Gianni Ciulla, italoamericano, disabile, english teacher :D

Oggi intervistiamo Gianni Ciulla, interior design, italo-americano, insegnante madrelingua di inglese, appassionato di giardinaggio, attivista contro le Malattie Sessualmente Trasmissibili e in particolare l’HIV.
Dal prossimo novembre insegnerà inglese pro bono (devolvendo i proventi dei suoi aperitivi al circolo, per le spese e le iniziative di attivismo che organizza) al Circolo Culturale TBIGL Harvey Milk di Milano, di cui è socio e supporter.

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Ciao Gianni: raccontaci di te. Età , origini, studi, professione, passioni…

Mi chiamo Gianni Ciulla e sono nato a Palermo il 10 agosto 1958: perciò, oggi ho 58 anni e 3/4. Avevo circa due anni, quando i miei genitori si trasferirono da Palermo (Passo di Rigano) a Milano.
In Italia, ho frequentato due anni di scuola superiore; poi, ho interrotto gli studi, per dedicarmi al lavoro come elettricista industriale. All’età di circa 27 anni, mi trasferii negli Stati Uniti d’ America con il mio ex AMORE, Maurizio. Eravamo alla ricerca di una vita migliore per persone non eterosessuali, dato che in Italia non era facile per nulla. Andava ancora peggio con i miei genitori siciliani, molto tradizionalisti e cattolici.
Dopo un paio di anni di residenza a New York City, un amico mi suggerì di seguire alcuni corsi di Interior Design all’ università FIT, Fashion Institute of Technology, detto scherzosamente Fogget intitute of technology (fogget vuole dire froce).

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Raccontaci un po’ la tua vita tra l’Italia e gli USA.

A circa 25 anni, ho conosciuto Maurizio, al ONE WAY di Milano. Dopo circa un anno di convivenza, abbiamo deciso di volare lontano lontano. Dopo un anno, tra Tokio e New York City, abbiamo scelto New York City. Il primo periodo fu molto duro, per la mancanza di una buona conoscenza linguistica. Durante i primi anni trascorsi nella big apple, ho svolto una gran varietà di mestieri: tagliare l’erba, cuocere le pizze, lavorare in ristorante come BUS-BOY (aiutante cameriere) e poi come WAITER (Cameriere), durante gli anni dell’ università.
Dopo un paio di anni nella nuova città, i nostri rapporti sentimentali erano cambiati: è successo di tutto. La nostra relazione finì nel nulla.
Arrivò il mio primo amore americano, Peter, figlio di sino-americani. Peter parlava solo inglese, perché i suoi genitori gli avevano proibito di parlare cinese: nuova vita e nuova lingua. La relazione terminò dopo circa un anno e mezzo: io abitavo a New York City e Peter a Chicago, per cui incontrarsi era molto difficile e costoso. Una sera, andai al MONSTER BAR-DISCO, di fronte a STONE WALL, nella SIXTH AVENUE OF AMERICA, e chiesi a un ragazzo dove si potesse ballare. Continuammo a parlare per tutta la notte; fu una bella chiacchierata romantica, in cui parlammo di tutto e delle stelle nel cielo. Non ci fu un abbraccio e nemmeno un bacio, ma quella sera fu l’ inizio della relazione con Peter, che era studente universitario di biochimica a Chicago. Una volta a mese, io volavo da New York City a Chicago e lui, il mese dopo, da Chicago a New York City.

Gianni a verona with Flavio (Presiente arci) Dolores , HIgh menber of AGedo Milano (1)

Com’era la vita LGBT negli USA e quali le principali differenze con l’Italia?

La vita LGBT negli USA era ed è molto più libera e disinvolta. A New York, ci sono una marea di bar e discoteche gay o gay-friendly.
Negli anni ’90, la zona più gay-friendly era il WEST VILLAGE, con CHRISTOPHER STREET come punto centrale. Ma, negli anni 2000, la zona gay-friendly si espanse sulla EIGHT AVENUE, fin oltre la 20ma strada di Manhattan. Poi, spuntarono anche le zone GAY-FRIENDLY nell’UPPER EAST SIDE, verso la settantesima strada. Anche nel Queens, dove io abitavo (uno dei cinque borghi della citta), c’era una zona GAY-FRIENDLY composta da bar-discos che chiudevano alle 6 del mattino.
Mi ricordo di quando andavo al GAY CENTER, un palazzo di 4 piani, con molte stanze e una reception al ground floor. In ogni stanza, esisteva un gruppo diverso: per esempio, quello per coloro a cui piacciono i portoricani; un altro per coloro a cui interessano le persone obese; un’altra stanza ancora per coloro a cui piacciono le persone nere, e cosi via. In queste stanze, si tenevano meetings e feste. Questo modo di organizzare era molto più compatto rispetto a quello che ho trovato qui, a Milano, dove ci sono varie organizzazioni, ma quasi separate dalle altre. Io vedo che, qui in Italia ancora oggi molta gente si nasconde o nega la propria identità di genere e identità sessuale.
I canali televisivi americani sono molto più liberali e informativi di quelli italiani. Per esempio, esiste un canale televisivo chiamato LOGO, che, per 24 ore al giorno, trasmette informazioni sul mondo lgbtiqa e molti shows. Questo, in Italia, non l’ho ancora visto. Noto che, ogni tanto, su CANALE CIELO e su REAL TIME, trasmettono shows educativi alla sessualità e al genere, ma solo dopo le 23:00. Perché, prima di quell’ora, nessun adolescente deve vedere quelle importanti informazioni, secondo la morale italiana.
Riguardo unioni civili, matrimoni e divorzi egualitari, una coppia di miei amici avevano ottenuto la PARTNERSHIP, ossia UNIONI CIVILE, circa 20 anni fa, prima del 2000. Per noi, americani e non, era normale legalizzare le coppie, se lo volevano. Vedo che qui, in Italia, c’è un’estrema arretratezza, sia a livello legale che a livello educativo-culturale.

