Silvia: referente LGBT per Rifondazione, femminista, etero, pastafariana e drag king

Quante cose è Silvia Conca! referente sui diritti LGBT per Rifondazione Comunista, femminista, donna etero, pastafariana e drag king

Ho conosciuto Silvia Conca ad una cena Pastafariana organizzata al Circolo Culturale Harvey Milk Milano, nel periodo in cui aveva una delle sue sedi a Sesto San Giovanni. Mi ha colpito molto il fatto che fosse attivista in un’associazione femminista, ma mista e trasversale. E’ stato per questo che, quando Rifondazione Comunista l’ha nominata referente per le tematiche LGBTQIAP, ho deciso di intervistarla…

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Ciao Silvia: raccontaci di te. Provenienza, età, studi, professione, passioni…

Ciao! Sono originaria di Gravina in Puglia, un bellissimo paese dell’Alta Murgia per cui nutro un grande amore, ma vivo da qualche anno nell’hinterland milanese, a Cinisello Balsamo, un luogo con cui sto sviluppando un legame speciale. Dalla provincia alla periferia, mi piace guardare il mondo dal margine.
Ho 33 anni e ho studiato da fotografa, professione che provo a fare. In questo momento sto studiando comunicazione digitale e spero di riuscire a valorizzare le competenze fotografiche in quell’ambito. Non è facile, perché i miei sono settori di lavoro attraversati dalla precarietà, dall’intermittenza, dalla tendenza al pagamento in visibilità, ma non sono una che si arrende facilmente, anzi, sto provando a concepire un intervento politico su queste problematiche, oltre ad aspirare a una maggiore stabilità individuale. La politica è il mio modo di stare al mondo, una passione totalizzante che vivo cercando di coniugare teoria e pratica, strada e pensatoio, relazioni e studio. Resta poco tempo per coltivare altre passioni in maniera sistematica, ma cerco di passarlo all’insegna della curiosità, sperimentando cose nuove.

 

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Parlaci di Luca, il fedelissimo bearino etero che ti accompagna in tutte le tue peripezie e tuo con-sorte

Io e Luca ci siamo conosciuti in Abruzzo nel 2009: facevamo i volontari nella tendopoli per terremotati di San Biagio in Tempera. Quel progetto, nato per iniziativa del Partito della Rifondazione Comunista e poi capace di allargarsi e acquisire una vita propria con le Brigate di Solidarietà Attiva , non ha solo generato una relazione collettiva tra politica e soggetti sociali, ma anche legami umani immediati, forti, duraturi.
Il nostro è stato ed è un legame d’amore scandito dalla militanza.

Luca ha 37 anni, fa il sistemista informatico, è curioso e espansivo e passa il suo tempo libero a dividersi le riunioni con me. Karl Marx veniva chiamato da sua moglie “orsacchiotto selvatico“, il tuo definirlo “bearino” mi ha fatto pensare a quello e mi ha strappato un sorriso.

 

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E poi c’è la tematica religione e la politica, parlaci di te come atea/agnostica, pastafariana e attivista nel partito

Non riesco a immaginarmi in una dimensione spirituale di alcun tipo. Rispetto chi riesce a trovare conforto nell’idea di essere parte di un disegno su questa terra e oltre la morte. Io accolgo con serenità, invece, i miei limiti da essere umano finito che vive qui e ora ed è destinato alla morte. Cerco di vivere una vita piena e di attenermi a princìpi etici che, nel loro rigore, sono frutto del mio stare al mondo e della responsabilità che sento nei confronti dell’appartenenza all’umanità con le sue contraddizioni. Le contraddizioni mi interessano più dei dogmi in ogni ambito.

Sono stata pastezzata col nome di Puttanesca di Porto qualche anno fa, ma non sono mai riuscita a dare un contributo costante alla Chiesa Pastafariana per via dei troppi impegni. Non manco mai, però, di fare un salto negli spezzoni festosi e colorati della Chiesa durante i cortei, se non altro per “suggere” qualche sacra bevanda e onorare la mia appartenenza. Trovo l’operazione pastafariana interessante, capace di mettere in luce con l’ironia le contraddizioni della categoria di laicità negli ordinamenti giuridici contemporanei.

