Agender, un progetto di Chloe Aftel

Eventi Culturali Magazine

2setgenderCon la denominazione “agender” si fa riferimento a quella nuova identità di genere con la quale vengono indicate le persone che non si riconoscono come donne né uomini. La terminologia in questione è ricca e varia: androgino, transessuale, neutro e bigenero sono solo alcuni esempi. Nel febbraio del 2014, negli USA, Facebook ha aggiunto ben cinquanta opzioni di questo tipo per dare maggiore libertà ai propri utenti nello scegliere l’identificazione del proprio genere.Gli “agenders” preferiscono ai consueti pronomi di genere definiti quali “lui” e “lei” l’utilizzo della forma plurale “essi”, più “neutra” e generica (d’ora in poi, quindi, in questo articolo verrà fatta menzione si singoli “agenders” con il pronome di terza persona plurale). Potrebbe sembrare una banalità eppure il riconoscimento della propria identità è un diritto sacrosanto, una necessità fondamentale, specialmente quando questa non è così “ortodossa” ed incontra ancora difficoltà nell’essere accettata. Ci troviamo, di fatto, di fronte…

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Gay sta a bisessuale come trans sta a … ? (è il momento di autodefinirci)

E’ il momento di dare una definizione per i percorsi non canonici trans. Senza usare il “non”

Quando iniziai a percorrere la mia strada di consapevolezza e di attivismo dovetti aspettare alcuni anni prima di trovare una persona che sentissi a me vicina.
Un giorno su un portale allora chiamato GayRomeo conobbi un ragazzo che ai tempi si definiva gay, e a cui dissi di essere attivista.

Col tempo la nostra relazione finì, ma la nostra amicizia no, e, confrontandosi con una persona di genere non conforme, lui riuscì ad ammettere a se stesso e agli altri di non essere completamente omosessuale, di provare attrazione per uomini androgini e donne androgine, quasi di preferirli, ma  a quel punto iniziò a riflettere su come entrare nel mondo gay aveva censurato questa sua identità ed istanza schiacciandolo nell’identità politica gay, facendogli credere che la sua presenza nel movimento era dovuta non alla sua bisessualità e alla rivendicazione di essa, ma alla sua “parte omosessuale” e alla difesa dei diritti omosessuali. A causa dello stigma da parte del mondo etero, ma soprattutto da parte del mondo omosessuale, e alla convenienza che questo mondo aveva a tenerlo tra le sue file di attivisti, era diventato uno dei tanti militanti contro l’omofobia e per i matrimoni gay.

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Oggi Leonardo è un attivista per la pansessualità e la bisessualità, insiste che nelle scuole, nella sanità e sui posti di lavoro si parli di bisessualità e pansessualità, nonchè di bifobia e panfobia, e milita contro il binarismo.
Fare attivismo con lui mi piaceva perché, anche se in condizioni diverse, condividevamo l’essere sospesi tra il mondo dei cis/etero e quello dei gay e trans, che ci accettava ma con riserva, col permesso di soggiorno, solo se “accettavamo” di definirci come loro. Ciò per lui comportava l’atto semplice (ma non banale) di definirsi gay. Per quanto riguarda me, il pegno da pagare era l’essere transessuale, fare la mia bella transizione medicalizzata e canonica, raccontare le mie trans narratives sulla mia infanzia binaria nel corpo sbagliato, mettere la mia bella cravatta, tatuarmi il simbolo trans, fare palestra, e guardare sotto le gonnelle.

La mia istanza veniva sempre schiacciata. C’era sempre un ombrello che doveva comprendermi, e quasi mi faceva il “piacere” e l’onore di comprendermi, cancellando poi le mie istanze, mostrandosi contrario, o paternalisticamente dicendo che ci sarebbe stato tempo, in futuro, per le mie istanze, in un mondo migliore, quando noi saremo tutti morti. nel frattempo le mie braccia (rubate all’architettura?) erano pronte a portare i loro picchetti, per migliorare le loro condizioni di vita.
Io, orfano di una comunità che mi accogliesse e mi includesse, per anni mi sono nascosto nella T come chi, essendo bisessuale, si è nascosto nella G.

