Bagni Comunicanti

Simpatica vignetta sul crossdressing e sui frettolosi cambi d’abito, alla superman, in bagno
tratta da: http://www.ilsimposio.tk/muscoli.html

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Ipocrisia

Lei

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“Lo faresti lo stesso se fossi sotto un altro top manager?”
Dall’altro lato vi era un imbarazzato silenzio.
“Dove sbaglio? Sono troppo colloquiale con voi? Dovrei fare come gli altri? Che si fanno rispettare?”
Dall’altro lato un impassibile sguardo.
Chissà cosa pensava. Forse, che a dire queste cose mi spinge quell’insicurezza di vedermi, come immagine, meno maschio degli altri manager. E’ come se temessi che vedessero la mia debolezza, che non mi percepissero come un maschio Alfa, che possano prendersi gioco di me lavorando poco e male, parlando alle mie spalle.
Mi guardo allo specchio, in bagno, dopo la riunione.
Adesso porto qualche millimetro di barba. Fino a qualche anno fa, un impiegato con la barba sarebbe stato visto come trasandato, ma adesso pare che faccia addirittura chic: tutto frutto di una cultura di zecche e di hipster che non condivido, ma cosa potrebbero pensare se io adesso fossi l’unico a non avere la barba?
Mi sciacquo il viso, ma non devo rimanere troppo in bagno. Potrebbero pensare che sono una mammoletta, come le donnine che vanno ad incipriarsi il naso. Mentre mi sciacquo tiro leggermente indietro i capelli. Inizio a stempiarmi, leggermente, anche se probabilmente sono l’unico ad essersene già accorto. Ahimè, sta succedendo nonostante il quintali di Minoxidil che uso senza troppo farmi notare da mia moglie.
L’aria è pervasa da un forte odore muschiato. Avrò esagerato col dopobarba?
Vedo quelle del quinto piano ciarlare sottovoce quando passo davanti a loro. Credo che mi abbiano addirittura ribattezzato col nome del forte profumo speziato che uso.
Credo che qualcuna abbia pure cercato su internet e ne abbia regalata una boccetta al fidanzato, magari immaginando di essere con me, mentre fa l’amore con lui.
Adesso è ora di tornare in ufficio. Noi top manager non abbiamo di certo le pause centellinate da un tassametro, ma è anche vero che se i polsini si bagnano magari si rovinano i gemelli.
Torno in ufficio. Ci lavoro da tredici anni ma ancora non lo sento come un posto rassicurante e mio. Dietro di me una vetrinetta con la collezione di pipe e di sigari dal mondo, e le Mont Blanc col pennino d’oro. La scrivania è enorme, e quasi vi scompare sopra la foto del mio matrimonio e la foto coi miei figli. Nella foto del mio matrimonio indosso il frac che lei aveva scelto per me. Ho i capelli tirati indietro. Lei è un’esplosione di femminilità: sopracciglia ad ala di gabbiano, capelli fatti crescere apposta per le nozze, e poi tagliati, da rituale, durante il viaggio di nozze. La gonna è gonfia e vaporosa, i gioielli sono tutti coordinati, e le dànno luce al suo viso.
Nella foto coi bambini ho un’aria triste, assente. Non dedico loro abbastanza tempo e lo so.
Sistemo ancora alcune carte e poi vado via: devo sbrigare un po’ di commissioni prima di tornare a casa.
Passo alla grande Coin all’angolo. All’ingresso una signorina mi accoglie indicandomi il reparto da uomo. Mi sento in dovere di darle spiegazioni. E’ una sbarbina che si e no avrà la terza media: perché uno come me dovrebbe darle spiegazioni?
Mi dirigo nel reparto femminile per comprare un regalo immaginario per una donna immaginaria.
Stringo tra le mani, senza farmi notare, un reggiseno le cui toppe setose rosa antico scivolano tra i miei polpastrelli. Ho il terrore che una donna, una cliente del negozio, mi veda e pensi che io sia un pervertito.
Mi dirigo a casa senza comprare niente. Mia moglie è paranoica, e pensa sempre che io dedichi quel poco tempo tra famiglia e lavoro a un’altra donna. Non sa quanto, ironia della sorte, abbia ragione.
Entro in casa, lei è in bagno con una delle sue mille maschere anti-age. Ha proprio ragione Fulvio, il mio amico del calcetto, a dire che a noi uomini le donne piacerebbero anche se fossero tutte in tuta, eppure lei spende, spende metà del mio stipendio, a comprare creme anti-qualcosa che non ha. Se dicessi che il suo viso è setoso come quando ci conoscemmo, a dodici anni, non mi crederebbe.
Ricordo i primi baci con lei, alle scuole medie. Setosa era la sua pelle, e setosa era la mia. Ricordo che in quegli anni c’erano i cartoni animati delle guerriere Sailor, e una di loro, che nella vita diurna era un bel ragazzo, per difendere la terra si trasformava in ciò che realmente era: una ragazza, una guerriera. Nel cartone animato la crisalide guerriera aveva una relazione con la bella e femminile protagonista, si univano in un bacio, e in me si scatenavano ingenue e infantili fantasie quando baciavo quella che sarebbe diventata mia moglie. I cartoni animati dell’epoca, dell’inizio degli anni novanta, erano una continua ispirazione per persone come me. Ranma baciava Akane quando era trasformato in ragazza, e mentre i miei compagni guardavano i porno di Rocco Siffredi, le mie fantasie sessuali consistevano nell’immaginare Xena ed Olimpia, immaginare di essere la protettiva virago Xena che si prende cura della dolce Olimpia.
Dovetti arrivare alle superiori per capire realmente. Ricordo quel pomeriggio, al cineforum della scuola, in cui, a causa dell’indisponibilità del film programmato, proiettarono “Tutto su mia madre” di Almodovar. C’erano i viados di strada, sieropositivi e dediti al meretriciato. All’inizio del film si vedeva che, quando ancora erano uomini avevano delle mogli, e pensai che fossero solo errori di gioventù. Grande fu la sorpresa quando scoprii che anche dopo che erano diventate donne avevano continuato ad amare le donne, metterle incinte, e persino contagiare loro l’hiv.
Era tutto così squallido, ma per un attimo io non mi ero più sentito solo. Non ebbi il coraggio di intervenire nel dibattito dopo il film, nè di parlarne con lei.
