Definizioni condivise, per un confronto consapevole sui generi

Quando questo blog ha aperto, non c’era materiale in italiano sugli argomenti trattati nel blog.
C’erano solo le associazioni, quasi tutte pensate per persone gay, lesbiche, e trans in percorsi canonici.
Oggi c’è addirittura troppo materiale. Molte persone che aprono blog e pagine facebook non hanno l’adeguata preparazione (o sono ancora in una fase questioning), e non provengono da un percorso di associazionismo e formazione in associazione, o mediante i testi di autori transgender.

Inoltre i tentativi di dialogo tra mondo LGBT e femminismi, mediati spesso dalla realtà virtuale e non dal dialogo vis a vis, ha creato molti equivoci, dovuti al fatto che si usano linguaggi differenti, o gli stessi termini per descrivere cose diverse.

Ho pensato di scrivere due righe ribadendo le definizioni. Ovviamente questo vuole essere un post “dialettico” e gli spunti di altre persone LGBT saranno utili a delineare meglio i significati in modo che siano maggiormente condivisi.
Binarismo 
Il binarismo è la tendenza a considerare legittime solo le espressioni identitarie “polarizzate” e “duali”.
Anche se il “binarismo” potrebbe essere applicato a qualsiasi visione “manicheista” della vita (alla politica, alla spiritualità, a qualsiasi tendenza a concepire le situazioni vedendo solo il bianco e nero), mi limiterei al suo significato nell’ambito LGBT.
Si parla di binarismo in relazione agli orientamenti sessuali/affettivi, alle biologie dei corpi, alle identità di genere, ai ruoli/espressioni di genere.
Quindi, la visione binaria comprende solo le dicotomie omo/etero, maschio/femmina, uomo/donna, maschile femminile.
Inoltre nella visione binaria, i percorsi di transizione devono essere sempre canonici e condurre una persona da una polarità all’altra.

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Identità di genere: Per convenzione, diversamente da quello che avviene nei femminismi, l’elaborazione culturale transgender ha chiarito che maschio e femmina si riferiscono ai sessi genetici (xy, xx, corpo maschile, corpo femminile) mentre uomo e donna al genere (che non riguarda aspetti fisici ma identitari) . Quindi una persona transgender è una persona che è maschio ma non è uomo, o è femmina ma non è donna.

Ruolo di genere, stereotipo di genere, espressione di genere.
Il concetto di “identità di genere” come qualcosa di radicalmente diverso da ruoli, espressioni e identità è presente nell’elaborazione culturale transgender ma poco al di fuori di essa.
Ruoli ed espressioni di genere sono considerati maschili, femminili o neutri solo in base a convenzioni sociali, variabili a seconda dei tempi e dei luoghi.
Sono sempre più le persone che vivono liberamente la propria espressione di genere, non aderendo a “ruoli” prestabiliti, ad aspettative sociali, o a stereotipi.
Sia le persone transgender che le persone cisgender possono avere espressioni di genere “divergenti” rispetto alle aspettative sociali: un uomo trans o un uomo cis potrebbero essere appassionati di uncinetto, o magari una donna trans o una donna cis potrebbero essere appassionate di arrampicate.
Avere espressioni di genere divergenti dalle aspettative sociali stereotipati non rende persone transgender.
Il non binarismo relativo ai ruoli di genere non rende una persona transgender, anche se ovviamente anche le persone transgender possono avere ruoli di genere non aderenti al binarismo.

 

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Antibinarismo
E’ la posizione politica che contrasta la visione “binaria”, che impone il “binarismo” come obbligatorio, ed è l’unica espressione personale accettata e incoraggiata.
L’antibinarismo non vuole cancellare le persone portatrici di orientamenti, corpi, identitò di genere, ruoli/espressioni di genere “binarie”, o percorsi di transizione canonici: semplicemente insiste affinché queste non siano le uniche condizioni lecite.