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Tutti erano fieri di noi, noi coraggiosi che facevamo dei coming out (con parole che non ci definivano e non sentivamo nostre), perchè non rimanevamo nascosti come chi, nella mia situazione, viveva da cis, o come chi, essendo bi, viveva da etero.
C’era chi non riusciva a comprendere la nostra coppia, perché non voleva credere alla sua bisessualità (per loro era gay) nè alla mia non conformità di genere (per loro ero donna). Queste due affermazioni, se affermate inseme, creavano un paradosso, secondo il quale noi non potevamo essere, o essere stati, coppia, ma ne eravamo divertiti, perché era l’ennesima conferma del non rientrare nei loro schemi binari, in cui se qualcuno è fuori da cis, trans, omo, etero, non esiste o si sta definendo in modo sbagliato, per confusione o mancanza di coraggio.

Non c’è ancora un termine per “i bisessuali” dell’identità di genere, o meglio, ce ne sono troppi (ma sono stati coniati da altri).
Puzzano di teoria queer, oppure sottolineano un “passaggio” che molti come me non sentono proprio.

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Se trans fosse recepito come speculare di cis, si parlerebbe di essere al di là o al di quà dei confini del genere. Purtroppo però nella percezione comune “trans” sottolinea un passaggio e un cambiamento, spesso fisico, o anche di ruolo di genere, che magari ha senso se si parla di trans medicalizzati, ma ha meno senso se si parla di tutte le altre variabili di genere, che più che sottolineare, nel definirsi, il “cambiamento” (quel “to” di FtoM e di MtoF), sottolineano la differenza, una differenza, una non conformità, che c’è da sempre e non si riduce ad una metamorfosi.

Se oggi bi e pansessuale sono termini abbastanza chiari per definire l’universo di orientamenti eroticoaffettivi tra omo ed etero, non c’è ancora un termine per descrivere la condizione delle persone tra cisgender e transessuale.
Quando i primi bisessuali alzarono la testa per fare attivismo, subito gay e lesbiche misero sulle loro spalle il peso degli errori e della viltà di chi, in passato, essendo bisessuale o gay velato, aveva vissuto nell’ombra, nascondendosi in matrimoni etero e nella rassicurante vita sociale da “normale“.

Anche con noi lo fanno. Ci paragonano ai travestiti del sabato sera, i top manager con moglie e figli. Alle signorine che sono maschietti su facebook ma poi sono, nella vita reale, solo ragazze con smalti metallizzati e capelli verdi. A chi cambia definizione e polarità di genere una volta a settimana, in una nevrotica e instancabile creazione e disattivazione di profili facebook e twitter, e ci dicono che siamo pochi, picareschi, incapaci di metterci nome, cognome e faccia, incapaci di formalizzare le nostre istanze.

Ma quando alcuni di noi (non troppi), riusciranno a produrre un documento con istanze chiare, come hanno fatto le famose 49 lesbiche, e quando chiederemo al gay, lesbiche, transessuali, pensatori queer, intersessuali, bisessuali, asessuali, di sottoscriverle?
Quando chiederemo di essere compresi in una legge “contro la transfobia” che non comprenda solo periziati e ormonati, così come i bisessuali hanno chiesto di essere compresi in una legge “contro l’omofobia” che tuteli tutti gli orientamenti e non solo quello omo, quando chiederemo il riconoscimento delle persone non binarie e non medicalizzate, loro firmerano con noi o polemizzeranno?
Penseranno che estendere i diritti a noi tolga qualcosa a loro?

Come gli etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio?
Questi sono interrogativi che avranno risposta solo quando ci faremo sentire.
Nel frattempo i bisessuali sono arrivati alla loro quarta giornata della visibilità bisessuale, e coinvolgono sempre più persone, hanno introdotto la parola “Bifobia, che ormai sentiamo usare anche da parlamentari.
E’ il momento che i “non-” dell’identità di genere si facciano sentire.

Se sei uno/a/* di noi, scrivici.
progettogenderqueer@gmail.com

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Si ma…il tuo “vero” nome? sotto hai patata o pisello?

Mentre chi si dichiara ftm o mtf sta dando all’interlocutore precise indicazioni sul proprio corpo di nascita, chi si dichiara genderfluid “irrita” l’interlocutore, che spesso, infondo, è solo interessato a sapere cosa hai nelle mutande.