Passarono molti anni, anni in cui, a parte l’emozione di quel momento, conobbi molte figure di uomini che, come me, si sentivano donna. C’era Platinette, c’erano le ragazze del Grande Fratello, c’era Efe Bal, ma io mi sentivo così lontano da loro.
Per anni decisi di custodire un segreto, un segreto che mi porto avanti da quando, da bambino, mia sorella maggiore si divertiva sadicamente a vestirmi da donna, mettendomi un suo reggiseno e due arance dentro al posto delle tette, mi truccava posticciamente coi suoi trucchi plasticosi, e poi iniziava la sfilata. Lei rideva di me ma io,  a sua insaputa, ricordo con tenerezza quelle esperienze. Ricordo che leggevo di nascosto i suoi Cioè per capire il mondo delle ragazze. In parte io volevo capire le ragazze, che mi iniziavano a piacere, in parte io avrei voluto essere una di quelle ragazze che scriveva alla rubrica della bellezza e chiedeva consigli su come depilarsi.
Di anni, però, ne erano passati tanti. Avevo conosciuto il corpo femminile, tramite quello di mia moglie. Ci siamo sposati vergini, per via delle pressioni dei suoi genitori, testimoni di Geova, che l’avevano indottrinata in tal senso, ma questo veto autoimposto nei riguardi del sesso penetrativo ci diede la possibilità di sperimentare, da giovanissimi, il petting e le coccole, tutti quei rapporti che, non coinvolgendo direttamente i genitali, non ponevano tra noi una grande asimmetria. Saremmo potuti essere due uomini, due donne, due figure androgine, due anime affini. Nei rapporti non sono mai stato bravo o esperto. Abbiamo imparato insieme. Quando la toccavo, quando toccavo il suo corpo giovane e vellutato, per un attimo immaginavo di fare l’amore allo specchio.
Solo così riuscivo a provare piacere: immaginando che fossimo due ragazze lesbiche. Lei non lo ha mai saputo o immaginato, o almeno, spero.
Adesso lei è nel suo bagno. Ne abbiamo due in casa. Il mio è spartano. Giusto uno spazzolino elettrico e un regolatore per barba. Il suo bagno, un regno a me precluso, è un paradiso. C’è la zona trucchi, ordinati per funzione e tonalità, la zona prodotti per capelli, la zona con le creme, il peeling, lo scrubs, l’igiene personale. Chiude a chiave la stanza per evitare che i bambini entrino e rompano le sue trousse di cristallo, ma una volta sono riuscito ad entrare, mentre lei era al Lyons Club con le amiche.
Ricordo che quella sera il mio volto era diventato dolce e gentile sotto le pennellate dei prodotti che allora così maldestramente usavo. Ricordo che mentre il mio volto veniva liberato dalle tracce di spigolosità e virilità, l’emozione divenne piacere, un piacere erotico, un’esplosione liberatoria.
Oggi ho una cassetta degli attrezzi, in garage, ma dentro ci sono i prodotti che compro per me, dicendo di comprarli per una ragazza immaginaria. La mia pelle è più scura della sua, avrei avuto comunque una mia trousse personale, anche se io e lei fossimo state complici, anche se ho imparato col tempo, su internet, che la tonalità deve essere sempre leggermente più chiara.
Spesso la mia unica possibilità per essere me sono i viaggi di lavoro. C’è sempre un giorno libero che ci dànno, per visitare città straniere, e io lo dedico per stare in queste lussuose camere, da solo, ed essere me stessa.
In lussuosi negozi e centri commerciali compro regali per mia moglie e per Lei. Li divido prima di fare i bagagli del ritorno. E’ quello il momento più triste per me, in cui la chiudo, mi chiudo, in una valigia per ritrovarmi chissà dove e quando.
Lacrime quando lo struccante mi porta via dal mio viso.
Spesso compro a mia moglie cose non dissimili da quelle che compro per me. Quando fantastico su di me al femminile non c’è mai, accanto a me, un uomo. Non vivo fantasie con un uomo accanto per far esaltare la mia femminilità. Accanto a me vi è sempre una donna, una donna femminile. E’ per questo che spesso compro a mia moglie gli stessi accessori che compro o che vorrei comprare per me stessa: vedendoli indossare in mia presenza è come veder vivere in lei una parte di me, quella parte che non può esprimersi.
Lei non sa, non sospetta. Del resto…come potrebbe? Non mi abbandono mai ad estetiche o comportamenti ambigui. Io devo essere maschio, e non so se lo devo a me o agli altri.
Nelle ultime settimane ho pensato di farmi un piccolo regalo. L’accenno di barba mi permette di far crescere un po’ i capelli, ma mia moglie dice, con voce serena ma impenetrabile, che come capelli lunghi, in questa coppia, bastano i suoi, e che sarebbe gelosa se i miei dovessero risultare più belli.
Quando eravamo giovani ascoltavo David Bowie e Marylin Manson, insieme ad un sacco di altre rockstar glam, in cui uomini super etero e machisti camminavano sui tacchi degli stivaletti da cow boy, portavano lunghe chiome cotonate e parlavano in falsetto. In quegli anni, con la scusa del glam, e nascondere i miei esperimenti di femminilità dietro alla mera imitazione di super maschi animali da palco. Avevo lunghi capelli neri, e lei ne era un pò invidiosa, ma le piacevano. Frequentavamo un locale a tema, dove lei mi accompagnava entusiasta. Spesso, prima delle serate in cui andavamo li a bere birra e vodka ed ascoltare musica dal vivo di gruppi più o meno mediocri, andavamo da me in mansarda, dove lei mi aiutava a prepararmi. Smalto nero, trucco agli occhi, e piastra ai capelli. A volte mi metteva anche il suo rossetto nero,  e io mi sentivo un po’ come quando mi sorella mi conciava a festa, con la differenza che stavolta ero con la donna che sarebbe stata la mia compagna di vita. Ricordo come quella piccola trasgressione, all’insaputa dei suoi genitori bigotti, ci eccitava moltissimo entrambi, e ricordo molti baci in cui le nostre labbra si incrociavano scambiandosi rossetto nero ed argentato,e finivamo a fare petting spinto,per poi fermarci bruscamente per non finire a far l’amore. Quel rapporto completo non lo voleva lei per non perdere prematuramente la sua “virtù”, ma non lo volevo neanche io. Avrebbe distrutto la mia fantasia di noi due amiche, complici ed amanti. Non so se ad eccitarci c’era il fascino del proibito, o se in quei momenti, in cui le nostre lunghe ciocche nere si confondevano, mentre lei mi baciava il mio petto piatto e senza peli, e mentre mi riempivo del suo profumo vanigliato, vivevo l’illusione di congiungermi con l’uguale in un’alchemica simbiosi.
