Lettera a Daniela Danna, cosa ho apprezzato e non apprezzato della “Piccola Principe”

Sono stato uno dei primi a leggere il libro di Daniela Danna (La Piccola Principe), dopo la sua uscita nelle librerie. Ho fatto molta fatica a reperirlo, essendo piena estate, e alla fine ho dovuto usare Amazon.
Ho pensato che la cosa più sensata da fare, prima di scrivere una recensione, fosse mandare le mie impressioni a Daniela stessa, perché sono totalmente disinteressato al clima di contrapposizione e di opposizione creatosi negli ultimi due anni tra mondo lesbico/femminista e mondo trans, e che secondo me deriva, in buona parte, dal non riuscire ad avere un linguaggio condiviso.

Premetto che il mio è un punto di vista particolare, essendo io un uomo transgender ftm, ma anche un uomo gay e anche un sostenitore del percorso non medicalizzato come una delle opzioni possibili. Le mie impressioni, leggendo il libro, sono fortemente influenzate dal mio percorso personale e politico.

Vorrei mantenere la forma del testo che ho scritto “di getto”, dopo la lettura a caldo, direttamente a Daniela.

Daniela Danna

 

Cara Daniela,
come promesso, ti scrivo cosa mi è piaciuto, non mi è piaciuto, o mi risulta poco chiaro del tuo testo. Vado in ordine cronologico, e appunto considerazioni pagina per pagina.

 

Inizio dalle persone a cui ti rivolgi, ragazzine che pensano di avere una tematica di identità di genere (identificandosi come “altro da donna”) al femminile, immagino perché finora sono state “socializzate” come tali: dal tuo punto di vista ciò ha senso, ma se fossi io il giovane ftm in questione, preferirei che mi si rivolgesse il più possibile al neutro, proprio in quanto persona “questioning”, ma temo vada contro le intenzioni filosofiche del libro. Non dico questo in quanto sostenitore ideologico del linguaggio genderless, ma penso sia meglio lasciare la persona questioning “in campo neutro”, per venire incontro alla sua sensibilità.
So che non è la tua politica, ma volevo condividere il mio approccio con te.

 

Voglio pensare che questo libro non sia rivolto ai giovani transgender ftm, ad esempio a quel “me giovane”, che, in anni in cui non si parlava di t (figuriamoci di ftm, e figuriamoci di ftm gay) si è sentito “cancellato e frainteso”, ma che si rivolga piuttosto a chi “pensa a torto” di essere ftm, a chi, per i pochi strumenti che ha, a causa anche dell’età, confonde identità di genere, ruolo di genere, e orientamento sessuale, e quindi non si rende conto di avere una tematica di “lesbismo” o di “ruoli”, e di non essere, quindi, transgender.

 

Il problema che sollevi esiste, e io in dieci anni di “sedicenti ftm” ne ho conosciuti diversi, soprattutto sui social, ma non solo: era evidente, in alcuni di questi casi, che la tematica fosse chiaramente di “ruolo” di genere, e che la persona avesse un’insofferenza al binarismo sociale dei ruoli.
Queste persone, però, che hanno fatto il percorso in Italia, sono state bloccate alle prime sedute del percorso psicologico. I pochi casi italiani di de-transizionati riguardano persone che hanno fatto il “fai da te”, spesso senza approdare alle associazioni transgender.
Segnali, comunque, un tema che sto cercando di portare all’interno dell’attivismo transgender, e su cui il gruppo di attivisti trans con cui mi confronto (il Progetto Identità di Genere dei Circolo Rizzo Lari, ex Milk), ovvero l’esistenza dei “de-trans, e il pericoloso rischio, nel caso di persone di nascita xx, che la tematica sia squisitamente di ruoli di genere o di omosessualità non accettata.

 

Quando parli di esperienze relative alla scoperta di sè come ragazzina lesbica, non posso dare molti elementi di critica: non è la mia storia. Tuttavia penso che non sia diverso per chi, con un passato da “ragazzina maschile”, guardava i ragazzi (a me interessavano quelli delicati, quelli bullizzati perché effeminati, o perché rifiutavano di aggregarsi al gruppo dei bulletti): ci si sentiva, comunque, “satelliti” in un mondo in cui tutto ruota attorno al maschile virile ed eterosessuale. Qui colpisci nel segno, e ti faccio i miei complimenti.

Devo farti un appunto, probabilmente sgradevole: l’uso di uomo e maschio. Sicuramente conosci, forse la rifiuti, la convenzione che usa maschio e femmina per parlare di corpi e uomo e donna per parlare di “menti”. In tal logica, credo sia un errore dire che i transgender vogliano “diventare maschi”. I transgender (ftm) vogliono essere inclusi nel gruppo sociale degli altri uomini, ed alcuni di questi, se hanno una disforia fisica, vogliono anche adattare il loro corpo in modo che “somigli” a quello dei nati maschi. Questo lo spieghi anche tu, ma non avrei usato “diventare”. Sono termini che, come comunità di attivisti transgender, abbiamo “deprecato”: suonano riduttivi riguardo al nostro percorso, alla nostra capacità di analisi, introspezione e “contatto con la realtà”.

 

Sulla parte dei casi storici di “passing women” non dico nulla: nessuno sa i motivi che hanno spinto queste persone a vivere al maschile. Scrissi un saggio dieci anni fa, inoltre c’è una digressione interessante in questo testo, che ti consiglio. Sicuramente a volte era una questione di ruolo, altre di orientamento, altre di entrambe, e altre ancora di transgenderismo.

 

Poi parli di una sorta di “disforia giovanile”, che non ho ben chiaro se riguardi il genere (sentire di appartenere al gruppo sociale dei ragazzi) o il sesso (avere un fastidio per alcune parti del corpo, magari appunto per ciò che rappresentano), nelle ragazze lesbiche. Questo, come sai, non mi appartiene, e non ne ho esperienza. Penso che possa essere indotto da una svalutazione sia del femminile (e riguarda ragazzine con qualsivoglia orientamento), sia della messa in discussione della stessa possibilità che si possa essere donne attratte da donne (in una coppia deve esserci sempre un uomo tra i piedi, e se non c’è, allora…sei tu), in un mondo eteronormato ed eterosessista.
Credo fortemente che l’unica “disforia” non sia quella delle persone trans, ed è interessante che il mondo lesbico indaghi le “disforie giovanili” delle giovani questioning, che poi si scopriranno lesbiche, ma attenzione a non farne un discorso generale: una disforia che potrebbe sembrare simile, osservandone gli effetti, ha radici completamente diverse in una giovane persona Ftm (non riguarda il ruolo di genere, e non riguarda l’orientamento sessuale). Avrei sottolineato maggiormente questo punto.

