Davide Amato: una storia di bisessualità, visibilità e non binarismo

Davide Amato è un attivista bisessuale e non binario, che promuove la visibilità e il coming out, parlando del, troppo spesso sottovalutato, problema della bifobia.
In quest’intervista proviamo a conoscere la sua storia, a capire come è cambiata la situazione delle persone bisessuali e cosa sarebbe opportuno fare per migliorare ancora la situazione.

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Ciao Davide: tramite quali realtà fai attivismo sul tema della B?

Ciao, Nathan, attualmente faccio attivismo tramite il Circolo Culturale TBGL Harvey Milk di Milano in cui ricopro felicemente il ruolo di responsabile del Progetto Bisessualità e di coordinatore del prossimo gruppo operativo di visibilità bisessuale.

Poi, faccio attivismo tramite una collaborazione con il Gruppo Donna Arcigay di Milano, l’associazione Lieviti del Milk di Verona e, in ultima istanza, con il nascente gruppo di coordinamento di più associazioni sotto il nome di Mondo Bisex. Di quest’ultimo fanno parte arche il gruppo Bit, o Bisessuali in Toscana, e il gruppo Bproud di Bologna.

Se ti va…parlaci di come ti sei scoperto bisessuale

Molto volentieri! Il tutto avvenne tre anni fa, durante uno dei tanti corsi sul bullismo omo-bi-transfobico organizzati dall’associazione Arcigay EOS di Cosenza, in collaborazione con il Cassero di Bologna. All’epoca, già militavo da tempo all’interno del comitato Arcigay I due Mari di Reggio Calabria, spazio in cui entrai da attivista etero LGBT-friendly.

Comunque, per dirla brevemente, si crearono alcune condizioni favorevoli che fecero esplodere improvvisamente, in me, emozioni del tutto nuove e impreviste. In sostanza, la vicenda si svolse tutta durante il trascorrere di quel corso, nel giro di pochissimo tempo, e fu la base di partenza del mio coming out.

Quindi, mi dichiarai bisessuale prima con mio comitato e poi in famiglia, durante il periodo natalizio. Infatti proprio per la mia improvvisa riscoperta, penso di essere un caso unico, speciale e atipico.

Parlaci dell’esperienza di attivista B in Calabria

Su questo punto, purtroppo, ho poco da riportare: subito dopo i due miei coming out, dovetti trasferirmi a Milano per questioni di crescita personale, lavorative e di studio. Infatti, frequento un corso professionalizzante per la qualifica di Massaggiatore Capo Bagnino degli Stabilimenti Idroterapici, o Massaggiatore Masso-Idroterapista. Ovvero, la strada più concreta e pertinente al mio percorso, già intrapreso dal 2010.

Da attivista ex-etero LGBTfriendly, vado più che fiero di aver portato avanti battaglie culturali per tre anni, insieme a persone indimenticabili e dentro un contesto territoriale già abbastanza complicato. Il tutto fino ad arrivare alla realizzazione del primo Pride calabrese della storia, una delle esperienze più grandiose di tutta la mia vita.

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Ti va di parlarci della tua esperienza al Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano?

Certamente. Parto dal dire, con molto piacere, che si sta rivelando sempre di più un’esperienza straordinaria in ogni senso. Da quando ho cominciato a farne parte (più di un anno fa, immediatamente dopo il mio trasferimento) al suo interno ho notato da subito persone fantastiche, molto determinate, abbastanza volenterose e con una voglia, fuori dal comune, di perseguire le linee un attivismo TBGLQIA* all’avanguardia. Soprattutto penso che sia davvero una realtà che fa dell’anti-binarismo di genere il suo principale punto di riferimento.

Frequento due dei tanti gruppi attivi al suo interno, Ama relazioni affettive e Ama Identità di genere, che si stanno rivelando occasioni imperdibili, strumenti indispensabili per il miglioramento della qualità della vita e momenti in cui poter conoscere persone indimenticabili

Oggi, posso serenamente riferirmi al Milk come alla mia seconda famiglia

Preferisci Bisessuale, Biaffettivo, Bisex o altri termini? Nel blog cerco di usare sempre orientamento eroticoaffettivo rispetto al “sessuale” …

Preferisco il termine Bisessuale non binario

Perché preferisci Bi a Pan (nel descrivere te stesso)

Per mirate questioni di opportunità personale e per lasciarmi il dovuto tempo di esplorarmi tramite l’esperienza. Dal punto di vista erotico/affettivo, mi rendo conto di non perseguire uno schema preciso. Su questo sto scoprendo di essere sempre più vicino alla pansessualità.

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Bisessualità e Pansessualità, orientamento binari, non binari, transincludenti, transescludenti, ce ne parli?

Certo. Dunque… partiamo dalla prima, ovvero la Bisessualità. In origine, è stata vista e interpretata come “canonica”, in quanto riferibile alle persone che si sentivano erotico-affettivamente attratte solo da uomini e donne bio e cis-gender.

Essa, prima degli anni 90′, venne studiata e affrontata dallo scienziato Alfred Kinsey (a cui si deve la “scala Kinsey”) solo da un punto di vista “comportamentale”.

Questo, in ambito scientifico, ovviamente in quel contesto storico, fu il primo lavoro documentato condotto sulla fluidità dell’orientamento sessuale.

Kinsey concluse che l’orientamento non è rigidamente dicotomico, bensì si estende lungo un contiuum di variazioni.

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Più recentemente, lo psichiatra Fritz Klein (1990), insieme ai suoi collaboratori, ha sviluppato una griglia per la valutazione dell’orientamento sessuale, nota come Klein Sexual Orientation Grid (KSOG). Nella sua griglia, Klein ha aumentato il numero di variabili da prendere in considerazione, rispetto a quelle presentate da Kinsey. In particolare ha aggiunto: l’attrazione sessuale, il comportamento sessuale, le fantasie sessuali, le preferenze emozionali, le preferenze sociali, lo stile di vita, l’autodefinizione del proprio orientamento.

Questi due personaggi furono tra i primi precursori della visione di una sessualità non binaria. Ultimamente in Italia, se pur con molta lentezza rispetto agli altri Paesi, si assiste al coming out, soprattutto nelle nuove generazioni, di persone bisessuali, bisessuali non binarie, omoflessibili, eteroflessibili, e pansessuali. E pure in forte crescita.

Per quanto riguarda gli orientamenti definiti come binari, e trans-escludenti, in alcuni casi non necessariamente riconducibili alla rigida cultura del binarismo, in questi rientrano le persone dichiaratamente solo bisessuali, etero e omosessuali.

Invece, negli orientamenti definiti come “non binari”, e trans-includenti, sono comprese persone dichiaratamente omoflessibili, eteroflessibili, bisessuali non binarie e pansessuali.

Oggi, finalmente, la bisessualità, al pari del termine trans*, viene definita come termine “ombrello”, proprio per evidenziare il fatto che, al suo interno, vengono incluse tutti i casi in cui l’orientamento, in passato o nel presente, ha assunto, assume, o può assumere una caratterista mutevole, fluida e includente.

Invece “pansessualità” è un termine che, a seconda dei casi, indica un orientamento erotico-affettivo definitosi e sviluppatosi indipendentemente dagli altri, oppure l’ultima evoluzione della bisessualità non binaria

Qui, è doveroso precisare  che termini quali etero, omo, omoflessibile, eteroflessibile, bisessuale, bisessuale non binario, pansessuale, si riferiscono solo e esclusivamente alla descrizione dell’orientamento sessuale, in alcuni periodi della vita, e non all’identità di genere.

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La Bifobia negli attivisti storici (uomini e donne)…

A questa domanda cercherò di rispondervi evitando, il più possibile, di urtare la sensibilità di persone che, in fin dei conti, non conosco direttamente.

