Vogliamo una cantante leccaciuffe dichiarata!

Chissà come mai abbiamo Tiziano Ferro, BoyGeorge, Elton John e compagnia bella ma non abbiamo una cantante lesbica dichiarate.
Ci ammorbano tutte con la loro inutile  ambiguità senza mai cavarne nulla.
Regina tra queste la cantante Elisa, che ci ha commossi tutti col suo taglio alla maschietta avvenuto in concomitanza con affermazioni possibiliste e queer, ma poi niente di concluso.
Segue Carmen Consoli e a breve la cometa Silvia Salemi ormai scomparsa…per poi passare ai crestini colorati di Laura Bono, la Amoruso, e infine quella che ha catalizzato il proliferare del mitico taglio femminile (ormai diffuso anche nel regno etero) col lato rapato e il ciuffo emo, ovvero la “mitica” Emma Marrone, tutte uscite da reality show e probabilmente rese aggressive più che altro dai loro truccatori di mediaset/rai più che per una predisposizione reale personale.
Passiamo alla “mitica”  Gianna Nannini, idolo lesbico (sembra che qualsiasi cosa abbia la patata e i capelli non lunghi sia idolo lesbico). Alla fine dalla sua bocca non ho mai visto uscire “sono lesbica, lella, leccaciuffe, ricchiona, finocchia, frocia, leccapatate, succhiaclitoridi”. Piuttosto sento sempre discorsi “queer” tipo pansessuale, polisessuale, possibilista…parole che hanno un senso…ma che sono abusate dai velati e dagli ambigui di tutto il mondo ( o meglio, d’Italia).
Per concludere, non ci meritiamo anche noi un bel lesbicone al microfono?

Erotismo Femminile e Pornografia Lesbica

Il mondo lesbico è un mondo che conosco solo da fuori. Il mondo femminile invece lo conosco in parte “da dentro”, avendo un corpo biologicamente femminile e in parte certi istinti ed esigenze, e avendo subito aspetattive sociali al femminile per decenni, e in parte ancora adesso.

Spesso le attiviste lesbiche devono spiegare la loro estraneità al “sesso lesbo” tanto conosciuto, creato, e desiderato dagli uomini etero, in cui pornoattrici etero fanno pratiche gradite al voyeurista maschio eterosessuale.

Non voglio giudicare l’amore per il sesso lesbico da parte dell’uomo etero. Le frociare (morbosamente amiche dei ragazzi gay) e le ragazze etero amanti dello yaoi/loveboy (manga con ragazzini omosessuali efebici) o delle fanfiction gay (storie su personaggi di manga o serie tv che si scoprono omosessuali) non sono da meno,
ma a volte temo che l’attivista lesbica spesso, per distanziarsi da tale “schifo”, debba, per motivi “politici”, presentare il suo modo di amare in modo casto e spirituale, come, fisiologicamente, invece non è.

Al mondo degli uomini gay associamo saune e cruising, al mondo etero associamo fetish, scambismo, e sadomaso…e cio’ che unisce questi due mondi è la presenza dell’uomo, quindi è lui il” tentatore”, anche nel caso di coinvolgimento di donne etero e bisex.

Infondo anche gli oggetti del “piacere” femminile, i vibratori, nacquero nei manicomi per curare l’isteria, attribuita alla repressione sessuale.

Ma esiste un piacere pensato dalle donne per le donne? Una regista etero americana ha fatto una collana porno per donne. Per donne etero.

Ma…le lesbiche? Ci sono tra loro feticiste, scambiste, sadomaso?
Usano oggetistica? Giochi di ruolo? lattice?
Sono voyeriste? sono esibizioniste?

Dopo uno dei miei status provocatori su fb, mi è stato segnalato questo link

http://natafemmina.blogspot.com/2011/01/post-porno.html

e questo

http://queerporn.tv/qtube/video/BOM7HA4YW786/Bored-Blue

che riprendono il modello femminile della “suicide girl” (modello erotico del mondo alternativo…punkettone, darkettone, tatuate…pinup post moderne e cyberpunk), associandolo a modelli lesbici (dyke, butch) e modelli transgender ftm (queer, genderqueer, transgender)…che poi il “lesbismo” dovrebbe in teoria prediligere modelli transgender mtf..ma vabbeh..l’ennesima conferma che alla fine una lesbica preferisce comunque un portatore di patata a una donna senza patata…alla faccia dell’identità di genere.