È proprio la laicità, poi, che mi interessa in ambiti politici più ingessati come quelli della militanza in Rifondazione Comunista. È un concetto che nel senso comune ha un’interpretazione del tutto positiva, ma la realtà è più complicata delle aspettative. Per laicità storicamente si intende il processo di passaggio del potere normativo e punitivo dalla Chiesa allo Stato nell’epoca in cui si è consolidata la nascita degli Stati-Nazione: questo passaggio di potere non ha comportato un distacco automatico dai principi religiosi, ma solo un cambio al vertice.

L’Illuminismo ha prodotto un cambiamento, ma il vizio originario del concetto di laicità resta. Abbiamo visto quanto ha pesato l’influenza della Chiesa Cattolica sulla legislazione attraverso operazioni formalmente laiche come il Concordato, cioè un patto tra Stati, il potere di un partito come la DC, la presenza organizzata nei partiti della Seconda Repubblica. Ne paghiamo le conseguenze sulla nostra pelle. La situazione si complica con la schizofrenia europea rispetto alle nuove fedi che si stanno affermando attraverso i processi migratori. Si passa dalle concessioni alla Sharia al divieto del velo. Si continuano a contrapporre islam moderato e fondamentalista, mentre si sottovaluta il fenomeno dell’islamismo politico. Proprio rispetto a questi temi ci aiuta l’elaborazione del popolo curdo, che sta combattendo in prima linea contro l’Isis, ma mette in luce le mancanze della laicità rispetto a un’idea di società libera e autodeterminata.

A me piacerebbe che come partito riuscissimo a far vivere l’idea di laicità che si è affermata nel senso comune in categorie nuove tutte da inventare.

 

Tu e Luca avete sempre avuto a cuore le tematiche LGBT, perché?

Nel suo caso credo che l’interesse sia frutto della curiosità che lo anima per tutto ciò che non vive direttamente e che lo stimola a riflettere. Lui tende a mediare l’empatia con la razionalità.

Per me è diverso. Sono una donna che ha trovato nell’analisi femminista della realtà risposte alla sua condizione in un mondo in cui il patriarcato è riuscito a reinventarsi. Quelle risposte, però, erano parziali. Ho trovato nella comunità LGBTQI le stesse forme di oppressione con una declinazione diversa, l’obbligo ad aderire alle stesse norme, alle stesse gabbie. Si sono innescati in me, quindi, tanto un processo di solidarietà istintiva, quanto una riflessione profonda che ha dato nuova linfa alle mie stesse lotte. La costruzione di relazioni nel riconoscimento reciproco dà una forza, un senso di liberazione collettiva nei differenti posizionamenti a cui ormai non posso più rinunciare. Il mio femminismo è transfemminismo queer e non potrei più viverlo in maniera diversa.

 

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Essere donna etero e cisgender non impedisce di mettere in discussione ruoli, stereotipi e di riflettere sulla propria espressione di genere. Ci parli di questa tua ricerca, non dimenticando l’esperienza Drag King?

I ruoli mi interessano più degli stereotipi, che ritengo solo una manifestazione del problema, il modo in cui la società decodifica le norme che perpetua. La lotta contro gli stereotipi troppo spesso diventa una lotta per imporre stereotipi diversi: la trovo poco determinante al fine di una trasformazione complessiva. Mi viene in mente, in un altro ambito, per esempio, il movimento per la body positivity, che anziché lottare contro l’imposizione dell’obbligo alla bellezza, si scaglia contro un’idea stereotipata di bellezza, rafforzando l’idea che il nostro corpo abbia soprattutto una funzione decorativa. A me piace pensare al corpo nel suo complesso, come materia viva, avamposto di autodeterminazione e percezione sensoriale, incarnazione fisica di quello che siamo e strumento per attraversare il mondo al di là del modo in cui viene percepito. Credo che questo approccio abbia molto a che fare con l’espressione di genere: penso alla vita delle persone trans, alle opzioni che hanno per definire la percezione pubblica di ciò che sono, tra l’invasività della medicalizzazione e le difficoltà del passing quando si imboccano cammini diversi. La corporeità non può essere ridotta ad apparenza, l’apparenza non può essere ridotta a estetica.

