La definizione non è un’etichetta: riflessione sulla “semantofobia” del popolo LGBTQ

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Mentre una parte del movimento, soprattutto gay/lesbico, rivendica con orgoglio l’essere omosessuale, spesso tutto il bacino che riguarda orientamenti intermedi e il grande mondo dell’identità/ruolo di genere si nasconde dietro ad un “basta etichette“, “non voglio definirmi“, “le etichette sono prigioni“.

Innanzitutto non amo che le definizioni vengano chiamate “etichette“.
Una definizione ha spesso una importante valenza sia personale, che sociale, che politica.
A volte ho riscontrato nei “nonvogliodefinirmi” non tanto un rifiuto di una definizione binaria e restrittiva, in contrapposizione alla proposta di un’auto-definizione, oppure al voler e saper argomentare la propria condizione, piuttosto ho riscontrato che, in loro, a un rifiuto di significante, corrispondeva spesso un rifiuto del “significato” della loro identità.
Si tratta ovviamente di statistiche non significative, perché riguardano le persone che ho incontrato nel mio attivismo di strada e virtuale.

Mentre le persone omosessuali spesso usano la propria identità di orientamento sessuale come orgoglio “politico”, spesso i più restii a definirsi sono coloro a cui corrisponderebbero definizioni “meno amate” (ancor meno di gay e lesbica), e che quindi fanno fatica a usarle su se stessi.
E cosi’ il bisessuale “semplifica” definendosi gay o etero, ben conscio del pregiudizio esistente sulla bisessualità.
Un transessuale/trans preferira’ termini soft perchè questi termini ricordano il sex working ai più…
E infine una persona non in transizione preferirà “non definirsi“, perché verrebbe sommersa da domande sul perché non transiziona se ha una disforia di genere etc etc etc.

Questa gente, non definendosi, rende la propria condizione invisibile….con tanti rischi connessi:
– chi è come lui/lei non trova riferimenti
– non si fa informazione sull’argomento
– non si portano avanti istanze politiche
– la gente sarà sempre stupita e diffidente su persone di questo tipo, perché nessuno si espone.

Tante persone, proprio per incapacità di autoanalisi, autocritica, introspezione, o semplicemente per disinformazione, si sono date per anni un’ “etichetta” sbagliata, e non avevano voglia e coraggio per cambiare vita.
Spesso neanche sapevano che esistessero altre definizioni per descriverli, e quando l’hanno saputo è stato, per loro, qualcosa di rivoluzionario.

– Ho conosciuto persone T in direzione FtoM che per anni sono state convinte di essere butch perché avevano conosciuto solo e soltanto ambienti lesbici femministi che castravano il loro spontaneo uso del maschile per parlare di se stessi…

– Ho conosciuto persone che si definivano “travestiti” e frequentavano forum di fetish perché non sapevano che una persona “portatrice di un tema di identità di genere“, anche se non interessata alla medicalizzazione, puo’ comunque definirsi transgender

– Ho conosciuto persone che hanno vissuto da uomini etero e da donne etero pur avendo una disforia di genere perché non immaginavano neanche che, visto che identità di genere e orientamento sessuale sono indipendenti, si potesse essere ftm gay o translesbiche.

– Ho conosciuto persone bisessuali che non si definivano o consideravano tali perché convinte, dal movimento gaylesbico, che “i bisessuali non esistono.

– Ho conosciuto uomini sicuri del fatto che il loro desiderio di essere penetrati dalle compagne li rendesse “gay” o “bisessuali” perché non sapevano che la penetratività non ha niente a che fare con l’orientamento sessuale.

Queste persone avevano un’idea sbagliata di se stesse per via della scarsa informazione, non solo sulle definizioni (significanti) ma anche sulle condizioni (significati), ed erano confuse, nervose e infelici. E  per quanto sembri non “politically correct“, possiamo dire che, si, le definizioni che avevano cercato di darsi in un momento di disinformazione, erano “errate“.

Vi faccio un esempio grossolano su quanto certi ambienti possano “veicolare” termini diversi per descrivere situazioni omologhe.
Nel grande marasma di persone “T”, che hanno un grado variabile di disforia di ruolo o di identità di genere, ho trovato molte persone che, non essendo in transizione medicalizzata,  avevano conosciuto dei termini alternativi a “transgender che li descrivessero.
Coloro che erano xx si definivano “genderbender, genderrebel, genderqueer…” e coloro che erano xy si definivano “crossdresser, travestito…”.
Eppure si trattava della medesima condizione. Persone con una tematica di identità di genere e non medicalizzate, ma a seconda degli ambienti frequentati avevano imparato termini diversi, talvolta vicini alle battaglie di ruolo (xx), talvolta vicino alle parafilie (xy), termine che uso in modo neutro, come parola composta proveniente dal greco.

Tra i servizi che cerco di dare col mio blog, ci sono anche le definizioni. Il queerzionario è stato il progetto più che altro del primo anno di vita del blog. Ora mi occupo di articoli più discorsivi. Anche le statistiche inerenti a chi clicca da google dimostrano che c’è gente che cerca queste parole per capire cosa significhino e se siano opportune a definirli, e che si tratta di persone spesso esterne alla comunità LGBT.

Non ho mai sentito le definizioni come prigioni, e non penso che esista una definizione per tutti o per tutto, o comunque spesso una definizione non ci accompagna per tutta la vita…ma ho sempre avuto il sospetto che le persone che insistono a non definirsi raramente siano degli idealisti anarchici…spesso sono persone insicure di cio’ che sono…e non del nome che ha cio’ che sono.

Per me la vera prigione è non comprendersi per via della scarsa informazione. Se i glossari e i blog informativi possono aiutare in questo, ben venga.

Io stesso per anni non capivo cosa ero o se esistessero altri come me perché non conoscevo il “nome” di cio’ che io ero, nè conoscevo altri come me, nè potevo raggiungerli non sapendo come si chiamasse cio’ che ero, neanche informaticamente.
Il primo “ftm” che vidi lo vidi al liceo, nel 99, quando Ada DeUsanio invitò “Antonio che prima era Antonella”, ma senza usare termini come transessuale o ftm.
L’indomani andai a scuola a chiedere a un mio professore, gay e illuminato, se fosse possibile!!! Lui mi rispose che lo riteneva improbabile, e ricaddi nella solitudine.

Un anno dopo vidi “tutto su mia madre“, vidi li quelle che ora chiamerei translesbiche.  La cosa mi sorprese molto, perchè avevo capito che orientamento sessuale e identità di genere erano indipendenti. Ma non sapevo che il fenomeno si chiamasse translesbismo.
Negli anni internet divenne molto più fine e completo, e potetti trovare persone simili a me, anche se a fatica…

Ancora adesso parlo con persone come me soprattutto tramite liste “supersegrete”, piene di persone che non si definiscono per quello che sono, e quindi il silenzio cade sulla mia condizione, e c’è isolamento e solitudine.
E in meno siamo, più saremo vittime di domande morbose e incomprensioni, ma più saremo vittime di ciò, in meno saranno ad esporsi (il solito circolo vizioso).

Spero, nel mio piccolo, con la mia visibilità, di poter aiutare qualcuno, anche se so di essere una goccia infinitesima in un grande mare.