Definizioni condivise, per un confronto consapevole sui generi

Quando questo blog ha aperto, non c’era materiale in italiano sugli argomenti trattati nel blog.
C’erano solo le associazioni, quasi tutte pensate per persone gay, lesbiche, e trans in percorsi canonici.
Oggi c’è addirittura troppo materiale. Molte persone che aprono blog e pagine facebook non hanno l’adeguata preparazione (o sono ancora in una fase questioning), e non provengono da un percorso di associazionismo e formazione in associazione, o mediante i testi di autori transgender.

Inoltre i tentativi di dialogo tra mondo LGBT e femminismi, mediati spesso dalla realtà virtuale e non dal dialogo vis a vis, ha creato molti equivoci, dovuti al fatto che si usano linguaggi differenti, o gli stessi termini per descrivere cose diverse.

Ho pensato di scrivere due righe ribadendo le definizioni. Ovviamente questo vuole essere un post “dialettico” e gli spunti di altre persone LGBT saranno utili a delineare meglio i significati in modo che siano maggiormente condivisi.
Binarismo 
Il binarismo è la tendenza a considerare legittime solo le espressioni identitarie “polarizzate” e “duali”.
Anche se il “binarismo” potrebbe essere applicato a qualsiasi visione “manicheista” della vita (alla politica, alla spiritualità, a qualsiasi tendenza a concepire le situazioni vedendo solo il bianco e nero), mi limiterei al suo significato nell’ambito LGBT.
Si parla di binarismo in relazione agli orientamenti sessuali/affettivi, alle biologie dei corpi, alle identità di genere, ai ruoli/espressioni di genere.
Quindi, la visione binaria comprende solo le dicotomie omo/etero, maschio/femmina, uomo/donna, maschile femminile.
Inoltre nella visione binaria, i percorsi di transizione devono essere sempre canonici e condurre una persona da una polarità all’altra.

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Identità di genere: Per convenzione, diversamente da quello che avviene nei femminismi, l’elaborazione culturale transgender ha chiarito che maschio e femmina si riferiscono ai sessi genetici (xy, xx, corpo maschile, corpo femminile) mentre uomo e donna al genere (che non riguarda aspetti fisici ma identitari) . Quindi una persona transgender è una persona che è maschio ma non è uomo, o è femmina ma non è donna.

Ruolo di genere, stereotipo di genere, espressione di genere.
Il concetto di “identità di genere” come qualcosa di radicalmente diverso da ruoli, espressioni e identità è presente nell’elaborazione culturale transgender ma poco al di fuori di essa.
Ruoli ed espressioni di genere sono considerati maschili, femminili o neutri solo in base a convenzioni sociali, variabili a seconda dei tempi e dei luoghi.
Sono sempre più le persone che vivono liberamente la propria espressione di genere, non aderendo a “ruoli” prestabiliti, ad aspettative sociali, o a stereotipi.
Sia le persone transgender che le persone cisgender possono avere espressioni di genere “divergenti” rispetto alle aspettative sociali: un uomo trans o un uomo cis potrebbero essere appassionati di uncinetto, o magari una donna trans o una donna cis potrebbero essere appassionate di arrampicate.
Avere espressioni di genere divergenti dalle aspettative sociali stereotipati non rende persone transgender.
Il non binarismo relativo ai ruoli di genere non rende una persona transgender, anche se ovviamente anche le persone transgender possono avere ruoli di genere non aderenti al binarismo.

 

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Antibinarismo
E’ la posizione politica che contrasta la visione “binaria”, che impone il “binarismo” come obbligatorio, ed è l’unica espressione personale accettata e incoraggiata.
L’antibinarismo non vuole cancellare le persone portatrici di orientamenti, corpi, identitò di genere, ruoli/espressioni di genere “binarie”, o percorsi di transizione canonici: semplicemente insiste affinché queste non siano le uniche condizioni lecite.

