Quanto dà fastidio ad alcuni gay che gli ftm siano desiderabili per altri gay?

Oliver

Un amico mi ha inoltrato un commento che pare sia stato rivolto, per vie traverse, in una lista a tema queer ma che di fatto è binaria, al mio precedente articolo.
L’articolo era la trasposizione per iscritto del mio intervento all’evento “pansessualità e bisessualità”, in cui si parlava degli orientamenti eteroaffettivi “non trans-escludenti, ovvero delle persone (lesbiche, uomini etero) attratte da donne che non escludono le trans mtf e delle persone (donne etero, uomini gay) attratte da uomini che non escludono i trans ftm.

A sentirsi urtati dal disquisire di questo non sono stati nè le donne etero, nè gli uomini etero, nè tantomeno le lesbiche (che si stanno mostrando molto aperte e interessate al mondo delle trans e del transfemminismo e translesbismo): la lamentela è ovviamente partita da un gay.

Mentre il mondo si evolve e ormai sempre di più gli attivisti omosessuali sono sensibili alle tematiche T, rimane uno zoccolo duro di giovani universitari devoti ai vecchi attivisti, in un rapporto di devozione tutto maschile cis, in cui si organizzano simposi culturali che strizzano l’occhio a quel mondo antico tanto rimpianto in cui l’omosessualità era lecita ma la misoginia dilagava ed era data per scontata.

tumblr_oi90sxQ7XE1vc4v9co1_500

Ecco il commento:

Questo articolo è un capolavoro. È l’incarnazione letterale dell’espressione: “discutere del sesso degli angeli”. I protagonisti, infatti, sono talmente angeli da lasciare i corpi in secondo piano, gli antagonisti sono diabolici gay discriminanti. Dal momento che non vogliono darlo a chi tra le gambe ha una vagina, ecco che stanno discriminando perché troppo legati al carnale (e la carne, si sa, è Regno di Satana).
Far notare che nel frattempo le prostitute transessuali vengono ammazzate, che in Italia non c’è la piccola soluzione, e che il matrimonio gay ce lo scordiamo ancora per dieci anni sarebbe veramente triviale, stupido e piccolo borghese. Di conseguenza, di fronte a tali raffinate questioni io mi ritiro a leggere Ockham e mi taccio.

Divertiamoci a fare l’analisi del testo, come fosse una poesia di Cecco Angiolieri

Questo articolo è un capolavoro (sarcasmo).
È l’incarnazione letterale dell’espressione: “discutere del sesso degli angeli” (ovviamente se si parla di trans si parla di sesso degli angeli e di cose inutili, inutili ad un gay che sente e pretende come unica tematica quella degli uomini biologici attratti dagli uomini biologici e trova superfluo il parlare di altro).
I protagonisti, infatti, sono talmente angeli da lasciare i corpi in secondo piano, (l’analfabeta funzionale deve essersi perso il passo in cui si diceva che un’attrazione per un corpo androgino non è affatto asessuata, e che percepirla come tale significa screditare, in modo “pacatamente” transfobo, chi è attratto dall’androginia, e anche la bellezza stessa delle persone androgine e gender non conforming, che secondo questi binari non possono essere oggetto di desiderio, non tanto per se stessi, cosa che sarebbe comprensibile, ma neanche per altri)
gli antagonisti sono diabolici gay discriminanti.(in realtà il lettore distratto non si è accorto che si parla anche di ftm gay, o di gay in coppia con ftm, ma ovviamente per lui nessuno di questi due casi è un “gay“. si tratta ovviamente in un caso di una donna etero, nell’altro di un uomo etero, quindi il cattivo gay è quello che schecca e scappa quando sente la parola “vagiàaaina”!!!)
Dal momento che non vogliono darlo a chi tra le gambe ha una vagina,
(il gay che scrive mette talmente tanto al centro il suo pene, che è davvero convinto che tutta letteratura pansessuale e dedicata agli orientamenti non binari sia tutta una macchinazione atta a convincere gli omosessuali attratti solo dal fallo, quindi una parte degli omosessuali, a “dare” l’uccello a chi ha la vagina, magari con una bella penetrazione vaginale, essendo loro non abbastanza dotati di immaginazione da comprendere i tanti modi in cui un uomo ftm può dare e provare piacere, e fermi all’idea che sesso sia “infilare una chiave in una toppa“)
ecco che stanno discriminando perché troppo legati al carnale (e la carne, si sa, è Regno di Satana).(deve essersi perso la parte in cui si diceva che l’attrazione che i partner delle persone T provano per le persone T è tutt’altro che platonica)
Far notare che nel frattempo le prostitute transessuali vengono ammazzate,(a parte l’uso della vetero-parola transessuale in luogo di transgender, ecco il momento del benaltrismo, scommetto che lui impiega il 90% del tempo del suo attivismo a salvare le trans dal femminicidio)
che in Italia non c’è la piccola soluzione, (a parte che l’attivismo T non usa da un decennio il concetto di “piccola soluzione“…se seguisse il blog o le attività dell’associazione che ha proposto l’evento relativo all’intervento contestato saprebbe che si è estremamente sensibile alla rettifica anagrafica delle persone non medicalizzate)
e che il matrimonio gay ce lo scordiamo ancora per dieci anni (quindi si deve parlare sempre dei gay cisgender e dei loro problemi?)
sarebbe veramente triviale, stupido e piccolo borghese. (come se l’autore del blog fosse un punkabbestia comunista che taccia tutti d’esser borghesi, e non uno che guadagna molto più di questo simpatico gay pontificatore)
Di conseguenza, di fronte a tali raffinate questioni (che non ha l’intelligenza di capire) io mi ritiro a leggere Ockham e mi taccio (appunto, se consideri superfluo questo articolo e la sua tematica, perché sei venuto a rompere le scatole?).