Io ho cominciato a pensare alla mia espressione di genere a partire da quel lavoro di riflessione sul mio corpo, ma è stata l’esperienza come Drag King a dare risposte chiare ai miei dubbi. Ho partecipato a un laboratorio di Zarra Bonheur (Slavina e Rachele Borghi) e mi si è aperto un mondo. Performando la maschilità ho capito come performo la femminilità tutti i giorni.

Ho decostruito i miei automatismi e ne ho individuato le ragioni culturali. Il mio king si chiama Manolo, è evidentemente gay (del resto non ho un buon rapporto col machismo eterosessuale) e combatte con le sue insicurezze. È stato bellissimo rappresentare il suo coming out.

 

Il tuo partito ti ha scelto come responsabile nazionale per i temi LGBT. Quale pensi che sarà il tuo contributo?

L’obiettivo principale, che non voglio mai perdere di vista, è distruggere le condizioni che hanno portato alla mia elezione da parte della Direzione Nazionale, perché mi rendo conto del rischio di risultare o addirittura di diventare sovradeterminante.
Pur essendo affiancata da una compagna interna al movimento LGBTQI in Segreteria, sono consapevole tanto dei rischi quanto del vuoto evidenziato dal mio ruolo. Un vuoto di cultura politica, perché abbiamo compagni gay e compagne lesbiche anche in ruoli dirigenti, ma il partito ha rinunciato a fare elaborazione collettiva sulle tematiche LGBTQI per troppi anni, lasciandoli soli in una condizione di doppia militanza. Il mio compito sarà quello di riannodare i fili, trovare una modalità funzionale all’autorganizzazione dei compagni e delle compagne, socializzare gli strumenti teorici di cui mi sono dotata negli anni e possono aiutarli nel loro lavoro politico, evidenziare e far vivere i nessi con altre battaglie (non a caso, il nome della mia delega è “Politiche LGBTQI e intersezionalità“).

 

Quali i temi LGBT che ti stanno più a cuore?

Sinceramente li trovo tutti importanti. Sono temi che hanno sempre qualcosa da dire, perché vivono nelle esistenze e nelle resistenze quotidiane di tante persone. Possono esprimere un potenziale trasformativo o un modo per trovare un posto in questo mondo così com’è, possono manifestarsi con gioia vitale o rabbia, con leggerezza o con dolore. Disegnano una visione caleidoscopica del mondo e fare classifiche rischierebbe di invisibilizzarne alcuni.
Ne scelgo, quindi, solo uno a titolo esemplificativo: la condizione delle persone intersessuali. Credo che sia paradigmatica della violenza autoritaria del mondo in cui viviamo. Sottoporre bambin* ignar* a interventi e cure ormonali, a mutilazioni e sterilizzazioni, non permettere che si autodeterminino, patologizzare la mancata aderenza alla visione binaria del sesso biologico, fornire ai genitori solo informazioni strettamente mediche per non problematizzare delle pratiche devastanti: tutto questo è inconcepibile, imperdonabile. L’approccio occidentale all’intersessualità è il corrispettivo di ciò che avviene in altre parti del mondo con le mutilazioni genitali femminili: si violano i corpi per ragioni estetico-culturali. La differenza è che sull’intersessualità non c’è un vero dibattito pubblico.

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Una certa sinistra estrema è omofoba e binaria, come pensi di dialogare con loro e “portarli a ragionare“?

Credo che nessuna comunità politica e sociale sia immune alle discriminazioni covate nel suo profondo. Vale anche per le organizzazioni di sinistra, perché coltivano la presunzione di lottare per un mondo migliore senza però mettersi​ profondamente in discussione collettivamente e personalmente. Questa elusività è descritta benissimo da Audre Lorde quando racconta il suo viaggio in Unione Sovietica.

