Ipocrisia

Vignetta tratta dal numero del Simposio, sull’ipocrisia, il sessismo, il razzismo, l’omotransfobia di ALCUNE persone crossdresser
http://www.ilsimposio.tk/muscoli.html

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Intervista a Stefano Ferri: un marito e padre in tacco e gonna

Ho conosciuto Stefano Ferri prima su facebook (era rimasto colpito dalla mia citazione di benvenuto nel profilo: “nasciamo nudi, tutto il resto è travestitismo”), e poi di persona ad uno degli incontri Milk, in cui ha partecipato in quanto amico di una nostra socia e relatrice, Martina Manfrin.

Il blog, come sapete, si occupa di tutto l’universo “gender non conforming”, ovvero di tutte le persone che in qualche modo scardinano il binarismo sociale per cui chi nasce maschio può vestirsi, comportarsi, presentarsi solo come uomo e chi nasce femmina invece solo come donna .

Stefano Ferri, nel suo ribadire che, nonostante i vestiti femminili, rimane Stefano, padre, marito e manager, scardina completamente i dettami sociali, e rappresenta un “fastidio” non solo per gli etero bigotti, ma anche per le persone LGBT binarie e bigotte.

Stefano si definisce crossdresser, ma, diversamente da chi in genere pratica crossdressing, Stefania lo accompagna costantemente, dal 2002, nella sua vita di imprenditore, marito e padre.

In quest’intervista cerco disperatamente di etichettare quest’anima libera, di provocarla con domande sul binarismo dei generi, e in qualche modo, di fare amicizia.

A prescindere dai nomi propri, dalle definizioni, dai vestiti, Stefano è una bella persona, con una vita piena d’amore, circondata da persone che la amano e la accolgono nella sua preziosissima duplice natura, in cui maschile e femminile hanno trovato un equilibrio e un compromesso proprio quando Stefano ha deciso di non rinnegare nessuna delle due parti di se.

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Una tua video-intervista inizia con “Quando sono davanti allo specchio vedo una donna”. E’ una percezione estetica o va anche nel profondo?

Penso che sia un po’ tutt’e due. In fondo nessuno di noi allo specchio vede “la verità”, bensì l’immagine che ha di se stesso. Il mio è un caso limite ma non fa eccezione. E non è solo un fatto di estetica. In nessun modo potrei vedere nella mia immagine una donna se non con l’apporto di tutta la mia interiorità duplice.

Non usi parrucche, protesi, ed è una cosa che apprezzo molto. Credo che ogni sovrastruttura ci faccia sentire “travestiti” da qualcun altro, in un drammatico on/off, mentre un petto piatto, o un capello corto, possono essere femminili, se tali li vediamo e tali li rendiamo con la nostra espressione di genere. Sei d’accordo?

Sacrosanto!

Ti ho sentito usare come nome personale sia Stefano che Stefania, li usi indifferentemente? C’è un significato particolare che attribuisci all’un nome o all’altro?

No, io uso solo Stefano per nominare me. Io sono Stefano. Di Stefania vedete solo i vestiti, il resto è tutto e soltanto dentro di me, compresa la sua voce e le sue parole (per sentire le quali ovviamente mi occorre l’autoanalisi).

La tua è una tematica di identità di genere, di espressione di genere… o la descriveresti in altro modo?

Ho passato gran parte della mia vita finora a capire cosa mi succedesse dentro. Cosa “avessi” dentro. In realtà per quelli come me più che di identità di genere è meglio parlare di “natura duplice”, perché veramente io mi dibatto fra due parti di me: una è Stefano, l’uomo, e l’altra è Stefania, la donna, che sta dentro di me esattamente come in ogni uomo sta dentro una parte femminile ma, a differenza da quello che accade alla dilagante maggioranza degli uomini, vive una vita scissa dall’altra metà, condizionandone a suo modo l’esistenza (cioè prendendo a prestito il corpo di Stefano per vestirsi e ottenere così una sua riconoscibilità e visibilità – altrimenti sarebbe una donna invisibile e questo ovviamente Stefania non lo accetta: a nessuno piace essere invisibile).

Quando descrivi Stefano e Stefania, ne parli come due persone distinte, e per distinguerle spesso usi alcuni stereotipi. Anche alle donne puo’ piacere il calcio, le macchine, i gialli. E forse, in un mondo non binario, gli uomini si metterebbero lo smalto (come fanno certi metallari super etero).

Vero anche questo. Parlo così per semplificare. La mia realtà interiore è già abbastanza contorta di suo, dunque per spiegarla preferisco “volare basso” dove posso.

Esistono tante definizione di autodeterminazione che scelgono le persone “gender not conforming” (transgender non medicalizzati, genderfluid, genderqueer…) Come mai la scelta della definizione “crossdresser“?

Perché è la parola che più facilmente spiega chi sono, senza costringermi a scendere ogni volta nei dettagli di cui sopra, che magari alla maggioranza delle persone risulterebbero stucchevoli o di difficile comprensione. Dicendo “crossdresser” dico sic et simpliciter quello che gli altri vedono: un uomo vestito da donna. Poi, se vogliono approfondire, sono ben felice di farlo.

Proponi l’aggiunta della C all’acronimo LGBT, ma in realtà la T comprende tutto ciò che è “gender not conforming“, ovvero non conforme, per identità o anche solo espressione di genere, alle norme sociali. La C non potrebbe quindi essere compresa nella T?