Probabilmente questi sono quelli che considerano di cattivo gusto l’etero medio e buzzurro che dice “ahò, come se fà a prendere er cacchio, a me fa specie”.
Non hanno torto a definire omofobo questo eterello, ma poi loro stessi scheccano schifando la vagina (questo però non viene visto come misogino o “eterofobo“, perché alle minoranze si perdona tutto….)
http://www.mirror.co.uk/news/world-news/its-like-partially-deflated-balloon-7210095

Concludendo….Tutto questo ha senso precisarlo se l’articolo fosse rivolto a criticare chi ha un orientamento binario e non a parlare di chi invece ha orientamenti non binari.

E anche se fosse, come mai si sentono così tanto toccati i gay? e non le lesbiche, i e le etero?
Quale tematica smuove in alcuni gay il fatto che un ftm gay possa essere oggetto di attrazione per un gay cisgender? Cosa lo disturba nel fatto che ciò succeda? Paura della competizione?

Forse dovrei evitare di rispondere agli imbecilli che vogliono rimanere anonimi, oppure agli anonimi che vogliono rimanere imbecilli…

Ladri di…etichette (al limite siete transgender…)

da: Ladri di Biciclette

In questi giorni ho osservato alcuni, giovani e meno giovani, ragazzi transgender del web,  essere violentemente presi di mira da persone trans medicalizzate, i quali li attaccavano semplicemente per il loro fare informazione sui percorsi non medicalizzati.

Non c’era arroganza, senso di superiorità, non c’è biasimo dei percorsi altrui. Questi ragazzi portavano della documentazione, a volte anche ripresa da questo blog, di persone transgender non medicalizzate che avevano trovato un equilibrio senza la medicalizzazione e che erano socializzate secondo genere d’elezione nella loro quotidianità.

Venivano anche usati avatar e copertine del diario, su facebook, che dichiaravano che esistono trangender non medicalizzati e che non è la medicalizzazione (eventuale) a rendere transgender, ma la propria identità di genere, che va rispettata.

La presenza di questi due giovani (e meno giovani) attivisti, non legati a ruoli istituzionali, e quindi liberi di esprimersi senza tener conto della permalosità e dell’analfabetismo funzionale altrui, ha causato un violento rigurgito di intolleranza.

Diverse persone trans medicalizzate hanno iniziato a giudicare la loro vita, partendo dal fatto che “si, possono dire di essere felici, ma poi quando entrano dal panettiere sono donne”, con una certa cattiveria e rivendicazione di superiorità per il loro miglior “passing“.
Delegittimano la richiesta di rispetto del proprio genere perchè “se non passi non devi aspettarti niente ed è inutile che fai vittismo”.