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Nelle mie sperimentazioni elaborate per il precedente articolo (binarismo sulle app e i portali), ho provato a propormi anche come genderfluid, genderqueer, agender, etc etc.
Mi rendo conto che queste identità abbiano ancora meno rispetto delle identità “trans” canoniche.

Se una persona dice “ftm“, sta “informando” l’altro del punto di partenza (patata) e quello di arrivo (maschile), e viceversa anche se si dichiara mtf.
L’interlocutore ha bisogno di sapere come sei nato/a.
Se invece ti dichiari “genderfluid” senza accostare le f, le m, le partenze, e gli arrivi, l’interlocutore rimane disorientato, e matura il bisogno quasi ossessivo di “orientarsi” e capire che cosa sei biologicamente.

Se dichiarare di essere uomo ftm o donna mtf puo’ non essere accettato, ma mette a conoscenza l’interlocutore della genetica di chi si presenta come tale, chi si dichiara genderfluid, e magari vuole rendere indifferente la sua appartenenza genetica, disorienta e infastidisce. La sua identità fluida viene presa meno sul serio di quella degli ftm ed elle mtf, attira meno rispetto, e quindi si arriva a domande come “si ma sotto cos’hai?” oppure “ma come ti chiamavi all’anagrafe? qual è il tuo nome vero?”, come se quel dato oggettivo e burocratizzato mettesse ordine nell’anarchia che, illegittimamente, il genderfluid avrebbe voglia di mettere.

Inoltre non si mette in considerazione che un nome anagrafico per un genderfluid potrebbe essere disforico quanto per una persona trans canonica. Si insiste sul volerlo sapere, come se, caduto il binarismo dell’identità di genere, e la retorica del “nato nel corpo sbagliato“, le uniche certezze fossero il sesso di nascita e il nome anagrafico, come se la persona genderfluid fosse semplicemente un maschio o una femmina con ambizioni non binarie (che però valgono quel che valgono).

La genderfluid-fobia dovrebbe allarmare i trans canonici? Si.
Se ci accettano solo e soltanto perchè siamo una realtà meno lontana dai loro modi di ragionare per matrici, e se, caduti questi  dettami, diventano ostili e legati al corpo, cosa ci garantisce che ci accettino e ci capiscano “davvero“?

Identità di genere non binarie: dizionario

Visto che negli ultimi anni si è fatta molta confusione, voglio fare ordine tra i gender-qualcosa, e sulle relative differenze

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Transgender – cappello che racchiude tutte le persone portatrici di una qualsiasi non conformità di genere

GenderQueer – persona che rifiuta completamente la dicotomia M/F

BiGender – persona che si considera di entrambi i generi

NOGender/AGender – persona che si considera di nessun genere

GenderNeutral – persona in cui la componente “genere” è neutrale, o il cui genere è neutro e non polarizzato verso M o F

GenderBender – persona che si considera di un terzo genere, “altro”.

GenderRebel – persona che si ribella alle etichette di genere

GenderFluid – persona che ha un’identità cangiante nel tempo, e fluttuante tra due poli (M/F)

E’ molto importante chiarire che il fatto che esistano persone esterne alla dicotomia binaria, o anche persone con idendità di genere cangiante nel tempo, non significa che “l’identità di genere è sempre fluttuante“, così come il fatto che esistano i bisessuali non rende l’orientamento sessuale di tutti cangiante e fluttuante.

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Dichiararsi genderfluid

Conseguenze e discriminazioni, ma anche contraddizioni, relative a chi si dichiara genderfluid.

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Nella mia mente il parallelismo tra genderfluid e bisessuali è fortissimo.
Sia gli uni che gli altri sono discriminati da chi ha un orientamento sessuale o un’identità di genere netti.

In realtà chi li discrimina porta come motivazione la grande percentuale di velati che questi due mondi presentano, a scapito dei pochi disgraziati che invece desiderano dare visibilità a ciò che sono.

Se ormai si può dire che un coming out di un bisessuale sia abbastanza facile (possono disapprovare, scaricare addosso alla persona tremila pregiudizi, ma comprendono cosa è un bisex), il coming out di un genderfluid viene totalmente ignorato.