In generale hai ragione. Però esistono vari tipi di crossdressing. Ci sono crossdresser per libera scelta (spesso per protestare contro le convenzioni sociali), per ragioni professionali (gli attori en travesti), per iniziare un cammino di cambiamento di sesso. E poi ci sono quelli come me. Non ho mai riflettuto sul mio appartenere al gender not conforming, e magari ci appartengo, ma così, d’acchito, mi sembra che esso confligga con la mia duplice natura, che accoglie due nature in se stesse assolutamente conforming, cioè un uomo etero e una donna etero. Ecco perché propongo la C.

Secondo te, perché molte crossdresser, soprattutto attratte da donne, e in vite eterosessuali, snobbano gli LGBT?

Per paura, sicuramente. Questi crossdresser sono magari funzionari di banche o assicurazioni, o hanno ruoli pubblici ecc, per cui stanno molto attenti a non scoprirsi. Non li invidio: le autocensure sono l’anticamera dell’infelicità vera.

A Stefano piacciono le donne. Non è strano. Le persone non conformi di genere, aldilà di quello che si pensi, possono essere attratte da uomini, da donne, da entrambi. Nel tuo caso preferisci dirti uomo etero, donna lesbica, nessuno delle due, o entrambe le cose?

Sono uomo etero. E Stefania è donna etero. Innamorata persa di me.

E se invece Stefano e Stefania fossero innamorat* entrambi della tua splendida moglie?

Stefano lo è di sicuro. 🙂 Di Stefania non sono sicuro. Sono certo, però, che con lei ha alzato il suo controllo su di me, lasciandomi libero di andarci – cosa che ha fatto non più di due volte in tutta la mia vita. Può essere che lo abbia fatto per amore di me, più che per amore di lei. Se mi ama – e mi ama – come poteva lasciarmi all’esclusiva mercé di una donna invisibile?

Come noi persone T elaboriamo il nostro genere, chi ci accompagna (i e le partner) elaborano la loro affettività e il loro desiderio. Sei d’accordo? è il caso di tua moglie?

Di mia moglie penso in realtà una cosa un po’ diversa. Lei mi ha conosciuto che ancora mi vestivo da uomo, ma avevo già abbandonato gli abiti classici in favore di capi parecchio effeminati. Maschili ma effeminati (come era di moda alla fine degli anni Novanta). E le piacqui moltissimo così. Per cui, al di là dell’enorme sofferenza che il successivo irrompere di Stefania ha portato nelle nostre vite di marito e moglie, sono dell’idea che lei avesse “visto” inconsciamente Stefania e, sempre inconsciamente, le fosse piaciuta anche lei. Cioè le fosse piaciuta la mia natura duplice all’epoca ancora in nuce. Solo così mi spiego perché, sia pure nel dramma, non solo non mi ha mai lasciato ma pure ha voluto fare una figlia con me quando ormai ero crossdresser al 100%.

Ti definisci padre e non madre, ma conta cosi’ tanto? magari tu e tua moglie siete semplicemente genitori, e stefania ti rende un genitore dolce, piu dolce di un padre machista e stereotipato. Forse avere dei genitori cosi’ aperti renderà tua figlia una donna adulta in gamba e priva di pregiudizi, non credi? 

D’accordissimo. Il mondo sarebbe migliore se tanti padri e tante madri “risolvessero” appieno la loro natura sessuale e non “passassero” ai figli le loro repressioni. Il bullismo nasce da questo, secondo me.

Ultima domanda, che ti faccio più da musicista che da saggista su temi LGBT…C:
so che ami i beatles. Hai mai pensato, magari da ragazzo, di suonare o cantare in una band?

Sì, ho suonato per due anni il banjo in una band dixieland. Avevo 18-20 anni. Poi ho lasciato perdere e mi sono dedicato alla chitarra classica. Penso che Stefania desiderasse serenate d’amore solo per lei. 🙂

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Transfobia delle persone LGBT

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In occasione del Tdor di Milano del 2015 mi è stato chiesto di preparare un intervento sulla TransFobia, che sarà il terzo tra tre interventi: uno dell’avvocato Gianmarco Negri, sulla transfobia interiorizzata, e uno della dott.ssa Laura Caruso, sugli ordinari momenti di transfobia quotidiana, da parte di colleghi, vecchi amici, parenti…

Le vittime di transfobia sono spesso delle ragazze trans morte in modo efferato.
Ma quante persone invece si suicidano perchè sole o maltollerate da chi li circonda?
E quante, invece, per i sovracitati motivi, decidono di tornare indietro col percorso (che sia medicalizzato, o che sia solo una scoperta di sè)?

Sicuramente Laura e Gianmarco hanno parlato dell’odio che abbiamo verso di noi e proveniente dalla società, ma questo puo’ essere superato se c’è una comunità di riferimento forte e solida, che ci accompagna nella scoperta di noi stessi.
Ma quando le paure, l’intolleranza, il biasimo, arrivano anche dalla stessa comunità di riferimento?