Era bello che questa fantasia continuasse anche dopo, quando al locale, mentre ci baciavamo, ci scambiavano per due ragazze ubriache e sporciaccione.
Cosa è rimasto di quegli anni? Oggi siamo intrappolati in una cavalleria rusticana di ruoli scritti da altri, come se fossimo i burattini in uno spettacolo di un artista di strada, che si muovono, si, ma solo tramite movimenti rigidi e rigorosamente previsti.
Dal lavoro, spesso, eludendo il firewall e navigando in anonimo, cerco uomini come me su internet. Ho trovato una mailing list, anni fa. Non sono sicuro che ci siano uomini coi miei desideri e con le mie fantasie, ma mi rassicura che abbiano una moglie, e che il loro principale problema sia come dirlo a lei.
Mi sentirei molto a disagio in un forum di omosessuali. A dire il vero mi sento sempre molto a disagio quando vedo un omosessuale, o quando qualcuno può, per qualche ignoto motivo, pensare che io lo possa essere. Per questo ho sempre paura a relazionarmi in spazi virtuali che potrebbero essere pieni di persone che si dicono simili a me, ma sono in realtà omosessuali che fanno le femmine.
Quando trovai quella lista virtuale, a breve avrei visitato Napoli per lavoro. Avevo conosciuto Jennifer, una sorellina di quelle parti, e ci saremmo viste per un confronto, davanti ad un caffè.
Quella volta avevo deciso di non usare solo l’albergo fornito dall’azienda, e avevo quindi prenotato parallelamente un alberghetto da una stella, dove sarei andato a cambiarmi.
Cosa sarebbe successo quando i nostri sguardi si sarebbero specchiati l’una davanti all’altra? Ero andata a cambiarmi, ma la matita mi tremava nella mano mentre tracciavo una linea sopra l’occhio per valorizzare il mio sguardo.
Ci saremmo dovute vedere al bar sotto l’albergo, ma quando uscii, al posto di sentirmi liberata, mi sentii fortemente a disagio. Bastarono pochi metri per uscire dall’albergo per avere addosso gli occhi basiti, perplessi o goderecci degli uomini. Quegli sguardi, fino a poco tempo fa, erano stati i miei. Sguardi avidi, prevaricanti, sguardi di chi si sente soggetto e non oggetto di corteggiamento. Accelerai il passo fino ad arrivare al bar. Lei era li. Ordinai il caffè con voce bassa. La mia voce non mi aveva mai dato disagio fino a quel momento. Jennifer parlava invece in falsetto ed era abbastanza a suo agio.
Mi raccontò di sua moglie, di come ha scoperto, e di come stanno dolorosamente divorziando, e mi sembrava di essere a tavola con una vecchia amica per caso ritrovata.
Gli sguardi su di noi,però, si fecero più insistenti, e le chiesi di andare via. Volle venire con me in albergo, ma non scorderò mai cosa successe.
Jennifer iniziò prima a guardare e toccare tutti gli oggetti del mio bagno, oggetti e cosmetica pregiata, che probabilmente mi invidiava,  poi iniziò a lusingarmi,a  dirmi quanto ero femminile io e quanto lo erano gli accessori che avevo addosso. La sua mano scorreva sulla mia coscia, accarezzava il collant, ma la cosa mi generava imbarazzo. Lei invece era molto eccitata, e presto l’altra mano raggiunse le sue parti intime, facendomi capire che avrebbe voluto farlo anche a me.
La congedai con grande imbarazzo, e quella notte piansi. Ero di nuovo sola.
Mi chiusi molto, lasciai la mailing list, anche se probabilmente c’erano tante persone come me, ma io non avevo le energie per aprirmi a loro, non di nuovo.
Qualche anno dopo una delle poche sorelline con cui ero rimasto in contatto, un collega libero professionista che si occupava di cantieristica, mi indicò un gruppo di auto mutuo aiuto per persone come noi. Si teneva una settimana si e una no, quindi avrei dovuto inventare due riunioni di lavoro serali per tenere a bada lei. Ci pensai molto, ma la voglia di rimettermi in discussione, stavolta in un luogo in cui vi erano più persone e minor rischio equivoci, era tanta.
Andai al maschile, con la mia giacca, la mia cravatta, il mio profumo muschiato: erano il mio scudo. Scoprii che più che per “persone come noi”, era il tutto organizzato da un’associazione di omosessuali e trans, e la cosa, che scoprii solo quendo ero già lì,  mi causò, inizialmente, molto disagio.
Con sorpresa, però, scoprii che chi in quell’associazione stava parlando di se, non era così lontano da me.
Oltre a persone come me, uomini che vogliono fare le donne, vi erano donne che volevano essere uomini. E alcune di loro avevano mariti, mariti a cui non sapevano come dire di non essere donne eterosessuali ma uomini gay. Le loro storie, raccontate a cuore aperto, provocavano a me un amaro sorriso. L’emozione fu per me talmente forte e sconvolgente che decisi di non andare più al gruppo di auto-aiuto.
La mia amica invece, lei l’ho rivista qualche mese fa. Mi è venuta incontro mentre uscivo da un pranzo di lavoro, e io ci ho messo un po’ a capire chi era. Non porta più parrucche ma ha una folta chioma sua. Ha divorziato dalla moglie e sta con una donna conosciuta nell’ambiente del bdsm, che prima di lei stava con una donna nata tale. Mi ha detto che non si occupa più di cantieristica ma ha aperto un locale con la nuova compagna, ma che un po’ il suo lavoro le manca.
Ho dovuto fare in fretta nello scambiare due chiacchiere. Avevo paura che mi vedessero con lei, che scoprissero chi sono.
Ogni giorno, quando vivo la mia routine, facendo il bullo coi miei sottoposti, quando lascio tagliare via, al barbiere dell’angolo, l’accenno di riccioli che mi erano costati mesi di attesa, perché mia moglie vuole essere l’unica detentrice della femminilità in casa, quando aspetto con ansia le trasferte di lavoro, quando compro furtivamente una gonna non sapendo quando e se la metterò mai, penso a ciò che, ormai, so di essere, e che non potrò mai realmente essere davvero.