Binario/Non binario.
Come detto prima, alcune persone sono portatrici di orientamenti, corpi, identità di genere e ruoli/espressioni di genere binarie (e questo non è un problema, finché viene rispettato il fatto che altri potrebbero avere vissuti ed esigenze differenti), mentre alcune persone presentano una condizione di “non binarismo” riguardante il proprio orientamento (pansessualità, eteroflessibilità, omoflessibilità, bisessualità non transescludente), il proprio corpo (intersessualità), la propria identità di genere (genderqueer, genderfluid, agender, bigender, genderneutral…), i propri ruoli/espressioni di genere (tutte le persone non aderenti agli stereotipi maschili e femminili), il proprio percorso di transizione, nel caso di persone T (quindi percorsi non medicalizzati, percorsi androginizzanti, percorsi “strafottenti” rispetto al passing, percorsi che prevedono alcune modifiche medicalizzate e non altre).
Alcune persone si definiscono “non binarie”, ma è meglio chiarire sotto quale aspetto esse si definiscono “non binarie”. Spesso lo si è sotto più d’uno degli aspetti elencati.
Negli Usa “non binary” viene usato spesso come sinonimo di “persona con identità di genere non binaria”.

 

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Cisgender:
Le persone cisgender sono quelle non transgender. Cis è il contrario di trans (come cisalpino e transalpino). Si è “al di là” o “al di qua” di qualcosa, e la linea di confine è ciò che separa chi è trans da chi non lo è.
Chi non ha una tematica di identità di genere è cis.
Chi ha “solo” (il “solo” non è svalutativo) una tematica di ruoli, espressioni, lotta agli stereotipi di genere è cis.
Essere cis non determina l’adesione “supina” agli stereotipi di genere. Essere cis significa semplicemente non essere una persona transgender (o genderqueer, o genderfluid o di identità di genere non binaria).
Molte persone confondono cis con etero: come cis è chi non è trans, etero è relativo a chi non è omo/bi/pansessuale.
Una persona cis puo’ non essere etero, una persona etero puo’ non essere cis.
Nonostante alcuni blogger aggressivi disprezzino le persone cis (come altri blog aggressivi disprezzano gli etero), cis non è affatto un termine dispregiativo, e il “viverlo” come tale sta spingendo tante persone in un percorso di emancipazione dai ruoli e dagli stereotipi di genere a definirsi “transgender” (secondo un ombrello molto ampio proposto più dalla letteratura queer che dagli autori transgender)
Le logiche secondo cui “siamo tutti transgender” o “siamo tutti pansessuali” non funzionano quando vi sono delle istanze legali e sociali ben precise, di cui la persona T ha bisogno e la persona cis emancipata dai ruoli stereotipati no (il riconoscimento della propria identità di genere, del nome scelto, della richiesta che ci si rivolga a quella persona in modo corretto dal punto di vista grammaticale, e che la si tuteli rispetto alla transfobia e al mobbing).
Ci sono delle istanze relative alle persone cis che vivono un percorso di emancipazione dai ruoli, ma sono diverse da quelle transgender, anche se sicuramente la discriminazione che colpisce una persona transgender e una persona cis emancipata dagli stereotipi ha una matrice simile.

Millennials: aumentano i coming out genderqueer e genderfluid

Uno studio del GLAAD ci dà informazioni su come i Millennials (le persone che oggi hanno tra i 18 e i 34 anni) vivono orientamento affettivo/sessuale, identità di genere e ruolo di genere. orientamento affettivo/sessuale, identità di genere e ruolo di genere.

Il sito più veloce a tradurre e riportare in italiano i dati è, ahimè, un sito contro “il gender”.  Riporto la notizia “epurandola” dai giudizi moralisti. Coloro in rosso le mie modifiche.

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[fonte]

Le nuove generazioni sono sempre più “gender fluid”. Ad affermarlo è GLAAD (Gay & Lesbian Alliance Against Defamation), una delle più influenti associazioni LGBT statunitensi, in uno studio recentemente pubblicato, Accellerating Acceptance 2017, che fa il punto della situazione negli Stati Uniti riguardo l’accettazione sociale dell’omosessualità e degli altri orientamenti sessuali, contemplati nel sempre più ampio acronimo LGBT+ con il quale si identifica la comunità arcobaleno internazionale.

Il sondaggio realizzato da Harris Poll, una azienda specializzata in ricerche di mercato online, come si legge nel paragrafo dedicato alla metodologia adottata, è stato condotto nel novembre 2016, intervistando 2.037 ragazzi tra i 18 e i 34 anni, di cui 1.708 eterosessuali cisgender.