Lesbismo, Femminismo e Transgenderismo a confronto.

Non ho un passato omosessuale cisgender.
(cisgender significa semplicemente “non transgender”, insomma tutte quelle persone, di qualsiasi orientamento sessuale, che si riconoscono nel sesso genetico).
Non ho nè mai assunto comportamenti lesbici, nè tantomeno ho mai vissuto un’identità sociale e politica lesbica.
Non conosco il lesbismo e il femminismo se non da letture esterne.

Posso notare delle differenze grossissime, politiche e sociali, ma anche di discriminazioni, tra il mondo omosessuale maschile e quello femminile.
La militanza lesbica si intreccia inevitabilmente con tematiche antisessiste, che condizionano in qualche modo anche l’apparire estetico di chi ha un’identità consapevole lesbica.

Una volta un’attivista lesbica poco incline all’inclusione del mondo transgender, mi disse che vedendo la mia estetica priva di tratti socialmente distintivi come femminili, mi aveva inquadrato come donna lesbica.
Una frase mi colpì tra quelle che uso’ : <<…perchè il tuo aspetto manifesta la tua indisponibilità verso l’uomo>>.
Chiaramente la frase attribuita a me non aveva senso, ma servì a farmi capire un certo tipo di immaginario lesbico militante.

Per capirci, quando vediamo un omosessuale maschio con una tracolla fuxia, pensiamo che sia omosessuale,  e spesso lo è: ma perchè scatta in noi questa deduzione? Perchè crediamo che si voglia “rendere poco disponibile alle donne, conciandosi in quel modo?”…no…queste sono dinamiche del mondo lesbico. Probabilmente quel ragazzo, in quanto omosessuale (o molto, molto naif), è fuori dalle dinamiche del machismo dell’uomo etero e non prova imbarazzo a portare orgogliosamente accessori socialmente attribuiti alla donna.

La cosa che mi aveva fatto drizzare i capelli e i peli della frase di quella attivista lesbica era “il tuo aspetto mostra indisponibilità verso l’uomo”…era una frase che mi urtava perchè era come se io avessi deciso la mia immagine in relazione all’uomo (che la lesbica dava per scontato come uomo etero), cosi’ come le donne etero oche si aggeggiano per attrarlo, nell’immaginario di quella militante lesbica io mi ero aggeggiato/a per non attrarlo.
E’ per questo che diverse attiviste lesbiche escludono dalla loro immagine dei connotati socialmente femminili?

Per curiosità ho assistito a un seminario lesbico femminista. Scoprendo un nuovo punto di vista da me mai esplorato. Alcune femministe non considerano “mascolina” una donna privata da elementi socialmente femminili. Considerano l’estetica che noi attribuiamo al maschile come “naturale”, e tutti gli imbellettamenti che di solito vediamo nella donna etero come “orpelli atti ad eccitare l’uomo etero”. Quindi privandosene non rinunciano alla femminilità, ma a un tipo di femminilità, costruita dall’uomo etero.

Quindi nel loro percorso di militanza, studio e ricerca di genere (ma che ha poco a che fare con l’identità di genere, ma con ruoli imposti, sessismo, aspettative sociali…), cercano modelli di femminilità indipendenti dall’occhio maschile e patriarcale.

In poche parole, loro fanno un percorso che inverte, rispetto al ragionamento transgender, incognita e variabile.
Per loro il genere è il punto che non si mette in discussione: la femmina è donna. Si mette invece in discussione il suo ruolo, la sua immagine, che comunque rimarrà “femminile” nel senso “che appartiene alla femmina”.

La persona transgender invece interpreta il suo disagio di genere come una non appartenenza al genere attribuito dai suoi geni.
Spesso le lesbiche pensano che la riflessione della persona transgender si fermi qui <<non ho attitudini femminili, ergo la mia identità di genere è maschile>>, e quasi nasce un “rimprovero” dal mondo omosessuale (soprattutto lesbico), alla persona transgender, che avrebbe fatto una scelta comoda, e , invece di ragionare sui generi, avrebbe semplicemente traslocato in quello con maggiori vantaggi sociali.
In realtà la persona transgender, o meglio, molte di esse, riflettono in continuazione su cosa significa essere uomo o donna, cosa significhi esserlo nella società, e se si deve seguire la propria attitudine senza inseguire una macchietta o una caricatura di genere.

