Ragazzi xx e prevenzione: ce ne parla la dott.ssa Marina Cortese

Le persone xx di genere non conforme dovrebbero curare la propria salute “genitale”, ma è difficile a causa della disforia e della poca preparazione e sensibilità dei professionisti.
Marina Cortese, ginecologa e sessuologa “rainbow” ci parlerà dell’importanza della prevenzione delle strategie da mettere in atto per non trascurarla.

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Avere un corpo femminile non significa avere un’identità femminile, o almeno non sempre. Hanno un corpo femminile anche le persone, di biologia xx, che hanno identità di genere maschile o non binaria. A volte queste persone sono in un percorso non medicalizzato, a volte no, ma spesso trascurano la salute relativa agli organi genitali, per via della poca accuratezza e formazione del personale medico. Ma lasciamo la parola alla dott.ssa Marina Cortese, da me conosciuta in quanto relatrice alla presentazione della Piccola Principe di e con Daniela Danna, alla Scighera…

Ciao Marina, qual è la tua formazione?

Sono un medico, mi sono specializzata in ginecologia ed ostetricia e successivamente ho seguito la formazione in psicosessuologia integrata.

Come mai ti senti vicina alla comunità LGBT?

Perché ne faccio parte, in primis. In secondo luogo perché ho avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso persone che mi hanno trasmesso la voglia di pensare un po’ “più in grande” rispetto alla mia realtà personale.

“Per scelta seguo gratuitamente le gravidanze nelle coppie omogenitoriali e le persone transgender.”

Che tipo di lavoro e volontariato fai in questo ambito?

Svolgendo la professione di ginecologa, la salute sessuale rientra nel mio lavoro quotidiano; la prevenzione contro le malattie sessualmente trasmesse passa anche attraverso la conoscenza delle abitudini sessuali delle persone. La parte legata al volontariato si snoda attraverso una parte educativa/divulgativa ed una clinica. La prima: educazione nelle scuole, divulgazione attraverso i social, incontri pubblici sul territorio e non.
Per scelta seguo gratuitamente le gravidanze nelle coppie omogenitoriali e le persone transgender. Non si tratta di “discriminazione al contrario”: semplicemente ritengo che alcuni vissuti abbiano già avuto abbastanza ostacoli e che, se di comunità si tratta, allora io devo fare qualcosa per sostenere la mia. Stare vicina per scelta e non per compenso economico rende il setting della visita differente per entrambi.
Per un anno ho scelto inoltre di frequentare come medico volontario l’ambulatorio transizioni dell’Ospedale Niguarda: questo mi ha permesso, insieme all’incontro, nuovamente fortunato, con persone T, non solo di conoscere storie, volti, esperienze, aspetti clinici e psicologici ma di maturare personalmente. Da una concetto “assistenzialista e pietistico” della situazione delle persone T, al sostegno incondizionato verso il concetto di orgoglio trans; da “inclusione e accettazione” delle persone T ad inclusione ed accettazione reciproca, come in ogni sana relazione umana. E’ stata una grandissima lezione personale e l’inizio di un percorso nuovo da diversi punti di vista.

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La ginecologia è eterosessista? Perché per rapporto completo si intende quello vaginale eterosessuale? perché si da’ per scontato che la paziente sia eterosessuale? Si fa informazione per la prevenzione non etero?

Purtroppo nella formazione del personale sanitario non esiste nulla che riguardi l’orientamento sessuale o l’identità di genere; quello che sappiamo lo impariamo sul campo o per studio personale.
E’ estremamente diffusa la tendenza a dare per scontato l’orientamento sessuale dei pazienti. In realtà una delle prime cose che faccio è sottolineare la possibilità di una compagna e non di un compagno. E’ un piccolo accorgimento ,ma il dire “quando ha rapporti con il suo compagno o la sua compagna, sente dolore?” ad esempio, aiuta l’interlocutore a sentirsi a proprio agio. Peraltro si tratta di un’informazione fondamentale: la trasmissione delle malattie infettive è molto differente a seconda dello stile di vita. Alcune persone non desiderano penetrazione vaginale quindi posso visitarle in modo differente: basta saperlo.

Le frasi dei e delle colleghe: “è sicura di essere lesbica? Forse non ha mai provato! Così non potrà avere figli, è certa? Quando avrà rapporti completi (con il pene) la potrò visitare”

 

Come viene accolto, oggi in Italia,un ftm, non med o non binary, in visita ginecologica?

Purtroppo non viene accolto e questo spesso dipende anche dai pazienti che rifiutano di sottoporsi a visita ginecologica per paura, per disforia, per esperienze negative vissute in precedenza. Nel mio caso (ma anche nel caso di molte mie amiche e colleghe) non si pone alcuna barriera. E’ sufficiente partire dal presupposto che non necessariamente l’apparato genitale femminile vada caricato di significati simbolici inopportuni: è una parte del corpo come lo sono la mano o le orecchie.
Rivolgersi al maschile al paziente, chiedere in anticipo se è possibile una visita per via vaginale o è preferibile di no, trasmettere con il linguaggio verbale e corporeo il fatto che stiamo solo curando un organo, facendo prevenzione e salvaguardando la salute ,senza pensare di avere davanti una donna solo perché si sta visitando una cavità vaginale, è il modo più sereno per affrontare una comune visita ginecologica, per entrambi.
Nella realtà dei fatti la maggior parte dei sanitari non conosce assolutamente il percorso delle persone trans med , la differenza tra med e non, la realtà non binary. Per cui mi rendo conto che questo possa generare confusione, far emergere pregiudizi o creare situazioni davvero imbarazzanti e spiacevoli.

marina cortese

Quali le peggiori frasi eterosessiste che i e le tue colleghe dicono alle pazienti “rainbow”?

Me ne hanno riferite davvero tantissime, negli anni! Le più comuni sono relative all’orientamento sessuale: è sicura di essere lesbica? Forse non ha mai provato! Così non potrà avere figli, è certa? Quando avrà rapporti completi (con il pene) la potrò visitare.
Anche il dare per scontato che una persona lesbica abbia rapporti non penetrativi è frequentissimo per cui mi capita di vedere pazienti mai visitate prima, che vorrebbero approfondimenti ma vengono trattate in visita come delle ragazzine inviolate. Anche in questi casi: manca semplicemente un minimo di informazione.

“Il corpo fisico esiste e deve essere chiaro che non determina la nostra identità sessuale.”

 

Cosa spinge un uomo xx a non fare prevenzione e controlli. E’ solo la disforia o c’è mancanza di accoglienza?

Penso che entrambi i fattori entrino in gioco. Da una lato è noto che l’accoglienza potrebbe essere totalmente inadeguata e la visita essere vissuta come un vero trauma; dall’altro oggettivamente molti ragazzi xx “cancellano” la propria anatomia genitale per disforia e rifiutano quindi di prendersi cura della propria salute ginecologica. E’ naturalmente un meccanismo più che comprensibile ma dovremmo cercare di romperlo.

“molti ragazzi xx “cancellano” la propria anatomia genitale per disforia e rifiutano quindi di prendersi cura della propria salute ginecologica”

 

Statisticamente le persone maschili xx (butch, non binary, non med, ftm med) fanno prevenzione ai genitali?

Sostanzialmente no. Forse mi capita più frequentemente di visitare donne butch, spinte dalle compagne o da amiche. Spesso la prima visita viene effettuata ad età molto avanzate, a 30 e più anni.
Facendo un piccolo paragone: le ragazze etero cis accedono alla prima visita ginecologica intorno ai 15 anni.

Quali i rischi per la persona maschile xx che non ha rapporti con uomini? E quali le prevenzioni da mettere in atto?

In realtà molto dipende da come viene vissuta la sessualità nella pratica. La penetrazione vaginale, che fa comunque parte della sessualità di molti ragazzi xx, richiede l’utilizzo di metodi di barriera (anche su eventuali toys) nelle situazioni di sesso occasionale. I rapporti orali andrebbero protetti con il dental dam.
Lo sfregamento dei genitali, anche in assenza quindi di penetrazione, si associa alla trasmissione di condilomi o herpes, ad esempio. Insomma, la situazione va studiata “su misura”.

