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Diverso da cosa?

Fuori dai nostri ambienti di attivismo vediamo usare spesso la parola Normale per nulla “politically correct”. Spesso viene usata in buona fede, ma cosa significa? Aderente alla norma statistica.
E così, è normale essere eterossessuali, e anche “eterosessuali” è un termine che chi differisce dalla norma usa per definire l’altro, come gli ebrei chiamano gentile chi non lo è e i rom chiamano gagè chi non è rom.

Se è poco “normale” essere omo o bisessuale, è ancora meno “normale” essere transgender, ovvero avere una variabile che riguarda l’identità di genere, e di conseguenza sarà meno comprensibile a chi è “normale” sotto questo parametro il fatto che sarà chiamato cisgender.
Quando però fai parte di una variabile statisticamente rilevante, come l’essere omosessuale, hai più possibilità di raccontarti agli altri, hai una relativamente grossa comunità di riferimento, gli eterosessuali hanno maggiore possibilità di avere un omosessuale in famiglia, di conoscere, capire, o di arrivare alla conclusione che sono “contrari” a te, ma almeno hanno capito in che modo sei “diverso”.

Per le persone transgender l’appartenere a una comunità apparentemente statisticamente irrilevante diventa un ostacolo a trovare persone simili ed uguali con cui confrontarsi.
Un ulteriore ostacolo è che anche tra diversi si ritrovano condizioni di “normalità relativa, sempre relativamente alla norma statistica, e quindi, nell’enorme panorama delle variabilità, potresti ritrovarti ad essere una persona trans credente, o una persona trans omosessuale, o una persona trans che non fa un percorso canonico, o trans che hanno un passato da marito, moglie, genitore, trans che decidono di esprimere il loro genere solo in alcuni contesti protetti, persone con identità di genere fluida, che si riconoscono in entrambi i generi, in nessun genere, in entrambi, o che rifiutano completamente l’impostazione stessa dei generi.

Quando mi sono autodefinito transgender, non c’erano né spazi pronti ad includere una diversità come la mia, né riuscii a fare dei felici incontri di singole persone, tranne eccezioni come Massimo D’Aquino e pochi altri, che potessero rappresentare per me un elemento di confronto, senza che ad una confidenza non seguisse un giudizio, un biasimo, una frase paternalista, un “si, ma…”, un tentativo di accorparmi ad un’identità preesistente, di “normalizzarmi relativamente”.
E quando è difficile per te stesso capire cosa sei, sono lì tutti a chiederti una definizione e a pretendere che sia tra quelle a loro già note, affinchè tu, che vorresti essere rassicurato da loro, possa invece rassicurarli, e la tua ricerca deve durare il meno possibile, perché loro hanno fretta che tu dica a loro, prima che a tè stesso, “cosa sei”. Passa invece in secondo piano il “chi” sei.

Alle persone trans che conobbi allora, non andava bene che io mi identificassi completamente nel genere maschile, senza essere interessato al percorso ormonale. Dovevo definirmi per forza in altro modo, senza usare il prefisso trans-, perchè c’era un solo modo “normale” per essere transgender.
Le persone omosessuali di entrambi i generi avevano invece perplessità sul fatto che mi interessassero gli uomini, essendo per loro “normale” essere etero se si è trans, anzi che si “diventasse trans” per “diventare etero”, ovvero per legittimare un’attrazione, per correggere sé stessi per correggere automaticamente il proprio amore.

Alla luce di questo, trovai un piccolo spiraglio nel Milk di allora, costituito soprattutto da gay ed etero friendly, e quando ne divenni presidente incoraggiai ad avvicinarsi tutti coloro che nella comunità GLBT non erano “normali”, ed in particolare le persone bisessuali, le persone crossdresser, le persone trans-omosessuali, le persone transgender non binarie, tutti coloro che erano in percorsi non canonici di riattribuzione di genere.

Nel tempo il Milk è cambiato, e ha cambiato anche nome.
Da Circolo di Cultura Omosessuale Harvey Milk a Circolo Culturale TBGL Harvey Milk, e sono arrivate persone nuove, Monica e Daniele, che hanno portato il loro percorso e le loro evoluzioni, e hanno contribuito proponendo quello che adesso è il gruppo AMA Identità di Genere del Milk.
E’ molto importante che il gruppo si chiami “identità di genere” e non “trans”, perché è un gruppo che parte da ciò che vuoi condividere e non da ciò che tu sei.
Altri gruppi simili hanno come conditio sine qua non per partecipare l’essere in un percorso medicalizzato, e il tema principale è la condivisione degli step di quel percorso.
Abbiamo voluto estendere la possibilità di riflettere sul proprio genere e rielaborarlo a tutte le persone, non solo in percorsi T non canonici, ma anche cisgender, ed è per questo che tra gli utenti vi sono persone cisgender omo, etero e bisessuali, che spesso portano contributi e punti di vista innovativi ed interessanti.
Come l’associazione stessa, anche il gruppo AMA Milk è portatore di due grandi valori:
il rispetto e l’inclusione della diversità e il non giudizio.

Se il percorso classico della persona che arriva ai gruppi è approdare con il sogno binario di approdo a un corpo perfetto che riconosca il proprio genere mentale, per poi rielaborare il genere e il proprio binarismo interiorizzato, io ci sono arrivato da “diverso conclamato”, antibinario incompreso, ma per la prima volta sono riuscito a confrontarmi con persone provenienti dai percorsi più svariati, e , perché no, ho anche lavorato sui miei pregiudizi verso chi porta istanze più “normali” della mia.
Un tempo ero critico verso coloro che, senza abbracciare istanze politiche, magari biasimandole, avevano un semplice desiderio binario di passare nettamente da un sesso ad un altro ed rientrare nel circuito dei “normali, inseguendo un passing perfetto, o semplicemente decidevano di vivere la propria identità solo in ambienti protetti. Oggi ho imparato quanto pericoloso è spesso, per noi attivisti, il demonizzare la ricerca del quotidiano, e che ogni vissuto ha la sua dignità. Il benessere dell’individuo viene prima di tutto, prima anche delle istanze politiche, e, anche se la visibilità del singolo aiuta ognuno di noi ad essere compreso dalla società,ogni persona ha il diritto di esprimere (o non esprimere) la propria identità transgender quando e se vuole.

Se oggi ho potuto rivedere le mie idee in tal senso è stato perché ho imparato a mettermi in ascolto.
Troppe volte questa vita frenetica ci spinge a comunicare, e impiegare il tempo in cui sono gli altri a parlare ad elaborare ciò che vogliamo dire, che vogliamo che gli altri ascoltino. Per questo i gruppi di AutoMutuoAiuto hanno tanto da insegnarci.
Ascolto, Condivisione, Non Giudizio, Inclusione della Diversità:
credo che siano questi, in sostanza, i grandi e imprescindibili valori di un gruppo AMA, ricordando che, in un sistema statistico dove ogni minoranza crea a sua volta un gruppo, diverso” è relativo, e il gruppo deve essere pronto ad accogliere incondizionatamente ciò che è diverso, perché elemento di arricchimento e di ridefinizione per la Comunità di riferimento stessa.

Tratterò l’argomento all’evento della pride Week “Le persone trans* si raccontano”

giovedì 25 giugno 2015 alle 18.00 alla Casa dei Diritti di Milano

https://www.facebook.com/events/1583494558568669/