Binario/Non binario.
Come detto prima, alcune persone sono portatrici di orientamenti, corpi, identità di genere e ruoli/espressioni di genere binarie (e questo non è un problema, finché viene rispettato il fatto che altri potrebbero avere vissuti ed esigenze differenti), mentre alcune persone presentano una condizione di “non binarismo” riguardante il proprio orientamento (pansessualità, eteroflessibilità, omoflessibilità, bisessualità non transescludente), il proprio corpo (intersessualità), la propria identità di genere (genderqueer, genderfluid, agender, bigender, genderneutral…), i propri ruoli/espressioni di genere (tutte le persone non aderenti agli stereotipi maschili e femminili), il proprio percorso di transizione, nel caso di persone T (quindi percorsi non medicalizzati, percorsi androginizzanti, percorsi “strafottenti” rispetto al passing, percorsi che prevedono alcune modifiche medicalizzate e non altre).
Alcune persone si definiscono “non binarie”, ma è meglio chiarire sotto quale aspetto esse si definiscono “non binarie”. Spesso lo si è sotto più d’uno degli aspetti elencati.
Negli Usa “non binary” viene usato spesso come sinonimo di “persona con identità di genere non binaria”.

 

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Cisgender:
Le persone cisgender sono quelle non transgender. Cis è il contrario di trans (come cisalpino e transalpino). Si è “al di là” o “al di qua” di qualcosa, e la linea di confine è ciò che separa chi è trans da chi non lo è.
Chi non ha una tematica di identità di genere è cis.
Chi ha “solo” (il “solo” non è svalutativo) una tematica di ruoli, espressioni, lotta agli stereotipi di genere è cis.
Essere cis non determina l’adesione “supina” agli stereotipi di genere. Essere cis significa semplicemente non essere una persona transgender (o genderqueer, o genderfluid o di identità di genere non binaria).
Molte persone confondono cis con etero: come cis è chi non è trans, etero è relativo a chi non è omo/bi/pansessuale.
Una persona cis puo’ non essere etero, una persona etero puo’ non essere cis.
Nonostante alcuni blogger aggressivi disprezzino le persone cis (come altri blog aggressivi disprezzano gli etero), cis non è affatto un termine dispregiativo, e il “viverlo” come tale sta spingendo tante persone in un percorso di emancipazione dai ruoli e dagli stereotipi di genere a definirsi “transgender” (secondo un ombrello molto ampio proposto più dalla letteratura queer che dagli autori transgender)
Le logiche secondo cui “siamo tutti transgender” o “siamo tutti pansessuali” non funzionano quando vi sono delle istanze legali e sociali ben precise, di cui la persona T ha bisogno e la persona cis emancipata dai ruoli stereotipati no (il riconoscimento della propria identità di genere, del nome scelto, della richiesta che ci si rivolga a quella persona in modo corretto dal punto di vista grammaticale, e che la si tuteli rispetto alla transfobia e al mobbing).
Ci sono delle istanze relative alle persone cis che vivono un percorso di emancipazione dai ruoli, ma sono diverse da quelle transgender, anche se sicuramente la discriminazione che colpisce una persona transgender e una persona cis emancipata dagli stereotipi ha una matrice simile.

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Perché preferisco “uomo xx” (e donna xy) a ftm, mtf, e altre definizioni

Nelle ultime settimane ho riflettuto sul termine uomo xx.

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Alcune persone queer si infastidiscono per la scelta di usarlo per indicare me stesso e la non conformità di genere di origine genetica xx e di espressione maschile.
Premetto che non mi accodo a tutta la letteratura e saggistica di decostruzione del sesso biologico. E’ vero che esiste l’intersessualità, che molte persone, più di quanto si pensi, siano intersessuali e che si debba trovare un modo di esprimere sesso, genere e orientamento tenendo conto dell’intersessualità.

E’ anche molto frequente che delle persone trans agli inizi, con una buona dose di transfobia interiorizzata, amino fantasticare sul fatto che la loro identità di genere dipenda da una presunta e immaginaria intersessualità, che li “discolpa.

Sarebbe più politicamente corretto, come si fa all’estero, usare “assegnato maschio” o “assegnato femmina” alla nascita (AFAB, Assigned Female At Birth, AMAB, Assigned Male At Birth).
E’ una terminologia che diventa molto importante se stiamo parlando di persone intersessuali, per cui sarebbe incompleto e riduttivo parlare del loro sesso in modo binario (quindi ci si rifà a come esso è stato interpretato, probabilmente erroneamente).