Mentre una persona di identità di genere netto è “costretta” dagli eventi a fare coming out con tutti, a meno che non voglia ricevere il genere grammaticale e il nome sbagliato ogni santo giorno, il genderfluid spesso non fa coming out con tutti ma solo in ambiente protetto.
Non essendoci, spesso, una transizione medicalizzata di mezzo, è anche “possibile” non dirlo a tutti.

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A volte il genderfluid non ha un “nome” diverso da quello anagrafico, e spesso nello spiegare di sè, l’interlocutore confonde totalmente identità e ruoli, e quindi fa finta che il genderfluid sia solo una persona con una spiccata parte maschile (se di biologia femminile) o femminile (se di biologia maschile), ma continua ad appellarla col nome anagrafico e col genere grammaticale inerente al suo sesso biologico.

Spesso la persona genderfluid (a meno che non gli vada di culo e abbia un o una partner bisessuale), si accompagna di un o una partner attratto/a dal suo sesso biologico e non dal suo genere mentale, quindi vi è sempre un parziale rifiuto della totalità della persona da parte del o della partner.

La persona genderfluid, scoraggiata da tutti questi possibili (e forse inevitabili) malintesi, è molto scoraggiata nel fare coming out, ancora piu’ di una persona bisessuale. Allora chi, tra i genderfluid, non vuole rinunciare all’esigenza di fare coming out, cerca dei compromessi, ovvero di presentarsi come trans (presentando quindi una condizione più netta) o addirittura come bisex (magari senza esserlo, ma per poter giustificare in modo “soft” il suo essere LGBT).

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Inoltre, diversamente dalla persona trans, se una persona genderfluid inizia a parlare a un interlocutore di fase M, fase F, etc etc, viene preso per un borderline, o uno schizofrenico, o un bipolare, tacciato di personalità multiple e quindi un caso da DSM.
In altri casi, viene preso come un pagliaccio esibizionista che vuole divertirsi recitando vari ruoli, anche a causa dell’uso e dell’abuso che spesso il genderfluid fa della parola “performare”.

Anche la comprensione di sè stessi, per i genderfluid, diventa complessa, non essendoci ancora (e forse mai ci sarà), una chiarezza su cosa appartiene all’identità maschile (o femminile) e cosa al ruolo “secolarizzato”.

Ancora più difficile è fare coming out quando il genderfluid decide di mantenere un aspetto coerente col sesso biologico ed esprimere la fluidità di genere solo sul piano mentale.

Purtroppo le considerazioni fatte in questo articolo sono parziali, in quanto io sono semplicemente “mono-gender” ed esprima il mio non binarismo solo sul piano dei ruoli di genere (avendo un’identità di genere maschile).

 

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La definizione non è un’etichetta: riflessione sulla “semantofobia” del popolo LGBTQ

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Mentre una parte del movimento, soprattutto gay/lesbico, rivendica con orgoglio l’essere omosessuale, spesso tutto il bacino che riguarda orientamenti intermedi e il grande mondo dell’identità/ruolo di genere si nasconde dietro ad un “basta etichette“, “non voglio definirmi“, “le etichette sono prigioni“.

Innanzitutto non amo che le definizioni vengano chiamate “etichette“.
Una definizione ha spesso una importante valenza sia personale, che sociale, che politica.
A volte ho riscontrato nei “nonvogliodefinirmi” non tanto un rifiuto di una definizione binaria e restrittiva, in contrapposizione alla proposta di un’auto-definizione, oppure al voler e saper argomentare la propria condizione, piuttosto ho riscontrato che, in loro, a un rifiuto di significante, corrispondeva spesso un rifiuto del “significato” della loro identità.
Si tratta ovviamente di statistiche non significative, perché riguardano le persone che ho incontrato nel mio attivismo di strada e virtuale.

Mentre le persone omosessuali spesso usano la propria identità di orientamento sessuale come orgoglio “politico”, spesso i più restii a definirsi sono coloro a cui corrisponderebbero definizioni “meno amate” (ancor meno di gay e lesbica), e che quindi fanno fatica a usarle su se stessi.
E cosi’ il bisessuale “semplifica” definendosi gay o etero, ben conscio del pregiudizio esistente sulla bisessualità.
Un transessuale/trans preferira’ termini soft perchè questi termini ricordano il sex working ai più…
E infine una persona non in transizione preferirà “non definirsi“, perché verrebbe sommersa da domande sul perché non transiziona se ha una disforia di genere etc etc etc.

