VeteroLesbiche TransEscludenti…ecco perché

Non sono di certo solo recenti gli episodi di transfobia provenienti da ambienti separatisti lesbici.
Talvolta ad essere colpite sono le donne T, di cui viene delegittimata la femminilità.
Altre volte a non essere rispettata è l’identità di genere degli Ftm, come in quest’intervista racconta Gianmarco Negri, oggi importante attivista T.

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Vediamo cosa succede quando la loro logica viene ribaltata…

Veterolesbiche e separatismo

Ricordo ai lettori e alle lettrici del blog che questa è solo satira, e non vuole “dimostrare” nulla. Vuole strappare semplicemente un sorriso 😀

E’ più facile essere mascoline etero o femminili lesbiche?

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Recentemente ho postato la foto di una vera e propria venere androgina, e subito mi hanno detto che è la lesbica di un film.
Al che, con molta amarezza, ho preso atto che lo stereotipo trionfa.

Mi hanno precisato che ci sono prove viventi del contrario, e mi aspettavo esempi di donne etero androgine, mentre sono arrivati esempi di donne lesbiche femme.

Non mi stupisce affatto che ci siano donne lesbiche femme.
Non mi riesce difficile immaginare che ci siano donne gender conforming attratte da donne, che siano tante.
La vera battaglia è invece sulla possibilità che delle donne non conformi di genere femminile siano sia eterosessuali, sia biologiche cisgender (cisgender sono le persone non transgender).

Sono davvero poche le donne così, e secondo me il motivo è socioculturale.
C’è una pari percentuale di donne etero e di donne lesbiche che sono, per natura, gender non conforming.
Sono donne biologiche e cisgender, MA non sono interessate ad un’espressione di genere femminile come da canone sociale.

Il problema è che se esse sono lesbiche, il desiderio di viversi non conforming diventa realtà, perchè c’è un mercato e anche dei modelli sociali (butch, virago, tomboy…), se sono etero, la paura di rimanere ai margini della società in un mondo in cui l’uomo etero ha delle pretese, e anche il datore di lavoro, supera la voglia di viversi come ci si percepisce realmente.
E così spesso non si riesce ad andare oltre al taglio di capelli sbarazzino, ma socialmente accettato e diffuso dalla moda, ma a volte neanche quello.

Di contro anche le lesbiche femminile si lamentano del fatto che in un mondo fallocentrico la loro voglia di viversi come conformi al genere femminile sia scambiata per il desiderio verso l’uomo eterosessuale.
Pesa loro la loro scarsa “leggibilità” come lesbiche, e questo le porta ad assumere un’estetica anche solo leggermente androgina o mascolina per potersi emancipare dall’immaginario eterosessista.

Concludendo, la visione fallocentrica fa si che la femminilità classica venga fatta coincidere con un “vestito” che una donna porta non per se stessa, ma come richiamo erotico all’uomo etero, e quindi chi ne è priva viene vista come fuori mercato, e scartata dall’uomo, chi ne è portatrice invece viene vista immancabilmente come preda consenziente dell’uomo, e questo mette in difficoltà sia la donna etero mascolina, che la donna lesbica femminile.

Ma dove è finito l’orgoglio butch?

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Non sono mai stato un trans medicalizzato e ho visto molte persone avere i miei stessi problemi prima della tos o a tos appena iniziata, ma poi avere esigenze, priorità e problemi molto diversi.

Dalle chiacchiere da bar di colleghi binari, è venuto fuori che tra me, una ragazza butch (lesbica maschile), e una lesbica femminile, le estetiche più contestate e quindi soggette a bullismo e tentativo di guarigione sono la mia e quella della butch, mentre una donna lesbica, ma esteticamente rassicurante per quanto riguarda la conformità di genere, subisce una pressione molto inferiore (al massimo qualche provolone, che “la pretende” come potrebbe “pretendere” una donna etero un po’ ritrosa).

A questo punto ho immaginato che un certo mondo relativo al transgenderismo non medicalizzato in direzione ftm, ma anche le persone gendervariant di nascita xx (genderqueer, genderfluid, agender, nogender, bigender, o comunque in uno stato di non conformità di genere col femminile) potrebbero avere molto da condividere col mondo delle lesbiche butch, non tanto per quanto riguarda l’orientamento sessuale (la partner di una butch è una lesbica o una bisessuale, mentre il partner di un ftm potrebbe essere un uomo gay o bisessuale, o una donna etero o bisessuale), ma soprattutto per quanto riguarda sia l’orgoglio della non conformità di genere, sia la discriminazione che essa comporta in una società binaria (orgoglio e pregiudizio, come qualcuno direbbe).