Credo che la cosa migliore da fare, in un’epoca in cui c’è un dibattito pubblico efficacissimo e diffuso su questi temi al quale anche i compagni e le compagne hanno accesso, sia parlare un linguaggio più specifico, adatto a chi è abituato a ragionare di politica. Insomma, credo che si debba far irrompere l’elaborazione politica LGBTQI, uno straordinario patrimonio di pratiche e pensiero, nella nostra elaborazione generale. In qualche caso l’operazione è già riuscita in automatico, penso alla categoria di pinkwashing usata persino dai settori più ostili e rigidi, che rimangono stupefatti quando ne scoprono l’origine interna al movimento. Credo anche che questa debba essere un’operazione di recupero di una storia che è anche nostra.
Al prossimo Milano Pride  (ci troverete nello spezzone della rete Nessuna Persona è Illegale ) vorremmo partecipare con cartelli che rivendichino l’appartenenza al movimento operaio, comunista e di sinistra di tanti esponenti del movimento LGBTQI, includendo anche persone non binarie come per esempio Leslie Feinberg e Claude Cahun.
Il tema del binarismo è pressoché ignoto dalle nostre parti, purtroppo. Questo può essere un primo stimolo.

 

Rossobruni e nuovi reazionari: parliamone…

Le Sentinelle in Piedi e Adinolfi non hanno quella “patina” rossa, sono solo brunissimi clericofascisti. Fusaro, invece, rappresenta perfettamente ciò che comunemente si intende per rossobrunismo: è un ciarlatano che manipola il pensiero di Marx, di Gramsci, per far passare concetti reazionari nel nostro dibattito. Sogna la distruzione dell’attuale sistema economico-sociale per tornare indietro a un idilliaco passato che però non era affatto idilliaco, perché attraversato dallo sfruttamento,dalla violenza, dal dominio dell’uomo sulla donna, dalla cancellazione dei bisogni e dei desideri di gran parte dell’umanità. Quello è stato un vero Pensiero Unico Dominante, contro il quale le masse si sono ribellate, nelle piazze così come nelle loro vite quotidiane. Il capitalismo oggi è tutt’altro che un Pensiero Unico, si nutre della frammentazione delle identità in un mondo tanto complesso, ci tratta come nicchie di consumo e sfruttamento, mentre vive uno scontro interno tra tendenze reazionarie e tendenze liberal.

Fusaro è un rossobruno autentico, un corpo estraneo che vuole distruggere la nostra cultura politica. Chi lo prende sul serio spesso non lo è (un tempo per rossobruni intendevamo gli infiltrati), semplicemente cerca risposte semplicistiche alla nostra crisi di consenso.

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Trasversalità: è qualcosa che ti appartiene come persona e come attivista?

Cito ancora Audre Lorde, una pensatrice a cui devo molto: “Non esistono battaglie monotematiche perché le nostre vite non sono monotematiche”.

Io preferisco parlare di intersezionalità, una categoria che sembra quasi una moda nei movimenti e tra noi è ancora quasi sconosciuta: ho voluto fortemente che fosse presente nel nome della mia delega, trovando il consenso del nuovo Segretario nazionale Maurizio Acerbo che per fortuna la conosceva, essendo attento a certi temi.

Da comunista non potrei mai rinunciare a una visione di classe, a sottolineare come la struttura produttiva capitalistica plasma le nostre vite. Da femminista non potrei mai mettere da parte la gabbia in cui, nonostante mille lotte e mille passi in avanti, è ancora confinata la mia vita di donna e così via. C’è una rete, spesso invisibile, di oppressioni connesse. Non sarà possibile una liberazione integrale senza renderla pienamente visibile nel suo complesso e nei suoi intrecci.

 

Pensi che la battaglia LGBT contro il “binarismo di genere obbligatorio” sia compatibile con la tua visione femminista? Ci racconti un po’ il “tuo” femminismo?

Il mio è un femminismo non binario. Alcune tendenze binarie del femminismo mi irritano profondamente: sono essenzialiste, riproducono le strutture di dominio, non parlano a quello che sono e a quello che sento. A partire da me, non le riconosco. Credo che le radici del patriarcato risiedano proprio nel binarismo obbligatorio, nella donna pensata come complementare all’uomo, quindi privata della possibilità di seguire percorsi autodeterminati fuori da questo canone.