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Un ftm gay è maggiormente a rischio  MTS o sono solo stereotipi?

Anche qui dipende dal tipo di sessualità che si mette in atto. Statisticamente purtroppo la popolazione sessuale gay è a rischio maggiore per moltissime MTS per la scarsa diffusione di metodi di barriera. In generale il sesso anale espone a rischi maggiori rispetto ad esempio al sesso vissuto tra donne lesbiche esclusive.
Le donne bisessuali sono più a rischio di quelle lesbiche esclusive. Se un maschio gay ftm non pratica sesso anale o orale o vaginale, sarà a rischio bassissimo. Insomma: non esiste un modo per provare piacere durante il sesso.
Ciascun* utilizza il proprio corpo come preferisce: il parlarne liberamente, in visita, ci aiuta molto a fare prevenzione e magari a migliorare la qualità della vita sessuale.

Quale importante lavoro culturale andrebbe fatto per avvicinare la prevenzione alle persone ftm, non binary e non med?

Sarebbe necessario lavorare su due fronti, credo. In primis: formare i medici. Dei semplici incontri monotematici dedicati al personale sanitario aiuterebbero ad avere nozioni mediche importanti ma anche ad utilizzare il giusto linguaggio ed il giusto atteggiamento verso i pazienti.
D’altro canto ritengo importanti degli incontri rivolti proprio alla popolazione ftm, non binary e non med. Conoscersi, trasmettere l’importanza della prevenzione, rassicurare, rispondere a domande, fornire magari qualche elemento di prevenzione o di auto diagnosi sarebbero già un passo avanti importante.

“Non siamo costretti ad amare il nostro corpo ma a conoscerlo e curarlo certamente sì.”

 

Sarebbero necessari spazi in cui il maschile xx parla del suo corpo di nascita? E se sì, come gestire questi spazi senza accendere la disforia?

Sarebbero bellissimi, più che necessari, degli spazi di questo tipo. L’accettazione del proprio corpo passa attraverso il dialogo, il racconto di sé, l’esplorazione di sé.
Il corpo fisico esiste e deve essere chiaro che non determina la nostra identità sessuale. E’ solo presente: può essere o meno fonte di piacere, può essere certamente fonte di patologia o di rischio, fa parte della nostra storia. Non siamo costretti ad amarlo ma a conoscerlo e curarlo certamente sì. In questo senso l’ascolto del corpo e la sua narrazione, con rispetto e nel setting giusto, anche in gruppi se ci sono la giusta serenità ed il giusto rispetto, porterebbero a vivere la realtà biologica con maggiore serenità senza per questo interferire minimamente con il nostro sentire, la nostra vita sessuale e sentimentale, il nostro percorso personale.

“Il corpo può essere o meno fonte di piacere, può essere certamente fonte di patologia o di rischio”

 

 

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Far entrare l’uomo xx nell’immaginario collettivo

Raramente un uomo ftm viene percepito come tale: viene scambiato per una donna o per un maschio biologico. Questo avviene perché non esistiamo nell’immaginario collettivo.

androginia

Questo post si collega ai post precedenti: sia a quello sul fenomeno “passing woman“, sia a quello che tratta del “passing, misgendering e deadnaming” per le persone non med e non binary.

Passing: un doppio significato

Mi sono a lungo interrogato sul doppio utilizzo della parola “passing”. L’utilizzo principale riguarda il passare come appartenenti al sesso opposto a quello di nascita, quindi si viene percepiti non solo del genere d’elezione, ma come “nativi” del sesso tradizionalmente legato al quel genere d’elezione.
Questo tipo di passing avviene quando una donna trans viene scambiata per una donna nata biologicamente femmina e quindi non si immagina neanche che sia transgender.

Vi è un secondo tipo di passing, che è quello dell’apparire perlomeno transgender e non altro. Avviene, ad esempio, quando è chiaro all’osservatore che la persona, per esempio una donna trans, appare ai suoi occhi proprio come donna trans, quindi di sesso maschile e di genere femminile, e quindi non appare come uomo gay, effeminato, uomo vestito da donna, trav, ma neanche come donna biologicamente femmina.
Quando una persona appare come “trans”, i comportamenti messi in atto possono essere due: rifiuto o accettazione.
Una donna trans, anche lontana dall’apparire biologicamente femmina, potrebbe avere il rispetto del proprio genere proprio perché, nei decenni, le donne trans hanno fatto informazione sulla loro condizione, anche solo muovendosi nel mondo e rivolgendosi a se stesse al femminie, e chiedendo agli altri di farlo, e quindi comunicativamente sarebbe chiaro il suo “sentire”, e quindi come questa persona desidera essere trattata e appellata.

Il lavoro del femminismo sui modelli alternativi di donna

La cosa si complica, invece, in direzione ftm.
Il femminismo, soprattutto quello portato avanti da donne che rivendicavano il loro diritto ad un’estetica non stereotipicamente femminile, ha rivendicato il fatto che una donna, priva di tutti gli “orpelli” che la società le imponeva per considerarla attraente e “femminile”, è comunque donna, è esponente di un tipo di femminilità alternativa, un modo diverso di essere donna, e a lei ci si deve rivolgere con lo stesso garbo con cui ci si rivolge ad una signora.
In un’ottica antibinaria, che è la stessa che portiamo avanti noi, questo concetto è sacrosanto, anche per il fatto che tutto ciò che è biologicamente xx ma non “femminile” (secondo lo stereotipo), viene spesso maltrattato.
Non so quanti aneddoti mi sono stati raccontati da amiche butch o amici ftm non med oppure non binary di biologia xx, in cui venivano visti come persone “poco raccomandabili” e maltrattati presso attività commerciali o uffici pubblici, trattati con sufficienza, oppure ricevendo il “tu“. In poche parole, il lavoro delle femministe, affinché si rispettasse la “virago”, è un lavoro importante.

Le complicazioni per le persone transgender “native” xx

Il problema dell’aver fatto questo lavoro è che attualmente, una chiaramente di biologia xx, ma priva di accessori culturalmente femminili, non viene vista come altro rispetto ad una signora.
Non sto dicendo che sia sbagliato che questa figura possa essere vista come una signora: potrebbe essere una donna eterosessuale “tomboy” oppure una donna lesbica butch.
Il problema è che attualmente quest’immagine estetica potrebbe essere incarnata anche da persone biologicamente xx che però psicologicamente sono uomini o ragazzi transgender o persone non binary, persone poco felici di essere considerate “signora”.
Ci si mette di mezzo anche il maschilismo, che dedica parole come “dottore, avvocato, ingegnere, architetto” a ciò che è xy, o ciò che xy “appare”, e riserva alle persone xx un generico “signora”, che ci fa sentire la moglie, la madre di qualcuno, un suppellettile, un orpello.

I più fortunati sono quei ragazzi xx, non med e non binary, che riescono ad apparire come dei ragazzini biologicamente maschi, anche se spesso appena parlano questa magia viene rotta. Se invece stiamo parlando di ragazzi xx medicalizzati, allora nel giro di pochi mesi, essi appaiono come appartenenti al sesso maschile, e nessuno alla vista penserebbe che sono uomini trans: essi appaiono uomini nati maschi come tutti gli altri.