Oppure ho letto di forzature sul fatto che addirittura il ragazzo T non medicalizzato “amerebbe” il suo corpo e addirittura il ciclo mestruale (che onestamente non amano neanche le donne biologiche cisgender) e andrebbe in giro con minigonne (del resto anche loro, il giorno prima di iniziare gli ormoni, immagino andassero in giro con minigonne…).

Un altro pretesto per screditare le persone transgender non medicalizzate sarebbe quello che “sono velate, attivisti da testiera, non hanno nome e faccia, appena spengono il pc tornano a vivere come da sesso biologico“. Questo pregiudizio cancella non solo le tante persone transgender non medicalizzate che su internet usano i loro volti e i loro veri cognomi, ma anche che non prendere ormoni non significa essere velati e non vivere socialmente il proprio genere d’elezione, come fanno già tanti non medicalizzati, sia attivisti, sia non attivisti. Inoltre non si capisce perché dal non medicalizzato si aspettino il “sacrificio” obbligatorio dell’attivismo oppure “nome cognome e faccia” oppure di essere referenziati su google, quando loro stessi, referenziati dal prendere ormoni, possono permettersi cognomi finti, avatar fittizi, e di non avere l’onere di fare attivismo.
Altro pretesto è la reversibilità. La società “non deve dare credito ai non medicalizzati“, perché se lo facesse “poi questi potrebbero tornare indietro e screditare i veri trans!“, come se a chi si dichiara gay o lesbica si chiedesse un giuramento a vita per evitare che poi “si torni indietro“.
E poi, ovviamente, il fatto che sicuramente chi non prende ormoni lo fa “per paura o perché, diversamente da noi, non ha le palle, con statistiche inventate al momento (tipo: nel 99% dei casi), come se avessero lanciato un sondaggio con campione affidabile..
Inoltre viene confuso il “non voler prender ormoni” con l’essere “contro, come se si volesse spingere gli altri a non prenderli, oppure screditare il percorso di chi li prende. E’ come se un bisessuale che ne è fiero, in questo modo screditasse i gay, o un mulatto screditasse i neri.
Spesso appare anche la precisazione “comunque io nonostante loro sono soddisfatto del mio percorso e lo rifarei”. Non capisco il senso di questa precisazione: perché l’esistenza dei non medicalizzati dovrebbe insinuare dubbi in chi è nel percorso canonico?. L’esistenza dei bisessuali rischia di scatenare curiosità nei gay e negli etero?

Altro pretesto è che, secondo loro, le persone transgender non medicalizzate, si autonominerebbero “transessuali, quando, rileggendo tutto il materiale proposto dai due attivisti sopracitati, non ho mai visto apparire la parola “transessuale” e l’attivismo mondiale va verso la sua abolizione e verso l’uso della parola, che il movimento ha coniato e scelto, transgender, che include tutte le persone portatrici di una diversità di genere (gender not conforming).
A quel punto alcune dicevano, con disprezzo per la parola transgender, al massimo sono transgender” o “al limite sono transgender“, come fosse un contentino che loro davano a questi “nè carne nè pesce” o “finti trans”, ma un contentino che stavano danto quasi controvoglia, tanto che spesso veniva aggiunto “vorrei vedere voi se non foste incazzati se qualcuno vi rubasse le etichette. Poi vi era sempre la precisazione chetrans” sarebbe abbreviativo di transessuale e che quindi non puo’ essere usato dai non medicalizzati, e che addirittura ftm ed mtf indicherebbero direzioni percorse in senso medicalizzato, e che quindi anche queste non possono essere usate dai non medicalizzati.
Anche se gli intellettuali transgender hanno deprecato “mtf” ed “ftm anche nel caso di persone medicalizzate, perchè indicano percorsi binari in cui si “diventa” qualcosa, quando in realtà il sesso genetico neanche cambia, queste parole potrebbero essere di semplice comprensione e di facile utilizzo, per capire, senza dover spiegare in modo morboso, il sesso di nascita e il genere verso quale la persona sta andando. Ma anche queste parole dovrebbero essere rigidamente di chi sta facendo la transizione medicalizzata, e di chi rigidamente spolvera una vecchia parola, poco usata all’estero: transessuale, per mettere una distanza verso chi non sta seguendo un canone di transizione “standard che i cisgender (non transgender) hanno deciso con una loro legge, e che parte della comunità trans ha deciso essere il percorso “normale” per “meritare di essere transgender“.
Vi è di base un’ignoranza anche sui termini: chi è stato lontano dall’attivismo T e dalla letteratura T è convinto che transgender sia un termine che riguarda chi ha un’identità di genere a metà tra M ed F (genderqueer) e che invece transessuale è il termine (migliore e più nobile) per definire le persone nel percorso canonico. Se qualcuno dice il contrario, ovviamente è lui l’ignorante…