Intervista a Stefano Ferri: un marito e padre in tacco e gonna

Ho conosciuto Stefano Ferri prima su facebook (era rimasto colpito dalla mia citazione di benvenuto nel profilo: “nasciamo nudi, tutto il resto è travestitismo”), e poi di persona ad uno degli incontri Milk, in cui ha partecipato in quanto amico di una nostra socia e relatrice, Martina Manfrin.

Il blog, come sapete, si occupa di tutto l’universo “gender non conforming”, ovvero di tutte le persone che in qualche modo scardinano il binarismo sociale per cui chi nasce maschio può vestirsi, comportarsi, presentarsi solo come uomo e chi nasce femmina invece solo come donna .

Stefano Ferri, nel suo ribadire che, nonostante i vestiti femminili, rimane Stefano, padre, marito e manager, scardina completamente i dettami sociali, e rappresenta un “fastidio” non solo per gli etero bigotti, ma anche per le persone LGBT binarie e bigotte.

Stefano si definisce crossdresser, ma, diversamente da chi in genere pratica crossdressing, Stefania lo accompagna costantemente, dal 2002, nella sua vita di imprenditore, marito e padre.

In quest’intervista cerco disperatamente di etichettare quest’anima libera, di provocarla con domande sul binarismo dei generi, e in qualche modo, di fare amicizia.

A prescindere dai nomi propri, dalle definizioni, dai vestiti, Stefano è una bella persona, con una vita piena d’amore, circondata da persone che la amano e la accolgono nella sua preziosissima duplice natura, in cui maschile e femminile hanno trovato un equilibrio e un compromesso proprio quando Stefano ha deciso di non rinnegare nessuna delle due parti di se.

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Una tua video-intervista inizia con “Quando sono davanti allo specchio vedo una donna”. E’ una percezione estetica o va anche nel profondo?

Penso che sia un po’ tutt’e due. In fondo nessuno di noi allo specchio vede “la verità”, bensì l’immagine che ha di se stesso. Il mio è un caso limite ma non fa eccezione. E non è solo un fatto di estetica. In nessun modo potrei vedere nella mia immagine una donna se non con l’apporto di tutta la mia interiorità duplice.

Non usi parrucche, protesi, ed è una cosa che apprezzo molto. Credo che ogni sovrastruttura ci faccia sentire “travestiti” da qualcun altro, in un drammatico on/off, mentre un petto piatto, o un capello corto, possono essere femminili, se tali li vediamo e tali li rendiamo con la nostra espressione di genere. Sei d’accordo?

Sacrosanto!

Ti ho sentito usare come nome personale sia Stefano che Stefania, li usi indifferentemente? C’è un significato particolare che attribuisci all’un nome o all’altro?

No, io uso solo Stefano per nominare me. Io sono Stefano. Di Stefania vedete solo i vestiti, il resto è tutto e soltanto dentro di me, compresa la sua voce e le sue parole (per sentire le quali ovviamente mi occorre l’autoanalisi).

La tua è una tematica di identità di genere, di espressione di genere… o la descriveresti in altro modo?

Ho passato gran parte della mia vita finora a capire cosa mi succedesse dentro. Cosa “avessi” dentro. In realtà per quelli come me più che di identità di genere è meglio parlare di “natura duplice”, perché veramente io mi dibatto fra due parti di me: una è Stefano, l’uomo, e l’altra è Stefania, la donna, che sta dentro di me esattamente come in ogni uomo sta dentro una parte femminile ma, a differenza da quello che accade alla dilagante maggioranza degli uomini, vive una vita scissa dall’altra metà, condizionandone a suo modo l’esistenza (cioè prendendo a prestito il corpo di Stefano per vestirsi e ottenere così una sua riconoscibilità e visibilità – altrimenti sarebbe una donna invisibile e questo ovviamente Stefania non lo accetta: a nessuno piace essere invisibile).

Quando descrivi Stefano e Stefania, ne parli come due persone distinte, e per distinguerle spesso usi alcuni stereotipi. Anche alle donne puo’ piacere il calcio, le macchine, i gialli. E forse, in un mondo non binario, gli uomini si metterebbero lo smalto (come fanno certi metallari super etero).

Vero anche questo. Parlo così per semplificare. La mia realtà interiore è già abbastanza contorta di suo, dunque per spiegarla preferisco “volare basso” dove posso.

Esistono tante definizione di autodeterminazione che scelgono le persone “gender not conforming” (transgender non medicalizzati, genderfluid, genderqueer…) Come mai la scelta della definizione “crossdresser“?

Perché è la parola che più facilmente spiega chi sono, senza costringermi a scendere ogni volta nei dettagli di cui sopra, che magari alla maggioranza delle persone risulterebbero stucchevoli o di difficile comprensione. Dicendo “crossdresser” dico sic et simpliciter quello che gli altri vedono: un uomo vestito da donna. Poi, se vogliono approfondire, sono ben felice di farlo.

