Replica di Giovanni Dall’Orto al mio appello sul “linguaggio comune LGBT”

Le divergenze con l’attivista gay e storico del movimento Giovanni Dall’Orto, negli ultimi dieci anni, sono state tante. Chi conosce bene questo blog sa che a volte l’ho citato anche su idee che condividevamo, ma principalmente è comparso su queste pagine tramite le vignette con cui l’ho punzecchiato, a causa delle nostre forti divergenze sui temi transgender, che fondamentalmente erano causate dal fatto che usavamo le stesse parole per indicare cose diverse.

Non so se su alcune divergenze potremmo mai vederla in modo simile. Non so se potremmo avere obiettivi comuni (ma la sua posizione su una legge che riconosca anagraficamente le persone transgender non medicalizzate sempra piuttosto interessante), ma sicuramente ho molto apprezzato il fatto che si sia “messo in ascolto” e che si sia aperto al confronto, dote rara tra i “decani” dell’attivismo.

A questo punto, vi lascio alla lettura della replica al mio appello, che contiene delle chicche imperdibili, dalla firma come “nemico fedele“, alla descrizione metaforica dei nostri 10 anni di conflitti, facendo tuonare il cielo di Milano.

Invito a leggere, quindi, la sua replica a questo link:  Giocare a capirci, fra LGBT

Speriamo che altri coraggiosi/e pionieri/e rispondano al mio appello. Come inizio, però, non c’è male…

volti rainbow - GDO

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Presidio di protesta contro i campi di prigionia per LGBT in Cecenia

Il 18 aprile 2017 chi è di Milano potrà partecipare al Presidio che la comunità LGBT ha organizzato al Consolato Russo alle ore 20.30

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Ulteriori informazioni a questo link

http://www.milanotoday.it/eventi/gay-cecenia-presidio-consolato-russia.html

http://www.huffingtonpost.it/2017/04/11/cosa-sta-succedendo-in-cecenia-a-100-uomini-sospettati-di-essere_a_22034912/

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Essere attivisti ma anche emancipati sentimentalmente e professionalmente

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In un precedente articolo parlo di come spesso gli attivisti LGBT, che lottano per l’emancipazione professionale e per quella sentimentale (ovvero per l’arrivo di normative che tutelino e legittimino questi aspetti della vita delle persone LGBT), poi sono quelli ad averne, sul piano personale, meno bisogno, in quanto sono un po’ dei monaci guerrieri, votati alla causa, e con vite professionali e sentimentali disastrate.
Perchè ciò avviene? e chi è dentro queste dinamiche è felice?

Quando è stato approvato il registro delle unioni civili, anche same sex, le coppie che si sono registrate erano quasi tutte coppie di persone GLB non legate all’attivismo. Coppie omosessuali che vivevano apertamente la propria relazione, ma che non avevano mai fatto militanza nell’associazionismo.
Queste coppie, molte delle quali sono state da me intercettate per interviste od altro, erano composte da persone affermate anche professionalmente, e cosi’ mi sono venuti in mente tutti i conferenzieri che parlano di LGBT e diritti a lavoro, ma che paradossalmente il lavoro loro per primi non lo hanno, o hanno scelto lavori part time o poco impegnativi (e quindi con poco margine di crescita) per potersi permettere di essere attivisti.
Sarebbe troppo semplice dire che fanno bene i LGBT “integrati” che non “perdono tempo” nella rivendicazione dei diritti e sono loro per primi delle prove viventi virtuose, ma essi vivono anche di rendita grazie al sacrificio che i monaci guerrieri LGBT fanno per loro.