Nel frattempo le persone transgender non medicalizzate, per fuggire da accuse e da esclusioni, si sono rifugiate nelle definizioni della teoria queer: genderqueer, genderfluid, a volte anche senza esserlo (a volte si tratta di persone con identià di genere definita completamente come maschile o femminile), ma perché usandole continuano ad essere sì disprezzate dai trans canonici (che continuano a dire che queste persone dovrebbero sparire perchè creano confusione), ma almeno non sono più “ladri di etichette“.

Questa polemica, che ha visto coinvolti diversi non med (e persino io, che, visto come “il boss dei non medicalizzati” venivo visto come il mandante della disinformazione antibinaria e loro i miei poveri sicari soggiogati…), ha visto anche molta solidarietà da parte di donne transgender che non sono medicalizzate. Di alcune nessuno sapeva che non prendessero ormoni, o che non li prendessero più, ma l’attacco è sempre maggiormente rivolto agli uomini T, sui quali appare evidente la presenza di medicalizzazione ormonale. Queste donne T non medicalizzate, di cui non faccio nomi, ma che sicuramente sarebbero contente se li facessi (non si vergognano di non prendere ormoni), sono lasciate in pace perché non vi è una grande differenza estetica tra loro e le medicalizzate, anzi addirittura a volte passano di più.

Allora qual è il problema? Disturba che alcune persone transgender non “pàssino” ? e quindi risultino “non accettabili” agli occhi della società binaria? In questo modo loro “lederebbero la reputazione” di chi ha un aspetto che potrebbe permettere di integrarsi meglio nella società binaria ed eteronormata?

Se il passing non esistesse, non fosse possibile con ormoni e chirurgia, tutte le persone gender not conforming sarebbero visibili come tali, e la popolazione umana dovrebbe abituarsi all’idea che esistono donne XY e uomini XX.

Non so come la presenza di persone che, pur non “passando”, chiedono il rispetto della loro identità di genere, possa “danneggiare” chi invece ha un aspetto che è sicuramente coerente con la propria immagine di se, ma è anche coerente con ciò che la società vuole da un uomo e da una donna.

So già che critiche arriveranno, a causa del  “vigente” analfabetismo funzionale. Le ferite interne dei lettori fragili faranno si che questo mio post sia interpretato come “Nathan fa disinformazione, dicendo che i trans medicalizzati transizionano solo per la società”. Io non ho mai detto questo, ma penso che le persone che hanno transizionato per se stesse e per raggiungere l’immagine di se, sono poi quelle che non odiano i non medicalizzati, non li vedono come una minaccia, non si sentono “lesi” dalla loro esistenza e non vedono messo in dubbio il proprio percorso.

Chi invece si sente leso dall’esistenza di quelli che “al massimo sono transgender“, dovrebbe interrogarsi del cosa tutto ciò solleva in se stesso/a.

Identità politiche nette VS vissuti “sfumati”

4cf6d95a9f5469d605681ff12735fcb4

Sono note a tutti le polemiche che hanno seguito la scelta milanese di passare da LGBT Pride a Human Pride.
Soprattutto i gay tradizionalisti hanno paura che ogni nuova identità, condizione, e vissuto che entra nel mondo delle istanze LGBT (a loro già LGBT sta scomodo, preferirebbero gay), dà fastidio e pensano che distolga dall’unica grande battaglia: i matrimoni gay.

Il problema è che se le istanze politiche devono usare parole semplici e “raccontare” solo le condizioni più facili da comprendere (omosessuale maschio, omosessuale femmina, transessuale che prende ormoni ma non vuole operarsi), la comunità LGBT contiene un’infinità di vissuti e quindi di istanze da esse scaturite.

Ad esempio è facile dire che “il bisessuale” non ha istanze, in quanto le sue coincidono completamente con quelle degli omosessuali, ma non è del tutto vero: la bifobia ha una sua autonomia come discriminazione, e ne sono affette anche delle persone omosessuali.