Tuttavia amo pensare che mi abbiano assegnato “female” perchè sono female e non perchè si siano sbagliati o siano dei manigoldi. Il problema non è che io sia female, e che lo sia davvero (a prescindere poi dall’avere o meno un’immagine androgina), ma il fatto che nell’attuale società male/female contino più di man/woman, quando dovrebbero contare solo dal punto di vista sanitario, e non sociale/relazionale/lavorativo, ma qui entriamo nella sfera del binarismo sociale e fomentato dalla politica che quotidianamente noi attivisti combattiamo.

Onestamente non so perché a me il termine “uomo xx” stia simpatico.
Uomo e donna descrivono le identità di genere, e a descrivere i corpi di solito sono i termini maschio e femmina. Il mondo esterno a quello delle nostre riflessioni però non usa questi termini in modo corretto. Spesso maschio e femmina sostituiscono uomo e donna quando l’opinionista medio vuole parlare di queste persone ostentandone le caratteristiche e gli istinti (“quella è proprio femmina”, “da come agisce si vede proprio che è maschio“, “è l’istino della femmina“…),  e questi sono senz’altro utilizzi che ostacolano io mio potermi dire serenamente “femmina” (dato reale dal punto di vista biologico).

Di contro, anche se con la transizione “medicalizzata” non si “cambia sesso“, si è sicuramente una modifica estetica e funzionale molto importante dal punto di vista del “sesso biologico”, e maschio e femmina, che continuano ad essere corretti in linea teorica, diventano difficili da usare se parliamo di una persona medicalizzata (tramite ormoni e/o interventi).

XX ed XY invece non cambiano mai, fanno parte del nostro corredo genetico e nel parlare comune non sono ancora stati (sovra)caricati di significati comportamentali stereotipati.
XX è semplicemente la persona nata F che presumibilmente (al netto di tos, interventi) puo’ generare con una persona XY (che poi l’xx sia rasato a zero e l’xy abbia una mega parrucca bionda e un tacco dodici…diventa tutto molto relativo).

L’uomo xx è diverso dall’uomo xy? Si. Dirlo è transfobico? No.
L’uomo xx vive parte della sua vita in una condizione fisica/sociale diversa dall’uomo nato xy. Questa cosa influenza moltissimo la personalità dell’uomo xx, anche nel caso prendesse subito coscienza della sua identità di genere e/o del fatto di essere uomo trans (e credetemi, quelli della mia generazione potevano anche aver inquadrato chi erano, ma non si parlava tanto di ftm all’epoca, o di possibilità che un nato xx potesse essere “Trans”, o addirittura ftm gay). A prescindere da come e quando io abbia preso consapevolezza, e abbia pubblicamente dichiarato chi sono, tutto questo è stato preceduto da un’educazione e un modo di relazionarsi a me da parte degli altri che presupponeva che io fossi F e “una futura donna. Per quanto io (o altri) possa venire da una famiglia non binaria (avevo l’album di figurine dei calciatori, il motorino, suonavo basso e batteria, dicevo parolacce e bestemmiavo…), io ero socializzato come F e in modo diverso da come venisse socializzato mio fratello maschio biologico. Tutto questo è dipeso dal peso che la società (famiglia, scuola, e persino i catechisti) dà al fatto che una persona sia nata femmina o maschio. Se non ci fosse binarismo sociale probabilmente un uomo xx non avrebbe così tanto bisogno di rivendicare il suo imprinting come parte di se stesso che ha infine accettato e incluso.

Se non ci fosse binarismo sociale, l’uomo xx semplicemente prenderebbe consapevolezza di essere uomo e (medicalizzato o non), vivrebbe semplicemente da uomo, notando in se stesso dinamiche molto simili a quelle degli uomini geneticamente xy. Ma essendo che il binarismo è ancora fortissimo, l’uomo xx (come la donna xy) si porta dietro un retaggio che è difficile (e forse non utile) cancellare.

Questi imprinting però non rendono la persona t “meno uomo” o “meno donna”: è semplicemente un modo di essere uomo o donna che si arricchisce di un’esperienza diversa e puo’ generare una maggiore comprensione per il genere umano (a prescindere dall’appartenenza di sesso e genere).