Il documento di 8 pagine, dopo una breve introduzione, presenta i risultati in 4 macro punti:

  1. I giovani d’oggi sono più portati ad identificarsi come LGBTQ che le passate generazioni
  2. I giovani d’oggi sono più portati ad identificarsi al di fuori della tradizionale dicotomia binaria “omosessuale/eterosessuale” e “uomo/donna”
  3. I giovani d’oggi sono più portati ad allearsi con la comunità LGBTQ
  4. L’accettazione delle persone LGBTQ rimane alta ma i progressi sono rallentati dopo la storica sentenza sul matrimonio egualitario.

Vediamo ora i singoli punti.

I GIOVANI D’OGGI SONO PIÙ PORTATI AD IDENTIFICARSI COME LGBTQ CHE LE PASSATE GENERAZIONI

Secondo lo studio i Millenials ossia la fascia di popolazione compresa tra i 18 e i 34 anni si identificano in maniera significativa come LGBTQ rispetto alle generazioni precedenti.

Tra i motivi di tale netto mutamento culturale, fra le altre cose, gli autori sottolineano l’importanza del ruolo svolto dal sistema massmediatico con il suo incessante ed efficace messaggio di abbattimento degli stereotipi e di rimozione dello stigma nei confronti delle persone LGBT.

Tale profondo cambio di paradigma ha fatto si che, sempre secondo tale studio, i Millenials siano più di 2 volte portati ad identificarsi come LGBTQ rispetto alla generazione dei cosiddetti Boomers, ossia coloro che oggi hanno tra i 52 e i 71 anni e  il 56% in più della generazione X, ovvero la fascia di popolazione compresa tra i 35 e i 51 anni.

Ma il dato più eclatante di tutti è che, sempre secondo i dati riportati da GLAAD,  ben il 12% dei Millenials si identifica come transgender o gender non conforme, ossia non riconoscono il proprio sesso di nascita o la loro “gender expression” è differente da quelli che sono i classici modelli maschile e femminile.

I GIOVANI D’OGGI SONO PIÙ PORTATI AD IDENTIFICARSI AL DI FUORI DELLA TRADIZIONALE DICOTOMIA BINARIA

Mentre le vecchie generazioni di persone LGBTQ (dai 35 anni in su) utilizzano le parole “gay” e “lesbica” e “uomo” e “donna” per descrivere il loro orientamento sessuale ed identità di genere, i Millenials adottano oramai una nuova terminologia che supera tale classica “dicotomia” maschile/femminile.

Anche qui gli autori evidenziano l’importanza della accresciuta visibilità mediatica della “causa LGBT” che ha favorito il processo di graduale metabolizzazione sociale della sessualità, intesa non più come scelta binaria maschio/femmina, ma come spettro di infinite possibilità in perenne mutamento.

In questo senso, la ricerca attesta come gli intervistati abbiano affermato di avere tra i loro conoscenti, oltre a persone gay e lesbiche (73%), persone bisessuali (29%),  transgender (16%),  queer (8%),  asessuali (7%),  pansessuali (6%),  gender fluid (5%), bigender (4%), genderqueer (3%),  agender (29%),  insicuri o questioning gender (29%).

I GIOVANI D’OGGI SONO PIÙ PORTATI AD ALLEARSI CON LA COMUNITÀ LGBTQ

Per comprendere meglio il “grado” di supporto nei confronti della comunità LGBTQ, GLAAD ha poi suddiviso gli americani non-LGBTQ in 3 principali segmenti corrispondenti ad altrettanti gradi di percezione e accettazione della “causa omosessuale”:

  1. Alleati
  2. Supporter distaccati
  3. Resistenti

Gli studi, si legge nel testo della ricerca, mostrano che coloro che personalmente conoscono qualcuno appartenente alla comunità LGBTQ sono più propensi ad appoggiare i “diritti” LGBTQ.

Detto ciò, i Millenials, che come abbiamo visto sono più inclini ad identificarsi come LGBTQ rispetto alle generazioni precedenti, sono anche i più disposti a supportare le istanze omosex in quanto, appunto, più favorevoli ad accettare le rivendicazioni dei loro amici o conoscenti LGBTQ.

Tra i Millenials dunque il 63% si schiera tra gli alleati, il 23% tra i supporter distaccati e solo il 14% sul fronte opposto dei resistenti.

