque fare i conti continuamente con sesso biologico, nome anagrafico, anche quando volevo pensare alla mia immagine di professionista, o, non so, di musicista semiprofessionista che fa parte di una band, mi ha scoraggiato?
Quante persone non rettificate non vanno a votare? Quanto il misgendering, l’incomprensione, la difficoltà a dare spiegazioni convincenti quando non hai il passing, azzoppa le nostre vite, la nostra autorevolezza, la nostra felicità?

E diventiamo, intendo come comunità non med, dei nomi farlocchi su facebook, continuamente funestati da chiusure dell’account, osservati dai nostri amici facebook, anche semplicemente gay, come cangianti, instabili, inaffidabili, e così anche dal mondo che ci vede fuori, quello a cui facciamo fatica a dare un nome disambiguo, italiano, semplice, che finisce con A od O, quello che non sa se ci vuole come vicini di casa, compagni di banco, o di materassino in palestra.

E così sono qui, mosso dai miei sentimenti contrastanti verso gli altri non med. Forse mi sono esposto troppo io, 10 anni fa, spinto dall’allora dirigenza dell’unica associazione che sembrava inclusiva per persone come me. Forse loro stessi si aspettavano, da parte mia, una transizione canonica che sarebbe arrivata a breve, e volevano che mi “sperimentassi” da persona esposta, ma dopo 10 anni posso dirvi che vivere da non med esposto, in uno stato che non ha delle leggi che mi tutelano per la mia diversità (soprattutto nel mio caso, per il quale, se mi si considera da sesso biologico, sono pure visto come unA eterosessuale, quindi neanche appartenente al mondo LGBT),  che non si è “abituato” alla visibilità delle persone non med (proprio perchè tutti sono velati, è un cane che si morde la coda), quindi ride ad ogni nostro coming out, lo ignora, lo “posticipa”.

Pensavo che espormi per tutti questi anni avrebbe aiutato altri non med a trovare il coraggio di esporsi, ma ne sono passati tanti. Mi hanno contattato, tempestato di domande, spesso morbose, su come riesco a vivere la mia vita, si sono fatti due conti, e hanno deciso di tornare alle loro vite in tacco dodici, da attraenti ragazze cisgender, oppure hanno fatto transizioni canoniche, mandandomi foto del petto operato mai richieste, condividendo con me la loro felicità, paternalisticamente proponendomela, per poi sparire per sempre dalla mia vita a causa di una loro scelta di vita “stealth”, e anche per il fatto che non ero mai stato loro amico, ma solo un infopoint per scegliere la strada migliore per loro.

Da un lato sono arrabbiato con tutti i vari Noah, Etienne, Pierangelo, Matthias, Dieghino e chi più ne ha più ne metta. Dall’altro, effettivamente, i non med hanno altre possibilità?
Se si presentano socialmente per il loro genere d’elezione, al netto di un interlocutore particolarmente illuminato, succede quanto ho scritto, e se si limitano ad una semplice androginia estetica, devono comunque “limitarla” (deve essere sexy e ammiccante, come quella di alcuni cantanti rock eterosessuali o di alcune donne provocanti in cravatta e con taglio sbarazzino) per non venir visti come scherzi della natura, ed esclusi da occasioni professionali e di inclusione sociale.

A questo punto cosa dire a questi ragazzi?
Se nessuno di noi è visibile, l’opinione pubblica non si abituerà mai al fatto che esistiamo. L’immaginario del mondo trans sarà sempre legato al passing, e le persone penseranno che sia una conditio sine qua non per essere rispettati nel proprio genere.
Se però le persone non med uscissero dai loro account con meravigliosi cognomi esotici, e cominciassero a vivere apertamente come transgender, allora forse negli anni, nei decenni, le cose cambierebbero.
E’ avendo un viso gentile, una voce sottile, ma dicendo “sono uomo”, avendo una voce profonda e un viso spigoloso e dicendo “sono donna”, che nelle coscienze cambierà qualcosa. I primi ci sbatteranno il muso, come forse è in parte successo a me, ma col tempo non sarà più così strano.
Siete abbastanza altruisti per fare un sacrificio che forse non avrà effetto nelle vostre vite, ma in quelle di chi verrà dopo di voi?
Molti di noi non riusciranno ad essere genitori, ma forse anche noi possiamo vivere questo “passaggio di consegne” coi nostri figli putativi.

E ora lasciate andare in pensione un vecchio, largo a voi, giovani. Riprendete le fila dove io le ho lasciate, esponetevi, fate “transizionare” la società insieme a voi.

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