Se una persona portatrice di un percorso canonico, alla fine puo’ sentirsi una “pari” in una comunità di riferimento, cosa succede invece a chi è diverso anche li? E’ già complesso essere compresi come trans nelle associazioni composte prevalentemente da uomini e donne omosessuali, ma pensate a chi, anche tra trans, è portatore di un percorso o di un’identità non canonica.
Se le persone LGBT canoniche, tra le mille difficoltà lavorative, familiari, relazionali, possono vantare la presenza di una forte comunità alle spalle, chi è “non conforming” dovrà dare spiegazioni anche a quella che dovrebbe essere la sua stessa comunità.

Delle difficoltà che ha  una persona trans canonica vi parleranno tanti blog, tanti attivisti, ma nessuno parla dei diversi tra i diversi:
– di chi è trans, ma omosessuale o bisessuale
– di chi è trans ma fa un percorso diverso da quello degli altri
– di chi ha un’identità di genere non binaria
– di tante altre persone trans che in qualche modo si discostano dallo stereotipo che le persone omosessuali (e a volte anche quelle transessuali) vorrebbero per tutti, per rassicurare i “normali“.

Illustriamo due tipologie di transfobia

Pregiudizi delle persone omosessuali VS le persone transessuali

E’ la transfobia delle persone cisgender omosessuali e , in rari casi, bisessuali.
Non ho precisato a caso che i casi di transfobia da parte di bisessuali sono rari, perchè la transfobia è molto più presente in persone di orientamento sessuale binario, che sono sempre più turbate o morbose verso le persone transessuali e transgender, rispetto a chi, essendo bisessuali, non ha limiti nell’essere attratto/a da corpi ed anime polarizzati in modo diverso.
La persona omosessuale spesso si sente minacciata dalla persona trans per cio’ che la persona T muove nella persona omosessuale stessa.

Potrebbe trattarsi di femministe lesbiche, che pensano che gli ftm siano delle povere donne vittime del maschilismo, che, incapaci di emanciparsi come donne (lesbiche o etero non importa), travestono il proprio corpo per essere accettate come appartenenti al sesso dominante, o che pensano che le mtf siano uomini che non capiranno mai cosa significhi essere donna davvero.

Potrebbe trattarsi invece di uomini omosessuali, che non considerano gli ftm come veri uomini, se non operati, o in alcuni casi neanche in quel caso, che fanno battutacce sul ciclo mestruale in loro presenza, oppure che continuano a considerare “maschietti” le mtf, che hanno conosciuto magari prima della transizione e della loro consapevolezza come donne.

Abbiamo anche omosessuali (uomini e donne) che, con la scusa che le battaglie sono diverse anche se non completamente, vorrebbero proprio l’espulsione della T dall’acronimo (è curioso appurare che sono le stesse che vogliono anche l’espulsione della B…a prova che il problema è il binarismo oltre che la transfobia).
Vedi Link

Abbiamo poi omosessuali (uomini e donne) che condividono foto di omosessuali e lesbiche pestate, ma non di trans,
o magari che immaginano le persone T solo nel mondo del sex working, e che infondo pensano che se una persona T non lavora o viene picchiata, alla fine è colpa sua,
persone che quando dialogano con attivisti T per progetti comuni, sono adorabili se tutto va bene, ma se c’è una divergenza, si ricordano che l’interlocutore è T, e partono assurde e non casuali frecciatine, ad esempio sul fatto che la persona T sarebbe fuori di testa perché prende ormoni, oppure si inizia magicamente a sbagliare il suo genere.

Esempi di frasi transfobiche e/o morbose di persone omosessuali (uomini e donne) verso persone T:
– ma perchè ti arrabbi tanto? mica è grave sbagliare genere! mi è scappato! Quanta permalosità!
– la vera battaglia importante è quella per i matrimoni gay, non perdiamo tempo in cose inutili!
– ma davvero sei laureata? non pensavo che ci fossero trans laureate!
– non capisco perchè ti arrabbi tanto! ti ho solo chiesto se sei operata!
– non capisco perché ti arrabbi tanto! ti ho solo chiesto come ti chiamavi prima!
– ma perchè si arrabbia tanto per queste domande così innocue? avrà molti traumi, mi fa un po’ pena…

Transessuali canonici versus transgender non canonici


La persona transessuale è spesso scettica verso chi si trova in una situazione simile alla sua, ma non uguale.

Esempi di domande che una persona T conforme si pone sulle persone T non conformi:

pregiudizi verso i T non medicalizzati
Perchè mai una persona T dovrebbe non volere prendere gli ormoni?
Ma perchè se non prende ormoni dice di essere una trans? è un travestito!
Secondo me non fa la transizione perchè infondo è confusa! Oppure vuole i vantaggi di tutti e due i sessi!
Quelli sono agli inizi, mica come noi che siamo diventate donne!
Ma che ti definisci a fare uomo, se hai ancora il ciclo?

pregiudizi verso chi non “passa”
Tanto non passa, perchè ha cambiato i documenti? non lo vede che, diversamente da me, è un armadio con la gonna?
Noi dobbiamo avere i documenti, mica voi, tanto non passate!
Perchè potrebbe mai essere disinteressata, o poco interessata, al passing?
Tesoro, si vede a cento chilometri che sei donna, sembri una lesbica, non ce l’hai lo specchio a casa?

pregiudizi verso gli ftm gay e le translesbiche
Ma la ragazza di quella Mtf sarà veramente lesbica? infondo lei ha ancora il pene!
Ma se si sente uomo, perchè va ancora con gli uomini?
Ma a quella trans piacciono le donne? vuoi vedere che sotto sotto il maschio è rimasto?