L’ACCETTAZIONE DELLE PERSONE LGBTQ RIMANE ALTA MA I PROGRESSI HANNO RALLENTATO DOPO LA STORICA SENTENZA SUL MATRIMONIO EGUALITARIO.

L’ultimo punto, infine, sottolinea come la decisione della Corte Suprema del giugno 2015 che ha sancito il diritto costituzionale per ogni cittadino americano ad unirsi in matrimonio con chi ama, al di là del sesso di nascita, abbia rappresentato uno spartiacque fondamentale nel processo di “normalizzazione” dell’omosessualità.

Tuttavia, notano gli autori del documento, nonostante ciò si è poi assistito ad un rallentamento sul tema dei diritti gay.

Ora gli occhi  (e i fucili) sono puntati sull’amministrazione Trump e GLAAD assicura che rimarrà, come sempre, vigile a controllare in prima linea che non venga fatto alcun passo indietro rispetto alle “conquiste” fin qui raggiunte.

Miley Cyrus, Jaden Smith, Ruby Rose: Hollywood diventa genderqueer

Nel 2015 Miley Cyrus, attrice che ha dato il volto ad Hanna Montana, personaggio della Disney, pensato per adolescenti, si è dichiarato/a genderqueer.

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La stampa italiana non ne ha parlato, mentre la stampa estera ne ha scritto abbondantemente, e ha prodotto divertenti fotomontaggi che evidenziano la somiglianza con l’androgino Justin Bieber.

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MIley non è l’unico vip genderfluid: Ruby Rose, nota anche per la sua partecipazione ad Orange Is The New Black ha ritratto la sua metamorfosi di genere in un video.

Non va dimenticato il figlio/a di Will Smith, Jaden, che, ahimè, ha dovuto tagliare i capelli per ragioni cinematografiche

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Se siete curiosi/e su altri personaggi di Hollywood che si dichiarano Genderqueer, ecco alcuni link , che presentano una lista di altri personaggi , guardacaso tutti molto giovani, o,come si direbbe oggi, Millennials.

In Italia questi personaggi sono stati criticati, come esibizionisti o “finti transgender”.
Io però penso che sia positivo che così tanti personaggi stiano dichiarando la loro non conformità di genere.

E voi cosa ne pensate?

Gay sta a bisessuale come trans sta a … ? (è il momento di autodefinirci)

E’ il momento di dare una definizione per i percorsi non canonici trans. Senza usare il “non”

Quando iniziai a percorrere la mia strada di consapevolezza e di attivismo dovetti aspettare alcuni anni prima di trovare una persona che sentissi a me vicina.
Un giorno su un portale allora chiamato GayRomeo conobbi un ragazzo che ai tempi si definiva gay, e a cui dissi di essere attivista.

Col tempo la nostra relazione finì, ma la nostra amicizia no, e, confrontandosi con una persona di genere non conforme, lui riuscì ad ammettere a se stesso e agli altri di non essere completamente omosessuale, di provare attrazione per uomini androgini e donne androgine, quasi di preferirli, ma  a quel punto iniziò a riflettere su come entrare nel mondo gay aveva censurato questa sua identità ed istanza schiacciandolo nell’identità politica gay, facendogli credere che la sua presenza nel movimento era dovuta non alla sua bisessualità e alla rivendicazione di essa, ma alla sua “parte omosessuale” e alla difesa dei diritti omosessuali. A causa dello stigma da parte del mondo etero, ma soprattutto da parte del mondo omosessuale, e alla convenienza che questo mondo aveva a tenerlo tra le sue file di attivisti, era diventato uno dei tanti militanti contro l’omofobia e per i matrimoni gay.

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Oggi Leonardo è un attivista per la pansessualità e la bisessualità, insiste che nelle scuole, nella sanità e sui posti di lavoro si parli di bisessualità e pansessualità, nonchè di bifobia e panfobia, e milita contro il binarismo.
Fare attivismo con lui mi piaceva perché, anche se in condizioni diverse, condividevamo l’essere sospesi tra il mondo dei cis/etero e quello dei gay e trans, che ci accettava ma con riserva, col permesso di soggiorno, solo se “accettavamo” di definirci come loro. Ciò per lui comportava l’atto semplice (ma non banale) di definirsi gay. Per quanto riguarda me, il pegno da pagare era l’essere transessuale, fare la mia bella transizione medicalizzata e canonica, raccontare le mie trans narratives sulla mia infanzia binaria nel corpo sbagliato, mettere la mia bella cravatta, tatuarmi il simbolo trans, fare palestra, e guardare sotto le gonnelle.