Molti motivi portano un attivista ad essere, ad esempio, meno incline alla coppia. Pochi partner accettano la militanza, e poi vi è un fattore intrinseco: la persona LGBT attivista ha fatto tanto, e perso tanto, per essere sè stessa, tanto che diventa poco paziente anche nel coltivare la relazione sacrificando parte di se stessa, una parte che, per portare avanti, ha fatto si che lei perdesse tanto (magari famiglia d’origine, lavoro, tanti amici, relazioni precedenti o comunque buoni rapporti con partner precedenti…).
A questo si aggiungono altri fattori, che sono più generali per le le persone LGBT (anche non attiviste): mancanza di modelli, mancanza dell’incoraggiamento di parenti, amici e colleghi, mancanza di leganti come matrimoni e figli, ma spesso anche di sistemi meno invasivi (convivenze con spostamento residenza, beni comuni comprati insieme…spesso nelle coppie LGBT manca anche, semplicemente, questo, e si va per anni avanti in via informale, senza che la coppia abbia tracce burocratiche alle spalle, persino quelle attualmente consentite).

Per quanto riguarda invece la carriera, sono favoriti sicuramente gli LGBT velati, ma anche quelli dichiarati, ma non esposti politicamente.
Ho parlato molto con gli attivisti LGBT per testare il loro desiderio di carriera e crescita professionale, e spesso è venuto fuori che in molti casi non si trattava di persone ambiziose che pero’ avevano dovuto rinunciare per l’attivismo, ma più che altro di persone che usavano l’attivismo come paravento per un disinteresse di crescita professionale, o per lo meno della loro (poi magari facevano attivismo per i diritti a lavoro delle persone LGBT “in generale”).

Di contro gli attivisti LGBT rimproverano i velati, o comunque coloro che vivono la loro realtà LGBT apertamente ma senza dedicare tempo alle rivendicazioni, di omotransfobia interiorizzata, di non volersi mescolare agli attivisti, o di sentirsi superiori.
Ho spesso notato che spesso più che omotransfobia è una questione di classe sociale.
La persona LGBT in carriera e che viene guardata alla pari dai colleghi etero e cisgender, non sente di avere qualcosa da condividere in tavolate di persone con cui condivide lo status LGBT, ma nient’altro.

Per concludere, io sono un attivista, ma ho sempre cercato di non perdere di vista carriera e famiglia, di non far si che l’attivismo mi facesse perdere di vista queste che, per me, sono importanti mete.
Ho perso tanto in questi anni, sia a livello di affettività, sia di carriera, ma l’attivismo mi ha dato tanto e mi ha reso la persona che sono adesso, quella che si rende conto che vuole riprendere in mano carriera e famiglia.
Rimango in attesa delle vostre opinioni sull’annosa questione.

I cattivi maestri e i cattivi allievi

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Da anni, o forse quasi da lustri, la mia attività di attivista antibinario mi ha messo in contatto con giovani persone questioning sulla loro identità di genere o semplicemente sul ruolo di genere.
Molte di queste persone mi hanno seguito per anni, ma poi si è rotto qualcosa.

Per chi mi legge da anni, è scontato il fatto che il mio punto di vista si è stabilizzato, perlomeno dal 2009.
Non sono un transessuale e non mi interessa spacciarmi per tale.
Non sono un queer.

Chi mi contatta di solito mi ringrazia per il mio porre un’alternativa a queste due comunità e punti di riferimento intellettuali, una legata più che altro alle dinamiche di cambio di “sesso”, l’altra legata a contestazioni cattedratiche piuttosto astratte e spesso anche di decostruzione sociale e quindi anarcoidi.
Il mio punto di vista si pone come estraneo e complementare a queste visioni.

Prima o poi però il o la mia seguace prende una strada, che è quella transessuale o quella queer.
Se prende quella transessuale, basterà che l’ago penetri la sua pelle per rinnegarmi come maestro, sentirsi improvvisamente più esperto, e ribadire che io “non potrò mai capire“.
Se prende invece la via queer, io sarò immediatamente bollato a borghese, etichettatore, non abbastanza fluido.
E’ per questo che ho sempre preferito essere presidente di un’associazione mista (Il Milk), e non dirmi “decano” di un popolo di persone a metà tra il transessualismo e la teoria queer.

Purtroppo negli anni ho capito che quasi tutte le persone questioning prima o poi si posizionano in una di queste due identità, e che nel mezzo resta poco, anche perché la società non è pronta ad accogliere ciò che sarebbe naturalmente collocato in mezzo.
E a quel punto ci sono “padri” migliori di me, sia nel movimento transessuale, sia seduti alle cattedre queer.