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Fai parte di un’associazione femminista mista che ha “preceduto” le “mode” intersezionali: ci racconti quest’esperienza, di cui tu e Luca fate parte?

Facciamo parte di Mille&UnaVoce , che da anni è diventata un punto di riferimento culturale a Cinisello Balsamo. Non credo che l’intersezionalità sia stata all’inizio un punto di vista consapevole, ma ha animato sempre più le attività di un’associazione la cui caratteristica più importante secondo me è il dialogo tra generazioni diverse, oltre al ruolo attivo degli uomini. Abbiamo organizzato tante iniziative, dalle rassegne cinematografiche alle visite a luoghi poco noti e spesso legati alla storia della Milano popolare, dalle mostre d’arte alle rappresentazioni teatrali e musicali, affrontando tanti temi: la violenza di genere, il lavoro, la guerra, la solidarietà tra pari, la disabilità, il lesbismo, l’omogenitorialità e così via. Il nostro prossimo obiettivo è partecipare al progetto Obiezione Respinta, contribuendo con i dati relativi al nostro territorio alla mappatura nazionale dell’obiezione di coscienza.

col segretario nazionale al congresso

Quali sono le prossime mosse che tu ed il partito intendete fare per i diritti LGBT?

La lotta per i diritti in un paese democratico ha sempre due volti: quello istituzionale e quello nelle piazze.

Dal primo punto di vista, nel nostro piccolo (non essendo più in Parlamento), continuiamo a rivolgere un’attenzione inequivocabile per i diritti LGBTQI a tutti i livelli, dai comuni al Parlamento Europeo, dove abbiamo una compagna come Eleonora Forenza che ha un profilo politico decisamente queer. Dico inequivocabile perché la vicenda dell’approvazione della legge Cirinnà, coi suoi tratti fortemente discriminatori, dimostra che non si possono cercare compromessi sui diritti delle persone. È un errore che abbiamo fatto anche noi quando eravamo al governo, con l’inconcludente discussione sui Dico. Abbiamo imparato la lezione e scelto di non fare più parte di coalizioni di centrosinistra che portavano a dover mediare le posizioni con componenti clericali.
Il matrimonio egualitario, pieni diritti per i figli e le figlie delle coppie omogenitoriali, una legge ben fatta contro le violenze omo-lesbo-bi-transfobiche, un’educazione sessuale inclusiva nelle scuole, la possibilità di cambiare il genere anagrafico senza patologizzazioni e sterilizzazioni, il divieto di adozione del “metodo Money” e affini per i/le bambin* intersessuali, il contrasto alle discriminazioni sul lavoro: queste battaglie non sono negoziabili.

Purtroppo le istituzioni sono dominate da forze che su questo trattano al ribasso, quando va bene. Serve una sinistra d’alternativa forte, che metta al centro della sua azione politica i diritti civili e sociali. Stiamo dando il nostro contributo a costruirla.

La lotta per i diritti nelle istituzioni, però, si nutre della vitalità delle piazze, di un lavoro culturale che il movimento sta facendo egregiamente. Vogliamo esserci anche noi per costruire consapevolezza e sostegno sociale a queste rivendicazioni. Il movimento, però, spesso vede i partiti politici come semplici interlocutori istituzionali, chiedendo al massimo l’adesione al Pride, preferendo dialogare con la società civile organizzata per un lavoro politico più ampio. Mi piacerebbe contribuire a produrre un cambiamento in questo, per operare fianco a fianco tutto l’anno fuori dai palazzi del potere.

Crossdressing e Travestitismo F to M : perché non esiste?

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Da anni frequento, per affetto e simpatia, un forum di trav e crossdresser.
Non mi ritengo nella loro condizione, perché la mia è una tematica di identità di genere, e soprattutto che si manifesta “full time”, ma qualche tempo fa riguardavo vecchie foto di me ragazzin* che, con parrucche “coi capelli corti”, mi vestivo in giacca e cravatta e mi facevo le foto.