Quindi senza voler fare riferimenti specifici, mi preme sottolineare come la situazione di oggi, in merito alle persone bisessuali e pansessuali, sia la diretta conseguenza di larga parte di un vetero attivismo Italiano formato da persone dichiaratamente Lesbiche, Gay, Transessuali, di fatto impreparato e fin troppo distratto rispetto ai tempi. E, soprattutto, ancora poco attento alla radicale, oggettiva e inesorabile trasformazione del mondo e della società in cui viviamo. Oltre, ovviamente ad essersi dimostrato privo di adeguati strumenti culturali, scientifici, politici per affrontare e includere fondamentali questioni come bisessualità e non binarismo di orientamento sessuale.

Solo da pochi anni, a questa parte, e grazie a poche associazioni (come Lieviti di Verona , Bproud di Bologna, Circolo Culturale TBGL Harvey Milk di Milano, gruppo donna Arcigay di Milano) sembra che finalmente si inizino a intravedere cambiamenti concreti.

Adesso, penso proprio sia arrivato il momento di riprendere in mano la situazione per affrontarla con la massima serietà e la dovuta determinazione
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Chi è maggiormente vittima della Bifobia da parte del mondo etero? L’uomo bio? La donna bio? Le persone transgender?

Come già accennato nelle precedenti risposte, fortunatamente il 2017 sembra essere un anno di svolta per le nuove generazioni e, in alcuni casi, pure per quelle dai 25 o 30 anni di età in avanti. Sempre più ragazz*, nonostante le forti difficoltà, soprattutto in contesti prevalentemente etero, iniziano a dichiararsi apertamente bisessuali e pansessuali, oltre ovviamente a palesare la loro netta volontà di lottare contro il binarismo e le sue cause. A questo si aggiunge un aumento del numero di persone che si identificano come queer, genderfluid e bigender, come me, per intraprendere così una rottura con tutti i clichè, con il vecchio attivismo e gli stereotipi legati al binarismo di genere.
Comunque, bisogna purtroppo compiere ancora un grosso lavoro di tipo culturale su larga scala. Attualmente la bifobia attacca molto di più, in modo “diretto”, la donna in generale: ciò per una lunga serie di motivi di discriminazione, fortemente legati al genere e alla cultura del binarismo.

Infatti nella visione binaria del maschilismo, la “donna”, quasi sempre bio/cis-gender, può definirsi B o P solo se tutte le sue attrazioni sono finalizzate esclusivamente al soddisfacimento della virilità del maschio e alla costruzione dell’immaginario erotico del classico maschio alfa.

Mentre, se parliamo di persone T MtF e T MtF non binarie, dichiaratamente B, o percepitesi come tali, queste vengono prima incasellate, “a priori”, dentro il classico listino della prostituzione e, dopo, nello spettro degli ormai noti pregiudizi riguardo le persone bisessuali.

Quanto alla bisessualità maschile, questa rimane ancora coperto dal velo dell’invisibilità sociale. Perciò in questi casi la bifobia si riceve in modo “indiretto”, ci si vede esclusi, progressivamente, da alcuni ambiti sociali, senza spiegazioni sensate; oppure si viene rifiutati dal(la) partner dopo una prima (apparente) comprensione del proprio coming out da bisessuali. Addirittura, le persone T FtM e T FtM non binarie, oltre a venire considerate come “mezzi uomini”, o “scherzi della natura”, e dunque investiti dalla transfobia da parte di uomini e donne etero, si ritrovano a dover affrontare una bifobia ancora più pesante.

Bisogna anche evidenziare quanto la bifobia “interiorizzata” giochi un ruolo cruciale, nell’esplorazione della propria sessualità, molto più di quanto lo faccia nel mondo femminile.

Questo determina, da un lato, la forte presenza di uomini sposati, dentro il modello stereotipato di famiglia della pubblicità del mulino bianco, che vedono il proprio orientamento, quindi la loro bisessualità, solo come un vizio, o un motivo per concedersi relazioni clandestinedoppie vite. Dall’altro, esistono invece persone di sesso maschile, che, pur dichiarandosi, si sentono sempre più isolate, abbandonate dalla maggior parte dei conoscenti, escluse dalla propria famiglia e lasciate completamente sole, in balia della sopravvivenza.

Non è un caso che, per via del retaggio di binarismo di orientamento sessuale e maschilismo culturale, negli uomini si impari più facilmente a odiare, o (peggio) a temere irrazionalmente i propri sentimenti, le proprie pulsioni, l’evoluzione del proprio orientamento sessuale, la messa in discussione della propria idea di identità di genere e della propria espressione di genere.

Vi è ancora una gravissima mancanza di consapevolezza socio-culturale della bifobia: questione completamente diversa rispetto all’omofobia verso le persone dichiaratamente gay o lesbiche bio/cis-gender.

In ogni caso, i coming out femminili sono in aumento esponenziale rispetto a quelli maschili.

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Credi che la donna bi/pan subisca una discriminazione più strisciante e morbosa?

Purtroppo si.

Coming out: è più facile dichiararsi bi/pan se sei donna o uomo? Quali le reazioni?

Per entrambi, dipende molto dai contesti culturali, religiosi, sociali, familiari di provenienza e dalla propria collocazione territoriale. Comunque, al momento, sembra essere decisamente più facile se sei donna bio/cisgender.

Quanto alle reazioni, anche queste variano in base a modalità, situazioni svariate, preparazione culturale e clima familiare. Per la mia e altrui esperienza, generalmente, le più comuni sono rappresentate dall’accoglienza o dallo stupore iniziale, non necessariamente poi sfocianti in ostilità. Mentre, in molti altri casi, come già descritto, si subiscono rifiuti o addirittura violenze di ogni tipo.

Bisessualità nel mondo antico: l’uomo era sempre l’attivo bisessuale, il “maschio” della coppia, mentre il “gay” era il passivo. Quanto ci siamo staccati da questa visione?

Per via di persistenti retaggi socio-culturali, e per il nostro rigido provincialismo culturale, siamo ancora ancorati al modello patriarcale, machista, maschilista e binario del mondo antico. Purtroppo, l’antica Grecia, nelle concezioni comuni, viene stereotipatamente considerata un’epoca in cui il comportamento omosessuale e la bisessualità, non solo non venivano condannate, ma al contrario considerate come espressione di elevati valori morali, sociali e spirituali.

Senza dubbio, vi sono ampie prove che il comportamento omosessuale, oppure bisessuale, fra uomini e donne era allora comune e, entro chiari limiti convenzionali, approvato. E’ altrettanto chiaro che esso diveniva oggetto di seria preoccupazione se le persone coinvolte in esso, soprattutto se di alto rango sociale, rompevano talune regole sessuali e sociali e minacciavano le idee tradizionali di genere.

Dunque, il comportamento omosessuale e bisessuale (maschile) non erano problematici in sé, almeno fin quando questi rimanevano segno di virilità, attiva e controllata. Ma tali condotte potevano venire condannate, in alcuni casi: quando diventavano esclusive (in questo caso veniva condannato anche l’attivo), ma soprattutto allorché potevano essere considerate manifestazioni di effeminatezza.

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Bisex sulle app: “insospettabili”, “discreti”, “maschili”… e tante altre parole che dimostrano quanto queste persone siano cariche di binarismo e omofobia interiorizzata. A causa di questi “sposati velati” in cerca di trasgressione in app, saune e cruising, gli attivisti uomini gay a volte odiano i bisessuali, facendoli coincidere con quest’immaginario. Ci spieghi meglio cosa non funziona in questa “equazione”?

Dopo la precedente domanda, passiamo dall’antichità ai giorni nostri e, più precisamente, alle persone bisex sulle app!

Qui, bisogna compiere una doverosa distinzione che sfugge a molti attivisti gay accecati dall’odio. Ovvero, quella tra i bisex dichiarati e i bisex velati.

Quindi, partendo dal presupposto che le generalizzazioni sono sempre sinonimo di pregiudizio e di profonda ignoranza, bisogna fare chiarezza dentro il caos delle interpretazioni.

Ci sono persone apertamente dichiarate come bisessuali, oppure omoflessibili, che al pari di altrettante persone dichiaratamente gay, frequentano le app pure per sole, condivise e consensuali, esperienze di tipo sessuale.