Ho cercato per alcuni mesi, su forum, blog, gruppi, pagine, butch italiane da intercettare per un confronto intellettuale ed esperienziale. Ho fatto fatica a trovare sia donne che si definissero orgogliosamente butch, sia persone che avessero delle rivendicazioni politiche a riguardo (che non sfociassero in rivendicazioni più genericamente lesbiche e/o femministe).

Ho trovato anche un certo disprezzo delle donne lesbiche verso le persone di nascita femminile ma portatrici di identità di genere maschili o non binarie, o semplicemente di espressioni di genere maschili o non binarie.

Come detto in un precedente post, essere lgbt non rende automaticamente non binari, e non essere lgbt non rende automaticamente binari.
Per il resto la mia ricerca di butch fiere della propria non conformità continua.

Spero che non siano come quelle che si vedono nei pochi film a tema, con carriere modeste, acume e cultura modesta, e subordinate alla donna femminile.
Vi farò sapere quando avrò materiale a riguardo.

Ftm e lesbiche: non siamo la stessa cosa!

Nelle butch c’è una tematica di genere?

Come attivista e teorico, provengo dalla riflessione relativa a identità di genere e ruoli di genere.
Le estensioni di queste mie ricerche hanno toccato più che altro ruoli sessuali, varianti sessuali e altro.
Non sono mai stato interno al mondo “omosessuale cisgender“, ma soprattutto, per ovvie ragioni, mai interno al mondo lesbico.

Mi è sempre stata sempre abbastanza chiara la differenza tra ruoli e identità di genere.
Un uomo che, rispetto agli stereotipi sociali, consideriamo effeminato, rimane comunque un uomo se tale si definisce e se è in armonia col suo corpo.
Lo stesso per una donna che, secondo lo stereotipo, consideriamo mascolina, ma è ben felice di chiamarsi Carmela e usare la sua vagina, o guardare allo specchio il suo seno.

Questo dovrebbe essere valido sia per persone cisgender eterosessuali, che omosessuali, anche se vi è una maggiore trasgressione di ruolo negli ambienti omosessuali (maschili e femminili), per non avere doveri machisti di soddisfare il “desiderio etero”.

Le butch mi vengono descritte invece come persone in un certo senso “disforiche” (spesso cambiano il loro nome in qualcosa di neutro, e Stefania diventa Ste, Cristina diventa Cri e cosi’ via).

Se fosse solo un usare boxer, profumi da uomo, il crestino, allora direi che sarebbe comunque un’ “identità femminile alternativa“.
Invece sembra si leghi a una identità a parte: l’identità lesbica (concetto che attualmente fatico a comprendere…lesbica è un orientamento affettivo/sessuale, al massimo un’identità politica, come essere ateo o comunista).

Inoltre mi si dice di lesbiche butch per niente in armonia con la vagina e il seno.

A questo punto mi viene da pensare: non saranno comunque persone disforiche? e quindi transgender?
Se una persona odia il suo nome, e i suoi genitali, si puo’ parlare di solo ruolo?

Forse queste sono persone transgender che sono state “castrate dall’ambiente lesbico” nell’esprimere il loro maschile? Forse è l’unica definizione che hanno trovato di se, non arrivando, quindi, a comprendere la loro reale condizione?

Lo chiedo con umiltà e da ignorante, perché non frequento e non conosco il mondo lesbico.
Per me una lesbica dovrebbe essere una donna che ama le donne, magari che se ne frega degli stereotipi di genere, ma che comune è ben felice di chiamarsi Mariuccia e di avere la vagina (che poi la usi per farsi penetrare dalla compagna o no, cavoli suoi).

Comunque illuminatemi a riguardo, se potete.

Vogliamo una cantante leccaciuffe dichiarata!

Irriverente appello nella speranza che una cantante italiana tra le tante si dichiari lesbica.

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Chissà come mai abbiamo Tiziano Ferro, BoyGeorge, Elton John e compagnia bella ma non abbiamo una cantante lesbica dichiarata.

Ci ammorbano tutte con la loro inutile  ambiguità senza mai cavarne nulla.
Regina tra queste la cantante Elisa, che ci ha commossi tutti col suo taglio alla maschietta avvenuto in concomitanza con affermazioni possibiliste e queer, ma poi niente di concluso.
Segue Carmen Consoli e a breve la cometa Silvia Salemi ormai scomparsa…per poi passare ai crestini colorati di Laura Bono, la Amoruso, e infine quella che ha catalizzato il proliferare del mitico taglio femminile (ormai diffuso anche nel regno etero) col lato rapato e il ciuffo emo, ovvero la “mitica” Emma Marrone, tutte uscite da reality show e probabilmente rese aggressive più che altro dai loro truccatori di mediaset/rai più che per una predisposizione reale personale.