pregiudizi verso i trans non binari
Ma perchè porta i capelli corti, che cavolo l’ha fatta a fare la transizione Mtf?
Quell’ftm usa la vagina…mah!

pregiudizi verso chi sta ancora col partner di quando viveva da cisgender
Ma come fa a stare ancora con la moglie?

pregiudizi verso le persone trans genitori
Ma se si sentiva uomo, come ha fatto a sopportare il parto?
Ma se si sente uomo, perchè vuole dei figli?
Ma hai visto che si fa chiamare mamma dal figlio? non è veramente ftm!

pregiudizi verso chi non è ateo, anarchico, e di sinistra
Mi chiedo come faccia a definirsi cristiano, se Dio esistesse non ci avrebbe fatto nascere nel corpo sbagliato!
Non capisco, noi trans dobbiamo essere di sinistra, è ovvio!
Ma perchè cerca un lavoro in banca! I trans devono vivere fuori dalla società! Essere trans è FAVOLOSO!

pregiudizi verso persone con identità di genere fluida o non binaria
Come fa una persona a dirsi di entrambi i generi o di nessuno?
Genderfluid? è solo una lesbica/un gay che vuole attirare l’attenzione!
Questi bigender sono solo esibizionisti, usano i trans, ma noi siamo trans veramente!

pregiudizi verso chi non ha completato la transizione canonica
Se non ti operi sei ancora un uomo!
Hai fatto l’orchiectomia? allora non sei donna, sei un cantante castrato del settecento!

pregiudizi verso chi non è dichiarato in tutti gli ambiti
Se avesse davvero la disforia, non lavorerebbe come uomo! Te lo dico io, quella non è una vera Mtf!

pregiudizi verso i crossdresser
Che c’entriamo noi coi travestiti? Per loro è solo perversione!

Si potrebbero aggiungere mille frasi a queste, e dire che queste frasi non sono come una pallottola che ti arriva nel petto, ma che fanno comunque male al cuore, che ti fanno sentire ancora più solo/a, privo/a di una comunità di riferimento che ti supporti e ti sostenga in un mondo che già è ostile.

Pubblicherò questo articolo così, ma chiederò ai miei lettori di segnalarmi delle frasi, quindi questo articolo cambierà, e ne saremo tutti autori, perchè la lotta alla transfobia (anche delle persone GLBT) non è mia, ma è di tutti noi.

Revisione annuncio: ecco le frasi morbose e transfobiche che ha ricevuto Diego da Milano

“Ma quindi ora cos’hai tra le gambe?”
“E le tette che fine fanno?”
“Come ti chiamavi prima?”
“Ma con le donne come fai?”

Riti di passaggio della società etero, emancipazione, adultità

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Recentemente mi sono reso conto di quanto la comunità LGBT differisca, almeno nella realtà metropolitana, dal lifestyle eterosessuale, partendo dal discorso macchina-patente.

Ad esempio mi confronto con altri presidenti, di associazioni di diversa natura, e loro hanno meno problemi nel dover scegliere una sede accessibile dai mezzi pubblici, perchè, banalmente, gli etero adulti hanno l’automobile.
E’ una semplice questione pratica. Un single, o una coppia, può muoversi coi mezzi, o magari sulle due ruote, ma una famiglia no. Passeggini, seggiolini, automobili diventano necessari quando si hanno dei bambini, e , in una progettualità etero, il ragazzo eterosessuale ha già da diciottenne la sua bella patente, che invece non è così diffusa, statisticamente, presso gli attivisti LGBT.

Un’altra riflessione potrei farla sul fatto che ad aiutarmi per il trasloco (ovviamente serve un’automobile) non sono gli attivisti LGBT che mi conoscono da decenni, ma gli eterosessuali (che mi conoscono molto meno, tramite passioni comuni), gli LGBT “velati” (si pensi a tutto il mondo del crossdressing), o gli LGBT che si sono scoperti tardi (quindi sono incappati nei “riti di passaggio”, cresima, matrimonio, figli).

Cosa c’entrano i riti di passaggio con l’avere una casa, una macchina, una patente?
C’entrano perchè un rito sociale di passaggio determina un cambiamento forte, anche nell’estetica.
Una moglie non è più una signorina, una madre non è più una ragazza, un marito non è più un ragazzo, e un padre men che meno. Così una persona sposata o con figli “deve dimostrare” qualcosa alla società, deve rispettare delle aspettative sociali, che partono dall’estetica (vestirsi in un altro modo), e finiscono col raggiungere degli step, per prendersi adeguatamente cura del partner o dei figli. Quindi una casa confortevole, un lavoro rispettabile, un’automobile.
E’ come alcune persone LGBT, libere da queste aspettative sociali (di genere e non), da un lato si emancipassero, ma dall’altro, prive di queste aspettative sociali che pretendono da loro adultità, rimanessero sempre nello status (dal vestiario al mezzi di trasporto che usa, dal lavoro al tipo di abitazione condivisa con coinquilini) di studente in erasmus.