Proponi l’aggiunta della C all’acronimo LGBT, ma in realtà la T comprende tutto ciò che è “gender not conforming“, ovvero non conforme, per identità o anche solo espressione di genere, alle norme sociali. La C non potrebbe quindi essere compresa nella T?

In generale hai ragione. Però esistono vari tipi di crossdressing. Ci sono crossdresser per libera scelta (spesso per protestare contro le convenzioni sociali), per ragioni professionali (gli attori en travesti), per iniziare un cammino di cambiamento di sesso. E poi ci sono quelli come me. Non ho mai riflettuto sul mio appartenere al gender not conforming, e magari ci appartengo, ma così, d’acchito, mi sembra che esso confligga con la mia duplice natura, che accoglie due nature in se stesse assolutamente conforming, cioè un uomo etero e una donna etero. Ecco perché propongo la C.

Secondo te, perché molte crossdresser, soprattutto attratte da donne, e in vite eterosessuali, snobbano gli LGBT?

Per paura, sicuramente. Questi crossdresser sono magari funzionari di banche o assicurazioni, o hanno ruoli pubblici ecc, per cui stanno molto attenti a non scoprirsi. Non li invidio: le autocensure sono l’anticamera dell’infelicità vera.

A Stefano piacciono le donne. Non è strano. Le persone non conformi di genere, aldilà di quello che si pensi, possono essere attratte da uomini, da donne, da entrambi. Nel tuo caso preferisci dirti uomo etero, donna lesbica, nessuno delle due, o entrambe le cose?

Sono uomo etero. E Stefania è donna etero. Innamorata persa di me.

E se invece Stefano e Stefania fossero innamorat* entrambi della tua splendida moglie?

Stefano lo è di sicuro. 🙂 Di Stefania non sono sicuro. Sono certo, però, che con lei ha alzato il suo controllo su di me, lasciandomi libero di andarci – cosa che ha fatto non più di due volte in tutta la mia vita. Può essere che lo abbia fatto per amore di me, più che per amore di lei. Se mi ama – e mi ama – come poteva lasciarmi all’esclusiva mercé di una donna invisibile?

Come noi persone T elaboriamo il nostro genere, chi ci accompagna (i e le partner) elaborano la loro affettività e il loro desiderio. Sei d’accordo? è il caso di tua moglie?

Di mia moglie penso in realtà una cosa un po’ diversa. Lei mi ha conosciuto che ancora mi vestivo da uomo, ma avevo già abbandonato gli abiti classici in favore di capi parecchio effeminati. Maschili ma effeminati (come era di moda alla fine degli anni Novanta). E le piacqui moltissimo così. Per cui, al di là dell’enorme sofferenza che il successivo irrompere di Stefania ha portato nelle nostre vite di marito e moglie, sono dell’idea che lei avesse “visto” inconsciamente Stefania e, sempre inconsciamente, le fosse piaciuta anche lei. Cioè le fosse piaciuta la mia natura duplice all’epoca ancora in nuce. Solo così mi spiego perché, sia pure nel dramma, non solo non mi ha mai lasciato ma pure ha voluto fare una figlia con me quando ormai ero crossdresser al 100%.

Ti definisci padre e non madre, ma conta cosi’ tanto? magari tu e tua moglie siete semplicemente genitori, e stefania ti rende un genitore dolce, piu dolce di un padre machista e stereotipato. Forse avere dei genitori cosi’ aperti renderà tua figlia una donna adulta in gamba e priva di pregiudizi, non credi? 

D’accordissimo. Il mondo sarebbe migliore se tanti padri e tante madri “risolvessero” appieno la loro natura sessuale e non “passassero” ai figli le loro repressioni. Il bullismo nasce da questo, secondo me.

Ultima domanda, che ti faccio più da musicista che da saggista su temi LGBT…C:
so che ami i beatles. Hai mai pensato, magari da ragazzo, di suonare o cantare in una band?

Sì, ho suonato per due anni il banjo in una band dixieland. Avevo 18-20 anni. Poi ho lasciato perdere e mi sono dedicato alla chitarra classica. Penso che Stefania desiderasse serenate d’amore solo per lei. 🙂

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Transfobia delle persone LGBT

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In occasione del Tdor di Milano del 2015 mi è stato chiesto di preparare un intervento sulla TransFobia, che sarà il terzo tra tre interventi: uno dell’avvocato Gianmarco Negri, sulla transfobia interiorizzata, e uno della dott.ssa Laura Caruso, sugli ordinari momenti di transfobia quotidiana, da parte di colleghi, vecchi amici, parenti…

Le vittime di transfobia sono spesso delle ragazze trans morte in modo efferato.
Ma quante persone invece si suicidano perchè sole o maltollerate da chi li circonda?
E quante, invece, per i sovracitati motivi, decidono di tornare indietro col percorso (che sia medicalizzato, o che sia solo una scoperta di sè)?

Sicuramente Laura e Gianmarco hanno parlato dell’odio che abbiamo verso di noi e proveniente dalla società, ma questo puo’ essere superato se c’è una comunità di riferimento forte e solida, che ci accompagna nella scoperta di noi stessi.
Ma quando le paure, l’intolleranza, il biasimo, arrivano anche dalla stessa comunità di riferimento?

Se una persona portatrice di un percorso canonico, alla fine puo’ sentirsi una “pari” in una comunità di riferimento, cosa succede invece a chi è diverso anche li? E’ già complesso essere compresi come trans nelle associazioni composte prevalentemente da uomini e donne omosessuali, ma pensate a chi, anche tra trans, è portatore di un percorso o di un’identità non canonica.
Se le persone LGBT canoniche, tra le mille difficoltà lavorative, familiari, relazionali, possono vantare la presenza di una forte comunità alle spalle, chi è “non conforming” dovrà dare spiegazioni anche a quella che dovrebbe essere la sua stessa comunità.