Questa gente, non definendosi, rende la propria condizione invisibile….con tanti rischi connessi:
– chi è come lui/lei non trova riferimenti
– non si fa informazione sull’argomento
– non si portano avanti istanze politiche
– la gente sarà sempre stupita e diffidente su persone di questo tipo, perché nessuno si espone.

Tante persone, proprio per incapacità di autoanalisi, autocritica, introspezione, o semplicemente per disinformazione, si sono date per anni un’ “etichetta” sbagliata, e non avevano voglia e coraggio per cambiare vita.
Spesso neanche sapevano che esistessero altre definizioni per descriverli, e quando l’hanno saputo è stato, per loro, qualcosa di rivoluzionario.

– Ho conosciuto persone T in direzione FtoM che per anni sono state convinte di essere butch perché avevano conosciuto solo e soltanto ambienti lesbici femministi che castravano il loro spontaneo uso del maschile per parlare di se stessi…

– Ho conosciuto persone che si definivano “travestiti” e frequentavano forum di fetish perché non sapevano che una persona “portatrice di un tema di identità di genere“, anche se non interessata alla medicalizzazione, puo’ comunque definirsi transgender

– Ho conosciuto persone che hanno vissuto da uomini etero e da donne etero pur avendo una disforia di genere perché non immaginavano neanche che, visto che identità di genere e orientamento sessuale sono indipendenti, si potesse essere ftm gay o translesbiche.

– Ho conosciuto persone bisessuali che non si definivano o consideravano tali perché convinte, dal movimento gaylesbico, che “i bisessuali non esistono.

– Ho conosciuto uomini sicuri del fatto che il loro desiderio di essere penetrati dalle compagne li rendesse “gay” o “bisessuali” perché non sapevano che la penetratività non ha niente a che fare con l’orientamento sessuale.

Queste persone avevano un’idea sbagliata di se stesse per via della scarsa informazione, non solo sulle definizioni (significanti) ma anche sulle condizioni (significati), ed erano confuse, nervose e infelici. E  per quanto sembri non “politically correct“, possiamo dire che, si, le definizioni che avevano cercato di darsi in un momento di disinformazione, erano “errate“.

Vi faccio un esempio grossolano su quanto certi ambienti possano “veicolare” termini diversi per descrivere situazioni omologhe.
Nel grande marasma di persone “T”, che hanno un grado variabile di disforia di ruolo o di identità di genere, ho trovato molte persone che, non essendo in transizione medicalizzata,  avevano conosciuto dei termini alternativi a “transgender che li descrivessero.
Coloro che erano xx si definivano “genderbender, genderrebel, genderqueer…” e coloro che erano xy si definivano “crossdresser, travestito…”.
Eppure si trattava della medesima condizione. Persone con una tematica di identità di genere e non medicalizzate, ma a seconda degli ambienti frequentati avevano imparato termini diversi, talvolta vicini alle battaglie di ruolo (xx), talvolta vicino alle parafilie (xy), termine che uso in modo neutro, come parola composta proveniente dal greco.

Tra i servizi che cerco di dare col mio blog, ci sono anche le definizioni. Il queerzionario è stato il progetto più che altro del primo anno di vita del blog. Ora mi occupo di articoli più discorsivi. Anche le statistiche inerenti a chi clicca da google dimostrano che c’è gente che cerca queste parole per capire cosa significhino e se siano opportune a definirli, e che si tratta di persone spesso esterne alla comunità LGBT.

Non ho mai sentito le definizioni come prigioni, e non penso che esista una definizione per tutti o per tutto, o comunque spesso una definizione non ci accompagna per tutta la vita…ma ho sempre avuto il sospetto che le persone che insistono a non definirsi raramente siano degli idealisti anarchici…spesso sono persone insicure di cio’ che sono…e non del nome che ha cio’ che sono.

Per me la vera prigione è non comprendersi per via della scarsa informazione. Se i glossari e i blog informativi possono aiutare in questo, ben venga.