Esistere nell’immaginario collettivo come uomini e ragazzi xx

Quello che si evince è che non esiste,  nell’immaginario, la figura dell’uomo transgender.
Non dico che, se esistesse, non ci sarebbe lo stesso qualcuno che misgendera per transfobia ed ostilità al tema, ma se l’immagine dell’ftm non med, o del non binary di biologia xx, entrasse nell’immaginario collettivo, quantomeno l’osservatore, alla vista di una figura chiaramente di biologia femminile ma con espliciti tratti estetici non canonicamente femminili, potrebbe domandare a se stesso/a se ha di fronte una donna emancipata dagli stereotipi, una donna lesbica, oppure una persona transgender, e a quel punto basterebbe vedere come la persona si definisce, e adattarsi poi al genere grammaticale che la persona usa per se stessa.
Piuttosto, se proprio la persona non è avvezza al rivolgersi, fino ad allora, con perifrasi neutre (cosa possibile, e le persone transgender lo fanno da secoli), può anche provare con una domanda diretta, che può risultare sgradevole, ma è sempre meglio del misgendering.

Gli strumenti per l’esistenza: la visibilità sociale e l’informazione

Se l’uomo xx entrasse nell’immaginario collettivo, come persona di sesso femminile ma di identità di genere maschile, ci sarebbero molti meno imbarazzi, nelle attività commerciali, ma anche sui luoghi di lavoro.
Ma cosa occorre? Occorre la visibilità.
Occorre che le persone xx di identità “non femminile” correggano, spieghino, in modo pacato, ma efficace. Solo la visibilità, e un lavoro faticoso e costante, può rendere la nostra esistenza una delle possibili opzioni, e per farlo ci vuole coraggio, ragazzi, un coraggio che dobbiamo iniziare ad avere, per quanto imbarazzante possa essere dire che siamo uomini a chi ci ha appena chiamato signora.

Il tabù sociale del misgendering (anche a persone cis)

Se può consolarci, è successo anche a qualche amico biologicamente maschio, gay ma non solo, di essere appellato al femminile.
Di certo, correggere crea un grande imbarazzo generale, visto che il sessismo porta le persone a provare grande vergogna nel misgenderare (anche e soprattutto quando avviene verso le persone cis: immaginate il momento in cui qualcuno scambia una vecchietta per un vecchietto o viceversa?), ma è un passaggio necessario.

Le trans lo hanno fatto: ora tocca a noi

Se le trans, con la loro presenza a volte “ingombrante” ci sono riuscite, possiamo farcela anche noi uomini xx, facendo un lavoro sulla poca assertività che spesso abbiamo a causa di un’educazione infantile reprimente.
Assertività, ma anche cortesia, calma, capacità di spiegare. Possiamo farcela: la nostra è la generazione che introdurrà nell’immaginario collettivo l’uomo xx.

Passing women: abiti e identità maschili nell’antichità

Intervista a Giovanni Dall’Orto, storico e giornalista gay, sul fenomeno delle persone “passing”, ovvero nate di biologia femminile e che, per vari motivi, che spiegheremo nell’intervista, hanno vissuto vite al maschile. Un’importante campo di studio per le giovani persone di nascita xx e di identità maschile o non binary.
fiorentina cerano

Fiorentina Cerano

Nel 2010 incontrai Giovanni Dall’Orto per caso alla libreria Pier Pour Hom (Pier Openspace), libreria LGBT sul territorio milanese in quegli anni.
Si avvicinò a me parlandomi di Caterina Vizzani e definendola “passing woman” (il nome che descrive il fenomeno delle persone di biologia femminile, che, nel passato, hanno indossato panni, e identità, al maschile), dicendo che io avrei dovuto interessarmi al fenomeno, in quanto “simile a loro”.
Sentendo “Caterina”, e “woman”, gli dissi che si stava sbagliando e sicuramene non era argomento di mio interesse (in realtà avevo grossolanamente trattato il tema qui).

Sono passati tanti anni e, da uomo xx e non med, penso che, a dispetto del nome che descrive queste persone, facendo leva sulla loro biologia e non sulla loro identità sociale, forse è interessante che un ftm, per trovare “le sue origini storiche e sociali”, si informi su queste persone, le loro vite e le loro identità sociali.

Informato del fatto che Giovanni ha appena finito una ricerca su vecchi ritagli di giornale (ora pubblicata su Wikipink), che raccontano le vicende di queste persone “passing”, ho deciso di intervistarlo sui miei tanti quesiti sul tema.

Ad esempio, è proprio necessario chiamarli “passing women” (donna-uomo in Italia)? Non è il caso di isolare i casi in cui è presente un tema di identità di genere dai casi di lesbismo o in cui la decisione è mossa da ragioni professionali e sociali (l’accesso ad una professione consentita solo agli uomini, fosse anche religiosa o militare)?

 

Le immagini sono tratte dalla galleria di Wikipink

Prima di lasciarvi alla visione del video, vi accenno alcune riflessioni che ho fatto dopo l’intervista e alcuni contenuti dell’intervista stessa.

La prima è che ho letto diverse ricerche sul fenomeno del travestitismo xx, ma erano sempre condotte da donne femministe, donne lesbiche, uomini gay, donne trans: perché gli ftm non fanno un loro percorso di ricerca storica? Forse siamo troppo pochi, e quei pochi che ci siamo non hanno un percorso di studi nella storia? O se ce l’hanno, non sono interessati a questo lavoro lungo, faticoso e “no profit”? Ad ogni modo, finché non ci sarà, attingeremo alle ricerche dei ricercatori esterni, ricerche che non avranno di sicuro il nostro “sguardo” sul fenomeno, ma sono un importante punto di partenza.
donna uomo

Vito “Santa” D’Arpa: non mi piacciono nè gli uomini nè le donne, mi piace il lavoro.

Sul fenomeno, pare risalga indistintamente a tutte le epoche, riguardi persone di livelli sociali e culturali vari, e sia maggiormente diffuso, ma non in linea esclusiva, a quelle società in cui non vi era una carta di identità o un passaporto, e in cui quindi la persona “passing” sfruttava un trasferimento per cambiare identità.
A favorire questa possibilità, la presenza degli adolescenti nel mondo del lavoro, che aiutavano una ragazza a “passare” per un giovanissimo ragazzo.
Il fatto che molti di loro fossero scoperti solo in caso di morte, malattia, o problemi con la legge dimostra che vi era una sorta di “connivenza” conscia o inconscia, poiché il binarismo sociale era tale che era più semplice includere la persona “passing” come ragazzo biologicamente maschio ed esteticamente poco virile che per quello che era: era davvero “impensabile” che una donna potesse fare una cosa del genere, fatto che, più che avversione, generava derisione, proprio in quanto impensabile che una donna potesse “osare” tanto.
Violente, però, in alcuni casi, le conseguenze: dalla pubblica derisione alla condanna a morte, soprattutto nei casi in cui al travestitismo si aggiungeva l’indossare “un fallo”.
Alcune testimonianze ci aiutano a distinguere i casi di travestitismo per altri motivi (seguire in guerra l’uomo amato, poter sposare la donna amata), da quelli che contengono una tematica di identità di genere: anche se con strumenti culturali poveri, molte persone passing rivendicano il desiderio di essere riconosciuti come uomini.

Interessante il caso di Giovanni Bordoni, all’anagrafe Caterina Vizzani, il cui modo d’essere era persino sostenuto dall’umile famiglia di provenienza, caso che ci fa capire che forse la varianza di genere dovrebbe essere accolta come una delle tante opzioni, e non “patologizzata”.

Forse questi “nonni” avrebbero bisogno di maggiore attenzione e cura, perché nelle loro vite, nelle loro parole, nella sofferenza che hanno subìto, ma anche nella loro realizzazione dovuta alla possibilità di vivere al maschile, ci sono molti elementi che dovrebbero essere di riflessione per noi che questa condizione la viviamo.

 

 

Lettera a Daniela Danna, cosa ho apprezzato e non apprezzato della “Piccola Principe”

Sono stato uno dei primi a leggere il libro di Daniela Danna (La Piccola Principe), dopo la sua uscita nelle librerie. Ho fatto molta fatica a reperirlo, essendo piena estate, e alla fine ho dovuto usare Amazon.
Ho pensato che la cosa più sensata da fare, prima di scrivere una recensione, fosse mandare le mie impressioni a Daniela stessa, perché sono totalmente disinteressato al clima di contrapposizione e di opposizione creatosi negli ultimi due anni tra mondo lesbico/femminista e mondo trans, e che secondo me deriva, in buona parte, dal non riuscire ad avere un linguaggio condiviso.