Le istanze di un transgender non medicalizzato sono molto diverse da quelle del trans medicalizzato sopracitato che vuole che sia tolta “solo” l’imposizione dell’intervento (ma non quella della tos, terapia ormonale sostitutiva).

Poi ci sono le persone genderqueer (che non si identificano completamente con M e F, o si definiscono di un terzo genere, di entrambi i generi, o di nessuno) e quelle genderfluid (che hanno fasi altalenanti di polarità di genere).
Queste persone sono spesso schifate dalla comunità LGBT, vengono viste come talloni d’Achille viventi, e chi le discrimina pensa che a causa della loro condizione, che sarebbe vista come ridicola ad eterolandia, i gay e le lesbiche (e i transessuali “tradizionali”) rischierebbero di avere meno diritti e di perdere credibilità.

tumblr_nl41dswWYA1stm4rto1_500

Quindi gli attivisti storici cercano di contrastare “l’ideologia” genderqueer e genderfluid, senza capire che non si tratta di ideologia, ma di semplici vissuti.
Cosa dovrebbe fare un genderfluid? tacere la sua condizione? vivere da transessuale per rassicurare gli altri, aderendo a una diversità più conosciuta ed accettabile?
Si può reprimere un’ideologia, ma un vissuto?
Inoltre a che titolo un omosessuale tradizionale “reprime” una persona con un vissuto statisticamente meno frequente?
Ma soprattutto, è verisimile il fatto che un genderfluid danneggi un omosessuale o al limite un transessuale?
Un omosessuale che mette a tacere un genderfluid definendo ideologia la sua condizione, è identico ad un reazionario o integralista religioso che pensa che omosessualità sia ideologia.

Recentemente ho lettoL’Apartheid del Sesso“, di Martine Rothblat, libro visionario per l’epoca (anni novanta). Confrontandomi con  molti attivisti anziani gay è venuto fuori che aveva dato fastidio una parte, del tutto secondaria del libro, in cui si annunciava un futuro in cui gli orientamenti sessuali tradizionali avrebbero perso senso. Il gay si sentiva “delegittimato” se un suo pronipote gay fosse privato della possibilità di definirsi gay, banalmente, “perchè gli piace il pene“.
Eppure quella parte del libro era del tutto secondaria e appena accennata, visto che il libro parlava più che altro di ruoli e stereotipi di genere, e solo marginalmente di orientamenti sessuali.

p.s.
Di certo queste sono considerazioni che faccio come critiche interne alla comunità. So che ultimamente il blog è frequentato anche di integralisti cattolici che usano i miei articolo per screditare la comunità LGBT per le discriminazioni interne, come se loro non fossero divisi tra movimenti integralisti VS fondamentalisti interni alle varie chiese e sette…

Gare di disforia

gender (2)

Quando non avevo creato ancora le mie oasi antibinarie virtuali e non, anche io dovevo barcamenarmi tra due mondi apparentemente (e volutamente) ermetici e incomunicabili.

Il mondo delle travestite, fiere di non avere un PROBLEMA di disforia, un PROBLEMA di omosessualità (cito testualmente), di travestirsi per gioco, per sfida, ma giammai per un PROBLEMA,
e il mondo dei/delle transessuali, fieri di avere la disforia, di averne così tanta da aver fatto il percorso medicolegale, mentre gli altri, “finti transgender“, sono rimasti in bilico, senza mai essere risolti.

Cosi’ io ero sempre a metà in queste gare a chi piscia più o meno lontano, dove avere o non avere la disforia (vista sempre e solo in un modo, e in una gradualità sempre e solo lineare, quando invece chi ha più disforia col nome, chi col corpo, chi con altro…) era la discriminante per essere al vertice di una piramide di valore.

Io di contro mi sentivo offeso da entrambe le parti.
Mi faceva ribrezzo la travestita che si sentiva in qualche modo “fiera” della sua capacità di fare on/off, del suo “controllo” verso la sua vita al femminile, di non essere finita nella “baraonda” disforica della persona trans che soffre se il suo genere (che ha comunicato alle persone) non viene rispettato da chi sa (e continua a rivolgersi col genere legato al sesso di nascita) o dagli estranei (se non “passa“), dato che è chiaro che se fai coming out, e ti abitui al fatto che il tuo genere è una realtà sociale condivisa, poi quando non viene rispettato provi comunque una “disforia sociale“, che chiaramente la persona travestita invece non prova (non ha esperito il genere nella sua real life).

