T non medicalizzati e rettifica anagrafica

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C’è sempre un “si, ma” quando un attivista trans medicalizzato parla di diritti per i T non in percorso ormonale.
C’è un si che crea empatia, che crea una solidarietà ideologica, e c’è un ma che riporta tutti alla realtà, chiarendo che non è possibile, perché “il mondo” non è pronto, ma perché forse anche la persona trans che lo riporta non è pronta o favorevole.

Faccio presente che esistono stati nel mondo, l’Argentina, dove ciò è possibile, tuttavia va molto in voga, anche nell’attivismo, enumerare tutti i “ma” sulla questione.

Il primo ma, di solito, è il passing.
Da un lato la persona trans medicalizzata sottolinea che la transizione l’ha fatta per se stessa e non di certo per il passing o la credibilità sociale, dall’altro quando devono essere delegittimati i percorsi non medicalizzati, si sottolinea l’importanza del passing per “rassicurare” il mondo esterno.

A questo punto, si puo’ obiettare, più che altro, citando esempi Mtf.
Ci sono donne trans operate con un pessimo passing, e giovani donne transgender (ma non solo giovani) con un passing perfetto e che non hanno mai apportato modifiche medicalizzate (neanche ormonali).
Inoltre molte persone non possono “eccedere” col passing proprio per i documenti non rettificati.
Se mi chiamassi Nathan sui documenti non avrei motivo di dover apparire una donna credibile alle poste, in banca o con un cliente di lavoro, né di dover portare per forza i capelli mai troppo corti, o le gambe depilate, perché “carta canta” che sono donna.

Il secondo ma, di solito, è l’anarchia sociale.
Facciamo un esempio. C’è un transessuale ftm ormonato alle poste. Sul documento c’è scritto Carmela, ma ha il pizzetto. Tira fuori un documento che certifica il percorso di transizione, e la signora delle poste consegna la raccomandata o il pacco postale a Carmela.  Ciò, per il trans, non genera anarchia sociale.
Poi facciamo un altro esempio. C’è (in argentina) un transgender che sui documenti è già Nathan,  e , se non bastasse un documento, c’è una sentenza che attribuisce il nome Nathan e il genere maschile a questa persona. Ma la sua voce è un po’ acuta, il suo viso privo di barba.
Perché questa seconda persona genererebbe anarchia sociale e la prima no?
Per non parlare di tutte quelle persone che, pur essendo cisgender, hanno poca somiglianza alla vista col sesso biologico. Cosa facciamo, rettifichiamo anche loro nel sesso opposto per non generare anarchia sociale?
Per non parlare del fatto che comunque l’anarchia è generata dal fatto che, non essendoci una legge, non siamo abituati a vedere uomini senza barba, donne stempiate e così’ via (e questo per citare solo quelli che hanno dei passing non ottimali), ma chissà come mai quando arriva una legge (come quelle, per esempio, sulla genitorialità LGBT), certe situazioni iniziano a verificarsi ed ad essere percepite sempre come più “normali” e comuni.

Il terzo ma è il binarismo della società.
Una donna xy a cui scorre ancora nelle vene il testosterone darebbe fastidio se in possesso di documenti anagrafici che la certificano e legittimano come donna. Lo stesso se fosse un uomo xx col corpo pieno dei suoi fisiologici estrogeni.
Perché questo fastidio? non si era detto che uomini e donne hanno pienamente pari diritti?
E allora che fastidio potrebbe mai dare una persona che, per una sua disforia e quindi per raggiungere un suo benessere, vuole essere riconosciuta per ciò che è dentro?
Forse tutto questo fastidio è dovuto al fatto che i generi non sono affatto trattati in modo paritario, e che comunque anche le relazioni sono legittimate solo se tra persone di genere anagrafico opposto.
Ed è anche per questo che, fondamentalmente, i diritti dei T non medicalizzati sono sempre arrivati in una nazione dopo il matrimonio egualitario.
Perché legittimare quindi questo binarismo omofobico, per tagliare le gambe ai diritti dei T non medicalizzati?

Il desiderio di passing, ossia di somigliare fisicamente a uomini (o donne) biologici deve partire dalla persona transgender, e non dal contesto sociale. Non si deve essere accettabili o credibili per gli altri, non si deve essere rassicuranti e non  ci si deve preoccupare dello scompiglio sociale che i nostri vissuti non binari porterebbero in una società binaria che va cambiata.

Qualcuno a quel punto potrebbe pensare che chi vuole dare diritti “anagrafici” a chi non prende ormoni, voglia sminuire l’importanza che il percorso medicalizzato ha per chi lo fa, o addirittura togliere diritti ai trans in percorso canonico. Questo discorso suona un po’ come quello di certi etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio.

Lo stesso per quanto riguarda chi pensa che il cambio anagrafico non risolva il problema.
A parte che penso che ci dica questo, stia sottovalutando il potere di “carta canta, e del riconoscimento burocratico. Ma anche fosse così, anche ammesso che un medicalizzato coi documenti cambiati si rendesse conto che “non basta“, nulla gli impedisce, dopo, di intraprendere un percorso ormonale.
Quello che si cerca di far capire è che un percorso che modifica la biologia di una persona non può e non deve essere un obbligo, oppure una condizione che deve precedere il riconoscimento (al massimo, se la persona vuole questo, può decidere lei se fare il percorso prima, durante o dopo il cambio anagrafico).
Se per 10 “Nathan” che hanno cambiato i documenti senza (o senza prima) percorsi ormonali, 7 decidessero, dopo un po’ di vita al maschile con i documenti coerenti al suo genere, che ne hanno bisogno degli ormoni, e 3 invece decidessero che non ne hanno bisogno, non sarebbe comunque valsa la pena?

Chiunque, leggendo, condividerebbe i miei passaggi logici, ma, il vero “ma”, è che le persone T non medicalizzate sono poche, sono deboli, svantaggiate dal loro genere non conforme, sono in situazioni lavorative traballanti, sono “picaresche”, e tra loro si nascondono anche molti confusi che poi evolveranno in cisgender traumatizzati che non erano affatto trans o in transessuali in percorso classico, e che per tutti questi motivi, non hanno credibilità neanche nel mondo LGBT, e quindi è più facile tirare fuori qualche luogo comune per giustificare sia la loro mancanza di diritti, sia il fatto che nessuno si preoccuperà di portare avanti le loro istanze.