Premetto che il mio è un punto di vista particolare, essendo io un uomo transgender ftm, ma anche un uomo gay e anche un sostenitore del percorso non medicalizzato come una delle opzioni possibili. Le mie impressioni, leggendo il libro, sono fortemente influenzate dal mio percorso personale e politico.

Vorrei mantenere la forma del testo che ho scritto “di getto”, dopo la lettura a caldo, direttamente a Daniela.

Daniela Danna

 

Cara Daniela,
come promesso, ti scrivo cosa mi è piaciuto, non mi è piaciuto, o mi risulta poco chiaro del tuo testo. Vado in ordine cronologico, e appunto considerazioni pagina per pagina.

 

Inizio dalle persone a cui ti rivolgi, ragazzine che pensano di avere una tematica di identità di genere (identificandosi come “altro da donna”) al femminile, immagino perché finora sono state “socializzate” come tali: dal tuo punto di vista ciò ha senso, ma se fossi io il giovane ftm in questione, preferirei che mi si rivolgesse il più possibile al neutro, proprio in quanto persona “questioning”, ma temo vada contro le intenzioni filosofiche del libro. Non dico questo in quanto sostenitore ideologico del linguaggio genderless, ma penso sia meglio lasciare la persona questioning “in campo neutro”, per venire incontro alla sua sensibilità.
So che non è la tua politica, ma volevo condividere il mio approccio con te.

 

Voglio pensare che questo libro non sia rivolto ai giovani transgender ftm, ad esempio a quel “me giovane”, che, in anni in cui non si parlava di t (figuriamoci di ftm, e figuriamoci di ftm gay) si è sentito “cancellato e frainteso”, ma che si rivolga piuttosto a chi “pensa a torto” di essere ftm, a chi, per i pochi strumenti che ha, a causa anche dell’età, confonde identità di genere, ruolo di genere, e orientamento sessuale, e quindi non si rende conto di avere una tematica di “lesbismo” o di “ruoli”, e di non essere, quindi, transgender.

 

Il problema che sollevi esiste, e io in dieci anni di “sedicenti ftm” ne ho conosciuti diversi, soprattutto sui social, ma non solo: era evidente, in alcuni di questi casi, che la tematica fosse chiaramente di “ruolo” di genere, e che la persona avesse un’insofferenza al binarismo sociale dei ruoli.
Queste persone, però, che hanno fatto il percorso in Italia, sono state bloccate alle prime sedute del percorso psicologico. I pochi casi italiani di de-transizionati riguardano persone che hanno fatto il “fai da te”, spesso senza approdare alle associazioni transgender.
Segnali, comunque, un tema che sto cercando di portare all’interno dell’attivismo transgender, e su cui il gruppo di attivisti trans con cui mi confronto (il Progetto Identità di Genere dei Circolo Rizzo Lari, ex Milk), ovvero l’esistenza dei “de-trans, e il pericoloso rischio, nel caso di persone di nascita xx, che la tematica sia squisitamente di ruoli di genere o di omosessualità non accettata.

 

Quando parli di esperienze relative alla scoperta di sè come ragazzina lesbica, non posso dare molti elementi di critica: non è la mia storia. Tuttavia penso che non sia diverso per chi, con un passato da “ragazzina maschile”, guardava i ragazzi (a me interessavano quelli delicati, quelli bullizzati perché effeminati, o perché rifiutavano di aggregarsi al gruppo dei bulletti): ci si sentiva, comunque, “satelliti” in un mondo in cui tutto ruota attorno al maschile virile ed eterosessuale. Qui colpisci nel segno, e ti faccio i miei complimenti.

Devo farti un appunto, probabilmente sgradevole: l’uso di uomo e maschio. Sicuramente conosci, forse la rifiuti, la convenzione che usa maschio e femmina per parlare di corpi e uomo e donna per parlare di “menti”. In tal logica, credo sia un errore dire che i transgender vogliano “diventare maschi”. I transgender (ftm) vogliono essere inclusi nel gruppo sociale degli altri uomini, ed alcuni di questi, se hanno una disforia fisica, vogliono anche adattare il loro corpo in modo che “somigli” a quello dei nati maschi. Questo lo spieghi anche tu, ma non avrei usato “diventare”. Sono termini che, come comunità di attivisti transgender, abbiamo “deprecato”: suonano riduttivi riguardo al nostro percorso, alla nostra capacità di analisi, introspezione e “contatto con la realtà”.

 

Sulla parte dei casi storici di “passing women” non dico nulla: nessuno sa i motivi che hanno spinto queste persone a vivere al maschile. Scrissi un saggio dieci anni fa, inoltre c’è una digressione interessante in questo testo, che ti consiglio. Sicuramente a volte era una questione di ruolo, altre di orientamento, altre di entrambe, e altre ancora di transgenderismo.

 

Poi parli di una sorta di “disforia giovanile”, che non ho ben chiaro se riguardi il genere (sentire di appartenere al gruppo sociale dei ragazzi) o il sesso (avere un fastidio per alcune parti del corpo, magari appunto per ciò che rappresentano), nelle ragazze lesbiche. Questo, come sai, non mi appartiene, e non ne ho esperienza. Penso che possa essere indotto da una svalutazione sia del femminile (e riguarda ragazzine con qualsivoglia orientamento), sia della messa in discussione della stessa possibilità che si possa essere donne attratte da donne (in una coppia deve esserci sempre un uomo tra i piedi, e se non c’è, allora…sei tu), in un mondo eteronormato ed eterosessista.
Credo fortemente che l’unica “disforia” non sia quella delle persone trans, ed è interessante che il mondo lesbico indaghi le “disforie giovanili” delle giovani questioning, che poi si scopriranno lesbiche, ma attenzione a non farne un discorso generale: una disforia che potrebbe sembrare simile, osservandone gli effetti, ha radici completamente diverse in una giovane persona Ftm (non riguarda il ruolo di genere, e non riguarda l’orientamento sessuale). Avrei sottolineato maggiormente questo punto.

 

Una delle parti che disapprovo maggiormente del saggio è quella in cui parli delle persone transgender. Usi “transessuale”, forse è una scelta, ma la comunità ha deprecato da tempo questa parola per passare a “transgender” (o, semplicemente, trans), proprio perché, come dici tu stessa, il sesso non si cambia.
Ad un certo punto, vuoi spiegare qual è il vero spartiacque tra le “tomboy questioning” e i “veri trans ftm”, e per farlo accenni all’ “odio/non accettazione per il/del corpo”.

Nei gruppi di autocoscienza ho conosciuto centinaia di persone, e nessuna, neanche i transgender medicalizzati, descriverebbero la loro esperienza usando questo come punto focale. E’ una lettura pericolosa, che porta a una visione “dismorfofobica” del percorso transgender, non mettendo al centro il vero punto focale: l’identità di genere e la richiesta che essa venga rispettata.

Anche quando parli del percorso medicalizzato, ribadisco il fatto che sarebbe meglio evitare il “vogliono diventare” (uomini/donne), perché una persona transgender ftm, come identità di genere, è già (a prescindere dalla medicalizzazione) uomo, e la medicalizzazione, semmai, avvicina la sua immagine fisica a quella dell’uomo nato maschio biologico, per favorire il suo benessere psicofisico e anche il riconoscimento sociale come appartenente al genere d’elezione.