 

Una delle parti che disapprovo maggiormente del saggio è quella in cui parli delle persone transgender. Usi “transessuale”, forse è una scelta, ma la comunità ha deprecato da tempo questa parola per passare a “transgender” (o, semplicemente, trans), proprio perché, come dici tu stessa, il sesso non si cambia.
Ad un certo punto, vuoi spiegare qual è il vero spartiacque tra le “tomboy questioning” e i “veri trans ftm”, e per farlo accenni all’ “odio/non accettazione per il/del corpo”.

Nei gruppi di autocoscienza ho conosciuto centinaia di persone, e nessuna, neanche i transgender medicalizzati, descriverebbero la loro esperienza usando questo come punto focale. E’ una lettura pericolosa, che porta a una visione “dismorfofobica” del percorso transgender, non mettendo al centro il vero punto focale: l’identità di genere e la richiesta che essa venga rispettata.

Anche quando parli del percorso medicalizzato, ribadisco il fatto che sarebbe meglio evitare il “vogliono diventare” (uomini/donne), perché una persona transgender ftm, come identità di genere, è già (a prescindere dalla medicalizzazione) uomo, e la medicalizzazione, semmai, avvicina la sua immagine fisica a quella dell’uomo nato maschio biologico, per favorire il suo benessere psicofisico e anche il riconoscimento sociale come appartenente al genere d’elezione.

Mi soffermo adesso sul punto in cui parli di persone che, prima dell’adolescenza, non hanno dato segnali dell’essere transgender. Forse questo dato può generare sorpresa in chi non fa parte della subcultura trans, ma da decenni noi T, per distinguere i nostri percorsi e le loro peculiarità, abbiamo rispolverato “transgenerità primaria” e “transgenerità secondaria” (termini ormai deprecati, e che suonavano sgradevoli quando qualcuno li usava per decidere le nostre sorti), per poter confrontare i vissuti diversi di chi si è scoperto o dichiarato transgender molto giovane e di chi, magari, ha portato fuori questa parte di sé in tarda età. Nessuno dei due percorsi, naturalmente, è più “autentico”, ma spesso l’aver sperimentato socializzazioni di genere diverse in età diverse porta utili elementi al confronto, così come avviene tra omosessuali o lesbiche che si scoprono o si accettano da giovani oppure, magari, dopo una vita tra matrimonio e figli.

Vengo al punto in cui citi l’autismo. Legare autismo e transgenerità è una nuova moda teorica che noi, che ci siamo battuti un’intera vita per la depsichiatrizzazione della condizione trans, non vediamo di buon occhio e non consideriamo scientificamente autorevole.
La ragazzina del tuo caso studio, che legava la sua apparente “freddezza” caratteriale, a quanto pare tipica del cervello neurodiverso, alla “virilità”, e quindi si identificava come ftm, commetteva il solito errore di confusione tra identità di genere e stereotipi di genere (in questo caso, uno dei peggiori). Mi chiedo come queste persone, in sistemi dove prevale la sanità privata, siano seguite dal punto di vista psicologico. I falsi positivi trans, che tu denunci, non fanno bene nè alle persone che ci incappano, né alla comunità trans.

 

Nel passo in cui si parla delle trans degli anni settanta/ottanta, ho colto, e spero di sbagliarmi, una maggiore “simpatia” verso chi, facendo il percorso mtf, non può cadere nel tranello dei ruoli: mentre è facile pensare che una ragazzina si possa “immaginare ragazzo” per liberarsi di una serie di catene dell’educazione riservata alle femmine, di una giovane persona in direzione mtf, quindi “verso il peggioramento sociale”, si immagina che il percorso sia maggiormente autentico (se vuoi vivere da donna, o sei masochista, o lo sei per davvero). Forse è per questa ragione che gli Ftm, storicamente, sono stati maggiormente nel mirino delle pensatrici lesbiche. Su questo mi piacerebbe confrontarci, amichevolmente.

Arriviamo al vero punto di incomunicabilità tra mondo femminista e mondo trans: il fatto che il femminismo usa “genere” come termine omnicomprensivo di “identità di genere” e “ruolo di genere”, termini che, per narrare l’esperienza trans, è necessario scorporare.
A pagina 24 usi “genere” non facendo questa distinzione, e fai considerazioni molto vere, con tutte le conseguenze drammatiche e sessiste che indichi, ma se attribuite a “ruolo di genere”. Questa parte mi ha molto colpito e invitato a riflettere, perché noi trans non ci interroghiamo e confrontiamo solo sul nostro tema specifico (l’identità di genere), ma anche su ruoli e stereotipi di genere (tema esteso anche a chi non è trans e su cui, storicamente, ci siamo sempre confrontati, ad esempio, con omosessuali e lesbiche).
Ogni persona trans deve confrontarsi sia con i ruoli relativi al sesso biologico, sia a quelli del genere d’elezione, e l’esperienza di passaggio, di “cambiamento di socializzazione di genere”, ci mette in un osservatorio privilegiato, rispetto alle diseguaglianze sia di sesso, che di genere.

 

Un’altra obiezione che sento di fare è sul fatto che la trattazione non tiene conto dei percorsi non medicalizzati.
Vi è una contrapposizione dicotomica tra il percorso butch/tomboy, o quello di “Big Pharma”.
E’ vero che gli attivisti transgender non med, in Italia, sono pochi, poiché il grave stigma riservato ai trans “senza passing” causa un elevato tasso di “velatismo”, però all’estero è una condizione sdoganata, e mi stupisco che, dove questo dibattito è nato, la condizione “non med” sia stata volutamente ignorata, forse perché pone ennesimi interrogativi e spunti che minerebbero i corollari delle due barricate.
Visto che contrasto il “vassallaggio” rispetto ad un dibattito nato in un luogo che vanta profonde differenze socio-culturali, perché non introdurre questi nuovi temi e punti di vista nel dibattito italiano? Il dibattito, qui, non ha ancora raggiunto i livelli di tossicità delle bacheche twitter anglosassoni, perché non provare?

In alcuni punti del tuo testo vedo una svalutazione del percorso medicalizzato, che non è il mio ma quello di tanti amici ed amiche. Si sottolineano gli “effetti collaterali”, come la calvizie, e, anche se la trattazione allude al fatto di fare questi trattamenti su minori (anche se in alcuni punti è poco chiaro se si stia parlando di testosterone o inibitori), la svalutazione poi colpisce i trans medicalizzati adulti, e secondo me si poteva evitare, perché “collaterale” al tuo messaggio principale. Immedesimandomi nei miei amici trans medicalizzati (adulti), mi sentirei svalutato se si parlasse così del mio corpo, e dei cambiamenti da me tanto attesi, che mi hanno così tanto reso felice (magari anche quello della stempiatura, se la persona la includeva nell’immagine di sé). Penso che la parte peggiore di questo pezzo sia quella dove si parla dei trans, mi perdonerai la parafrasi, come “esperimenti della teoria queer”. I ragazzi trans medicalizzati sono semplicemente transgender che, oltre alla disforia sociale, avevano anche una disforia fisica, e mi fa male sentirne parlare così. Spero che un giorno si possa fare un confronto aperto tra donne e uomini ftm portatori di percorsi diversi (med o non med) in modo da narrare le nostre storie in prima persona.