Passiamo alla “mitica”  Gianna Nannini, idolo lesbico (sembra che qualsiasi cosa abbia la patata e i capelli non lunghi sia idolo lesbico). Alla fine dalla sua bocca non ho mai visto uscire “sono lesbica, lella, leccaciuffe, ricchiona, finocchia, frocia, leccapatate, succhiaclitoridi“. Piuttosto sento sempre discorsi “queer” tipo pansessuale, polisessuale, possibilista…parole che hanno un senso…ma che sono abusate dai velati e dagli ambigui di tutto il mondo ( o meglio, d’Italia).

Per concludere, non ci meritiamo anche noi un bel lesbicone al microfono?

Lesbismo, Femminismo e Transgenderismo a confronto.

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Non ho un passato omosessuale cisgender.
(cisgender significa semplicemente “non transgender“, insomma tutte quelle persone, di qualsiasi orientamento sessuale, che si riconoscono nel sesso genetico).
Non ho nè mai assunto comportamenti sessuali lesbici, nè tantomeno ho mai vissuto un’identità sociale e politica lesbica.

Non conosco il lesbismo e il femminismo se non da letture esterne.

Posso notare delle differenze grossissime, politiche e sociali, ma anche di discriminazioni, tra il mondo omosessuale maschile e quello femminile.
La militanza lesbica si intreccia inevitabilmente con tematiche antisessiste, che condizionano in qualche modo anche l’apparire estetico di chi ha un’identità consapevole lesbica.

Una volta un’attivista lesbica poco incline all’inclusione del mondo transgender, mi disse che vedendo la mia estetica priva di tratti socialmente distintivi come femminili, mi aveva inquadrato come donna lesbica.
Una frase mi colpì tra quelle che uso’ : <<…perchè il tuo aspetto manifesta la tua indisponibilità verso l’uomo>>.
Chiaramente la frase attribuita a me non aveva senso, ma servì a farmi capire un certo tipo di immaginario lesbico militante.

Per capirci, quando vediamo un omosessuale maschio con una tracolla fuxia, pensiamo che sia omosessuale,  e spesso lo è: ma perché scatta in noi questa deduzione? Perchè crediamo che si voglia “rendere poco disponibile alle donne, conciandosi in quel modo?“…no…queste sono dinamiche del mondo lesbico. Probabilmente quel ragazzo, in quanto omosessuale (o molto, molto naif), è fuori dalle dinamiche del machismo dell’uomo etero e non prova imbarazzo a portare orgogliosamente accessori socialmente attribuiti alla donna.

La cosa che mi aveva fatto drizzare i capelli e i peli della frase di quella attivista lesbica era “il tuo aspetto mostra indisponibilità verso l’uomo“…era una frase che mi urtava perché era come se io avessi deciso la mia immagine in relazione all’uomo (che la lesbica dava per scontato fosse l’ uomo etero), cosi’ come le donne etero oche si aggeggiano per attrarlo, nell’immaginario di quella militante lesbica io mi ero aggeggiato/a per non attrarlo.
E’ per questo che diverse attiviste lesbiche escludono dalla loro immagine dei connotati socialmente femminili?

Per curiosità ho assistito a un seminario lesbico femminista. Scoprendo un nuovo punto di vista da me mai esplorato. Alcune femministe non considerano “mascolina” una donna privata da elementi socialmente femminili. Considerano l’estetica che noi attribuiamo al maschile come “naturale“, e tutti gli imbellettamenti che di solito vediamo nella donna etero come “orpelli atti ad eccitare l’uomo etero“. Quindi privandosene non rinunciano alla femminilità, ma a un tipo di femminilità, costruita attorno al desiderio e all’immaginario sessuale dell’uomo etero.

Quindi nel loro percorso di militanza, studio e ricerca di genere (ma che ha poco a che fare con l’identità di genere, ma con ruoli imposti, sessismo, aspettative sociali…), cercano modelli di femminilità indipendenti dall’occhio maschile e patriarcale.

In poche parole, loro fanno un percorso che inverte, rispetto al ragionamento transgender, incognita e variabile.
Per loro il genere è il punto che non si mette in discussione: la femmina è donna. Si mette invece in discussione il suo ruolo, la sua immagine, che comunque rimarrà “femminile” nel senso “che appartiene alla femmina”.