La mia istanza veniva sempre schiacciata. C’era sempre un ombrello che doveva comprendermi, e quasi mi faceva il “piacere” e l’onore di comprendermi, cancellando poi le mie istanze, mostrandosi contrario, o paternalisticamente dicendo che ci sarebbe stato tempo, in futuro, per le mie istanze, in un mondo migliore, quando noi saremo tutti morti. nel frattempo le mie braccia (rubate all’architettura?) erano pronte a portare i loro picchetti, per migliorare le loro condizioni di vita.
Io, orfano di una comunità che mi accogliesse e mi includesse, per anni mi sono nascosto nella T come chi, essendo bisessuale, si è nascosto nella G.

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Tutti erano fieri di noi, noi coraggiosi che facevamo dei coming out (con parole che non ci definivano e non sentivamo nostre), perchè non rimanevamo nascosti come chi, nella mia situazione, viveva da cis, o come chi, essendo bi, viveva da etero.
C’era chi non riusciva a comprendere la nostra coppia, perché non voleva credere alla sua bisessualità (per loro era gay) nè alla mia non conformità di genere (per loro ero donna). Queste due affermazioni, se affermate inseme, creavano un paradosso, secondo il quale noi non potevamo essere, o essere stati, coppia, ma ne eravamo divertiti, perché era l’ennesima conferma del non rientrare nei loro schemi binari, in cui se qualcuno è fuori da cis, trans, omo, etero, non esiste o si sta definendo in modo sbagliato, per confusione o mancanza di coraggio.

Non c’è ancora un termine per “i bisessuali” dell’identità di genere, o meglio, ce ne sono troppi (ma sono stati coniati da altri).
Puzzano di teoria queer, oppure sottolineano un “passaggio” che molti come me non sentono proprio.

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Se trans fosse recepito come speculare di cis, si parlerebbe di essere al di là o al di quà dei confini del genere. Purtroppo però nella percezione comune “trans” sottolinea un passaggio e un cambiamento, spesso fisico, o anche di ruolo di genere, che magari ha senso se si parla di trans medicalizzati, ma ha meno senso se si parla di tutte le altre variabili di genere, che più che sottolineare, nel definirsi, il “cambiamento” (quel “to” di FtoM e di MtoF), sottolineano la differenza, una differenza, una non conformità, che c’è da sempre e non si riduce ad una metamorfosi.

Se oggi bi e pansessuale sono termini abbastanza chiari per definire l’universo di orientamenti eroticoaffettivi tra omo ed etero, non c’è ancora un termine per descrivere la condizione delle persone tra cisgender e transessuale.
Quando i primi bisessuali alzarono la testa per fare attivismo, subito gay e lesbiche misero sulle loro spalle il peso degli errori e della viltà di chi, in passato, essendo bisessuale o gay velato, aveva vissuto nell’ombra, nascondendosi in matrimoni etero e nella rassicurante vita sociale da “normale“.

Anche con noi lo fanno. Ci paragonano ai travestiti del sabato sera, i top manager con moglie e figli. Alle signorine che sono maschietti su facebook ma poi sono, nella vita reale, solo ragazze con smalti metallizzati e capelli verdi. A chi cambia definizione e polarità di genere una volta a settimana, in una nevrotica e instancabile creazione e disattivazione di profili facebook e twitter, e ci dicono che siamo pochi, picareschi, incapaci di metterci nome, cognome e faccia, incapaci di formalizzare le nostre istanze.

Ma quando alcuni di noi (non troppi), riusciranno a produrre un documento con istanze chiare, come hanno fatto le famose 49 lesbiche, e quando chiederemo al gay, lesbiche, transessuali, pensatori queer, intersessuali, bisessuali, asessuali, di sottoscriverle?
Quando chiederemo di essere compresi in una legge “contro la transfobia” che non comprenda solo periziati e ormonati, così come i bisessuali hanno chiesto di essere compresi in una legge “contro l’omofobia” che tuteli tutti gli orientamenti e non solo quello omo, quando chiederemo il riconoscimento delle persone non binarie e non medicalizzate, loro firmerano con noi o polemizzeranno?
Penseranno che estendere i diritti a noi tolga qualcosa a loro?