In quegli anni avrei voluto confrontarmi col mondo crossdresser, e l’ho anche fatto, ma ho trovato solo persone in direzione Mtf, inserite spesso in forum e “comunità di supporto“, che mi hanno sì accolto, ma come “mascotte” (quindi rappresentavo comunque un diverso da loro).

Molte di loro ora sono amiche accettatesi come transgender, altre sono amiche rimaste crossdresser e a cui voglio un gran bene…ma rimane in me violento l’interrogativo: perché non esiste un travestitismo/crossplayng in direzione ftm?

Forse dipende dal fatto che travestirsi “da donna” rimane ancora facile e inequivocabile (anche per un uomo calvo di un metro e novanta), quando tacco, trucco e parrucca rappresentano ancora simboli femminili, e per quanto la trav non passi, è chiaro che sia “vestit* da donna“.

Se invece una persona di biologia femminile si veste “da uomo”, passa inosservata, visto che ormai quasi tutti gli abiti sono unisex, e anche quando si veste in cravatta, viene scambiata per una goliarda, o per una lesbica.

Quando parlo di fenomeni trav e crossdressing parlo proprio di travestitismo fetish o crossdressing organizzato in gruppo di amici, tutti cross, che fanno cose insieme, tipo giocare a canasta in una villa in campagna, con gilet, sigaro e cappello da gangster, usando nomi maschili…cose del genere.

Il “travestitismo” ftm può sopravvivere al massimo (ma non lo considero speculare al fenomeno trav e cross mtf) come forma di “arte” nel fenomeno drag (drag king in questo caso), come laboratorio e metamorfosi, ma non esiste un fenomeno vero e proprio di travestitismo, nè fetish, nè più legato al crossdressing.

Che poi esistano donne che fanno “crossdressing” tutti i giorni, passando come donne trasandate, lesbiche, o sbarazzine, questo è palese, ma non passano come trav, sono comunque donne vestite da “donne“, anche se sono vestite da “un altro tipo di donna“.

Ma rifletterei sul perché le persone nate femmina non sentano l’esigenza di crossdressing. O forse non hanno spazi per vivere quest’esigenza.
E’ anche vero che io crossdresser, in qualche esperimento giovanile, lo sono anche stato, ma io sono transgender, quindi sono una persona di mente maschile, mentre io non riesco a capire perché non esistano crossdresser xx, femmine e donne, ma col “vizio” del vestirsi da uomo e fare uscite con altri amici cross in cui vengono trattati come tali.

Teoria queer e sua influenza nei percorsi transgender XX (e differenze con quelli XY)

Queer?
Cosa significa?
Teoria queer? persone queer? è un sinonimo di bisex o di pansessuale? c’entra coi transgender o i genderqueer? coi gender studies e col femminismo?
Queer c’entra con chi è troppo velato per usare parole come gay, lesbica e transessuale?

Angela McRobbie

La teoria queer nasce da un gruppo di filosofi tra cui Judith Butler, una filosofa post–strutturalista.

Chi non conosce il post-strutturalismo, chi non ha mai studiato i pensatori post-strutturalisti (che personalmente ho studiato in estetica nel mio percorso di Architetto), non capirà alcuni cardini della teoria tipici appunto al pensiero post-strutturalista.

Una cosa che mi ha sempre colpito è che una gran parte di persone che si definisce queer o genderqueer è a origine biologia xx ed è attratto da donne o bisessuale.

E’ innegabile il legame tra teorie queer, anti eterosessismo e eteronormatività, anti-sessismo e quindi problematiche sui generi e soprattutto sul genere femminile.
Infatti le teorie queer prendono le mosse e si intrecciano con studi femministi, perché comprendono, oltre a tematiche di identità di genere, tematiche relative alla de-costruzione dei ruoli di genere e riflettono sulle aspettative sociali rivolte ai generi anche sul persone etero e cisgender.

Purtroppo in Italia il mondo queer è spesso associato ai centri sociali, alle case occupate, ai vegan, a transizioni irregolari fai da te, all’anarchia, a movimenti politici estremi, e ai leoni da tastiera.

Solo a Roma e a Torino vi sono materie universitarie rivolte ai Gender Studies.