Io sono uomo xx. Per me è importante dirmi uomo, ma è importante dirmi xx, demarcare la mia differenza da chi è maschio, e come uomo è stato socializzato fin dall’infanzia.
Per me è importante dirmi uomo xx perché è importante comunicare che non solo in un corpo maschile (dalla nascita) può albergare quel tipo di identità di genere che (forse per convenzione) chiamiamo maschile.
Per me è importante comunicare che in una società non binaria si potrebbe vivere liberamente come uomini xx, uomini xy, donne xx, donne xy, senza che il fatto che statisticamente le persone xx abbiano un’identità di genere e quelle xy abbiano l’identità di genere “diametralmente opposta” (che poi, sarà vero?) determini poi una regola e “legittimi” o meno alcune condizioni rispetto ad altre.

I termini trans-sessuale, o f TO m, m TO f, trasmettono una visione cis-sessista in cui i generi sono due, e sono intrinsecamente legati ai sessi (quindi al “cambiamento di sesso” se non ci troviamo nella dicotomia uomo-maschio / donna-femmina), quindi sono termini che non solo non hanno la mia simpatia (ciò non significa che poi non li usi se non ne abbia bisogno per semplificare), ma che non mi descrivono: nel mio percorso di vita (ma anche in quella di altre persone gender non conforming) non c’è nè quello che con una grande semplificazione chiamiamo “cambiamento di sesso“, nè un vero e proprio “cambiamento di genere” (semmai presa di consapevolezza).

Se proprio devo usare la T (in senso squisitamente trans-gender e dove intendo trans come al di là dei generi), allora preferisco usare uomo T, donna T, piuttosto che termini che sottolineano la “transessualità” del percorso e non la non conformità di genere.
MI rifaccio anche all’autrice ed amica Monica Romano, che, sicuramente partendo da presupposti meno rivoluzionar-conservatori dei miei, rivendica il termine “ragazza xy“, nel suo romanzo “Storie di ragazze xy“.

Credo sia importante ridurre la differenza tra noi e i cisgender a un mero dato cromosomico. Oltre ad essere simpatico a livello fonetico, ci ricorda quanto sia assurdo che i cromosomi possano, a causa del binarismo sociale, tracciare un destino per persone cis e trans.

Alla luce di questo non con maggior imbarazzo di quando dico che sono B negativo, dico anche di essere xx, di avere un corpo di genetica femminile, probabilmente fertile, di essere stato assegnato come F alla nascita (e non per un errore dei medici, ma perché il mio sesso biologico è F), di aver anche vissuto per anni identificando me stesso come F (in un’epoca in cui una persona molto giovane non ha molte restrizioni di ruolo, e potevo tranquillamente fare le cose “da maschio“), e di aver poi preso consapevolezza come uomo. Di non desiderare di essere trattato come un uomo xy, o come un “maschio, ma semplicemente di essere rispettato come uomo xx (che non è meno uomo dell’uomo xy, sia chiaro), e soprattutto sottolineo che se oggi il mio impegno politico è soprattutto indirizzato contro il binarismo sociale e politico, contro una burocrazia che dà molto peso ai nostri cromosomi e alla nostra biologia piuttosto che alle nostre attitudini e capacità, è unicamente legato al fatto che sono un uomo xx, e non un uomo xy.

Questa negazione chiamata “genere”

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Un tempo non esistevano gli “etero”.
Era la condizione ovvia, come è “ovvio” che abbiamo due braccia e due gambe.
Poi sono “arrivati” i gay e qualcuno ha deciso di auto-denominarsi “normale” per de-limitarsi da loro.
Oggi gli etero stessi hanno imparato questa parolina: etero.
Infondo i maghi hanno inventato “babbani” per definire noi che non lo siamo!
Poi è nata la parola cisgender, molto poco conosciuta, ma etimologicamente semplice
(come trans-alpino e cis-alpino…aldilà e aldiquà).
Ma chi la usa? una cricca di trans colti. E’ una parola che, di fatto , non esiste.