Credo che tutto ciò (che ovviamente è limitato alle statistiche relative alla mia esperienza, non sono un antropologo, nè scrivo con metodo scientifico), non sia dovuto tanto all’essere, di fatto, LGBT, ma all’identità LGBT (politica), che porta gli LGBT attivisti a rifiutare, o magari rimanere tagliati fuori, dagli stilemi eterosessuali e i loro step stereotipati. Oltre a rifiutare gli stereotipi relativi all’eteronormatività, vengono rifiutate in pratica tutte le regole “non scritte” dettate dalla società, compresi i lavori tradizionali e le loro regole, la famiglia e le sue convenzioni, le limitazioni del matrimonio, la scala di valori convenzionalmente accettata.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che una persona LGBT deve combattere l’omofobia interiorizzata e quella della società, che spesso non ha il supporto della famiglia d’origine, e che non ha particolari aspettative sul suo futuro, non ha una precisa idea della sua vita da adulta o da anziana, ad esempio, né ha particolari aspettative sulla sua vita di coppia ed eventuali figli, non essendo supportata da leggi che la parifichino agli “straight”.

Mi è però capitato di vedere delle persone LGBT non legate all’attivismo, all’antibinarismo, alla rivendicazione politica, e al “sinistrismo”, che hanno inseguito comunque questi “riti di passaggio”, nonostante le leggi ostili. Hanno impiegato energie nella carriera, nella casa propria e del proprio compagno, e alcuni di questi in progetti di genitorialità.

Ovviamente non erano “ideologizzati” in visioni anarcoqueer, che aggiungono al rifiuto del binarismo il rifiuto delle “regole del gioco sociali, ma oltre a questo non hanno impiegato nel tempo nell’attivismo e nella rivendicazione dei diritti, tempo che hanno impiegato a coltivare sè stessi, la propria vita.

A quel punto non so quale persona transgender sia politicamente più efficace. Se quella che ha dedicato la vita a fare attivismo o se quella che ha dedicato la sua vita a coltivare sè stessa, ad integrarsi nella società, ad avere un bel lavoro e una relazione stabile, diventando un esempio per le altre persone transgender e anche per coloro che, essendo cisgender, avendo conosciuto quella persona avranno un’idea ottima delle potenzialità di una persona T, al netto delle avversità.

Ad ogni modo sono un po’ perplesso dal ricevere aiuto da amici eterosessuali, con cui non condivido le mie battaglie antibinarie (alcuni di loro le considerano futili), oppure persone crossdresser o gay velate che ho magari disprezzato per la loro comoda vita on/off, ma che a causa di questo on/off sono riuscite ad affermarsi, ed avere una stabilità tale da poter aiutare (coi fatti, e non con la politica) una persona come me in un momento di difficoltà logistica.

In poche parole, il mondo “picaresco” dei militanti, che molto investe sulla causa ma poco sullo sviluppo personale delle singole persone, non è una forte rete di mutuoaiuto, e reti come CL ed OpusDei (di cui possiamo contestare le ideologie sessiste e transfobiche) funzionano molto meglio.

Qualcuno potrà pensare che sono discriminatorio, perché nella mia scala dei valori l’essere integrati, la carriera, la famiglia, la coppia, hanno una posizione alta. Non parlo di lusso e di vanagloria, ma di stabilità e benessere.
Per me l’indipendenza, l’autonomia, sono condizioni da ricercare, per cui l’attivismo dovrebbe passare in secondo piano, finché non si è ottenuta l’emancipazione personale.
Non dimentichiamo che però a scrivere questo articolo è un LGBT borghese, e non “anarcoqueer“, quindi molti di voi potrebbero non condividere questa critica.

Il velatismo nel mondo T e il fenomeno dei CyberTrans

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Velati” è una parola nata in ambito omosessuale maschile per descrivere coloro che, omosessuali, volevano socialmente apparire come eterosessuali.
Oggi “velato/a” si usa anche nel mondo dell’omosessualità femminile, della bisessualità (spesso rivolta a quei bisessuali che vogliono apparire etero nei loro giri etero e gay nei loro giri gay), di varie forme di transgenderismo “part time“, ma anche per chi nasconde una condizione personale, come il crossdressing, il praticare bdsm e altro.

Qualcuno sostiene chevelato” sia un termine dispregiativo.
Qualcun altro sostiene che non si dia attenzione alla sofferenza dei velati.
Questo blog ha dato più volte spazio al tema del velatismo e dei problemi (diversi di chi è visibile) che questa scelta (di visibilità, o meglio, di NON visibilità) comporta.

C’è il represso (che non sa di essere LGBT o non lo accetta davvero), e c’è il velato (quello che sa benissimo di essere LGBT ed escogita dei modi di vivere sè stesso di nascosto).
Questo riguarda sia l’orientamento sessuale, che l’identità di genere.

Grazie ai progressi informatici, molti velati/e possono vivere sè stessi anche informaticamente grazie ad account con foto e cognome falso. Amo chiamare questi personaggi col nome di CyberTrans
Spesso le persone velate sono portatrici di omotransfobia interiorizzata.

Non è raro vedere una persona che vive il velatismo essere estremamente diffidente (e spesso denigratoria) verso gli attivisti, visti come deidogmatici” detentori di una “verità (ad esempio il rispetto delle minoranze) in un mondo che loro considerano “relativo“, esibizionisti e prime donne, li considerano petulanti, e giudicano come “insistenza” il loro essere intransigenti sul rispetto, anche grammaticale, delle persone transgender e in generale LGBT.