Mi soffermo adesso sul punto in cui parli di persone che, prima dell’adolescenza, non hanno dato segnali dell’essere transgender. Forse questo dato può generare sorpresa in chi non fa parte della subcultura trans, ma da decenni noi T, per distinguere i nostri percorsi e le loro peculiarità, abbiamo rispolverato “transgenerità primaria” e “transgenerità secondaria” (termini ormai deprecati, e che suonavano sgradevoli quando qualcuno li usava per decidere le nostre sorti), per poter confrontare i vissuti diversi di chi si è scoperto o dichiarato transgender molto giovane e di chi, magari, ha portato fuori questa parte di sé in tarda età. Nessuno dei due percorsi, naturalmente, è più “autentico”, ma spesso l’aver sperimentato socializzazioni di genere diverse in età diverse porta utili elementi al confronto, così come avviene tra omosessuali o lesbiche che si scoprono o si accettano da giovani oppure, magari, dopo una vita tra matrimonio e figli.

Vengo al punto in cui citi l’autismo. Legare autismo e transgenerità è una nuova moda teorica che noi, che ci siamo battuti un’intera vita per la depsichiatrizzazione della condizione trans, non vediamo di buon occhio e non consideriamo scientificamente autorevole.
La ragazzina del tuo caso studio, che legava la sua apparente “freddezza” caratteriale, a quanto pare tipica del cervello neurodiverso, alla “virilità”, e quindi si identificava come ftm, commetteva il solito errore di confusione tra identità di genere e stereotipi di genere (in questo caso, uno dei peggiori). Mi chiedo come queste persone, in sistemi dove prevale la sanità privata, siano seguite dal punto di vista psicologico. I falsi positivi trans, che tu denunci, non fanno bene nè alle persone che ci incappano, né alla comunità trans.

 

Nel passo in cui si parla delle trans degli anni settanta/ottanta, ho colto, e spero di sbagliarmi, una maggiore “simpatia” verso chi, facendo il percorso mtf, non può cadere nel tranello dei ruoli: mentre è facile pensare che una ragazzina si possa “immaginare ragazzo” per liberarsi di una serie di catene dell’educazione riservata alle femmine, di una giovane persona in direzione mtf, quindi “verso il peggioramento sociale”, si immagina che il percorso sia maggiormente autentico (se vuoi vivere da donna, o sei masochista, o lo sei per davvero). Forse è per questa ragione che gli Ftm, storicamente, sono stati maggiormente nel mirino delle pensatrici lesbiche. Su questo mi piacerebbe confrontarci, amichevolmente.

Arriviamo al vero punto di incomunicabilità tra mondo femminista e mondo trans: il fatto che il femminismo usa “genere” come termine omnicomprensivo di “identità di genere” e “ruolo di genere”, termini che, per narrare l’esperienza trans, è necessario scorporare.
A pagina 24 usi “genere” non facendo questa distinzione, e fai considerazioni molto vere, con tutte le conseguenze drammatiche e sessiste che indichi, ma se attribuite a “ruolo di genere”. Questa parte mi ha molto colpito e invitato a riflettere, perché noi trans non ci interroghiamo e confrontiamo solo sul nostro tema specifico (l’identità di genere), ma anche su ruoli e stereotipi di genere (tema esteso anche a chi non è trans e su cui, storicamente, ci siamo sempre confrontati, ad esempio, con omosessuali e lesbiche).
Ogni persona trans deve confrontarsi sia con i ruoli relativi al sesso biologico, sia a quelli del genere d’elezione, e l’esperienza di passaggio, di “cambiamento di socializzazione di genere”, ci mette in un osservatorio privilegiato, rispetto alle diseguaglianze sia di sesso, che di genere.

 

Un’altra obiezione che sento di fare è sul fatto che la trattazione non tiene conto dei percorsi non medicalizzati.
Vi è una contrapposizione dicotomica tra il percorso butch/tomboy, o quello di “Big Pharma”.
E’ vero che gli attivisti transgender non med, in Italia, sono pochi, poiché il grave stigma riservato ai trans “senza passing” causa un elevato tasso di “velatismo”, però all’estero è una condizione sdoganata, e mi stupisco che, dove questo dibattito è nato, la condizione “non med” sia stata volutamente ignorata, forse perché pone ennesimi interrogativi e spunti che minerebbero i corollari delle due barricate.
Visto che contrasto il “vassallaggio” rispetto ad un dibattito nato in un luogo che vanta profonde differenze socio-culturali, perché non introdurre questi nuovi temi e punti di vista nel dibattito italiano? Il dibattito, qui, non ha ancora raggiunto i livelli di tossicità delle bacheche twitter anglosassoni, perché non provare?

In alcuni punti del tuo testo vedo una svalutazione del percorso medicalizzato, che non è il mio ma quello di tanti amici ed amiche. Si sottolineano gli “effetti collaterali”, come la calvizie, e, anche se la trattazione allude al fatto di fare questi trattamenti su minori (anche se in alcuni punti è poco chiaro se si stia parlando di testosterone o inibitori), la svalutazione poi colpisce i trans medicalizzati adulti, e secondo me si poteva evitare, perché “collaterale” al tuo messaggio principale. Immedesimandomi nei miei amici trans medicalizzati (adulti), mi sentirei svalutato se si parlasse così del mio corpo, e dei cambiamenti da me tanto attesi, che mi hanno così tanto reso felice (magari anche quello della stempiatura, se la persona la includeva nell’immagine di sé). Penso che la parte peggiore di questo pezzo sia quella dove si parla dei trans, mi perdonerai la parafrasi, come “esperimenti della teoria queer”. I ragazzi trans medicalizzati sono semplicemente transgender che, oltre alla disforia sociale, avevano anche una disforia fisica, e mi fa male sentirne parlare così. Spero che un giorno si possa fare un confronto aperto tra donne e uomini ftm portatori di percorsi diversi (med o non med) in modo da narrare le nostre storie in prima persona.

Sempre rimanendo sul tema della medicalizzazione, io posso comprendere lo scetticismo e la paura per la medicalizzazione dei minori, soprattutto se “questioning”, ma non condivido invece la critica alla sperimentazione sociale in quello che si crede sia il proprio genere d’elezione. Al netto delle posizioni ideologiche (che tutti noi abbiamo, sia femministe che trans, ed è inutile negarlo), cosa c’è di male nel far sperimentare nella socializzazione di genere un giovane questioning, salvo poi tornare indietro se il “vestito indossato” risultasse troppo largo o stretto?

Altro punto debole a mio avviso è l’aver trattato solo i casi “desister” la cui ragione era il “non essere trans”. Eppure vi sono casi in cui il dietrofront sociale è causato da paure sociali o dal fatto che il percorso medicalizzato non era quello più indicato o portava risultati modesti rispetto alle aspettative (soprattutto, ad esempio, riguardo alla ricostruzione dei genitali maschili).
Alcuni tuoi casi studio si descrivono al passato come “ragazze che odiavano se stesse”: se questa narrazione può essere reale per loro, ci sono “de-trans” che continuano a identificarsi come ragazzi, magari solo in una ristretta cerchia di persone fidate, ma hanno rinunciato al percorso med o a dare visibilità sociale alla loro identità di genere.

 

Condivido molto il tuo pensiero che  la pubertà la si debba sperimentare senza interferenze medicalizzate, ma voglio capire cosa intendi quando dici che i “bambini trans” non esistono. Penso che noi persone LGBT adulte lo siamo stati anche da piccoli. Un ragazzino è gay anche se in quegli anni non prova attrazione erotica, o non pratica del sesso omosessuale, e anche un ragazzino trans lo è anche senza medicalizzazione e coming out. Che poi i ragazzini sedicenti T (ma forse in generale LGBT) siano molti di più di coloro che useranno questa descrizione di sé una volta diventati adulti, è un fatto (un fatto su cui dovremo interrogarci, anche io stesso entrai nel panico negli anni dell’ingresso nel mondo del lavoro e “degli adulti”, e valutai di mettere nel cassetto me stesso).
Tuttavia, penso sia un po’ violento dire che “i bambini trans non esistano”, per chi di noi, lettore del tuo libro, bambino trans lo è stato. E io, guardando indietro, non penso a me come un bambino “non trans”, ma come una persona che, nell’epoca dei dinosauri, provava a raccontare cosa sentiva, ma senza ascolto, o con reindirizzamenti indesiderati verso “altro” (appunto il femminismo, o addirittura il lesbismo, nonostante io abbia sempre affermato il mio interesse verso partner ragazzi).