A “non esistere” è anche l’identità di genere, perché se quasi tutte le persone
hanno una coincidenza tra sesso biologico e una determinata identità di genere, se 
la coincidenza è totale, il genere non emerge, non esiste.
E così il grande mondo fuori dal transgenderismo riflette solo e soltanto sul ruolo di genere, e teorizza, tanto, troppo, tra foucoltiani, esistenzialisti, materialisti, decostruttivisti, poststrutturalisti e molto altro, di cui non mi vergogno di non sapere nulla, perché il percorso transgender è esperienziale, e si basa su pochi termini: oltre a identità di genere/orientamento sessuale/ruolo, che viaggiano paralleli come in una matrice con infinite combinazioni, abbiamo la dicotomia cis/trans e quella binario/non binario.
Tutto qua: il linguaggio dell’elaborazione trans non ha bisogno di altro.

Poi vengo a sapere che Opus Dei, quelli delle terapie riparative e compagnia cantante hanno riunito in un gran calderone tutte le teorie che non identificano uomo/maschio/etero/maschile e donna/femmina/etero/femminile
e le hanno chiamate “teorie gender“, usando termini che tra l’altro valicano il lessico tecnico di questi studi, che essi abbiano matrice femminista , queer oppure di “lignaggio transgender.

Ad ogni modo, è davvero scandaloso che il programma UNAR sia stato censurato da quattro genitori bigotti che hanno starnazzato.
Il contenuto di questi programmi “de-generati“? Semplicemente che nei problemini non si scrivesse che mamma guadagna di meno e che fa lavori da donna. Ma ovviamente qualcuno pensa che, crollato il binarismo, diventino tutti gay, bisessuali e transgender.

Che tristezza, credo che di passi ne stiamo facendo davvero tanti. Indietro.

I mille modi di vivere Trans-Gender

Come è stato spiegato nei post precedenti, esistono persone cis-gender (in cui l’idendità di genere corrisponde al sesso di nascita) e persone, in qualche modo, trans-gender.
Tra le persone transgender, si fanno differenze secondo due aspetti

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1) Cambiamento della propria immagine e del proprio corpo: se, come, quanto e quando.

– alcune persone scelgono di apporre modifiche chirurgiche al proprio organismo rendendo il proprio corpo “simile” esteticamente (e parzialmente anche funzionalmente, secondo le attuali possibilità della medicina) a quello del sesso biologico del proprio genere d’elezione (ovvero il genere con cui ci si identifica). Si tratta di una transizione completa, con la quale, per mezzo di interventi demolitivi, ricostruttivi e assunzione di ormoni, si richiama totalmente l’estetica e la funzionalità desiderata.

– altre persone intervengono in parte, facendo solo la terapia ormonale o solo alcuni interventi (magari solo al petto, o solo quelli demolitivi ma non quelli ricostruttivi). In particolare, con una terapia ormonale sostitutiva, cambiano alcune percezioni mentali e sessuali avvicinandosi al “sentire” di chi è nato nel sesso relativo al loro genere d’elezione.

– altri ancora transizionano solo di genere, ovvero vivendo apertamente una serie di gestualità, comportamenti, abitudini, modi i vestire, di vivere, di pensare, di parlare, coerenti col genere d’elezione.
Sicuramente questa tipologia di transgender è quella più “visibile“, poichè il “passing” (ovvero far si che l’osservatore identifichi la persona come appartenente al genere d’elezione) è più difficoltoso.

La scelta di non fare trattamenti medici o non farne alcuni può essere causata da vari meccanismi: problemi di salute, motivi ideologici, motivi funzionali.

2) Identificazione in un genere binario o in altri generi

– alcune persone si identificano totalmente nel genere opposto al sesso di nascita, indipendentemente dai trattamenti medici che hanno intenzione di fare o non fare. A volte l’identificazione totale deriva dal concepire la società come un sistema “binario” in cui i generi sono due. A volte, pur coscientemente del fatto che esistono pluralità di maschili e di femminili, ci si identifica in forme molto tradizionali di mascolinità o femminilità.

– alcuni soggetti riconoscono se stessi come intermedi ai due generi, appartenenti a entrambi i generi, o a nessuno dei due, o a una combinazione tra essi o a un terzo genere. A volte intrinseca a questa scelta vi è una posizione ideologica e attivista che vede il rifiuto delle figure maschili e femminili socialmente costruite, per ragioni sociali e di “ordine pubblico“, vede il cervello umano praticamente unisex e professa il ritorno a vivere il genere coerentemente con le attitudini del singolo soggetto. Questi soggetti vengono chiamati, o si autodefiniscono, “GenderQueer“.