Sempre rimanendo sul tema della medicalizzazione, io posso comprendere lo scetticismo e la paura per la medicalizzazione dei minori, soprattutto se “questioning”, ma non condivido invece la critica alla sperimentazione sociale in quello che si crede sia il proprio genere d’elezione. Al netto delle posizioni ideologiche (che tutti noi abbiamo, sia femministe che trans, ed è inutile negarlo), cosa c’è di male nel far sperimentare nella socializzazione di genere un giovane questioning, salvo poi tornare indietro se il “vestito indossato” risultasse troppo largo o stretto?

Altro punto debole a mio avviso è l’aver trattato solo i casi “desister” la cui ragione era il “non essere trans”. Eppure vi sono casi in cui il dietrofront sociale è causato da paure sociali o dal fatto che il percorso medicalizzato non era quello più indicato o portava risultati modesti rispetto alle aspettative (soprattutto, ad esempio, riguardo alla ricostruzione dei genitali maschili).
Alcuni tuoi casi studio si descrivono al passato come “ragazze che odiavano se stesse”: se questa narrazione può essere reale per loro, ci sono “de-trans” che continuano a identificarsi come ragazzi, magari solo in una ristretta cerchia di persone fidate, ma hanno rinunciato al percorso med o a dare visibilità sociale alla loro identità di genere.

 

Condivido molto il tuo pensiero che  la pubertà la si debba sperimentare senza interferenze medicalizzate, ma voglio capire cosa intendi quando dici che i “bambini trans” non esistono. Penso che noi persone LGBT adulte lo siamo stati anche da piccoli. Un ragazzino è gay anche se in quegli anni non prova attrazione erotica, o non pratica del sesso omosessuale, e anche un ragazzino trans lo è anche senza medicalizzazione e coming out. Che poi i ragazzini sedicenti T (ma forse in generale LGBT) siano molti di più di coloro che useranno questa descrizione di sé una volta diventati adulti, è un fatto (un fatto su cui dovremo interrogarci, anche io stesso entrai nel panico negli anni dell’ingresso nel mondo del lavoro e “degli adulti”, e valutai di mettere nel cassetto me stesso).
Tuttavia, penso sia un po’ violento dire che “i bambini trans non esistano”, per chi di noi, lettore del tuo libro, bambino trans lo è stato. E io, guardando indietro, non penso a me come un bambino “non trans”, ma come una persona che, nell’epoca dei dinosauri, provava a raccontare cosa sentiva, ma senza ascolto, o con reindirizzamenti indesiderati verso “altro” (appunto il femminismo, o addirittura il lesbismo, nonostante io abbia sempre affermato il mio interesse verso partner ragazzi).

 

Vengo al termine “cis/cisgender”, che nella subcultura transgender usiamo da decenni per descrivere “l’altro da noi”, come i gay e le lesbiche usano “etero”. In un’ottica in cui la differenza tra ruolo e identità è assodata, cis è un termine innocuo e riguarda chi non ha una disforia di genere. Da quando è nata questa nuova visione che ingloba i due concetti, cis è stato letto come “persona supina ai ruoli” e in questo caso come “donna conforme ai ruoli”, ma ci sono donne cis estremamente emancipate e libere, come ci sono donne trans “oche”, ma esistono ad esempio anche donne trans emancipate e persino “mascoline”, perché, come dici tu, in ogni uomo o donna (trans o cis che sia) esistono sfumature di ruolo maschili e femminili, perché i ruoli non sono naturali, ma decisi a tavolino per “fare ordine”, e farlo dal punto di vista della convenienza maschile cis, ma poi ognuno di noi ha le sue predisposizioni ed evoluzioni riguardo ai ruoli. Cis non riguarda l’emancipazione dai ruoli. Se però nelle guerre femministe (intersezionali VS tradizionaliste), “cis” ha cambiato significato, questo è un grosso problema comunicativo per tutti noi che, prima  di queste guerre, abbiamo costruito un linguaggio e ora lo dobbiamo cambiare.

 

Andando avanti nella lettura, arrivo alle testimonianze delle ragazze intervistate, e leggo nelle loro parole tanta confusione e disagio. Mi dispiace che queste storie siano diventate l’emblema di una condizione. Io stesso quando mi contattano persone così a chiedere aiuto, le “provoco” e le stimolo a capire se la T è davvero la loro strada, anche se io posso solo dare un contributo di pensiero, e mai sovradeterminare gli altri.

 

Vedo che ad un certo punto viene introdotto il tema “nati nel corpo sbagliato”: io non mi sono mai sentito “nato nel corpo sbagliato”, e combatto questa retorica.
Esistono gli uomini xx, anche se sono pochi rispetto alle donne xx.
Esistono nella variabilità della “natura”, non è un’anomalia, un disturbo, ma una variante, e gli uomini xx hanno un corpo diverso dagli uomini xy.
Sono uomini diversi, per storia e per fisiologia/fisionomia, ma sono diversi anche dalle nate xx che hanno un’identità di genere femminile. Sono altro.
Politicamente chiederemo che il nostro nome e genere sia riconosciuto allo stesso modo di quello degli uomini xy, ovviamente, ma questo non significa negare di essere uomini xx.
Concludo sul tema “butch/tomboy VS ftm”. Se esiste un “sé misogino” che può portare una butch/tomboy a pensarsi come un ftm, esiste anche un “sè transfobico” che fa pensare il contrario a chi magari preferisce una vita da butch/tomboy ad una da trans ftm, cosa che, almeno in Italia (e qui sottolineo il bisogno di riportare il dibattito alla nostra realtà locale), è ancora uno stigma. Non credere sia facile dire, oggigiorno, “io sono trans”.

 

Tutti quelli che ho scritto vogliono essere spunti per un confronto. Forse possono fare chiarezza sul perché alcuni contenuti siano arrivati come uno schiaffo alle persone trans. Non è il mio obiettivo correggere con una penna rossa. Probabilmente alcune delle mie prospettive sui tuoi contenuti sono per te nuove.
Se, da un lato, il mondo lesbico non ha cercato interlocutori ftm, io stesso come ftm gay mi sono tenuto alla larga dalle lesbiche, sia per i precedenti “riparativi” risalenti a vecchi contatti, sia perché ovviamente preferisco la compagnia maschile e maschile gay, per ovvie ragioni identitarie. Oggi, visti questi strappi, penso sia stato un errore, quindi ci provo, provo a dire la mia.

Spero di non essere apparso supponente o sgradevole e che io possa pensare ad un dialogo con te e con la tua subcultura.

Con Stima
Nathan

 

www.mondadoristore.it

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Un “esperanto” linguistico tra attivisti LGBT è possibile?