Come gli etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio?
Questi sono interrogativi che avranno risposta solo quando ci faremo sentire.
Nel frattempo i bisessuali sono arrivati alla loro quarta giornata della visibilità bisessuale, e coinvolgono sempre più persone, hanno introdotto la parola “Bifobia, che ormai sentiamo usare anche da parlamentari.
E’ il momento che i “non-” dell’identità di genere si facciano sentire.

Se sei uno/a/* di noi, scrivici.
progettogenderqueer@gmail.com

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Quanto è giusto o necessario “dare spiegazioni”?

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Sono molto felice che esistano posti come il Milk dove ci si rivolge con perifrasi neutre a una persona di aspetto ambiguo (o di aspetto conforme al sesso, ma incontrata in un evento a tema identità di genere) finché la persona non si qualifichi con un nome maschile o femminile o quantomeno non dichiari il suo genere d’elezione (o dichiari che preferisce che si continui ad usare le perifrasi neutre).

Ho avuto la sfortuna di alternare a questi ambienti protetti, costruiti a fatica, un ambiente esterno fatto di persone non scelte attaccate al più bieco binarismo.
Non so quanto questo mi abbia fatto male. Forse sul piano emotivo si, ma mi ha reso un attivista migliore.

Di certo posso scegliere di passare il mio tempo libero con eterosessuali illuminati, che il mio genere lo hanno rispettato da sùbito, o dopo le dovute spiegazioni, ma rimane sempre una parte di vita in cui, a causa del vuoto normativo riguardante la mia condizione di uomo transgender non medicalizzato, dovrò osservare il mondo come se fossi nascosto dentro il corpo di un’improbabile donna eterogender non conforming“, circondata da persone che, in assenza (o a volte drammaticamente in presenza) di persone LGBT, si lanciano con inquietante naturalezza ai più beceri comportamenti omotransfobici e sessisti, nonché a stereotipi che in ambiente protetto abbiamo superato da decenni, ma che per il resto del mondo sono rimasti “ovvi”.

A volte mi ritrovo, mio malgrado, a serate interminabili con anziane lesbiche brizzolate che tentano di coinvolgermi nella stesura di non so quale comunicato stampa in cui verranno contate e soppesate le parole. Per loro è così ovvio che presidentessa, dottoressa, professoressa, sono “offensivi“, perché una ricerca di studi di genere di cui non sono stato partecipe ha decretato, o scoperto, che il suffisso -essa è denigratorio e quindi deprecated. Ma so che fuori da quel tavolo di femministe diplomate sul tema, il femminile di queste professioni continuerà a contenere -essa, se non magari per qualche sindaca, assessora, avvocata del pd o di qualche partito progressista delle sinistre.
Ma non riesco davvero a capire perchè diventino sgomente quando il resto del mondo è rimasto all’oscuro riguardo alle loro conclusioni, e, senza nessuna malafede, continua ad usare principessa, presidentessa, elefantessa e avvocatessa.

Lo stesso succede quando al Milk arriva un nuovo socio, che tutti noi ci chiediamo come sia arrivato a noi, associazione dichiaratamente antibinaria e TBGL (ma le vie del Mostro di Spaghetti Volante sono infinite), che prima di oggi non aveva mai visto una persona trans e una persona bisessuale.
Egli ha di fronte tre persone. Me, una butch e una persona genderfluid di biologica XX. Si rivolge a tutti e tre al femminile, perché prima del Milk era in associazioni gay dove era già strano vedere una donna, dove i bisessuali erano cattivi cattivi e le persone trans erano considerate come gay con parrucca.

E’ sconvolto nel vedere che io mi qualifico con un nome maschile (certo avrei potuto evitare Nathan…avevo sottovalutato l’ignoranza che porta a pensare che un nome biblico ebreo sia un nome maschile…avrei potuto o dovuto scegliere Astolfo) e ci mette un po’ a capire che a me deve rivolgersi al maschile. Oltre a non sapere dell’esistenza dei “non medicalizzati” o quanto meno di “ftm pre T“, non sa proprio neanche dell’esistenza degli ftm, e non sa nemmeno che esistono donne trans lesbiche come le mie amiche, che quindi “non transizionano per sedurre uomini etero”.