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Ti definisci Gay, ma sei anche anti-binario: hai mai messo in discussione il tuo essere completamente omosessuale?

Diciamo che mi sono sempre sentito omosessuale, ma non posso dire che non guardo nessuna donna. Potrei dire che ho avuto tre relazioni con donne, ma le vedevo più come amiche che come amori. Posso dire che mi sono innamorato più di una volta di uomini, ma mai di donne. La parola anti-binario mi sembra quasi una formula matematica da risolvere: un po’ troppo costruita. Preferisco dire: libero di amare uomini e fare del buon sesso. Non ho mai avuto esperienze con persone trangender, ma ne sarei curioso. Comunque, sono molto interessato alle definizioni della nuova era dei Gender Studies e sto leggendo alcuni libri in materia. Due libri che suggerisco sono:
STRANIZZA, di Valerio La Martire, e DIRITTO D’ AMORE ,di Stefano Rodotà, che ci ha appena lasciati all’età di 84 anni.

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LGBT e disabilità: un tuo tema, ci racconti perché?

Scoprii di essere HIV positivo anni fa, cosa che mi causava frequenti raffreddori e influenze prolungate. Probabilmente, era perché non avevo fatto sesso protetto. Ma, a quei tempi, il preservativo non si usava: si faceva semplicemente sesso e non si sapeva nulla dell’ HIV. Quella notizia cambio radicalmente la mia vita, in tutte le sue sfaccettature. Io ero abituato (quando andavo al bar con amici) a fare 3 o 4 giri di Drinks: a New York, era normale bere 3 o 4 bevande. I vari medici mi diedero vari consigli da seguire: non più bevande ad alto livello alcoolico, una dieta molto più salutare e, tutte le notti, una buona dormita. In quel periodo, io non avevo l’ assicurazione medica (come del resto avveniva in molte industrie); ma, vista la mia situazione, il medico mi disse di fare domanda per AIDAP. È un’assicurazione pensata appositamente per pazienti con HIV, sovvenzionata dal governo americano. Infatti, il governo americano investe molto denaro nelle ricerche e le cure mediche, cosa che gli Stati europei (come quello italiano) fanno assai poco. All’incirca nel 2000, amici e medici mi fecero notare che il mio udito era scarso. Il medico mi consigliò di usare Earing Aid: protesi per udito inserite nelle orecchie. Per qualche anno, li usai; ma continuavo ad avere problemi di udito, specialmente al telefono: un vero incubo. Quando mettevo la cornetta del telefono vicino all’ orecchio, sentivo spesso un grande fischiettio e nient’altro. A quel tempo, andai a fare una visita all’ NYU, New York University Hospital. Qui, uno specialista mi suggerì subito un impianto cocleare: ossia, un intervento chirurgico per inserire dietro l’ orecchio un file collegato al cervello e una protesi appoggiata all’ orecchio, con microfono multidirezionale collegato con batterie ricaricabili. Un mese dopo l’ intervento chirurgico, mi sembrò di rivivere: riuscivo a sentire il fruscio dell’ acqua di scarico della mia vasca di pesci, di cui prima non avevo assolutamente idea. Dopo un paio d’anni, subii il secondo intervento chirurgico all’ orecchio destro, che (per circa tre mesi) mi scagliò fuori binario. Dovevo usare un bastone per camminare e per rimanere eretto; a volte, camminavo appoggiandomi al muro. Oggi, ho due protesi bilaterali che mi aiutano a sentire quasi normalmente; ma, quando noto che più di due persone parlano contemporaneamente, mi perdo in confusione. Grazie al governo americano e agli anni lavorativi, oggi percepisco una piccola pensione di disabilità che mi permette di sopravvivere. Sono tornato in Italia circa sei anni fa. Durante i primi tre anni, ho cercato lavoro come consulente di interni, oppure nella vendita di mobili; ma non ho mai ricevuto risposta, neppure dall’ ufficio di collocamento. Adesso, vivo da solo, in un appartamento che ho ereditato dai miei genitori, entrambi spentisi anni fa. Sono l’ ultimo di una produzione imperfetta di dieci figli: 5 maschi e 5 femmine. Io l’unico imperfetto? Non ci credo assolutamente.
Oggi, le mie passioni sono:
avere un acquario con pesci da osservare e nutrire. Adesso, i miei pesci sono africani, ciclids.
le arti: andare a musei e gallerie e, ogni tanto, dipingere su tela (ma, adesso, raramente).
fare attivismo per i diritti umani, soprattutto per i diritti lgbtiqa. Al Gruppo Relazioni del Circolo Culturale Harvey Milk, sto conoscendo gente molto interessante, che propone varie tematiche sulle relazioni e sull’identità di genere. Ciò aiuta me stesso a conoscermi meglio e a capire le altre persone appartenenti alle realtà non conformi alla società etero-normativa binaria. Il mio pensiero è di aiutare i nuovi insegnanti a elaborare una migliore educazione sessuale e di genere, a cominciare dalle scuole materne.
Giardinaggio: nel mio appartamento, ci sono due balconi; vi coltivo basilico, salvia e rosmarino, senza dimenticare prezzemolo e fragole. Ho anche due piante di zucchine e due di peperoni. Anche quest’anno, ho fatto il pesto “alla Gianni”, con basilico fresco, pinoli, aglio, sale, pepe e olio di oliva siciliano.