La persona transgender invece elabora il suo disagio di genere come una non appartenenza al genere attribuito dai suoi geni.
Spesso le lesbiche pensano che la riflessione della persona transgender si fermi qui:<<non ho attitudini femminili, ergo la mia identità di genere è maschile>>, e quasi parte un “rimprovero” dal mondo omosessuale (soprattutto femminile), alla persona transgender, che avrebbe fatto una scelta comoda, e , “invece di ragionare sui generi, avrebbe semplicemente traslocato in quello con maggiori vantaggi sociali“.
In realtà le persone transgender, o meglio, molte di esse, riflettono in continuazione su cosa significa essere uomo o donna, cosa significhi esserlo nella società, e se si deve seguire la propria attitudine senza ricalcare una macchietta o una caricatura di genere.

Del resto anche prima di permettere una transizione di corpo, gli psichiatri si assicurino che il desiderio di aderenza al genere d’elezione non nasca da aspettative o condizionamenti sociali. Se la persona transgender è sincera, e non si appoggia alle cosiddette “trans narratives“, sarà indirizzata verso la soluzione migliore.

Ho sentito dire che molti psichiatri addetti a casi di persone transgender, hanno un occhio molto binario. Si aspettano la trans in gonna, quando sappiamo bene che le donne biologiche la indossano ormai molto raramente e qualcuna non la indossa proprio (pur, probabilmente, essendo felicissima di essere nata donna e incline ad altri comportamenti che considereremmo femminili).
Penso che siano situazioni come queste che spingono poi un certo tipo di attivista lesbica a denigrare e non comprendere il mondo transgender.

La voglia di “passing (passare, essere percepiti come persone biologicamente nate nel genere d’elezione), spinge spesso le persone transgender verso l’adesione a canoni maschili e femminili stereotipati.

Se una donna transgender non in transizione va in giro in tuta e coi capelli corti, i suoi lineamenti e la sua voce faranno si che, non per cattiveria ma per abitudine, le persone che la incontrano si rivolgano a lei usando il maschile, mentre vedendola con forti simboli dello stereotipo sociale femminile magari non penseranno che sia nata donna, ma faranno percepire il suo “desiderio” di femminilità e faranno si che le persone pensino che sia come minimo una trans.

Idem per le persone che percorrono la strada al contrario. E’ verissimo che ci sono ragazzi, gay o etero, che indossano pantaloni aderenti, colori sgargianti, capelli lunghi piastrati, nell’era della metrosessualità.
Ma un ftm non ancora in transizione, nonostante magari la sua immagine di se al maschile possa coincidere con quel modello, pur sempre maschile, ma morbido e privo di ruvidità, se dovesse aderirvi sarebbe trattato da tutti gli estranei inevitabilmente da ragazza.

A questo punto la persona transgender sceglie il male minore. Se inseguire inesorabilmente l’immagine di se stesso/a, o scendere a compromessi sociali.

In ogni caso è un ragionamento piuttosto individualista. La persona transgender non si priva di simboli di genere per dare segnali all’uomo maschilista. Fa un lavoro piu’ personale che sociale. Per questo mi aveva molto sorpreso la riflessione di quell’attivista lesbica.

Concludo parlando di me. A me piacciono gli uomini. Quando non metto una scarpa col tacco, lo faccio perchè non fa parte di me. Non credo quanto meno o più questa cosa mi renda gradevole agli uomini, perchè so che indossare determinati abiti, anche se mi consentirebbe successo col genere del mio desiderio (gli uomini, ma in questo caso etero), scatenerebbe desideri non verso la mia reale persona, ma verso un’immagine femminile di essa che sento estranea. Quindi metto in primo piano cio’ che sono, poi vedremo a chi piacero’.

Chi sarà attratto da me (qualunque sia il suo orientamento affettivo/sessuale precedente alla nostra interazione), sarà attratto da me come ragazzo, quindi a quel punto se un giorno vorrò vestirmi di viola solo perché avrò voglia di essere naif, non mi porrò il problema di lanciare al mio oggetto di desiderio segnali sessisti, perché, non identificandomi io per primo col genere femminile, e vivendo il tutto apertamente, darei per scontato e come requisito di base che questa persona mi sta scegliendo come ragazzo, e quindi tutti i discorsi sui modelli femminili sessisti e non decadono immediatamente.

Posso dire infine, per sdrammatizzare, che la mia estetica ambigua continua ad attrarre l’uomo etero. Forse non tutti, forse non la maggioranza, ma ci sono diversi uomini, che sanno e non sanno di me, che mi corteggiano. Alcuni per la personalità, altri perchè sono attratti da estetiche androgine. Quindi forse il tentativo militante lesbico di allontanarli, ne colpisce solo una parte. Forse la parte peggiore.

Nath