In questo senso, non è detto che si stia sempre parlando di persone adulte velate o legate dal vincolo del matrimonio. Vi sono comprese anche svariate fasce di età fra l’adolescenza e il periodo pre o post universitario. Qui, nonostante l’essersi dichiarati B, si verificano i casi più frequenti di bifobia e diffidenza: si viene tacciati di “potenziale infedeltà”, dal momento in cui iniziano a instaurarsi dei legami di tipo affettivo più profondi. Il tutto dimenticandosi che l’infedeltà è purtroppo un costume trasversale, uniforme, frutto di ipocrisia e tacita accettazione sociale, appartenente pure ai vasti mondi gay e etero.

Invece, nei casi in cui si parla di persone bisessuali velate e sposate, inclini alla ricerca della trasgressione, comprendo perfettamente le reazioni di persone gay attiviste all’interno delle app. Pure a me e altre persone sono capitati casi in cui venivano avanzate proposte da bisex che, sentendosi molto attratte dal sesso opposto, cercavano massima discrezione e luoghi nascosti per spassose avventure al chiaro di luna. Esattamente così come ho ricevuto inviti indecenti da parte di persone gay velate, dichiaratesi virilmente “attive”, e fallocentriche all’inverosimile.

In ogni caso, confondere le proprie esperienze personali, o le vicende dei social, con la propria ideologia verso la presunta natura di persone bisessuali in quanto tali, non è assolutamente prova di onestà intellettuale. Tanto più se il ritenere tutte le persone bisessuali come infedeli, perennemente indecise, o promiscue, proviene proprio da attivisti gay del mondo LGBT.

Oggi, bisogna assolutamente prendere coscienza dell’esistenza della bifobia, occuparci tutti insieme delle sue origini e dotarci dei mezzi necessari per contrastarla in ogni sua forma.

Solo così facendo, possiamo pensare di definirci veri attivisti. Tutto il resto è solo retorica da salotto.

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Sono maggiormente accettate persone bi e pan che sono transgender. Come se si pensasse: “Ok, questi si sono “sputtanati”, non hanno vantaggi a mentire”. Mentre, quando si dichiara bi o pan una persona cis, allora subito si pensa che siano, in realtà, omo…Ce ne parli meglio?

In questo caso, più che affrontare discorsi sull’accettazione, penso sia più produttivo parlare di “confusione”. Infatti, in questo caso, si tende ancora a confondere l’orientamento sessuale con l’identità di genere, come se l’identificarsi persone transgender comportasse un automatico coming out della definizione delle proprie attrazioni. Poi, si nota una certa morbosità irrispettosa nel voler stabilire, a prescindere, l’orientamento sessuale altrui e nel decidere quali tipi di ipotetici vantaggi dovrebbe avere, o meno, una persona visibile e apertamente dichiarata secondo il falso immaginario collettivo.

Inutile dire che ci troviamo di fronte a pura ignoranza di fondo e a una riprova della cultura binaria. Infatti una persona può dichiararsi transgender e, contrariamente alla presunta accettazione come bisex, compiere invece il proprio coming out come gay. Esattamente così come una persona bio/cis-gender può e deve poter compiere liberamente il proprio coming-out da bisessuale, o pansessuale, nonostante gli altri pensino di poterla sminuire attraverso il paranoico sospetto che, in realtà, sia per forza omosessuale e debba effettuare a tutti i costi una sorta di scelta.

Insomma, l’autodefinizione del proprio io e dei propri desideri erotici, affettivi e sentimentali è un diritto inviolabile che appartiene unicamente alle singole persone. Non può essere assolutamente visto come oggetto di pseudo interpretazioni in base alle convenienze del proprio pregiudizio.

Spesso il partner di una persona transgender viene considerato, di default, bisessuale. Questa è una considerazione un po’ transfobica…Che ne pensi?

Penso ci sia il serio bisogno di rivedere le grosse lacune nella nostra mancanza di educazione e di considerare le persone per come, di fatto, si descrivono e auto-determinano. Ancor prima di compiere questa operazione, è imperativo rispettare la libertà altrui e il grado di confidenza che instauriamo con il prossimo.

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Quando un uomo bi cerca una compagna, ma vuole continuare a fare attivismo e a dichiararsi bi, a quali pregiudizi va incontro? C’è differenza rispetto alla donna bi?

Spesso, fra i tanti comunque presenti, si va incontro al pregiudizio per cui si viene considerato come il classico gay nascosto, confuso, o l’elemento di disturbo e “non degno” di portare avanti le istanze della causa LGBT. E, quindi, all’immagine di persona che, per non ammettere di essere in realtà omosessuale, o di sentirsi percepita come tale, preferisce utilizzare la “scorciatoia” della ricerca di una relazione etero di copertura. Dunque, si viene profondamente umiliati, isolati e fatti oggetto di scherno fin dentro gli affetti e la propria dignità. Mentre, per la donna, è diverso, se militante in ambienti di attivismo LGBT aperti, eterogenei, o friendly.

Il discorso cambia dentro parte del vetero attivismo binario, o lesbico e femminista, dove si viene ancora identificate come “le traditrici”, o come “quelle passate dalla parte dei nemici maschi”, oppure come persone che in realtà non accettano il fatto di essere lesbiche che soffrono di omofobia interiorizzata.

Comunque, anche riguardo a questo, si assiste a un lento cambiamento di clima, molto più confortevole, dentro le nuove generazioni e, in minima parte, anche nelle generazioni passate.

Perché ancora molti legano bisessualità e infedeltà?

Perché dànno ancora viziatamente credito a false credenze per cui le persone bisessuali sono, in quanto tali, incapaci di sapersi impegnare, o di rimanere stabili, in una relazione di coppia monogama. Si pensa, infatti, che la bisessualità sia realizzata nella continua e costante ricerca di una controparte affettiva mancante dentro una relazione di coppia. Dunque, si compie il seguente ragionamento dato dal pregiudizio:

Se pure volessi accanto a me una persona bisessuale, per quanto possa piacermi, non riuscirei a starci in coppia. E non penserei di poterci costruire una relazione, per il fatto che, la persona bisessuale, per la sua natura, per sentirsi completa e pur dicendo di essere follemente innamorata di me, vorrà sempre e comunque andare a cercarsi una terza persona di sesso opposto al mio. Quindi, è molto più facile che possa tradirmi, o lasciarmi, per questi suoi continui desideri”.

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La visibilità è un’arma che può zittire molte persone che accusano i bisex di essere velati e confusi. Come fare per incoraggiare il coming out?

Innanzitutto, consigliando di divenire i principali protagonisti del cambiamento che si vorrebbe dentro la propria vita e nei luoghi in cui viviamo. Ciò è anche un modo per interrogarsi su quali valori fondiamo le nostre amicizie e quanto amore diamo a noi stessi, per darci così la possibilità di esplorarci liberamente e non vivere come gli altri ci vorrebbero in base ai loro pregiudizi.

Secondariamente, spiegando che l’essere persone visibili aiuta a distruggere e prevenire il pregiudizio, soprattutto verso se stessi.

Inoltre, la possibilità di dichiararsi apertamente mette in migliori condizioni per potersi mostrare con verità e dignità verso il prossimo. Aiuta nel migliorare la propria autostima, la propria qualità di vita e fortifica nel contrastare la bifobia delle persone che vorrebbero calpestare il nostro diritto a esistere, all’essere riconosciuti come al pari di tutti, alla nostra libertà di amare e al vivere per ciò che siamo realmente.

Bisessualità e poliamore: differenze e punti di contatto. Esiste l’una senza l’altro e viceversa?

Si, certamente. Ciò per il semplice fatto che la bisessualità riguarda, solo e esclusivamente, il proprio orientamento sessuale. Invece, il poliamore si riferisce alla pluralità dei tipi di relazione affettiva che si intendono instaurare.