A volte se ne escono con frasi del tipo “e basta con sto politically correct! il negro lo abbiamo sempre chiamato negro!“.
Il velato prende spesso, anche informaticamente, le distanze dalla persona LGBT visibile. Ha paura che averlo come amico possa convincere gli altri che anche lui sia LGBT, quindi aggiunge l’attivista solo con l’account farlocco, e lo “usa” solo per parlare di argomenti LGBT e chiarire i suoi personali dubbi identitari.

Non è interessato alla vita delle persone LGBT che aggiunge su fb, ai loro hobby, ai loro contenuti, e interviene solo quando postano qualcosa di LGBT.
Non vuole realmente essere amico di altre persone LGBT, ma le usa per risolvere il suo “problema” (e l’uso della parola problema che fa la dice lunga sulla sua non consapevolezza), eliminandole (o eliminando l’account farlocco) quando avrà scelto di tornare alla sua vita “normale” (cisgender eterosessuale).

Spesso, non avendo una coscienza politica, con nonchalance dice alla persona GLBT visibile che ha un altro account “serio” in cui non lo includerà, non capendo quanto ovviamente l’attivista provi disprezzo e quasi compassione per il “candore” con cui il velato sputa contenuti di omotransfobia repressa come questo.

Magari l’attivista in questione ha, tra gli amici facebook, quintali di etero, professori universitari, politici, assolutamente fieri o comunque sereni di averlo come amico, cosa abbastanza normale visto che probabilmente usa il suo account come essere umano a trecentosessanta gradi,  ma una fobia di essere beccato con le mani nella marmellata spinge il velato a non voler assolutamente essere, col suo account “vero”, davanti a parenti, amici e colleghi, collegato a persone LGBT, ma soprattutto ricevere inviti Fb ad eventi LGBT.

Una volta dissi ad un velato che un sacco di eterosessuali vengono al Milk e sono fieri di essere tesserati, di comparire nelle foto, di lasciare la mail per la newsletter, quindi non si capisce cosa ci sarebbe di male se lui venisse al Milk, e perché dovrebbero pensare che lui sia gay.
La risposta fu brillante “anche molti atei vanno in chiesa, ma la gente penserà che sono credenti, perché non importa cosa sono, ma dove sono”.

Spesso il velato in questione fa fatica a definire sè stesso come persona LGBT.
Penso a tante persone appartenenti alla realtà crossdresser, che ostentano parole come “disturbo” e “diagnosi” (ormai fuori dal DSM V) per parlare di persone transgender, e prenderne le distanze in modo netto.
Si sentono più “forti” dei transgender perché non “hanno la disforia”, senza capire che è proprio la loro scelta on/off che li salvaguarda dalla “disforia”, perchè permette loro di tenere il “controllo” della loro visibilità e non lasciare agli altri il potere di disapprovarli.

Gare di disforia

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Quando non avevo creato ancora le mie oasi antibinarie virtuali e non, anche io dovevo barcamenarmi tra due mondi apparentemente (e volutamente) ermetici e incomunicabili.

Il mondo delle travestite, fiere di non avere un PROBLEMA di disforia, un PROBLEMA di omosessualità (cito testualmente), di travestirsi per gioco, per sfida, ma giammai per un PROBLEMA,
e il mondo dei/delle transessuali, fieri di avere la disforia, di averne così tanta da aver fatto il percorso medicolegale, mentre gli altri, “finti transgender“, sono rimasti in bilico, senza mai essere risolti.

Cosi’ io ero sempre a metà in queste gare a chi piscia più o meno lontano, dove avere o non avere la disforia (vista sempre e solo in un modo, e in una gradualità sempre e solo lineare, quando invece chi ha più disforia col nome, chi col corpo, chi con altro…) era la discriminante per essere al vertice di una piramide di valore.

Io di contro mi sentivo offeso da entrambe le parti.
Mi faceva ribrezzo la travestita che si sentiva in qualche modo “fiera” della sua capacità di fare on/off, del suo “controllo” verso la sua vita al femminile, di non essere finita nella “baraonda” disforica della persona trans che soffre se il suo genere (che ha comunicato alle persone) non viene rispettato da chi sa (e continua a rivolgersi col genere legato al sesso di nascita) o dagli estranei (se non “passa“), dato che è chiaro che se fai coming out, e ti abitui al fatto che il tuo genere è una realtà sociale condivisa, poi quando non viene rispettato provi comunque una “disforia sociale“, che chiaramente la persona travestita invece non prova (non ha esperito il genere nella sua real life).

Mi faceva ribrezzo anche la persona transessuale (mtf ed ftm), che doveva “decidere” che tu fossi meno disforico, o non disforico, che tu “amassi” il tuo corpo, per giustificare a se stesso il tuo non fare la transizione medicalizzata.
Quindi decideva anche se era giusto o meno il rispetto per il tuo genere, se tu eri veramente “trans” come lui/lei, etc etc.

Gli esponenti di entrambe le “fazioni” mi sembravano alla ricerca di un controllo su se stessi (e quindi anche sugli altri, che potevano rappresentare, con le loro scelte, una minaccia) a causa della loro insicurezza e poca risoluzione di se stessi.