Delle difficoltà che ha  una persona trans canonica vi parleranno tanti blog, tanti attivisti, ma nessuno parla dei diversi tra i diversi:
– di chi è trans, ma omosessuale o bisessuale
– di chi è trans ma fa un percorso diverso da quello degli altri
– di chi ha un’identità di genere non binaria
– di tante altre persone trans che in qualche modo si discostano dallo stereotipo che le persone omosessuali (e a volte anche quelle transessuali) vorrebbero per tutti, per rassicurare i “normali“.

Illustriamo due tipologie di transfobia

Pregiudizi delle persone omosessuali VS le persone transessuali

E’ la transfobia delle persone cisgender omosessuali e , in rari casi, bisessuali.
Non ho precisato a caso che i casi di transfobia da parte di bisessuali sono rari, perchè la transfobia è molto più presente in persone di orientamento sessuale binario, che sono sempre più turbate o morbose verso le persone transessuali e transgender, rispetto a chi, essendo bisessuali, non ha limiti nell’essere attratto/a da corpi ed anime polarizzati in modo diverso.
La persona omosessuale spesso si sente minacciata dalla persona trans per cio’ che la persona T muove nella persona omosessuale stessa.

Potrebbe trattarsi di femministe lesbiche, che pensano che gli ftm siano delle povere donne vittime del maschilismo, che, incapaci di emanciparsi come donne (lesbiche o etero non importa), travestono il proprio corpo per essere accettate come appartenenti al sesso dominante, o che pensano che le mtf siano uomini che non capiranno mai cosa significhi essere donna davvero.

Potrebbe trattarsi invece di uomini omosessuali, che non considerano gli ftm come veri uomini, se non operati, o in alcuni casi neanche in quel caso, che fanno battutacce sul ciclo mestruale in loro presenza, oppure che continuano a considerare “maschietti” le mtf, che hanno conosciuto magari prima della transizione e della loro consapevolezza come donne.

Abbiamo anche omosessuali (uomini e donne) che, con la scusa che le battaglie sono diverse anche se non completamente, vorrebbero proprio l’espulsione della T dall’acronimo (è curioso appurare che sono le stesse che vogliono anche l’espulsione della B…a prova che il problema è il binarismo oltre che la transfobia).
Vedi Link

Abbiamo poi omosessuali (uomini e donne) che condividono foto di omosessuali e lesbiche pestate, ma non di trans,
o magari che immaginano le persone T solo nel mondo del sex working, e che infondo pensano che se una persona T non lavora o viene picchiata, alla fine è colpa sua,
persone che quando dialogano con attivisti T per progetti comuni, sono adorabili se tutto va bene, ma se c’è una divergenza, si ricordano che l’interlocutore è T, e partono assurde e non casuali frecciatine, ad esempio sul fatto che la persona T sarebbe fuori di testa perché prende ormoni, oppure si inizia magicamente a sbagliare il suo genere.

Esempi di frasi transfobiche e/o morbose di persone omosessuali (uomini e donne) verso persone T:
– ma perchè ti arrabbi tanto? mica è grave sbagliare genere! mi è scappato! Quanta permalosità!
– la vera battaglia importante è quella per i matrimoni gay, non perdiamo tempo in cose inutili!
– ma davvero sei laureata? non pensavo che ci fossero trans laureate!
– non capisco perchè ti arrabbi tanto! ti ho solo chiesto se sei operata!
– non capisco perché ti arrabbi tanto! ti ho solo chiesto come ti chiamavi prima!
– ma perchè si arrabbia tanto per queste domande così innocue? avrà molti traumi, mi fa un po’ pena…

Transessuali canonici versus transgender non canonici


La persona transessuale è spesso scettica verso chi si trova in una situazione simile alla sua, ma non uguale.

Esempi di domande che una persona T conforme si pone sulle persone T non conformi:

pregiudizi verso i T non medicalizzati
Perchè mai una persona T dovrebbe non volere prendere gli ormoni?
Ma perchè se non prende ormoni dice di essere una trans? è un travestito!
Secondo me non fa la transizione perchè infondo è confusa! Oppure vuole i vantaggi di tutti e due i sessi!
Quelli sono agli inizi, mica come noi che siamo diventate donne!
Ma che ti definisci a fare uomo, se hai ancora il ciclo?

pregiudizi verso chi non “passa”
Tanto non passa, perchè ha cambiato i documenti? non lo vede che, diversamente da me, è un armadio con la gonna?
Noi dobbiamo avere i documenti, mica voi, tanto non passate!
Perchè potrebbe mai essere disinteressata, o poco interessata, al passing?
Tesoro, si vede a cento chilometri che sei donna, sembri una lesbica, non ce l’hai lo specchio a casa?

pregiudizi verso gli ftm gay e le translesbiche
Ma la ragazza di quella Mtf sarà veramente lesbica? infondo lei ha ancora il pene!
Ma se si sente uomo, perchè va ancora con gli uomini?
Ma a quella trans piacciono le donne? vuoi vedere che sotto sotto il maschio è rimasto?

pregiudizi verso i trans non binari
Ma perchè porta i capelli corti, che cavolo l’ha fatta a fare la transizione Mtf?
Quell’ftm usa la vagina…mah!

pregiudizi verso chi sta ancora col partner di quando viveva da cisgender
Ma come fa a stare ancora con la moglie?

pregiudizi verso le persone trans genitori
Ma se si sentiva uomo, come ha fatto a sopportare il parto?
Ma se si sente uomo, perchè vuole dei figli?
Ma hai visto che si fa chiamare mamma dal figlio? non è veramente ftm!

pregiudizi verso chi non è ateo, anarchico, e di sinistra
Mi chiedo come faccia a definirsi cristiano, se Dio esistesse non ci avrebbe fatto nascere nel corpo sbagliato!
Non capisco, noi trans dobbiamo essere di sinistra, è ovvio!
Ma perchè cerca un lavoro in banca! I trans devono vivere fuori dalla società! Essere trans è FAVOLOSO!

pregiudizi verso persone con identità di genere fluida o non binaria
Come fa una persona a dirsi di entrambi i generi o di nessuno?
Genderfluid? è solo una lesbica/un gay che vuole attirare l’attenzione!
Questi bigender sono solo esibizionisti, usano i trans, ma noi siamo trans veramente!

pregiudizi verso chi non ha completato la transizione canonica
Se non ti operi sei ancora un uomo!
Hai fatto l’orchiectomia? allora non sei donna, sei un cantante castrato del settecento!

pregiudizi verso chi non è dichiarato in tutti gli ambiti
Se avesse davvero la disforia, non lavorerebbe come uomo! Te lo dico io, quella non è una vera Mtf!

pregiudizi verso i crossdresser
Che c’entriamo noi coi travestiti? Per loro è solo perversione!