Ci sono molte persone bisessuali e monogame, esattamente così come ci sono persone dichiaratamente bisex e poliamorose. Giusto per portare un altro esempio, vi sono molte persone etero, o gay e lesbiche che, al tempo stesso, si dichiarano poliamorose.

L’importante è sapere che stiamo parlando di argomenti diversi e non necessariamente collegati fra loro.

Quindi, il poliamore riguarda solo le modalità in cui una persona vive le proprie relazioni, indipendentemente dal proprio orientamento, e non per forza il modo in cui esprime il proprio essere bisessuali

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L’allarme “morti di figa” in spazi creati per bi, pan, poliamoristi, bdsm, etc etc: come monitorare questo rischio? Il pregiudizio che vede la donna bi/pan/poly come promiscua è ancora molto presente, e molti uomini etero ne approfittano…

In questi casi, il modo migliore è consultarsi in gruppo e parlare costantemente di tale evenienza: poi, cercare di munirsi di strumenti e filtri necessari per prevenire incontri sgradevoli. Si potrebbe anche incaricare un team di persone scelte, come molti gruppi già fanno, con il compito di verificare i reali intenti di eventuali nuovi arrivi, ritenuti poco convincenti, e provvedere così al richiamo di questi o alla diretta espulsione, in base alla gravità del danno commesso. Queste prime operazioni possono risultare molto efficaci e un’occasione cruciale per proteggere i gruppi da interferenze decisamente poco raccomandabili

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La fluidità di ruoli e generi nel BDSM, la parola ad Ayzad

Per un caso fortuito, ma fortunato, un mio precedente articolo sul tema “BDSM, LGBT e Binarismo” è stato inviato da un mio collaboratore social ad Ayzad, giornalista, scrittore e ricercatore, nonché influencer in tema BDSM. Ho piacevolmente ricevuto un suo contatto mail in cui si rendeva disponibile a conversare sulle sessualità alternative di qualsiasi tipo, proponendo un’intervista incrociata, per fare un confronto “come si deve” tra il mondo BDSM e quello LGBT. In attesa dell’uscita dell’intervista che lui ha fatto a me, sui temi LGBT e di binarismo/non binarismo, ho il piacere di pubblicare quella che invece io ho fatto a lui…

 

Buongiorno Ayzad. L’utenza del blog è poco avvezza al tema del BDSM, potresti presentarti per noi?

Certamente! Nonostante il nome sono italiano, ho 48 anni, abito a Milano e sono un giornalista pentito, convertitosi da parecchi anni alla ricerca e alla divulgazione nel campo delle sessualità non normative. Ho scritto diversi libri sull’argomento, soprattutto sul BDSM che è anche una grande passione personale, e oltre a pubblicare sul mio sito collaboro con diverse riviste italiane e straniere. In aggiunta a questa attività principale mi occupo di personal coaching per le problematiche legate alle sessualità insolite, di educazione e formazione su questi temi, e dell’organizzazione di eventi.

Puoi spiegare ai lettori l’acronimo BDSM?

La risposta standard è che si tratta dell’acronimo di: ‘Bondage, Dominazione, Sadismo e Masochismo’ – ma c’è pure chi sostiene che le lettere centrali stiano per ‘Disciplina e Sottomissione’, o varie combinazioni di questi termini. A conti fatti è solo un modo veloce per indicare tutte quelle situazioni in cui una persona si mette a disposizione dell’altra, che decide quali sensazioni ed emozioni farle provare.

Quando e come ti sei scoperto interessato al BDSM?

Le prime curiosità le ho avute da piccolissimo vedendo scene di bondage addirittura nei cartoni animati che passavano in TV e nelle immagini sadomaso che venivano usate come metafora dalla controcultura degli anni ’70. Il primo contatto concreto l’ho avuto a 18 anni visitando un club specializzato in Olanda, e da lì in poi non ho mai smesso di esplorare e studiare questa vastissima cultura.

Come sei passato dal giornalismo alla ricerca sulle sessualità non normative?

Scrivo per mestiere da sempre, e quando all’inizio del secolo una crisi del settore editoriale mi ha spinto a lasciare il settore di cui mi occupavo mi sono preso un anno sabbatico nel quale realizzare un libro che raccogliesse tutto ciò che avevo imparato fino a quel momento sul BDSM, per rendere l’esplorazione più facile ad altri appassionati. Pensavo sarebbe stato un’opera per pochi fissati, e invece è diventato un best seller adottato anche in ambito professionale: d’un tratto ho cominciato a ricevere moltissimi ringraziamenti da parte di lettori felici perché il mio lavoro aveva permesso loro di accettarsi, o di salvare relazioni in crisi – e così ho fatto la scelta etica di continuare a impegnarmi per la divulgazione delle sessualità alternative. Da allora ho compiuto un percorso anomalo ma di grande soddisfazione in cui ho anche collaborato in progetti di ricerca e accademici, e che piano piano mi continua a portare riconoscimenti sempre più importanti. Pochi mesi fa, per esempio, è uscita l’edizione internazionale in lingua inglese del mio libro più famoso, che sta cominciando a farsi conoscere e a essere molto apprezzato perfino negli Stati Uniti, che è un po’ la patria dove la cultura BDSM è nata. Come mai la scelta di usare uno pseudonimo? Uso da molti anni un nome d’arte (come Sting, Lady Gaga o Cicciolina!) un po’ per questioni di privacy ma soprattutto perché ritengo che scegliere il proprio nome sia un atto di libertà e autoaffermazione importante.

Perché nel mondo BDSM si fa così fatica a individuare facce, nomi, cognomi, e invece altre persone portatrici di una non conformità sociale sono invece più inclini a viverla in continuità con la propria identità sociale?

In realtà molte persone si presentano molto pubblicamente. Tante altre no sia per il motivo che dicevo sopra, sia perché c’è ancora molta ignoranza sull’eros estremo e purtroppo può ancora capitare di subire gravi ricadute negative sul lavoro o sociali per colpa di chi, come nell’800, confonde ancora innocui giochi erotici con crimini orrendi e patologie mentali. Poiché non c’è nessuna necessità di sbandierare ai quattro venti come ci si diverte con i propri partner, molti scelgono una educata riservatezza e dichiarano le proprie preferenze sessuali solo ai diretti interessati.

Essere palesemente praticanti BDSM è uno stigma? Vi sono dei rischi, ad esempio sul lavoro oppure nei divorzi/affidamenti?

La giurisprudenza italiana si è dimostrata sorprendentemente ragionevole nei confronti di chi pratica BDSM, ma sicuramente nessuno avrebbe piacere a sentire la frase «…e poi mi costringeva a fare quelle cose orribili!», nemmeno se si trattasse di una palese menzogna. I rischi sociali e lavorativi sono come dicevamo all’inizio legati più che altro all’ignoranza e ai pregiudizi; benché il fenomeno 50 sfumature di grigio abbia fatto capire anche al pubblico di Rete4 che si può essere brave persone anche facendo certi giochini, in un contesto professionale non c’è alcun vantaggio nell’avere la fama del sadico o del masochista. Considera pure che è ben difficile che ci sia un motivo reale di dover dichiarare pubblicamente i propri gusti. Si tratta anche di una questione di rispetto nei confronti di chi avrebbe difficoltà a capire (per esempio: alcuni miei parenti molto anziani), senza contare che a volte questo scatena le rappresaglie e le strumentalizzazioni di chi con l’odio per il non conformismo ci si guadagna da vivere. Se hai un po’ di tempo consiglio per esempio di leggere la saga della persecuzione che mi ha colpito anni fa quando mi invitarono a tenere una conferenza in università, o la delirante interrogazione parlamentare scaturita da un’altra mia conferenza in ambito accademico.

BDSM e binarismo: si chiama “binarismo di genere” il concepire corpi, identità e ruoli come strettamente aderenti al binario 0-1 o, nel nostro caso, maschile-femminile. Anche nel BDSM vi sono dei “binarismi”: top/bottom, dom/sub, master/slave etc etc. Quanto questi binarismi sono netti e quanto sono connessi al binarismo M/F?