Ed è per questo che io rimango profeta antibinario per persone avanguardiste ma che sono portatrici di vissuti ben diversi dal mio, e quindi non vivono identificazioni e successive disidentificazioni.
I miei lettori sono spesso persone cisgender, oppure gay e lesbiche open e avanguardiste, o ancora professionisti, tesisti, giornalisti.

Devi essere lontano da me per mettermi a fuoco, e mettere a fuoco il mio pensiero. La troppa vicinanza porta ad un coinvolgimento emotivo, di speculazione (da speculum, specchio), e di empatia, simbiosi, che genera poi un tradimento, quando la persona questioning cambia, e io rimango come sono.

Questo blog va preso semplicemente come la proiezione del mio pensiero, e non va sovraccaricato di aspettative, per non generare successivamente delusioni e disidentificazioni.
Io sono solo un autore, che apre un suo punto di vista. Non va preteso da me altro che questo.

Mese del Pride, eventi che organizza il MilkMilano

Penso sia interessante, per i lettori del blog,
venire a conoscenza di tutte le iniziative che il Circolo Culturale Harvey Milk organizza
per il mese del Pride
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venerdì 12 giugno, via soperga 36, doppio appuntamento:
CHIESA VALDESE E TEMI LGBT alle ore 18.30/19.00
https://www.facebook.com/events/977467602293478/
SPETTACOLO TEATRALE COMPAGLIA TBGL MILK alle ore 21.00
sabato 13 giugno, a Vittuone, con UaarOvest
LE ORIGINI DEL RAZZISMO E DELL’INTOLLERANZA, Sala conferenze Comune di Vittuone Piazza Italia 5 Vittuone, ore 21.00
https://www.facebook.com/events/996798683673012/
martedì 23 giugno Casa Dei Diritti
TURISMO E  LGBT
ore 18.00, Casa dei Diritti (via de amicis 10)
https://www.facebook.com/events/698980436898022/
giovedì 25 giugno, doppio appuntamento
LE PERSONE TRANS SI RACCONTANO, ore 18.00, Casa dei Diritti (via de amicis 10)
https://www.facebook.com/events/1583494558568669/
LIBRI PARLANTI, con la nostra testimonianza di bisessualità (Enrico Proserpio)
https://www.facebook.com/events/494905370664285/
venerdì 26 giugno, sede radicali Enzo Tortora
TEMI GLBT E COMUNICAZIONE NEI MEDIA
, ore 19.00 associazione Enzo Tortora, via sebastiano del piombo 11
https://www.facebook.com/events/1610370032573843/

Sono un trans o sono una persona?

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Premetto che ormai vivo al maschile da anni e non mi interessa più ficcarmi dentro questi gruppi pieni di nomi farlocchi e di persone che celano la loro personalità mettendo in luce solo l’essere (o pensare di essere) trans.
Quando una persona mi aggiunge solo con l’account “trans” e mi tiene separato dalla sua “vera” vita (fatta di ambizioni, passioni…) io mi sento offeso, perché, come lui vuole mostrarmi solo la sua componente “trans”, vuole relazionarsi solo alla mia componente “trans e snobbare la mia persona. Quella non è un’amicizia.

La stessa cosa si verifica quando io conosco informaticamente una persona e , finché questa non sa che sono trans (potrebbe anche sapere che sono gay magari), si relaziona parlando delle passioni comuni, ma appena viene a sapere che sono trans, parte lo stereotipo, che cade addosso a me irrimediabilmente, come un’investitura.

Improvvisamente io “devo” essere ateo (perché il trans odia la religione in quanto lo tratta come scherzo della natura e abominio),”devo” essere di sinistra (perché le destre lo trattano come abominio), poco scolarizzato, non interessato alla carriera, e uno di quelli che parla solo di gender.