Queste sfumature distinguono appunto chi è trans-sessuale da chi è trans-gender (al di là del genere) e chi corrisponde più specificatamente ad altre figure che stanno sotto il grande ombrello trans-gender.

Teoria Queer e Queer

Nel 1990 viene elaborata la Teoria Queer, che, in opposizione alle dicotomie omo/etero e uomo/donna, professa il relativismo, la libertà di scelta sessuale e di scelta di genere.
Nella teoria queer confluiscono studi sul genere, forme di femminismo e anti-sessismo, ed elaborazioni relativiste.

Le persone queer possono anche essere cisgender, ovvero identificarsi col sesso di nascita, e possono anche essere tendenzialmente omosessuali o eterosessuali, ma concepiscono se stessi, e si relazionano alle persone in modo da non mettere la differenza di sesso biologico in primo piano.

Il queer è chiunque si discosti dall’eterosessualità concepita in senso rigido e dai ruoli tradizionali uomo/donna.
Spesso i queer sono incompresi da parte della comunità LGBT, perché anche essa è concepita su rigide definizioni e vi è una grossa difficoltà nell’accogliere chi è “poco definito”.
Vi è infatti una differenza ideologica tra la rigidità  “veteroLGBT” e la visione relativista e libertaria dei Queer.
Definirsi Queer è una forma di attivismo sociale.

Negli ultimi anni la sigla LBGT o GBLT è stata modificata in LBGTQI, comprendendo Queer e Intersessuali.
Quello che si chiamava gaypride ha invece cambiato nome in Pride, comprendo movimenti laici, radicali, anticlericali (UAAR, unione atei agnostici italiani, NO-VAT, coppie conviventi e così via).

Le Identità e le Espressioni di Genere

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CISGENDER
: coloro per i quali biologia e identità mentale coincide perfettamente

TRAVESTITI :il travestito è una persona che, indipendentemente dall’orientamento sessuale, riesce a provare piacere sessuale solo indossando abiti del sesso opposto. Spesso si tratta di soggetti maschi, e spesso il travestitismo avviene solo a letto e in locali appositi. Vi è spesso una componente fetish. La persona che si traveste ha un’identità di genere comunque coerente con il sesso di nascita.

CROSSDRESSER:  il crossdresser, diversamente dal travestito, veste i panni del sesso di nascita opposto al suo in coerenza col “genere mentale d’elezione”, e lo fa nella sua vita quotidiana. E’ un modo di vivere la propria identità di genere senza intervenire con interventi o cure ormonali.
Vi è molta confusione tra la parola “travestito” e la parola “crossdresser”. Si tende ad usare sempre di più la parola crossdresser nei casi che escludono motivazioni fetish.
CROSSPLAYER è quel tipo di CosPlay che al posto di vestire panni di eroi manga dello stesso sesso del “Player”, veste panni di eroi manga di sesso opposto.

GENDERBENDER: il piegatore di genere, rifiuta il ruolo di genere attribuitogli dalla società. Non per forza il genderbender è “cosciente” di esserlo. Si osservano persone che assumono comportamenti genderbender anche al di fuori della comunità GLBT. Un uomo appassionato di uncinetto potrebbe essere considerato “genderbender”.
METROSEXUAL: esempio di involontario comportamento genderbender. Si tratta di uomini apparentemente gay, dagli atteggiamenti effeminati e dalla puntuale cura estetica, ma eterosessuali. La parola è stata coniata nel telefilm “Sex And The City” e deriva da Metro(città)sessuale, che letto in inglese ricorda “eterosexual”.