Ho l’impressione che il binarismo sia un po’ un’ossessione solo per il popolo del Family Day, i media e una certa frangia di attivismo, mentre parecchia gente non gli dia più di tanto importanza. Nel contesto del BDSM, per esempio, se l’immaginario si rifà ad archetipi che sono per definizione assoluti, la realtà dei praticanti è molto più fluida. Naturalmente tutti hanno preferenze personali che si sviluppano e affinano col tempo, ma lo spirito generale è di esplorazione critica di corpi, ruoli, menti e così via. Un classico è per esempio che un nuovo partner sia anche l’occasione per resettare tutto e scoprire insieme quale sia il modo di interagire più piacevole per tutti. Il genere in particolare è una di quelle barriere culturali che nel contesto di un BDSM vissuto serenamente viene superata abbastanza facilmente, anche perché la seduzione è più una questione di cervello che di cosa si ha nelle mutande o di quanto definita sia la muscolatura.

Quali differenze nelle dinamiche di una coppia di praticanti BDSM composta tra due uomini , una composta da due donne e una composta da persone di genere opposto? E da cosa dipendono queste differenze?

Ogni relazione ha una dinamica a sé stante che non si può ricondurre o ridurre a una questione di genere, proprio perché parte invece dall’anima delle persone. Le differenze dipendono più dalla consapevolezza di sé e dal livello di conoscenza delle varie pratiche, oltre che naturalmente dalle preferenze personali.

Quanto gli stereotipi di genere sociali hanno influenzato e influenzano alcuni clichè del mondo BDSM?

Direi per niente, specie se consideri che sotto lo stesso acronimo puoi trovare tanto ruoli stereotipati quanto donne dominatrici, genderbending e perfino chi si identifica con un animale. Se queste influenze sono sottolineate, di solito è per sovvertirle con personaggi tipo il manzo palestratissimo vestito da camerierina, o la signora che indossa un’uniforme da generale. Cosa si intende per genderbending nel BDSM? La stessa cosa che si intende in altri contesti: la creazione di identità che rompono gli stereotipi di genere, mescolandoli o stravolgendoli. L’esempio che viene fatto più spesso è Conchita Wurst, ma il genderbending può prendere forme anche molto raffinate e provocatorie in modo assai sottile.

Perché molte persone che non disdegnano pratiche omosessuali (sia luixlui che leixlei) nel bdsm e fuori da esso, poi si definiscono etero? Succederebbe se non ci fosse ancora uno stigma per le persone LGBT?

Non saprei risponderti, più che altro perché non riscontro questo fenomeno. Presumo che ci siano contesti sociali in cui dichiararsi “bi-curious” possa inutilmente esporre a pregiudizi, ma nell’ambito di chi definisco ‘esploratori dell’erotismo estremo’ di norma si interagisce fra persone – con tutte le loro complessità – e non fra sigle o definizioni che finiscono col causare questi problemi. Nel BDSM e nel Fetish si pratica spesso il travestitismo/crossdressing. Cosa ben diversa è quando una persona transgender è anche praticante BDSM. Rischia di essere oggettificata o fraintesa da altri praticanti (uomini o donne)? Non credo di avere capito perché le persone trans dovrebbero fare caso a sé, ma suppongo che tutto dipenda dal modo in cui ci si propone. Nella mia esperienza ciascuno viene vissuto né più né meno che con l’identità con cui si presenta: poco cambia che sia temporanea, permanente, canonica o fuori da ogni schema.

Nel BDSM conta più il genere (ovvero se una persona è psicologicamente uomo o donna) o il sesso biologico (il corpo, i genitali e la relativa attrazione per esso/i)?

Come dicevo prima, conta l’identità con cui ci si presenta. Che, detto per inciso, mi sembra anche il modo più normale e rispettoso con cui interagire in generale, non solo in contesti erotici.   Tra attivisti antibinari è diffuso lo stereotipo del manager potente e machista che poi si fa dominare dalle donne, ma solo a letto e alle sue condizioni, rimanendo comunque maschilista. Ciò accade davvero? E perchè? È davvero così diffuso? Pensa che ho dovuto fare un attimo mente locale per separare l’immagine di manager donna (o trans, come una mia cara amica)… A ogni modo, è vero che c’è chi usa il BDSM come strumento di compensazione dalle pressioni quotidiane, ed è vero che c’è chi non capisce che il bello di sottomettersi non sta nel prendere frustate ma nel poter “spegnere il cervello” e rilassarsi mentre qualcun altro pensa a prendere tutte le decisioni. Detto questo, non mi risulta che la dinamica che hai descritto sia particolarmente comune.

Come mai ha un discreto successo la mistress transgender mtf? Perché molti uomini etero si eccitano a sentirsi dominati da una donna trans? Si tratta di mariti che vorrebbero essere penetrati dalle compagne ma non hanno il coraggio di proporlo?

Qui credo che il BDSM c’entri poco e si entri in dinamiche differenti, specie se la persona trans non ha compiuto riassegnazione chirurgica. A rischio di sintetizzare troppo un discorso ben più vasto, il tabù maschile per la penetrazione anale sta statisticamente riducendosi molto: pensa addirittura al modo in cui uno strap-on viene presentato come una variante qualsiasi della vita di coppia etero in un prodotto mainstream e giovanile come il film di Deadpool. Sicuramente però ci sono tanti uomini che apprezzano il pene in sé, ma non l’intera figura maschile (anche a livello di gestualità, linguaggio, ecc.) e trovano quindi nelle trans non operate partner ideali per questo tipo di esplorazione.

Passività etero: molti uomini etero amano subire la penetrazione da donne, ma cio’ è per loro accettabile solo se la vivono come desiderio BDSM, e non come una qualsiasi pratica di coppia (chi dice che “la passiva” debba essere la donna?).

Vedi sopra. Spesso un contesto BDSM rende ogni pratica più coinvolgente dal punto di vista psicologico e permette di “lasciarsi andare” di più, ma in generale fra persone mediamente serene non mi risulta che ci siano particolari tabù in questo senso.

Ecco uno stereotipo diffuso tra profani: top nella vita ma non a letto, Dom nella vita ma non a letto…

Come dicevo qualche risposta fa, ci sono persone per cui praticare BDSM rappresenta un modo per abbandonare le responsabilità o le frustrazioni della vita quotidiana, così come ce ne sono altre per cui invece costituisce l’estensione in ambito erotico del proprio carattere e di inclinazioni naturali. Dubito quindi si possa dare una risposta universale, anche perché le relazioni sane si evolvono comunque nel tempo e possono cambiare a seconda delle circostanze e delle persone.  

Il fenomeno delle sissy: molti uomini sognano di essere umiliati da master o mistress. Si vestono da donna e spesso ne replicano gli stereotipi machisti, definendosi “cagne” o anche peggio: quanto influisce, nell’immaginarsi donna in questo modo, lo stereotipo sessista?

Sicuramente parecchio, ma in ambito BDSM è un fenomeno quantitativamente abbastanza marginale.

Alcuni uomini etero amano farsi sottomettere da altri uomini. Si puo’ parlare di bisessualità o omosessualità non accettata, o è tutta una questione BDSM?

Non credo si possa generalizzare: può benissimo trattarsi anche di bisessualità consapevole, per esempio. Va comunque detto che – fatte le debite eccezioni – chiaramente il tipo di approccio ed energie messe in gioco da un uomo sono diversi da quelli tipici di una donna e può essere interessante esplorare anche questo aspetto dei giochi, senza particolari connotazioni sessuali.

In che senso le energie maschili e femminili sono diverse?

Senza abbandonarsi alle banalità, spesso cambiano gli equilibri fra fisicità e cerebralità, fra pura forza e azione focalizzata, fra seduzione e sopraffazione… Lo stesso vale per chi domina: interagire con un soggetto maschile o femminile di solito stimola modalità di comportamento differenti.

Quanti praticanti BDSM di fatto bisessuali si percepiscono bisessuali e si dichiarano tali?