Inoltre una persona di biologia XX e che si avvicina al maschile difficilemente userà su di se termini come “travestito” o “crossdresser”, preferendo butch, queer, genderqueer, transgender, o (nel caso di transizione medicalizzata), trans, transessuale o ftm.

Spesso il mondo delle persone di biologia XY che si avvicinano al femminile non conoscono la teoria queer, i termini queer, genderqueer, e quindi (anche nel caso di lontananza dal fetish) usano su di se crossdresser e travestito, e spesso sono meno inclini ad approfondire gender studies.

Eppure è molto più comune trovare una crossdresser mft attratta da donne che un “genderqueer” ftm attratto da uomini.

E’ inoltre rarissimo il travesititismo da femmina a uomo di matrice “fetish”.

Infine, il fenomeno drag è presente in entrambe le direzioni, ma con la grande differenza che nel mondo drag king è piu presente la tematica di genere, mentre spesso le drag queen sono slegate da tematiche identitarie.

E’ anche vero che l’attivismo T del passato, almeno in Italia, di matrice mtf, “conteneva” le travestite (chiamate i travestiti), le transessuali (che erano solo quelle che transizionavano in modo medicalzzato, e venivano indicate al maschile), e le drag queen.

Il mondo gay non vedeva benissimo i travestiti, mentre ammirava le drag queen, quindi è plausibile che molte cripto-MtF preferissero il filtro drag queen di “travestitismo come performance artistica” che il travestitismo vero e proprio, ed è risaputo molte persone appartenenti alle vecchie generazioni di drag queen si sono in seguito riconosciute nell’identita’ di donna trans*.

Oggi invece la realtà drag queen è consolidata come percorso artistico e se ne interessano molte persone cisgender.

Nath

Le Identità e le Espressioni di Genere

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CISGENDER
: coloro per i quali biologia e identità mentale coincide perfettamente

TRAVESTITI :il travestito è una persona che, indipendentemente dall’orientamento sessuale, riesce a provare piacere sessuale solo indossando abiti del sesso opposto. Spesso si tratta di soggetti maschi, e spesso il travestitismo avviene solo a letto e in locali appositi. Vi è spesso una componente fetish. La persona che si traveste ha un’identità di genere comunque coerente con il sesso di nascita.

CROSSDRESSER:  il crossdresser, diversamente dal travestito, veste i panni del sesso di nascita opposto al suo in coerenza col “genere mentale d’elezione”, e lo fa nella sua vita quotidiana. E’ un modo di vivere la propria identità di genere senza intervenire con interventi o cure ormonali.
Vi è molta confusione tra la parola “travestito” e la parola “crossdresser”. Si tende ad usare sempre di più la parola crossdresser nei casi che escludono motivazioni fetish.
CROSSPLAYER è quel tipo di CosPlay che al posto di vestire panni di eroi manga dello stesso sesso del “Player”, veste panni di eroi manga di sesso opposto.

GENDERBENDER: il piegatore di genere, rifiuta il ruolo di genere attribuitogli dalla società. Non per forza il genderbender è “cosciente” di esserlo. Si osservano persone che assumono comportamenti genderbender anche al di fuori della comunità GLBT. Un uomo appassionato di uncinetto potrebbe essere considerato “genderbender”.
METROSEXUAL: esempio di involontario comportamento genderbender. Si tratta di uomini apparentemente gay, dagli atteggiamenti effeminati e dalla puntuale cura estetica, ma eterosessuali. La parola è stata coniata nel telefilm “Sex And The City” e deriva da Metro(città)sessuale, che letto in inglese ricorda “eterosexual”.