Gentili readers,
come al solito mi è impossibile parlare della questione senza parlarvi di me, di quando ero un giovane ftm e un giovane attivista.
Le due cose sono coincise nel tempo, so che non dovrebbe andare così, che si dovrebbe fare tanta autoanalisi e tanta introspezione prima di prendere in mano una bandiera o un megafono, ma non siamo sempre totalmente padroni degli avvenimenti delle nostre vite.

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Per me non è esistita una fase LGBT feste e locali, e la mia esistenza LGBT è coincisa con l’associazionismo, con l’attivismo, con le quintalate di libri che gli attivisti più adulti mi passavano sperando che mi facessi una coscienza politica, ma in cui cercavo anche risposte su di me.

Non provengo dal femminismo: ai tempi non “si usava“. Ai tempi i giovani transgender leggevano gli autori e (prevalentemente, ahimé) autrici transgender, ed è su quelle pagine che trovai un linguaggio per me nuovo, ed inedito, per parlare in modo disambiguo e chiaro di ciò che ero fisicamente e di ciò che ero al di là del mio aspetto e della biologia.

Molti autori (quasi sempre autrici) transgender, Mirella Izzo, Monica Romano, Martine Rothblatt, Diana Nardacchione, ma anche tanti autori ed autrici cis, che parlavano di storie transgender, oppure persone che, ahimè, venivano dal mondo della psicologia, mi introdussero ad un linguaggio per cui si usava “sesso” per parlare della realtà genetica e biologica dei corpi (di tutti gli animali, umani e non), e “genere” per parlare invece dell’identità della persona rispetto alla tematica dei generi.

Per una maggiore disambiguità, aggiungo che maschio e femmina riguardavano i sessi biologici (come, appunto, anche nel mondo animale), uomo e donna le identità di genere.

Un altro concetto, soprattutto a me che provengo dal percorso ftm, mi fu di molta utilità per capire me stesso nei miei primi anni di percorso: quello di ruolo di genere.
Molte persone, spesso giovanissime e non molto scolarizzate, che credevano di essere portatrici di una tematica transgender, spesso persone in direzione ftm, non avevano ben compreso la differenza tra “identità di genere” e “ruolo di genere”, ed hanno confuso una tematica relativa ai ruoli e al desiderare di poter incarnare un ruolo sociale, precluso o quasi alle donne per ragioni di binarismo, con l’avere un’identità di genere maschile. Le prime sedute del percorso psicologico servono proprio a capire se la persona è caduta in questo errore.

La differenza tra ruolo di genere e identità di genere è complessa da spiegare a chi non ha preso parte al dibattito che ha messo questi temi al centro della riflessione, anche perché, al di fuori di queste nicchie di attivismo, chi è cisgender (“non transgender”, termine che uso assolutamente in modo neutro, come ha sempre fatto la letteratura transgender, prima della moda intersezionale) ha un’identità di genere, coerente col sesso biologico, che dà per scontata (così come molti etero danno per scontato il loro desiderio eterosessuale), ma forse questa  differenza può essere spiegata con degli esempi:
una donna che desiderasse tanto diventare ufficiale dell’esercito, ma che si identifica come donna, che è arci-stufa delle disparità di genere, è portatrice sicuramente di una tematica di ruolo di genere, e non di identità di genere. E’ quindi una donna cisgender, e questo non toglie nulla alle sue ammirevoli battaglie per l’emancipazione dai ruoli: semplicemente non è transgender, e non ha disforia di genere.
Il fatto che ad un uomo piaccia il calcio riguarda i ruoli di genere. Il fatto che ad una donna possa piacere truccarsi, che sia meno esplicita nel suo desiderio sessuale, riguarda i ruoli di genere, e sono comportamenti e aspettative che variano nei tempi e nei luoghi, socialmente costruiti, e, si spera, anche in evoluzione.
I ruoli di genere sono quindi una tematica che è “patrimonio dell’umanità” e non riguarda sicuramente le persone transgender e basta, anche se riguarda anche loro.
Un ftm, ad esempio, si è dovuto prima scontrare con le aspettative sociali che lo hanno riguardato per via del suo sesso biologico (le persone che lo ricordavano si aspettavano un ruolo di genere al femminile), poi con le aspettative sociali che lo hanno riguardato per il suo genere d’elezione (quelle persone che, visto il suo coming out e/o transizione medicalizzata e non, si aspettavano da lui un’adesione al modello maschile in tutti i suoi stereotipi).
Le persone cis e quelle transgender avrebbero tanto da dire sui ruoli di genere, sui tranelli (noi transgender lo chiamiamo “il canto delle sirene“) in cui rischiano di cadere sia persone del mondo cis che persone del mondo transgender, sugli stereotipi, ma anche sulla “legittimità” dei ruoli (l’obiettivo è che ogni espressione di genere possa essere lecita, e non solo le polarità più “rosa” e più “celesti”, e che non ci sia più bullismo ed ostilità verso chi tende a ruoli “differenti”, e non abbiamo di certo come obiettivo la cancellazione di ogni espressione “binaria” per diventare tutti “fluid).

Torniamo però all’identità di genere, al genere d’elezione, e a concetti che noi transgender, nella nostra saggistica e letteratura, non priva di riferimenti convenzionali sociologici esterni alla nostra subcultura, abbiamo dato per assodati per anni per generare la nostra cultura e comunicare tra noi con un “file universale d’interscambio”.
Altre correnti di pensiero, ad esempio alcuni filoni di femminismo, soprattutto i femminismi “del determinismo biologico”, non pongono l’accento sulle differenze tra identità di genere e ruolo di genere (una differenza che invece era ben chiara alle pioniere del femminismo, che sono state “maestre”, dirette e indirette, delle prime generazioni di attiviste transgender), e ciò riduce, ai loro occhi, il percorso transgender a una mera ricerca di un nuovo “ruolo sociale” (o sessuale), ottenuto “rinnegando” la biologia, compiendo una “connivenza” con gli appartenenti al sesso opposto (critica rivolta soprattutto se non esclusivamente agli ftm, argomento di cui ho trattato ampiamente nel blog in passato, vedi transmisandria).
Se però il mondo femminista “biologista” si mettesse in “ascolto” su cosa è l’identità di genere, come concetto indipendente dal ruolo (ruolo che del femminismo è, giustamente, oggetto di studio), forse noi transgender sembreremmo meno dei “personaggi in cerca d’autore”, privi di riferimenti culturali, di nostri autori e intellettuali di riferimento, e bisognosi di sentirci dire “Studia!”, dove quella parola invita a studiare gli autori di un’altra subcultura (ad esempio, quella femminista), come se non ce ne avessimo di nostri.