Mi faceva ribrezzo anche la persona transessuale (mtf ed ftm), che doveva “decidere” che tu fossi meno disforico, o non disforico, che tu “amassi” il tuo corpo, per giustificare a se stesso il tuo non fare la transizione medicalizzata.
Quindi decideva anche se era giusto o meno il rispetto per il tuo genere, se tu eri veramente “trans” come lui/lei, etc etc.

Gli esponenti di entrambe le “fazioni” mi sembravano alla ricerca di un controllo su se stessi (e quindi anche sugli altri, che potevano rappresentare, con le loro scelte, una minaccia) a causa della loro insicurezza e poca risoluzione di se stessi.

Alla luce di questo, anche se ormai sono uscito da tutti gli ambienti, virtuali e non, di persone binariamente travestite o trans, ogni volta che il mio sguardo visualizza un trans che prende le distanze dai trav, un trav che prende le distanze dai trav, provo rabbia ma anche pena per queste persone irrisolte che stanno cercando di allontanare da se stessi una realtà che magari non appartiene loro, ma di cui sentono irrazionalmente il bisogno di prendere le distanze per la loro incapacità e non volontà di comprendere ed accogliere.

Può un “diverso” giudicare?

campo_nomadi

Tempo fa mi fu rimproverato da una persona non LGBT poichè avevo rinunciato all’acquisto di una casa perché era venuto fuori che a pochi metri vi era un campo zingari, per il quale il “popolo del quartiere” aveva tanto protestato, a causa dei numerosi furti di auto, motorini, e negli appartamenti del primo piano.

Il rimprovero portava l’aggravante del mio essere attivista LGBT, poiché il mio essere attivista dovrebbe rendermi “accogliente” verso tutte le minoranze, anche quelle molto lontane da quelle per cui faccio attivismo.

In realtà che i “diversi” abbiano pregiudizi verso altri “diversi” , è prassi ben consolidata.
Ragazze trans che si sentono infastidite dall’insistenza di alcuni arabi quando tornano a casa la sera, architetti transgender che non vogliono fare amicizia in un campo zingari, gay con pregiudizi verso i meridionali, trans medicalizzati con pregiudizi verso i non medicalizzati e genderqueer, persone LGBT atee che hanno pregiudizi verso persone LGBT credenti e così via.

La domanda è: una persona appartenente a una minoranza ha “minor” diritto di giudicare rispetto a un “WASP”? *

Io credo che questa possa essere una critica interna alle comunità di “diversi“. Penso che sia mio dovere far riflettere le altre persone LGBT sui loro giudizi e su come tutto ciò è simile a quando sono loro a riceverli.

Ma andrei molto piano su quando questa critica arriva da un “normale”. Chi aderisce allo stereotipo di normalità socialmente accettata tende a vedere in un unico calderone i “diversi” per orientamento sessuale, religione, etnia, senza vedere l’enorme distanza che può esserci tra un gay, uno zingaro, un musulmano, e quindi la suapretesa” di apertura mentale da una persona LGBT, solo per il fatto di esserlo, manifesta una discriminazione strisciante: quasi come solo il “normale” avesse diritto a prendere le distanze, ma non certo “il bue che dà del cornuto all’asino”.

Quindi secondo me è importante questa duplice opera di educazione: far capire al “normale” che sta velatamente proponendo un discrimine, ma anche far capire al diverso che deve andarci piano con i pre-giudizi.

*WASP: (White Anglo Saxon Protestant, ovvero lo stereotipo di “normale e socialmente accettato”)

Lui è diverso da me…quindi non è trans!

L’ignoranza colpisce tutti: discriminazioni interne al mondo trans

genderqueer_mn590l

Non frequento il mondo transessuale, anche perché tecnicamente non ne faccio parte.
Frequento il mondo dell’attivismo GLBT, dove persone bisessuali, o gay e lesbiche illuminate, o queer, mi aiutano a portare avanti progetti inclusivi che non dimentichino nessuna discriminazione, e spesso ho dovuto lottare contro alcuni pregiudizi, come il fatto che l’identità di genere è una realtà di serie b rispetto all’orientamento sessuale…probabilmente perché le persone T sono di meno, perché non fanno attivismo, perché sono velati, perché spariscono dopo la transizione…
Ma in questo post voglio parlare delle discriminazioni che persone “sedicenti” trans hanno su altre persone trans.