Lo stesso quando “oso” dire che sono presidente di un’associazione, che viene immediatamente ricondotta ai vecchi circoli arci di sinistra (o magari ai kollettivi), poco accoglienti, e in cui ogni povero disgraziato è stato e si è trovato male, e quindi sente l’esigenza di dirmi che è contrario all’attivismo, ai picchetti (avessimo mai fatto un picchetto al milk), alla “militanza” (e appare questa scena di noi a sfilare sul piede di guerra, anche questo mai avvenuto…e io per questo odio la parola “militanza”), e all’ “attivismo” (e appare quest’altra immagine di noi petulanti e polemici a contestare non so cosa).

E io, prigioniero di questi stereotipi, vorrei vivere apertamente il mio essere T, presidente del Milk, ma anche tanto altro, senza essere schiacciato dalle statistiche, che mi vorrebbero come gli altri T, come gli altri attivisti, o magari per forza teologicamente seguace della teoria queer, dell’anarchia, del rifiuto acritico di “tutte” le regole sociali.

Insomma, le persone che mi incontrano, per rassicurarsi, devono ricondurmi ad uno stereotipo già da loro incontrato (il rompiscatole relativista queer, il trans nato nel corpo sbagliato, l’attivista ateo e di sinistra picchettatore), ed è per questo che devono per forza, per relazionarsi a me, cancellare tutto ciò che fa parte di me ma non hanno mai visto in un attivista t antibinario.

Questo genera in me una “disforia“, che non è inferiore a quando sbagliano il genere con cui rivolgersi a me, perché, anche se viene cancellato qualcosa di diverso dal mio genere, non per questo viene cancellato qualcosa di a me meno caro del mio genere.
Non siamo solo il nostro genere, ma di questo, spesso, ci si accorge dopo tanti anni che il proprio genere lo si vive e lo si assapora.

Un pride Orizzontale

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So che molti di voi diranno che sono giovane (vero), che parlo perché non ho studiato la storia e la genesi del Movimento e dei sui strumenti comunicativi (falso), e non accettano che io possa avere visioni iconoclaste e di discontinuità.
Non a caso spesso preciso di non sentirmi in-movimento.

Quest’anno un coordinamento di associazioni, di cui non facevo parte, ha deciso per un pride senza carri e senza musica discotecara lanciata dai carri. Il motivo? Credo la crisi economica, ma si parla ufficialmente di ecologia.

Personalmente ho sempre sentito le lesbiche parlare di un gay pride maschilista che parla solo di uomini gay, di sesso, e di corpi nudi.
Le lesbiche attiviste spesso in questo clima si sentono cancellate, invisibili.

Io proverò a dirvi che anche io sono per un pride senza carri, ma la nudità c’entra ben poco, in quanto tutti noi possiamo sfilare in perizoma anche senza essere sopra un carro.
Il carro è qualcosa che non tutti possono permettersi. E’ qualcosa che può permettersi una grande associazione (spesso gay maschile), o uno sponsor (una sauna, un cruising, un locale pensato per l’uomo gay).
Per questo i “poveracci” del movimento (attivisti, piccole associazioni, lesbiche, bisessuali, attivisti trans…) saranno sempre “sotto“, meno visibili.

Saranno i grandi locali e le grandi associazioni che decideranno quale musica di Lady Gaga rappresenterà la comunità, e verrà “innalzata“, appunto, sopra un carro.
Eppure ognuno di noi è portatore di se stesso, e non tutti abbiamo un’identità inequivocabilmente visibile e comprensibile. A volte serve uno striscione, un cartello, una maglietta, a veicolare le proprie identità o idee.

Ma non tutti coloro che vanno al Pride sono attivisti e vogliono veicolare idee. Qualcuno, molti, vogliono mostrare la propria libertà ed espressione di se stessi, e che lo facciano!
Ma perché alcuni su un carro ed altri no?

Sarei contrario anche se, ad esempio, ci fossero carri solo per attivisti e tutti gli altri giù, come se ci fosse l’esclusiva concettuale e culturale concessa agli uni a discapito degli altri.
E se ognuno di noi portasse se stesso? la sua musica, i suoi vestiti o non vestiti, i suoi cartelli, il suo sguardo?
Se per una volta fossimo tutti alla stessa altezza? Se fosse un Pride davvero orizzontale?