L’identità di genere è un concetto che contiene una parola chiave che sembra essere rimasta inosservata negli ultimi due anni: identità.
Non si tratta semplicemente di essere portatori di un genere d’elezione, magari non corrispondente a quello che si attende da un sesso biologico: si tratta di identità, identificazione, rivendicazione.
Non poche persone potrebbero “apparire”, agli occhi di un attivista transgender, abituato a scorporare il sesso biologico dal resto, di un “genere” divergente dal sesso biologico. Parlo di persone che conducono felici vite cisgender, e a cui non verrebbe mai in mente di definirsi altro rispetto a donna/femmina e uomo/maschio, persone probabilmente persino eterosessuali (non che questo c’entri, ma giusto per rafforzare il concetto).
E’ l’identità che fa la differenza nell’avere o meno una tematica di “identità” di genere, ovvero l’identificazione non tanto col sesso opposto (e questo sgombra il campo dagli attacchi di chi pensa che una persona transgender neghi la sua origine biologica, il suo sesso biologico di maschio o di femmina), ma col “gruppo” sociale degli uomini o delle donne (termini che, come da disclaimer, questo blog usa per indicare le identità di genere e non i corpi).

Forse qualcuno (e questo dipende, ahimè, dalla recente confusione tra subcultura transgender e subcultura queer, dovuta anche a chi è sostenitore/trice della teoria queer essendo nello stesso tempo anche una persona trans) pensa che la disforia di genere possa portare una persona a negare il suo sesso biologico, spinta dal desiderio di non essere transgender, di essere semplicemente del sesso corrispondente al proprio genere d’elezione, ma non è così.
Quando ero molto giovane, i miei strumenti culturali di allora mi spinsero a darmi risposte incoraggianti: non ero io ad essere sbagliato, ma la società: erano loro che dovevano “imparare” a vedere in me un uomo, ad assecondarmi dopo la mia dichiarazione di appartenenza al genere maschile, e che non c’era nulla di sbagliato in me. La natura, a mia detta, creava persone di biologia xx che erano donne (come identità di genere), e uomini (persone come me, uomini transgender), e che non c’era nulla di sbagliato negli uomini xx (uomini che geneticamente hanno i cromosomi xx, come le donne cisgender), ma che andava fatto un lavoro culturale affinché gli uomini xx siano sempre più visibili e inclusi nella società, con una corretta socializzazione coerente col genere d’elezione, e nei luoghi di lavoro.
Il mio motto di allora era: non siamo contronatura, siamo controcultura.
Oggi, forse perché ho imparato a tenere a bada la disforia, e a “sopportare” tutte le narrazioni realistiche che tengono conto del fatto che il mondo fuori dalla nostra nicchia ragiona su parametri estetici e biologici, sono maggiormente portato a considerare ragionevole la posizione di chi ha difficoltà a barcamenarsi in quest’universo di termini e convenzioni e di portare attenzione al non “misgenderare” (rivolgersi declinando coerentemente col sesso biologico e non col genere d’elezione) le persone transgender, essendo stato educato per un’intera vita a non “misgenderare” le persone cis (chi non ha mai raccontato, con imbarazzo, di aver dato, per errore il maschile ad una vecchia signora, accorgendosi solo dopo che era una donna, e considerare tale gaffe come il peggiore affronto che si potrebbe fare ad una dolce signora?).
Ecco, se dovessi descrivere oggi la disforia, almeno la mia, non la descriverei come un “delirio genetico” che mi porta a pensarmi come un appartenente al sesso opposto al mio (non mi descriverei mai come un maschio biologico, e se lo fossi credo che questo blog neanche lo avrei mai aperto!), ma come l’essere in bilico tra il desiderio di essere percepito come un qualsiasi altro uomo e la consapevolezza, politica e personale, che spesso non sarà così, e che mi è richiesto un “ragionevole” sforzo per fare cultura sul mio tema (se non io per me, chi per me?).

A qualcuno non piacerà che si usi maschio/femmina per indicare i corpi, e uomo/donna per indicare i generi (d’elezione per noi transgender, generi e basta per tutti gli altri). Tuttavia, ritengo necessario che si decida un linguaggio comune, non dico tra LGBT e femministe, ma almeno tra persone LGBT.
Onestamente non so se altri percorsi e altre subculture hanno chiamato, magari, uomo e donna i corpi, usando maschio e femmina, magari, per indicare dati più culturali, o di attitudine sessuale. Un mio amico gay di 43 anni (quasi di un’altra generazione rispetto alla mia, non che le cose siano molto cambiate) tiene sempre a precisarmi che la parola “maschio” l’ha sempre urtato, poiché nel suo percorso di gay, bullizzato dai 5 ai 20 anni, si era accettato come uomo E gay, distaccandosi dall’identità di “maschio”, termine che i suoi coetanei usavano per descrivere l’uomo eterosessuale aderente al machismo.
Anche una mia amica femminista ha sempre associato a “femmina” dei concetti negativi, quasi “animali” e di disprezzo, e si è sentita invece valorizzata quando ha cominciato a pensarsi come “donna” (e infatti penso che in questi casi si possa parlare di un percorso di identità di genere in realtà non dissimile a quello che fanno i transgender, in cui la persona cis prende consapevolezza del suo genere e del suo valore al di là della semplice appartenenza biologica).

Penso che sia difficile, per chi ha sempre dato a “uomo” e “maschio”, a “donna” e “femmina”, dei significati diversi rispetto a quelli elaborati dalla sociologia in generale, e dalla subcultura transgender in particolare, ma con un piccolo sforzo possiamo trovare un linguaggio comune che sgombri il campo da continui equivoci che ci distolgono da ciò che ci unisce facendoci concentrare su ciò che ci divide o, peggio, su ciò checrediamo” ci divida.

L’epoca intersezionale, su cui sapete bene cosa penso (l’intersezionalità doveva essere un’opzione, è invece diventata obbligatoria e adesso viene quasi denigrato chi invece vuole concentrarsi solo sul suo tema o su alcuni temi), ha creato gravi ingerenze, per le quali diverse persone cis, talvolta eterosessuali, hanno ritenuto legittimo e accettabile dire che una donna transgender non è una donna e che un uomo transgender non è un uomo (cisplanning).
Non voglio entrare nel merito del fatto che questa cosa è stata fatta poiché le loro subculture usano in modo diverso “uomo, donna, maschio e femmina“. Io penso che in alcuni casi ci sia un atteggiamento che sarebbe errato definire “transfobia”, e che sarebbe più corretto definire come un’avversione alla tematica transgender, che tocca tanti nervi scoperti della riflessione sui generi portata avanti da persone cis, omosessuali ed eterosessuali che siano.

Noi transgender reclamiamo la “presa di parola transgender”, sul nostro tema, che è quello dell’identità di genere, del genere d’elezione, e rifiutiamo ogni tentativo di sovradeterminazione da parte di altri soggetti politici e non.

Tuttavia, a parte casi estremi, di persone spinte più dall’avversione per la condizione transgender in generale, che dalla voglia di argomentare, c’è un’enorme “zona grigia” di intellettuali LGB che portano avanti istanze simili a quelle che portiamo avanti noi, punti di vista simili a quelli che portiamo avanti noi, e con cui sarebbe stupido non dialogare per un banale problema di linguaggio.