“Tu non transizioni, stai bene col tuo corpo, tu non sei come noi, tu sei un intruso/a (coniugato col sesso biologico)”.
Alcune persone supponenti (nel senso che suppongono) o meglio presuntuose (nel senso che presumono), attaccano persone che hanno fatto una scelta di vita relativa alla propria “disforia di genere”, diversa dalla loro, e la loro insicurezza fa si che si sentano essi stessi insicuri della loro stessa scelta e parte il disprezzo. Chi non transiziona sta sicuramente bene, perché se io sto male e transiziono e lui non transiziona, vuol dire necessariamente che lui stia bene, altrimenti vuol dire che la mia scelta non sarebbe stata l’unica possibile, potrei aver sbagliato…
Inoltre lui è un intruso/a. Perchè io il maschile/femminile me lo sto sudando, lui/lei se ne deve andare da quest forum…

“Ma che transizioni a fare, tanto la transizione è una farsa, ti rende maschio/femmina solo apparentemente, non saremo mai maschi/femmine, che senso ha transizionare, state sprecando tempo, tanto vale rimanere cosi, non saremo mai xy…”
Questa è la posizione del/della giovane transgender che o per paura di esporsi socialmente si dà questa risposta (scientificamente fondata) per accettare meglio la sua realtà di invisibilità sociale (capisce che imbarcarsi in una transizione significherebbe fare coming out con tutti, vedere il corpo cambiare, avere problemi col mondo del lavoro, con la famiglia, non sapere più come rapportarsi a un/una partner…) oppure effettivamente anche se la volontà di esporci c’è, si è veramente molto scettici sui risultati, e ci si mette in una posizione di “attesa” di miglioramenti scientifici, o di cambio delle leggi che dia più spazio di identità sociale a chi non transiziona…e questi due tipi di persone non è detto che “non abbiano disagio col corpo” ma semplicemente in questa fase della loro vita riescono a vivere un equilibrio senza fare una transizione che non li renderebbe felici o magari sentirebbero come qualcosa di irrisolto e incompleto e in questo momento preferiscono rimanere come sono (in alcuni casi esponendosi socialmente, in altri casi esponendosi socialmente solo in alcuni ambienti, in altri vivendo totalmente da velati/e).
Il vero problema è che ciò che rende felici o sarebbe più preciso dire “meno infelici” loro, non è la soluzione migliore per tutti.  Evidentemente c’è un tipo di disagio “diverso”, oppure la scelta di un compromesso diverso come “minore dei mali”. Ma la solita insicurezza citata sopra fa si che si crei un grande alibi che metta se stessi in condizione dei “privilegiati che hanno capito tutto” e si crei un disprezzo per chi ha scelto altro.

“Tu non sei veramente disforico/a, perchè usi l’organo genitale maschile/femminile”
Questa è una critica che la persona trans che vanta di avere la “disforia totale” fa a chi, prendendola con filosofia, riesce in qualche modo a coinvolgere l’organo che gli dà piacere biologico nella sua vita erotica, spesso in modo molto combattuto, spesso solo con persone che capiscono e sanno come rapportarsi…ma nel confronto con altre persone t parte l’incomprensione e la critica.
Ci sono, come detto sopra, tanti tipi di disagio. A volte si creano giochi di intesa con un partner che possano fare si che un organo sia usato come se fosse altro, ma è ovvio che non tutte le persone t sono disposte a fare queste cose, e qualcuno ha problemi col contatto fisico in generale, immaginate col l’uso in un pene o una vagina che non vorrebbe avere. Alcuni ftm invece non capiscono come un ftm possa sentire voglia di fare il passivo anale, che tra l’altro non coinvolge neanche “parti femminili” ed è una cosa che uomini biologici (sia gay che etero) a volte fanno.
La gara a chi è più trans ancora una volta non porta a niente e rappresenta solo una perdita di tempo e un tentativo di legittimare la propria disforia agli occhi di altri simili, ma non uguali