GENDERQUEER: il genderqueer è una persona che non si riconosce nel binarismo sociale uomo/donna. A volte si identifica in parte con entrambi i generi, a volte con nessuno, a volte con un terzo genere, a volte con un mix dei due generi. Esso spesso transiziona solo di genere, ma non di sesso. A volte si definisce comunque anche trans-gender. Alcuni genderqueer preferiscono alcune definizioni più specifiche:
GENDERLESS: persone che si definiscono neutre o senza genere.
GENDER-REBEL: persone che si definiscono trasgressori dello stereotipo di genere.
AGENDER: le persone che sentono di non appartenere a nessun genere
GENDERFLUID: persone che vivono il genere con fluidità, a volte fluttuando da un polo all’altro
NON BINARY: persone che rifiutano completamente il binarismo di genere

DRAG QUEEN E DRAG KING: sono persone che fanno un lavoro su se stessi, teatrale e non, per esplorare la propria parte maschile (nel caso dei drag king) e femminile (nel caso delle drag queen), per poi creare delle performance in cui vengono messi in scena personaggi anche un po’ macchiettistici nella loro femminilità e mascolinità, a volte di carattere comico.
BIO QUEEN: una piccola nota su alcune donne biologiche che fanno la drag queen interpretando ruoli di donne “stereotipate” come estetica e come comportamenti.

TRANSGENDER: è il termine ombrello che indica la “grande famiglia” dei NON CISGENDER (GENDER NON CONFORMING)
Comprende chiunque non voglia aderire al genere “previsto” dalla propria natura genetica. Il transgender a volte, per motivi ideologici, sociali, familiari, di salute, non è interessato a fare un percorso medicalizzato. A volte vengono compiute transizioni con una parziale medicalizzazione a seconda del tipo di disforia provata. A volte solo interventi demolitivi, a volte anche ricostruttivi, a volte ormonali.

TRANSESSUALI: i transgender che sono in transizione ormonale e chirurgica e che stanno percorrendo l’iter medicolegale, e compiono, appunto, una “transizione di sesso”.
Chi è transessuale è ovviamente anche transgender.
Molte persone transessuali preferiscono transgender, poiché transessuale è un termine non scelto dalla comunità, ma imposto dalla psichiatria, mentre transgender è il termine rivendicato dall’attivismo T.

EX TRANS, NEO-DONNE, NEO-UOMINI: alcuni transessuali, dopo la fine della transizione, preferiscono non considerarsi più transessuali ed usare su se stessi questi termini. Una parte dell’attivismo disapprova questi termini, condiderando “trans” non solo la fase di transizione medicalizzata, ma un’identità che accompagna per tutta la vita.

SHEMALE, HEFEMALE: modi abbastanza volgari di chiamare le transessuali (shemale) e i transessuali (hefemale) nella pornografia e negli hentai

VIADOS:  non si capisce bene l’etimologia di questa parola, di certo dispregiativa. Qualcuno dice significhi “perverso“, qualcuno dice significhi “cerbiatto“. SI dice che questo termine sia nato in associazione al fatto che durante le retate le ragazze transessuali correvano via come cerbiatti, altri invece riprendono il personaggio effeminato di Bambi della Disney.
Alcune persone transessuali MtF, per rompere il paralogismo “transessuale-sex worker” quando parlano di una sex-worker transessuale usano, in senso dispregiativo, la parola Viado. Vi sono punti di vista controversi sulla transessualità “di strada” di provenienza sudamericana. Non prendo posizioni e mi limito a spiegare in che senso e perché qualcuno usa la parola “viados”.

INTERSESSUALI: persone nate in condizioni intermedie biologiche tra i due sessi. Non comprende solamente persone “ermafrodite”..
Spesso si interveniva, per limiti tecnici, “trasformandoli” in bambine ed educandoli come tali. Spesso però dei soggetti si sono ribellati arrivando anche al suicidio.

ANDROGINI: persone che fisicamente comprendono tratti maschili e femminili. Se l’androginia è nel carattere, si parla di androginia psicologica

PASSING/PASSARE
: è la capacità di apparire come appartenenti al genere d’elezione e non al sesso biologico. chiaramente il passing è più facile in soggetti in transizione. Nel soggetto ftm di solito il testosterone permette, da vestito, un ottimo passing, mentre un ftm pre-t, se passa, viene spesso scambiato per un ragazzino molto giovane. Nei soggetti mtf invece spesso, anche a causa della voce o dell’altezza, il passing è più difficile. Avere un buon passing è qualcosa di comunque molto ambito.

CROSS-WORKERS: persone che fanno un mestiere di solito pensato per il genere opposto. L’uomo che suona l’arpa o fa l’uncinetto, la donna camionista e così via.