Fra chi ha questa preferenza, direi tutti. Il BDSM è un esercizio di onestà soprattutto con sé stessi, quindi se si è parte di quella cultura è difficile che si perda tempo a negare le evidenze.

Come mai si ha una maggiore apertura per la donna Bisessuale che per l’uomo Bisessuale?

Non ho notato questa differenza. In compenso va detto che di solito le donne – di qualsiasi inclinazione – hanno un approccio più sensuale ed educato, che le rende socialmente più gradite di certi uomini che ancora si comportano come trogloditi.

BDSM e Poliamore: c’è un’interrelazione? e, se si, quale?

Poiché il BDSM è sostanzialmente l’esplorazione di dinamiche insolite scaricate da moralismi e pregiudizi, chi lo pratica spesso non ha particolari preclusioni per relazioni allargate (le cosiddette ‘family’) anche molto stabili nel tempo. Le mie esperienze con la cultura poly in Italia mi hanno tuttavia dato l’impressione che molti poliamoristi dichiarati prendano la cosa con molta più leggerezza di come la si veda nella comunità BDSM, e questa differenza di approccio crea un po’ di perplessità reciproche.

BDSM e Fetish, come sono connessi?

Sono mondi paralleli, che non necessariamente si incontrano. Io di solito li spiego dicendo che il fetish – che, sarà bene ricordarlo, non è la pratica dei feticismi, ma una cultura estetica – è l’estremizzazione della seduzione, mentre il BDSM è l’estremizzazione di tutto quel che succede dopo la fase di seduzione. Spesso il legame più forte fra le due cose è in termini di dress code alle feste, dove presentarsi con un look un po’ curato dimostra di averci messo un tipo di impegno che nessuna persona in cerca solo di una scopata facile sarà mai disposto a investire.

Fetish, feticcio o fetido? quanto sono “fetidi” i feticci che in questi annunci nei vari portali vengono alla luce?

Premesso che negli ultimi anni ha preso piede l’abitudine sbagliatissima di chiamare “fetish” qualsiasi tipo di lieve preferenza, mentre il Fetish è una cosa specifica e i veri feticismi un’altra ancora, molto rara e che spesso va trattata a livello terapeutico… La curiosità, gli archetipi e l’imitazione degli stereotipi della pornografia spingono un po’ tutti a voler esplorare pratiche anche assai strane. Il mondo degli annunci è popolato in particolare da persone che per qualche motivo hanno poche occasioni di frequentare eventi nei quali conoscere di persona altri appassionati, e tende ad attrarre anche moltissimi individui che vivono l’eros soprattutto a livello di fantasie anche estreme. Sia virtualmente che dal vivo, però, escluse le pratiche non consensuali o illegali giudicare i gusti altrui, anche se molto diversi dai propri, è discriminatorio e irrispettoso. La cultura BDSM si occupa anche dello studiare modalità che rendano il più sicure possibile pure pratiche molto estreme quali per esempio il toiletplay e la body modification: una volta che come membro della comunità ho fatto la mia parte per fornire gli strumenti con cui poter vivere qualcosa nel modo più innocuo possibile per tutte le persone coinvolte, mi sembra solo civile che tali persone si divertano come preferiscono, senza dover subire i miei giudizi non richiesti.

Il BDSM è un ambiente aperto o diffidente verso i nuovi praticanti? C’è il timore dei “poser” e dei “praticanti della domenica“?

Secondo tante persone la scena BDSM è addirittura troppo aperta perfino verso personaggi improponibili. I poser si autoescludono immediatamente nel momento in cui si rendono conto che per fare BDSM bisogna sia studiare un bel po’, sia mettersi concretamente in gioco; gli sprovveduti figli di Cinquanta sfumature invece sono accolti con benevolenza, ma anche tenuti d’occhio perché le idee strampalate che derivano da fiction e pornografia conducono facilmente a farsi del male serio.

Quali i principali portali e app per chi vuole conoscere altri praticanti BDSM?

Oggi come oggi l’indirizzo di riferimento è Fetlife anche per gli italiani. App specifiche come Whiplr o Knki invece in tutto il mondo fanno fatica a prendere piede, in gran parte perché prima di passare all’azione è utile conoscere bene la persona con cui ci si metterà a giocare, e un approccio alla Grindr è più adatto a incontri sull’onda dell’ormone momentaneo.

Pansessuali e panfobia

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Usare la definizione “pansessuale”, in ambienti di attivismo “omosessuale”, crea una reazione diversa rispetto a quando si usa il termine”bisessuale“.
Se la prima causa ira, ferite aperte, confusione con i concetti di velato, confuso, opportunista, la seconda crea addirittura scherno e derisione.

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Parte della derisione per il pansessualismo è legato all’equivoco che nasce dall’etimologia della parola pan-sessuale.
E’ vero che, dal greco, “pan” significa “tutto“, in contrasto con “bi“, che significa, binariamente, “sia l’uno che l’altra“. Il prefisso bi contiene, inequivocabilmente ed inevitabilmente, un rigido dualismo.
Molti bisessuali non binari (ma non tutti) preferiscono quindi l’uso dell’autodefinizione “pansessuale”.

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Anche molte persone di orientamento prevalentemente omo o prevalente etero (omoflessibili, eteroflessibili, persone che potremmo dire al livello 1 o 5 della scala kinsey), che però non escludono partner gender non conforming, si sentono maggiormente rappresentati dalla parola “pansessuale” che dalla parola “bisessuale”, che creerebbe l’equivoco di inquadrarli come persone indifferentemente attratte “a parimerito” dal femminile e dal maschile.

Inoltre c’è una differenza concettuale: se la persona bisessuale mediamente ama definire il suo orientamento dicendo che può amare “sia uomini, sia donne”, la persona pansessuale preferisce dirsi capace di amare una persona qualsiasi sia il suo sesso e/o genere.
Quindi essere “pan” non significa amare “tutti” (come vorrebbero farci credere le persone pan-fobiche) ma, potenzialmente, poter amare qualsiasi persona, indipendentemente dal suo sesso o genere.

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Chi di solito è “affetto” da “pan-fobia“?
Sicuramente può provarla chi prova bifobia (uomini omosessuali, donne lesbiche, etero molto chiusi e chiuse), magari rincarando la dose verso il o la pansessuale, “addirittura” attratto/a da persone trans (quindi la panfobia si lega alla transfobia).
Ad essere vittime di pan-fobia ci sono anche persone che, provenendo da un passato mono-sessuale (una persona omo o etero), ad un certo punto entrano in relazione con una persona trans* o genderfluid. Lo scetticismo della precedente comunità di riferimento (omo o etero) potrebbe essere vista come panfobia o come “transfobia” proiettata sui partner. Sarebbe da definire se l’ostilità più verso questa persona o verso il o la partner.

Articoli come questo dànno fastidio, ed è per questo che non lo divulgherò se non in spazi virtuali per persone antibinarie.
Forse fanno bene, infondo, quei pansessuali de factu che preferiscono usare la definizione “bisessuale” solo per non ereditare ulteriori malintesi ed ulteriore ostilità

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Perché veterani e giovani attivisti hanno un’idea così diversa sui bisessuali?

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Giovani attivisti antibinari e attivisti veterani gay e lesbiche si scontrano spesso sulla tematica delle persone bisessuali.

Per anni mi sono chiesto se fossimo noi ad avere ragione, senza se e senza ma, e fossero loro ad avere pregiudizi espressi tramite slogan vecchi e stereotipati.

Mi sono infine reso conto che quando noi parliamo di “bisessuali” non intendiamo ciò che quel tipo di attivista veterano/a intende per bisessuale.