La confusione tra sesso, genere, maschio, uomo, femmina, donna, ha creato un cul-de-sac di incomunicabilità che ha fatto sì che si arenassero battaglie importanti, come quella del riconoscimento anagrafico di persone in percorsi transgender non canonici e non medicalizzati.
Se i termini non sono comuni e condivisi, qualcuno potrebbe pensare che un ftm pensi di essere di “sesso” maschile, o che voglia essere riconosciuto, magari al livello sanitario, come appartenente genetico al “sesso” maschile, e questo equivoco di fondo non porterà nulla di buono, se non ad arenare le richieste di quell’ftm, magari portatore di un corpo xx ancora identico a quello delle donne (persone che come corpo sono femmine, esattamente come gli ftm, ma che diversamente dagli ftm sono, come genere d’elezione, donne e non uomini), che però vuole sbarazzarsi di un imbarazzante nome anagrafico che si porta dietro nel mondo del lavoro, alle poste, per ordinare un pacco per corrispondenza, alle riunioni di conominio e così via.

Se il linguaggio non è condiviso, se non riusciamo, solo al fine di comunicare, a chiamare “uomo e donna” i generi d’elezione, “maschio e femmina” i corpi biologici, non riusciremo neanche a comprendere le relative letterature.

Mi rendo conto di risultare presuntuoso a chiedere che lo sforzo venga da fuori, che sia chi ha chiamato sempre maschio/femmina i generi e uomo/donna i corpi a venire incontro ai transgender. Non dico che la soluzione sia quella, anche se la troverei semplice e funzionale dal mio punto di vista: potremmo anche trovare termini nuovi, ma prima di perderci in un caleidoscopio di nuovi termini, magari importati da qualche narciso influencer d’oltreoceano, penso che si possa fare uno sforzo per comprenderci a vicenda:
una donna transgender non sta dicendo nessuna eresia biologica se si definisce donna, visto che nella subcultura transgender “donna” riguarda il genere d’elezione. Non sta togliendo nulla alle donne biologiche e cisgender.
Allo stesso modo, non c’è bisogno di inorridire se un uomo transgender ha avuto un figlio nel modo consentito dalla sua biologia, perché non è un “maschio” ad aver partorito.

Insisto a portare esempi per i quali trovare un linguaggio comune porterebbe a smussare ciò che ci divide per tornare a dialogare sui temi comuni.
Sono un testardo, al limite del persecutorio, nel cercare dialogo con chi apparentemente è portatore o portatrice di visioni divergenti da quelle che ho portato io in passato e forse porto adesso, ma se c’è una cosa che mi hanno sempre riconosciuto è che questi enormi sforzi a cui mi sottopongo alla fine un risultato lo portano, che sbattendo la testa su un portone mille volte, prima o poi si apre.

So che qualcuno è in ascolto, ne ho già avuto segnali nelle ultime settimane, e so che c’è qualcuno che leggendo queste mie parole non penserà che siano un “sovranismo” transgender, una richiesta di omologazione alle parole che abbiamo fatto nostre e rielaborato. So che qualcuno tenderà la mano, e che capirà che non vuole essere una richiesta di apprendere la nostra lingua, ma del creare insieme un esperanto linguistico che ci porti a trovarci a metà della distanza tra noi, un lavoro lungo, non privo di momenti dolorosi, in cui si apriranno reciproche ferite personali e politiche, ma un lavoro mai più di adesso, con questo oscuro clima politico, necessario.

Magari le mie parole si perderanno nel cyberspazio e io sarò uno dei tanti che si è svegliato presto per il caldo e ha delirato su un blog, ma se non è così, se qualcuno dei miei lettori, magari tra quelli che hanno messo il “follow” per monitorare questo “queer” (queer?) dalla testa calda, trovi queste parole interessanti, e possa pensare che questo folle lavoro che propongo, che durerà inevitabilmente mesi e stagioni politiche, sia utile e possa portare qualcosa di buono.

Attenzione! Ftm Vaganti!

Chi non è attratto/a dalle persone trans, ha un problema di transfobia?

Non c’è nulla di male se un gay non è attratto dagli ftm. La transfobia è però presente se quel gay sostiene che nessun gay può essere attratto da un ftm, o se definisce necessariamente “non gay” un partner di un ftm.

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Salve a tutti.

Scrivo oggi su stimolo di un contatto facebook che, spinto dalla poca attenzione che negli anni ha dato alle mie parole, è seriamente convinto che io consideri transfobe le persone non attratte dalle persone transgender.

In realtà io non ho mai detto questo, nè lo penso, ma dico da anni una cosa ben diversa: è transfobo chi sostiene che una donna etero e un uomo gay NON possano in nessun caso essere attratti da un uomo ftm, e che una donna lesbica e un uomo etero NON possono essere attratti da una donna mtf.

Perché queste persone sono transfobe? Perché estendono un loro sentire a tutti, dicendo che è “impossibile” che un uomo gay o una donna etero possano essere attratti da una persona non biologicamente maschio e che una donna lesbica e un uomo etero non possano essere attratti da una persona non biologicamente femmina.

A rendere queste persone transfobe è quindi il desiderio di “normare” gli altri, estendere il proprio sentire, legittimo (la non attrazione per le persone trans), agli altri ed al loro sentire.

Concludendo, non c’è nulla di male a non essere attratti da un corpo e da una mente trans. Non c’è nulla di male se il nostro naturale impulso ci porta a non desiderare gli uomini, o le donne, o le persone androgine, o se non siamo bisessuali, perché abbiamo un gusto estetico “diverso”, MA è molto grave e transfobico se vogliamo fare delle regole generali su quello che è squisitamente soggettivo e riguarda semplicemente il nostro desiderio personale.

Ftm do it better: intervista a Nathan e Leo

Ho partecipato al workshop “Ftm do it better”, tenutosi al Milk giovedì 9 novembre.
Ecco l’intervista che mi hanno fatto:

Abbiamo già parlato del workshop Il corpo delle trans, tenuto da Monica Romano e Laura Caruso. Il 9 novembre 2017, è stato il turno dei ragazzi, con FTM do it better! Se ne sono occupati Daniele, Nathan e Leo. Gli ultimi due hanno accettato di confrontarsi in un’ “intervista doppia”.

http://www.milkmilano.com/2017/11/23/ftm-do-it-better-intervista-coi-nostri-ragazzi/

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VeteroLesbiche TransEscludenti…ecco perché

Non sono di certo solo recenti gli episodi di transfobia provenienti da ambienti separatisti lesbici.
Talvolta ad essere colpite sono le donne T, di cui viene delegittimata la femminilità.
Altre volte a non essere rispettata è l’identità di genere degli Ftm, come in quest’intervista racconta Gianmarco Negri, oggi importante attivista T.