Si potrebbero aggiungere mille frasi a queste, e dire che queste frasi non sono come una pallottola che ti arriva nel petto, ma che fanno comunque male al cuore, che ti fanno sentire ancora più solo/a, privo/a di una comunità di riferimento che ti supporti e ti sostenga in un mondo che già è ostile.

Pubblicherò questo articolo così, ma chiederò ai miei lettori di segnalarmi delle frasi, quindi questo articolo cambierà, e ne saremo tutti autori, perchè la lotta alla transfobia (anche delle persone GLBT) non è mia, ma è di tutti noi.

Revisione annuncio: ecco le frasi morbose e transfobiche che ha ricevuto Diego da Milano

“Ma quindi ora cos’hai tra le gambe?”
“E le tette che fine fanno?”
“Come ti chiamavi prima?”
“Ma con le donne come fai?”

Riti di passaggio della società etero, emancipazione, adultità

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Recentemente mi sono reso conto di quanto la comunità LGBT differisca, almeno nella realtà metropolitana, dal lifestyle eterosessuale, partendo dal discorso macchina-patente.

Ad esempio mi confronto con altri presidenti, di associazioni di diversa natura, e loro hanno meno problemi nel dover scegliere una sede accessibile dai mezzi pubblici, perchè, banalmente, gli etero adulti hanno l’automobile.
E’ una semplice questione pratica. Un single, o una coppia, può muoversi coi mezzi, o magari sulle due ruote, ma una famiglia no. Passeggini, seggiolini, automobili diventano necessari quando si hanno dei bambini, e , in una progettualità etero, il ragazzo eterosessuale ha già da diciottenne la sua bella patente, che invece non è così diffusa, statisticamente, presso gli attivisti LGBT.

Un’altra riflessione potrei farla sul fatto che ad aiutarmi per il trasloco (ovviamente serve un’automobile) non sono gli attivisti LGBT che mi conoscono da decenni, ma gli eterosessuali (che mi conoscono molto meno, tramite passioni comuni), gli LGBT “velati” (si pensi a tutto il mondo del crossdressing), o gli LGBT che si sono scoperti tardi (quindi sono incappati nei “riti di passaggio”, cresima, matrimonio, figli).

Cosa c’entrano i riti di passaggio con l’avere una casa, una macchina, una patente?
C’entrano perchè un rito sociale di passaggio determina un cambiamento forte, anche nell’estetica.
Una moglie non è più una signorina, una madre non è più una ragazza, un marito non è più un ragazzo, e un padre men che meno. Così una persona sposata o con figli “deve dimostrare” qualcosa alla società, deve rispettare delle aspettative sociali, che partono dall’estetica (vestirsi in un altro modo), e finiscono col raggiungere degli step, per prendersi adeguatamente cura del partner o dei figli. Quindi una casa confortevole, un lavoro rispettabile, un’automobile.
E’ come alcune persone LGBT, libere da queste aspettative sociali (di genere e non), da un lato si emancipassero, ma dall’altro, prive di queste aspettative sociali che pretendono da loro adultità, rimanessero sempre nello status (dal vestiario al mezzi di trasporto che usa, dal lavoro al tipo di abitazione condivisa con coinquilini) di studente in erasmus.

Credo che tutto ciò (che ovviamente è limitato alle statistiche relative alla mia esperienza, non sono un antropologo, nè scrivo con metodo scientifico), non sia dovuto tanto all’essere, di fatto, LGBT, ma all’identità LGBT (politica), che porta gli LGBT attivisti a rifiutare, o magari rimanere tagliati fuori, dagli stilemi eterosessuali e i loro step stereotipati. Oltre a rifiutare gli stereotipi relativi all’eteronormatività, vengono rifiutate in pratica tutte le regole “non scritte” dettate dalla società, compresi i lavori tradizionali e le loro regole, la famiglia e le sue convenzioni, le limitazioni del matrimonio, la scala di valori convenzionalmente accettata.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che una persona LGBT deve combattere l’omofobia interiorizzata e quella della società, che spesso non ha il supporto della famiglia d’origine, e che non ha particolari aspettative sul suo futuro, non ha una precisa idea della sua vita da adulta o da anziana, ad esempio, né ha particolari aspettative sulla sua vita di coppia ed eventuali figli, non essendo supportata da leggi che la parifichino agli “straight”.

Mi è però capitato di vedere delle persone LGBT non legate all’attivismo, all’antibinarismo, alla rivendicazione politica, e al “sinistrismo”, che hanno inseguito comunque questi “riti di passaggio”, nonostante le leggi ostili. Hanno impiegato energie nella carriera, nella casa propria e del proprio compagno, e alcuni di questi in progetti di genitorialità.

Ovviamente non erano “ideologizzati” in visioni anarcoqueer, che aggiungono al rifiuto del binarismo il rifiuto delle “regole del gioco sociali, ma oltre a questo non hanno impiegato nel tempo nell’attivismo e nella rivendicazione dei diritti, tempo che hanno impiegato a coltivare sè stessi, la propria vita.

A quel punto non so quale persona transgender sia politicamente più efficace. Se quella che ha dedicato la vita a fare attivismo o se quella che ha dedicato la sua vita a coltivare sè stessa, ad integrarsi nella società, ad avere un bel lavoro e una relazione stabile, diventando un esempio per le altre persone transgender e anche per coloro che, essendo cisgender, avendo conosciuto quella persona avranno un’idea ottima delle potenzialità di una persona T, al netto delle avversità.