Noi siamo abituati a bisessuali di solito sotto i 40 anni, dichiarati sia nelle associazioni LGBT, sia nella loro vita privata e relazioni eterosessuali, attivisti, con relazioni socialmente visibili con persone di entrambi i generi, e di solito con una visione del mondo non binaria.
Non tutti, ma questi bisessuali spesso hanno una spontanea attrazione non legata alla variabile m/f, ovvero, pur avendo specifici gusti (chi ama gli androgini, chi cerca il maschile in donne e uomini, chi il femminile, chi quasi predilige le persone trans), non sente come discrimine il sesso fisico del suo oggetto di desiderio.
Per un giovane attivista transgender, o un giovane attivista gay o lesbica cresciuti in queste moderne associazioni miste, è questo che significa “bisessuale”. Ed è per questo che quando i veterani parlano di bisessuali con altra accezione, il giovane attivista antibinario è spesso basito, confuso, anche urtato.

Gli attivisti e le attiviste veterani non entravano in contatto coi bisessuali all’interno delle associazioni, ma all’interno di spazi di incontro finalizzato all’erotismo, che un tempo, purtroppo, erano anche gli unici luoghi di socializzazione per le persone LGBT.

Per molte lesbiche, la bisessuale è una donna sposata o fidanzata che ha deciso di dare spazio alle sue fantasie con donne tramite un portale o un locale glamour, in cui di solito cerca una donna visibilmente lesbica, e quindi, nella sua testa piena di pregiudizi, disponibile.
Questa “lesbica”, alle prime luci dell’alba, tornerà ad essere la dolce moglie o fidanzata di qualcuno, considerando di serie B tutte le relazioni occasionali e non, nate nel mondo lesbico.
Questa donna, che si definisce spesso etero o bisessuale, potrebbe benissimo essere una lesbica asservita al binarismo sociale, che la vede tutelata solo se accanto ad un uomo, madre e moglie.

Il bisessuale uomo (o etero curioso, insospettabile, solo attivo quindi etero, solo attivo e quindi “maschio” e un sacco di altre parole sgradevoli…) è ancora peggiore. E’ un padre di famiglia che, mosso dall’ “istinto animale” , deve soddisfare le sue voglie omosessuali, che considera trasgressive e vive in modo pruriginoso, tramite luoghi di battuage, portali “squallidi”, saune, cruising e porcilai, in cui usa gli uomini che incontra, omosessuali che considera a lui “inferiori”, per proporsi come attivo, e quindi “maschio alfa“, o lasciarsi andare come passivo (spesso definendosi femmina e troia, a prova della grande misoginia interiorizzata che questi soggetti hanno), per poi l’indomani tornare dall’amorevole moglie e meravigliosi biondissimi figli.

Queste figure hanno spezzato molti cuori di persone dichiaratamente gay o lesbiche, che , nonostante le proprie armi di difesa culturali, si sono lasciati/e illudere da questi personaggi, magari per qualcuno affascinanti (esistono lesbiche mascoline che amano la sfida di strappare una etero femminile al marito, o uomini gay che amano fare sesso con uomini etero e quindi, per lo stereotipo, più virili e con un maggiore riconoscimento come virili da parte della società).

Puntualmente pero’ questi e queste “bisessuali” (ovvero questi omosessuali e bisessuali socialmente etero) scelgono la famiglia, la normalità, scelgono di parlare delle loro splendide e rassicuranti relazioni etero e dei loro figli ai colleghi di lavoro, ai genitori anziani, ai pranzi di natale.
E i partner di una notte, gay e lesbiche, i compagni e le compagne di avventure fugaci di una notte, vengono cancellati, considerati, sotto sotto, inferiori, oggetti da contattare solo per saziare cio’ che questi “velati” vivono come un prurito, un vizietto, una parte di se da sfogare di nascosto per poi tornare al focolare domestico.

Spesso io stesso, che, in quanto persona transgender ftm, non ho accesso a “saune e porcilai only for man” (in realtà non ho mai provato ad andarci, ma un mio amico trans pre T di bologna ha la faccia come il culo, ci va e lo fanno pure entrare!), nè mi interessano gli spazi “only for girl“, quindi con questi bisessuali pruriginosi e velati non ci entro mai in contatto (li conosco dal web o per interposte persone) ed è per questo che fatico a pensare a “bisessuale” con questa accezione.

A questo punto è legittima la rabbia (e l’orgoglio?) delle persone bisessuali dichiarate, che vengono puntualmente sovraccaricate delle colpe di persone velate che usano il mondo LGBT come una fornitura di corpi per saziare appetiti (da loro considerati) torbidi, ma è in qualche modo legittima l’indignazione di persone gay, lesbiche, e a volte anche transgender, che nell’odio e nel discredito delle persone (che loro considerano) bisessuali mettono tanto di personale (ma del resto è davvero possibile separare personale e politico?).

E’ anche per questo che gli attivisti storici “tollerano” la bisessualità di persone transgender, viste come “innocue”, in quanto non sovrapponibili alla figura del o della bisessuale velata che poi torna ad una vita “socialmente accettata”.

E’ difficile, per una persona bisessuale dichiarata, far capire alla vecchia guardia che è solo un problema di definizioni, che disprezza anche lei quel tipo di persona velata e carica di omofobia interiorizzata.
Negli anni le parole cambiano significato, ma mi chiedo se non sia ancora troppo presto per far si che tutti intendano per “bisessuale” il virtuoso (o virtuosa) attivista dichiarato e senza scheletri nell’armadio.

Sono forse troppo pochi, e poche, ancora, gli attivisti bisessuali visibili.
Ancora molte persone bisessuali dichiarate fanno attivismo come omosessuali, magari spariscono quando e se hanno relazioni etero, e non perchè vogliano aderire ad una vita “normale”, ma perchè temono il giudizio di ex compagni e compagne di militanza.
Non voglio essere buonista. Magari tra loro invece c’è chi nasconde il suo passato e in coppia etero indossa la maschera di chi è “diventato” etero o lo è sempre stato. Ma non sempre va così.

Forse l’unica cosa da sperare è che i bisessuali inizino a farsi sentire, presentandosi come tali, anche vincendo il pregiudizio che gli arriva dagli stessi militanti LGBT.
In un mondo giusto non si dovrebbe chiedere alle persone bisessuali di dover “dimostrare qualcosa” o “fare numero” per conquistare la credibilità che gli attivisti veterani non concedono loro, ma dopo anni di tentativi di dialogo falliti, con le buone o con le cattive, ho capito che solo quando i bisessuali faranno massa critica, e avranno come obiettivo (interno ed esterno alla comunità LGBT) quello di fare informazione e sensibilizzazione sulla propria particolare realtà, si potrà cominciare a “sovrascrivere” la vecchia accezione di bisessualità. 

Intolleranza verso i bisessuali, ma non se sono transgender o partner di transgender!

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Molte persone transgender elaborano il genere a tal punto che diventa per loro irrilevante la conformazione genitale del proprio o della propria partner.

Anche se esiste una certa timidezza, da parte di alcune persone trans, a definirsi bisessuali, dopo aver fatto la grande fatica di dichiararsi trans, devo dire che il loro coming out riguardante l’orientamento sessuale è accolto dalla comunità LGT con un’ostilità inferiore rispetto a quella di un cisgender (un non trans).

Questo è possibile perché spesso si accusa persona bisessuale di parziale velatismo o di ipocrisia, e quindi non si “crede” alla sua condizione di bisessuale e la si immagina fittizia, come una variante soft di coming out omosessuale, mentre la persona trans viene vista come “socialmente sputtanata” dal coming out trans, quindi ormai compromessa a tal punto di non avere necessità di mentire rispetto al suo orientamento sessuale, e quindi si ipotizza la sua bisessualità come reale .

Un altro tipico soggetto di cui si tollera la bisessualità è il (o la) “partner della persona trans“.
Se un o una bisessuale attivista viene sempre associata/o, come orientamento sessuale, alla sua relazione attuale (quindi se una donna bisessuale sta con una donna allora ADESSO è lesbica, o, peggio “finalmente si è scoperta lesbica”), è più difficile, soprattutto in un ambiente arretrato come la comunità gaylesbica, dove l’orientamento sessuale si associa ancora ai corpi e non ai generi, definire omo o etero il/la partner di una persona T, e quindi, se nella loro ignoranza vedono questa persona come “partner della via di mezzo”, sarà più semplice accettarla come bisessuale, senza rendersi conto che ciò diventa discriminatorio verso la persona trans, poichè la bisessualità di colui o colei che sta insieme a una persona trans non è affatto scontata, e nel caso sia cosi’, quella persona non sta con la persona trans “solo perchè è” bisessuale.