 

Vengo al termine “cis/cisgender”, che nella subcultura transgender usiamo da decenni per descrivere “l’altro da noi”, come i gay e le lesbiche usano “etero”. In un’ottica in cui la differenza tra ruolo e identità è assodata, cis è un termine innocuo e riguarda chi non ha una disforia di genere. Da quando è nata questa nuova visione che ingloba i due concetti, cis è stato letto come “persona supina ai ruoli” e in questo caso come “donna conforme ai ruoli”, ma ci sono donne cis estremamente emancipate e libere, come ci sono donne trans “oche”, ma esistono ad esempio anche donne trans emancipate e persino “mascoline”, perché, come dici tu, in ogni uomo o donna (trans o cis che sia) esistono sfumature di ruolo maschili e femminili, perché i ruoli non sono naturali, ma decisi a tavolino per “fare ordine”, e farlo dal punto di vista della convenienza maschile cis, ma poi ognuno di noi ha le sue predisposizioni ed evoluzioni riguardo ai ruoli. Cis non riguarda l’emancipazione dai ruoli. Se però nelle guerre femministe (intersezionali VS tradizionaliste), “cis” ha cambiato significato, questo è un grosso problema comunicativo per tutti noi che, prima  di queste guerre, abbiamo costruito un linguaggio e ora lo dobbiamo cambiare.

 

Andando avanti nella lettura, arrivo alle testimonianze delle ragazze intervistate, e leggo nelle loro parole tanta confusione e disagio. Mi dispiace che queste storie siano diventate l’emblema di una condizione. Io stesso quando mi contattano persone così a chiedere aiuto, le “provoco” e le stimolo a capire se la T è davvero la loro strada, anche se io posso solo dare un contributo di pensiero, e mai sovradeterminare gli altri.

 

Vedo che ad un certo punto viene introdotto il tema “nati nel corpo sbagliato”: io non mi sono mai sentito “nato nel corpo sbagliato”, e combatto questa retorica.
Esistono gli uomini xx, anche se sono pochi rispetto alle donne xx.
Esistono nella variabilità della “natura”, non è un’anomalia, un disturbo, ma una variante, e gli uomini xx hanno un corpo diverso dagli uomini xy.
Sono uomini diversi, per storia e per fisiologia/fisionomia, ma sono diversi anche dalle nate xx che hanno un’identità di genere femminile. Sono altro.
Politicamente chiederemo che il nostro nome e genere sia riconosciuto allo stesso modo di quello degli uomini xy, ovviamente, ma questo non significa negare di essere uomini xx.
Concludo sul tema “butch/tomboy VS ftm”. Se esiste un “sé misogino” che può portare una butch/tomboy a pensarsi come un ftm, esiste anche un “sè transfobico” che fa pensare il contrario a chi magari preferisce una vita da butch/tomboy ad una da trans ftm, cosa che, almeno in Italia (e qui sottolineo il bisogno di riportare il dibattito alla nostra realtà locale), è ancora uno stigma. Non credere sia facile dire, oggigiorno, “io sono trans”.

 

Tutti quelli che ho scritto vogliono essere spunti per un confronto. Forse possono fare chiarezza sul perché alcuni contenuti siano arrivati come uno schiaffo alle persone trans. Non è il mio obiettivo correggere con una penna rossa. Probabilmente alcune delle mie prospettive sui tuoi contenuti sono per te nuove.
Se, da un lato, il mondo lesbico non ha cercato interlocutori ftm, io stesso come ftm gay mi sono tenuto alla larga dalle lesbiche, sia per i precedenti “riparativi” risalenti a vecchi contatti, sia perché ovviamente preferisco la compagnia maschile e maschile gay, per ovvie ragioni identitarie. Oggi, visti questi strappi, penso sia stato un errore, quindi ci provo, provo a dire la mia.

Spero di non essere apparso supponente o sgradevole e che io possa pensare ad un dialogo con te e con la tua subcultura.

Con Stima
Nathan

 

www.mondadoristore.it

Un “esperanto” linguistico tra attivisti LGBT è possibile?

Gentili readers,
come al solito mi è impossibile parlare della questione senza parlarvi di me, di quando ero un giovane ftm e un giovane attivista.
Le due cose sono coincise nel tempo, so che non dovrebbe andare così, che si dovrebbe fare tanta autoanalisi e tanta introspezione prima di prendere in mano una bandiera o un megafono, ma non siamo sempre totalmente padroni degli avvenimenti delle nostre vite.

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Per me non è esistita una fase LGBT feste e locali, e la mia esistenza LGBT è coincisa con l’associazionismo, con l’attivismo, con le quintalate di libri che gli attivisti più adulti mi passavano sperando che mi facessi una coscienza politica, ma in cui cercavo anche risposte su di me.

Non provengo dal femminismo: ai tempi non “si usava“. Ai tempi i giovani transgender leggevano gli autori e (prevalentemente, ahimé) autrici transgender, ed è su quelle pagine che trovai un linguaggio per me nuovo, ed inedito, per parlare in modo disambiguo e chiaro di ciò che ero fisicamente e di ciò che ero al di là del mio aspetto e della biologia.

Molti autori (quasi sempre autrici) transgender, Mirella Izzo, Monica Romano, Martine Rothblatt, Diana Nardacchione, ma anche tanti autori ed autrici cis, che parlavano di storie transgender, oppure persone che, ahimè, venivano dal mondo della psicologia, mi introdussero ad un linguaggio per cui si usava “sesso” per parlare della realtà genetica e biologica dei corpi (di tutti gli animali, umani e non), e “genere” per parlare invece dell’identità della persona rispetto alla tematica dei generi.

Per una maggiore disambiguità, aggiungo che maschio e femmina riguardavano i sessi biologici (come, appunto, anche nel mondo animale), uomo e donna le identità di genere.

Un altro concetto, soprattutto a me che provengo dal percorso ftm, mi fu di molta utilità per capire me stesso nei miei primi anni di percorso: quello di ruolo di genere.
Molte persone, spesso giovanissime e non molto scolarizzate, che credevano di essere portatrici di una tematica transgender, spesso persone in direzione ftm, non avevano ben compreso la differenza tra “identità di genere” e “ruolo di genere”, ed hanno confuso una tematica relativa ai ruoli e al desiderare di poter incarnare un ruolo sociale, precluso o quasi alle donne per ragioni di binarismo, con l’avere un’identità di genere maschile. Le prime sedute del percorso psicologico servono proprio a capire se la persona è caduta in questo errore.