Ad ogni modo sono un po’ perplesso dal ricevere aiuto da amici eterosessuali, con cui non condivido le mie battaglie antibinarie (alcuni di loro le considerano futili), oppure persone crossdresser o gay velate che ho magari disprezzato per la loro comoda vita on/off, ma che a causa di questo on/off sono riuscite ad affermarsi, ed avere una stabilità tale da poter aiutare (coi fatti, e non con la politica) una persona come me in un momento di difficoltà logistica.

In poche parole, il mondo “picaresco” dei militanti, che molto investe sulla causa ma poco sullo sviluppo personale delle singole persone, non è una forte rete di mutuoaiuto, e reti come CL ed OpusDei (di cui possiamo contestare le ideologie sessiste e transfobiche) funzionano molto meglio.

Qualcuno potrà pensare che sono discriminatorio, perché nella mia scala dei valori l’essere integrati, la carriera, la famiglia, la coppia, hanno una posizione alta. Non parlo di lusso e di vanagloria, ma di stabilità e benessere.
Per me l’indipendenza, l’autonomia, sono condizioni da ricercare, per cui l’attivismo dovrebbe passare in secondo piano, finché non si è ottenuta l’emancipazione personale.
Non dimentichiamo che però a scrivere questo articolo è un LGBT borghese, e non “anarcoqueer“, quindi molti di voi potrebbero non condividere questa critica.

Il velatismo nel mondo T e il fenomeno dei CyberTrans

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Velati” è una parola nata in ambito omosessuale maschile per descrivere coloro che, omosessuali, volevano socialmente apparire come eterosessuali.
Oggi “velato/a” si usa anche nel mondo dell’omosessualità femminile, della bisessualità (spesso rivolta a quei bisessuali che vogliono apparire etero nei loro giri etero e gay nei loro giri gay), di varie forme di transgenderismo “part time“, ma anche per chi nasconde una condizione personale, come il crossdressing, il praticare bdsm e altro.

Qualcuno sostiene chevelato” sia un termine dispregiativo.
Qualcun altro sostiene che non si dia attenzione alla sofferenza dei velati.
Questo blog ha dato più volte spazio al tema del velatismo e dei problemi (diversi di chi è visibile) che questa scelta (di visibilità, o meglio, di NON visibilità) comporta.

C’è il represso (che non sa di essere LGBT o non lo accetta davvero), e c’è il velato (quello che sa benissimo di essere LGBT ed escogita dei modi di vivere sè stesso di nascosto).
Questo riguarda sia l’orientamento sessuale, che l’identità di genere.

Grazie ai progressi informatici, molti velati/e possono vivere sè stessi anche informaticamente grazie ad account con foto e cognome falso. Amo chiamare questi personaggi col nome di CyberTrans
Spesso le persone velate sono portatrici di omotransfobia interiorizzata.

Non è raro vedere una persona che vive il velatismo essere estremamente diffidente (e spesso denigratoria) verso gli attivisti, visti come deidogmatici” detentori di una “verità (ad esempio il rispetto delle minoranze) in un mondo che loro considerano “relativo“, esibizionisti e prime donne, li considerano petulanti, e giudicano come “insistenza” il loro essere intransigenti sul rispetto, anche grammaticale, delle persone transgender e in generale LGBT.

A volte se ne escono con frasi del tipo “e basta con sto politically correct! il negro lo abbiamo sempre chiamato negro!“.
Il velato prende spesso, anche informaticamente, le distanze dalla persona LGBT visibile. Ha paura che averlo come amico possa convincere gli altri che anche lui sia LGBT, quindi aggiunge l’attivista solo con l’account farlocco, e lo “usa” solo per parlare di argomenti LGBT e chiarire i suoi personali dubbi identitari.

Non è interessato alla vita delle persone LGBT che aggiunge su fb, ai loro hobby, ai loro contenuti, e interviene solo quando postano qualcosa di LGBT.
Non vuole realmente essere amico di altre persone LGBT, ma le usa per risolvere il suo “problema” (e l’uso della parola problema che fa la dice lunga sulla sua non consapevolezza), eliminandole (o eliminando l’account farlocco) quando avrà scelto di tornare alla sua vita “normale” (cisgender eterosessuale).

Spesso, non avendo una coscienza politica, con nonchalance dice alla persona GLBT visibile che ha un altro account “serio” in cui non lo includerà, non capendo quanto ovviamente l’attivista provi disprezzo e quasi compassione per il “candore” con cui il velato sputa contenuti di omotransfobia repressa come questo.

Magari l’attivista in questione ha, tra gli amici facebook, quintali di etero, professori universitari, politici, assolutamente fieri o comunque sereni di averlo come amico, cosa abbastanza normale visto che probabilmente usa il suo account come essere umano a trecentosessanta gradi,  ma una fobia di essere beccato con le mani nella marmellata spinge il velato a non voler assolutamente essere, col suo account “vero”, davanti a parenti, amici e colleghi, collegato a persone LGBT, ma soprattutto ricevere inviti Fb ad eventi LGBT.

Una volta dissi ad un velato che un sacco di eterosessuali vengono al Milk e sono fieri di essere tesserati, di comparire nelle foto, di lasciare la mail per la newsletter, quindi non si capisce cosa ci sarebbe di male se lui venisse al Milk, e perché dovrebbero pensare che lui sia gay.
La risposta fu brillante “anche molti atei vanno in chiesa, ma la gente penserà che sono credenti, perché non importa cosa sono, ma dove sono”.

Spesso il velato in questione fa fatica a definire sè stesso come persona LGBT.
Penso a tante persone appartenenti alla realtà crossdresser, che ostentano parole come “disturbo” e “diagnosi” (ormai fuori dal DSM V) per parlare di persone transgender, e prenderne le distanze in modo netto.
Si sentono più “forti” dei transgender perché non “hanno la disforia”, senza capire che è proprio la loro scelta on/off che li salvaguarda dalla “disforia”, perchè permette loro di tenere il “controllo” della loro visibilità e non lasciare agli altri il potere di disapprovarli.