GENDERQUEER: il genderqueer è una persona che non si riconosce nel binarismo sociale uomo/donna. A volte si identifica in parte con entrambi i generi, a volte con nessuno, a volte con un terzo genere, a volte con un mix dei due generi. Esso spesso transiziona solo di genere, ma non di sesso. A volte si definisce comunque anche trans-gender. Alcuni genderqueer preferiscono alcune definizioni più specifiche:
GENDERLESS: persone che si definiscono neutre o senza genere.
GENDER-REBEL: persone che si definiscono trasgressori dello stereotipo di genere.
AGENDER: le persone che sentono di non appartenere a nessun genere
GENDERFLUID: persone che vivono il genere con fluidità, a volte fluttuando da un polo all’altro
NON BINARY: persone che rifiutano completamente il binarismo di genere

DRAG QUEEN E DRAG KING: sono persone che fanno un lavoro su se stessi, teatrale e non, per esplorare la propria parte maschile (nel caso dei drag king) e femminile (nel caso delle drag queen), per poi creare delle performance in cui vengono messi in scena personaggi anche un po’ macchiettistici nella loro femminilità e mascolinità, a volte di carattere comico.
BIO QUEEN: una piccola nota su alcune donne biologiche che fanno la drag queen interpretando ruoli di donne “stereotipate” come estetica e come comportamenti.

TRANSGENDER: è il termine ombrello che indica la “grande famiglia” dei NON CISGENDER (GENDER NON CONFORMING)
Comprende chiunque non voglia aderire al genere “previsto” dalla propria natura genetica. Il transgender a volte, per motivi ideologici, sociali, familiari, di salute, non è interessato a fare un percorso medicalizzato. A volte vengono compiute transizioni con una parziale medicalizzazione a seconda del tipo di disforia provata. A volte solo interventi demolitivi, a volte anche ricostruttivi, a volte ormonali.

TRANSESSUALI: i transgender che sono in transizione ormonale e chirurgica e che stanno percorrendo l’iter medicolegale, e compiono, appunto, una “transizione di sesso”.
Chi è transessuale è ovviamente anche transgender.
Molte persone transessuali preferiscono transgender, poiché transessuale è un termine non scelto dalla comunità, ma imposto dalla psichiatria, mentre transgender è il termine rivendicato dall’attivismo T.

EX TRANS, NEO-DONNE, NEO-UOMINI: alcuni transessuali, dopo la fine della transizione, preferiscono non considerarsi più transessuali ed usare su se stessi questi termini. Una parte dell’attivismo disapprova questi termini, condiderando “trans” non solo la fase di transizione medicalizzata, ma un’identità che accompagna per tutta la vita.

SHEMALE, HEFEMALE: modi abbastanza volgari di chiamare le transessuali (shemale) e i transessuali (hefemale) nella pornografia e negli hentai

VIADOS:  non si capisce bene l’etimologia di questa parola, di certo dispregiativa. Qualcuno dice significhi “perverso“, qualcuno dice significhi “cerbiatto“. SI dice che questo termine sia nato in associazione al fatto che durante le retate le ragazze transessuali correvano via come cerbiatti, altri invece riprendono il personaggio effeminato di Bambi della Disney.
Alcune persone transessuali MtF, per rompere il paralogismo “transessuale-sex worker” quando parlano di una sex-worker transessuale usano, in senso dispregiativo, la parola Viado. Vi sono punti di vista controversi sulla transessualità “di strada” di provenienza sudamericana. Non prendo posizioni e mi limito a spiegare in che senso e perché qualcuno usa la parola “viados”.

INTERSESSUALI: persone nate in condizioni intermedie biologiche tra i due sessi. Non comprende solamente persone “ermafrodite”..
Spesso si interveniva, per limiti tecnici, “trasformandoli” in bambine ed educandoli come tali. Spesso però dei soggetti si sono ribellati arrivando anche al suicidio.

ANDROGINI: persone che fisicamente comprendono tratti maschili e femminili. Se l’androginia è nel carattere, si parla di androginia psicologica

PASSING/PASSARE
: è la capacità di apparire come appartenenti al genere d’elezione e non al sesso biologico. chiaramente il passing è più facile in soggetti in transizione. Nel soggetto ftm di solito il testosterone permette, da vestito, un ottimo passing, mentre un ftm pre-t, se passa, viene spesso scambiato per un ragazzino molto giovane. Nei soggetti mtf invece spesso, anche a causa della voce o dell’altezza, il passing è più difficile. Avere un buon passing è qualcosa di comunque molto ambito.

CROSS-WORKERS: persone che fanno un mestiere di solito pensato per il genere opposto. L’uomo che suona l’arpa o fa l’uncinetto, la donna camionista e così via.