La differenza tra ruolo di genere e identità di genere è complessa da spiegare a chi non ha preso parte al dibattito che ha messo questi temi al centro della riflessione, anche perché, al di fuori di queste nicchie di attivismo, chi è cisgender (“non transgender”, termine che uso assolutamente in modo neutro, come ha sempre fatto la letteratura transgender, prima della moda intersezionale) ha un’identità di genere, coerente col sesso biologico, che dà per scontata (così come molti etero danno per scontato il loro desiderio eterosessuale), ma forse questa  differenza può essere spiegata con degli esempi:
una donna che desiderasse tanto diventare ufficiale dell’esercito, ma che si identifica come donna, che è arci-stufa delle disparità di genere, è portatrice sicuramente di una tematica di ruolo di genere, e non di identità di genere. E’ quindi una donna cisgender, e questo non toglie nulla alle sue ammirevoli battaglie per l’emancipazione dai ruoli: semplicemente non è transgender, e non ha disforia di genere.
Il fatto che ad un uomo piaccia il calcio riguarda i ruoli di genere. Il fatto che ad una donna possa piacere truccarsi, che sia meno esplicita nel suo desiderio sessuale, riguarda i ruoli di genere, e sono comportamenti e aspettative che variano nei tempi e nei luoghi, socialmente costruiti, e, si spera, anche in evoluzione.
I ruoli di genere sono quindi una tematica che è “patrimonio dell’umanità” e non riguarda sicuramente le persone transgender e basta, anche se riguarda anche loro.
Un ftm, ad esempio, si è dovuto prima scontrare con le aspettative sociali che lo hanno riguardato per via del suo sesso biologico (le persone che lo ricordavano si aspettavano un ruolo di genere al femminile), poi con le aspettative sociali che lo hanno riguardato per il suo genere d’elezione (quelle persone che, visto il suo coming out e/o transizione medicalizzata e non, si aspettavano da lui un’adesione al modello maschile in tutti i suoi stereotipi).
Le persone cis e quelle transgender avrebbero tanto da dire sui ruoli di genere, sui tranelli (noi transgender lo chiamiamo “il canto delle sirene“) in cui rischiano di cadere sia persone del mondo cis che persone del mondo transgender, sugli stereotipi, ma anche sulla “legittimità” dei ruoli (l’obiettivo è che ogni espressione di genere possa essere lecita, e non solo le polarità più “rosa” e più “celesti”, e che non ci sia più bullismo ed ostilità verso chi tende a ruoli “differenti”, e non abbiamo di certo come obiettivo la cancellazione di ogni espressione “binaria” per diventare tutti “fluid).

Torniamo però all’identità di genere, al genere d’elezione, e a concetti che noi transgender, nella nostra saggistica e letteratura, non priva di riferimenti convenzionali sociologici esterni alla nostra subcultura, abbiamo dato per assodati per anni per generare la nostra cultura e comunicare tra noi con un “file universale d’interscambio”.
Altre correnti di pensiero, ad esempio alcuni filoni di femminismo, soprattutto i femminismi “del determinismo biologico”, non pongono l’accento sulle differenze tra identità di genere e ruolo di genere (una differenza che invece era ben chiara alle pioniere del femminismo, che sono state “maestre”, dirette e indirette, delle prime generazioni di attiviste transgender), e ciò riduce, ai loro occhi, il percorso transgender a una mera ricerca di un nuovo “ruolo sociale” (o sessuale), ottenuto “rinnegando” la biologia, compiendo una “connivenza” con gli appartenenti al sesso opposto (critica rivolta soprattutto se non esclusivamente agli ftm, argomento di cui ho trattato ampiamente nel blog in passato, vedi transmisandria).
Se però il mondo femminista “biologista” si mettesse in “ascolto” su cosa è l’identità di genere, come concetto indipendente dal ruolo (ruolo che del femminismo è, giustamente, oggetto di studio), forse noi transgender sembreremmo meno dei “personaggi in cerca d’autore”, privi di riferimenti culturali, di nostri autori e intellettuali di riferimento, e bisognosi di sentirci dire “Studia!”, dove quella parola invita a studiare gli autori di un’altra subcultura (ad esempio, quella femminista), come se non ce ne avessimo di nostri.

L’identità di genere è un concetto che contiene una parola chiave che sembra essere rimasta inosservata negli ultimi due anni: identità.
Non si tratta semplicemente di essere portatori di un genere d’elezione, magari non corrispondente a quello che si attende da un sesso biologico: si tratta di identità, identificazione, rivendicazione.
Non poche persone potrebbero “apparire”, agli occhi di un attivista transgender, abituato a scorporare il sesso biologico dal resto, di un “genere” divergente dal sesso biologico. Parlo di persone che conducono felici vite cisgender, e a cui non verrebbe mai in mente di definirsi altro rispetto a donna/femmina e uomo/maschio, persone probabilmente persino eterosessuali (non che questo c’entri, ma giusto per rafforzare il concetto).
E’ l’identità che fa la differenza nell’avere o meno una tematica di “identità” di genere, ovvero l’identificazione non tanto col sesso opposto (e questo sgombra il campo dagli attacchi di chi pensa che una persona transgender neghi la sua origine biologica, il suo sesso biologico di maschio o di femmina), ma col “gruppo” sociale degli uomini o delle donne (termini che, come da disclaimer, questo blog usa per indicare le identità di genere e non i corpi).

Forse qualcuno (e questo dipende, ahimè, dalla recente confusione tra subcultura transgender e subcultura queer, dovuta anche a chi è sostenitore/trice della teoria queer essendo nello stesso tempo anche una persona trans) pensa che la disforia di genere possa portare una persona a negare il suo sesso biologico, spinta dal desiderio di non essere transgender, di essere semplicemente del sesso corrispondente al proprio genere d’elezione, ma non è così.
Quando ero molto giovane, i miei strumenti culturali di allora mi spinsero a darmi risposte incoraggianti: non ero io ad essere sbagliato, ma la società: erano loro che dovevano “imparare” a vedere in me un uomo, ad assecondarmi dopo la mia dichiarazione di appartenenza al genere maschile, e che non c’era nulla di sbagliato in me. La natura, a mia detta, creava persone di biologia xx che erano donne (come identità di genere), e uomini (persone come me, uomini transgender), e che non c’era nulla di sbagliato negli uomini xx (uomini che geneticamente hanno i cromosomi xx, come le donne cisgender), ma che andava fatto un lavoro culturale affinché gli uomini xx siano sempre più visibili e inclusi nella società, con una corretta socializzazione coerente col genere d’elezione, e nei luoghi di lavoro.
Il mio motto di allora era: non siamo contronatura, siamo controcultura.
Oggi, forse perché ho imparato a tenere a bada la disforia, e a “sopportare” tutte le narrazioni realistiche che tengono conto del fatto che il mondo fuori dalla nostra nicchia ragiona su parametri estetici e biologici, sono maggiormente portato a considerare ragionevole la posizione di chi ha difficoltà a barcamenarsi in quest’universo di termini e convenzioni e di portare attenzione al non “misgenderare” (rivolgersi declinando coerentemente col sesso biologico e non col genere d’elezione) le persone transgender, essendo stato educato per un’intera vita a non “misgenderare” le persone cis (chi non ha mai raccontato, con imbarazzo, di aver dato, per errore il maschile ad una vecchia signora, accorgendosi solo dopo che era una donna, e considerare tale gaffe come il peggiore affronto che si potrebbe fare ad una dolce signora?).
Ecco, se dovessi descrivere oggi la disforia, almeno la mia, non la descriverei come un “delirio genetico” che mi porta a pensarmi come un appartenente al sesso opposto al mio (non mi descriverei mai come un maschio biologico, e se lo fossi credo che questo blog neanche lo avrei mai aperto!), ma come l’essere in bilico tra il desiderio di essere percepito come un qualsiasi altro uomo e la consapevolezza, politica e personale, che spesso non sarà così, e che mi è richiesto un “ragionevole” sforzo per fare cultura sul mio tema (se non io per me, chi per me?).

A qualcuno non piacerà che si usi maschio/femmina per indicare i corpi, e uomo/donna per indicare i generi (d’elezione per noi transgender, generi e basta per tutti gli altri). Tuttavia, ritengo necessario che si decida un linguaggio comune, non dico tra LGBT e femministe, ma almeno tra persone LGBT.
Onestamente non so se altri percorsi e altre subculture hanno chiamato, magari, uomo e donna i corpi, usando maschio e femmina, magari, per indicare dati più culturali, o di attitudine sessuale. Un mio amico gay di 43 anni (quasi di un’altra generazione rispetto alla mia, non che le cose siano molto cambiate) tiene sempre a precisarmi che la parola “maschio” l’ha sempre urtato, poiché nel suo percorso di gay, bullizzato dai 5 ai 20 anni, si era accettato come uomo E gay, distaccandosi dall’identità di “maschio”, termine che i suoi coetanei usavano per descrivere l’uomo eterosessuale aderente al machismo.
Anche una mia amica femminista ha sempre associato a “femmina” dei concetti negativi, quasi “animali” e di disprezzo, e si è sentita invece valorizzata quando ha cominciato a pensarsi come “donna” (e infatti penso che in questi casi si possa parlare di un percorso di identità di genere in realtà non dissimile a quello che fanno i transgender, in cui la persona cis prende consapevolezza del suo genere e del suo valore al di là della semplice appartenenza biologica).