Sarebbe come dire che una persona di un orientamento definito ha per forza bisogno di un partner che incarni, sia mentalmente, sia fisicamente, sia genitalmente, il genere da cui è attratta.
Di conseguenza una persona transgender, soprattutto non medicalizzata, o medicalizzata in parte, o non “operata”, non potrebbe realmente piacere, secondo questi bigotti, ad una persona attratta solo da un sesso/genere.

Anni fa un mio ex sfilò con un cartello in cui si dichiarava bisessuali. Molti nel corteo del pride insistettero col chiedergli se aveva veramente avuto storie con persone di entrambi i sessi, e quando erano durate, e se le relazioni etero erano solamente giovanili, nonchè con chi stesse adesso. Da tutta questa indagine, avrebbero capito se era gay o etero, ovviamente ignorando completamente la sua visibilità di bisessuale.
Ebbero pace solo quando scoprirono che stava con me, quindi nella loro testa, con una persona che “non era nè una donna nè un uomo”.

Cosa volevo dimostrare con questo articolo? che la maggior tolleranza verso la bisessualità delle persone T e dei loro partner nasconde una malcelata transfobia o quantomeno ignoranza sulla tematica.

Bisessualità, identità o prurito?

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Spesso vedo parlare male, in liste di anziani attivisti, dell’attivismo bisessuale.
Si dice di tutto. Che non si integrano coi GLT, ma ANCHE che non sanno crearsi comunità a parte.
Diciamo che la nascita di forum, piccole associazioni e conferenzieri itineranti sta contraddicendo questi vecchi attivisti livorosi.

Durante queste conferenze, in cui accompagno e sostengo i coraggiosi attivisti antibinari che le tengono, mi accorgo, dagli interventi, che c’è molta confusione tra la bisessualità risolta, vissuta con consapevolezza e come identità politica e/o essenziale, e il prurito” sessuale vissuto come eccitazione dovuta alla trasgressione, di nascosto.
Mi sono sempre chiesto, fin dall’adolescenza, se la naturalizzazione” della condizione di bisessuale avrebbe aumentato a iosa i bisessuali (sdoganando il tabù) o avrebbe drasticamente ridotto il numero di bisessuali “da letto” spinti dal prurito della trasgressione.

L’amico Danilo Ruocco mi ha spiegato la differenza tra “orientamento” e “comportamento”.
Vi faccio un esempio. Un gay velato puo’ avere “comportamenti” eterosessuali con la moglie, ma avere, realmente, un orientamento omosessuale.
Così come uno slave potrebbe fare il passivo con un uomo perché glielo ordina una mistress, o potrebbe avere un rapporto omosessuale occasionale con un uomo solo per il piacere della trasgressione, (quindi avere un comportamento omosessuale) ma essere di fatto etero (orientamento sessuale eterosessuale).

E’ per questo che il “pruriginoso” fruitore dei mondi dello scambismo e della trasgressione potrebbe, identitariamente, definirsi etero,
mentre una persona “risolta” potrebbe scegliere e rivendicare per se stessa la definizione di bisessuale, pur avendo avuto, a livello di “comportamenti riguardanti la vita eroticoaffettiva solo relazioni solo con uomini o solo con donne (poiché consapevolmente bisessuale nel desiderio e nella potenzialità)

Anche il discorso partner è delicato.
I e le bisessuali risolte, anche in coppia etero, spesso tendono a formare coppie in cui entrambi sono bisessuali.
Nel caso di “falso bisessualismo” di carattere trasgressivo invece il partner è spesso all’oscuro, e questo fa parte del gioco, oppure è anche lui/lei turista di questi mondi di trasgressione, in cui viene fatta una distinzione netta (e binaria) su cosa è la coppia e cosa invece è solo uno strumento di “attizzamento” del rapporto (dal toys, al film pornografici, alla persona complice di un gioco).
In questi casi l’affettività si rivolge verso partner di sesso opposto, mentre la persona dello stesso sesso, strumento del piacere trasgressivo, è solo desiderata dal punto di vista fisico. La persona è quindi eteroaffettiva, ma magari non eterosessuale.

Una domanda interessante è chiedersi se questi “fruitori della trasgressione” siano identitariamente etero, in coppia affettiva con una persona di sesso opposto, e spinti a una normalizzazione solo per l’omofobia e l’eteronormatività sociale o se oppure si parla di persone “al grado 1 della scala kinsey“, che di fatto hanno solo una leggera “permeabilità fisica” ai rapporti omosessuali, ma rimangono tendenzialmente etero, sia nell’orientamento, sia identitariamente.

Ci sarebbe molto da dire, sulla “nazionalità” di questi bi curiosi pruriginosi, spesso nascosti sotto il tappeto dai bisessuali attivisti per evitare gli attacchi di chi bisessuale non è e non aspetta altro di poter dimostrare che i bi non esistono, o sono dei falsi, dei maiali, delle persone incapaci di fedeltà (ed è questo il motivo che spinge i bi attivisti a chiarire le distanze col mondo del poliamore, pur ammettendo intersezioni, ma non sottolineandole).

Spero che i lettori bi in ascolto vogliano dare qualche stimolo a queste mie perbeniste riflessioni

L’orgoglio di chi era rotto ed è stato “riparato”

Oggi parliamo di un link allucinante:
https://www.facebook.com/Alidavismara1blogspotch (da segnalare urgentemente!)

Il carissimo amico Dario Castagna mi ha segnalato questa abominevole pagina in cui persone, stranamente quasi tutte sudamericane, stranamente tutte appartenenti a una particolare chiesa pentecostale, americana, e iper omofoba, tutte partecipanti al corso sulle terapie riparative di Niccolosi, e stranamente tutte ringrazianti il Signore Gesu Cristo, sono strafelici di essere “guarite“, di essere tornate “normali“, “alla loro vera natura“, e di essere amate dalle persone che le circondano (ovvero la famiglia e la comunità religiosa).

Potremmo tralasciare sul fatto che alcuni si definiscono “ex lesbica ed ex trans” (si parla di ftm etero che sono poi tornati in gonnella e madri di 4 figli) o “ex gay e ex trans” (ovvero mtf etero tornate al simpaticissimo ruolo di padre di famiglia pelato e barbuto), e che quindi ci sia una totale ignoranza sulla distinzione orientamento sessuale/identità di genere (tipica comunque di Niccolosi, noto personaggio che per curare i gay li cura dall’effeminatezza e ripristina un ruolo di genere maschile machista, a cominciare dalla “pisciata in piedi“).

Ma la cosa veramente assurda è che il pretesto per giustificare la guarigione è la presunta bisessualità latente (che fa accanire adesso il movimento GL italiano contro i gia’ poveri bistrattati bisessuali veri, dichiarati, visibili, e nati e morti tali), la possibilità che l’orientamento si “scelga” e si possa “cambiare“, e il fatto che ci sia sempre un’esperienza di pedofilia (subita durante l’infanzia) dietro. C’è sempre una donna matura che plagia la pulzella o un professore o patrigno che plagia il giovanotto.

Inoltre nonostante i riferimenti alla bisessualità latente, i “guariti” non si definiscono minimamente bisessuali ma “normali“,tornati alla loro vera natura“, “in grazia di dio” e cosi’ via.

Nel video che vi linko invece, intervistate da Certi Diritti, le riparatrici si lamentano del fatto che non rispettiamo queste testimonianze di vita, che “può succedere“, e che ovviamente è un “caso” che ringrazino tutti il signore e che abbiano fatto tutti i corso…
(le perle del video: c’è gente che si ammazza perchè gay…come se, come è ovvio, non fosse una questione di ambiente ostile…)

Per chiarire meglio il concetto, vi mostro alcune meravigliose perle di questa delirante pagina

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