Io stesso per anni non capivo cosa ero o se esistessero altri come me perché non conoscevo il “nome” di cio’ che io ero, nè conoscevo altri come me, nè potevo raggiungerli non sapendo come si chiamasse cio’ che ero, neanche informaticamente.
Il primo “ftm” che vidi lo vidi al liceo, nel 99, quando Ada DeUsanio invitò “Antonio che prima era Antonella”, ma senza usare termini come transessuale o ftm.
L’indomani andai a scuola a chiedere a un mio professore, gay e illuminato, se fosse possibile!!! Lui mi rispose che lo riteneva improbabile, e ricaddi nella solitudine.

Un anno dopo vidi “tutto su mia madre“, vidi li quelle che ora chiamerei translesbiche.  La cosa mi sorprese molto, perchè avevo capito che orientamento sessuale e identità di genere erano indipendenti. Ma non sapevo che il fenomeno si chiamasse translesbismo.
Negli anni internet divenne molto più fine e completo, e potetti trovare persone simili a me, anche se a fatica…

Ancora adesso parlo con persone come me soprattutto tramite liste “supersegrete”, piene di persone che non si definiscono per quello che sono, e quindi il silenzio cade sulla mia condizione, e c’è isolamento e solitudine.
E in meno siamo, più saremo vittime di domande morbose e incomprensioni, ma più saremo vittime di ciò, in meno saranno ad esporsi (il solito circolo vizioso).

Spero, nel mio piccolo, con la mia visibilità, di poter aiutare qualcuno, anche se so di essere una goccia infinitesima in un grande mare.

Perchè la causa genderqueer è appannaggio delle persone XX?

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Ho spesso notato che  tutte le persone autodefinite queer, genderqueer, genderrebel, genderbender, sono persone XX, e che inoltre poche di queste hanno anche una questione di identità di genere /transgenderismo/transessualismo ma fanno una discussione interna al tema del ruolo, e non appunto all’identità (spesso non sono coscienti che le due cose sono ben diverse e indipendenti).

Mi chiedo quindi se non sia un problema storico del ruolo femminile.
Infondo questo “rifiuto del ruolo” si trova raramente in persone XY (che ne so…l’uomo stanco di non poter dire fieramente di amare l’uncinetto).

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.Queste persone “xy” sono realmente poche, e non raramente si definiscono queer, gendeerqueer o altro, e molto stesso fanno propri i termini come travestito e crossdresser invece che termini come genderbender o genderqueer (soprattutto coloro che sono velate, con la doppia vita, e on/off)

Per non parlare del fatto che quasi tutte le persone cisgender che si definiscono queer sono di fatto persone provenienti da un passato di omosessualità (maschile o femminile) e di militanza gaylesbica.

Addirittura il gruppo queer di milano si è divisa in femmine queer (tomboys don’t cry) e maschi queer (ponrflakes):mi chiedo che senso abbia per un gruppo queer dividersi in base all’organo genitale in dotazione, a meno che non si tratti di gruppi di persone omosessuali che socializzano con finaltà di incontro, e quindi con persone dello stesso sesso.

Pare che ci siano invece, nel mondo trans, molte più persone in transizione medicalizzata verso il femminile che verso il maschile. Forse è una questione di coraggio? o che forse ci si “arrabatta” più come xx androgino che come xy androgina visti gli stereotipi machisti vigenti?

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Se fosse cosi’, si comprenderebbe perché è più “sostenibile” vivere “queer” come persona xx che va verso il maschile, mentre nel caso inverso l’unica alternativa al velatismo totale o all’on/off sia una transizione.

Spesso i blog queer sono, in soldoni, blog di tematica lesbica.
Un tempo dicevo, con goliardica arroganza, che “definirsi queer è il trucco per poterci provare con me senza che possa incacchiarmi“. In effetti lesbiche e uomini etero “queer” credono che questa definizione mi distragga dal fatto che sono attratti, sostanzialmente, solo da persone vaginodotate (seppur maschili o androgine).

In sostanza, questo blog ha pochissime lettrici lesbiche. Forse per come mazzulo sia il lesbismo, sia il femminismo, sia la teoria queer tradizionale.
Di contro mi ha messo in contatto con uomini di ogni orientamento sessuale, con persone trans non binarie, con persone etero che volevano mettere in discussione i ruoli, e con persone bisessuali.

Di cio’ sono solo contento, perché la causa “non binaria” coinvolge tutti/e/u, anche se indubbiamente renderebbe la vita più semplice soprattutto alle persone LGBT