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Vediamo cosa succede quando la loro logica viene ribaltata…

Veterolesbiche e separatismo

Ricordo ai lettori e alle lettrici del blog che questa è solo satira, e non vuole “dimostrare” nulla. Vuole strappare semplicemente un sorriso 😀

Chiacchierata con Miki Formisano, importante attivista trans pugliese

Oggi diamo la parola a Michele Formisano, attivista trans, fondatore di T genus, e uno dei principali punti di riferimento in Puglia su temi trans e temi di MTS

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Chi è Miki? Anni, provenienza, passioni, sogni, paure…

Ciao, sono Miki, ho 53 anni,sono nato e vivo a Taranto, città in transizione che presto sboccerà in tutta la sua bellezza.

Miki o Michele? C’è una precisa intenzione nell’usare Miki o è un vezzeggiativo? 😀

Sono Miki per gli amici, ed è un nomignolo che, più che come un vezzeggiativo, ho usato per renderlo neutro ed eludere cosi la A finale di Michela. Oggi mi sta benissimo Michele, ma ormai Miki è riconosciutissimo ed accostato alla mia persona.

Quando hai capito di essere un ragazzo? Come hai vissuto questa consapevolezza?

Ho capito subito di essere un ragazzo, gia dall età di5/6 anni, ma ci convivevo bene, non ero consapevole della sessualità e del fatto che un giorno sarei cresciuta e non cresciuto. Poi, all età dell adolescenza, la consapevolezza che ero cresciuta e che non avevo nessuna via di scampo per far vivere Michele. Quindi ho vissuto malissimo tutto questo: il seno e tutto ciò che mi rendeva agli occhi della gente ciò che in realtà non ero non mi offriva via d uscita.

Quali sono le disavventure che hai affrontato anche a causa del non comprendere o non accettare la tua identità?

A causa di questo disagio, misto a dolore crescente, ho deciso di farla finita, ma ho optato il sistema sostanze (eroina): una morte lenta, dolce; una morte che ti fa sua anche quando respiri, perché vivi solo grazie al battito automatico del cuore, ma con cuore inteso come “sentimenti e amore verso te stesso” c è ben poco. Per anni  e anni è durato questo percorso di autoditruzione legato alle sostanze che ovviamente mi hanno portato altri numerosi problemi legali e non solo.

Quali gli ostacoli e i contrattempi a portare avanti il percorso?

Fortunatamente gli unici ostacoli, più che a portare avanti il mio percorso di transizione, sono stati dovuti alle pochissime informazioni sulla modalità del percorso, a chi rivolgersi, quali centri vi fossero. Tra l’altro anche le poche associazioni presenti non riuscivano a raggiungere tutti come invece oggi grazie al potente mezzo del web…

Quali sono stati i primi punti di riferimento? Virtuali o reali?

…infatti il mio punto di riferimento è stato un gruppo chiuso su yahoo: non so neppure io come mi ci sono imbattuto, non ricordo quale giro su internet, che a mala pena esisteva prima degli anni dell esordio…
Ho avuto info su questo gruppo ma subito dopo abbiamo deciso di incontrarci: giungemmo a Roma, come un gruppo di temerari assetati di informazioni, per noi vitali. Uno di loro aveva già finito il percorso, un altro portava il petto fasciato per nasconderlo, e mi passò questa fascia sudatissima: la indossai, mi guardai allo specchio e mi riconobbi, fu un momento che non dimenticherò mai.
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Tu sei etero ma sei anche un uomo T. Facendo tesoro del loro passato, in cosa può essere migliore un uomo T nel rapporto con una donna?

Un uomo transgender potrebbe essere migliore, nei confronti di una donna, perché comprende la sua fisicità e la sua emotività, i vari punti G nella mente e nel corpo…fermo restando che non si voglia rivestire il ruolo di uomo alfa.

Come è nata l’idea del tuo gruppo fb?

L’idea del gruppo FB, a dire la verità, in origine non è stata la mia ma di un mio amico: mi chiese una mano, e da allora il gruppo è cresciuto molto. Non mi riferisco ad una crescita numerica (se fosse per quello saremmo arrivati a numeri inverosimili) ma ad una crescita culturale e interiore di ognuno di noi che ne fa parte. Sono molto orgoglioso di questo gruppo,dedico molto del mio tempo anche solo a leggere…ormai loro sono cosi’  in gamba tutti e tutte che intervengo poco.

Come è nata T Genus?

L associazione TGenus è nata dalla necessità di agire sul territorio in maniera concreta, cercando o meglio contribuendo a creare una rete innanzitutto tra persone T e poi con le istituzioni,famiglie e servizi sanitari.

Che servizi offre T Genus?

TGenus è una Onlus. Ci mettiamo tanto entusiasmo e tempo, e i servizi che offriamo sono legati innanzitutto all’ accoglienza e ascolto, e far sentire la persona NON sola è la nostra priorità- Indirizziamo le persone ai centri più adatti a loro, per questioni geografiche o altre, ovviamente il tutto ragionato e condiviso con la persona. Organizziamo convegni, tavole rotonde, eventi culturali, e ogni tipo di evento legato alla strategia del cambiamento culturale. Non ultimo TGenus “cerca” di sensibilizzare le istituzioni sanitarie e politiche per migliorare gli accessi ai percorsi clinici della persona in transizione, dalla presa in carico del percorso psicologico all’ultimo intervento chirurgico (la dove la persona voglia sottoporsi). Anche da punto di vista legale offriamo informazioni e indicazioni, affidando la persona a legali della loro zona geografica.

In che rete di altre realtà simili (LGBT) e non (politica, servizi, altro) è T genus?

Cerchiamo di essere presenti su tutto il territorio nazionale, ovviamente avvalendoci anche delle altre associazioni presenti sul territorio nazionale e ce ne sono di validissime.

Quali gli obiettivi?

Gli obbiettivi ovviamente sono legati a migliorare la qualità della vita della persona T e al cambiamento culturale.

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Come far conoscere le nostre esperienze e realtà al di fuori? Quale il corretto approccio.

Le nostre esperienze e la nostra realtà possone essere conosciute al di fuori, mostrando semplicemente il lato umano della persona, eludendo il pensiero dell’ essere accostati al degrado e alla deviazione:ovviamente è necessario informare e sensibilizzare la gente a questa “nostra realtà

Parlaci del tuo romanzo. Resto” Umano.

Parlerei volentieri di RESTO UMANO, romanzo autobiografico scritto a quattro mani con la dott.ssa Anna Paola Lacatena. La vera penna è lei, io ci ho messo la storia della mia vita, una storia che parte dai banche della scuola elementare, fino ad arrivare ad oggi…ma bisogna leggerlo: da allora ad oggi c è una vita raccontata nei dettagli, senza filtri, includendo una varietà di argomenti che hanno fatto parte della mia vita.

Hai a cuore anche il tema della salute e delle MTS. Il tuo impegno in questo settore cosa comporta? quanto è importante la prevenzione e l’informazione?