Penso che sia difficile, per chi ha sempre dato a “uomo” e “maschio”, a “donna” e “femmina”, dei significati diversi rispetto a quelli elaborati dalla sociologia in generale, e dalla subcultura transgender in particolare, ma con un piccolo sforzo possiamo trovare un linguaggio comune che sgombri il campo da continui equivoci che ci distolgono da ciò che ci unisce facendoci concentrare su ciò che ci divide o, peggio, su ciò checrediamo” ci divida.

L’epoca intersezionale, su cui sapete bene cosa penso (l’intersezionalità doveva essere un’opzione, è invece diventata obbligatoria e adesso viene quasi denigrato chi invece vuole concentrarsi solo sul suo tema o su alcuni temi), ha creato gravi ingerenze, per le quali diverse persone cis, talvolta eterosessuali, hanno ritenuto legittimo e accettabile dire che una donna transgender non è una donna e che un uomo transgender non è un uomo (cisplaining).
Non voglio entrare nel merito del fatto che questa cosa è stata fatta poiché le loro subculture usano in modo diverso “uomo, donna, maschio e femmina“. Io penso che in alcuni casi ci sia un atteggiamento che sarebbe errato definire “transfobia”, e che sarebbe più corretto definire come un’avversione alla tematica transgender, che tocca tanti nervi scoperti della riflessione sui generi portata avanti da persone cis, omosessuali ed eterosessuali che siano.

Noi transgender reclamiamo la “presa di parola transgender”, sul nostro tema, che è quello dell’identità di genere, del genere d’elezione, e rifiutiamo ogni tentativo di sovradeterminazione da parte di altri soggetti politici e non.

Tuttavia, a parte casi estremi, di persone spinte più dall’avversione per la condizione transgender in generale, che dalla voglia di argomentare, c’è un’enorme “zona grigia” di intellettuali LGB che portano avanti istanze simili a quelle che portiamo avanti noi, punti di vista simili a quelli che portiamo avanti noi, e con cui sarebbe stupido non dialogare per un banale problema di linguaggio.

La confusione tra sesso, genere, maschio, uomo, femmina, donna, ha creato un cul-de-sac di incomunicabilità che ha fatto sì che si arenassero battaglie importanti, come quella del riconoscimento anagrafico di persone in percorsi transgender non canonici e non medicalizzati.
Se i termini non sono comuni e condivisi, qualcuno potrebbe pensare che un ftm pensi di essere di “sesso” maschile, o che voglia essere riconosciuto, magari al livello sanitario, come appartenente genetico al “sesso” maschile, e questo equivoco di fondo non porterà nulla di buono, se non ad arenare le richieste di quell’ftm, magari portatore di un corpo xx ancora identico a quello delle donne (persone che come corpo sono femmine, esattamente come gli ftm, ma che diversamente dagli ftm sono, come genere d’elezione, donne e non uomini), che però vuole sbarazzarsi di un imbarazzante nome anagrafico che si porta dietro nel mondo del lavoro, alle poste, per ordinare un pacco per corrispondenza, alle riunioni di conominio e così via.

Se il linguaggio non è condiviso, se non riusciamo, solo al fine di comunicare, a chiamare “uomo e donna” i generi d’elezione, “maschio e femmina” i corpi biologici, non riusciremo neanche a comprendere le relative letterature.

Mi rendo conto di risultare presuntuoso a chiedere che lo sforzo venga da fuori, che sia chi ha chiamato sempre maschio/femmina i generi e uomo/donna i corpi a venire incontro ai transgender. Non dico che la soluzione sia quella, anche se la troverei semplice e funzionale dal mio punto di vista: potremmo anche trovare termini nuovi, ma prima di perderci in un caleidoscopio di nuovi termini, magari importati da qualche narciso influencer d’oltreoceano, penso che si possa fare uno sforzo per comprenderci a vicenda:
una donna transgender non sta dicendo nessuna eresia biologica se si definisce donna, visto che nella subcultura transgender “donna” riguarda il genere d’elezione. Non sta togliendo nulla alle donne biologiche e cisgender.
Allo stesso modo, non c’è bisogno di inorridire se un uomo transgender ha avuto un figlio nel modo consentito dalla sua biologia, perché non è un “maschio” ad aver partorito.

Insisto a portare esempi per i quali trovare un linguaggio comune porterebbe a smussare ciò che ci divide per tornare a dialogare sui temi comuni.
Sono un testardo, al limite del persecutorio, nel cercare dialogo con chi apparentemente è portatore o portatrice di visioni divergenti da quelle che ho portato io in passato e forse porto adesso, ma se c’è una cosa che mi hanno sempre riconosciuto è che questi enormi sforzi a cui mi sottopongo alla fine un risultato lo portano, che sbattendo la testa su un portone mille volte, prima o poi si apre.

So che qualcuno è in ascolto, ne ho già avuto segnali nelle ultime settimane, e so che c’è qualcuno che leggendo queste mie parole non penserà che siano un “sovranismo” transgender, una richiesta di omologazione alle parole che abbiamo fatto nostre e rielaborato. So che qualcuno tenderà la mano, e che capirà che non vuole essere una richiesta di apprendere la nostra lingua, ma del creare insieme un esperanto linguistico che ci porti a trovarci a metà della distanza tra noi, un lavoro lungo, non privo di momenti dolorosi, in cui si apriranno reciproche ferite personali e politiche, ma un lavoro mai più di adesso, con questo oscuro clima politico, necessario.

Magari le mie parole si perderanno nel cyberspazio e io sarò uno dei tanti che si è svegliato presto per il caldo e ha delirato su un blog, ma se non è così, se qualcuno dei miei lettori, magari tra quelli che hanno messo il “follow” per monitorare questo “queer” (queer?) dalla testa calda, trovi queste parole interessanti, e possa pensare che questo folle lavoro che propongo, che durerà inevitabilmente mesi e stagioni politiche, sia utile e possa portare qualcosa di buono.

Attenzione! Ftm Vaganti!

Chi non è attratto/a dalle persone trans, ha un problema di transfobia?

Non c’è nulla di male se un gay non è attratto dagli ftm. La transfobia è però presente se quel gay sostiene che nessun gay può essere attratto da un ftm, o se definisce necessariamente “non gay” un partner di un ftm.

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Salve a tutti.

Scrivo oggi su stimolo di un contatto facebook che, spinto dalla poca attenzione che negli anni ha dato alle mie parole, è seriamente convinto che io consideri transfobe le persone non attratte dalle persone transgender.

In realtà io non ho mai detto questo, nè lo penso, ma dico da anni una cosa ben diversa: è transfobo chi sostiene che una donna etero e un uomo gay NON possano in nessun caso essere attratti da un uomo ftm, e che una donna lesbica e un uomo etero NON possono essere attratti da una donna mtf.

Perché queste persone sono transfobe? Perché estendono un loro sentire a tutti, dicendo che è “impossibile” che un uomo gay o una donna etero possano essere attratti da una persona non biologicamente maschio e che una donna lesbica e un uomo etero non possano essere attratti da una persona non biologicamente femmina.

A rendere queste persone transfobe è quindi il desiderio di “normare” gli altri, estendere il proprio sentire, legittimo (la non attrazione per le persone trans), agli altri ed al loro sentire.

Concludendo, non c’è nulla di male a non essere attratti da un corpo e da una mente trans. Non c’è nulla di male se il nostro naturale impulso ci porta a non desiderare gli uomini, o le donne, o le persone androgine, o se non siamo bisessuali, perché abbiamo un gusto estetico “diverso”, MA è molto grave e transfobico se vogliamo fare delle regole generali su quello che è squisitamente soggettivo e riguarda semplicemente il nostro desiderio personale.