“tu non sei veramente disforico, perchè se nato uomo e sei una translesbica/sei nata donna e sei un ftm gay”.
Nello stereotipo del machismo l’ftm deve essere un uomo virile, e l’uomo virile è etero. Quindi l’ftm gay viene visto male in alcuni ambienti. La solita confusione tra orientamento sessuale e identità di genere fa si che si dica “ma se ti piacevano gli uomini, perchè non rimanevi donna?”…in questo blog però si sono sprecate troppe parole su quanto le due cose siano indipendenti, quindi non mi dilungherò.
Un altro handicap è che, anche se ci sono psicologi e psichiatri illuminati, in teoria il protocollo ONIG considera i trans etero, quindi a volte i transgay devono rivolgersi alle “trans narratives” per descriversi come aderenti totalmente allo stereotipo dell’uomo macho e della donna “angelo della casa”.
Il vero problema è che anche i trans/le trans spesso si stupiscono di questa cosa, soprattutto se si sono ancora confrontati poco con altre persone trans.

“Dici di sentirti sia uomo che donna (o nessuno delle due, o un terzo genere)..tu non sei come noi, sei un pagliaccio esibizionista”.
Una “disforia” può essere anche non identificarsi totalmente col proprio genere. Ma spesso il mondo trans vede questo disagio come “meno grave”, quindi trascurabile. Non ci sono precise istanze per queste persone (genderqueer), se non il diritto a un nome neutro o scelto dalla persona, o ad andare in giro con un aspetto consono al proprio sentire…ma una disforia comunque c’è, anche se la persona stessa spesso non sa come viverla.
Spesso queste persone sono sottovalutate rispetto alle altre persone t. Non viene capito, ad esempio, la loro ricerca di un’equilibrio ottenuto tramite una transizione parziale o un lavoro sull’estetica che non riguardi una transizione medica.

“Il tuo ruolo di genere non è definito nel tuo genere d’elezione. La tua anima non è azzurrra/rosa come tu credi, perchè hai movenze/comportamenti/reazioni ancora legata al tuo sesso di nascita. Si vede che non sei veramente trans…forse vorresti esserlo. Io invece….”
Spesso si dimentica che una persona t ha vissuto anni e anni in un genere acquisendone comportamenti, reazioni, movenze, legate agli stereotipi binari della nostra società.
Qualcuno si è ribellato ad essi quando era molto giovane, quindi non li ha “introiettati”. Altri invece hanno continuato ad usarli come scudo per non sentirsi diverso/a dalla “normalità”.

“Io passo, nessuno su una metropolitana direbbe che sono nato xx/xy, quella persona invece…beh…è imbarazzante…”
Spesso chi passa (sia nel mondo ftm che nel mondo mtf) ne va un vanto, un orgoglio, un motivo di distinzione con gli altri t più “sfigati”, un “contentino” a non essere nato/a biologico/a.
A volte in alcuni gruppi di aiuto aiuto, nel post, ho sentito frasi allucinanti. Del tipo “ci siamo conosciuti/e su internet, e dalle foto passava…poi però all’incontro sembrava una normalissima donna/uomo. Non ha proprio il fisico. Verrà malissimo.

“Io mi sono operato/a, ormai sono come i biologici, questi qui invece vogliono i diritti tenendosi quella cosa tra le gambe…ma con che diritto?”
Questa è una discriminazione interna invece tra persone già in transizione e persone che l’hanno finita.
“io finendo sotto i ferri ho sudato il mio diritto al maschile/al femminile”. “io non sono più trans, ormai sono maschio/femmina per la legge”.

“io sono nella lista ftm/mft, ma nessuno deve saperlo, perchè nella mia vita tutti pensano che sia una persona cisgender, quindi non aggiungermi su fb, grazie”.
Queste sono le persone velate spesso prendono le distanze da chi è più visibile perchè non vogliono assolutamente che qualcuno possa pensare che esse siano trans o legate al mondo trans. A volte si tratta di persone legate già ad ambienti omosessuali, ma “solo” a quelli.
La cosa triste è che si tratta di una discriminazione interiorizzata.

“non facciamoci vedere insieme…potrebbero pensare che ero trans come te”. “non posso avere amici trans su fb, mi collegherebbero a voi”:
Questi sono i trans velati (soprattutto ftm) che rinnegano il tutto volendo essere identificati coi biologici. Qualsiasi cosa che potrebbe connetterli al loro passato li turba e mettono muri e barriere, non risultando diversi da chi è velato prima, solo che loro sono velati dopo, quando “passano” o quando hanno già cambiato i documenti.
Per ora è tutto.
Nath