La sua ignoranza può lasciarci agghiacciati, ma spetta a noi decidere se lasciarlo in tale ignoranza o spiegargli le cose.
E, lo so, è faticoso farlo, dopo anni che pensi di aver già spiegato abbastanza, quando finalmente vuoi farti i cavoli tuoi.
Ma io ho scelto di essere attivista, e mi tocca farlo per altri. Quando mi stancherò di farlo, e credo succederà presto, mi ritirerò dall’attivismo o cercherò nuove vie di attivismo.

Abbiamo la fortuna di essere un gruppo. Io posso spiegare per un altro, in modo che venga tolto dall’imbarazzo di doversi sempre raccontare e spiegare per se stesso.
E’ un po’ come quando il mio ex mi portava a cene vegane, a meditazioni buddhiste, o in altri posti che prima di me non avevano mai visto un ftm e, solo nel caso io non fossi passato, aspettava che io andassi in bagno per spiegare a tutti che dovevano rivolgersi a me al maschile.
E quando tornavo io sapevo che era tutto “finto“, ma ero così rassicurato dal non essere “violentatoda quel femminile dato probabilmente in buona fede da chi dava per scontato che ormai le ragazze possono essere anche dei maschiacci e , sentendo una voce non profonda e vedendo un viso senza barba, mi ha scambiato per una delle tante “maschiacce”.

Ci sono diversi tipi di persone quando c’è di mezzo una persona trans che passa poco o di cui si conosce per vie traverse la condizione trans.
C’è chi si rivolge ad essa tramite il genere d’elezione perché riesce a vederlo. C’è chi invece non riesce a vedere altro se non il sesso biologico, ma usa il genere corretto per educazione, perché ha capito (gli è stato spiegato?) che cos’è la disforia di genere e quanto dolore dà (esempio: “rivolgiti a lui al maschile“, “ma io la vedo donna“, “ok, allora fallo quantomeno per educazione“), e poi c’è chi, semplicemente, è “stronzo”, e continua a coniugare il genere al sesso biologico, per ignoranza, per mancanza di empatia, perché ha una ferita scoperta, perché è bigotto…

Alcune persone trans dicono di essere tolleranti anche verso “gli stronzi“, ma io non sono d’accordo.
Che si debba spiegare, magari trovando qualcuno che lo faccia per noi, penso sia dovuto (il mondo non funziona come in un salotto di anziane veterane femministe che contano le parole), ma io di possibilità ne dò una. Perseverare, come dice un vecchio detto, è diabolico.

E’ chiaro che però queste riflessioni riguardino la società, e non poi gli affetti di cui vogliamo circondarci nella vita privata. Io ad esempio vorrei solo persone della prima categoria, che il mio genere lo “vedono” aldilà del sesso, e scarterei anche quelle che il genere corretto me lo rivolgono per educazione, perché nella sfera dei miei affetti è meglio che non entrino, ma tutto questo poi varia da persona a persona, ed è possibile che altri non siano tanto rigidi a riguardo.

I cattivi maestri e i cattivi allievi

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Da anni, o forse quasi da lustri, la mia attività di attivista antibinario mi ha messo in contatto con giovani persone questioning sulla loro identità di genere o semplicemente sul ruolo di genere.
Molte di queste persone mi hanno seguito per anni, ma poi si è rotto qualcosa.

Per chi mi legge da anni, è scontato il fatto che il mio punto di vista si è stabilizzato, perlomeno dal 2009.
Non sono un transessuale e non mi interessa spacciarmi per tale.
Non sono un queer.

Chi mi contatta di solito mi ringrazia per il mio porre un’alternativa a queste due comunità e punti di riferimento intellettuali, una legata più che altro alle dinamiche di cambio di “sesso”, l’altra legata a contestazioni cattedratiche piuttosto astratte e spesso anche di decostruzione sociale e quindi anarcoidi.
Il mio punto di vista si pone come estraneo e complementare a queste visioni.