Del resto anche prima di permettere una transizione di corpo, gli psichiatri si assicurino che il desiderio di aderenza al genere d’elezione non nasca da aspettative o condizionamenti sociali. Se la persona transgender è sincera, e non si appoggia alle cosiddette “trans narratives”, sarà indirizzata verso la soluzione migliore.

Ho sentito dire che molti psichiatri addetti a casi di persone transgender, hanno un occhio molto binario. Si aspettano la trans in gonna, quando sappiamo bene che le donne biologiche la indossano ormai molto raramente e qualcuna non la indossa proprio (pur, probabilmente, essendo felicissima di essere nata donna e incline ad altri comportamenti che considereremmo femminili).
Penso che siano situazioni come queste che spingono poi un certo tipo di attivista lesbica a denigrare e non comprendere il mondo transgender.

La voglia di “passing” (passare, essere scambiati per persone biologicamente nate nel genere d’elezione), spinge spesso le persone transgender verso l’adesione a canoni maschili e femminili stereotipati.
Se una transgender non in transizione va in giro in tuta e coi capelli corti, i suoi lineamenti e la sua voce faranno si che, non per cattiveria ma per abitudine, le persone che la incontrano le diano il maschile, mentre vedendola con forti simboli dello stereotipo sociale femminile magari non penseranno che sia nata donna, ma faranno percepire il suo “desiderio” di femminilità e faranno si che le persone pensino che sia come minimo una trans.

Idem per le persone che percorrono la strada al contrario. E’ verissimo che ci sono ragazzi, gay o etero, che indossano pantaloni aderenti, colori sgargianti, capelli lunghi piastrati, nell’era della metrosessualità.
Ma un ftm non ancora in transizione, nonostante magari la sua immagine di se al maschile possa coincidere con quel modello, pur sempre maschile, ma morbido e privo di ruvidità, se dovesse aderirvi sarebbe trattato da tutti gli estranei inevitabilmente da ragazza.

A questo punto la persona transgender sceglie il male minore. Se inseguire inesorabilmente l’immagine di se stesso/a, o scendere a compromessi sociali.

In ogni caso è un ragionamento piuttosto individualista. La persona transgender non si priva di simboli di genere per dare segnali all’uomo maschilista. Fa un lavoro piu’ personale che sociale. Per questo mi aveva molto sorpreso la riflessione di quell’attivista lesbica.

Concludo parlando di me. A me piacciono gli uomini. Quando non metto una scarpa col tacco, lo faccio perchè non fa parte di me. Non credo quanto meno o più questa cosa mi renda gradevole agli uomini, perchè so che indossare determinati abiti, anche se mi consentirebbe successo col genere del mio desiderio (gli uomini, ma in questo caso etero), scatenerebbe desideri non verso la mia reale persona, ma verso un’immagine femminile di essa che sento estranea. Quindi metto in primo piano cio’ che sono, poi vedremo a chi piacero’.
Chi sarà attratto da me (qualunque sia il suo orientamento sessuale precedente alla nostra interazione), sarà attratto da me come ragazzo, quindi a quel punto se un giorno vorrò vestirmi di viola solo perchè avrò voglia di essere naif, non mi porrò il problema di lanciare al mio oggetto di desiderio segnali sessisti, perchè, non identificandomi io per primo col genere femminile, e vivendo il tutto apertamente, darei per scontato e come requisito di base che questa persona mi sta scegliendo come ragazzo, e quindi tutti i discorsi sui modelli femminili sessisti e non decadono immediatamente.

Posso dire infine, per sdrammatizzare, che la mia estetica ambigua continua ad attrarre l’uomo etero. Forse non tutti, forse non la maggioranza, ma ci sono diversi uomini, che sanno e non sanno di me, che mi corteggiano. Alcuni per la personalità, altri perchè sono attratti da estetiche androgine. Quindi forse il tentativo militante lesbico di allontanarli, ne colpisce solo una parte. Forse la parte peggiore.
Nath