Alla luce di questo, anche se ormai sono uscito da tutti gli ambienti, virtuali e non, di persone binariamente travestite o trans, ogni volta che il mio sguardo visualizza un trans che prende le distanze dai trav, un trav che prende le distanze dai trav, provo rabbia ma anche pena per queste persone irrisolte che stanno cercando di allontanare da se stessi una realtà che magari non appartiene loro, ma di cui sentono irrazionalmente il bisogno di prendere le distanze per la loro incapacità e non volontà di comprendere ed accogliere.

la doppia vita delle persone t non medicalizzate

Riflessioni sparse sull’essere di genere non conforme ma al di fuori dei percorsi medicalizzati, e di tutte le strategie che mettiamo in atto (crossdressing, vivere la propria identità di genere “part time”, compromessi vari). 
Ho cercato di esplorare le differenze di strumenti e mezzi che mettono in atto persone xx e persone xy.

Conosciamo tutti il fenomeno del travestitismo.
Molte persone di biologia xy si “travestono“, e non sempre per ragioni di fetish.
A volte si tratta effettivamente di persone transgender, ma che hanno deciso di vivere l’identità femminile “part time, anteponendo la vita diurna al maschile, magari come uomo etero manager in giacca e cravatta e padre di famiglia, con una moglie eterosessuale all’oscuro delle sue sperimentazioni di genere, o nel miglior caso compiacente, nel caso peggiore mal tollerante.

E’ significativo che non si sia mai creato un fenomeno “crossdresser” in persone di biologia xx, come se il fatto che alcuni abiti maschili (nella loro rivisitazione femminile ammiccante) siano “concessi” alle donne, e quindi sia anche difficile un travestitismo “inequivocabile” al maschile (difficilmente una femmina vestita da uomo viene percepita come en travesti o crossdresser, a meno che non si tratti di spettacoli drag promossi come tali, ma sia tutto rigorosamente in chiave ironica).

Ad ogni modo anche in direzione ftm esistono persone costrette a viversi part time, ed esse sono costrette a una violenza “diurna che , per colpa del fenomeno “carta canta” (un documento dissonante rispetto all’identità di genere), e per colpa di una mentalità che tollera le persone T solo se hanno un buon “passing (e quindi un aspetto rassicurante, conforme al binarismo, che lascia pensare che sia “giusta” la strada che quella persona ha intrapreso, visto il risultato estetico), pervade quasi tutte le ore del giorno, del lavoro, a volte anche di situazioni familiari in cui “vedono ma fanno finta di non vedere”.

Quando è una persona di biologia xx a “viversi part time“, c’è meno “binarismo estetico” tra la versione “diurna” e quella “notturna”.
Mentre la crossdresser in direzione mtf compartimenta la sua vita (giacca e cravatta e testa rasata di giorno, tacco dodici e collant di notte), la persona “non in ormoni” in direzione ftm di solito ha un aspetto ambiguo (magari capelli corti, vestiti mai spiccatamente da donna) 24 h su 24, solo che nella vita privata si caratterizza con un’eleganza tipicamente maschile, mentre di giorno si tiene sul neutro, con vestiti sportivi, tagli di capelli unisex (davvero raro che usi una parrucca per la vita “da finta donna” al lavoro…), e quindi appare come una trasandata o una lesbica, prendendosi ingiustamente (ma anche impropriamente) il bullismo lesbofobico o binario verso le donne che se ne fregano di essere attraenti e compiacenti verso il desiderio dell’uomo etero.

Una cosa molto particolare delle persone xy che praticano crossdressing (quelle che lo praticano come strumento di espressione dell’identità di genere di una persona che di fatto è T, ma sceglie di viversi “part time”) è che spesso chiamano in terza persona il loro alter ego femminile.
Non è raro che una persona T mtf che ha deciso di viversi “part time tramite il crossdressing possa dire “oggi compro una gonna a Teresa” (ma scusa… Teresa non sei sempre tu?)

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Mi piacerebbe fare con voi un gioco letterario e, anche se non mi verrebbe mai spontaneo farlo, parlare di me in terza persona, come se una delle mie identità sociali ( il mè reale e il mè anagrafico) fosse un “avatar“.
Se proprio devo scegliere una delle due identità e parlarne in terza persona “come se non fosse me”, di gran lunga preferisco farlo con il “me burocratico“, che chiamerò col nome farlocco di “Carmela” (quindi faccio il contrario rispetto ai casi “crossdresser” sopra descritti: considero come avatar l’alter ego femminle burocratico, e come me stesso quello maschile identitario).

Burocraticamente Nathan non esiste, esiste solo “Carmela”.
Se io voglio lavorare, o sposarmi, o adottare, o comprare una casa, è “Carmela” che puà fare queste cose. C’è il suo nome all’anagrafe, anche se poi vedono me, e se pensano che io abbia un aspetto ambiguo “per chiamarmi Carmela“, a sto punto…cavoli loro. E’ il nome ad essere sbagliato, non devo nessuna coerenza con esso.

Quando provano a farmi capire (poliziotti, impiegati delle poste), che c’è qualcosa di sbagliato in me, li ignoro e li invito a fare il loro lavoro e non rompermi le palle, visto che non devo dare spiegazioni (non sono in nessun iter medicalizzato, quindi l’aspetto che ho è assolutamente lecito per avere quel nome, e se a loro sembra che mi stia male, cavoli loro!).