Prima o poi però il o la mia seguace prende una strada, che è quella transessuale o quella queer.
Se prende quella transessuale, basterà che l’ago penetri la sua pelle per rinnegarmi come maestro, sentirsi improvvisamente più esperto, e ribadire che io “non potrò mai capire“.
Se prende invece la via queer, io sarò immediatamente bollato a borghese, etichettatore, non abbastanza fluido.
E’ per questo che ho sempre preferito essere presidente di un’associazione mista (Il Milk), e non dirmi “decano” di un popolo di persone a metà tra il transessualismo e la teoria queer.

Purtroppo negli anni ho capito che quasi tutte le persone questioning prima o poi si posizionano in una di queste due identità, e che nel mezzo resta poco, anche perché la società non è pronta ad accogliere ciò che sarebbe naturalmente collocato in mezzo.
E a quel punto ci sono “padri” migliori di me, sia nel movimento transessuale, sia seduti alle cattedre queer.

Ed è per questo che io rimango profeta antibinario per persone avanguardiste ma che sono portatrici di vissuti ben diversi dal mio, e quindi non vivono identificazioni e successive disidentificazioni.
I miei lettori sono spesso persone cisgender, oppure gay e lesbiche open e avanguardiste, o ancora professionisti, tesisti, giornalisti.

Devi essere lontano da me per mettermi a fuoco, e mettere a fuoco il mio pensiero. La troppa vicinanza porta ad un coinvolgimento emotivo, di speculazione (da speculum, specchio), e di empatia, simbiosi, che genera poi un tradimento, quando la persona questioning cambia, e io rimango come sono.

Questo blog va preso semplicemente come la proiezione del mio pensiero, e non va sovraccaricato di aspettative, per non generare successivamente delusioni e disidentificazioni.
Io sono solo un autore, che apre un suo punto di vista. Non va preteso da me altro che questo.

Ma dove è finito l’orgoglio butch?

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Non sono mai stato un trans medicalizzato e ho visto molte persone avere i miei stessi problemi prima della tos o a tos appena iniziata, ma poi avere esigenze, priorità e problemi molto diversi.

Dalle chiacchiere da bar di colleghi binari, è venuto fuori che tra me, una ragazza butch (lesbica maschile), e una lesbica femminile, le estetiche più contestate e quindi soggette a bullismo e tentativo di guarigione sono la mia e quella della butch, mentre una donna lesbica, ma esteticamente rassicurante per quanto riguarda la conformità di genere, subisce una pressione molto inferiore (al massimo qualche provolone, che “la pretende” come potrebbe “pretendere” una donna etero un po’ ritrosa).

A questo punto ho immaginato che un certo mondo relativo al transgenderismo non medicalizzato in direzione ftm, ma anche le persone gendervariant di nascita xx (genderqueer, genderfluid, agender, nogender, bigender, o comunque in uno stato di non conformità di genere col femminile) potrebbero avere molto da condividere col mondo delle lesbiche butch, non tanto per quanto riguarda l’orientamento sessuale (la partner di una butch è una lesbica o una bisessuale, mentre il partner di un ftm potrebbe essere un uomo gay o bisessuale, o una donna etero o bisessuale), ma soprattutto per quanto riguarda sia l’orgoglio della non conformità di genere, sia la discriminazione che essa comporta in una società binaria (orgoglio e pregiudizio, come qualcuno direbbe).

Ho cercato per alcuni mesi, su forum, blog, gruppi, pagine, butch italiane da intercettare per un confronto intellettuale ed esperienziale. Ho fatto fatica a trovare sia donne che si definissero orgogliosamente butch, sia persone che avessero delle rivendicazioni politiche a riguardo (che non sfociassero in rivendicazioni più genericamente lesbiche e/o femministe).

Ho trovato anche un certo disprezzo delle donne lesbiche verso le persone di nascita femminile ma portatrici di identità di genere maschili o non binarie, o semplicemente di espressioni di genere maschili o non binarie.

Come detto in un precedente post, essere lgbt non rende automaticamente non binari, e non essere lgbt non rende automaticamente binari.
Per il resto la mia ricerca di butch fiere della propria non conformità continua.

Spero che non siano come quelle che si vedono nei pochi film a tema, con carriere modeste, acume e cultura modesta, e subordinate alla donna femminile.
Vi farò sapere quando avrò materiale a riguardo.