Fabio Bottero sindaco e Gianni (1)

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Comportamenti, non categorie…a rischio!

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(in un luogo senza nome, un giorno senza tempo…)

“Pronto?”
“si?”
“chiamavo per fare il test sulle MTS”
“si, signora, e dove ha trovato questo numero?” (stupito)
“è il numero segnalato per fare il test gratis!!” (tralascio sul “zignooooraaaa”, so di avere una voce acuta…ma faccio finta di niente per vedere quanto trasudano binarismo)
“si ma, lei è sicura di aver rischiato realmente? quanti anni ha?”
“30”
“beh, allora per l’epatite è vaccinata, sifilide e hiv sono rarissime a meno che suo marito non vada con le prostitute…spesso le donne sono portate a fare il test dall’emotvità… (traduzione, una donna se ha una malattia è fa la sex workers, o è una povera cornuta, ma giammai una maialona che vuole divertirsi allegramente)
“sono in coppia aperta”
“ah (stupito e imbarazzato), nel senso che avete altri?”
“si, io ho altri, lui ha altri?”
“ah, lui è bisessuale?”
“no, è gay”
“è meglio che venga a fare il test….” (che strano: eppure non andiamo con le sex workers…siamo improvvisamente diventati a rischio?)

A questo punto porto il mio compagno (uomo bio), con me a fare il test.
Entra. L’infermiere (era lo stesso che mi ha risposto) lo guarda con sguardo guascone, nessuna domanda su rapporti promiscui, test fatto senza polemiche ed “emotività”

Morale della favola. 

– se sei masculu, il test fallo, sicuramente qualche magagnata l’hai fatta, se sei qui…non importa neanche etero o gay, vecchio guaglione!
– se sei fimmina, sei in preda all’emotività, o una gran cornuta, o fai la sex worker
– se sei frocio, pure se ti ha graffiato il gatto, di corsa a fare il test!

Ora, dopo decenni di sensibilizzazione su comportamenti e non “categorie” a rischio…ancora mi tocca essere spettatore di cotanto binarismo?
Qualcuno di voi dirà “è appena uscita la vergognosa statistica in cui un gay ha 19 volte le possibilità di un etero di prendere l’hiv”. 

http://www.ilfarmacistaonline.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=22613&cat_1=5&cat_2=0&tipo=articolo (a parte questa delirante e discriminazione idea di far prendere gli antiretrovirali preventivamente a chi ha il coraggio di dichiararsi gay…)

Forse perché la donna etero, per ragioni culturali, non “la dà”?
Forse perché la donna etero si protegge da gravidanze, e quindi usa il preservativo?
Forse per via della versatilità tipica dei rapporti uomobio-uomobio?
Forse perché “nell’ambiente gay “gira” il virus?” (vorrei vedere le statistiche altrimenti è aria fritta).

A questo punto, l’istanza di un ftm gay, che non ha sicuramente il corpo di un uomo cisgender gay, ma ne ha simili comportamenti, come deve essere recepita?
Se è vera la storia che “gira di più il virus in ambienti gay” (quindi torniamo nell’ottica delle categorie a rischio), esso va piazzato prioritariamente insieme ai gay (sempre che ci debbano essere priorità e categorie a rischio, cosa sulla quale sono contrario.

Se invece è una questione di comportamenti a rischio, allora il gay biologico, l’ftm gay, la donna etero, e chiunque faccia pratiche a rischio, è considerato a rischio a pari merito, a prescindere dalle “caldane” che possano portare questa persona da codice fiscale F che va con gli M e che quindi per la sanità italiana è una zignoooraaaaa.