Io vorrei che Carmela sparisse per sempre, come entità burocratica, ma non è possibile.
Al massimo posso cambiarle nome, ma Carmela rimarrà sempre un’entità burocratizzata come F, dal codice fiscale a tutto il resto, che è abilitata a sposare maschi, ad adottare con maschi, etc etc.
Carmela “mi serve“. Devo sopportarla in tutti i contesti dove la burocrazia ha un suo peso. Me la devo portare in diversi luoghi e “la violento” imponendole un aspetto maschile, anche se so che sarà bullizzataper colpa mia“.
Ogni tanto Carmela mi dice : “potresti evitare di avere le basette e il dopobarba? I peli sulla pancia? le gambe pelose? Mi prendono in giro.” E io le dico di star zitta e lavorare per me. Lei deve firmare progetti di architettura, che non possono essere firmati se non con un nome che è riconosciuto dalla legge, soldi che mi permettono di fare attivismo, di vivere per tutte le ore restanti. “Deve solo stare zitta, lavorare, e farsi bullizzare”.

A volte mi sento in colpa.
Ogni tanto clienti e collaboratori la invitano a viaggi in giro per l’Italia in comitiva, aperitivi, e magari tutte queste persone vogliono beneCarmela, vogliono aiutarla  a valorizzarsi, riconoscendole un bel viso, che “coi capelli lunghi…“,
ma io le impedisco di andare, perdendo l’occasione di intessere rapporti con clienti prestigiosi, ma Carmela deve esistere il meno possibile, non deve avere amici, non deve avere vita sociale, perché più ce l’ha, più dovrebbe costruire una menzogna, parlando della sua eventuale relazione come se fosse una relazione etero, inventandosi un sacco di balle, e se esagerasse, io, Nathan, farei davvero fatica a capire qual è la realtà, e dovrei valutare quale sia tramite calcoli matematici, relativi a tempo e spazio, e se Carmela avesse più tempo di Nathan  (e non solo il lavoro e gli affari), io ad un certo punto farei fatica a capire qual è la realtà almeno a livello di percepito esterno, ed è per questo che devo contenere Carmela, ed usarla come se fosse solo uno strumento.

A volte mi sento anche un negriero machista a “sfruttare” una lei per fare i miei “porci comodi” di uomo.
Non le permetto di attrarre uomini eterosessuali. Nè di ammiccare, nè di piacere. Voglio che sia disprezzata dagli etero, anche un po’ sfottuta, ignorata.
In modo che io possa essere attraente per i miei partners gay e bisessuali.

Ma infondo quanto “Carmela” limita me?
Non posso mai osare troppo col maschile. Non che mi piacerebbe rasarmi a zero, ma avrei difficoltà a farlo, anche volessi, perché metterei troppo a disagio “Carmela” nel suo disperato tentativo di passare inosservata con collaboratori e clienti.
E cosi’ non posso frequentare locali o ambienti dove posso conoscere persone che devono capire cosa sono otticamente. Preferisco amici conosciuti informaticamente, o “dei giri” che padroneggio…per evitare che le spiegazioni debbano sempre precedermi, le tremila premesse, per dire che “non sono quello che sembro“, per cancellare l’immagine che, contro il mio volere, si sono fatti per inquadrarmi.

Una volta una attivista anziana mi disse “non ce la faccio a darti il maschile, eri donna quando ti ho conosciuto
Le risposi: “cara, ma tu mi hai gia’ conosciuto come attivista T“.
Quello che voleva dirmi è che il suo cervello mi ha elaborato come donna la prima volta che mi ha visto, non che io mi fossi presentato come tale. Per questo preferisco che la conoscenza virtuale preceda il primo impatto ingannevole.

Ogni tanto mi confronto che persone con identità poco comprensibili da fuori. Religioni, percorsi esoterici, percorsi politici, orientamenti sessuali, modalità sessuali (asessuali, bdsm, poliamorismo..) e loro dicono che infondo noi possiamo vivere cio’ che siamo realmente nelle “comfort zone” e che, infondo, dobbiamo aspettarci ostilità fuori.
Il problema è che una persona puo’ tranquillamente non dire di essere poliamorista, ermetista, buddhista, bdsm , non a tutti, e non dico che non sia una sofferenza mentire.

Ma una persona con una visibilità evidente (effeminato, mascolina, transgender), come fa? Anche volendo, sarebbe una menzogna troppo profonda, invivibile, perché il genere , a causa del binarismo, pervade tutto, e non si può nascondere, e quando lo si fa si prova una profonda violenza.

Persino alcune persone trans ormai “insospettabili” soffrono il dover nascondere il proprio percorso “perché è invisibile“, cosi’ come immagino soffra a dover mettere a tacere l’orientamento sessuale, religioso e politico, o un “lifestyle” una persona con una diversità invisibile.
A volte invece chi è costretto a dover spiegare la sua diversità ogni giorno vorrebbe scomparire, non dover ogni giorno essere una “donna credibile” in alcuni orari e un “uomo credibile” in altri.

La questione della “doppia vita” è un tabù da parte di persone gender non conforming che hanno usato lo strumento del crossdressing o altri strumenti di visibilità (e vivibilità) part time.
Nessuno vorrebbe avere una doppia vita, se potesse scegliere.
E’ una condizione dettata da un mondo pieno di aspettative trova più rassicurante che una persona ambigua compia degli on/off piuttosto che in includerla per quello che è.