Ho a cuore la salute delle persone perché so quanto è importante la prevenzione, nel caso specifico dalle MST: la salute è un bene prezioso, e informarsi sulle modalità di trasmissione, e quindi su come evitare contagi, può in alcuni casi salvarvi la vita. Il sesso è meraviglioso ma bisogna farlo anche con la testa.

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Internet è un buon primo aiuto per una persona che sta capendo di essere T, ma quando è importante il contatto reale?

Internet è un ottimo mezzo per carpire informazioni, ma bisogna saperlo usare bene e sopratutto non prendere per buone tutte le info che ci sono: oltre il web credo sia essenziale il confronto reale, e i rapporti umani dovrebbero essere sempre privilegiati.

Perché tra ragazzi T ci si discrimina? Ftm etero vs gay, percorsi diversi med o non med, identità nette o identità fluide…e invece di dialogare si litiga. Perché? Ognuno di noi non potrebbe solo portare la sua storia?

Oggi si litiga tra ftm etero, ftm gay, genderfluid ecc…perché la cultura è ancora troppo radicata al binarismo. Il cambiamento deve nascere da noi, ma proprio “nel nostro mondo” c’ è ancora troppa ignoranza. Infondo siamo tutti persone, lo diciamo fuori ma dovremmo prima dircelo tra noi…
PERSONE!!!

Il web è pieno di sedicenti attivisti che si nascondono dietro cognomi e foto false. Putroppo nella nostra epoca è difficile distinguere i veri punti di riferimento da questi “leoni da tastiera”: un giovane T come deve muoversi in questa baraonda?

I leoni da tastiera sono pericolosissimi: si spacciano per attivisti e spesso danno informazioni davvero disastrose per la persona. Purtroppo è difficile fermarli, e per questo ci vogliono dei punti di riferimento ben visibili, punti di riferimento referenziati dove le informazioni vengono filtrate  e sopratutto alcune  informazioni non si dispensano generalizzando, ma vanno dispensate da persona a persona.

Che ne pensi dei concorsi per mister T?
Dovrebbero essere più ironici? O proporre nuovi modelli di maschile?

Il concorso Mister T è stata un ottima idea per dare visibilità,credo che crescendo questo concorso offrirà una varietà di tipologie maschili, come mi pare sia stato fatto nelle precedenti due edizioni, e si amplierà sicuramente.

Torniamo a noi: gli ftm a fine percorso non hanno più problemi di “passing”, ma ce ne sono altri: i documenti, le persone che prima di conoscevano al femminile, il rapporto col passato. Parlaci, se ti va, della tua esperienza.

Nel mio percorso il passing è stato quasi immediato: il problema è nato con i documenti, documenti al femminile e fisicità marcatamente maschile. E’ stato brutto dover spiegare volta per volta tutta la storia. So che oggi rilasciano un documento che comunque mette la tua vita e la tua privacy alla mercè, ma al momento è inevitabile, almeno fino a quando questa situazione verrà serenamente riconosciuta senza preconcetti.
Gli amici si sono abituati a darmi del maschile, certo all’inizio non è stato facile, ma solo per una questione di abitudine.

Ftm e donne: c’è ancora binarismo o le donne “non lesbiche” si approcciano senza paura a noi ftm?

Credo che la maggior parte delle donne etero si relazionino serenamente con noi ftm. Penso che siamo noi molto disforici verso la nostra sessualità biologica. Certo ci sono donne che cercano necessariamente il pene,ma non è assolutamente la prassi anzi…

Binarismo: quanto è il rischio per noi ftm di incappare alla fine noi stessi nel machismo? Non dovremmo forse, memori dell’esperienza passata, lottare contro gli stereotipi?

Capita di sovente che noi stessi restiamo intrappolati nello stereotipo di uomo macho: mi ritrovo spesso a osservare foto di ragazzi ftm nel gruppo, quando, sopratutto, mettono  la foto prima e dopo, vedi la foto del prima con espressione spontanea e sorridente, la foto del dopo con espressione accigliata e sguardo da duro. Sorrido, ma penso che sia davvero sbagliato: è come voler a tutti costi rivestire un ruolo che TU ti sei imposto, plagiato da una società legata allo stereotipo, mentre è ora di liberarci di tutte le etichette e gli stereotipi costruiti negli anni!

 

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Famiglia e coming out: ti va di raccontarci come hai gestito il coming out e come consigli di gestirlo ai giovani ftm?

Mia madre e la mia famiglia mi ha sempre vissuto come un maschiaccio: quando ho detto loro che volevo affrontare il percorso di transizione l’unica preoccupazione era legata agli interventi chirurgici, ma poi mi hanno visto sempre più felice e libero e si sono sempre più convinti che avevo ragione, e che avrei dovuto farlo prima. Ai giovani consiglio sempre di essere se stessi e di lottare per quello che sono, parlarne gradualmente con la famiglia. Poi ci possono stare famiglie conservatrici: sopratutto a questi ragazzi dico di pazientare, di studiare e, parellelament,e di rivolgersi alle associazioni di volontariato, che sapranno dare loro il giusto supporto.

FTM e sanità: siamo davvero tutelati? Quali le regioni e le realtà messe meglio? cosa puo’ fare l’attivismo?

La sanità non ci tutela moltissimo. Certo stiamo meglio di altri Paesi, ma tanto c’è da fare: da regione a regione cambiano un po di cose, più che altro legato alla distribuzione degli ormoni, come liste di attesa, presa in carico, e liste di attesa per interventi, stiamo messi non benissimo ovunque. Non c’è uno storico e anamnesi sull’assunzione delle terapie ormonali, non c è nulla al momento legato alla medicina di genere, ma proprio da un paio di mesi l’ISS e l AIFA, dietro suggerimenti e “pressioni” di attivisti transgender, hanno istituito un tavolo di lavoro per creare una piattaforma dedicata ad affrontare le criticità del mondo transgender legate alla salute. Quindi, attivisti e associazioni devono continuare a sollecitare ,e sensibilizzare le istituzioni.

FTM e lavoro: qual è la situazione attuale e cosa possiamo afre come attivisti?

Il mondo del lavoro oggi è un mondo difficile per tutti: ancora più penalizzate sono le persone transgender, ma per onestà devo dire che le MTF sono più penalizzate in quanto colpevoli di aver retrocesso il loro status. E’ necessario collaborare con i sindacati, sollecitando corsi di formazione e informazione ai datori di lavoro e centri per l’impiego.
Sensibilizzare la politica per far si’ che realmente i diritti siano riconosciuti a tutti indistintamente.

Un ultima domanda: che consiglio dai, da veterano ftm, ai giovani?

Da “vecchio” transgender, dico ai giovani  che la vita è una e va vissuta: non abbiate paura di riconoscervi! Amatevi e, sopratutto, sappiate che nella vita tutti gli esseri umani hanno dei limiti: bisogna accettarli e non pensare che siamo persone limitate.
Amatevi solo cosi sarete in grado di amare,ma amatevi per quello che siete…perchè comunque sarete UNICI…